mercoledì 13 gennaio 2010

Pensieri 134

Nella Chiesa nessuno è straniero, e la Chiesa non è straniera a nessun uomo e in nessun luogo. In quanto sacramento di unità, e quindi segno e forza aggregante di tutto il genere umano, la Chiesa è il luogo in cui anche gli immigrati illegali sono riconosciuti e accolti come fratelli (Giovanni Paolo II, papa, Messaggio per la Giornata del Migrante e Rifugiato 1996).

Su alcuni punti importanti, la dottrina ecclesiologica della Lumen gentium sconvolge, lungi dal conservarle, posizioni tenute ieri da una scuola che poteva talvolta ritenersi quasi ufficiale; ma tutto questo per farci ritrovare o farci mantenere con maggiore sicurezza posizioni più autenticamente fondate sulla tradizione. In questo come in altri casi, “la riforma prospettata dal concilio non consiste dunque in un rivolgimento della vita presente della Chiesa, né in una rottura con le tradizioni in ciò che esse hanno di essenziale e di venerabile, ma è piuttosto un omaggio reso a quelle tradizioni, proprio nel momento stesso in cui si vuole liberarle di tutto ciò che in esse c’è di caduco e difettoso, in maniera da far ritrovare la loro autenticità e la loro fecondità” (Paolo VI). E’ manifesto, in particolare, che il testo promulgato si accorda di preferenza, nel suo spirito come nella sua lettera, con la dottrina dei padri della Chiesa (H. de Lubac, «La costituzione “Lumen gentium” e i padri della Chiesa», in Paradosso e mistero della Chiesa, Jaca Book, Milano 1979, 33s).

La risurrezione del nostro Signore Gesù Cristo segna la nuova vita di quanti credono in Cristo; e questo mistero della morte e risurrezione voi lo dovete conoscere in profondità e riprodurlo nella vostra vita (Agostino, Discorso 231).

In tempi a noi molto vicini, la teologia trattava della redenzione di Gesù Cristo, senza menzionare la risurrezione. Ci si limitava a valorizzare la portata apologetica dell’avvenimento pasquale, ma nessuno pensava di scrutarlo in sé, quale mistero insondabile di salvezza. L’opera redentrice di Cristo era concepita come portata a compimento mediante il ciclo della sua incarnazione, vita e morte in croce. Si insisteva sul carattere riparatorio, satisfattorio e meritorio della vita e della morte e, per lo più, ci rifermava lì. Se a volte si menzionava la risurrezione, più che per darle un posto nel mistero della nostra salvezza, era per additare in essa il trionfo personale di Gesù Cristo sui suoi nemici, e quasi una rivalsa gloriosa sugli anni di umiliazioni redentrici. La risurrezione di Cristo, insomma, era privata del suo profondo significato, annunciato dai primi messaggeri del cristianesimo e confinata ai margini dell’economia [progetto] della nostra restaurazione. Mancanza deplorevole, per cui la teologia della redenzione risultava impoverita. Eppure sarebbe stata sufficiente un’attenta e seria considerazione delle dichiarazioni categoriche di san Paolo: “Se Cristo non è risorto, la vostra fede è vana; voi siete ancora nei vostri peccati (1Cor 15,17). “Per noi è morto e risuscitò” (2Cor 5,15). Fu dato per i nostri peccati e fu risuscitato per la nostra santificazione” (Rm 4,25) (F.X. Durrwell, La risurrezione di Gesù mistero di salvezza, Paoline, Roma 1962, 7s).

Tutto il Nuovo Testamento è unanime nell’affermare che la croce e la sepoltura di Gesù appaiono nella loro importanza solo alla luce dell’avvenimento di pasqua, senza del quale non sarebbe affatto possibile una fede cristiana (H.U. von Balthasar in Mysterium salutis, 6; L’evento Cristo, Queriniana, Brescia 1971, 325).

La sera in cui morì la madre Sottopriora, ero sola con l’infermiera. Impossibile figurarsi la triste condizione della comunità in quel momento, soltanto quelle che erano in piedi potevano farsene un’idea, ma in mezzo a quell’abbandono, io sentivo il Signore che vegliava su di noi. Senza sforzo le morenti passavano a vita migliore, subito dopo la morte una espressione di gioia e di pace si diffondeva sui loro volti, si sarebbe detto un sogno dolce; e tale era veramente, perché, dopo che le parvenze di questo mondo saranno dileguate, esse si sveglieranno per godere eternamente le delizie riservate agli eletti (Teresa di Gesù Bambino, Gli scritti, OCD, Roma 1995, 214s).

Com’è dolce questo ricordo! Dopo essere rimasta al sepolcro fino a mezzanotte, rientrai nella nostra cella, ma avevo appena posato la testa sul cuscino che sentii un fiotto salire, salire quasi bollendo fino alle mie labbra. Non sapevo cosa fosse, ma pensai che quasi morivo, e l’anima mia era colma di gioia […]. La lampada era spenta, dissi a me stessa che dovevo aspettare fino al mattino per assicurarmi della mia felicità, perché mi pareva sangue quello che avevo vomitato. La mattina non si fece attendere molto, svegliandomi pensai subito che avrei avuto una notizia allegra, mi avvicinai alla finestra, constatai che non mi ero ingannata. L’anima mia fu piena di una consolazione grande, ero persuasa intimamente che Gesù nel giorno commemorativo della sua morte volesse farmi udire il primo richiamo. Era come un dolce murmure lontano che mi annunciasse l’arrivo dello Sposo… Con immenso fervore assistei a Prima e al capitolo del perdono. Avevo fretta di veder giungere il mio turno per confidarle, chiedendole perdono, Madre mia cara, la mia speranza e la mia felicità; ma aggiunsi che non soffrivo affatto (cosa verissima), e la supplicai di non concedermi alcunché di particolare. Realmente ebbi la consolazione di passare la giornata del Venerdì santo come desideravo. Mai le asperità del Carmelo mi erano sembrate così deliziose, la speranza di andare in cielo mi faceva esultare di letizia. Quando arrivò la sera di quel giorno felice, bisognò riposarsi, ma, come la notte precedente, Gesù misericordioso mi dette lo stesso segno che il mio ingresso nella vita eterna non era lontano… (Teresa di Gesù Bambino, Gli scritti, OCD, Roma 1995, 255s).

So che morirò presto. Ma quando? Ah! Non arriva! Sono come una bimba alla quale promettono sempre un dolce; glielo fanno vedere da lontano… poi, lei si avvicina per prenderlo, la mano si ritira! Però mi abbandono completamente, sia alla vita, sia alla morte. Sono prontissima a guarire per andare in Cocincina, se Dio me lo chiede (Teresa di Gesù Bambino, Gli scritti, OCD, Roma 1995, 319).

Sono come un bimbo alla stazione che aspetta babbo e mamma i quali lo mettano in treno. Ahimè! Non vengono, e il treno parte! Ma ce ne sono altri, di treni, e tutti non li perderò (Teresa di Gesù Bambino, Gli scritti, OCD, Roma 1995, 324)

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