domenica 30 maggio 2010

Santissima Trinità

Continua questo periodo di grandi feste nella Liturgia ed oggi ci troviamo di fronte alla domenica dedicata alla Santissima Trinità. Chi è mai la Trinità? Di cosa si tratta?
Ho fatto la prova, nei giorni scorsi, a rivolgere queste due domande a un po’ di persone: ad alcuni sacerdoti, alle mie colleghe a scuola, ai ragazzi in oratorio, al sacrista, ad una mia vicina di casa; la risposta che ho ricevuto più spesso è stata questa: “La Trinità è un mistero”.
Bisogna dire che hanno ragione: effettivamente la Trinità è un grande mistero. Solo che dobbiamo metterci d’accordo su cosa intendiamo con questa parola, perché spesso in italiano diciamo mistero ed intendiamo qualcosa che non capiamo, qualcosa che ci fa paura.
Ricordo una mia alunna di 9 anni che, una volta, ha usato questa immagine: “ll mistero è come una stanza buia. Non sai cosa c’è dentro. Magari è una bellissima sorpresa, ma siccome non si riesce a vedere, ci fa paura.”
Forse è vero che il mistero fa un po’ paura, ma quando si tratta della Trinità, non deve essere così, perché è un mistero luminoso: un Dio che è unico, ma che è in tre persone, Padre, Figlio e Spirito Santo. Non ci presenta qualcosa di spaventoso o di preoccupante, non ci fa sentire minacciati. Resta mistero solo perché riguarda qualcosa che è molto più grande di noi, qualcosa che la nostra mente non riesce a contenere, ad accogliere fino in fondo. In effetti, facciamo molta fatica a capire quello che la teologia ci dice: se sono tre persone, non possono essere uno solo; ma Dio è unico, allora come possiamo chiamarlo in tre modi? Sono solo suoi nomi diversi o sono tre persone distinte? Lo so, lo so, sembra veramente tutto molto complicato…
Quando frequentavo le scuole superiori, nella mia parrocchia venne un teologo famoso e importante, uno studioso della Bibbia e della Fede. Era stato professore del mio parroco e venne a tenere alcune serate di riflessione partendo dal Catechismo della Chiesa Cattolica, che era stato da poco rinnovato. Quel sacerdote era davvero molto bravo, sapeva parlare in maniera semplice delle cose difficili, così che anche noi ragazzi ascoltavamo volentieri e seguivamo bene i discorsi. La seconda sera parlò anche della Trinità e io cercavo di non perdere neppure una parola. La sera seguente, cominciando il terzo e ultimo incontro, l’anziano teologo chiese se avevamo domande e io, un po’ scoraggiata, alzai la mano e spiegai: “Ecco… veramente… io questa faccenda della Trinità non è che proprio l’ho capita…”
Lui fece un bel sorrisone, che illuminò la sua faccia piena di rughe e mi rispose: “Ragazza mia, meno male! Mi sarei cominciato a preoccupare se mi avessi detto che avevi capito tutto della Trinità! Ma se invece ti senti confusa, è tutto normale! Anche noi che passiamo la vita a studiare e a riflettere sul mistero di Dio, non riusciamo a capirlo e a spiegarlo!”
Sono passati parecchi anni, da allora, e molto spesso mi sono trovata davanti a persone che mi chiedevano di “spiegare la Trinità”. Solo che la Trinità non si spiega. O perlomeno, non si spiega come la definizione di un vocabolario o come il procedimento di un problema di matematica.
Proprio qui sta il punto difficile: finché guardiamo alla Trinità usando la logica della matematica, non ne veniamo a capo, perché se è 3 non può essere 1 e se è 1 non può essere 3! Però nella nostra vita ci sono moltissime cose che non seguono le regole matematiche, ma usano una logica diversa. Per esempio la gioia, che aumenta se la dividi: quando proviamo ad essere felici da soli, non riusciamo mai a provare la stessa immensa gioia di quando possiamo essere felici insieme agli altri. Di solito, se divido qualcosa, per esempio una tavoletta di cioccolata, ne andrà un pezzo per uno: un pezzo, appunto, cioè una parte molto più piccola della tavoletta intera. Con la gioia non è affatto così: più la condividi con gli altri, più ti senti invadere dalla gioia, la senti che ti aumenta dentro!
Anche l’amore segue questo stesso criterio: puoi darne di continuo e non resti mai senza! Se ti offro delle patatine dal mio sacchetto e tu ne prendi un po’, poi ancora un po’, poi ancora un po’ e ancora un altro pochettino, prima o poi il sacchetto si svuoterà e io resterò senza. Con l’amore le cose vanno diversamente: posso continuamente offrire amore e non mi troverò mai con un sacchetto vuoto in mano, non potrà mai succedere che finisca e io resti senza.
La logica che abita la Trinità è simile alla logica della gioia e dell’amore: non si spiega con i numeri o con le operazioni matematiche, ma si accoglie con fede, facendone l’esperienza, invece di cercare di misurarla. Sarà bello il giorno in cui ci troveremo in Paradiso e saremo faccia a faccia con il Signore Dio: tutto sarà chiaro e diremo: “Ecco! Ora finalmente capisco questo mistero della Trinità!”. Per ora, ci fidiamo di Gesù, che sa quello che ci dice, non è vero?
E proprio lui, il nostro Maestro, ci parla di un Dio che è Padre, Figlio e Spirito Santo.
Possiamo partire da qui, credo: possiamo cominciare con il fidarci di quanto il nostro Maestro e Signore ci insegna e possiamo imparare a pregare chiamando per nome ciascuna delle persone della Trinità. È un modo per entrare in confidenza con questo mistero luminoso. Penso che ciascuno possa trovare il suo modo di pregare la Trinità o di invocare il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo.
A me, personalmente, viene spontaneo rivolgermi a Dio Padre quando voglio unire la mia voce a quella di tanti fratelli e sorelle nella fede in Cristo Gesù, quando voglio pregare per un’intenzione che ci accomuna. Nei giorni del terremoto in Abruzzo, per esempio, il cuore si rivolgeva spontaneamente a Dio chiamandolo Padre, di fronte alla sofferenza di tanti fratelli e sorelle, nel desiderio di unire la mia voce alla loro, sentendomi vicina alla paura e al pianto di ognuno.
Quando voglio invece confidare a Dio qualcosa di mio, qualcosa di personale, di intimo, mi viene più immediato rivolgermi al Figlio Gesù: lui che è uomo esattamente come noi, conosce ogni sfumatura di quello che passa nell’animo umano, sa perfettamente le nostre fatiche, le nostre preoccupazioni, le nostre fragilità...Una mia alunna una volta mi ha detto: “Se mi prendono in giro o mi fanno i dispetti, mi arrabbio e vorrei vendicarmi. Allora prego Gesù: anche lui è stato un bambino e anche a lui avranno fatto i dispetti, lo avranno preso in giro… Lui sì che può capirmi!”
Al mattino, mentre cammino nel corridoio della mia scuola, prima di entrare in classe, mi rivolgo allo Spirito Santo: lo prego di accompagnarmi lungo la giornata, di rendere le mie parole semplici e chiare per chi le ascolterà, di aiutarmi a spiegare qualche argomento difficile, di rendere vivace la mia fantasia, la mia creatività, per trovare ogni volta il modo più adatto per raggiungere il cuore e la mente dei miei alunni. Con loro, poi, prima di iniziare la lezione, preghiamo insieme lo Spirito Santo perché renda l’intelligenza ben sveglia e pronta, tenga lontane le distrazioni, dia il coraggio di fare domande quando qualcosa non è chiaro. C’è poi un’altra occasione in cui mi viene spontaneo pregare lo Spirito di Dio: quando sento tutta la fatica di vivere da cristiana. Quando mi pesa perdonare, quando non ho voglia di condividere e aiutare, quando ho paura dei commenti delle persone se dico che prego tutti i giorni… Sono tante le piccole occasioni in cui essere testimoni di Gesù ci costa, diventa faticoso, impegnativo, e ci sentiamo deboli, insicuri: invocare lo Spirito Santo è il modo più facile per avere accanto tutta la forza d’amore di Dio!
Fermiamoci allora un istante, prima di proseguire nella celebrazione. Ognuno, nel silenzio del cuore, rivolga un saluto, un pensiero, un ringraziamento alla Trinità, a Dio Padre, Dio Figlio e Dio Spirito Santo.


Daniela De Simeis (qumran2.net)
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