lunedì 20 aprile 2009

Così come nasce un fiore

Il seme si sentiva oppresso
nella zolla arida ma la terra lo confortava con il suo calore
e la rugiada dissetava la sua arsura.
Timida la prima fogliolina fa capolino fra quelle zolle
si guarda intorno spaurita e
pian piano
ad una ad una altre la seguono
e le si stringono accanto.
Poi fra quelle foglie raggianti compare
una piccola perla.
Si eleva si gonfia e si schiude
sorridendo ai raggi del sole.
Così come nasce un fiore.
Il seme si sentiva oppresso nel suo seno
ma il cuore lo confortava con il suo calore
e le lacrime dissetavano la sua arsura.
Timido il primo sorriso si disegnava
su quel volto mentre pian piano
un fiore sbocciava su quelle labbra
sorridendo ad un altro sole.
Così come nasce un fiore.

sonia

domenica 19 aprile 2009

Nell'Eucarestia il segreto della vita

Lo scopo principale dell'Eucarestia: ridurre tutto nella vita di Gesù. Non è tanto la sua vita che si effonde, quanto è la sua vita che ci assorbe. E' una verità che noi non abbiamo mai considerato, e per questo ci meraviglia tante volte di non sentire la vita eucaristica, e ci stupiamo.
Eppure questo è logico. Direi - anzi - che quanto più è grande la sua dedizione eucaristica, tanto meno la creatura ne sente, perchè allora essa è maggiormente assorbita dalla vita di Gesù. Essa può avvertire in se stessa i frutti della sua presenza, ma quello che Eglifa in un' anima, quando la possiede, non lo avvertirà che molto confusamente, è solo molto umiliata e molto raccolta.
Cerchiamo di intendere bene questo grande mistero e svaniranno tante difficoltà sul Sacramento dell'Amore Eucaristico. Noi, infatti, non sappiamo spiegarci come nella privazione non lo avvertiamo spesso più che nell'abituale comunione.
Rimaniamo perplessi e, tante volte ci passano persino tanti dubbi che discacciamo, ma che rimangono nel fondo dell'anima e sono solo soffocati da un atto di fede.
Gesù si da a noi vivo e vero come parte del suo corpo mistico.Come il cuore manda il sangue a tutti gli organi, e ne attiva le funzioni, così Egli nell'Eucarestia è il Cuore del suo corpo mistico, e fa circolare il Suo Sangue in ogni Suo membro. Noi non siamo più individui isolati, ciascuno per suo conto, nel suo interesse personale; siamo - invece - parte dei un disegno che risponde al suo amore per il Padre, alla manifestazione della sua gloria. Egli quindi cicomunica la sua vita, per renderci in Lui parte attiva di questo disegno, per manifestare in tutta la Chiesa la Gloria di Dio. Ogni fedele è nutrito da Lui, proporzionatamente a questo disegno, ed è assorbito dalla sua vita. Ora, il sangue umano non nutrisce ugualmente tutte le membra del corpo, ma nutrisce il cervello, perchè pensi, ossia sia l'organo materiale del pensiero, nutrisce i capelli perché vegetino, i muscoli perché si muovano, ecc. Noi non ci accorgiamo neppure di questa circolazione; eppure essa è il segreto della nostra vita. Nella stessa maniera la vita eucaristica si diffonde e rende alcune anime contemplative, altre attive, altre vittime; altre tipo e figura di una misericordia speciale di Dio. Ognuna risponde ad un fine speciale del suo amore ed è assorbita da Lui. Guardiamo quel che fa un capitano: egli forma il suo piano di azione, e poi, per mezzo del comando, lo comunica all'esercito schierato. Ogni soldato comunica con il capitano, ma evidentemente, non è il soldato che si serve del capitano, ma questi si serve del soldato. Se è un soldato. Se è un soldato intelligente che ha familiarità col capitano, lo visita , lo serve più fedelmente. Può sentirci più familiarità, può sentirsi più sicuro nelle sue mani, può obbedire ai suoi ordini, e, quasi avverte la sua presenza, anche quando è lontano da lui e deve attraversare un burrone, deve mettersi in una trincea. Di tale natura è precisamente il sentimento che possiamo sentire nell'Eucarestia, quando visitando Gesù, conoscendolo meglio, impariamo ad essere familiari con Lui. Questo diletto è tanto lontano dall'essere la percezione della sua vita.
Oh, se noi penetrassimo nella vita del suo Cuore, se la sentissimo rimarremmo bruciati! Se il soldato non è familiare col capitano, comunica con lui più aridamente; ma basta che comunichi con lui perché serva al suo ammirabile piano.
Egli non se ne accorge neppure, e sotto gli ordini suoi si muove e va dove deve andare, anche quando si sente stanco; anche quando vorrebbe intendere perchè deve andare in quel burrone o in quella trincea.La vita eucaristica ci assorbe in Gesù, ci muove, ci attiva ma sempre in Lui.
E' Gesù che percepisce quello che compie; Egli che ci muove, che utilizza tutto il nostro essere, le nostre miserie, le nostre debolezze, lo stato nostro particolare, ed in ogni atto della nostra vita diffonde Se stesso, e noi rimaniamo nella sua vita: In me manet et ego in eo. Se la sua effusione eucaristica aumenta, questo non avviene già per divertirci, per dilettarci, per consolarci; e per la gloria di Dio che Egli si effonde, ed allora ci assorbe di più nella sua vita per la Gloria di Dio. Noi allora, a secondo dei fini di questa gloria, possiamo sentire in noi anche pena, spasimo, tormento, oscurità, oppressioni, tentazioni, ed Egli lavora mentre in noi si manifestano queste miserie. Una corrente elettrica può rendere incandescente un filo, ma può anche ridurre l'acqua in ghiaccio e solidificarla, come può scomporla e renderla idrogeno ed ossigeno. L'acqua che si agghiaccia prende più consistenza; l'acqua che si scompone par che si distrugga... la stessa corrente produce il fuoco ed il ghiaccio, il corpo solido ed il gas, ed ogni elemento che le si sottopone non può pretendere di diventare solo elettrizzato e mandare scintille; ma deve essere posseduto dalla corrente, secondo quel che serve all'ordine ed alla produzione dell'officina. Così, Gesù, nell'Eucarestia. La Gloria di Dio è il grande fine è il grande fine della sua vita; noi viviamo in Lui per servire a questa solenne glorificazione. Egli nell'Eucarestia si diffonde nelle anime, le assorbe, le attrae nella sua attività, le muove nella sua vita, le utilizza, le purifica, le perfeziona... è un lavoro tutto suo, del quale molto poco un'anima si accorge. E' in Lui che l'armonia di tutte le anime che partecipano alla sua vita diventa armonia di gloria per Dio.Gesù poi in loro si effonde e, secondo le disposizioni con le quali lo ricevono, Egli le abbellise. Gesù è il sole che si riflette nella goccia di ruguada, si divide in vari colori nel prisma; accende là dove è concentrato il suo fuoco, feconda là dove trova germe vitale da sviluppare, uccide là dove trova un germe cattivo da distruggere; illumina, riscalda, e poi svapora l'acqua, e la fa salire verso il cielo in vapori che concentrano in pioggia. Egli, nel darsi ad un'anima, l'assorbe nel piano della sua azione, si effonde in lei secondo le sue disposizioni, la nutrisce. Le meraviglie della sua azione si compiono in Lui solo, l'anima può solo avvertirne un riflesso confuso. Così da una stazione telegrafica non si avverte quel che succede, se no per il ruore che fa il tasto del telegrafo. Un sordo non si accorge neppure di questo rumore. E' in distanza, là dove la corrente è ricevuta che si vede l'effetto e si legge il telegramma. Il tasto, nella stazione trasmittente, si abbassa e stabilisce la comunicazione della corrente; essa è presa dalla stazione ricevente, ed è attiva nel telegrafo, diventando parola.Sicché è Gesù la vita nell'Eucarestia: noi comunichiamo con Lui, per dargli il concorso nostro nel compimento della grande azione di gloria per Dio. Quando ci comunichiamo Egli vive in noi, e noi siamo suo tempio. Tutto il nostro piccolo essere fluisce allora in Lui, ed ogni attività nostra che in noi rimane quale era, la muta in Lui e la utilizza nella sua vita. Non muta il fuoco in se stesso tutto quello che si accosta ad esso? Gesù è come un calore potente che attrae in un punto tutta la circolazione del sangue. Allora noi, anzichè perderci in piccolezze, nel volerlo sentire, nel volerci consolare, dobbiamo pensare solo ad offrirci a Lui coe nullità, che si abbandona all'attività viva e divina del suo amore.
Oh, noi non possiamo intendere che cosa è Gesù nel cuore di una sua creatura!... Ha sete di diffondersi, anzi di assorbire in Sè ogni creatura! Noi vediamo quale torto gli fanno quelle anime che tralasciano una Comunione.
Esse diventano allora come leve di una grande macchina, che non funzionano più, e, per quanto è in loro, fanno una ferita nel corpo mistico, determinano la paralisi di una della sue attività! La creatura per nutrire se stessa può contentarsi di ricevere Gesù, così come ora lo riceve ma, per diventare nelle sue mani strumento della sua azione, deve vivere in Lui Sacramentato come Gesù vive in lei.

È necessario che tu sia "uomo di Dio"

È necessario che tu sia “uomo di Dio”, uomo di vita interiore, uomo di preghiera e di sacrificio. —Il tuo apostolato dev'essere un traboccare della tua vita “al di dentro”. (Cammino, 961)

Vita interiore. Santità nelle occupazioni abituali, santità nelle cose piccole, santità nel lavoro professionale, nei doveri quotidiani...; santità, per santificare gli altri. Un mio conoscente — non ho ancora finito di conoscerlo! — una volta ha sognato di volare a grande altezza con un aereo, ma non all'interno, nella carlinga; si trovava sulle ali. Poveretto! Che sofferenza e che angoscia! Forse il Signore voleva fargli capire che quello è il modo — pieno di imprevisti, di rischiosi scossoni — in cui vanno per le altezze divine le anime con ambizioni apostoliche, ma che mancano di vita interiore o la trascurano: in continuo pericolo di precipitare, soffrendo, insicuri.
E penso, effettivamente, che rischiano seriamente di smarrire la via coloro che si lanciano nell'azione — nell'attivismo — prescindendo dall'orazione, dallo spirito di sacrificio e dai mezzi indispensabili per ottenere una solida vita di pietà: la frequenza ai Sacramenti, la meditazione, l'esame di coscienza, la lettura spirituale, un assiduo rapporto con la Vergine e con gli Angeli custodi...
Tutte queste cose, d'altronde, contribuiscono con insostituibile efficacia a rendere piacevole la giornata del cristiano, perché dalla sua ricchezza interiore stillano dolcezza e felicità divine, come il miele dal favo.
Nell'intimità personale e nel comportamento esterno, nel rapporto con gli altri, nel lavoro, tutti devono riuscire a mantenersi continuamente alla presenza di Dio, in un colloquio — un dialogo — che non si manifesta esternamente. O meglio, che normalmente non si esprime con suono di parole, ma si deve notare dall'impegno e dall'affettuosa diligenza che mettiamo nel portare bene a termine i nostri compiti, importanti o minuti che siano. (Amici di Dio 18-19)

Siate sempre selvaggiamente sinceri

Se il demonio muto — di cui ci parla il Vangelo — si insinua nell'anima, manda tutto in rovina. Invece, se lo si scaccia immediatamente, tutto riesce bene, si va avanti felici, tutto funziona. — Proposito fermo: “sincerità selvaggia” nella direzione spirituale, unita a una delicata educazione... e che tale sincerità sia immediata. (Forgia, 127)

Torno a dire che tutti abbiamo miserie. Ma le nostre miserie non devono mai allontanarci dall'Amore di Dio, anzi, ci faranno trovare rifugio nell'Amore, ci introdurranno in seno alla bontà divina, come i guerrieri antichi si introducevano nella loro armatura. Quel grido: Ecce ego, quia vocasti me [1 Sam 3, 6 e 8] — mi hai chiamato, eccomi! —, è la nostra difesa.
Non dobbiamo allontanarci da Dio quando scopriamo le nostre fragilità; possiamo combattere le nostre miserie, proprio perché Dio confida in noi.
Come potremo superare tali meschinità? Torno ad insistere perché il punto è di capitale importanza: con l'umiltà e la sincerità nella direzione spirituale e nel sacramento della Penitenza. Andate con cuore aperto da chi ha il compito di orientare la vostra anima; non chiudetelo, perché se vi entra il demonio muto, poi è difficile scacciarlo.
Perdonate la mia insistenza, ma ritengo imprescindibile che si incida a fuoco nella vostra intelligenza che l'umiltà e — sua conseguenza immediata — la sincerità uniscono fra loro tutti gli altri mezzi e sono fondamento di efficacia per la vittoria. Se il demonio muto entra in un'anima, manda tutto in rovina; invece, se lo si getta fuori immediatamente, tutto riesce bene, la vita procede rettamente.
Cerchiamo allora di essere sempre 'brutalmente' sinceri, senza essere imprudenti o maleducati.
Voglio che sia chiara una cosa: il cuore e la carne non mi preoccupano tanto quanto mi preoccupa la superbia. Siate umili.
Quando pensate che la ragione sia tutta dalla vostra parte, significa che non ne avete nemmeno un briciolo.
Andate alla direzione spirituale con l'anima aperta; non chiudetela, perché — ripeto — vi entrerebbe il demonio muto, che è difficile poi da sloggiare.
Ricordatevi di quel povero indemoniato che i discepoli non riuscirono a liberare. Solo il Signore ottenne la sua liberazione, con orazione e digiuno. In quell'occasione il Maestro operò tre miracoli: il primo, ridare l'udito, perché quando siamo dominati dal demonio muto l'anima rifiuta di ascoltare; il secondo, ridare la parola; e il terzo, cacciare il demonio. (Amici di Dio, 187-188)

Amiamo la direzione spirituale

Apristi sinceramente il cuore al tuo Direttore, parlando alla presenza di Dio..., e fu meraviglioso comprovare come da te stesso trovavi risposta adeguata ai tuoi tentativi di evasione. Amiamo la direzione spirituale! (Solco, 152)

Conoscete a menadito gli obblighi del vostro cammino di cristiani, che vi condurranno senza sosta e con calma alla santità; siete anche premuniti contro le difficoltà, contro tutte le difficoltà, che si intuiscono fin dai primi passi della strada.
Adesso insisto sull'esigenza di farvi aiutare, guidare, da un direttore di coscienza al quale confidare tutte le vostre sante aspirazioni e i problemi quotidiani che riguardano la vostra vita interiore, le sconfitte che potete incontrare e le vittorie.
Nella direzione spirituale siate sempre molto sinceri: non permettetevi di tacere qualcosa, aprite completamente la vostra anima, senza paura e senza vergogna. Guardate che, in caso contrario, questo cammino tanto agevole e accessibile si aggroviglia, e ciò che all'inizio non era niente, finisce per diventare un nodo soffocante. Quando uno cade non si tratta mai di una disgrazia improvvisa. I casi sono due: o una formazione difettosa fin dalle origini lo ha messo per una via sbagliata, oppure una prolungata negligenza ha indebolito a poco a poco la sua virtù e fatto crescere i vizi: quella dolorosa caduta è l'effetto di uno di questi stati...
Una casa non crolla mai all'improvviso. Sarà un difetto del fondamento, tanto antico quanto la costruzione, sarà la trascuratezza degli abitanti che ha lasciato penetrare l'acqua a goccia a goccia finché questa ha fatto marcire le travi del tetto e poi, col progredire del tempo, ha formato aperture più grandi e incrinature più pericolose [Cassiano, Collationes, 6, 17].
Ricordate la storiella dello zingaro che andò a confessarsi? È solo una storiella, una barzelletta, perché delle confessioni vere non si parla mai, e poi anche perché ho molta stima per gli zingari. Poveretto! Era veramente pentito: Signor curato, mi accuso di aver rubato una cavezza... — niente di grave, vero? —; dietro c'era attaccato un mulo...; e dietro un'altra cavezza, e un altro mulo... E così via, fino a venti. Figli miei, la stessa cosa può accadere anche a noi: ci concediamo la cavezza, e dietro viene il resto, una carovana di cattive inclinazioni, di miserie che immeschiniscono e fanno arrossire; e la stessa cosa avviene nei rapporti con gli altri: si comincia con un piccolo sgarbo, e si finisce per voltare le spalle al prossimo, nella più gelida indifferenza. (Amici di Dio, 15)

Santa Caterina di Svezia

Catarina Ulfsdotter, meglio conosciuta col nome di Caterina di Svezia, era la secondogenita degli otto figli di s. Brigida. Questa grande mistica svedese, che molta influenza ebbe nella storia, nella vita e nella letteratura del suo Paese, fu la fondatrice, nel 1369, dell'Ordine del Ss. Salvatore di Santa Brigida (gli appartenenti a quest’ordine sono chiamati brigidini o brigidine).
Caterina, nata nel 1331, in giovanissima età si era maritata con Edgarvon Kyren, nobile di discendenza e soprattutto di sentimenti, poiché acconsentì al desiderio della giovane e graziosa consorte di osservare il voto di continenza, anzi, con commovente emulazione nella pratica della cristiana virtù della castità, si legò egli stesso a questo voto.
Nell'anno santo 1350 si recò a Roma insieme con un gruppo di pellegrini per lucrare il giubileo; vi rimase poi per condividere la vita della madre nella casa di Piazza Farnese, tanto più che era stata raggiunta dalla notizia della morte del marito in Svezia, avvenuta il giovedì santo di quell'anno.
Da questo momento la vita delle due straordinarie sante scorre sullo stesso binario: la figlia partecipa con totale dedizione all'intensa attività religiosa di s. Brigida. Questa aveva creato in Svezia una comunità di tipo cenobitico, nella cittadina di Vadstena, per accogliervi in separati conventi di clausura uomini e donne sotto una regola di vita religiosa ispirata al modello del mistico s. Bernardo di Chiaravalle.
Durante il periodo romano Caterina fu costantemente accanto alla madre, nei lunghi pellegrinaggi intrapresi, spesso tra gravi pericoli, dai quali le due sante non sarebbero uscite indenni senza un intervento soprannaturale. (S. Caterina viene spesso rappresentata accanto ad un cervo, che, secondo la leggenda, più volte sarebbe comparso misteriosamente per trarla in salvo).
Dopo la morte della madre, avvenuta il 23 luglio 1373, Caterina accompagnò le reliquie che vennero riportate a Vadstena; qui entrò monaca nel monastero brigidino, di cui fu la prima Badessa. Fu di nuovo a Roma per ottenere l'approvazione della Regola dell'Ordine del Ss. Salvatore e per partecipare al processo di canonizzazione di sua madre: in questa occasione si mostrò « vera figlia di S. Brigida », come ebbe a chiamarla il Papa per la sua eloquenza.
A Roma, narra una tradizione leggendaria, Caterina avrebbe prodigiosamente salvato la città dalla piena del Tevere, che aveva già abbattuto gli argini; l'episodio è raffigurato in un dipinto conservato nella cappella a lei dedicata nell'abitazione di piazza Farnese.
Tornò a Vadstena, ormai sfinita e malata: vi morì il 24 marzo del 1381; le spoglie, tumulate nella chiesa del monastero, divennero oggetto di grande venerazione popolare.
Caterina di Svezia fu proclamata santa da Pp Innocenzo VIII nel 1484.

sabato 18 aprile 2009

San Diego di Alcalà

Alcalá del Puerto, Siviglia, ca. 1400 - Alcalá de Henares, Madrid, 12 novembre 1463

Condusse una vita di preghiera e di penitenza. Entrò in un convento di Frati Minori a Coroba, quando la sua fama di santità gli impedì di vivere in solitudine e penitenza. Venne inviato nel convento di Fuerteventura, nelle isole Canarie, e qui lavorò con parecchio impegno per convertire coloro che credevano nell'idolatria.
Fu così bravo da ricevere la carica di guardiano, pur non essendo sacerdote.
Si recò a Roma e anche lì ebbe modo di manifestare la sua carità in occasione di un'epidemia che colpì tutta la città: qui si prodigo in tutte le maniere per l'assistenza spirituale e materiale dei malati.

La banca dell'amore

Santa Teresa del Bambin Gesù (1873-1897), carmelitana, dottore della Chiesa
Lettera 142

« I miei pensieri non sono i vostri pensieri », dice il Signore (Is 55, 8). Il merito non consiste nel fare né nel dare molto, ma piuttosto nel ricevere, nell'amare molto. È detto che vi è più dolcezza nel dare che nel ricevere (At 20, 35), ed è vero. Ma allora, quando Gesù vuole prendere per sè la dolcezza di dare, non sarebbe grazioso rifiutare. Lasciamolo prendere e dare quanto vorrà. Infatti la perfezione consiste nel fare la sua volontà, e l'anima che si consegna interamente a lui viene chiamata da Gesù stesso « sua madre, sua sorella » e tutta la sua famiglia (Mt 12, 50).
E altrove : « Se uno mi ama, osserverà la mia parola, cioè farà la mia volontà, e il Padre mio lo amerà e noi verremo a lui e prenderemo dimora presso di lui » (Gv 14, 23). Oh ! Com'è facile piacere a Gesù, rapire il suo cuore, basta amarlo senza guardare sè stessi, senza esaminare troppo i propri defetti. In questo momento, la tua Teresa non si trova sulle alture, ma Gesù le insegna a trarre profitto da tutto, dal bene come pure dal male che lei trova in sé. Le insegna a giocare alla banca dell'amore, o piuttosto, no, gioca lui, per lei, senza dirle come ci sa fare, perché questo è affar suo e non quello di Teresa ; ciò che spetta a lei, è abbandonarsi, consegnarsi senza trattenere nulla, nemmeno la soddisfazione di sapere quanto la banca le rende…
Infatti i direttori per far progredire nella perfezione, fanno fare molti atti di virtù, e hanno ragione.
Ma il mio direttore che è Gesù, non mi insegna a contare i miei atti ; mi insegna a fare tutto per amore, a non rifiutargli niente, ad essere contenta quando mi dà un'occasione di dargli prova che lo amo.
Ma questo si fa nella pace, nell'abbandono. Gesù fa tutto lui, ed io non faccio niente.

vantaggi delle pazienza

San Cipriano (circa 200-258), vescovo di Cartagine e martire

“La carità è paziente; è benigna la carità... tutto crede, tutto spera, tutto sopporta” (1 Cor 13, 7). L’apostolo Paolo ci fa vedere così che essa può perseverare tenacemente per il fatto che sa sopportare tutto. E altrove “Sopportandovi a vicenda con amore, cercando di conservare l’unità dello Spirito per mezzo del vincolo della pace” (Ef 4, 2).
Con ciò ha voluto dimostrare che non si può conservare né l’unità né la pace se i fratelli non si sostengono vicendevolmente con la mutua sopportazione e non serbano il vincolo della concordia con l’aiuto della pazienza. Cosa dire ancora se non di non giurare, né maledire, di non richiedere ciò che ci viene preso, di porgere l’altra guancia a chi ci percuote, di perdonare al fratello che ha peccato, non soltanto settante volte sette, ma pure di rimettergli tutti i suoi torti, di amare i nemici, di pregare per i avversari e quanti ci perseguitano.
Come riusciremo a compiere tutto questo se non siamo tenacemente pazienti, toleranti? Questo fece santo Stefano quando, lungi dal gridare vendetta, domandò la grazia per i suoi carnefici dicendo: “Signore, non imputar loro questo peccato” (At 7, 60).

San Giovanni da Capestrano

Giovanni nacque a Capestrano (AQ) il 24 giugno 1386 da un barone tedesco e una madre abruzzese. Studiò a Perugia dove si laureò in diritto civile ed ecclesiastico. Divenuto uno stimato giurista, fu nominato governatore della città da Ladislao di Durazzo e, in seguito, imprigionato quando la città fu occupata dai Malatesta. In carcere ebbe luogo la sua conversione. Una volta libero, fece annullare il suo matrimonio e prese i voti nel convento francescano di Assisi. Da sacerdote condusse la sua attività apostolica in tutta l'Europa settentrionale ed orientale, in particolare in Ungheria. La sua predicazione era volta al rinnovamento dei costumi cristiani ed a combattere l'eresia.
Aveva settant'anni quando fu incaricato dal Papa Callisto III, nel 1456, insieme ad alcuni altri frati, di predicare la Crociata contro l'Impero Ottomano che aveva invaso la penisola balcanica. Percorrendo l'Europa orientale, Giovanni riuscì a raccogliere decine di migliaia di volontari, alla cui testa partecipò all'assedio di Belgrado nel luglio di quell'anno.
Egli incitava i cristiani, che combattevano, ad avere fede nel nome di Gesù. "Sia avanzando che retrocedendo - gridava - sia colpendo che colpiti, invocate il Nome di Gesù. In Lui solo è salute!". Per undici giorni e undici notti non abbandonò mai il campo; l'esercito turco fu messo in fuga e lo stesso sultano Maometto II venne ferito.
Questa, però, doveva essere la sua ultima fatica di combattente. Tre mesi dopo, il 23 ottobre, moriva a Villaco, nella Schiavonia (oggi Austria), consegnando ai suoi fedeli la Croce, emblema di Cristo Re, che egli aveva servito, fino allo stremo delle sue forze.
Venne canonizzato il 16 ottobre del 1690 da papa Alessandro VIII.

Sant'Antonio Maria Claret

Nacque a Sallent, nella diocesi spagnola di Vic, nel 1807.
In giovane età si sentiva attratto dalla vita contemplativa e avrebbe voluto farsi certosino, ma ne fu sconsigliato da un sacerdote che intuì le sue grandi doti missionarie.
Ordinato sacerdote, per diversi anni percorse la Catalogna predicando al popolo. Fondò la Congregazione dei Missionari Figli del Cuore Immacolato di Maria (Claretiani) nel 1849 e, fatto vescovo nell'isola di Cuba, si adoperò con grande impegno per la salvezza delle anime. Guardò con particolare simpatia al mondo degli artisti, per i quali fondò addirittura un'accademia intitolata a S. Michele.
Nel 1870 presso Fontfroide (Francia), terminò i suoi giorni nel bacio del Signore.
Pio XII lo incluse nell'albo dei santi durante l'anno santo 1950.
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Dalle «Opere» di sant'Antonio Maria Claret, vescovo
Mossi dal fuoco dello Spirito Santo, gli apostoli percorsero tutta la terra. Accesi dallo stesso fuoco i missionari apostolici raggiunsero, raggiungono e raggiungeranno i confini del mondo da un polo all'altro della terra per annunziare la parola di Dio, così da poter giustamente applicare a sé quelle parole dell'apostolo Paolo: «L'amore di Cristo ci spinge» (2 Cor 5, 14).
La carità di Cristo ci sprona, ci spinge a correre e a volare, portati sulle ali di un santo zelo. Chi ama davvero, ama Dio e il prossimo. Chi é davvero zelante é anche amante, ma in un grado più alto, secondo il grado dell'amore; di modo che quanto più arde d'amore, tanto più é spinto dallo zelo. Se qualcuno non ha zelo, questo sta a testimoniare che nel suo cuore l'amore e la carità sono spenti. Chi é zelante, brama e compie cose sublimi e lavora perché Dio sia sempre più conosciuto, amato e servito in questa e nell'altra vita. Questo santo amore, infatti non ha fine.
La stessa cosa fa con il prossimo.
Desidera e procura sollecitamente che tutti siano contenti su questa terra e felici e beati nella patria celeste; che tutti si salvino, che nessuno si perda per l'eternità, né offenda Dio e resti, sia pure un istante, nel peccato. Così fecero i santi apostoli e tutti quelli che furono mossi da spirito apostolico.Io dico a me stesso: Il figlio del Cuore immacolato di Maria é una persona che arde di carità e dovunque passa brucia. Desidera effettivamente e si dà da fare con tutte le forze per infiammare gli uomini con il fuoco dell'amor divino. Non si lascia distogliere da nulla, gode delle privazioni, affronta le fatiche, abbraccia i travagli, si rallegra delle calunnie, é felice nei tormenti. A null'altro pensa se non come seguire Gesù Cristo e imitarlo nella preghiera, nella fatica, nella sopportazione e nel cercare sempre e solo la gloria di Dio e la salvezza delle anime.
(L'Egoismo vinto, Roma 1869, 60).

Il silenzio

Nel silenzio vivo
Il silenzio è mitezza
quando non rispondi alle offese,
quando non reclami i tuoi diritti,
quando lasci la tua difesa a Dio.
Il silenzio è misericordia
quando non infierisci sulle colpe dei fratelli,
quando dimentichi senza frugare nel passato,
quando il tuo cuore non condanna, ma perdona.
Il silenzio è pazienza
quando soffri senza lamentarti,
quando non cerchi d'esser consolato, ma consoli,
quando attendi che il seme germogli lentamente.
Il silenzio è umiltà
quando accogli nel segreto il dono di Dio,
quando non opponi resistenza all'arroganza,
quando lasci ad altri la gioia e il merito.
Il silenzio è fede
quando ti fermi a contemplare il suo volto,
quando ascolti la sua presenza nella bufera,
quando taci, perché egli parli al tuo cuore,
il silenzio è adorazione
quando non chiedi il "perché" nella prova,
quando t'immergi nella sua volontà,
quando dici: "Tutto è compiuto".

p. Frederick William Faber

giovedì 16 aprile 2009

L’uomo non è padrone dell’eternità

mons. Luciano Alimandi
Quanti talenti ognuno di noi ha ricevuto e riceve dal Signore, chi potrà mai calcolarli! A partire dal dono della vita, la nostra esistenza su questa terra è cosparsa di tanti “doni-talenti”, naturali e soprannaturali, che il buon Dio ci affida, affinché, anzitutto per il nostro bene, essi vengano fatti fruttificare, vivendoli e mettendoli al servizio di Chi ce li ha dati e del prossimo.
Come il Santo Padre Benedetto XVI ha affermato, i talenti si moltiplicano nel momento in cui si condividono con gli altri: “sì, ciò che Cristo ci ha donato si moltiplica donandolo! E’ un tesoro fatto per essere speso, investito, condiviso con tutti, come ci insegna quel grande amministratore dei talenti di Gesù che è l’apostolo Paolo” (Benedetto XVI, Angelus del 16 novembre 2008).
Si moltiplica il talento: della “preghiera” se si prega; della “fede” se si testimonia; dell’ “amore” se si ama; della “consolazione” se si consola; della “misericordia” se si perdona…
L’elenco potrebbe continuare e diventare lunghissimo, perché il Signore non è “misurato”, come siamo noi, nel donare e, soprattutto, nel donarSi. La sua unica misura è quella di non averne una. Sono le Sue creature che, con le scelte di vita, decidono di moltiplicare o di sotterrare i talenti-doni, che Lui offre loro con tale longanimità e magnanimità. “Signore cosa vuoi che io faccia”? Quanto discernimento è necessario per scoprire il talento della propria “vocazione”! Questo talento, dopo quello della vita, è il più prezioso, perché, se si imbocca la strada giusta, quella per la quale il Signore mi ha creato e chiamato, allora i doni che Egli ha riservato per me, che ha inscritto nella storia della mia vocazione, si potranno sviluppare proprio a misura di questa chiamata. Se un giovane percepisce nel suo cuore che il Signore lo sta chiamando al sacerdozio e, dopo tanta preghiera, giunge a scoprire che è quello il “talento” centrale della sua vita e si decide per Gesù, cammin facendo vedrà con i suoi stessi occhi quanto, quel talento, porterà frutto per sé e per tutti gli altri. E qual è il frutto più bello, il premio più ambito? Gesù stesso! Lui è lo scopo dei nostri talenti. Sia che siamo chiamati al sacerdozio, sia ad un’altra vocazione, tutti noi cristiani dovremmo avere come meta finale, assoluta, il Signore Gesù.
Benedetto XVI, sempre commentando la parabola dei talenti nell’Angelus citato, ha detto: “la Parola di Dio di questa domenica … parla di ‘un uomo che, partendo per un viaggio, chiamò i suoi servi e consegnò loro i suoi beni’ (Mt 25,14). L’uomo della parabola rappresenta Cristo stesso, i servi sono i discepoli e i talenti sono i doni che Gesù affida loro. Perciò tali doni, oltre alle qualità naturali, rappresentano le ricchezze che il Signore Gesù ci ha lasciato in eredità, perché le facciamo fruttificare: la sua Parola, depositata nel santo Vangelo; il Battesimo, che ci rinnova nello Spirito Santo; la preghiera – il ‘Padre nostro’ – che eleviamo a Dio come figli uniti nel Figlio; il suo perdono, che ha comandato di portare a tutti; il sacramento del suo Corpo immolato e del suo Sangue versato. In una parola: il Regno di Dio, che è Lui stesso, presente e vivo in mezzo a noi”.
Gesù è il Talento per eccellenza. Egli si consegna a ciascuno di noi, a partire dal battesimo, e noi decidiamo se farLo crescere nella nostra vita, come una vite unita al tralcio: “come il tralcio non può far frutto da se stesso se non rimane nella vite, così anche voi se non rimanete in me” (Gv 15, 4). Il segreto per far fruttificare il Talento ed i talenti, lo insegna sempre Gesù: “se qualcuno vuol venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce ogni giorno e mi segua” (Lc 9, 23). Se su questo cammino pensiamo di fare i “furbi”, di poter, cioè, vivere solo in apparenza l’appartenenza a Cristo, allora accadrà che: non vedremo e non si vedranno i frutti; la nostra amicizia con Gesù non fiorirà; non saremo dei “conquistati” da Cristo, anzi cercheremo di essere noi a conquistare Lui; non saremo dei “servi”, ma prenderemo, forse, il posto dei padroni, padroni della propria vita e anche di quella degli altri… Con una logica egoistica si va decisamente fuori strada, perché nessuno può ingannare Dio. Il Vangelo ci testimonia che in varie occasioni, scribi e farisei, hanno cercato di ingannare Gesù, pensando che Questi fosse un uomo fallibile come loro. Si sono terribilmente sbagliati. Si possono ingannare gli altri e perfino se stessi, ma il Signore no! E’ la vita a parlare e alla fine della nostra esistenza saranno le nostre opere che ci giudicheranno: se avremo donato la vita, la vocazione e i talenti a Gesù, per la salvezza nostra e delle anime, allora riceveremo da Lui il premio eterno; se siamo stati avari, di noi stessi e dei doni ricevuti, se abbiamo sotterrato la nostra vocazione, allora, come il ricco epulone, saremo nei tormenti (cfr. Lc 16, 19-31). Quante parole di Gesù ci parlano della ricompensa data ai giusti e della pena riservata ai malvagi! Non ci si può illudere in nessun modo: Dio è misericordioso, ma è anche giusto: “con la misura con cui misurate, sarà misurato a voi in cambio” (Lc 6, 38). Oltre a questo brano, sulla giustizia divina, se ne potrebbero citare talmente tanti altri, che si resterebbe col fiato sospeso al rendersi realmente conto di come saremo giudicati. La vera misura del cristiano, delle sue scelte e dei suoi desideri, è la vita eterna, che già comincia quaggiù. Sono le cose di Lassù che devono essere a fondamento delle cose di quaggiù, perché sono quelle che decidono la bontà di queste e non viceversa. È Dio che alla fine dei tempi giudicherà gli uomini, anche se qui, nel tempo, spesso sono gli uomini che giudicano Dio! Per questo, il cristiano non può fare a meno di invocare, ogni giorno, per sé e per tutti, la clemenza divina, rivolgendosi alla Mediatrice del genere umano, la Vergine Santissima, con le parole dell’Ave Maria: “… Santa Maria, Madre di Dio, prega per noi peccatori, adesso e nell’ora della nostra morte, amen!” (Agenzia Fides 19/11/08)

Novena alla Medaglia Miracolosa

Iniziare la novena giornaliera con :

1 Segno della croce
2 Atto di contrizione : Mio buon Gesù che per me sei morto sulla croce,abbi pietà di me,perdona i miei peccati e dammi la grazia di non peccare mai più.
3 Lettura del giorno
4 Supplica alla Madonna

NOVENA DELLA MEDAGLIA MIRACOLOSA:
preghiera da ripetersi nei nove giorni precedenti la ricorrenza della Medaglia del 27 novembre (esattamente dal 18 al 26 novembre)

1-O Vergine Immacolata della Medaglia Miracolosa, che, mossa a pietà dalle nostre miserie scendesti dal cielo per mostrarci quanta parte prendi alle nostre pene e quanto ti adoperi per stornare da noi i castighi di Dio e ottenerci le Sue grazie, muoviti a pietà della presente nostra necessità; consola la nostra afflizione e concedici la grazie che ti domandiamo.
Salve Regina; O Maria concepita senza peccato, prega per noi che ricorriamo a te!
2-O Vergine Immacolata della Medaglia Miracolosa che quale rimedio a tanti mali materiali e spirituali che ci affliggono, ci hai portato la tua Medaglia affinché fosse difesa delle anime, medicina dei corpi e conforto di tutti i miseri, ecco che noi la stringiamo riconoscenti sul nostro cuore e ti domandiamo per essa di esaudire la nostra preghiera.
Salve Regina; O Maria concepita senza peccato, prega per noi che ricorriamo a te!
3-O Vergine Immacolata della Medaglia Miracolosa, tu hai promesso che grandi sarebbero state le grazie per i devoti della tua Medaglia che ti avessero invocata con la giaculatoria da te insegnata; ecco, o Madre, noi pieni di fiducia nella tua parola, ricorriamo a te e ti domandiamo, per la tua Immacolata Concezione, le grazie di cui abbiamo bisogno.
Salve Regina; O Maria concepita senza peccato, prega per noi che ricorriamo a te!
Buona preghiera

Preghiere del mattino

1) Dio, Padre di tutti gli uomini, ci hai donato la terra perché lapreserviamo e la usiamo per soddisfare i nostri bisogni materiali.
Ogni giorno, in mille maniere diverse, ci apprestiamo a coltivarla e asfruttarla per il nostro sostentamento. Fa' che il mio dovere non sia perme soltanto un peso da portare, conseguenza del peccato originale, ma che mi dia anche la gioia e la soddisfazione di rendermi utile al prossimo eall'umanità tutta. Fa' che il successo delle mie opere sia là a provare che la mia vita ha un senso. Ti affido il mio lavoro e i miei doveri. Che il tuo ordine governi l'economia e la società, grazie al contributo di uomini intelligenti, affinché nessuno manchi del necessario né perda coraggio per ragioni strettamente materiali.

2) Signore, vorrei rendermi utile agli altri. Come loro, mi attribuisco del merito nella misura in cui mi sento utile a qualcosa. In famiglia e nel lavoro, il raggiungimento degli obiettivi che via via mi propongo mi conferma sulla ragionevolezza del mio sforzo e sul senso della mia vita.
Concedimi, te ne prego, di riuscire nel mio lavoro e nelle mie molteplici attività. Ma impedisci che il successo mi renda troppo sicura di me.
Perché allora il ritornare a te non sarebbe senza dolore. Ahimé, la mia povertà e la mia disperazione mi spingono a cercare la tua presenza; e, invece, sui sentieri facili e belli rischio sempre di dimenticarmi di te.

3) Mi prostro nell'adorazione, o Cristo, splendore della sapienza eterna, pura immagine del Padre, "immagine della sua bontà". Rinnova ogni cosa e concedici il tuo Spirito di santità. Hanno voluto spegnere te, viva fiamma d'amore che nulla può soffocare. Tu hai attraversato le angosce della morte, ma ti so vivo e io, immerso nel tuo sangue nel battesimo, ne sono uscito rivestito del tuo splendore. Una stessa purezza di vita ha conferito, per pura grazia, un particolare ordine alla nostra relazione. Solo il mio peccato può infrangerlo. Custodiscimi tutto il giorno nel tuo cuore.

4) "Tu sei l'autore della bellezza", scrive il Saggio.
Questa fiamma d'amore, raggio della tua gioia eterna, l'annuncia il firmamento. "Non vi sono parole"; ciò nondimeno un fuoco arde il cuore di chiunque sappia leggere le primizie del tuo splendore. Chi potrà, senza scuse, non riconoscere la tua grandezza identificabile nel più piccolo atomo di vita? Chi non sente il profumo della tua presenza che si palesa ai cuori che ti contemplano? Chi rifiuterebbe di indurre, davanti a tanti capolavori, l'evidente realtà dell'Invisibile?

5) "Tu vuoi usare a tutti misericordia". Sta arrivando quel giorno ineffabilein cui tutti riconosceranno "la profondità della ricchezza, della sapienzae della scienza di Dio". Questa speranza si fa strada in ogni popolo. Iltuo Spirito non è forse all'opera presso intere folle, come a loroinsaputa? Chi non vorrebbe essere oggetto di un amore durevole che perdonatutto? Signore, la prospettiva di questo giorno di misericordia facciaoggi affluire nei nostri cuori, in nome di coloro che non fanno chepresagirlo, canti di allegria e di riconoscenza.

6) Signore, in questo giorno di gioia celeste, ti benediciamo per tutti coloro che hai riscattato per mezzo del tuo sangue, e che condividono la tua gloria nella visione a faccia a faccia, e ti conoscono come tu li hai conosciuti durante il loro pellegrinaggio sulla terra. Noi ti benediciamo per la beata speranza che è in noi di poter condividere le sorti di questa folla immensa di santi, di spiriti beati, e di tutti coloro che sono giunti fino al trono della tua gloria, che ti cantano senza sosta e partecipano all'indicibile felicità che è in te, Santa Trinità. Concedici di vedere i cieli aperti come hai promesso, e che la gloria del mondo che verrà ci aiuti a sopportare con gioia tutte le tristezze di questo mondo, e a considerare tutte le cose come passeggere.

Santi tutti del Paradiso pregate per noi e per tutti i nostri cari.

da Maria M.

Se non vi convertirete, perirete

Guglielmo di Saint-Thierry (circa 1085-1148), monaco benedettino poi cistercense
Orazioni meditative, n° 5 ; SC 324, 99

Povero me, la mia coscienza mi accusa senza sosta, senza che la verità possa scusarmi dicendo: non sapeva quello che faceva. Perdona dunque, Signore, al prezzo del tuo prezioso sangue, tutti i miei peccati nei quali sono caduto, coscientemente o incoscientemente... Sì, Signore, ho veramente peccato, volontariamente e molto.
Dopo aver ricevuto la conoscenza della tua verità, ho offeso lo Spirito di grazia; eppure, durante il mio battesimo, egli mi aveva concesso gratuitamente la remissione dei peccati. Ma io, dopo aver ricevuto la conoscenza della tua verità sono tornato ai miei peccati, «come il cane al suo vomito» (2 Pt 2,2; Pr 26,11).
O Figlio di Dio, ti ho forse calpestato rinnegandoti? Eppure non posso dire che Pietro, rinnegandoti ti abbia calpestato, lui che ti amava così ardentemente, anche se ti ha rinnegato una volta, due volte, tre volte... Anche la mia fede Satana l'ha cercata, per vagliarla come il grano; ma la tua preghiera è scesa fino a me, sicché la mia fede non è venuta mai meno (Lc 22,31-32), non ti ho abbandonato... Sai quanto io abbia sempre voluto aderire alla fede in te; tu dunque, custodiscimi in questa volontà fino alla fine.
Sempre ho creduto in te..., sempre ti ho amato anche quando ho peccato contro di te. Mi rammarico dei miei peccati, fino a morirne. Ma del mio amore non ho nessun rammarico, se non quello di non averti amato quanto avrei dovuto.

Date a Dio ciò che è di Dio

mons. Luciano Alimandi
Quando il Signore Gesù esorta a “rendere a Dio ciò che è di Dio”, non sta chiedendo poco! Infatti è solo “donando che si riceve” e ciò vale innanzitutto nella nostra fondamentale relazione con Dio: per donare all’uomo tutto di Sé, Dio chiede all’uomo di mettere nelle Sue mani ciò che egli è! Quante volte la Sacra Liturgia che celebriamo guida i nostri cuori e le nostre menti a implorare questo “ammirabile scambio”: noi diamo a Dio la nostra povertà, affinché Egli ci doni la Sua ricchezza!A Dio appartiene non solamente una parte di noi, ma la totalità del nostro essere.
Ad una lettura veramente profonda dell’esistenza umana, che è solo possibile alla luce della fede in Dio Padre, ci si rende conto che al Signore della Vita, appartiene tutta la vita. Guardando alla vita, non si può pensare che appartenga al Signore solamente una parte di essa, quasi che quando si era bambini era logico affidarsi e donarsi al Signore, mentre diventati grandi ci si senta “capaci” di vivere in una sorta di “autonomia” da Dio. In effetti, non raramente così si pensa e si vive, ma la vita, quel soffio di vita che scorre in ciascuno di noi, dal primo all’ultimo istante dell’esistenza terrena, non ce lo dona forse il Datore della Vita, non è forse Lui che ci mantiene nell’esistenza continuamente? “Se nascondi il tuo volto, vengono meno, togli loro il respiro, muoiono e ritornano nella loro polvere. Mandi il tuo spirito, sono creati, e rinnovi la faccia della terra” (Sal 103, 29-30). La vita, l’intera vita umana e soprannaturale, è un grande mistero, perché fluisce direttamente da Dio, che è la Sorgente della vita: “è in Te la sorgente della vita, alla tua luce vediamo la luce” (Sal 35,10). Dio, però, ce l’ha donata insieme alla libertà, per questo l’uomo, ogni uomo, è totalmente libero di dare o non dare, a Dio, ciò che Gli appartiene.
Vincendo il proprio egoismo, rientrando in se stesso, l’uomo può riconoscere che, senza Dio, è nulla, che la vita ha un senso solo se vissuta insieme con Lui.Un vero credente non potrà che ripetere insieme a S. Paolo: “che cosa mai possiedo che non abbia ricevuto? E se l’ho ricevuto, perché me ne vanto come se non l’avessi ricevuto?” (1Cor 4, 7). Queste parole valgono innanzitutto per la stessa esistenza umana! Abbiamo ricevuto da Dio la capacità di pensare e di volere, di desiderare e di amare, di immaginare e di progettare… questi straordinari talenti non sono un nostro “prodotto”, né sono “figli del caso”, ma ce li ha dati Lui! Ora l’invito di Gesù è chiaro: “rendi a Dio ciò che è Suo”!
Non ti appropriare di quello che non ti appartiene, ma offrilo a Chi te lo ha dato! Nella parabola dei dieci talenti (Mt 25, 14-30), Gesù esorta i suoi discepoli a mantenersi vigilanti in questa vita, facendo fruttificare tutti i talenti che hanno ricevuti dal loro “Padrone”.
Questi talenti devono ritornare nelle mani di Chi li ha donati, affinché la vita raggiunga la meta divina! “Riconoscete che il Signore è Dio; egli ci ha fatti e noi siamo suoi, suo popolo e gregge del suo pascolo” (Sal 99, 3)! La vigilanza, insieme alla preghiera, è di assoluta importanza per mantenersi nella verità, per riconoscere tutto ciò che Dio ci dona, che la Sua Divina Provvidenza ci confida quaggiù. Santa Teresa di Gesù, nella sua magistrale opera del “Castello Interiore”, dice chiaramente che la “porta del castello”, cioè della propria anima, “è l’orazione”: “ora pretendere di entrare in cielo senza prima entrare in noi stessi per meglio conoscerci e considerare la nostra miseria, per vedere il molto che dobbiamo a Dio e il bisogno che abbiamo della sua misericordia, è una vera follia” (Castello Interiore, seconde mansioni, n. 11). Ecco perché è necessario, come ci dice Gesù, “pregare sempre senza stancarsi” (Lc 18, 1), nella viva coscienza che Dio è nostro Padre, “quando pregate, dite: Padre…” (Lc 11, 2) , cioè riconoscendo la fondamentale verità della nostra esistenza umana: Dio è mio Padre, perché mi dona Tutto nel Figlio Suo Gesù, che è venuto e viene per opera dello Spirito Santo, per mezzo di Maria!Apriamo, anzi, spalanchiamo le porte del nostro cuore, dell’intera nostra esistenza a Cristo, come ha esortato indomito il Servo di Dio Giovanni Paolo II, che pronunciò per la prima volta queste parole, proprio trent’anni fa, in piazza San Pietro, il 22 ottobre 1978: “Non abbiate paura! Aprite, anzi, spalancate le porte a Cristo! Alla sua salvatrice potestà aprite i confini degli Stati, i sistemi economici come quelli politici, i vasti campi di cultura, di civiltà, di sviluppo. Non abbiate paura! Cristo sa “cosa è dentro l’uomo”. Solo lui lo sa!” (Agenzia Fides 22/10/08)

mercoledì 15 aprile 2009

Maria è la Madre di tutti...

Tutti possiamo ascoltare la voce di Maria nei nostri cuori, basta rivolgere uno sguardo ed una preghiera a Maria.
La Madre ti ascolta. Maria ha cominicato ad essere la madre di tutti a Bettlemme, nella casa di Nazareth, per le strade della Palestina, sul Golgota, ed ha continuato ad esserlo nei secoli, dovunque e sempre.
Ancora oggi, in questo momento, è per te Madre premurosa, per offrirti ancora la Parola e l'Amore del Figlio suo Gesù.
La Mamma Celeste ci esorta alla preghiera fatta con il cuore......pregate! Sappiate che nella vita non c’è cosa più importante della preghiera.
Chiudete gli occhi... Mettetevi davanti alla Croce... Unitevi al Cuore di Cristo e cominciate a sentire come Lui e con Lui...
Abbiamo tutti dei nemici... quelli della mia famiglia... quelli della Chiesa..., ora, stanno tutti con me davanti alla Croce...
Perdonate a voi stessi... Perdonate il vostro vicino... il vostro fratello... il vostro amico ed il vostro nemico... Perdonate il vostro prossimo..
Riconciliatevi con tutti... Riconciliatevi... Iniziate a pregare con Gesù: Credo in Dio Padre Onnipotente...
Grazie per la vostra preghiera! Pregare non significa perdere tempo, bensì riempire il tempo di grazia, di luce, di pace, d'amore, di benedizione.
Pregate senza mai fermarvi.

martedì 14 aprile 2009

Non sappiamo che cosa sia conveniente domandare

Dalla «Lettera a Proba» di sant'Agostino, vescovo

Forse hai da farmi una domanda: Come mai l'Apostolo ha detto: «Noi non sappiamo che cosa sia conveniente domandare»? (Rm 8, 26). Non possiamo davvero supporre che colui che diceva ciò, o coloro ai quali egli si rivolgeva, non conoscessero la preghiera del Signore. Eppure da questa ignoranza non si dimostrò esente neppurel'Apostolo, benché egli forse sapesse pregare convenientemente. Infatti, quando gli fu conficcata una spina nella carne e un messo di satana fu incaricato di schiaffeggiarlo, perché non montasse in superbia per la grandezza delle rivelazioni, per ben tre volte pregò il Signore di liberarlo dalla prova. E così dimostrò di non sapere in questo caso che cosa gli era più conveniente domandare. Alla fine però sentì la risposta di Dio, che gli spiegava perché non avveniva quello che un uomo così santo chiedeva, e perché non conveniva che l'ottenesse: «Ti basta la mia grazia: la mia potenza infatti si manifesta pienamente nella debolezza» (2 Cor 12,9).
Pertanto nelle tribolazioni, che possono giovare come anche nuocere, non sappiamo quello che ci conviene chiedere, e tuttavia, perché si tratta di cose dure, moleste e contrarie all'inclinazione della natura, seguendo un desiderio comune a tutti gli uomini, noi preghiamo che ci vengano tolte.
Dobbiamo però mostrare di fidarci del Signore.
Se egli non allontana da noi le prove, non per questo dobbiamo credere di esser da lui dimenticati, ma piuttosto, con la santa sopportazione dei mali, dobbiamo sperare beni maggiori. Così infatti «la potenza si manifesta pienamente nella debolezza».
Questo é stato scritto perché nessuno si insuperbisca se viene esaudito quando chiede con impazienza quanto gli sarebbe più utile non ottenere. D'altra parte non si perda d'animo né disperi della divina misericordia se non viene esaudito quando domanda un benessere, che, a conti fatti, potrebbe amareggiarlo di più o mandarlo completamente in rovina.
In queste cose dunque non sappiamo davvero quello che ci conviene chiedere. Perciò, se accade proprio il contrario di quanto abbiamo chiesto nella preghiera, noi, sopportando pazientemente e rendendo grazie per ogni evenienza, non dobbiamo affatto dubitare che era più conveniente per noi quello che Dio ha voluto, che non quello che volevamo noi.
Ce ne dà la prova il nostro divino mediatore, il quale avendo detto: «Padre, se é possibile, passi da me questo calice», subito dopo, modificando la volontà umana, che aveva in sé dalla umanità assunta, soggiunse: «Però non come voglio io, ma come vuoi tu, o Padre» (Mt 26, 39).
Ecco perché giustamente per l'obbedienza di uno solo tutti sono costituiti giusti (cfr. Rm 5, 19).

Ave Maria

Nella recita del Santo Rosario, non si tratta di ripetere delle formule,
quanto piuttosto di entrare in colloquio confidenziale con Maria,
di parlare, di aprire il cuore, di dichiarare la propria disponibilità nell'accettare i disegni di Dio.

Giovanni Paolo II

Il Padre nostro

Dalla «Lettera a Proba» di sant'Agostino, vescovo

A noi sono necessarie le parole per richiamarci alla mente e considerare quello che chiediamo, ma non crediamo di dovere informare con esse il Signore, o piegarlo ai nostri voleri.
Quando dunque diciamo: «Sia santificato il tuo nome», stimoliamo noi stessi a desiderare che il suo nome, che é sempre santo, sia ritenuto santo anche presso gli uomini, cioé non sia disprezzato. Cosa questa che giova non a Dio, ma agli uomini.
Quando poi diciamo: «Venga il tuo regno» che, volere o no, certamente verrà, eccitiamo la nostra aspirazione verso quel regno, perché venga per noi e meritiamo di regnare in esso.
Quando diciamo: «Sia fatta la tua volontà come in cielo così in terra», gli domandiamo la grazia dell'obbedienza, perché la sua volontà sia adempiuta da noi,come in cielo viene eseguita dagli angeli.
Dicendo: «Dacci oggi il nostro pane quotidiano», con la parola «oggi» intendiamo nel tempo presente. Con il termine«pane» chiediamo tutto quello che ci é necessario, indicandolo con quanto ci occorre maggiormente per il sostentamento quotidiano. Domandiamo anche il sacramento dei fedeli, necessario nella vita presente per conseguire la felicità, nonquella temporale, ma l'eterna.
Quando diciamo: «Rimetti a noi i nostri debiti come noi li rimettiamo ai nostri debitori», richiamiamo alla memoria sia quello che dobbiamo domandare, sia quello che dobbiamo fare per meritare di ricevere il perdono.
Quando diciamo: «E non ci indurre in tentazione», siamo esortati a chiedere l'aiuto indispensabile per non cedere alle tentazioni e per non rimanere vinti dall'inganno o dal dolore.
Quando diciamo: «Liberaci dal male», ricordiamo a noi stessi che non siamo ancora in possesso di quel bene nel quale non soffriremo più alcun male.
Questa domanda é l'ultima dell'orazione domenicale. Essa ha un significato larghissimo. Perciò, in qualunque tribolazione si trovi il cristiano, con essa esprima i suoi gemiti, con essa accompagni le sue lacrime, da essa inizi la sua preghiera, in essa la prolunghi e con essa la termini.
Le espressioni che abbiamo passato in rassegna hanno il vantaggio di ricordarci le realtà che esse significano. Tutte le altre formule destinate o a suscitare o ad intensificare il fervore interiore, non contengono nulla che non si trovi già nella preghiera del Signore, purché naturalmente la recitiamo bene e con intelligenza.
Chiunque prega con parole che non hanno alcun rapporto con questa preghiera evangelica, forse non fa una preghiera mal fatta, ma certo troppo umana e terrestre. Del resto stenterei a capacitarmi che una tale preghiere si possa dire ancor ben fatta per i cristiani. E la ragione é che, essendo essi rinati dallo Spirito, devono pregare solo in modo spirituale.

il rosario è..

Il Rosario è:
la preghiera senza parole, la preghiera delle parole tutte uguali, la preghiera di quando non ci sono parole, la preghiera di quando non si sa cosa dire, cosa chiedere, per cosa pregare
E’ la preghiera di quando non c’è altro da fare non si sa dove andare.
E’ la preghiera della disperazione, della desolazione, dell’afflizione.
E’ la preghiera che si ripete, che riposa, che consola
E’ la preghiera nella stanchezza, nel non pensare, nel non cercare
E’ la preghiera per pregare. E’ la preghiera del non dire.
E’ la preghiera dove non c’è ragionamento, non c’è ricerca, non c’è lavoro.
E’ la preghiera di chi ha già detto tutto o non vuol parlare
E’ la preghiera che si esaudisce perché Lui non resiste a Sua Madre e Lei non resiste a noi.
E’ la preghiera della tenerezza della dolcezza del sentirsi amati
E’ la preghiera della Sua presenza che aumenta piano in noi
E’ la preghiera che attraversa il filo dei pensieri e la memoria di ieri
La preghiera che in preghiera tutto trasforma anche le distrazioni, i desideri , le paure e le emozioni da cui si lascia attraversare
La preghiera di tutti per tutti ma diversa per ciascuno
La preghiera che accoglie, che scioglie, che guarisce, che pulisce
La preghiera che rasserena, che calma, che sostiene, che rafforza
La preghiera potente perché umile, semplice, senza tanti discorsi
La preghiera della notte, del giorno, dell’estate, dell’inverno, di ogni stagione, per ogni età per ogni volta che uno non si sente tanto importante, non si crede onnipotente, non si sente alla pari
Per ogni volta che ci si accorge che i ragionamenti non reggono, che le parole non filano, che i pensieri non vengono.
Per ogni volta che ci si rende conto che provare a spiegarsi non serve che uscirne da soli è impossibile.
E’ fidarsi. E’ affidarsi. E’ credere che può essere meglio di molti discorsi. E’ il modo, a volte più semplice, a volte più onesto, a volte più leale, talvolta l’unico in cui diciamo:
lo so che ci sei, lo so che lo sai, lo so che sai tutto, lo so che mi aiuterai.
Santa giornata in Gesù e Maria. Ave Maria!

I tempi fissi della preghiera

Dalla «Lettera a Proba» di sant'Agostino, vescovo

Manteniamo sempre vivo il desiderio della vita beata, che ci viene dal Signore Dio e non cessiamo mai di pregare. Ma, a questo fine, é necessario che stabiliamo certi tempi fissi per richiamare alla nostra mente il dovere della preghiera, distogliendola da altre occupazioni o affari, che in qualche modo raffreddano il nostro desiderio, ed eccitandoci con le parole dell'orazione a concentrarci in ciò che desideriamo.
Facendo così, eviteremo che il desiderio, tendente a intiepidirsi, si raffreddi del tutto o si estingua per mancanza di un frequente stimolo.
La raccomandazione dell'Apostolo: «In ogni necessità esponete a Dio le vostre richieste» (Fil 4, 6) non si deve intendere nel senso che dobbiamo portarle a conoscenza di Dio. Egli infatti le conosceva già prima che fossero formulate.
Esse devono divenire piuttosto maggiormente vive nell'ambito della nostra coscienza. Esse, poi, devono contare su un atteggiamento fatto di fiduciosa attesa dinanzi a Dio, più che ambire la manifestazione reclamistica dinanzi agli uomini. Stando così le cose, non é certo male o inutile pregare a lungo, quando si é liberi, cioé quando non si é impediti dal dovere di occupazioni buone o necessarie.
Però anche in questo caso, come ho detto, si deve sempre pregare con quel desiderio. Infatti il pregare a lungo non é, come qualcuno crede, lo stesso che pregare con molte parole. Altro é un lungo discorso, altro uno stato d'animo prolungato.
Consideriamo come del Signore stesso sia scritto che passava le notti in preghiera, e che nell'orto pregò a lungo. Ed in ciò, che altro intendeva, se non darci l'esempio, egli che nel tempo é l'intercessione propizio, mentre nell'eternità é, insieme al Padre, colui che ci esaudisce?
Sappiamo che gli eremiti d'Egitto fanno preghiere frequenti, ma tutte brevissime. Esse sono rapidi messaggi che partono all'indirizzo di Dio. Così l'attenzione dello spirito, tanto necessaria a chi prega, rimane sempre desta e fervida e non si assopisce per la durata eccessiva dell'orazione. E in ciò essi mostrano anche abbastanza chiaramente che non si deve voler insistere in un prolungato sforzo di concentrazione, quando si vede che non può durare oltre un certo tempo, e d'altra parte non si deve interrompere alla leggera o bruscamente la preghiera, quando si vede che la presenza vigile della mente può continuare.
Lungi dunque dalla preghiera ogni verbosità, ma non si tralasci la supplica insistente, se perdura il fervore e l'attenzione. Il servirsi di molte parole nella preghiera equivale a trattare una cosa necessaria con parole superflue.
Il pregare consiste nel bussare alla porta di Dio e invocarlo con insistente e devoto ardore del cuore.
Il dovere della preghiera si adempie meglio con i gemiti che con le parole, più con le lacrime, che con i discorsi. Dio, infatti, «pone davanti al suo cospetto lenostre lacrime» (Sal 55, 9 volg.), e il nostro gemito non rimane nascosto (cfr. Sal37, 10) a lui che tutto ha creato per mezzo del suo Verbo, e non cerca le parole degli uomini.

Ti onoriamo glorioso San Giuseppe

Ti onoriamo, o glorioso San Giuseppe! perché sei il Santo più ono­rato del cielo e della terra.
Dio Padre ti onorò affidando alla tua custodia il suo Figlio Gesù e la sua Figlia Maria, i due tesori più amati del suo cuore.
Dio Figlio ti onorò chiamandoti Padre, obbedendoti e affidando la sua vita e la sua cura nelle tue mani.
Lo Spirito Santo ti onorò consegnan­doti la sua Sposa, la Vergine Maria, come tua sposa. Gesù e Maria, dopo averti onorato standoti sottomessi per trent'anni consecutivi, assistette­ro alla tua preziosa morte.
La Chiesa ti onora istituendo feste in tuo onore, chiamandoti Patrono della Chiesa Universale, assicurando che degno di sommi onori e lodi.
I Santi e i fedeli, tutti ti invocano con perseveranza, con entusiasmo e amore sempre cre­scente, come Santo senza eguali, che soccorre in tutte le necessità, che difende in tutte le difficoltà, consola in tutte le tribolazioni, e protegge in tutte le disgrazie della vita, e in modo speciale, nell'ora della morte.
In dignità e grazia, in santità e glo­ria, non troveremo nessun altro Santo, dopo Maria, più onorato da Dio e dagli uomini che Te, glorioso Patriarca.
Cosa non potresti ottenere, benedetto Santo, in favore dei tuoi devoti?
Le tue suppliche hanno la forza di un comando con Gesù e Maria. Chi è come Te, che in cielo può chiamare Figlio il Re della gloria e Sposa Maria, Regina del cielo e della terra?
Tutti speriamo e confi­diamo in Te, perché in vita possiamo conoscere, amare e servire Gesù, Maria e Te, e dopo la nostra morte godere in Vostra compagnia la mise­ricordia eterna dell'Altissimo.
Amen
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Preghiera a San Giuseppe per un malato

Misericordioso san Giuseppe,
tu sei la speranza dei malati,
e tutta la Potenza di Gesù è nelle tue mani.
Dunque, per te non c'è niente di impossibile.
Ascolta con benevolenza quelli che t'invocano
in questo giorno a causa delle membra sofferenti della Chiesa.
Noi ti preghiamo,
addolcisci le pene di colui che ti raccomandiamo in modo particolare.
Dagli la grazia di una totale sottomissione alla divina Volontà.
Ma mostragli anche la tua bontà trasmettendogli la pazienza
e ridandogli la salute, con la grazia di condurre una vita santa
e completamente gradita a Dio.
Buon san Giuseppe, non farci pregare invano,
ma degnati, per mezzo di questo nuovo favore,
di accrescere la nostra fiducia e la nostra riconoscenza verso di te
e verso la divina bontà.
Amen.

Maria aurora del mondo nuovo

O Maria, aurora del mondo nuovo, Madre dei viventi, affidiamo a Te la causa della vita:
guarda, o Madre, al numero sconfinato di bimbi cui viene impedito di nascere,
di poveri cui è reso difficile vivere, di uomini e donne vittime di disumana violenza,
di anziani e malati uccisi dall'indifferenza o da una presunta pietà.
Fà che quanti credono nel tuo Figlio sappiano annunciare con franchezza e amore
agli uomini del nostro tempo il Vangelo della vita.
Ottieni loro la grazia di accoglierlocome dono sempre nuovo, la gioia di celebrarlo con gratitudine in tutta la loro esistenza e il coraggio di testimoniarlo con tenacia operosa,
per costruire, insieme con tutti gli uomini di buona volontà, la civiltà della verità e dell'amore
a lode e gloria di Dio creatore e amante della vita

Giovanni Paolo II - Lettera Enciclica Evangelium vitae 25 marzo 1995
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Il tuo desiderio è la tua preghiera

Il tuo desiderio è la tua preghiera: se continuo è il tuo desiderio, continua è pure la tua preghiera. L'Apostolo infatti non a caso afferma: "Pregate incessantemente" (1 Ts 5,17).
S'intende forse che dobbiamo stare continuamente in ginocchio o prostrati o con le mani levate per obbedire al comando di pregare incessantemente?
Se intendiamo così il pregare, ritendo che non possiamo farlo senza interruzione. Ma v'è un'altra preghiera, quella interiore, che è senza interruzione, ed è il desiderio.
Qualunque cosa tu faccia, se desideri quel sabato (che è il riposo in Dio), non smetti mai di pregare. Se non vuoi interrompere di pregare, non cessare di desiderare.
Il tuo desiderio è continuo, continua è la tua voce. Tacerai, se smetterai di amare.
Tacquero coloro dei quali fu detto: "Per il dilagare dell'iniquità, l'amore di molti si raffredderà" (Mt 24,12).
La freddezza dell'amore è il silenzio del cuore, l'ardore dell'amore è il grido del cuore.
Se resta sempre vivo l'amore, tu gridi sempre; se gridi sempre, desideri sempre; se desideri, hai il pensiero volto alla pace.

Dal "Commento sui Salmi" di sant'Agostino (dalla Liturgia delle Ore, vol. I, p. 289)

Fame di Dio

La peggiore malattia oggi e’ il non sentirsi desiderati ne’ amati, il sentirsi abbandonati.
Vi sono molte persone al mondo che muoiono di fame, ma un numero ancora maggiore
muore per mancanza d’amore.
Ognuno ha bisogno di amore. Ognuno deve sapere di essere desiderato,
di essere amato, e di essere importante per Dio.
Vi e’ fame d’amore, e vi e’ fame di Dio.

Madre Teresa