Sì, Signore, tu sei davvero risorto!
Questo è il fondamento della nostra fede.
Tu vivi in mezzo a noi.
Con la tua morte hai sconfitto la morte e il peccato, e con la tua risurrezione ci hai aperto le porte della vita eterna, facendoci accedere al trono della tua grazia.
Signore, guariscici per sempre dalla nostra cecità riguardo a noi stessi e alla realtà del mondo spirituale.
Strappa il velo che ci nasconde il tuo volto e facci penetrare la profondità dei tuoi santi misteri.
Apri il nostro spirito alla comprensione della tua parola affinché essa operi in noi e ci aiuti a raggiungere la perfezione dell'amore.
Fa' di noi dei veri apostoli che, come Pietro, Paolo e gli altri discepoli, annuncino il lieto messaggio e manifestino la tua presenza in questo mondo.
-------------
domenica 22 aprile 2012
sabato 21 aprile 2012
Sereno davanti alle preoccupazioni
Se avendo fissato lo sguardo in Dio sai mantenerti sereno davanti alle preoccupazioni, se impari a dimenticare le piccolezze, i rancori e le invidie, ti risparmierai la perdita di molte energie, di cui hai bisogno per lavorare con efficacia, al servizio degli uomini. (Solco, 856)
Lotta contro le asprezze del tuo carattere, contro il tuo egoismo, contro la tua comodità, contro le tue antipatie... Oltre al fatto che dobbiamo essere corredentori, il premio che riceverai pensaci bene sarà in strettissima relazione con la semina che avrai fatto. (Solco, 863)
Compito del cristiano: annegare il male nella sovrabbondanza del bene. Non si tratta di far campagne negative, né di essere antiqualcosa. Al contrario: si tratta di vivere di affermazioni, pieni di ottimismo, con gioventù, allegria e pace; di guardare tutti con comprensione: quelli che seguono Cristo e quelli che lo abbandonano o non lo conoscono. Ma comprensione non significa astensionismo, né indifferenza, bensì azione.(Solco, 864)
Paradosso: da quando mi sono deciso a seguire il consiglio del Salmo: «Getta sul Signore il tuo affanno, ed Egli ti darà sostegno», di giorno in giorno ho meno preoccupazioni per la testa... E al tempo stesso, con il lavoro opportuno, si risolve ogni cosa con più chiarezza!(Solco, 873)
-------------
Lotta contro le asprezze del tuo carattere, contro il tuo egoismo, contro la tua comodità, contro le tue antipatie... Oltre al fatto che dobbiamo essere corredentori, il premio che riceverai pensaci bene sarà in strettissima relazione con la semina che avrai fatto. (Solco, 863)
Compito del cristiano: annegare il male nella sovrabbondanza del bene. Non si tratta di far campagne negative, né di essere antiqualcosa. Al contrario: si tratta di vivere di affermazioni, pieni di ottimismo, con gioventù, allegria e pace; di guardare tutti con comprensione: quelli che seguono Cristo e quelli che lo abbandonano o non lo conoscono. Ma comprensione non significa astensionismo, né indifferenza, bensì azione.(Solco, 864)
Paradosso: da quando mi sono deciso a seguire il consiglio del Salmo: «Getta sul Signore il tuo affanno, ed Egli ti darà sostegno», di giorno in giorno ho meno preoccupazioni per la testa... E al tempo stesso, con il lavoro opportuno, si risolve ogni cosa con più chiarezza!(Solco, 873)
-------------
Videro Gesù che camminava sul mare
Gv 6,16-21
Venuta intanto la sera, i suoi discepoli scesero al mare, salirono in barca e si avviarono verso l'altra riva del mare in direzione di Cafàrnao. Era ormai buio e Gesù non li aveva ancora raggiunti; il mare era agitato, perché soffiava un forte vento. Dopo aver remato per circa tre o quattro miglia, videro Gesù che camminava sul mare e si avvicinava alla barca, ed ebbero paura. Ma egli disse loro: «Sono io, non abbiate paura!». Allora vollero prenderlo sulla barca, e subito la barca toccò la riva alla quale erano diretti.
Dopo la moltiplicazione dei pani, i discepoli, come la folla, avevano acclamato Gesù re, ma la loro speranza era stata delusa. Ora scendono al lago e, sconsolati, dirigono la barca verso Cafàrnao per ritornare a casa loro e al loro lavoro.
Giovanni sottolinea questa incomprensione dei discepoli con l'immagine della notte e della tenebra (vv. 16-17). Il separarsi da Gesù e il non seguire la sua parola è entrare nella tenebra e nella cecità più profonda. La confusione interiore del loro cuore, simboleggiata dal forte vento che scuote la barca, li induce ad abbandonare il Maestro.
Giovanni sottolinea questa incomprensione dei discepoli con l'immagine della notte e della tenebra (vv. 16-17). Il separarsi da Gesù e il non seguire la sua parola è entrare nella tenebra e nella cecità più profonda. La confusione interiore del loro cuore, simboleggiata dal forte vento che scuote la barca, li induce ad abbandonare il Maestro.
L'annotazione dell'evangelista: "Gesù non era ancora venuto da loro" (v. 17) prepara la sua rivelazione ai discepoli.
Lontani dalla spiaggia circa cinque o sei chilometri essi videro Gesù che camminava sulle acque. Egli si presenta come Dio che può camminare sulle grandi acque e sul mare (Sal 77,20; 107,4-30; ecc.). Con le parole: "Sono io, non temete!" Gesù si fa conoscere loro e si rivela come il Signore in cui è presente la potenza di salvezza di Dio. Le forze della natura, anche le più violente, non possono ostacolare l'azione del Figlio di Dio. Egli si rivela ai
Lontani dalla spiaggia circa cinque o sei chilometri essi videro Gesù che camminava sulle acque. Egli si presenta come Dio che può camminare sulle grandi acque e sul mare (Sal 77,20; 107,4-30; ecc.). Con le parole: "Sono io, non temete!" Gesù si fa conoscere loro e si rivela come il Signore in cui è presente la potenza di salvezza di Dio. Le forze della natura, anche le più violente, non possono ostacolare l'azione del Figlio di Dio. Egli si rivela ai
discepoli non solo come Messia, che sazia la loro fame, ma ancor più come Dio che ancora una volta va loro incontro con amore.
Padre Lino Pedron
-------------
Etichette:
meditazione del giorno,
Padre Lino Pedron
Preghiera del mattino del 21/IV/2012
Noi ti offriamo, Signore, questa giornata che comincia.
Fa' che aiutiamo coloro che vengono a noi, perché sei tu stesso a venire.
Fa' che siamo uniti con tutti i nostri fratelli e le nostre sorelle che incominciano a vivere nella tua esultanza.
Fa' che siamo teneri, affettuosi, aperti e pronti ad accettare la tua volontà in qualsiasi forma.
Fa' che ridiamo durante la vita, perché tu sei la vita.
Fa' che ti offriamo la nostra fiducia in terra come in cielo.
Fa' che rinunciamo a tutto quello che non sei tu e i tuoi figli, gli uomini.
Fa' che vediamo chiaro nel nostro amore, per la grazia del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo.
Amen.
--------------
Fa' che aiutiamo coloro che vengono a noi, perché sei tu stesso a venire.
Fa' che siamo uniti con tutti i nostri fratelli e le nostre sorelle che incominciano a vivere nella tua esultanza.
Fa' che siamo teneri, affettuosi, aperti e pronti ad accettare la tua volontà in qualsiasi forma.
Fa' che ridiamo durante la vita, perché tu sei la vita.
Fa' che ti offriamo la nostra fiducia in terra come in cielo.
Fa' che rinunciamo a tutto quello che non sei tu e i tuoi figli, gli uomini.
Fa' che vediamo chiaro nel nostro amore, per la grazia del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo.
Amen.
--------------
Tu ti puoi chiamare figlio di Dio
Ringrazia molto Gesù, poiché per Lui, con Lui e in Lui, tu ti puoi chiamare figlio di Dio. (Forgia, 265)
Se ci sentiamo figli prediletti del Padre nostro che sta nei Cieli, e lo siamo!, come non essere sempre allegri? — Pensaci. (Forgia, 266)
Com'è bella la nostra vocazione di cristiani — di figli di Dio! — che ci arreca sulla terra la gioia e la pace che il mondo non può dare! (Forgia, 269)
Ut in gratiarum semper actione maneamus! Dio mio, grazie, grazie di tutto: delle contrarietà, di ciò che non capisco, di ciò che mi fa soffrire.
I colpi sono necessari per togliere il superfluo dal grande blocco di marmo. In questo modo Dio scolpisce nelle anime l'immagine di suo Figlio. Ringrazia il Signore per queste delicatezze. (Via Crucis, Stazione VI, n. 4)
Quando noi cristiani ce la passiamo male, è perché non diamo a questa vita tutto il suo significato divino.
Dove la mano sente la puntura delle spine, gli occhi scoprono un mazzo di splendide rose, piene di profumo. (Via Crucis, Stazione VI, n. 5)
-----------
venerdì 20 aprile 2012
Gesù distribuì i pani a quelli che erano seduti, quanto ne volevano
Gv 6,1-15
Dopo questi fatti, Gesù passò all'altra riva del mare di Galilea, cioè di Tiberìade, e lo seguiva una grande folla, perché vedeva i segni che compiva sugli infermi. Gesù salì sul monte e là si pose a sedere con i suoi discepoli. Era vicina la Pasqua, la festa dei Giudei. Allora Gesù, alzàti gli occhi, vide che una grande folla veniva da lui e disse a Filippo: «Dove potremo comprare il pane perché costoro abbiano da mangiare?». Diceva così per metterlo alla prova; egli infatti sapeva quello che stava per compiere. Gli rispose Filippo: «Duecento denari di pane non sono sufficienti neppure perché ognuno possa riceverne un pezzo». Gli disse allora uno dei suoi discepoli, Andrea, fratello di Simon Pietro: «C'è qui un ragazzo che ha cinque pani d'orzo e due pesci; ma che cos'è questo per tanta gente?». Rispose Gesù: «Fateli sedere». C'era molta erba in quel luogo. Si misero dunque a sedere ed erano circa cinquemila uomini. Allora Gesù prese i pani e, dopo aver reso grazie, li diede a quelli che erano seduti, e lo stesso fece dei pesci, quanto ne volevano. E quando furono saziati, disse ai suoi discepoli: «Raccogliete i pezzi avanzati, perché nulla vada perduto». Li raccolsero e riempirono dodici canestri con i pezzi dei cinque pani d'orzo, avanzati a coloro che avevano mangiato. Allora la gente, visto il segno che egli aveva compiuto, diceva: «Questi è davvero il profeta, colui che viene nel mondo!». Ma Gesù, sapendo che venivano a prenderlo per farlo re, si ritirò di nuovo sul monte, lui da solo. Il miracolo della moltiplicazione dei pani ci introduce al grande discorso sul pane della vita, anticipandone i temi principali. Il racconto è importante perché tutti gli evangelisti lo riportano e lo mettono al centro dell'attività pubblica di Gesù. Il brano rivela un preciso significato Cristologico e sacramentale, che non è tanto quello di sfamare la folla, ma di rivelare la gloria di Dio in Gesù, Parola fatta carne.
Il lago di Galilea è chiamato mare di Tiberiade dal nome della città costruita negli anni 14-36 d. C. dal tetrarca Erode Antipa in onore dell'imperatore Tiberio. La grande folla che segue Gesù e parteciperà al prodigio straordinario della moltiplicazione dei pani, il giorno dopo rifiuterà la rivelazione del Figlio di Dio. Il seguire Gesù per vedere dei miracoli non è indice di una fede autentica.
Nella tradizione biblica Dio si è rivelato soprattutto su un monte: il Sinai (Es 19-20). Anche il rivelatore definitivo di Dio, Gesù, si manifesta sopra un monte. Questa specificazione ha soprattutto un valore teologico.
Prima di dare inizio al segno-miracolo, Giovanni precisa che "era vicina la Pasqua, la festa di giudei" (v.4). Per l'evangelista e la comunità cristiana, che rilegge il fatto alla luce della risurrezione, questa precisazione cronologica serve come richiamo alla Pasqua cristiana, simboleggiata dal pane spezzato, che affonda le sue radici nel ricordo della Pasqua ebraica e nei miracoli che l'accompagnarono. In Gesù si compie il passato e si realizza ogni speranza
di Israele. Il pane che egli sta per donare al popolo porta a perfezione la Pasqua ebraica facendola confluire nel grande banchetto eucaristico cristiano.
Con le parole di Gesù a Filippo: "Dove possiamo comprare il pane perché costoro abbiano da mangiare?", l'evangelista sembra ispirarsi alle parole che Mosè rivolse al Signore: "Da dove prenderei la carne da dare a tutto questo popolo?" (Nm 11,13).
Gesù rivolge questa domanda a Filippo per metterlo alla prova. Si presenta fin dall'inizio il tema della fede, di cui è permeato tutto il capitolo sesto. La risposta di Filippo mette in evidenza che perfino un acquisto rilevante di pane sarebbe stato insufficiente per sfamare tante persone. La soluzione umana non basta a saziare i bisogni dell'uomo. E' Gesù che appaga in pienezza ogni necessità e aspirazione: con cinque pani sfama cinquemila persone e ne avanzano dodici ceste (v.13).
Giovanni specifica che i pani erano di orzo per indicare che si tratta del pane dei poveri e per rievocare l'analogo prodigio operato da Dio per mezzo del profeta Eliseo (2Re 4,42ss). Tutti mangiarono a sazietà. La frase: "Raccogliete i pezzi avanzati, perché nulla vada perduto" vuole sottolineare il carattere sacro del pane avanzato, perché viene visto in prospettiva eucaristica, come segno della carne di Cristo. Il pane di Gesù, a differenza della manna nel deserto (cfr Es 16,20), viene raccolto perché non si corrompa.
Il numero dodici potrebbe essere riferito agli apostoli: ne raccolsero una cesta ciascuno; ma più probabilmente indica la perfezione e la completezza del pane eucaristico, che può saziare la fame spirituale non solo dei cinquemila ma di tutti gli uomini.
La folla riconosce Gesù come il profeta atteso per la fine dei tempi (Es 4,1-9). Ma il testo fa capire che l'entusiasmo della folla è di carattere politico. E poiché la sua regalità è fraintesa dalla folla, Gesù si ritira da solo sul monte.
Da questo momento ha inizio il progressivo ridursi della folla narrato in questo capitolo, finché Gesù non rimane solo con i Dodici.
Padre Lino Pedron
-----------------
Etichette:
meditazione del giorno,
Padre Lino Pedron
Preghiera del mattino 20/IV/2012
Tu sei il pane che ci nutre.
Tu sei il pane che ci unisce.
Tu sei il pane che noi condividiamo.
Tu sei il pane che noi festeggiamo.
Tu sei il pane, la nostra vita.
-------------
Tu sei il pane che ci unisce.
Tu sei il pane che noi condividiamo.
Tu sei il pane che noi festeggiamo.
Tu sei il pane, la nostra vita.
-------------
Unione col Papa, è unione con Pietro
Amalo, veneralo, prega, mortìficati — ogni giorno con più affetto — per il Romano Pontefice, pietra basilare della Chiesa, che prolunga tra tutti gli uomini, nel corso dei secoli e sino alla fine dei tempi, il lavoro di santificazione e di governo che Gesù ha affidato a Pietro. (Forgia, 134)
Il supremo potere del Romano Pontefice e la sua infallibilità, quando parla ex cathedra, non sono un'invenzione umana: si basano sull'esplicita volontà fondazionale di Cristo. Non ha alcun senso perciò opporre il governo del Papa a quello dei vescovi o ridurre la validità del Magistero pontificio all'assenso dei fedeli! Non c'è nulla di più estraneo alla Chiesa dell'equilibrio dei poteri; non ci servono gli schemi umani, per quanto possano essere attraenti e funzionali. Nessuno nella Chiesa gode di per sé, in quanto uomo, della potestà assoluta; nella Chiesa non c'è altro capo che Cristo; e Cristo ha voluto affidare a un suo Vicario — il Romano Pontefice — la sua Sposa pellegrina in questa terra. (…)
Contribuiamo a rendere più evidente agli occhi di tutti questa apostolicità, manifestando con squisita fedeltà l'unione al Papa, che è unione a Pietro. L'amore al Romano Pontefice deve essere in noi vibrante e appassionato, perché in lui vediamo Cristo. Se parliamo col Signore nella preghiera, acquisteremo uno sguardo limpido, che ci farà distinguere, anche negli avvenimenti che a volte non capiamo e che ci causano lacrime e dolore, l'azione dello Spirito Santo. (Lealtà alla Chiesa; La Chiesa nostra Madre, 1993, pp.63-64).
----------------------
Il supremo potere del Romano Pontefice e la sua infallibilità, quando parla ex cathedra, non sono un'invenzione umana: si basano sull'esplicita volontà fondazionale di Cristo. Non ha alcun senso perciò opporre il governo del Papa a quello dei vescovi o ridurre la validità del Magistero pontificio all'assenso dei fedeli! Non c'è nulla di più estraneo alla Chiesa dell'equilibrio dei poteri; non ci servono gli schemi umani, per quanto possano essere attraenti e funzionali. Nessuno nella Chiesa gode di per sé, in quanto uomo, della potestà assoluta; nella Chiesa non c'è altro capo che Cristo; e Cristo ha voluto affidare a un suo Vicario — il Romano Pontefice — la sua Sposa pellegrina in questa terra. (…)
Contribuiamo a rendere più evidente agli occhi di tutti questa apostolicità, manifestando con squisita fedeltà l'unione al Papa, che è unione a Pietro. L'amore al Romano Pontefice deve essere in noi vibrante e appassionato, perché in lui vediamo Cristo. Se parliamo col Signore nella preghiera, acquisteremo uno sguardo limpido, che ci farà distinguere, anche negli avvenimenti che a volte non capiamo e che ci causano lacrime e dolore, l'azione dello Spirito Santo. (Lealtà alla Chiesa; La Chiesa nostra Madre, 1993, pp.63-64).
----------------------
giovedì 19 aprile 2012
Richiesta di preghiere 11/2012
21) Antonella: Signore Gesù ti affido : I miei figli, mio marito, la mia mamma, i miei parenti, i miei amici, tutti i consacrati che ho conosciuto, le persone che non mi vogliono vedere felice, che non riescono ad amarmi. In modo particolare Mauro E., tocca il suo cuore e fa che si riconcili con il mio. Fiat voluntas tua sicut!!!
22) Antonella: Vergine Santa intercedi presso il nostro Padre. Chiedo per sua Grazia il miracolo di convertire il cuore della mia mamma, e' chiuso come nel sepolcro!!! Tu Signore sei risorto, risorgi anche le ns paure, i nostri limiti, le ns angosce!!! Le consegnamo a Te. Liberaci da ogni forma di dipendenza e schiavitu', donaci la pace, quella del cielo; facci sentire che ci sei sempre accanto, tutti i giorni fino alla fine!!!
Desidero piu' di ogni altra cosa, trasformare il rapporto tra me e Mauro, cambia il suo cuore! E' chiuso e soffre per questo! Liberaci dal male! Amen!
23) Francesco dalla Puglia: vi supplico di pregare per me e per tutti gli anziani abbandonati e quelli maltrattati perme perche sto pregando poco e o paura di allontanarmi da Gesù grazie un bacio a tutti amen che Dio vi benedica.
24) Giampietro dal Veneto: Carissimi Fratelli in Cristo Gesu',vi chiedo una preghiera son 2 anni che cerco lavoro ma non arriva,la mia fede è molto provata. Vi prego pregate la Divina Provvidenza per me e per la mia famiglia e per tutte le famiglie che hanno questo grave problema.... In tutto il mondo sia lodato Gesù Cristo
---------------
22) Antonella: Vergine Santa intercedi presso il nostro Padre. Chiedo per sua Grazia il miracolo di convertire il cuore della mia mamma, e' chiuso come nel sepolcro!!! Tu Signore sei risorto, risorgi anche le ns paure, i nostri limiti, le ns angosce!!! Le consegnamo a Te. Liberaci da ogni forma di dipendenza e schiavitu', donaci la pace, quella del cielo; facci sentire che ci sei sempre accanto, tutti i giorni fino alla fine!!!
Desidero piu' di ogni altra cosa, trasformare il rapporto tra me e Mauro, cambia il suo cuore! E' chiuso e soffre per questo! Liberaci dal male! Amen!
23) Francesco dalla Puglia: vi supplico di pregare per me e per tutti gli anziani abbandonati e quelli maltrattati perme perche sto pregando poco e o paura di allontanarmi da Gesù grazie un bacio a tutti amen che Dio vi benedica.
24) Giampietro dal Veneto: Carissimi Fratelli in Cristo Gesu',vi chiedo una preghiera son 2 anni che cerco lavoro ma non arriva,la mia fede è molto provata. Vi prego pregate la Divina Provvidenza per me e per la mia famiglia e per tutte le famiglie che hanno questo grave problema.... In tutto il mondo sia lodato Gesù Cristo
---------------
Il Padre ama il Figlio e gli ha dato in mano ogni cosa
Gv 3,31-36
Chi viene dall'alto è al di sopra di tutti; ma chi viene dalla terra, appartiene alla terra e parla secondo la terra. Chi viene dal cielo è al di sopra di tutti. Egli attesta ciò che ha visto e udito, eppure nessuno accetta la sua testimonianza. Chi ne accetta la testimonianza, conferma che Dio è veritiero. Colui infatti che Dio ha mandato dice le parole di Dio: senza misura egli dà lo Spirito. Il Padre ama il Figlio e gli ha dato in mano ogni cosa. Chi crede nel Figlio ha la vita eterna; chi non obbedisce al Figlio non vedrà la vita, ma l'ira di Dio rimane su di lui."Chi viene dall'alto è al di sopra di tutti". Queste parole spiegano perché nessuno dev'essere geloso della superiorità di Gesù: egli viene dall'alto, da Dio; il Battista e tutti gli altri vengono dalla terra. Il Figlio incarnato rende testimonianza delle realtà celesti che continuamente vede, perché vive in continuo rapporto d'amore con il Padre (cfr Gv 1,18).
"Egli attesta ciò che ha visto e udito, eppure nessuno accetta la sua testimonianza" (v.33). L'evangelista ripete quanto aveva già detto Gesù in 3,11: "Voi non accogliete la nostra testimonianza". Ma l'orizzonte dell'incredulità è allargato, perché si afferma che nessuno accoglie la testimonianza di Gesù. Questa generalizzazione è esagerata, ma vuol dire che tutti dovrebbero credere in Gesù e invece non ci crede quasi nessuno.
Il v.33 riprende in senso positivo le precedenti affermazioni negative sulla mancata accoglienza della rivelazione di Gesù. La fede dei discepoli offre la prova che Dio è veritiero. "Accogliere la testimonianza del rivelatore che viene dall'alto è dare, attraverso di lui, l'assenso a Dio stesso, è riconoscere la veracità divina nella parola stessa dell'inviato: Dio infatti parla in lui; egli coinvolge automaticamente Dio" (Mollat). Il v. 34 spiega le precedenti affermazioni sull'autenticità della rivelazione di Gesù. Egli è l'unico autentico rivelatore definitivo inviato dal Padre. Chi accoglie la sua testimonianza costituisce la prova irrefutabile che Dio è veritiero, ossia si rivela veramente e autenticamente nel suo Figlio. L'inviato del Padre rivela la parola di Dio e comunica la salvezza perché egli solo può comunicare lo Spirito senza misura.
Il v. 35 spiega perché Gesù può donare lo Spirito: "Il Padre ama il Figlio e gli ha dato in mano ogni cosa". Questo amore del Padre per il Figlio è lo Spirito Santo.
Sant'Agostino commenta: "Il Padre ama il Figlio, ma lo ama come Padre il Figlio, non come padrone il servo; lo ama come Figlio Unigenito, non come figlio adottivo. Per questo gli ha dato tutto in mano. Cosa vuol dire tutto?
Vuol dire che il Figlio è potente quanto il Padre... Essendosi dunque degnato di mandare il Figlio, non pensiamo che ci sia stato mandato un inferiore al Padre; mandando il Figlio, il Padre ci ha dato un altro se stesso" (PL 35, 1509).
Nel v.36 si sviluppa la tematica della fede e dell'incredulità e si prospetta la situazione di chi crede e di chi non crede. Chi crede nel Figlio ha la vita eterna. Chi non crede nel Figlio non partecipa alla vita eterna. Nella prima Lettera di Giovanni leggiamo: "Dio ci ha dato la vita eterna e questa vita è nel suo Figlio. Chi ha il Figlio, ha la vita; chi non ha il Figlio di Dio, non ha la vita. Questo io vi ho scritto perché sappiate che possedete la vita eterna, voi che credete nel nome del Figlio di Dio" (5,11-13).
Padre Lino Pedron
--------------
Etichette:
meditazione del giorno,
Padre Lino Pedron
Preghiera del mattino 19/IV/2012
Nella luce del sole che si leva, ti lodo, o Signore.
Perché tu sei il redentore di tutta la creazione.
Nella tua misericordia, offrici una giornata colma della tua pace.
Perdona i nostri peccati.
Non lasciare che la nostra speranza indietreggi.
Non ti sottrarre a noi.
È il tuo amore attento che ci conduce; non abbandonarci.
Tu solo conosci le nostre debolezze.
O Dio, non lasciarci.
---------
Perché tu sei il redentore di tutta la creazione.
Nella tua misericordia, offrici una giornata colma della tua pace.
Perdona i nostri peccati.
Non lasciare che la nostra speranza indietreggi.
Non ti sottrarre a noi.
È il tuo amore attento che ci conduce; non abbandonarci.
Tu solo conosci le nostre debolezze.
O Dio, non lasciarci.
---------
mercoledì 18 aprile 2012
Dio ha mandato il Figlio nel mondo, perché il mondo sia salvato per mezzo di lui
Gv 3,16-21
[In quel tempo, Gesù disse a Nicodèmo: «] Dio infatti ha tanto amato il mondo da dare il Figlio unigenito, perché chiunque crede in lui non vada perduto, ma abbia la vita eterna. Dio, infatti, non ha mandato il Figlio nel mondo per condannare il mondo, ma perché il mondo sia salvato per mezzo di lui. Chi crede in lui non è condannato; ma chi non crede è già stato condannato, perché non ha creduto nel nome dell'unigenito Figlio di Dio. E il giudizio è questo: la luce è venuta nel mondo, ma gli uomini hanno amato più le tenebre che la luce, perché le loro opere erano malvagie. Chiunque infatti fa il male, odia la luce, e non viene allaluce perché le sue opere non vengano riprovate. Invece chi fa la verità viene verso la luce, perché appaia chiaramente che le sue opere sono state fatte in Dio».I vv.16-17 esprimono molto bene il carattere universale della salvezza operata dal Cristo, che trova la sua origine nell'iniziativa misteriosa dell'amore di Dio per gli uomini. Il fatto che il Padre ha mandato a noi il suo Figlio per salvarci è la più alta manifestazione di Dio che è Amore (cfr 1Gv 4,8-16).
La missione di Gesù è quella di portare agli uomini la salvezza: "Dio ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio unigenito, perché chi crede in lui non muoia, ma abbia la vita eterna" v.16). La scelta fondamentale dell'uomo è questa: accettare o rifiutare l'amore del Padre che si è rivelato in Cristo. Questo amore non giudica e non condanna il mondo, ma lo salva: "Dio non ha mandato il Figlio nel mondo per giudicare il mondo, ma perché il mondo sia salvato per mezzo di lui" (v.17).
Il giudizio è un fatto attuale: avviene nel momento in cui l'uomo si incontra con Cristo. Chi crede, aderendo esistenzialmente alla persona di Gesù, non è giudicato; chi lo rigetta è già giudicato e condannato, perché ha rifiutato questa persona divina. Chi accetta Gesù evita la perdizione e ottiene la vita, chi invece lo rifiuta è già condannato, perché si autoesclude dalla salvezza eterna.
Il giudizio di condanna avviene nel momento in cui gli uomini rifiutano la luce, preferendo le tenebre. Questo giudizio presente non esclude però il giudizio finale nell'ultimo giorno: chi crede in Gesù non va incontro al giudizio (v.24), ma i malvagi risorgeranno, nell'ultimo giorno, per il giudizio di condanna (v.29).
Le opere del mondo sono malvagie perché ispirate dal maligno. In realtà il mondo è completamente in balìa del maligno se non va verso Gesù. La radice di queste opere maligne è l'incredulità. Chi è sotto l'influsso del maligno odia Gesù, luce del mondo, e non vuole aderire alla sua persona perché aderisce al demonio.
"Chi fa la verità" (v.21) è l'opposto di "chi fa il male". Fare la verità è assimilare la rivelazione di Gesù. La fede in Gesù è un dono del Padre e ha come scopo la vita di comunione con Dio. Le opere del discepolo sono fatte in Dio (v.21) perché hanno la loro origine nel Padre: Dio è l'origine e il fine della vita di fede.
Padre Lino Pedron
--------------------------
Etichette:
meditazione del giorno,
Padre Lino Pedron
Preghiera del mattino 18/IV/2012
Gesù, figlio di Davide, abbi pietà di me.
Rischiara i miei occhi affinché io possa trovare la via che porta a te.
Rinforza i miei passi affinché io non mi allontani dalla via.
Apri le mie labbra affinché io parli di te.
Tu vuoi che io ami il prossimo.
Fa' che io lo aiuti, in modo che esso possa trovare la salvezza e raggiunga la tua gloria.
-------------
Rischiara i miei occhi affinché io possa trovare la via che porta a te.
Rinforza i miei passi affinché io non mi allontani dalla via.
Apri le mie labbra affinché io parli di te.
Tu vuoi che io ami il prossimo.
Fa' che io lo aiuti, in modo che esso possa trovare la salvezza e raggiunga la tua gloria.
-------------
martedì 17 aprile 2012
Nessuno è mai salito al cielo, se non colui che è disceso dal cielo, il Figlio dell’uomo
Gv 3,7-15
[In quel tempo, Gesù disse a Nicodèmo: «]Non meravigliarti se ti ho detto: dovete nascere dall'alto. Il vento soffia dove vuole e ne senti la voce, ma non sai da dove viene né dove va: così è chiunque è nato dallo Spirito». Gli replicò Nicodèmo: «Come può accadere questo?». Gli rispose Gesù: «Tu sei maestro d'Israele e non conosci queste cose? In verità, in verità io ti dico: noi parliamo di ciò che sappiamo e testimoniamo ciò che abbiamo veduto; ma voi non accogliete la nostra testimonianza.Se vi ho parlato di cose della terra e non credete, come crederete se vi parlerò di cose del cielo? Nessuno è mai salito al cielo, se non colui che è disceso dal cielo, il Figlio dell'uomo. E come Mosè innalzò il serpente nel deserto, così bisogna che sia innalzato il Figlio dell'uomo, perché chiunque crede in lui abbia la vita eterna.Gesù spiega a Nicodemo che la vita nuova non è una seconda nascita dalla madre, ma una nascita dallo Spirito. Questa persona divina, suscitando nel cuore la fede profonda ed esistenziale nel Figlio incarnato, trasforma le creature umane in figli di Dio (cf. Gv 1,12-13). La carne, ossia la natura umana nella sua fragilità e caducità, può generare solo esseri carnali. Lo Spirito Santo invece genera degli esseri spirituali, che sono i figli di Dio.
La fede esistenziale in Gesù, Figlio di Dio, è il prodotto dell'azione dello Spirito. L'esempio del vento, che per gli antichi rappresentava un autentico mistero, serve come illustrazione del tema della necessità della rinascita dallo Spirito.
Anche in natura esistono misteri che superano la mente umana; non deve meravigliare che esistano dei misteri nell'agire di Dio. Il frutto dello Spirito sorpassa tutte le capacità della natura umana. I figli di Dio trascendono la carne, quanto lo Spirito supera le leggi della natura.
La riflessione di Gesù sulla nascita dallo Spirito non è priva di qualcosa di misterioso, che trascende la mente umana. E Gesù previene Nicodemo avvertendolo di non meravigliarsi di questo cambiamento radicale che lo Spirito produce. Esso è certo misterioso, ma non per questo se ne deve negare l'esistenza. Con le parole al plurale: "Dovete nascere dall'alto" (v. 7), Gesù non parla più solo a Nicodemo, ma a tutti coloro che egli rappresenta. In sintesi, la fede adulta nel Figlio di Dio è frutto dell'azione della Spirito Santo e non può scaturire dalla debolezza del cuore umano o dall'intelligenza che sa riconoscere i segni operati da Gesù.
A questo punto, l'esempio del vento è assai istruttivo al riguardo e l'evangelista lo utilizza anche per il significato che la parola vento, pneuma, contiene, cioè quello di "spirito". L'uomo è convinto dell'esistenza del vento dai suoi effetti, nonostante che il fenomeno sfugga al suo controllo ed egli non conosca né da dove il vento venga, ossia l'origine, né dove vada, ossia la destinazione. Altrettanto è vero sul piano della fede in questo nuovo modo di essere che è opera dello Spirito Santo. L'uomo nuovo "nato da Dio" (cfr Gv 8,41; 1Gv 3,9; 4,7; 5,1.14.18) manifesta gli effetti misteriosi di questa nascita, che sono la gioia, la pace, l'equilibrio, la donazione, il servizio amoroso?, mentre l'uomo nato dalla carne agisce solo sul piano terreno e non può percepire la realtà dello Spirito e la stessa origine del mistero della persona di Gesù. Dopo questa ampia rivelazione di Gesù, Nicodemo ripropone la sua difficoltà di uomo razionalista e terreno, che non riesce a fare il salto della fede appoggiandosi a Gesù e credendo in lui: "Come possono accadere queste cose?" (v. 9). Per passare dalla fede elementare a quella adulta Nicodemo deve imparare prima ad essere umile davanti al mistero, a farsi piccolo davanti all'unico Maestro che è Gesù. E come lui ogni uomo che voglia scoprire il mistero della persona del Figlio di Dio deve mettersi in ascolto silenzioso e adorante dello Spirito di Dio.
Il lungo monologo di Gesù che segue subito dopo, sembra mettere in luce che Nicodemo si pose in ascolto del vero Maestro per diventare suo discepolo (cfr Gv 7,50-51; 19,39).
Gesù avvia la terza rivelazione, presentandosi come testimone autentico dei misteri di Dio: "In verità, in verità ti dico, noi parliamo di quel che sappiamo e testimoniamo quel che abbiamo veduto" (v. 11). Ma la constatazione di Gesù: "voi non accogliete la nostra testimonianza" (v. 11b) è un'amara conclusione.
Le "cose del cielo" sono la rivelazione dell'amore di Dio che Gesù manifesterà in seguito; le "cose della terra" sono quanto egli ha rivelato sulla rinascita dell'uomo. Infatti, la generazione spirituale, anche se è compiuta dallo Spirito, riguarda l'uomo e le sue fondamentali aspirazioni di felicità e di liberazione.
Gli uomini sanno che la loro vita è senza prospettive e destinata al non senso, se non giungono a rendersi conto della necessità di un'elevazione spirituale e di un rinnovamento interiore che solo Dio può operare. Essi devono prestare fede a Gesù, anche se nessuno di loro è salito al cielo per capire i misteri celesti, perché lui solo, che è disceso dal cielo (v. 13), è in grado di annunciare la realtà dello Spirito, ed è il vero mediatore dell'uomo con Dio. Egli, pur continuando ad avere la sua dimora nel Padre, si è incarnato per comunicare agli uomini la vita divina. Questo mistero di abbassamento e di rivelazione sarà portato alla perfezione sulla croce, quando Gesù sarà innalzato nella gloria, perché "chiunque crede il lui, abbia la vita eterna" (v. 15). La salvezza è sottomettersi a Dio e rivolgere lo sguardo a Gesù crocifisso, vero atto di fede che comunica la vita eterna (cfr Gv 19,37). La rinascita spirituale dell'uomo che vive nel "deserto" della vita, minacciato dalla morte, è legata alla croce, perché questo è il luogo dove Gesù manifesterà al mondo la sua obbedienza radicale e la sua unità con il Padre, e rivelerà, con il sacrificio della sua vita, l'amore che Dio nutre per ogni uomo.
Gesù è l'unico rivelatore delle cose del cielo. Egli, pur continuando ad avere la sua dimora nel Padre, si è fatto uomo per comunicare agli uomini la vita di Dio. Questo mistero di abbassamento e di rivelazione sarà compiuto sulla croce, quando Gesù sarà innalzato nella gloria, perché "chiunque crede in lui abbia la vita eterna" (v.15). Allora l'umanità potrà comprendere l'evento scandaloso e sconcertante della salvezza per mezzo della croce e guarire dal suo male, come gli ebrei un tempo nel deserto guarirono dai morsi dei serpenti velenosi guardando il serpente di bronzo che Mosè aveva fatto innalzare come segno di vita (Nm 21,4-9).
Anche allora tuttavia non era il serpente di bronzo che salvava, ma come scrive il libro della Sapienza, 17,7: "Chi si volgeva a guardarlo era salvato non da quel che vedeva, ma solo da te, salvatore di tutti". Bisogna sempre oltrepassare le apparenze del segno e guardare con fede alla misericordia e alla potenza di Dio. La salvezza è sottomettersi a Dio e rivolgere lo sguardo al Cristo crocifisso. Questo è il vero atto di fede che ci comunica la vita eterna (cf. Gv 19,37).
La nuova vita generata in noi dallo Spirito è esposta quotidianamente ai morsi del serpente, il diavolo. Il rimedio contro il peccato e la morte è il Cristo morto sulla croce. La fonte della salvezza e della vita eterna è l'amore del Padre che ci dona il Figlio per distruggere il peccato e la morte.
Padre Lino Pedron
--------------------
Etichette:
meditazione del giorno,
Padre Lino Pedron
Preghiera del mattino 17/IV/2012
Dio, mio Padre!
Mi risveglio a te in quest'ora mattutina, o mio Dio.
La prima parola che esce dalla mia bocca è: Dio, mio Padre!
La mia prima gioia è che tu esista e che tu sia mio Padre.
Tutto quello che ho e che sono proviene da te.
A chi dovrei appartenere se non fossi tuo?
Tutto è opera tua.
Anche, che tutto sia santificato perché tu sia adorato!
Tutto quello che ho e che sono non serva che a compiere la tua volontà.
Padre, sono tuo oggi e sempre.
In me e in tutto quello che mi appartiene, sia fatta la tua volontà!
----
Mi risveglio a te in quest'ora mattutina, o mio Dio.
La prima parola che esce dalla mia bocca è: Dio, mio Padre!
La mia prima gioia è che tu esista e che tu sia mio Padre.
Tutto quello che ho e che sono proviene da te.
A chi dovrei appartenere se non fossi tuo?
Tutto è opera tua.
Anche, che tutto sia santificato perché tu sia adorato!
Tutto quello che ho e che sono non serva che a compiere la tua volontà.
Padre, sono tuo oggi e sempre.
In me e in tutto quello che mi appartiene, sia fatta la tua volontà!
----
lunedì 16 aprile 2012
Forza, vola!
Mi vedo come un povero uccellino che, abituato a volare soltanto da albero ad albero o, al più, fino al balcone di un terzo piano..., una sola volta ebbe l'ardire di arrivare fino al tetto di una casetta, che non era proprio un grattacielo... Ma ecco che un'aquila afferra il nostro eroe — lo aveva scambiato per un pulcino della sua razza — e, fra i suoi artigli poderosi, l'uccellino sale, sale molto in alto, oltre le montagne della terra e le vette innevate, oltre le nubi bianche e azzurre e rosa, ancora più su, fino a guardare in faccia il sole... E allora l'aquila, liberando l'uccellino, gli dice: — Forza, vola! — Signore, che io mai più torni a volare rasoterra! Che sia sempre illuminato dai raggi del Sole divino — Cristo — nell'Eucaristia!, che il mio volo non si interrompa, fino a trovare il riposo del tuo Cuore! (Forgia, 39)
Il cuore sente il bisogno, allora, di distinguere le Persone divine e di adorarle a una a una. In un certo senso, questa scoperta che l'anima fa nella vita soprannaturale è simile a quella di un infante che apre gli occhi all'esistenza. L'anima si intrattiene amorosamente con il Padre, con il Figlio, con lo Spirito Santo; e si sottomette agevolmente all'attività del Paraclito vivificante, che ci viene dato senza nostro merito: i doni e le virtù soprannaturali!
Abbiamo corso come il cervo, che anela le fonti delle acque [Sal 41,2]; assetati, con la bocca riarsa, come inariditi. Vogliamo bere a questa sorgente di acqua viva. Senza fare cose strane, nelle nostre giornate ci lasciamo portare da questa corrente generosa e chiara di fresche acque che zampillano nella vita eterna [Cfr Gv 4, 14]. Le parole vengono meno, la lingua non riesce ad esprimersi; anche l'intelletto si acquieta. Non si discorre, si ammira. E l'anima erompe ancora una volta in un cantico nuovo, perché si sente e si sa ricambiata dallo sguardo amoroso di Dio, in ogni istante della giornata.
Non alludo a situazioni straordinarie. Sono, possono benissimo essere fenomeni ordinari della nostra anima: come una pazzia di amore che, senza spettacolo, senza stravaganze, ci insegna a soffrire e a vivere, perché Dio ci concede la Sapienza. Incamminati sullo stretto sentiero che conduce alla vita [Mt 7, 14], quanta serenità, allora, e quanta pace! (Amici di Dio, nn. 306-307)
--------------------
Il cuore sente il bisogno, allora, di distinguere le Persone divine e di adorarle a una a una. In un certo senso, questa scoperta che l'anima fa nella vita soprannaturale è simile a quella di un infante che apre gli occhi all'esistenza. L'anima si intrattiene amorosamente con il Padre, con il Figlio, con lo Spirito Santo; e si sottomette agevolmente all'attività del Paraclito vivificante, che ci viene dato senza nostro merito: i doni e le virtù soprannaturali!
Abbiamo corso come il cervo, che anela le fonti delle acque [Sal 41,2]; assetati, con la bocca riarsa, come inariditi. Vogliamo bere a questa sorgente di acqua viva. Senza fare cose strane, nelle nostre giornate ci lasciamo portare da questa corrente generosa e chiara di fresche acque che zampillano nella vita eterna [Cfr Gv 4, 14]. Le parole vengono meno, la lingua non riesce ad esprimersi; anche l'intelletto si acquieta. Non si discorre, si ammira. E l'anima erompe ancora una volta in un cantico nuovo, perché si sente e si sa ricambiata dallo sguardo amoroso di Dio, in ogni istante della giornata.
Non alludo a situazioni straordinarie. Sono, possono benissimo essere fenomeni ordinari della nostra anima: come una pazzia di amore che, senza spettacolo, senza stravaganze, ci insegna a soffrire e a vivere, perché Dio ci concede la Sapienza. Incamminati sullo stretto sentiero che conduce alla vita [Mt 7, 14], quanta serenità, allora, e quanta pace! (Amici di Dio, nn. 306-307)
--------------------
Se uno non nasce da acqua e Spirito, non può entrare nel regno di Dio
Gv 3,1-8
Vi era tra i farisei un uomo di nome Nicodèmo, uno dei capi dei Giudei. Costui andò da Gesù, di notte, e gli disse: «Rabbì, sappiamo che sei venuto da Dio come maestro; nessuno infatti può compierequesti segni che tu compi, se Dio non è con lui». Gli rispose Gesù: «In verità, in verità io ti dico, se uno non nasce dall'alto, non può vedere il regno di Dio». Gli disse Nicodèmo: «Come può nascere un uomo quando è vecchio? Può forse entrare una seconda volta nel grembo di sua madre e rinascere?». Rispose Gesù: «In verità, in verità io ti dico, se uno non nasce da acqua e Spirito, non può entrare nel regno di Dio. Quello che è nato dalla carne è carne, e quello che è nato dallo Spirito è spirito. Non meravigliarti se ti ho detto: dovete nascere dall'alto. Il vento soffia dove vuole e ne senti la voce, ma non sai da dove viene né dove va: così è chiunque è nato dallo Spirito».Dopo la descrizione dei rapporti di Gesù con i giudei, il vangelo introduce il personaggio che ne è il rappresentante tipico: Nicodemo. Egli è un uomo ragguardevole che in seguito prenderà le difese di Gesù (cfr Gv 7,50ss) e darà onorata sepoltura al corpo di Cristo (cfr Gv 19,39ss).
L'incontro di Nicodemo con Gesù avviene di notte, forse per timore dei giudei, forse perché i rabbini studiavano la Legge nelle ore notturne. Ma più probabilmente il cenno alla notte vuole alludere alle tenebre dell'incredulità di Nicodemo. Al contrario, il dialogo di Gesù con la samaritana avviene nell'ora sesta (Gv 4,6), in pieno meriggio, nell'ora in cui il sole sfolgora maggiormente. Nel vangelo di Giovanni le indicazioni cronologiche possono avere un significato
teologico. Per scoprire il mistero di Gesù e aderire alla sua persona è necessario essere generati nuovamente dall'alto.
L'avverbio ànothen è intenzionalmente ambiguo. Il dialogo con Nicodemo si sviluppa su questo equivoco: nascere di nuovo dalla madre e nascere dall'alto, da Dio.
"Vedere il regno di Dio" ed "entrare nel regno di Dio" nel vangelo di Giovanni sono espressioni che significano sperimentare la presenza salvifica di Gesù, entrare in comunione vitale con la sua persona, riconoscerlo nella fede come Messia e Figlio di Dio. Gesù spiega a Nicodemo che la vita nuova non è una seconda nascita dalla madre, ma una nascita dallo Spirito.
Questa persona divina, suscitando nel cuore la fede profonda ed esistenziale nel Figlio incarnato, trasforma le creature umane in figli di Dio (cfr Gv 1,12-13). La carne, ossia la natura umana nella sua fragilità e caducità, può generare solo esseri carnali. Lo Spirito Santo invece genera degli esseri spirituali, che sono i figli di Dio. La fede esistenziale in Gesù, Figlio di Dio, è il prodotto dell'azione dello Spirito. L'esempio del vento, che per gli antichi rappresentava un autentico mistero, serve come illustrazione del tema della necessità della rinascita dallo Spirito.
Anche in natura esistono misteri che superano la mente umana; non deve meravigliare che esistano dei misteri nell'agire di Dio. Il frutto dello Spirito sorpassa tutte le capacità della natura umana. I figli di Dio trascendono la carne, quanto lo Spirito supera le leggi della natura.
Padre Lino Pedron
---------------
Etichette:
meditazione del giorno,
Padre Lino Pedron
domenica 15 aprile 2012
Otto giorni dopo venne Gesù
Gv 20,19-31
La sera di quel giorno, il primo della settimana, mentre erano chiuse le porte del luogo dove si trovavano i discepoli per timore dei Giudei, venne Gesù, stette in mezzo e disse loro: «Pace a voi!». Detto questo, mostrò loro le mani e il fianco. E i discepoli gioirono al vedere il Signore. Gesù disse loro di nuovo: «Pace a voi! Come il Padre ha mandato me, anche io mando voi». Detto questo, soffiò e disse loro: «Ricevete lo Spirito Santo. A coloro a cui perdonerete i peccati, saranno perdonati; a coloro a cui non perdonerete, non saranno perdonati». Tommaso, uno dei Dodici, chiamato Dìdimo, non era con loro quando venne Gesù. Gli dicevano gli altri discepoli: «Abbiamo visto il Signore!». Ma egli disse loro: «Se non vedo nelle sue mani il segno dei chiodi e non metto il mio dito nel segno dei chiodi e non metto la mia mano nel suo fianco, io non credo». Otto giorni dopo i discepoli erano di nuovo in casa e c'era con loro anche Tommaso. Venne Gesù, a porte chiuse, stette in mezzo e disse: «Pace a voi!». Poi disse a Tommaso: «Metti qui il tuo dito e guarda le mie mani; tendi la tua mano e mettila nel mio fianco; e non essere incredulo, ma credente!». Gli rispose Tommaso: «Mio Signore e mio Dio!». Gesù gli disse: «Perché mi hai veduto, tu hai creduto; beati quelli che non hanno visto e hanno creduto!». Gesù, in presenza dei suoi discepoli, fece molti altri segni che non sono stati scritti in questo libro. Ma questi sono stati scritti perché crediate che Gesù è il Cristo, il Figlio di Dio, e perché, credendo, abbiate la vita nel suo nome.Dal mattino di Pasqua si passa alla sera di quello stesso giorno. Solo Giovanni racconta che Gesù apparve inmezzo ai suoi entrando a porte chiuse. Essi stavano chiusi nel cenacolo per paura dei giudei. I discepoli temono di subire rappresaglie, per questo vivono nel terrore. Gesù entra nella casa a porte chiuse, perché il corpo del Risorto ha qualità sovrumane e può superare ostacoli insormontabili all'uomo.
Il Signore, mostrandosi ai discepoli, rivolge loro il saluto messianico: "Pace a voi!" (v.19). Sulle labbra del Risorto questa espressione, tanto comune tra gli ebrei, acquista un significato particolare: è l'augurio della salvezza operata
dal Redentore. "E detto questo mostrò loro le mani e il fianco" (v.20) per far vedere le ferite dei chiodi e del colpo di lancia. Giovanni è l'unico che parla del colpo di lancia che ha trafitto il fianco di Cristo sulla croce.
Con la sua risurrezione Gesù ha mostrato di essere vero Dio, padrone della vita e della morte: egli è veramente il Signore, Jahvé. I discepoli si rallegrarono proprio perché hanno riconosciuto in Gesù risorto Jahvé.
Dopo aver dato loro la seconda volta la pace, il Risorto affida ai suoi discepoli la missione di essere suoi messaggeri.
L'invio dei discepoli da parte di Gesù è paragonato a quello di Gesù da parte del Padre (v.21). Si tratta quindi di una consacrazione divina dei discepoli di essere gli annunciatori del Risorto: per questo sarà sigillata con il dono dello Spirito Santo (v.22).
Questo soffio di Gesù risorto richiama l'azione creatrice di Dio, quando soffiò nelle narici di Adamo l'alito della vita (Gen 2, 7). Secondo l'oracolo di Ezechiele 37,9, lo Spirito di Dio darà vita alle ossa aride, soffiando su di esse. Perciò il giorno della risurrezione del Cristo è creato l'uomo nuovo, il popolo dei salvati inviato nel mondo per annunciare il messaggio della salvezza evangelica.
Con il dono dello Spirito che li consacra alla missione, i discepoli ricevono anche il potere di rimettere i peccati. Rimettere i peccati significa purificare dalla colpa (1Gv 1,9) per mezzo del sangue di Gesù (1Gv 1,7). Questo potere di perdonare i peccati è riservato a Dio e a suo Figlio (cfr Mc 2,5-10). Il giorno della sua risurrezione Gesù conferisce questa facoltà divina alla sua Chiesa (v.23).
Giovanni, dopo aver descritto il primo incontro di Gesù con i suoi la sera di Pasqua, si premura di precisare che Tommaso era assente quando venne Gesù (v.24). Quest'uomo molto concreto (cfr Gv 11,16; 14,5) vuol vedere con i suoi occhi e toccare con le sue mani; egli non crederà finché non abbia visto il segno dei chiodi nelle mani di Gesù e messo il dito al posto dei chiodi e la mano nella ferita del costato. Questa frase dell'apostolo è aperta dal verbo vedere e chiusa dal verbo credere. Egli dichiara apertamente: "Se non vedo e non tocco, non credo".
Nella seconda apparizione ai discepoli nel cenacolo, otto giorni dopo, Gesù, dopo aver salutato gli amici col dono della pace, si rivolge all'apostolo non credente esortandolo a toccare le sue ferite per credere. In questo invito il Signore prende quasi alla lettera le parole di Tommaso, tralasciando la frase sul vedere, perché l'apostolo ha davanti a sé il Signore. L'esortazione del Signore a non essere incredulo, ma credente, trova la risposta nella professione di fede di Tommaso che riconosce in Gesù il Signore Dio. L'aggettivo "mio" davanti a Signore e Dio denota un accento d'amore e di appartenenza.
Nella sua replica alle parole di Tommaso, Gesù volge lo sguardo ai futuri discepoli che non si troveranno nelle condizioni dell'apostolo, perché non avranno la possibilità di vedere il Risorto: i futuri discepoli che crederanno senza aver visto sono proclamati beati (v.29). La frase di Gesù a Tommaso contiene un velato rimprovero perché la fede pura dovrebbe prescindere dal vedere e dal toccare.
Tuttavia nel passo conclusivo del suo vangelo, Giovanni dichiara che i segni operati dal Cristo non sono inutili, anzi essi devono favorire la fede. L'evangelista dichiara che la raccolta dei segni rivelatori di Gesù contenuti nel suo libro è incompleta e parziale (v.30). Lo scopo della raccolta dei segni operati da Gesù, cioè lo scopo del vangelo, è suscitare e rafforzare la fede nel Messia, Figlio di Dio (v.31). L'effetto salvifico di questa adesione al Cristo, Figlio di Dio, è il possesso della vita divina, mediante la sua persona.
Le ultime parole di Gesù: "Beati coloro che pur non avendo visto, crederanno" costituiscono il vertice delle apparizioni del Cristo risorto ai discepoli. Il messaggio di questa beatitudine evangelica è importante per tutti i cristiani di tutti i tempi. Alcuni di essi cercano, con una bulimìa insaziabile, apparizioni, prodigi, messaggi celesti. La Costituzione Dogmatica del Concilio Vaticano II sulla Divina Rivelazione ricorda autorevolmente che non ci si deve aspettare nessun'altra rivelazione pubblica prima della venuta finale del Signore (DV, 4).
Dio si è manifestato in modo autentico nella sacra Scrittura, che rappresenta la regola suprema della fede della Chiesa, il nutrimento sano e sostanzioso della vita del popolo di Dio (DV, 21).
Padre Lino Pedron
----------------
Etichette:
meditazione del giorno,
Padre Lino Pedron
Preghiera del mattino 15/IV/2012
L'anima immortale dell'uomo aspira a Dio.
Tu hai detto, Signore: "Beati i ciechi".
Ti credo, poiché tu sei la verità.
Mi affido a te, poiché il tuo amore è infinito.
Tu mi vedi, conosci i miei pensieri e i miei sentimenti.
Conosci tutte le mie debolezze.
Nulla sfugge ai tuoi occhi, e non esiste nulla che tu non conosca.
O Cristo, esempio di perfezione divina, voglio seguirti e assomigliarti, essere calmo e umile, costante nel lavoro e caritatevole.
Concedimi la forza di evitare il male, di vivere con spirito puro.
In questo giorno, mi appoggio a te con tutto il mio essere, mi inchino e ti ringrazio per la consolazione e tutte le grazie che mi concedi, a me e ai miei cari.
Tu hai detto, Signore: "Beati i ciechi".
Ti credo, poiché tu sei la verità.
Mi affido a te, poiché il tuo amore è infinito.
Tu mi vedi, conosci i miei pensieri e i miei sentimenti.
Conosci tutte le mie debolezze.
Nulla sfugge ai tuoi occhi, e non esiste nulla che tu non conosca.
O Cristo, esempio di perfezione divina, voglio seguirti e assomigliarti, essere calmo e umile, costante nel lavoro e caritatevole.
Concedimi la forza di evitare il male, di vivere con spirito puro.
In questo giorno, mi appoggio a te con tutto il mio essere, mi inchino e ti ringrazio per la consolazione e tutte le grazie che mi concedi, a me e ai miei cari.
(Tradotto dal lituano da UGNÉ KARVÉLIS)
------------------------------
sabato 14 aprile 2012
Signore, aiutami
Segni certi della vera Croce di Cristo: la serenità, un profondo senso di pace, un amore disposto a qualunque sacrificio, un'efficacia grande che sgorga dal Costato stesso di Gesù, e sempre — in modo evidente — la gioia: una gioia che proviene dal sapere che chi si dona davvero è vicino alla Croce e, di conseguenza, è vicino a nostro Signore. (Forgia, 772)
Se volete accettare l'esperienza di un povero sacerdote che non ha altra pretesa che di parlare di Dio, vi consiglio, quando la carne vuole recuperare i privilegi perduti, o la superbia — il che è ancora peggio — si ribella e si impunta, di affrettarvi a trovare rifugio nelle divine fenditure che, nel Corpo di Cristo, hanno aperto i chiodi che lo confissero al legno della Croce e la lancia che gli trapassò il petto. Andateci nel modo che più vi commuova: riversate nelle Piaghe del Signore tutto l'amore umano... e tutto l'amore divino. Questo è bramare l'unione, sentirsi fratelli di Cristo, suoi consanguinei, figli della stessa Madre, perché è Lei a condurci a Gesù.
Desiderio di adorazione, ansia di riparazione in soave quiete e nella sofferenza. Diventerà vita della vostra vita l'affermazione di Gesù: Chi non prende la sua croce e mi segue, non è degno di me [Mt 10, 38]. E il Signore si dimostra sempre più esigente, ci chiede riparazione e penitenza, fino a spingerci a sperimentare il fervido anelito di voler vivere per Iddio, inchiodati sulla Croce insieme a Cristo [Cfr Gal 2, 19]. Ma questo tesoro lo portiamo in vasi d'argilla,fragili e caduchi, affinché si riconosca che la straordinaria sua forza è di Dio e non viene da noi[2 Cor 4, 7].
In tutto siamo tribolati, senza però essere ridotti agli estremi; angustiati senza essere disperatio privi di risorse; perseguitati ma non abbandonati; abbattuti ma non perduti; sempre portiamo con noi rappresentata nel nostro corpo la morte di Gesù [2 Cor 4, 8-10].
Immaginiamo perfino che il Signore non ci ascolti, che ci stiamo ingannando, che si oda soltanto il monologo della nostra voce. Ci troviamo come senza appoggio sulla terra e abbandonati dal Cielo. Però il nostro orrore al peccato, anche veniale, è vero e concreto. Con l'ostinazione della cananea, ci prostriamo umilmente come lei, che lo adorò implorando:Signore, aiutami [Mt 15, 25]. Allora scomparirà la tenebra, vinta dalla luce dell'Amore. (Amici di Dio, nn. 303-304)
----------------------
Se volete accettare l'esperienza di un povero sacerdote che non ha altra pretesa che di parlare di Dio, vi consiglio, quando la carne vuole recuperare i privilegi perduti, o la superbia — il che è ancora peggio — si ribella e si impunta, di affrettarvi a trovare rifugio nelle divine fenditure che, nel Corpo di Cristo, hanno aperto i chiodi che lo confissero al legno della Croce e la lancia che gli trapassò il petto. Andateci nel modo che più vi commuova: riversate nelle Piaghe del Signore tutto l'amore umano... e tutto l'amore divino. Questo è bramare l'unione, sentirsi fratelli di Cristo, suoi consanguinei, figli della stessa Madre, perché è Lei a condurci a Gesù.
Desiderio di adorazione, ansia di riparazione in soave quiete e nella sofferenza. Diventerà vita della vostra vita l'affermazione di Gesù: Chi non prende la sua croce e mi segue, non è degno di me [Mt 10, 38]. E il Signore si dimostra sempre più esigente, ci chiede riparazione e penitenza, fino a spingerci a sperimentare il fervido anelito di voler vivere per Iddio, inchiodati sulla Croce insieme a Cristo [Cfr Gal 2, 19]. Ma questo tesoro lo portiamo in vasi d'argilla,fragili e caduchi, affinché si riconosca che la straordinaria sua forza è di Dio e non viene da noi[2 Cor 4, 7].
In tutto siamo tribolati, senza però essere ridotti agli estremi; angustiati senza essere disperatio privi di risorse; perseguitati ma non abbandonati; abbattuti ma non perduti; sempre portiamo con noi rappresentata nel nostro corpo la morte di Gesù [2 Cor 4, 8-10].
Immaginiamo perfino che il Signore non ci ascolti, che ci stiamo ingannando, che si oda soltanto il monologo della nostra voce. Ci troviamo come senza appoggio sulla terra e abbandonati dal Cielo. Però il nostro orrore al peccato, anche veniale, è vero e concreto. Con l'ostinazione della cananea, ci prostriamo umilmente come lei, che lo adorò implorando:Signore, aiutami [Mt 15, 25]. Allora scomparirà la tenebra, vinta dalla luce dell'Amore. (Amici di Dio, nn. 303-304)
----------------------
Andate in tutto il mondo e proclamate il vangelo
Mc 16,9-15
Risorto al mattino, il primo giorno dopo il sabato, Gesù apparve prima a Maria di Màgdala, dalla quale aveva scacciato sette demòni. Questa andò ad annunciarlo a quanti erano stati con lui ed erano in lutto e in pianto. Ma essi, udito che era vivo e che era stato visto da lei, non credettero. Dopo questo, apparve sotto altro aspetto a due di loro, mentre erano in cammino verso la campagna. Anch'essi ritornarono ad annunciarlo agli altri; ma non credettero neppure a loro. Alla fine apparve anche agli Undici, mentre erano a tavola, e li rimproverò per la loro incredulità e durezza di cuore, perché non avevano creduto a quelli che lo avevano visto risorto. E disse loro: «Andate in tutto il mondo e proclamate il Vangelo a ogni creatura.L'apparizione del Risorto a Maria di Màgdala è un riassunto dei versetti 11-18 del capitolo 20 di Giovanni. Per caratterizzare la figura della Maddalena, l'autore ricorre al testo di Luca (8,2), dove è detto che Gesù scacciò da lei sette demoni. Da tale notizia non è lecito dedurre che Maria fosse una grande peccatrice, ma piuttosto che era affetta da grave malattia, dalla quale Gesù l'aveva guarita.
Particolarmente stringato è il riassunto della storia dei due discepoli in cammino verso Emmaus, tratto dal capitolo 24 di Luca. All'evangelista interessa, anche questa volta, solo il fatto che i discepoli non credettero al racconto dei compagni.
Infine l'autore ricorda l'apparizione di Gesù agli Undici, riferendosi chiaramente al racconto di Luca (24,36-43).
In questo brano viene denunciata pesantemente la mancanza di fede dei discepoli (vv.11.13. 14). Gli apostoli passano dal dubbio alla fede sotto l'urto delle manifestazioni di Gesù.
La fede nella risurrezione non è una scoperta umana, ma il prodotto di un annuncio fatto a noi da Dio mediante angeli o inviati vestiti di bianco (colore delle vesti del paradiso), e attraverso l'incontro diretto, visibile e palpabile con il diretto interessato, il Cristo risorto.
La risurrezione di Cristo (e la nostra futura risurrezione) è corporea, come lo fu anche la sua morte. La prova è il sepolcro vuoto, testimoniata da tutti e quattro i vangeli, ma soprattutto l'incontro con il Risorto, che non è un fantasma, ma ha carne e ossa, come hanno potuto constatare i discepoli, e che mangia davanti a loro una porzione di pesce arrostito (cfr Lc 24).
Gesù, il Nazareno crocifisso, è risorto. Questa è la parola fondamentale della fede cristiana.
Le ultime parole di Gesù: "Andate in tutto il mondo e predicate il vangelo a ogni creatura" (v.15) mettono in risalto l'attività missionaria della Chiesa. Nel regno universale di Cristo, che abbraccia il cielo e la terra, viene sparso il seme della Parola. La missione della Chiesa è necessaria per volontà di Dio, il quale ha risuscitato Gesù Cristo dai morti.
Padre Lino Pedron
----------------
Etichette:
meditazione del giorno,
Padre Lino Pedron
venerdì 13 aprile 2012
Lo seguirai in tutto ciò che ti vorrà chiedere
Se davvero vuoi che il tuo cuore reagisca sicuramente, ti consiglio di metterti in una Piaga del Signore: così ne diverrai intimo, ti aggrapperai a Lui, sentirai palpitare il suo Cuore..., e lo seguirai in tutto ciò che ti vorrà chiedere. (Forgia, 755)
Coloro che sostengono una teologia incerta e una morale rilassata, senza freni, coloro che impiegano a capriccio una dubbia liturgia, con una disciplina da hippies e metodi di governo irresponsabili, non è strano che promuovano invidie, sospetti, false denunce, offese, maltrattamenti, umiliazioni, dicerie e vessazioni di ogni genere, contro chi parla soltanto di Gesù Cristo.
Nell'ammirare e nell'amare davvero la santissima umanità del Signore, scopriremo a una a una le sue piaghe. E in questi tempi di purificazione passiva, dolorosi, forti, di lacrime dolci e amare che cerchiamo di nascondere, sentiremo il bisogno di metterci in ciascuna delle sue santissime Ferite: per purificarci, per godere del suo Sangue redentore, per fortificarci. Accorreremo come le colombe che, come dice la Scrittura [Cfr Ct 2, 14], si rifugiano nelle fessure della roccia quando giunge la tempesta. Ci nascondiamo in questo rifugio, per trovare l'intimità di Cristo: e ci accorgiamo che il suo parlare è dolce e il suo volto è leggiadro [Cfr Ct 2, 14], perché coloro che sanno che la sua voce è soave e gradita, sono quelli che hanno ricevuto la grazia del Vangelo, che fa loro dire: Tu solo hai parole di vita eterna [San Gregorio Nisseno, In Canticum homiliae, 5].
Se volete accettare l'esperienza di un povero sacerdote che non ha altra pretesa che di parlare di Dio, vi consiglio, quando la carne vuole recuperare i privilegi perduti, o la superbia — il che è ancora peggio — si ribella e si impunta, di affrettarvi a trovare rifugio nelle divine fenditure che, nel Corpo di Cristo, hanno aperto i chiodi che lo confissero al legno della Croce e la lancia che gli trapassò il petto. Andateci nel modo che più vi commuova: riversate nelle Piaghe del Signore tutto l'amore umano... e tutto l'amore divino. Questo è bramare l'unione, sentirsi fratelli di Cristo, suoi consanguinei, figli della stessa Madre, perché è Lei a condurci a Gesù. (Amici di Dio, nn. 301-303)
-----------------------
Coloro che sostengono una teologia incerta e una morale rilassata, senza freni, coloro che impiegano a capriccio una dubbia liturgia, con una disciplina da hippies e metodi di governo irresponsabili, non è strano che promuovano invidie, sospetti, false denunce, offese, maltrattamenti, umiliazioni, dicerie e vessazioni di ogni genere, contro chi parla soltanto di Gesù Cristo.
Nell'ammirare e nell'amare davvero la santissima umanità del Signore, scopriremo a una a una le sue piaghe. E in questi tempi di purificazione passiva, dolorosi, forti, di lacrime dolci e amare che cerchiamo di nascondere, sentiremo il bisogno di metterci in ciascuna delle sue santissime Ferite: per purificarci, per godere del suo Sangue redentore, per fortificarci. Accorreremo come le colombe che, come dice la Scrittura [Cfr Ct 2, 14], si rifugiano nelle fessure della roccia quando giunge la tempesta. Ci nascondiamo in questo rifugio, per trovare l'intimità di Cristo: e ci accorgiamo che il suo parlare è dolce e il suo volto è leggiadro [Cfr Ct 2, 14], perché coloro che sanno che la sua voce è soave e gradita, sono quelli che hanno ricevuto la grazia del Vangelo, che fa loro dire: Tu solo hai parole di vita eterna [San Gregorio Nisseno, In Canticum homiliae, 5].
Se volete accettare l'esperienza di un povero sacerdote che non ha altra pretesa che di parlare di Dio, vi consiglio, quando la carne vuole recuperare i privilegi perduti, o la superbia — il che è ancora peggio — si ribella e si impunta, di affrettarvi a trovare rifugio nelle divine fenditure che, nel Corpo di Cristo, hanno aperto i chiodi che lo confissero al legno della Croce e la lancia che gli trapassò il petto. Andateci nel modo che più vi commuova: riversate nelle Piaghe del Signore tutto l'amore umano... e tutto l'amore divino. Questo è bramare l'unione, sentirsi fratelli di Cristo, suoi consanguinei, figli della stessa Madre, perché è Lei a condurci a Gesù. (Amici di Dio, nn. 301-303)
-----------------------
Gesù si avvicinò, prese il pane e lo diede loro, e così pure il pesce
Gv 21,1-14
Dopo questi fatti, Gesù si manifestò di nuovo ai discepoli sul mare di Tiberìade. E si manifestò così: i trovavano insieme Simon Pietro, Tommaso detto Dìdimo, Natanaéle di Cana di Galilea, i figli di Zebedeo e altri due discepoli. Disse loro Simon Pietro: «Io vado a pescare». Gli dissero: «Veniamo anche noi con te». Allora uscirono e salirono sulla barca; ma quella notte non presero nulla.Quando già era l'alba, Gesù stette sulla riva, ma i discepoli non si erano accorti che era Gesù. Gesù disse loro: «Figlioli, non avete nulla da mangiare?». Gli risposero: «No». Allora egli disse loro: «Gettate la rete dalla parte destra della barca e troverete». La gettarono e non riuscivano più a tirarla su per la grande quantità di pesci. Allora quel discepolo che Gesù amava disse a Pietro: «È il Signore!». Simon Pietro, appena udì che era il Signore, si strinse la veste attorno ai fianchi, perché era svestito, e si gettò in mare. Gli altri discepoli invece vennero con la barca, trascinando la rete piena di pesci: non erano infatti lontani da terra se non un centinaio di metri. Appena scesi a terra, videro un fuoco di brace con del pesce sopra, e del pane. Disse loro Gesù: «Portate un po' del pesce che avete preso ora». Allora Simon Pietro salì nella barca e trasse a terra la rete piena di centocinquantatré grossi pesci. E benché fossero tanti, la rete non si squarciò. Gesù disse loro: «Venite a mangiare». E nessuno dei discepoli osava domandargli: «Chi sei?», perché sapevano bene che era il Signore. Gesù si avvicinò, prese il pane e lo diede loro, e così pure il pesce. Era la terza volta che Gesù si manifestava ai discepoli, dopo essere risorto dai morti.Il capitolo 20 del vangelo di Giovanni ha descritto il cammino di fede pasquale dei discepoli a partire dalla tomba vuota fino all'incontro personale con il Risorto che reca i doni pasquali. Il capitolo 21 ci presenta Gesù risorto nella comunità che è in missione tra le ostilità del mondo e che viene invitata a seguire il Maestro, anche se le è riservata la medesima sorte (cfr 21,29).
Il ritorno dei discepoli alla loro terra di Galilea e al loro lavoro di pescatori forse rivela un momento di dispersione e di smarrimento della comunità dopo lo scandalo della croce. Ma l'esperienza con il Risorto, vissuta in una normale giornata di fatica, mette in luce che la fede si può vivere sempre in qualsiasi tempo e circostanza.
Il Signore si rivela loro presso il mare di Tiberiade svelando con gradualità il suo mistero e la loro vocazione. Pietro è il primo del gruppo ad essere nominato. E' lui che prende l'iniziativa della pesca. La sua funzione nella comunità cristiana è già delineata chiaramente. Il loro numero di "sette" ha un significato: come il numero "dodici" indica la totalità di Israele, il "sette" è la cifra simbolica dell'universalità. Questi sette discepoli sono simbolicamente il primo seme della Chiesa che viene sparso tra le nazioni pagane, perché la parola di Gesù possa generare altri figli di Dio. Ma senza Gesù l'insuccesso è totale e non prendono nulla. Senza la fede nel Risorto, che è la Vita della comunità, è impossibile riuscire nella missione e portare frutti nella Chiesa.
Sul far del giorno, quando i discepoli tornano dal loro lavoro infruttuoso, egli va loro incontro, ma loro non lo riconoscono. L'"alba" in cui agisce Gesù è l'opposto della notte e delle tenebre in cui hanno agito i discepoli. Nel linguaggio biblico, è il momento dell'intervento straordinario di Dio (cfr Es 24,24; ecc.); essa coincide con la risurrezione di Cristo e con la sua presenza nella comunità ecclesiale.
E' spuntato il nuovo giorno e Gesù rivolge la sua parola autoritativa: "Gettate la rete dalla parte destra della barca e troverete" (v. 6a). Il risultato è una pesca miracolosa e abbondante, tanto che "non riuscivano più a tirare su la rete per la grande quantità di pesci" (v. 6b).
Allora il discepolo che Gesù amava dice a Pietro: "E' il Signore!". Pietro non discute minimamente l'intuizione di fede del suo compagno: Tutto proteso verso il Signore si cinge la veste e si getta in mare: è l'uomo della risposta immediata. Anche gli altri credono dopo aver visto, ma il loro modo di agire verso il Signore è diverso: tirano la rete piena di pesci e nel servizio ecclesiale tutti prendono contatto con Gesù.
Per ordine di Gesù, Pietro riprende il suo servizio nel gruppo, sale sulla barca, tira la rete a terra e fa il computo della pesca: centocinquantatrè grossi pesci. Dietro a questo numero c'è qualcosa di misterioso. Scrive Strathmann: "L'esegesi della Chiesa antica aveva ragione quando intuiva che dietro a quel numero c'era qualcosa di misterioso; è particolarmente degno di nota quanto dice Gerolamo a proposito di Hes. 47,9-12, che gli antichi zoologi avrebbero conosciuto 153 specie di pesci; inoltre, si poteva considerare il numero 153 come la somma dei numeri da 1 a 17, o come numero di un triangolo di base 17, cioè come un numero di misteriosa perfezione. Così la pesca apostolica degli uomini è definita universale e misteriosa, nessun popolo ne è escluso (cfr At 2,9-11) e tutti si raccolgono nell'unica rete della Chiesa universale, che può accogliere tutti senza lacerarsi. Ma gli apostoli come pescatori di uomini possono compiere con successo questo lavoro soltanto su comando di Gesù" (Il vangelo secondo Giovanni, Brescia 1973, pag. 435).
La pesca è seguita da un banchetto in cui il Cristo risorto dà da mangiare ai discepoli. Il testo, parlando di pane e di pesce, allude in modo esplicito all'Eucaristia, momento vertice della vita della Chiesa. Il Signore è al centro della sua comunità rinnovata, che egli nutre familiarmente con il pane e il pesce, simbolo dell'Eucaristia, ossia dono della sua vita (cfr Lc 24,30.41-43; At 1,4).
Solo nell'ascolto della parola del Signore e nell'incontro eucaristico con il Risorto la Chiesa rende fruttuoso ogni suo impegno. Sempre e dovunque vale il detto di Gesù: "Senza di me non potete fare nulla" (Gv 15,5).
Padre Lino Pedron
-------------
Etichette:
meditazione del giorno,
Padre Lino Pedron
Preghiera del mattino 13/IV/2012
I compiti della mia giornata sono ben definiti.
Mattino dopo mattino, riparto da zero, e tuttavia so che il lavoro che mi aspetta è lo stesso che ho fatto la sera prima e che farò domani.
Non vorrei che l'abitudine mi inebetisse né che la monotonia mi rendesse indifferente.
Vorrei restare vivo e sensibile agli uomini che incontro, sensibile alle loro gioie e ai loro dolori.
Vorrei non dimenticarti, Signore, né dimenticare la gioia che tu mi offri.
Tu sai quante volte io fallisco, tu sai anche che riparto sempre da zero - secondo la tua parola.
------------------
Mattino dopo mattino, riparto da zero, e tuttavia so che il lavoro che mi aspetta è lo stesso che ho fatto la sera prima e che farò domani.
Non vorrei che l'abitudine mi inebetisse né che la monotonia mi rendesse indifferente.
Vorrei restare vivo e sensibile agli uomini che incontro, sensibile alle loro gioie e ai loro dolori.
Vorrei non dimenticarti, Signore, né dimenticare la gioia che tu mi offri.
Tu sai quante volte io fallisco, tu sai anche che riparto sempre da zero - secondo la tua parola.
------------------
giovedì 12 aprile 2012
Egli è buono..., ed Egli ti ama
Dispiaceri? Contrarietà per questa o quella vicenda? Non vedi che è tuo Padre-Dio a volerlo?..., ed Egli è buono..., ed Egli ti ama... — te solo! — più di quanto tutte le madri del mondo messe insieme possano amare i propri figli! (Forgia, 929)
Ma non dimenticate che stare con Cristo vuol dire, senza possibilità di dubbio, imbattersi nella sua Croce. Se ci abbandoniamo nelle mani di Dio, è frequente che Egli permetta che assaporiamo il dolore, la solitudine, le contrarietà, le calunnie, la diffamazione, la derisione, dall'interno e dall'esterno: perché vuole configurarci a sua immagine e somiglianza, e permette perfino che ci chiamino pazzi e ci prendano per stolti.
È il momento di amare la mortificazione passiva, che giunge — occulta, o sfrontata e insolente — quando non l'attendiamo. Non manca chi ferisce le pecore con le pietre che si dovrebbero lanciare contro i lupi: e chi segue Cristo sperimenta nella propria carne che coloro che dovrebbero amarlo si comportano con lui in un modo che va dalla sfiducia all'ostilità, dal sospetto all'odio. Lo guardano con diffidenza, come un bugiardo, perché non credono che possa esserci relazione personale con Dio, che possa esserci vita interiore; invece, con l'ateo e con l'indifferente di solito sfacciati e arroganti, si riempiono di amabilità e di comprensione. Il Signore può permettere anche che il suo discepolo si veda attaccato con l'arma delle ingiurie personali, che non fa mai onore a chi la impugna; lo si colpisce facendo uso di luoghi comuni, frutto tendenzioso e delittuoso di una propaganda massiccia e menzognera: perché non è da tutti essere dotati di buon gusto e di misura.
Coloro che sostengono una teologia incerta e una morale rilassata, senza freni, coloro che impiegano a capriccio una dubbia liturgia, con una disciplina da hippies e metodi di governo irresponsabili, non è strano che promuovano invidie, sospetti, false denunce, offese, maltrattamenti, umiliazioni, dicerie e vessazioni di ogni genere, contro chi parla soltanto di Gesù Cristo.
In questo modo Gesù scolpisce le anime di coloro che sono suoi, senza trascurare di dar loro serenità e gioia interiori, perché costoro capiscono molto bene che, con cento menzogne messe insieme, i demoni non sono capaci di fare una sola verità: e incide nella loro vita la convinzione che si sentiranno comodi solo quando decideranno di non esserlo. (Amici di Dio, 301)
----------------
Ma non dimenticate che stare con Cristo vuol dire, senza possibilità di dubbio, imbattersi nella sua Croce. Se ci abbandoniamo nelle mani di Dio, è frequente che Egli permetta che assaporiamo il dolore, la solitudine, le contrarietà, le calunnie, la diffamazione, la derisione, dall'interno e dall'esterno: perché vuole configurarci a sua immagine e somiglianza, e permette perfino che ci chiamino pazzi e ci prendano per stolti.
È il momento di amare la mortificazione passiva, che giunge — occulta, o sfrontata e insolente — quando non l'attendiamo. Non manca chi ferisce le pecore con le pietre che si dovrebbero lanciare contro i lupi: e chi segue Cristo sperimenta nella propria carne che coloro che dovrebbero amarlo si comportano con lui in un modo che va dalla sfiducia all'ostilità, dal sospetto all'odio. Lo guardano con diffidenza, come un bugiardo, perché non credono che possa esserci relazione personale con Dio, che possa esserci vita interiore; invece, con l'ateo e con l'indifferente di solito sfacciati e arroganti, si riempiono di amabilità e di comprensione. Il Signore può permettere anche che il suo discepolo si veda attaccato con l'arma delle ingiurie personali, che non fa mai onore a chi la impugna; lo si colpisce facendo uso di luoghi comuni, frutto tendenzioso e delittuoso di una propaganda massiccia e menzognera: perché non è da tutti essere dotati di buon gusto e di misura.
Coloro che sostengono una teologia incerta e una morale rilassata, senza freni, coloro che impiegano a capriccio una dubbia liturgia, con una disciplina da hippies e metodi di governo irresponsabili, non è strano che promuovano invidie, sospetti, false denunce, offese, maltrattamenti, umiliazioni, dicerie e vessazioni di ogni genere, contro chi parla soltanto di Gesù Cristo.
In questo modo Gesù scolpisce le anime di coloro che sono suoi, senza trascurare di dar loro serenità e gioia interiori, perché costoro capiscono molto bene che, con cento menzogne messe insieme, i demoni non sono capaci di fare una sola verità: e incide nella loro vita la convinzione che si sentiranno comodi solo quando decideranno di non esserlo. (Amici di Dio, 301)
----------------
Così sta scritto: il Cristo patirà e risorgerà dai morti il terzo giorno
Lc 24,35-48
Ed essi narravano ciò che era accaduto lungo la via e come l'avevano riconosciuto nello spezzare il pane. Mentre essi parlavano di queste cose, Gesù in persona stette in mezzo a loro e disse: «Pace a voi!». Sconvolti e pieni di paura, credevano di vedere un fantasma. Ma egli disse loro: «Perché siete turbati, e perché sorgono dubbi nel vostro cuore? Guardate le mie mani e i miei piedi: sono proprio io! Toccatemi e guardate; un fantasma non ha carne e ossa, come vedete che io ho». Dicendo questo, mostrò loro le mani e i piedi. Ma poiché per la gioia non credevano ancora ed erano pieni di stupore, disse: «Avete qui qualche cosa da mangiare?». Gli offrirono una porzione di pesce arrostito; egli lo prese e lo mangiò davanti a loro. Poi disse: «Sono queste le parole che io vi dissi quando ero ancora con voi: bisogna che si compiano tutte le cose scritte su di me nella legge di Mosè, nei Profeti e nei Salmi». Allora aprì loro la mente per comprendere le Scritture e disse loro: «Così sta scritto: il Cristo patirà e risorgerà dai morti il terzo giorno, e nel suo nome saranno predicati a tutti i popoli la conversione e il perdono dei peccati, cominciando da Gerusalemme. Di questo voi siete testimoni.In questo brano Luca collega direttamente il nostro conoscere il Risorto con l'esperienza di Simone e degli altri con lui. La differenza tra noi e loro sta nel fatto che essi contemplarono e toccarono la sua carne anche fisicamente; noi invece la contempliamo e la tocchiamo solo spiritualmente, attraverso la testimonianza della loro parola e la celebrazione dell'Eucaristia.
Luca insiste molto sulla corporeità del Signore risorto. E' una necessità nei confronti dell'ambiente ellenistico, che credeva all'immortalità dell'anima, ma non alla risurrezione dei corpi (cf. At 17,18.32; 26,8.24). Con la risurrezione della carne sta o cade sia la promessa di Dio che la speranza stessa dell'uomo di superare l'ultimo nemico, la morte (cf. 1Cor 15,26).
Chiave di lettura e sintesi delle Scritture è il Crocifisso, che offre la visione di un Dio che è amore e misericordia infinita. Ai piedi della croce cessa la nostra paura di Dio e la nostra fuga da lui, perché vediamo che egli è da sempre rivolto a noi e ci perdona. I discepoli saranno testimoni di questo (v. 48): faranno conoscere a tutti i fratelli il Signore Gesù come nuovo volto di Dio e salvezza dell'uomo. La forza di questa testimonianza è lo Spirito Santo, la potenza dall'alto (v. 49). Come scese su Maria, scenderà su di loro (cf. Lc 1,35; At 1,8; 2,1ss). L'incarnazione di Dio nella storia continua e giunge al suo compimento definitivo. Dio ha reso perfetta la sua solidarietà con l'uomo: al tempo degli antichi fu "davanti a noi" come legge per condurci alla terra promessa; al tempo di Gesù fu "con noi" per aprirci e insegnarci la strada verso il Padre; ora, nel tempo della Chiesa, è "in noi" come vita nuova. Gesù ha terminato la sua missione. Noi la continuiamo nello spazio e nel tempo. In lui e con lui, ci facciamo prossimi a tutti i fratelli, condividendo con loro la Parola e il Pane. Il mistero di Cristo si può presentare solamente attraverso le Scritture. Solo Dio conosce il suo Inviato, il cammino che deve percorrere e la meta che deve raggiungere. I segreti di Dio non si scoprono attraverso la riflessione e la sapienza umana, ma solo attraverso la sua libera comunicazione. Per questo il richiamo alle Scritture non è facoltativo, ma obbligatorio per capire il piano di Dio e il cammino del suo Cristo. La catechesi di Cristo si conclude con la missione degli Undici a tutte le nazioni perché siano i continuatori della sua opera e i testimoni della sua risurrezione. In essa sono racchiusi gli articoli del kerigma apostolico: l'annunzio della morte e risurrezione di Cristo (v. 46), la predicazione della conversione per la remissione dei peccati (v. 47) e la funzione della testimonianza (v. 48).
L'annuncio evangelico era cominciato con la predicazione della penitenza e la remissione dei peccati e si chiude con lo stesso tema (v. 47). Gesù ha assolto la sua missione nel costante tentativo di distogliere gli uomini dal male; ora la sua opera deve continuare attraverso i suoi inviati. Annunciando agli uomini il lieto messaggio del perdono dei peccati e della pace piena e perfetta con Dio, essi non saranno dei conquistatori, ma dei benefattori dell'umanità.
Ma prima di partire per la missione, la Chiesa dovrà ricevere il dono dello Spirito Santo. Se gli apostoli sono i continuatori e i testimoni di Gesù, devono ricevere la stessa investitura di Gesù. Egli si è mosso dopo aver ricevuto il battesimo nello Spirito (Lc 4,14); la stessa cosa deve compiersi per i suoi apostoli. Questi messaggeri di pace, che si dirameranno da Gerusalemme verso tutte le parti del mondo, saranno corroborati dalla forza dello Spirito. La loro potenza è la forza della fede.
L'ascensione è narrata due volte da Luca, come conclusione del Vangelo e come inizio degli Atti. Il Signore non si allontana dai suoi. Sarà sempre in cammino con i pellegrini della storia, come i due discepoli di Emmaus.
Ma la sua presenza non sarà fisica, limitata nello spazio e nel tempo. Sarà spirituale, illimitata, ovunque e sempre. Prima era vicino a noi col suo corpo, ora è in noi col suo Spirito. Prima era visibile con il volto di un altro, ora è invisibile e ha preso il nostro volto.
Il suo distare non è un andare lontano, ma un elevarsi là dove può racchiudere in sé ogni orizzonte. Raggiunto il cuore del Padre, Gesù è vicino ad ogni fratello, perché ogni uomo è nel cuore di Dio.
Padre Lino Pedron
-------------------------
Etichette:
meditazione del giorno,
Padre Lino Pedron
mercoledì 11 aprile 2012
Riconobbero Gesù nello spezzare il pane
Lc 24,13-35
Ed ecco, in quello stesso giorno due di loro erano in cammino per un villaggio di nome Èmmaus, distante circa undici chilometri da Gerusalemme, e conversavano tra loro di tutto quello che era accaduto. Mentre conversavano e discutevano insieme, Gesù in persona si avvicinò e camminava con loro. Ma i loro occhi erano impediti a riconoscerlo. Ed egli disse loro: «Che cosa sono questi discorsi che state facendo tra voi lungo il cammino?». Si fermarono, col volto triste; uno di loro, di nome Clèopa, gli rispose: «Solo tu sei forestiero a Gerusalemme! Non sai ciò che vi è accaduto in questi giorni?». Domandò loro: «Che cosa?». Gli risposero: «Ciò che riguarda Gesù, il Nazareno, che fu profeta potente in opere e in parole, davanti a Dio e a tutto il popolo; come i capi dei sacerdoti e le nostre autorità lo hanno consegnato per farlo condannare a morte e lo hanno crocifisso. Noi speravamo che egli fosse colui che avrebbe liberato Israele; con tutto ciò, sono passati tre giorni da quando queste cose sono accadute. Ma alcune donne, delle nostre, ci hanno sconvolti; si sono recate al mattino alla tomba e, non avendo trovato il suo corpo, sono venute a dirci di aver avuto anche una visione di angeli, i quali affermano che egli è vivo. Alcuni dei nostri sono andati alla tomba e hanno trovato come avevano detto le donne, ma lui non l'hanno visto». Disse loro: «Stolti e lenti di cuore a credere in tutto ciò che hanno detto i profeti! Non bisognava che il Cristo patisse queste sofferenze per entrare nella sua gloria?». E, cominciando da Mosè e da tutti i profeti, spiegò loro in tutte le Scritture ciò che si riferiva a lui. Quando furono vicini al villaggio dove erano diretti, egli fece come se dovesse andare più lontano. Ma essi insistettero: «Resta con noi, perché si fa sera e il giorno è ormai al tramonto». Egli entrò per rimanere con loro. Quando fu a tavola con loro, prese il pane, recitò la benedizione, lo spezzò e lo diede loro. Allora si aprirono loro gli occhi e lo riconobbero. Ma egli sparì dalla loro vista. Ed essi dissero l'un l'altro: «Non ardeva forse in noi il nostro cuore mentre egli conversava con noi lungo la via, quando ci spiegava le Scritture?». Partirono senza indugio e fecero ritorno a Gerusalemme, dove trovarono riuniti gli Undici e gli altri che erano con loro, i quali dicevano: «Davvero il Signore è risorto ed è apparso a Simone!». Ed essi narravano ciò che era accaduto lungo la via e come l'avevano riconosciuto nello spezzare il pane.Questo episodio è una pagina esemplare per mostrarci come il Signore risorto è presente ancora oggi nella nostra vita di credenti e come possiamo incontrarlo. I due viandanti sono figura della Chiesa. Essa cambia cuore, volto e cammino quando incontra il suo Signore nella Parola e nel Pane. Centro del racconto è il Cristo morto e risorto davanti al quale ogni uomo "è senza testa e lento di cuore a credere" (v. 25).
Potremmo anche noi, come le donne e come Pietro, andare al sepolcro. Come loro, lo troveremmo vuoto. Non è lì il Vivente. E' per le strade del mondo in cerca dei fratelli smarriti. Li segue, li incontra, li accompagna per trasformare la loro fuga da Gerusalemme in pellegrinaggio verso il Padre. Come ai due discepoli di Emmaus, Cristo si fa vicino a tutti noi. Ci incontra nella nostra vicenda quotidiana di viandanti della vita e si associa al nostro cammino, ovunque andiamo. Egli non si allontana da noi anche se noi ci allontaniamo da lui. E' venuto per cercare e salvare ciò che era perduto (cf. Lc 5,32; 19,10).
Cristo in persona ci spiega le Scritture e ci apre gli occhi. Anche se rimane invisibile, lo percepiamo con l'occhio della fede. Tutti possono giungere a lui attraverso l'annuncio che lo rivela risorto e il gesto dello spezzare il pane. La Parola e il Pane, con cui egli resta nel nostro spirito e nella nostra carne, sono il viatico della Chiesa fino alla fine dei tempi. La Parola e il corpo di Cristo ci assimilano a lui, donandoci lo Spirito, che è la forza per vivere da figli del Padre e da fratelli tra di noi.
Il parlare di Gesù è il primo modo di accorgersi della sua presenza. Il Risorto non abbandona i suoi, ma si fa vicino a tutti e ovunque. Può entrare anche attraverso le porte chiuse, negli occhi dei ciechi e nei cuori induriti. Come ha seguito il malfattore fino alla croce per offrirgli il Regno, ora segue ciascuno, in qualunque situazione, per fargli lo stesso dono. Noi non possiamo aprirci gli occhi della fede. E' un miracolo che solo Gesù può compiere attraverso la sua parola e i suoi sacramenti. Il volto triste e scuro dei due discepoli è l'opposto di quello luminoso e trasfigurato del Signore (9,29). Solo la sua parola inonderà di luce e di calore il loro cuore. Gesù interroga i due perché esca da loro tutta l'amarezza e la delusione del loro cuore. La fede non è elusione, ma soluzione dei problemi. Questi non vanno né repressi né rimossi. Questi due discepoli sono bene informati ed espongono con precisione il kerigma. Conoscono bene Gesù, ma solo fino alla sua morte. Il racconto, fedele e corretto, giunge fino alla porta stretta in cui non si vuole entrare. La croce è letta come la fine di ogni speranza. Solo il Risorto può farla comprendere come mistero di salvezza. Il pensiero dell'uomo resta profondamente deluso davanti al pensiero di Dio (Mc 8,31-33). Egli non ci salva secondo le nostre attese, liberandoci dal male e dalla morte, ma nel male e nella morte. Davanti alla croce, che è la sapienza e la potenza di Dio (1Cor 1,24), si frantumano i nostri idoli e le nostre speranze che si rivelano semplici garanzie delle nostre paure. I due hanno ricevuto l'annuncio della risurrezione, ma è parso loro incredibile. Allora come adesso, questo è il problema: senza l'esperienza del Risorto, la fede è impossibile! Perché la fede è comunione diretta e personale con il Signore (4,42).
Da sempre il popolo d'Israele è "di dura cervice e dal cuore incirconciso". I discepoli sono chiamati "senza testa e lenti di cuore a credere" come se questo fosse il loro nome proprio, il tratto fondamentale della loro identità. La nostra testa è realmente impermeabile alla verità di Dio, perché è piena delle nostre idee sbagliate sul suo conto, e il nostro cuore è lento e raggelato dalle nostre paure di Dio e, di conseguenza, dalla tristezza del non sentirsi amati da lui. Prestiamo più fede alla menzogna di satana che alla verità di Dio. Il primo passo da fare è quello di prestare più ascolto alla sua parola che alle nostre paure. Il v. 26 è il centro della catechesi del Risorto. La sua morte non è un incidente di percorso, estraneo alla promessa di Dio: è il passaggio obbligato per entrare nella gloria. Ovviamente solo dopo la risurrezione possiamo comprenderlo. Alla luce della sua Pasqua, la croce diventa la chiave interpretativa di tutta la Scrittura, e tutta la Scrittura diventa un commento alla croce come gloria di Dio. "Tutta la divina Scrittura costituisce un unico libro e quest'unico libro è Cristo, perché tutta la Scrittura parla di Cristo e trova in Cristo il suo compimento" (Ugo da San Vittore). Gesù risorto è contemporaneamente l'esegesi e l'esegeta della Parola. Tutta La Bibbia si riassume in una parola brevissima: Gesù. Gesù risorto è alla ricerca di tutti i suoi fratelli. Per questo deve andare sempre oltre (vv. 28-29). Se si trattiene con noi è solo per coinvolgerci in questo movimento per andare oltre e arrivare a tutti fino agli ultimi confini della terra. Il dimorare di Dio con noi è una delle espressioni che meglio ci fanno cogliere il significato dell'Eucaristia: "Ecco, sto alla porta e busso. Se qualcuno ascolta la mia voce e mi apre la porta, io verrò da lui, cenerò con lui ed egli con me" (Ap 3,20). Egli resterà con noi fino alla fine del mondo (Mt 28,20). Il suo pane spezzato è la sua dimora in noi e la nostra in lui.
L'abbondante mensa della Parola lungo il cammino è servita a far desiderare e comprendere la mensa del Pane. Nell'Eucaristia si spalancano i nostri occhi perché vediamo che è lui per noi. Questo riconoscimento avviene dopo la Parola nel dono del Pane. Gesù dopo lo spezzamento del Pane non scompare, ma resta con noi invisibile. E' invisibile perché, propriamente parlando, non è più con noi, ma in noi. La Parola e il Pane ce l'hanno messo nel cuore. Dio nell'Antico Testamento si era rivelato nel roveto ardente (Es 3,2ss), ora si rivela nel cuore ardente di ogni uomo che ascolta la parola di Dio. Egli non si rivela più fuori, ma dentro di noi, come nostra vita. E' lui il maestro interiore, la cui parola viva ed efficace risuscita in noi la speranza morta. Il suo potere non si impone, ma ci lascia liberi. Anzi, suscita la libertà del desiderio e dell'invocazione: "Dimora con noi!". "Davvero il Signore è risorto!" è il grido di Pasqua. Il Cristo che fu visto da Simone è quello stesso che noi riconosciamo nell'Eucaristia. Il messaggio della risurrezione avanza attraverso la celebrazione dell'Eucaristia. E' qui che la Chiesa fa esperienza che Cristo è il Vivente. L'annuncio della risurrezione, che si era aperto con diffidenza all'inizio del racconto (v. 23), dopo l'incontro con il Cristo che spiega le Scritture e spezza il Pane si trasmette da una Chiesa all'altra con partecipazione e gioia (v. 35).
Padre Lino Pedron
---------------------------
Etichette:
meditazione del giorno,
Padre Lino Pedron
Iscriviti a:
Post (Atom)
