mercoledì 9 maggio 2012

Chi rimane in me, e io in lui, porta molto frutto

Gv 15,1-8 
«Io sono la vite vera e il Padre mio è l'agricoltore. Ogni tralcio che in me non porta frutto, lo taglia, e ogni tralcio che porta frutto, lo pota perché porti più frutto. Voi siete già puri, a causa della parola che vi ho annunciato. Rimanete in me e io in voi. Come il tralcio non può portare frutto da se stesso se non rimane nella vite, così neanche voi se non rimanete in me. Io sono la vite, voi i tralci. Chi rimane in me, e io in lui, porta molto frutto, perché senza di me non potete far nulla. Chi non rimane in me viene gettato via come il tralcio e secca; poi lo raccolgono, lo gettano nel fuoco e lo bruciano. Se rimanete in me e le mie parole rimangono in voi, chiedete quello che volete e vi sarà fatto. In questo è glorificato il Padre mio: che portiate molto frutto e diventiate miei discepoli. 

In questo brano Gesù scongiura i suoi amici di rimanere in lui, nel suo amore, per portare molto frutto e per godere la gioia in pienezza. 
L'espressione dominante di questo testo è "rimanere in", che ricorre sette volte. Gesù si presenta come la vite della verità: in questo modo afferma di essere il Cristo, il profeta definitivo atteso dagli ebrei e la fonte della rivelazione piena e perfetta. 
Nell'Antico Testamento la vite ha simboleggiato il popolo d'Israele. Il salmo 80 canta la storia del popolo di Dio utilizzando l'immagine della vite che Dio ha divelto dall'Egitto per trapiantarla in Palestina, dopo averle preparato il terreno. La presentazione del Padre, come l'agricoltore che coltiva la vita identificata con Gesù, richiama il canto d'amore di Isaia 5,1-7 nel quale il Signore è descritto come il vignaiolo che cura la casa d'Israele. 
La vite-Gesù produce numerosi tralci; non tutti però danno frutto. Il portare frutto dipende dal rapporto personale del discepolo con Gesù, dall'unione intima con il Cristo. L'opera purificatrice di Dio nei discepoli di Gesù ha come scopo una fecondità maggiore. Dio purifica i discepoli dal male e dal peccato per mezzo della parola di Gesù. Per Giovanni la purificazione è legata alla parola di Cristo, cioè all'adesione, per mezzo della fede, alla sua rivelazione. 
Gesù parla della mutua immanenza tra lui e i suoi amici. Nel passo finale del discorso di Cafàrnao, egli aveva fatto dipendere questa comunione perfetta tra lui e i suoi discepoli dal mangiare la sua carne e dal bere il suo sangue (Gv 6,56). 
La finalità della comunione intima con Gesù, il frutto che ogni tralcio deve portare è la salvezza. L'uomo separato da Cristo, che è la fonte della vita, si trova nell'incapacità di vivere e operare nella vita divina. Senza l'azione dello Spirito Santo è impossibile entrare nel regno di Dio (Gv 3,5); senza l'attrazione del Padre, nessuno può andare verso il Cristo e credere in lui (Gv 6,44. 65). 
Come il mondo incredulo si trova nell'incapacità totale di credere (Gv 12,39) e di ricevere la Spirito della verità (Gv 14,17), così i discepoli, se non rimangono uniti al Cristo, non possono operare nulla sul piano della fede e della grazia (v.5). Chi non rimane in Cristo, vite della verità, non solo è sterile, ma subirà la condanna del giudizio finale (v.6). Una conseguenza benefica del rimanere in Gesù è l'esaudimento delle preghiere dei discepoli da parte del Padre. L'unione intima e profonda con Gesù rende molto fecondi nella vita di fede e capaci di glorificare Dio Padre (v.8). 
Padre Lino Pedron 
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Magnificat anima mea Dominum!

Come sarà stato lo sguardo gioioso di Gesù!: lo stesso che avrà brillato negli occhi di sua Madre, che non può contenere la propria allegrezza e la sua anima glorifica il Signore «Magnificat anima mea Dominum!» , da quando lo porta dentro di sé e al suo fianco. Oh!, Madre!: sia la nostra, come la tua, la gioia di stare con Lui e di avere Lui. (Solco, 95) 


La nostra fede non è un peso, non è una limitazione. Che povera idea della verità cristiana dimostrerebbe chi non ne fosse convinto! Scegliendo Dio non perdiamo nulla, guadagniamo tutto: chi, a scapito della propria anima, avrà trovato la sua vita, la perderà; e chi avrà perduto la sua vita per causa mia, la troverà [Mt 10, 39]. 
Abbiamo in mano la carta vincente, il primo premio. Se qualcosa ci impedisce di vedere chiaramente questa verità, esaminiamo il fondo della nostra anima: forse c'è poca fede, poco rapporto personale con Dio, poca vita di preghiera. Dobbiamo chiedere al Signore — per mezzo di sua Madre, che è anche Madre nostra — di farci crescere nel suo amore, di concederci di gustare la dolcezza della sua presenza; perché soltanto quando si ama si giunge alla libertà più piena: la libertà di non voler mai abbandonare, per tutta l'eternità, l'oggetto del nostro amore. (Amici di Dio, 38) 
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martedì 8 maggio 2012

Supplica alla Madonna di Pompei

Recitata nel Santuario di Pompei e in altre chiese i giorni 8 maggio e prima domenica di ottobre. 


O augusta Regina delle Vittorie, o Sovrana del cielo e della terra, al cui nome si rallegrano i cieli e tremano gli abissi, o Regina gloriosa del Rosario, noi devoti figli tuoi, raccolti nel tuo tempio di Pompei (in questo giorno solenne), effondiamo gli affetti del nostro cuore e con confidenza di figli ti esprimiamo le nostre miserie.Dal trono di clemenza, dove siedi Regina, volgi, o Maria, il tuo sguardo pietoso su di noi, sulle nostre famiglie, sull'Italia, sull'Europa, sul mondo. Ti prenda compassione degli affanni e dei travagli che amareggiano la nostra vita. Vedi, o Madre, quanti pericoli nell'anima e nel corpo, quante calamità ed afflizioni ci costringono.O Madre, implora per noi misericordia dal tuo Figlio divino e vinci con la clemenza il cuore dei peccatori. Sono nostri fratelli e figli tuoi che costano sangue al dolce Gesù e contristano il tuo sensibilissimo Cuore. Mostrati a tutti quale sei, Regina di pace e di perdono.
Ave Maria 


È vero che noi, per primi, benché tuoi figli, con i peccati torniamo a crocifiggere in cuor nostro Gesù e trafiggiamo nuovamente il tuo cuore.Lo confessiamo: siamo meritevoli dei più aspri castighi, ma tu ricordati che, sul Golgota, raccogliesti, col Sangue divino, il testamento del Redentore moribondo, che ti dichiarava Madre nostra, Madre dei peccatori.Tu dunque, come Madre nostra, sei la nostra avvocata, la nostra speranza. E noi, gementi, stendiamo a te le mani supplichevoli, gridando: misericordia!O Madre buona, abbi pietà di noi, delle anime nostre, delle nostre famiglie, dei nostri parenti, dei nostri amici, dei nostri defunti, soprattutto dei nostri nemici e di tanti che si dicono cristiani, eppur offendono il cuore amabile del tuo Figliuolo. Pietà oggi imploriamo per le nazioni traviate, per tutta l'Europa, per tutto il mondo, perché pentito ritorni al tuo cuore.Misericordia per tutti, o Madre di misericordia.
Ave Maria 


Degnati benevolmente, o Maria, di esaudirci! Gesù ha riposto nelle tue mani tutti i tesori delle sue grazie e delle sue misericordie.Tu siedi, coronata Regina, alla destra del tuo Figlio, splendente di gloria immortale su tutti i cori degli angeli. Tu distendi il tuo dominio per quanto sono distesi i cieli, a te la terra e le creature tutte sono soggette. Tu sei l'onnipotente per grazia, tu dunque puoi aiutarci. Se tu non volessi aiutarci, perché figli ingrati ed immeritevoli della tua protezione, non sapremmo a chi rivolgerci. Il tuo cuore di Madre non permetterà di vedere noi, tuoi figli, perduti. Il bambino che vediamo sulle tue ginocchia e la mistica corona che miriamo nella tua mano, ci ispirano fiducia che saremo esauditi. E noi confidiamo pienamente in te, ci abbandoniamo come deboli figli tra le braccia della più tenera fra le madri, e, oggi stesso, da te aspettiamo le sospirate grazie.
Ave Maria 


Un'ultima grazia noi ora ti chiediamo, o Regina, che non puoi negarci (in questo giorno solennissimo). Concedi a tutti noi l'amore tuo costante e in modo speciale la materna benedizione.Non ci staccheremo da te finché non ci avrai benedetti. Benedici, o Maria, in questo momento il Sommo Pontefice. Agli antichi splendori della tua corona, ai trionfi del tuo Rosario, onde sei chiamata Regina delle Vittorie, aggiungi ancor questo, o Madre: concedi il trionfo alla religione e la pace all'umana società. Benedici i nostri vescovi, i sacerdoti e particolarmente tutti coloro che zelano l'onore del tuo Santuario. Benedici infine tutti gli associati al tuo tempio di Pompei e quanti coltivano e promuovono la devozione al santo Rosario.O Rosario benedetto di Maria, catena dolce che ci rannodi a Dio, vincolo di amore che ci unisci agli angeli, torre di salvezza, negli assalti dell'inferno, porto sicuro nel comune naufragio, noi non ti lasceremo mai più.Tu ci sarai conforto nell'ora dell'agonia, a te l'ultimo bacio della vita che si spegne.E l'ultimo accento delle nostre labbra sarà il nome tuo soave, o Regina del Rosario di Pompei, o Madre nostra cara, o Rifugio dei peccatori, o Sovrana consolatrice dei mesti.Sii ovunque, benedetta, oggi e sempre, in terra e in cielo. Amen. 
Salve Regina 
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Vi do la mia pace

Gv 14,27-31 
Vi lascio la pace, vi do la mia pace. Non come la dà il mondo, io la do a voi. Non sia turbato il vostro cuore e non abbia timore. Avete udito che vi ho detto: «Vado e tornerò da voi». Se mi amaste, vi rallegrereste che io vado al Padre, perché il Padre è più grande di me. Ve l'ho detto ora, prima che avvenga, perché, quando avverrà, voi crediate. Non parlerò più a lungo con voi, perché viene il principe del mondo; contro di me non può nulla, ma bisogna che il mondo sappia che io amo il Padre, e come il Padre mi ha comandato, così io agisco. Alzatevi, andiamo via di qui». 

Gesù, dopo aver parlato dello Spirito Santo, dona ai suoi discepoli la sua pace. Essa sintetizza la pienezza dei beni messianici e si differenzia da quella del mondo che si esaurisce nella gioia effimera del piacere e del successo (Gv 16,20). 
Inondato dalla pace di Cristo, il cuore dei credenti non deve turbarsi o spaventarsi per la prossima partenza del Maestro, perché egli ritornerà da loro (vv.27-28). I discepoli non devono rattristarsi, ma rallegrarsi perché Gesù va dal Padre che è più grande di lui. In realtà il Padre è più grande di tutti (Gv 10,29), anche del Figlio suo, perché è la fonte dell'essere, della vita e dell'agire del Figlio e di tutte le creature (Gv 5,19ss). Egli è l'ideatore delle storia e della salvezza. Gesù informa in anticipo i suoi amici della sua partenza per favorire la loro fede quando questo avverrà (v.29). 
Gli avvenimenti finali della vita terrena di Gesù stanno concludendosi: il Rivelatore è alle ultime battute della sua missione. Il principe di questo mondo ha già scatenato la sua ultima offensiva (v.30). Egli può dominare gli uomini e servirsene come satelliti, ma non ha alcun potere su Cristo. Con l'esaltazione del Cristo, il demonio è stato sconfitto e detronizzato (Gv 12,31), è stato giudicato e condannato (Gv 16,11). 
Gesù però deve dimostrare il suo amore per il Padre, eseguendo il suo piano di salvezza che esige il suo sacrificio, perciò deve accettare la sconfitta della croce che è la vittoria effimera del principe di questo mondo. Facendo la volontà del Padre, sottomettendosi spontaneamente alla sua passione dolorosa, Gesù mostra all'umanità fino a quale punto egli ama il Padre (v.31). Questo sembra l'unico passo del vangelo di Giovanni nel quale si parla dell'amore di Gesù per il Padre. 
Padre Lino Pedron
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Preghiera del mattino del 8/V/2012

Dio Padre onnipotente, tu che hai mandato il tuo Figlio unigenito per riconciliare il mondo con te, scaccia la paura dai nostri cuori, concedici di vivere nella pace di Cristo e permettici così di vincere la sfida posta dalla fede in Cristo, tuo Figlio, nostro Signore, che vive e regna con te nell'unità dello Spirito Santo, per tutti i secoli dei secoli.
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lunedì 7 maggio 2012

Lo Spirito Santo che il Padre manderà nel mio nome vi insegnerà ogni cosa

Gv 14,21-26 
Chi accoglie i miei comandamenti e li osserva, questi è colui che mi ama. Chi ama me sarà amato dal Padre mio e anch'io lo amerò e mi manifesterò a lui». Gli disse Giuda, non l'Iscariota: «Signore, come è accaduto che devi manifestarti a noi, e non al mondo?». Gli rispose Gesù: «Se uno mi ama, osserverà la mia parola e il Padre mio lo amerà e noi verremo a lui e prenderemo dimora presso di lui. Chi non mi ama, non osserva le mie parole; e la parola che voi ascoltate non è mia, ma del Padre che mi ha mandato. Vi ho detto queste cose mentre sono ancora presso di voi. Ma il Paràclito, lo Spirito Santo che il Padre manderà nel mio nome, lui vi insegnerà ogni cosa e vi ricorderà tutto ciò che io vi ho detto. 

L'amore per la persona di Gesù è dimostrato custodendo i suoi precetti, ossia accogliendo la parola di Cristo, facendola penetrare nel cuore e custodendola gelosamente. 
Il vero discepolo, che dimostra di amare il Signore concretamente, sarà oggetto di un amore speciale del Padre e del Figlio. Questo amore del Cristo per i suoi amici avrà come effetto una speciale manifestazione (v.21). Questo linguaggio misterioso provoca l'intervento di Giuda, non l'Iscariota, il quale chiede spiegazioni. Egli rivela la mentalità dei giudei in merito alla manifestazione del Messia. 
Gli ebrei infatti attendevano il Messia che doveva fare la sua comparsa in modo spettacolare per rivelarsi davanti a tutti come re d'Israele e che avrebbe guidato la riscossa nazionale contro i dominatori pagani e instaurato definitivamente il regno di Dio. La risposta di Gesù, a prima vista sembra ignorare la domanda di Giuda, ma in realtà è la risposta più profonda alla domanda dell'apostolo. Gesù chiarisce che la sua manifestazione agli amici non avverrà in modo spettacolare ed esterno, ma si realizzerà nell'intimo delle coscienze, con la sua venuta insieme al Padre nel cuore dei discepoli (v.23). Il regno di Cristo infatti non è di carattere politico, non ha origine da questo mondo, ma si instaura con l'assimilazione della verità (Gv 18,36-37), osservando la sua parola (v.23). 
Con tale interiorizzazione della rivelazione del Cristo, i discepoli sono resi tempio di Dio, ospiteranno le persone del Padre e del Figlio. Gesù si manifesterà realmente ai suoi amici che lo amano concretamente, perché tornerà da loro e abiterà per sempre nel loro cuore (v.20), assieme al Padre (v.23) e allo Spirito della verità (v.17). Gesù mette in rapporto la sua rivelazione con l'azione dello Spirito santo. Egli, dimorando presso i suoi amici, ha rivelato la parola di Dio (v.25), ma essi non hanno capito né fatto penetrare nel cuore la verità; di qui la necessità dell'intervento dello Spirito santo. Quindi non solo Gesù, ma anche lo Spirito è maestro di fede: egli insegnerà ogni cosa ai credenti. 
Lo Spirito santo non eserciterà una funzione didattica prescindendo dalla rivelazione di Gesù, ma ricordando ai discepoli le parole di Gesù (v.26) e introducendoli nella verità tutta intera (Gv 16,13). Questo è il primo brano del vangelo di Giovanni che parla contemporaneamente del Padre, del Figlio e dello Spirito santo. Queste tre persone divine non sono considerate in modo astratto, ma nel loro rapporto con i discepoli di Gesù. Il Padre, il Figlio e la Spirito santo abitano nei cristiani che custodiscono la parola del Signore (vv.18.23). 
Questa verità deve ispirare profondamente la spiritualità cristiana. 
Padre Lino Pedron 
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Preghiera del mattino del 7/V/2012

Dio Padre onnipotente, il tuo Verbo si è fatto carne ed è venuto fra noi per farci rimanere sempre con te.
Manda il tuo Spirito nei nostri cuori oggi, perché ci ricordi l'insegnamento di Cristo e ci faccia osservare, in comunione con i santi, i suoi comandamenti, ora e sempre. 
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domenica 6 maggio 2012

Io sono la vite, e voi i tralci!


Il Signore ci parla attraverso il Vangelo di  oggi facendoci rivolgere lo sguardo a quello che è il quotidiano.    
Qui Gesù dice di essere la vite (la pianta della vigna), noi i tralci (i rami della pianta) e il Padre il vignaiolo (il contadino che cura e fa crescere la pianta). È l’immagine della nostra relazione con Dio: noi siamo così stretti a Dio come il tralcio alla vite e come la vite al vignaiolo.   
Carissimi, solo se si cammina con Dio si sta bene, bisogna essere completamente uniti a Lui, camminarGli accanto mano nella mano. Essere tralci significa stare attaccati a Gesù perchè è Lui la vera Vite...da Lui nascono i frutti. Il tralcio non vive da sé ma solo unito alla vite e così è per ciascuno di noi. 
In diversi messaggi la Madonna ci invita con ardore a chiedere   a Gesù la forza e l'energia sufficiente per la vita. Bisogna essere consapevoli che i frutti che si producono non sono ad uso e consumo egoistico ma vanno distribuiti a tutti quelli hanno fame e vogliono crescere con l'amore e la pace di Dio.    
Il Signore ci dona la sua linfa, per mezzo di essa noi viviamo.  Solo attraverso Gesù potremo giungere al senso profondo della vita.  
Maria M.
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Il Santo Rosario è un'arma potente

Il Santo Rosario è un'arma potente. Impiegala con fiducia e ti meraviglierai del risultato. (Cammino, 558) 


Anche i nostri rapporti con la Madre del Cielo richiedono norme di pietà filiale che guidino il nostro comportamento verso di Lei. Molti cristiani adottano l'antica consuetudine dello scapolare, o usano salutare — non c'è bisogno di parole, basta un pensiero — le immagini di Maria che si trovano in ogni casa cristiana o che adornano le strade in tante città. Altri vivono quella preghiera meravigliosa che è il santo Rosario, nel quale l'anima non si stanca di ripetere le stesse cose, come non se ne stancano gli innamorati che si amano veramente, e in cui si impara a rivivere i momenti centrali della vita del Signore. Altri ancora si sono abituati a dedicare alla Madonna un giorno della settimana — proprio il giorno in cui siamo oggi riuniti, il sabato — come un'occasione per offrirle qualche piccola attenzione e per meditare più intensamente sulla sua maternità. 
Ci sono molte altre devozioni mariane che non è necessario ricordare in questo momento. Certamente non si tratta di praticarle tutte insieme — crescere nella vita soprannaturale è cosa ben diversa dal fare accumulo di devozioni —: devo però dire che non possiede la pienezza della fede chi non ne vive nessuna, chi non manifesta in qualche modo il suo amore a Maria. (E' Gesù che passa, 142) 
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Chi rimane in me ed io in lui fa molto frutto

Gv 15,1-8 
«Io sono la vite vera e il Padre mio è l'agricoltore. Ogni tralcio che in me non porta frutto, lo taglia, e ogni tralcio che porta frutto, lo pota perché porti più frutto. Voi siete già puri, a causa della parola che vi ho annunciato. Rimanete in me e io in voi. Come il tralcio non può portare frutto da se stesso se non rimane nella vite, così neanche voi se non rimanete in me. Io sono la vite, voi i tralci. Chi rimane in me, e io in lui, porta molto frutto, perché senza di me non potete far nulla. Chi non rimane in me viene gettato via come il tralcio e secca; poi lo raccolgono, lo gettano nel fuoco e lo bruciano. Se rimanete in me e le mie parole rimangono in voi, chiedete quello che volete e vi sarà fatto. In questo è glorificato il Padre mio: che portiate molto frutto e diventiate miei discepoli. 

In questo brano Gesù scongiura i suoi amici di rimanere in lui, nel suo amore, per portare molto frutto e per godere la gioia in pienezza. L'espressione dominante di questo testo è "rimanere in", che ricorre sette volte. 
Gesù si presenta come la vite della verità: in questo modo afferma di essere il Cristo, il profeta definitivo atteso dagli ebrei e la fonte della rivelazione piena e perfetta. 
Nell'Antico Testamento la vite ha simboleggiato il popolo d'Israele. Il salmo 80 canta la storia del popolo di Dio utilizzando l'immagine della vite che Dio ha divelto dall'Egitto per trapiantarla in Palestina, dopo averle preparato il terreno. La presentazione del Padre, come l'agricoltore che coltiva la vita identificata con Gesù, richiama il canto d'amore di Isaia 5,1-7 nel quale il Signore è descritto come il vignaiolo che cura la casa d'Israele. La vite-Gesù produce numerosi tralci; non tutti però danno frutto. 
Il portare frutto dipende dal rapporto personale del discepolo con Gesù, dall'unione intima con il Cristo. L'opera purificatrice di Dio nei discepoli di Gesù ha come scopo una fecondità maggiore. Dio purifica i discepoli dal male e dal peccato per mezzo della parola di Gesù. 
Per Giovanni la purificazione è legata alla parola di Cristo, cioè all'adesione, per mezzo della fede, alla sua rivelazione. Gesù parla della mutua immanenza tra lui e i suoi amici. Nel passo finale del discorso di Cafàrnao, egli aveva fatto dipendere questa comunione perfetta tra lui e i suoi discepoli dal mangiare la sua carne e dal bere il suo sangue (Gv 6,56). La finalità della comunione intima con Gesù, il frutto che ogni tralcio deve portare è la salvezza. 
L'uomo separato da Cristo, che è la fonte della vita, si trova nell'incapacità di vivere e operare nella vita divina. Senza l'azione dello Spirito Santo è impossibile entrare nel regno di Dio (Gv 3,5); senza l'attrazione del Padre, nessuno può andare verso il Cristo e credere in lui (Gv 6,44. 65). Come il mondo incredulo si trova nell'incapacità totale di credere (Gv 12,39) e di ricevere la Spirito della verità (Gv 14,17), così i discepoli, se non rimangono uniti al Cristo, non possono operare nulla sul piano della fede e della grazia (v.5). Chi non rimane in Cristo, vite della verità, non solo è sterile, ma subirà la condanna del giudizio finale (v.6). 
Una conseguenza benefica del rimanere in Gesù è l'esaudimento delle preghiere dei discepoli da parte del Padre. L'unione intima e profonda con Gesù rende molto fecondi nella vita di fede e capaci di glorificare Dio Padre (v.8). 
Padre Lino Pedron 
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Preghiera del mattino del 6/V/2012

Signore Gesù Cristo, per mezzo del battesimo noi entriamo nella tua comunità. 
La tua grazia agisce in noi. 
Tu vuoi che la nostra vita sia impregnata del tuo amore. 
E la nostra vita diventa più utile e più ricca. 
Tuo Padre veglia su di noi, perché noi maturiamo in simbiosi con te. 
Vogliamo vivere come membri attivi della tua Chiesa e preghiamo con fiducia tuo Padre di aiutarci a volere il bene e a metterlo in atto. 
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sabato 5 maggio 2012

Madre! — Chiamala forte, forte

Madre! —Chiamala forte, forte. —Ti ascolta, ti vede forse in pericolo e ti offre, Santa Maria tua Madre, con la grazia di suo Figlio, la consolazione del suo grembo, la tenerezza delle sue carezze: e ti sentirai rinfrancato per la nuova lotta. (Cammino, 516) 


Per capire il ruolo di Maria nella vita cristiana, per sentirci attratti verso di Lei, per cercare con affetto filiale la sua amorevole compagnia, non occorrono lunghe disquisizioni, anche se il mistero della maternità divina ha una ricchezza di contenuto su cui non si rifletterà mai abbastanza. Dobbiamo amare Dio con lo stesso cuore col quale amiamo i nostri genitori, i nostri fratelli, le altre persone della nostra famiglia, i nostri amici: abbiamo un cuore solo. Con questo solo cuore dobbiamo rivolgerci a Maria. Come si comporta un figlio con sua madre? In tanti modi diversi, ma sempre con affetto e fiducia. Con un affetto che si manifesterà di volta in volta secondo le occasioni tracciate dalla vita stessa. Lungi da ogni freddezza, si creano cosìo tenere e intime consuetudini domestiche fatte di piccole attenzioni quotidiane che il figlio sente il bisogno di rivolgere alla madre e di cui la madre sente la mancanza se il figlio le dimentica: un bacio, una carezza uscendo o entrando in casa, un piccolo regalo, qualche parola intensa ed espressiva. (E' Gesù che passa, 142) 
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Chi ha visto me, ha visto il Padre

Gv 14,7-14 
Se avete conosciuto me, conoscerete anche il Padre mio: fin da ora lo conoscete e lo avete veduto». Gli disse Filippo: «Signore, mostraci il Padre e ci basta». Gli rispose Gesù: «Da tanto tempo sono con voi e tu non mi hai conosciuto, Filippo? Chi ha visto me, ha visto il Padre. Come puoi tu dire: «Mostraci il Padre»? Non credi che io sono nel Padre e il Padre è in me? Le parole che io vi dico, non le dico da me stesso; ma il Padre, che rimane in me, compie le sue opere. Credete a me: io sono nel Padre e il Padre è in me. Se non altro, credetelo per le opere stesse.  In verità, in verità io vi dico: chi crede in me, anch'egli compirà le opere che io compio e ne compirà di più grandi di queste, perché io vado al Padre. E qualunque cosa chiederete nel mio nome, la farò, perché il Padre sia glorificato nel Figlio. Se mi chiederete qualche cosa nel mio nome, io la farò.

Dal tema del viaggio verso la casa del Padre, Gesù con naturalezza passa a parlare della via. Per giungere al Padre bisogna passare per il Figlio. Tommaso desidera concretezza e chiarezza nei discorsi. Egli aveva capito che Gesù parlava di una via nel senso materiale di strada, mentre Gesù sta parlando della via come mezzo per giungere a Dio, come strumento per mettersi in contatto personale con il Padre. Per questa ragione, nella sua replica all'apostolo, Gesù proclama di essere la via per andare verso Dio. 
Gesù proclama di essere il mediatore per mettersi in contatto personale con il Padre. Nessuno può arrivare a Dio con le proprie forze né può servirsi di altri mediatori. Le parole di Gesù escludono qualsiasi altra mediazione all'infuori della sua (v.6). 
Come nessuno può andare verso il Cristo se non gli è concesso dal Padre (Gv 6,65), così nessuno può giungere al Padre senza la mediazione di Gesù. Gesù proclama anche di essere la verità e la vita. Egli si identifica con la verità, cioè si proclama la rivelazione personificata di Dio. Le tre parole via, verità e vita sono applicate al Cristo per indicare le sue tre funzioni specifiche di mediatore, rivelatore e salvatore. Gesù è l'unica persona che mette in rapporto con il Padre, che manifesta in modo perfetto la vita e l'amore di Dio per l'umanità e comunica al mondo la salvezza che è la vita di Dio. Solo Gesù può condurre l'uomo a Dio, perché egli solo vive nel Padre e il Padre vive in lui. Perciò chi conosce Gesù conosce anche il Padre e chi vede Gesù vede anche il Padre. 
L'intervento di Filippo riecheggia la domanda di Mosè rivolta al Signore: "Mostrami la tua gloria" (Es 33,18). Gesù gli risponde che egli vive nel Padre (vv 9-10). L'apostolo avrebbe dovuto sapere che Gesù è una sola cosa con il Padre (Gv 8,24.28.58; 10,30.38; 13,13). Di conseguenza, vedendo Gesù si vede il Padre (v 9). Data questa mutua immanenza del Padre e del Figlio, le parole dette da Gesù in realtà sono pronunciate dal Padre che dimora in lui e le opere da lui compiute sono fatte dal Padre (v.10). L'immanenza del Padre nel Figlio può essere accettata solo per fede, per questo Gesù esorta i discepoli a credere in questa verità, se non altro a motivo delle opere straordinarie da lui compiute. Gesù spesso invita alla fede pura, basata solo sulla sua parola (Gv 4,21.48; 6,29), per cui proclama beato chi crede senza aver visto (20,29). Egli tuttavia fa appello anche alla prova divina delle opere meravigliose e straordinarie compiute nel nome di Dio, per autenticare la sua missione divina, invitando i suoi ascoltatori a credere almeno per questa ragione (Gv 5,36; 10,25.37-38; 11,15). Per questo motivo il peccato d'incredulità dei giudei è senza scuse (Gv 15,24). Nel v. 12 Gesù usa l'espressione solenne: "In verità, in verità vi dico" per richiamare l'attenzione sull'importanza dell'argomento trattato. Egli assicura ai suoi amici che, se crederanno nella sua persona divina, potranno compiere opere meravigliose e segni straordinari. La motivazione di questa possibilità di compiere opere eccezionali sta nel fatto che Gesù ritorna al Padre, presso il quale esaudirà le richieste dei discepoli (v.13). 
Affinché la preghiera sia esaudita, dev'essere fatta nel nome di Gesù, cioè dev'essere rivolta a Dio per mezzo di Gesù, mossi dalla fede nella mediazione del Figlio di Dio. Gesù non lascia senza risposta le preghiere dei suoi amici (v.14) 
Padre Lino Pedron 
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Preghiera del mattino del 5/V/2012

Padre, noi cerchiamo la verità. 
Solo essa libera dalle tenebre e dalla disperazione. 
Portaci a tuo Figlio che è la Verità piena, la Via retta, la Vita vera e la gioia che ravviva il cuore stanco e angosciato.
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venerdì 4 maggio 2012

Con Maria, com'è facile!

Prima, da solo, non riuscivi... —Adesso ti sei rivolto alla Madonna e, con Lei, com'è facile! (Cammino, 513)


I figli, specialmente quando sono ancora piccoli, tendono a chiedersi che cosa i genitori dovrebbero fare per loro, dimenticando invece i loro doveri di pietà filiale. Noi figli, di solito, siamo molto interessati, anche se questo modo di fare — l'abbiamo già rilevato — non sembra importare molto alle mamme, perché hanno abbastanza amore nei loro cuori, e amano con l'affetto migliore: quello di chi si dona senza attendere il contraccambio. 
 Altrettanto avviene con la Madonna. (...) Ci devono addolorare, se ci sono, le nostre mancanze di delicatezza verso la Madre buona. Vi chiedo — e mi chiedo —: come la onoriamo? 
 Ritorniamo all'esperienza quotidiana, alla consuetudine con le nostre madri terrene. Che cosa desiderano più di tutto le mamme dai loro figli, da coloro che sono carne della loro carne e sangue del loro sangue? La loro massima aspirazione è di averli vicino. Quando i figli crescono e non è più possibile averli accanto, attendono con impazienza le loro notizie, si emozionano per tutto ciò che succede loro: dal più piccolo malessere agli avvenimenti più importanti. 
 Guardate: per Maria, nostra Madre, saremo sempre piccoli, perché la Madonna ci apre la strada del Regno dei Cieli, che sarà donato a chi si fa bambino [Cfr Mt 19, 14]. Dalla Madonna non ci dobbiamo mai separare. E come le renderemo onore? Frequentandola, parlandole, esprimendole il nostro affetto, meditando nel nostro cuore le scene della sua vita terrena, raccontandole le nostre lotte, i nostri successi e i nostri insuccessi. (Amici di Dio, nn. 289-290)
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Io sono la via, la verità e la vita

Gv 14,1-6 
Non sia turbato il vostro cuore. Abbiate fede in Dio e abbiate fede anche in me. Nella casa del Padre mio vi sono molte dimore. Se no, vi avrei mai detto: «Vado a prepararvi un posto»? Quando sarò andato e vi avrò preparato un posto, verrò di nuovo e vi prenderò con me, perché dove sono io siate anche voi. E del luogo dove io vado, conoscete la via». Gli disse Tommaso: «Signore, non sappiamo dove vai; come possiamo conoscere la via?». Gli disse Gesù: «Io sono la via, la verità e la vita. Nessuno viene al Padre se non per mezzo di me. 

Gesù riprende l'argomento della sua imminente partenza esortando i discepoli alla fiducia, perché egli sta andando a preparare loro un posto nel regno del Padre e poi tornerà a prenderli per portarli con sé. I discepoli possono provare angoscia e tristezza per la separazione dal Maestro, ma Gesù li previene informandoli che la sua lontananza sarà temporanea. La "casa del Padre" indica lo stato beato di intima unione in cui vive Dio con la sua famiglia. In questa casa dimora per diritto il Figlio (Gv 8,35), il quale può preparare dei posti per i suoi amici: in essa "vi sono molti posti" (v.2). 
Lo stato di beatitudine consiste nell'essere con il Cristo glorioso. Dal tema del viaggio verso la casa del Padre, Gesù, con naturalezza, passa a parlare della via (v.4). Per giungere al Padre bisogna passare per il Figlio. Tommaso desidera concretezza e chiarezza nei discorsi. Egli aveva capito che Gesù parlava di una via nel senso materiale di strada, mentre Gesù sta parlando della via come mezzo per giungere a Dio, come strumento per mettersi in contatto personale con il Padre. Per questa ragione, nella sua replica all'apostolo, Gesù proclama di essere la via per andare verso Dio. 
Gesù proclama di essere il mediatore per mettersi in contatto personale con il Padre. Nessuno può arrivare a Dio con le proprie forze, né può servirsi di altri mediatori. Come nessuno può andare verso il Cristo, se non gli è concesso dal Padre (Gv 6,65), così nessuno può giungere al Padre senza la mediazione di Gesù (v.6). Gesù proclama anche di essere la verità e la vita. I sostantivi via, verità e vita sono applicati al Cristo per indicare le sue tre funzioni specifiche di mediatore, rivelatore e salvatore. Gesù è l'unica persona che mette in rapporto con il Padre, che manifesta in modo perfetto la vita e l'amore di Dio per l'umanità, e comunica al mondo la salvezza che è la vita di Dio. Solo Gesù può condurre l'uomo a Dio, perché egli solo vive nel Padre e il Padre vive in lui. 
Padre Lino Pedron
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Preghiera del mattino del 4/V/2012

Padre, desideriamo una dimora più bella, in cui regni la pace e in cui non ci siano più discordie. 
Ti ringraziamo per il dono di tuo Figlio: egli ci ha fatto capire che la sua dimora è la nostra, che suo Padre è il nostro Padre, perché egli è la Via, la Verità e la Vita.
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giovedì 3 maggio 2012

Maria, maestra di speranza

Nell'ora dell'abominio della Croce, la Vergine è lì, vicina a suo Figlio, decisa a seguire la stessa sorte. Dobbiamo perdere la paura di comportarci da cristiani responsabili, quando ciò risulta scomodo nell'ambiente in cui ci muoviamo: Lei ci aiuterà. (Solco, 977) 


 Maestra di speranza. Maria annuncia che tutte le generazioni la chiameranno beata [Cfr Lc 1, 48]. Umanamente parlando, su quali motivi poggiava questa speranza? Chi era Lei, per gli uomini e per le donne del suo tempo? Le grandi eroine del Vecchio Testamento — Giuditta, Ester, Debora — ebbero già su questa terra una gloria umana, furono acclamate dal popolo, esaltate. Il trono di Maria, come quello di suo Figlio, è la Croce. E per tutto il resto della sua vita, fino a quando è assunta in Cielo in corpo e anima, è la sua silenziosa presenza a impressionarci. San Luca, che la conosceva bene, annota che la Madonna è accanto ai primi discepoli, in preghiera. Così conclude i suoi giorni terreni colei che doveva essere lodata da tutte le creature per l'eternità. 
Quale contrasto tra la speranza della Madonna e la nostra impazienza! Spesso reclamiamo a Dio l'immediato pagamento del poco bene che abbiamo compiuto. Appena sorge la prima difficoltà, ci lamentiamo. Siamo, molto sovente, incapaci di reggere lo sforzo, di mantenere la speranza. Perché non abbiamo fede: Beata colei che ha creduto! Perché si compiranno le cose predette dal Signore [Lc 1, 45]. (Amici di Dio, 286) 
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Da tanto tempo sono con voi e tu non mi hai conosciuto, Filippo?

Gv 14,6-14 
Gli disse Gesù: «Io sono la via, la verità e la vita. Nessuno viene al Padre se non per mezzo di me. Se avete conosciuto me, conoscerete anche il Padre mio: fin da ora lo conoscete e lo avete veduto». Gli disse Filippo: «Signore, mostraci il Padre e ci basta». Gli rispose Gesù: «Da tanto tempo sono con voi e tu non mi hai conosciuto, Filippo? Chi ha visto me, ha visto il Padre. Come puoi tu dire:«Mostraci il Padre»? Non credi che io sono nel Padre e il Padre è in me? Le parole che io vi dico, non le dico da me stesso; ma il Padre, che rimane in me, compie le sue opere. Credete a me: io sono nel Padre e il Padre è in me. Se non altro, credetelo per le opere stesse.  In verità, in verità io vi dico: chi crede in me, anch'egli compirà le opere che io compio e ne compirà di più grandi di queste, perché io vado al Padre. E qualunque cosa chiederete nel mio nome, la farò, perché il Padre sia glorificato nel Figlio. Se mi chiederete qualche cosa nel mio nome, io la farò. 

Dal tema del viaggio verso la casa del Padre, Gesù con naturalezza passa a parlare della via. Per giungere al Padre bisogna passare per il Figlio. Tommaso desidera concretezza e chiarezza nei discorsi. Egli aveva capito che Gesù parlava di una via nel senso materiale di strada, mentre Gesù sta parlando della via come mezzo per giungere a Dio, come strumento per mettersi in contatto personale con il Padre. Per questa ragione, nella sua replica all'apostolo, Gesù proclama di essere la via per andare verso Dio. Gesù proclama di essere il mediatore per mettersi in contatto personale con il Padre. Nessuno può arrivare a Dio con le proprie forze né può servirsi di altri mediatori. 
Le parole di Gesù escludono qualsiasi altra mediazione all'infuori della sua (v.6). Come nessuno può andare verso il Cristo se non gli è concesso dal Padre (Gv 6,65), così nessuno può giungere al Padre senza la mediazione di Gesù. Gesù proclama anche di essere la verità e la vita. Egli si identifica con la verità, cioè si proclama la rivelazione personificata di Dio. Le tre parole via, verità e vita sono applicate al Cristo per indicare le sue tre funzioni specifiche di mediatore, rivelatore e salvatore. 
Gesù è l'unica persona che mette in rapporto con il Padre, che manifesta in modo perfetto la vita e l'amore di Dio per l'umanità e comunica al mondo la salvezza che è la vita di Dio. Solo Gesù può condurre l'uomo a Dio, perché egli solo vive nel Padre e il Padre vive in lui. Perciò chi conosce Gesù conosce anche il Padre e chi vede Gesù vede anche il Padre. 
L'intervento di Filippo riecheggia la domanda di Mosè rivolta al Signore: "Mostrami la tua gloria" (Es 33,18). Gesù gli risponde che egli vive nel Padre (vv.9-10). L'apostolo avrebbe dovuto sapere che Gesù è una sola cosa con il Padre (Gv 8,24.28.58; 10,30.38; 13,13). Di conseguenza, vedendo Gesù si vede il Padre (v.9). Data questa mutua immanenza del Padre e del Figlio, le parole dette da Gesù in realtà sono pronunciate dal Padre che dimora in lui e le opere da lui compiute sono fatte dal Padre (v.10). 
L'immanenza del Padre nel Figlio può essere accettata solo per fede, per questo Gesù esorta i discepoli a credere in questa verità, se non altro a motivo delle opere straordinarie da lui compiute. Gesù spesso invita alla fede pura, basata solo sulla sua parola (Gv 4,21.48; 6,29), per cui proclama beato chi crede senza aver visto (20,29). Egli tuttavia fa appello anche alla prova divina delle opere meravigliose e straordinarie compiute nel nome di Dio, per autenticare la sua missione divina, invitando i suoi ascoltatori a credere almeno per questa ragione (Gv 5,36; 10,25.37-38; 11,15). Per questo motivo il peccato d'incredulità dei giudei è senza scuse (Gv 15,24). 
Nel v.12 Gesù usa l'espressione solenne: "In verità, in verità vi dico" per richiamare l'attenzione sull'importanza dell'argomento trattato. Egli assicura ai suoi amici che, se crederanno nella sua persona divina, potranno compiere opere meravigliose e segni straordinari. La motivazione di questa possibilità di compiere opere eccezionali sta nel fatto che Gesù ritorna al Padre, presso il quale esaudirà le richieste dei discepoli (v.13). 
Affinché la preghiera sia esaudita, dev'essere fatta nel nome di Gesù, cioè dev'essere rivolta a Dio per mezzo di Gesù, mossi dalla fede nella mediazione del Figlio di Dio. Gesù non lascia senza risposta le preghiere dei suoi amici (v.14). 
Padre Lino Pedron 
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Preghiera del mattino del 3/V/2012

In questa festa dei santi apostoli Filippo e Giacomo, apriamo il nostro cuore con fiducia a Dio e diciamogli: Padre Celeste, accordaci la grazia di riconoscerti nella persona di tuo Figlio, nel suo amore e nel suo dono di se stesso. 
Signore Gesù Cristo, via, verità e vita, portaci al Padre, con il quale tu sei Uno. Spirito del Padre e del Figlio, fa' che noi siamo uno nell'amore, nella comunione della Trinità, nella comunione ecclesiale e nella comunione umana. Regina degli apostoli, Santa Maria del Cammino, mostraci Gesù, la via, la verità e la vita.
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mercoledì 2 maggio 2012

Messaggio di Medjugorje a Mirjana del 2/5/2012

Cari figli, con amore materno io vi prego: datemi le vostre mani, permettete che io vi guidi. 
Io, come Madre, desidero salvarvi dall’inquietudine, dalla disperazione e dall’esilio eterno. 
Mio Figlio, con la sua morte in croce, ha mostrato quanto vi ama, ha sacrificato se stesso per voi e per i vostri peccati. 
Non rifiutate il suo sacrificio e non rinnovate le sue sofferenze con i vostri peccati. Non chiudete a voi stessi la porta del Paradiso.  
Figli miei, non perdete tempo. Niente è più importante dell’unità in mio Figlio. 
Io vi aiuterò, perché il Padre Celeste mi manda affinché insieme possiamo mostrare la via della grazia e della salvezza a tutti coloro che non Lo conoscono. 
Non siate duri di cuore. Confidate in me ed adorate mio Figlio. 
Figli miei, non potete andare avanti senza pastori. Che ogni giorno siano nelle vostre preghiere. 
Vi ringrazio.  
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I frutti dello Spirito Santo

1° La carità è il primo frutto dello Spirito Santo, fondamento e radice di tutti gli altri. Essendo Egli l’infinita carità, ossia l’infinito amore, è logico che comunichi all’anima la sua fiamma, facendole amare Dio con tutto il cuore, con tutte le forze e con tutta la mente, e il prossimo per amore di Dio. Dove manca questo amore non può trovarsi alcun’azione soprannaturale, alcun merito per la vita eterna, alcuna vera e completa felicità. È logico anche che la carità sia un dolcissimo frutto, perché l’amore di Dio è il raggiungimento del proprio fine sulla terra ed è il principio di questo raggiungimento nell’eternità, perciò è il pieno appagamento di tutto l’essere. Parlandosi poi di carità, è chiaro che non s’intende parlare della virtù della beneficenza, benché nella carità ci sia inclusa, come particolare manifestazione ed effusione dell’amore verso il prossimo.
La carità, frutto dello Spirito Santo, è principalmente fiamma d’amore a Dio, apprezzamento di Lui sopra tutte le cose, rispetto tenero alla sua maestà, adorazione di Lui Uno e Trino, affettuosa premura di onorarlo e di farlo onorare, generoso distacco da tutto per ritrovare Lui, tesoro dell’anima, forza d’amore che fa vincere ogni ostacolo che si frapponga all’esercizio delle virtù, che fa accogliere e portare la croce come un tesoro, e che fa sembrare sempre poco quello che si fa per Dio.
Da questa fiamma di carità nasce quella dell’amore al prossimo, ma questo amore non è tenerezza e compassione naturale verso chi soffre, non è prodigalità nel donare a chi ha bisogno, ma è amore di Dio nella sua immagine, amore mille volte più benefico per il prossimo che soffre, perché non è mosso da simpatia verso gli altri o da bisogno personale di effondersi, ma è dato dall’apprezzamento di Dio, e perciò è costante, imparziale ed eroico in ogni sua manifestazione, ed ha un valore altissimo in ogni sua effusione anche piccola, perché la carità è l’alchimia ammirabile che può mutare i sassi in oro preziosissimo.

2° Gaudio. È un frutto che emana spontaneamente dalla carità come il profumo dal fiore, la luce dal sole, il calore dal fuoco. Ogni opera buona, fatta con facilità, dà all’anima un gaudio profondo, effetto della soddisfazione che si ha nella vittoria riportata su di se stessi e nell’aver prodotto il bene. Nella carità, poi, il gaudio supera ogni misura, perché al nostro amore risponde quello di Dio, e l’anima non ha soltanto la coscienza serena, santa, libera da ogni turbamento, ma è saziata di gioia dall’amore di Dio che in lei si effonde rispondendo al suo amore.
Il gaudio che viene dallo Spirito Santo non si offusca neppure nelle tribolazioni, che anzi in esse può accrescersi quando sono testimonianze di amore per Dio, sicché san Paolo poteva esclamare: Sovrabbondo di gaudio in ogni tribolazione (2Cor 7,4).
Il gaudio dello Spirito Santo è tanto diverso da quello che il mondo dice di avere nei suoi divertimenti. L’impura voluttà – dice san Giovanni Crisostomo (Hom. 13 in Acta) –, è simile alla voluttà che provano gli scabbiosi quando si grattano, poiché al piacere che è breve, succede un più lungo dolore e una più fastidiosa molestia. La voluttà del mondo è schiavitù; il gaudio dello Spirito Santo è libertà di spirito e libertà dalla materia; l’anima respira nell’atmosfera del divino, e prova la gioia di chi esce da un sotterraneo alla luce del sole, o dalle onde tempestose alla sicurezza della terra ferma.

3° Pace. Il vero gaudio, non essendo frastuono d’incomposta gioia, porta con sé la pace che ne è la perfezione, perché suppone e garantisce il tranquillo godimento dell’oggetto amato. L’oggetto amato per eccellenza non può essere per l’anima che Dio, e perciò la pace è la tranquilla sicurezza di possederlo e di essere nella sua grazia. È questa la pace del Signore che supera ogni senso – come dice san Paolo (Fil 4,7) –, perché è una gioia profonda che supera ogni gioia fondata sulla carne o sulle cose materiali, e per ottenerla dovremmo tutto immolare a Dio.

4° Pazienza. Essendo la vita un continuo combattimento contro nemici visibili ed invisibili, e contro le potenze del mondo e dell’Inferno, occorre molta pazienza per superare i turbamenti che simili lotte producono in noi, e per trovarsi in armonia con le creature con le quali trattiamo, tanto diverse per carattere, educazione, aspirazioni, e spesso anche dominate da fisime di ogni genere. C’è la pazienza naturale, che fa sopportare le cose avverse per diplomazia, per opportunismo, per prudenza della carne, o perché sono inevitabili e invincibili; e c’è la pazienza che fa sopportare le avversità per puro amore di Dio o per profonda carità verso il prossimo.
Un condannato, per esempio, si trova innanzi all’ineluttabile, e sopporta le conseguenze della condanna con un certo spirito di fatalismo che non può dargli alcuna pace, ma che gli dà una cupa, tenebrosa e penosissima calma. Un povero essere, fatto segno alle ingiustizie altrui, che è pervaso e sostenuto dalla grazia dello Spirito Santo, soffre e tace per amore di Dio, si unisce affettuosamente alla Passione di Gesù Cristo, guarda all’eterna gloria, considera che dà piacere a Dio soffrendo e perdonando, e sente non solo la forza di sopportare l’avversità, ma avverte nel fondo dell’anima una dolcezza soave, frutto della maggiore unione con Dio che gli viene dall’esperienza della miseria umana e dalla delusione che gli danno le creature.
Nelle umiliazioni, l’anima entra in un profondo silenzio interiore, quando, umiliata dagli uomini, si umilia essa stessa innanzi a Dio; nelle ingiurie si sente flagellata nello spirito, rimane come Gesù tra gli scherni della sua Passione, e prova una dolcezza ineffabile, pensando che Dio solo la giudica e la giudicherà. Nelle avversità si raccoglie nelle braccia della bontà e della provvidenza di Dio, e gode nel credere con ferma speranza che Egli ci penserà. Muggisce la tempesta intorno a lei, essa ne è scossa e ne soffre, ma naviga con Gesù Cristo a poppa della sua navicella squassata, lo risveglia con le sue affettuose preghiere, e ha fede che si leverà per sedare la sua tempesta come sedò quella del lago.
Questi tratti di pazienza, e tanti altri, sono frutti della grazia abituale che ci dà un carattere soprannaturalmente sereno, della grazia attuale che ci muove ad accettare le pene per amore di Dio, della fede che ci fa vedere Dio in tutto, della speranza che ci fa abbandonare in Lui, della carità che ce lo fa amare con tutto il cuore, della giustizia che ci fa riconoscere peccatori, degni di ogni espiazione, della fortezza che ci mantiene fermi nell’avversità e ci sostiene nel sopportarla, della prudenza che ci fa evitare i contrasti e gli urti, e della temperanza che modera e frena tutte le reazioni che potremmo avere. Da quelle forti radici sboccia il fiore della pazienza per lo Spirito Santo, e matura in un frutto dolcissimo di carità e di pace.

5° Benignità. La pazienza trova la sua perfezione nella benignità, ossia nella disposizione costante all’indulgenza e all’affabilità nel parlare, nel rispondere e nel beneficare.
Si può essere buono e benefico senza essere benigno, avendo un modo di trattare rude, rustico e aspro; la benignità rende socievoli, civili e dolci nelle parole e nel trattare, nonostante la rudezza, la rusticità e l’asprezza altrui. È un grande segno della santità di un’anima, e dell’azione in lei dello Spirito Santo che, com’è detto nel libro della Sapienza (7,22-23) è spirito d’intelligenza, santo, unico, molteplice, sottile, eloquente, pronto, incontaminato, infallibile, soave, amante del bene, penetrante, irresistibile, benefico, amatore degli uomini, benigno, costante, sicuro, tranquillo.
L’anima benigna è intelligente, perché considera le cose e le persone con equilibrato discernimento, e non si urta né urta; smussa gli angoli, come suol dirsi, e li arrotonda in modo da non lasciare in sé che un’affettuosa simpatia, una grazia e una gentilezza semplice, spontanea, soavemente e moderatamente espansiva.
L’anima benigna è santa, perché ama Dio solo e opera per suo amore; è unica, perché è tutta per ciascuno; è molteplice, perché è tutta per tutti; è sottile, perché penetra il fondo dei cuori col suo fascino soave; è eloquente, perché commuove con le sue parole; è pronta, perché si dona con generosità; è incontaminata, perché non ha secondi fini in ciò che fa, ed è purissima nelle sue affettuosità.
L’anima benigna è infallibile, non perché non possa errare, ma perché dà nel segno trattando con gli altri, e amalgama i loro caratteri e la loro scontrosità; è soave, perché non si lascia sorprendere dagli urti e dai disappunti che le possono cagionare le persone. Essa è amante del bene perché non cerca che il bene, è penetrante e irresistibile nell’affettuosa dolcezza, è benefica con la carità, è amante degli uomini che considera come fratelli e figli, è benigna perciò, costantemente benigna, sicura e tranquilla in tutto quello che fa per gli altri. Tutto questo è trasfusione di santità vera che le dà lo Spirito Santo, e perciò il popolo misura la santità di un’anima dalla sua benignità, e da essa si lascia trarre, prendere, piegare e dominare.

6° Bontà. La bontà è il benevolo affetto che si ha nel beneficare il prossimo, ed è come il frutto della benignità per chi soffre ed è bisognoso di aiuto. La benignità dà alla bontà come il profumo, il calore e il sapore del frutto, e la bontà è la benignità in atto. La bontà, effetto dell’unione dell’anima con Dio, Bontà infinita, effonde l’anima cristiana sul prossimo, beneficando e sanando, ad imitazione di Gesù Cristo. La bontà che benefica con amore è la nota caratteristica con la quale san Pietro annunciò Gesù Cristo al centurione Cornelio e a quelli che erano con lui. Voi sapete – disse san Pietro –, come Dio unse di Spirito Santo e di virtù Gesù di Nazaret, il quale passò facendo del bene e sanando (At 10,37-38).
La vita di Gesù su questa terra fu tutta impiegata nel far bene agli altri, mostrando così un Cuore ripieno di amorevolezza e di bontà. Egli ha fatto sentire in tutta l’umanità le vibrazioni e le pulsazioni del suo Cuore tenerissimo, da Lui legato alla Chiesa, suo Corpo mistico. Non c’è opera di carità nel mondo cristiano, della quale il Sacro Cuore non sia fulgido principio animatore e vivificatore. Prima della sua venuta, il mondo, con la sua cultura e le sue attività, era freddo come il ghiaccio, duro come il macigno, crudele come una belva; il Sacro Cuore di Gesù lo riscaldò con la sua amorosa bontà, e mise il fuoco dell’amore nelle anime degli Apostoli, perché, annunciando il Vangelo, fossero stati ministri della sua carità.
La Chiesa, dal tempo degli Apostoli ad oggi, non ha fatto che effondere nelle sue opere di beneficenza e di carità l’infinita bontà di Gesù Cristo, e i santi sono stati, per Gesù e con Gesù, gli esseri più benefici, proprio per la bontà in loro effusa sovrabbondantemente dallo Spirito Santo. Questa bontà dobbiamo averla anche noi, come membra del Corpo Mistico di Gesù Cristo, e dobbiamo anche averla sia nell’apostolato che nella vita privata, confondendo così la tracotanza di quelli che si fingono amici del popolo e lo trascinano a sicura rovina, togliendogli la fede e gettandolo nei disordini e nelle sedizioni. L’ipocrita bontà di questi perversi, non è frutto dello Spirito Santo, ma è frutto diabolico, che, con l’allettamento di un beneficio temporale, prende al laccio le anime per perderle eternamente.

7° Longanimità. Questo frutto dello Spirito Santo conferisce all’anima una larghezza di vedute e di generosità, per la quale essa sa attendere i momenti della divina Provvidenza, quando vede ritardare il compimento dei suoi disegni, e sa avere bontà e pazienza col prossimo, senza stancarsi della sua resistenza e delle sue opposizioni. Longanimità è lo stesso che lungo coraggio, longus animus, nelle difficoltà frapposte al bene, ed è animo largo, soprannaturalmente largo, nella concezione e nelle esecuzioni delle opere della bontà.
Non è longanime chi è taccagno, tirchio, ristretto, poco fiducioso in Dio, e chi ha la mano monca e diremmo anchilosata nella carità verso il prossimo. Non è longanime chi vede tutto nero, tutto oscuro, tutto storto, tutto pessimisticamente, e chi non sa amalgamare, compatire, consolare e soccorrere opportunamente il prossimo. Chi è longanime non si fida di sé e confida in Dio, non si preoccupa ma si abbandona a Dio, non si ferma nel fare il bene ma va sempre avanti, fondato non sulle proprie forze ma sull’aiuto della divina grazia.

8° Mansuetudine. Nel Commento alle lettere di san Paolo che va sotto il nome di sant’Anselmo, si definisce mansueto colui che si adatta agli altri, che è trattabile, duttile, flessibile, facile ad essere condotto, calmo nel patire. La mansuetudine si oppone all’ira e all’animosità, ira nel reagire e animosità nel non voler patire, nel non tollerare il dominio o l’imposizione altrui, nel vendicarsi per i torti ricevuti e nel trascendere persino alla violenza delle battiture. La mansuetudine rende il cristiano colomba senza fiele, agnello senza ira, dolcezza effusa nelle parole e nel tratto di fronte all’irruenza degli altri.
Come Gesù, che fu mansuetissimo agnello, e c’invitò ad imparare questa virtù da Lui: Imparate da me che sono mansueto e umile di cuore, il cristiano non spezza la canna già rotta, né spegne il lucignolo che muore. Il cristiano che è mansueto vince e domina il disordine dei propri nervi i quali sono i nemici di questa grande virtù, e gettano l’anima nelle contese e nelle dissensioni.
La reazione nervosa può essere anche un frutto di malanno, un eccitamento senza controllo, che si avvicina ad un momentaneo stato di pazzia, ma quando l’anima ha il frutto dolcissimo della mansuetudine, e lo domanda con insistenti preghiere allo Spirito Santo, allora sente facilità nel dominare anche queste dissennate irruenze nervose, e può giungere a provare un gran gusto a sopportare le persone moleste per amore di Dio e per uniformarsi a Gesù Cristo.
La mansuetudine è un frutto che bisogna coltivare, abituandosi a non agire con irruenza anche quando si trovano ostacoli nel lavoro materiale; col prossimo ci vuole umiltà, compatimento e pazienza, e con le cose materiali ci vuole pacatezza, costanza e pazienza. Chi si abitua a sbuffare per l’ago che non s’infila, per il bottone che si stacca dall’abito, per il laccio che si spezza, per la chiave che non apre, per il catarro che infastidisce, per la tosse che tormenta, per la febbre che dà smanie, e per simili contrarietà personali, non si accorge di fare la ginnastica dell’irritabilità, e di abituarsi, così, ad irrompere contro il prossimo. Bisogna fare la ginnastica inversa, e per la pazienza con le cose materiali aprire il cuore allo Spirito Santo perché lo riempia di dolcezza e mansuetudine.

9° Fedeltà. Da molti è chiamata anche fede, non nel senso della prima virtù teologale, ma nel senso appunto di fedeltà. Sant’Anselmo la definisce: fedeltà è veracità nelle promesse, che si oppone alla frode e alla menzogna. Di conseguenza questo frutto dello Spirito Santo ci fa mantenere la parola data, gl’impegni assunti e i contratti stipulati, e molto più c’impedisce di essere col prossimo sospettosi, malpensanti, increduli a qualunque cosa ci si dica, insinceri, politicanti e traditori. Questa fedeltà è l’anima di ogni consorzio umano, delle industrie, del commercio e di tutta la civiltà.
Il mantenere la parola data, e l’essere esatti anche agli appuntamenti e agli orari stabiliti, è virtù che glorifica Dio che è verità. Chi fissa l’orario di un appuntamento e giunge in ritardo, chi promette e viene meno, chi fa atti di ossequio ad una persona presente e la disprezza alle spalle, manca a quella semplicità di colomba suggeritaci da Gesù Cristo, e induce negli altri l’incertezza in ogni relazione sociale. Questo frutto dello Spirito Santo è diametralmente opposto agl’intrighi della vita moderna che, dolorosamente, è tutta una menzogna. Bisogna perciò abituarsi alla schiettezza e alla semplicità, senza escludere la prudenza del serpente, complemento inseparabile di questa virtù, che ci è stata insinuata e insegnata da Gesù stesso.

10° Modestia. È una virtù che ordina e dispone bene tutto il nostro esteriore, ossia tutte le membra poste da Dio a servizio dell’anima, in modo che ne riflettano il più che è possibile l’ordine interno e la spirituale bellezza. La modestia, come indica il suo stesso nome, pone il modo, ossia regola la maniera soave e composta nel vestire, nel camminare, nel parlare, nel ridere, nel giocare. Come riflesso di calma interiore, mantiene i nostri occhi perché non divaghino in cose stolte e immonde, riflettendo in essi la purezza dell’anima; armonizza le nostre labbra, componendole nel sorriso della semplicità e della carità, i nostri gesti, escludendo da essi tutto ciò che è rozzo o ineducato.
Il galateo e la buona creanza, che ogni cristiano, anche del volgo, deve coltivare, fa parte della modestia, perché modera tutto l’andamento e gli atti di un uomo civile ed ha il fondamento nella carità. Il vestito del corpo – dice lo Spirito Santo –, il riso dei denti, e l’andatura di un uomo lo fanno conoscere (Sir 19,27). Ed Erveo di Bordeaux (sec. XII), nel Commentario alle lettere di san Paolo conosciuto sotto il nome di sant’Anselmo, dice per illustrare queste divine parole: Dagli atti esteriori si valuta l’uomo nascosto del nostro cuore, se è leggero, se orgoglioso, se torbido, se grave, costante, puro e maturo. Perciò sant’Agostino dice nella sua Regola (n. 3): Niente vi sia nei vostri movimenti che possa offendere lo sguardo di alcuno, ma siano quali si convengono alla vostra santità.
Non è dunque un atto d’ipocrisia la modestia, ma un frutto di santità interiore; non è esercitata per essere stimati come santi, ma per far risplendere la luce del buon esempio e dell’edificazione altrui, glorificando il Padre che è nei Cieli. Non è solo una manifestazione esterna di compostezza, quasi ostentazione della propria eccellenza, ma include, anzi, quel profondo sentimento di umiltà che è contrario ad ogni iattanza, e che fa nascondere in un semplice e schietto riserbo le buone doti, la cultura o l’eccellenza che una persona può avere.
Gesù Cristo è il nostro modello in questa cara virtù, che dà alla perfezione un fascino soave, e induce negli altri la stima e il desiderio del bene. Per questo san Paolo voleva che la modestia dei cristiani fosse conosciuta dal mondo intero, stimando che questo dovesse concorrere a convertirlo. Per questo Dio ha circondato e circonda sempre i suoi santi di questo alone di fascino spirituale, che li rende apostoli e propagatori di bene. Nel volto e nel portamento dei santi si legge la santità, e la loro modestia è l’aureola di luce che li fa riconoscere dal mondo, a sua edificazione.

11° Continenza. L’esteriore di un uomo è tenuto in ordine dalla modestia; la modestia non è vera virtù se non ha il suo fondamento nell’interno, e se non è riflesso di una vita moderata. La continenza mantiene nell’ordine l’uomo interiore e, come indica il suo stesso nome, contiene nei giusti limiti la concupiscenza, non solo per ciò che riguarda i piaceri sensuali, ma anche per ciò che riguarda il mangiare, il bere, il divertirsi, e gli altri piaceri della vita materiale. La soddisfazione di tutti questi istinti, per cui l’uomo si vede assimilato agli animali, viene ordinata dalla continenza, e per essa, che ha come fine e movente l’amore di Dio, viene spiritualizzata e sublimata. Questo dominio sulle tendenze più basse della natura, che nel loro disordine hanno un impeto che sembra irresistibile, è gloria esclusiva del cristiano, ed è il segno più evidente dello Spirito Santo in lui; sta scritto infatti nel libro della Sapienza che nessuno può essere continente se Dio non lo concede e se l’anima non gli chiede questo dono (8,21).
In un senso più ristretto e particolare, per continenza s’intende la lotta interna che, con la grazia di Dio, dà il dominio sulle passioni impure come si dice nel commento sopraindicato di Erveo. È un frutto dello Spirito Santo che muta gli uomini in angeli, perché, dando loro la forza di resistere al fascino dei piaceri sensuali, li porta alla pace della purezza; in realtà non c’è una cosa più stupida quanto il piacere della carne, perché è un piacere che non dà nulla; sottrae energia alla vita, sconvolge l’ordine dell’organismo, è causa di malanni pericolosi, inebetisce l’intelligenza, abbrutisce il cuore, rende supremamente egoisti, e può trascinare ad ogni delitto. Più l’impurità domina in una creatura, e più la rende schiava di azioni obbrobriose, facendola baloccare nel fango e in ciò che di più immondo ha la vita.
L’uomo che si abbandona all’impurità si getta in un abisso di mali, si degrada, perde la pace, perde la grazia di Dio, e non raccoglie che un momentaneo e obbrobrioso diletto, che gli si muta subito in delusione amarissima e in cocente rimorso. Se l’uomo pensasse solamente a questo, potrebbe trovare la forza per resistere al fascino dei sensi, come la trova quando, per amore della propria salute, dietro prescrizione del medico, si astiene dal fumo, dal vino e da quei cibi che più solleticano la sua gola. Ma l’uomo, nel campo dell’impurità, si sente trascinato perché il mondo e il demonio lo tentano in tutti i modi, ed egli stesso va incontro alle occasioni del peccato, e si mette nel pericolo prossimo e irresistibile di cadere.
D’altra parte se si astenesse dall’impurità unicamente per motivi umani di personale vantaggio e opportunismo, la sua non sarebbe virtù degna di eterno premio. Egli dunque ha bisogno della grazia dello Spirito Santo, che, trasformandolo da uomo animale in uomo spirituale, gli dia l’amore per tendere a Dio solo, e per calpestare con gustosa gioia le prepotenti esigenze dei sensi, dandogli anche la moderazione e la sobrietà nell’uso del legittimo matrimonio, e facendo che in esso domini il santo desiderio di dare a Dio figliuoli che lo servano, lo amino e raggiungano l’eterna felicità.

12° Castità. La continenza sta nella lotta – dice l’autore suddetto –, e la castità nella pace. La castità è la vittoria conseguita sulla carne, che rende il cristiano tempio vivo dello Spirito Santo. L’anima casta, sia vergine sia coniugata (perché c’è anche la castità coniugale nel perfetto ordine e uso del matrimonio) regna sul suo corpo in grande pace, e sente in se stessa l’ineffabile gioia dell’intima amicizia di Dio, avendo detto Gesù: Beati i mondi di cuore perché essi vedranno Dio.
Il cristiano che vive castamente, soprattutto se vergine e tutto dedito a Dio, impone rispetto sulla terra, forma la delizia del Cielo, ed è il tempio prediletto dello Spirito Santo. La sua fronte è serena, il suo sguardo è limpido, la sua parola è dolcissima per la sua purezza, la sua compagnia è gradevole, perché diffonde profumo di bontà e di amabilità. È un’anima nella quale lo Spirito Santo può liberamente operare perché, posta in ceppi la concupiscenza, tutte le altre passioni si domano molto più facilmente; è un’anima, quindi, che può ascendere a grande santità, e la cui voce di preghiera penetra i Cieli ed è esaudita più facilmente da Dio.
Lo Spirito Santo la cesella, l’arricchisce, la ingemma, le apre orizzonti vastissimi di contemplazione, se ne serve per le opere sante della Chiesa, e può arricchirla dei suoi carismi, dei quali parleremo in seguito. Nell’anima casta lo Spirito Santo compie il suo mirabile lavoro di elevare l’uomo a Dio, e di renderlo consorte della divina natura; è questo il risultato finale della sua grazia, dei suoi doni e dei suoi frutti. Mirabile contrasto! Il demonio, facendo cogliere ad Eva il frutto proibito per porgerlo ad Adamo, le prometteva che, mangiandolo, essi sarebbero diventati simili a Dio; invece, cadendo nel peccato, divennero sempre più simili alle bestie. Lo Spirito Santo porge anch’Egli i suoi frutti all’uomo con la stessa promessa, e per mezzo di essi l’uomo giunge veramente ad essere consorte della divina natura. 
Don Dolindo Ruotolo
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Io sono venuto nel mondo come luce

Gv 12,44-50 
Gesù allora esclamò: «Chi crede in me, non crede in me ma in colui che mi ha mandato; chi vede me, vede colui che mi ha mandato. Io sono venuto nel mondo come luce, perché chiunque crede in me non rimanga nelle tenebre. Se qualcuno ascolta le mie parole e non le osserva, io non lo condanno; perché non sono venuto per condannare il mondo, ma per salvare il mondo. Chi mi rifiuta e non accoglie le mie parole, ha chi lo condanna: la parola che ho detto lo condannerà nell'ultimo giorno. Perché io non ho parlato da me stesso, ma il Padre, che mi ha mandato, mi ha ordinato lui di che cosa parlare e che cosa devo dire. E io so che il suo comandamento è vita eterna. Le cose dunque che io dico, le dico così come il Padre le ha dette a me».

L'incredulità degli uni e la fede troppo imperfetta degli altri danno a Gesù l'occasione per un ultimo appello. Egli grida che la fede nella sua persona è in realtà rivolta a Dio: l'oggetto primario della fede è il Padre che ha mandato nel mondo il suo Figlio unigenito (Gv 5,24). 
Gesù e il Padre formano una cosa sola, per cui chi contempla Gesù contempla il Padre che l'ha mandato (v. 45) e chi vede Gesù vede il Padre (Gv 14,9). Gesù è la luce dell'umanità che giace nelle tenebre (v. 46); egli è venuto nel mondo per rivelare l'amore del Padre e salvare l'umanità peccatrice (Gv 3,16-19). La liberazione dalle tenebre del male è frutto della fede in Gesù. Ma questa fede non consiste in un ascolto superficiale, ma nell'osservanza dei comandamenti di Gesù (Gv 14,15.21; 1Gv 5,2-3). 
Chi dice di conoscere Cristo, ma non osserva i suoi comandamenti, è un bugiardo (1Gv 2, 4). Gesù non è venuto per condannare il mondo, ma per salvarlo (v. 47). Chi però non accoglie il Salvatore, rimane privo della salvezza, si autoesclude colpevolmente dalla salvezza. Chi non ascolta in modo efficace le rivelazione di Cristo, accogliendo le sue parole, mostra disprezzo per il Figlio di Dio. 
La conseguenza del rifiuto del Cristo è il giudizio di condanna nell'ultimo giorno da parte della Parola rivelatrice (v. 48). La parola di Gesù sarà il giudice definitivo, perché il Verbo di Dio non ha portato una sua rivelazione personale, ma ha manifestato la volontà del Padre (v. 49). 
Gesù esegue il comando del Padre, perché sa che tale obbedienza è fonte di vita eterna (v. 50). Egli è la parola di Dio, è la manifestazione vivente della vita d'amore del Padre. L'ultima parola del discorso finale della rivelazione pubblica di Gesù è il termine lalèin (che significa dire) che fa inclusione con l'espressione iniziale "In principio era il Verbo (lògos)" (Gv 1,1). Questa figura letteraria vuole sottolineare che uno dei temi centrali trattati nei primi dodici capitoli del vangelo di Giovanni è la manifestazione della vita divina ad opera del Verbo incarnato. Il Figlio di Dio è il Verbo rivelatore che dice, esprime, rivela il Padre. 
Padre Lino Pedron
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Preghiera del mattino del 2/V/2012

Signore, tu ci chiedi di chiamare Dio "Padre Nostro", perché lui solo è davvero paterno senza essere possessivo. 
Egli, anche se siamo peccatori, non ci chiama "servi", perché viviamo nel calore di una famiglia, non nella paura. 
Fa' che possiamo trasmettere ad un mondo agitato questa paternità che non opprime, quest'amore che innalza, illumina e rende liberi.
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martedì 1 maggio 2012

Non è costui il figlio del falegname?

Mt 13,54-58 
Venuto nella sua patria, insegnava nella loro sinagoga e la gente rimaneva stupita e diceva: «Da dove gli vengono questa sapienza e i prodigi? Non è costui il figlio del falegname? E sua madre, non si chiama Maria? E i suoi fratelli, Giacomo, Giuseppe, Simone e Giuda? E le sue sorelle, non stanno tutte da noi? Da dove gli vengono allora tutte queste cose?». Ed era per loro motivo di scandalo. Ma Gesù disse loro: «Un profeta non è disprezzato se non nella sua patria e in casa sua».  E lì, a causa della loro incredulità, non fece molti prodigi. 

Il racconto dell’arrivo e dell’insegnamento di Gesù a Nazaret è seguito da cinque domande incredule dei nazaretani. Essi chiedono da dove ha origine Gesù. La gente resta strabiliata dall’insegnamento di Gesù. Questa reazione non è ancora ostile, ma indica già incomprensione nei suoi riguardi. Forse gli abitanti di Nazaret sono venuti nella sinagoga più per studiare il loro concittadino che per ascoltare con fede la sua parola. Siccome la sapienza si apprende a scuola o dagli scribi, ma ad essi non risulta che Gesù abbia frequentato né questa né quelli, la conseguenza è presto tratta: non può avere alcun diritto di arrogarsi quell'autorità che gli viene riconosciuta per la sua parola e per i suoi gesti potenti. 
I nomi dei quattro fratelli di Gesù sono conservati dalla tradizione perché hanno avuto un ruolo nella prima Chiesa di Gerusalemme, soprattutto Giacomo, noto come il "fratello del Signore". La tradizione evangelica, riferita anche da Matteo, conosce il nome della madre di Giacomo e di suo fratello Giuseppe: Maria (Mt 27,56). Se questa Maria, moglie di Clèofa, è sorella di Maria, madre di Gesù, allora i due primi "fratelli" sono in realtà suoi cugini (cf. Gv 19,25). Lo stesso si può ragionevolmente pensare anche degli altri due "fratelli" e delle "sorelle". Lo scandalo o crisi di rigetto dei giudei nei confronti di Gesù deriva dalla loro immagine trionfalistica dell’inviato di Dio. 
Gesù si appella a un’altra immagine, quella del profeta contestato, rifiutato e perseguitato da quelli ai quali è inviato. Il proverbio popolare del v.57, citato da Gesù, diventa un annuncio del suo destino che si colloca nella storia degli inviati di Dio rifiutati e osteggiati dal popolo (cf. Mt 5,11-12; 21,34-35; 23,29-32). La conclusione dice espressamente che Gesù non fece molti miracoli nella sua patria a causa dell’incredulità dei suoi abitanti. Il miracolo infatti è legato all'apertura e alla fiducia dell’uomo. 
Solo a chi ha adempiuto la condizione fondamentale di un udire volonteroso e aperto, viene aggiunto tutto il resto. Gesù non compie miracoli per farsi pubblicità e accaparrarsi una folla di seguaci, ma per confermare l’esperienza della fede. Solo all'interno di questa logica è comprensibile la sua attività terapeutica. La ragione dello scandalo, di questo impedimento a credere "ragionevolmente" in Gesù è data dalla condizione stessa di Gesù: dal fatto di essersi fatto uomo e dell’aver scelto un’esistenza umile e povera. 
Padre Lino Pedron
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Preghiera del mattino del 1/V/2012

Padre, ti rendiamo grazie per la tua sollecitudine e per la tua bontà; ti rendiamo grazie per il dono di tuo Figlio, perché senza pastore ci saremmo sentiti abbandonati, senza guida ci saremmo smarriti e senza tuo Figlio non avremmo potuto conoscere te, nostro Padre.
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