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Grazie a te, donna-madre, che ti fai grembo dell'essere umano nella gioia e nel travaglio di un'esperienza unica, che ti rende sorriso di Dio per il bimbo che viene alla luce, ti fa guida dei suoi primi passi, sostegno della sua crescita, punto di riferimento nel successivo cammino della vita.
Grazie a te, donna-sposa, che unisci irrevocabilmente il tuo destino a quello di un uomo, in un rapporto di reciproco dono, a servizio della comunione e della vita.
Grazie a te, donna-figlia e donna-sorella, che porti nel nucleo familiare e poi nel complesso della vita sociale le ricchezze della tua sensibilità, della tua intuizione, della tua generosità e della tua costanza.
Grazie a te, donna-lavoratrice, impegnata in tutti gli ambiti della vita sociale, economica, culturale, artistica, politica, per l'indispensabile contributo che dai all'elaborazione di una cultura capace di coniugare ragione e sentimento, ad una concezione della vita sempre aperta al senso del «mistero», alla edificazione di strutture economiche e politiche più ricche di umanità.
Grazie a te, donna-consacrata, che sull'esempio della più grande delle donne, la Madre di Cristo, Verbo incarnato, ti apri con docilità e fedeltà all'amore di Dio, aiutando la Chiesa e l'intera umanità a vivere nei confronti di Dio una risposta «sponsale», che esprime meravigliosamente la comunione che Egli vuole stabilire con la sua creatura.
Grazie a te, donna, per il fatto stesso che sei donna! Con la percezione che è propria della tua femminilità tu arricchisci la comprensione del mondo e contribuisci alla piena verità dei rapporti umani.
(Lettera di Giovanni Paolo II alle donne del 1995)
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lunedì 8 marzo 2010
Lettera Padre Livio 5/3/10
Cari amici,
San Paolo dice che la carità copre la moltitudine dei peccati. La spiritualità cristiana, riflettendo su questa affermazione, ha concluso che la contrizione, o atto di dolore perfetto, è tale da cancellare i peccati, anche i più gravi, purchè ci sia l'intenzione di accedere al sacramento della confessione.
San Tommaso d'Aquino si spinge ancora più avanti, affermando che la contrizione ha un valore così grande davanti a Dio da cancellare non solo la colpa ma anche la pena, aprendo così le porte del paradiso all'anima che lascia il mondo in questa condizione spirituale.
Ma come è possibile arrivare alla contrizione perfetta? Si tratta di un lungo cammino di purificazione, in modo tale che il nostro più grande dolore sia quello di aver offeso Dio, e il nostro più grande desiderio sia quello di amarlo più di ogni altra cosa e persona.
Nel messaggio a Mirjana la Madonna ci promette di insegnarci questa forma sublime di amore, "l'amore che cancella tutti i peccati e vi rende perfetti". Per questo ci invita, nel tempo di Quaresima, a stare vicino alla sofferenza di Gesù, cercando di capire l'amore con cui l'ha sopportata.
Contemplando la croce, comprendiamo quanto siamo amati. La durezza del cuore si spezza e, vedendosi così amato, si accende a sua volta di amore. Questo è il lavorio interiore al quale dobbiamo attendere mentre la luce della Pasqua si avvicina.
Vostro Padre Livio
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San Paolo dice che la carità copre la moltitudine dei peccati. La spiritualità cristiana, riflettendo su questa affermazione, ha concluso che la contrizione, o atto di dolore perfetto, è tale da cancellare i peccati, anche i più gravi, purchè ci sia l'intenzione di accedere al sacramento della confessione.
San Tommaso d'Aquino si spinge ancora più avanti, affermando che la contrizione ha un valore così grande davanti a Dio da cancellare non solo la colpa ma anche la pena, aprendo così le porte del paradiso all'anima che lascia il mondo in questa condizione spirituale.
Ma come è possibile arrivare alla contrizione perfetta? Si tratta di un lungo cammino di purificazione, in modo tale che il nostro più grande dolore sia quello di aver offeso Dio, e il nostro più grande desiderio sia quello di amarlo più di ogni altra cosa e persona.
Nel messaggio a Mirjana la Madonna ci promette di insegnarci questa forma sublime di amore, "l'amore che cancella tutti i peccati e vi rende perfetti". Per questo ci invita, nel tempo di Quaresima, a stare vicino alla sofferenza di Gesù, cercando di capire l'amore con cui l'ha sopportata.
Contemplando la croce, comprendiamo quanto siamo amati. La durezza del cuore si spezza e, vedendosi così amato, si accende a sua volta di amore. Questo è il lavorio interiore al quale dobbiamo attendere mentre la luce della Pasqua si avvicina.
Vostro Padre Livio
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Padre mio del Cielo aiutami
A te che ti demoralizzi, ripeterò una cosa molto consolante: a chi fa ciò che può, Dio non nega la sua grazia. Nostro Signore è Padre, e se un figlio gli dice nella quiete del suo cuore: Padre mio del Cielo, eccomi qua, aiutami... Se si rivolge alla Madre di Dio, che è nostra Madre, ce la fa. Ma Dio è esigente. Chiede amore davvero; non vuole traditori. Bisogna essere fedeli a questa lotta soprannaturale, che vuol dire essere felici sulla terra a forza di sacrifici. (Via Crucis, X stazione 3° punto)
Accostatevi settimanalmente — e ogni volta che ne abbiate bisogno, ma senza cadere negli scrupoli — al santo sacramento della Penitenza, il sacramento del divino perdono. Rivestiti della grazia, attraverseremo le montagne [Cfr Sal 103, 10], percorrendo l'ascesa del compimento del dovere cristiano senza attardarci. Impiegando queste risorse con buona volontà e chiedendo al Signore di concederci una speranza di giorno in giorno maggiore, possederemo la contagiosa allegria di chi sa di essere figlio di Dio: Se Dio è per noi, chi sarà contro di noi? [Rm 8, 31].
Ottimismo, dunque: mossi dalla forza della speranza, lotteremo per cancellare la macchia viscida lasciata dai seminatori dell'odio e riscopriremo il mondo da una prospettiva di gioia, perché esso è uscito bello e limpido dalle mani di Dio. Altrettanto bello potremo restituirlo a Lui, se impariamo a pentirci. Cresciamo nella speranza, perché così ci rafforzeremo nella fede, vero fondamento delle cose che si sperano e prova di quelle che non si vedono [Eb 11, 1].
Cresciamo in tale virtù, che è supplica al Signore perché accresca in noi la sua carità, poiché si confida davvero solo in ciò che si ama con tutte le forze: e vale la pena amare il Signore. Voi avete sperimentato, come me, che la persona innamorata si dona piena di sicurezza, con una sintonia meravigliosa, che porta i cuori a battere all'unisono. E che mai sarà l'Amore di Dio? Non sapete che Cristo è morto per ciascuno di noi? Sì, per il nostro povero, piccolo cuore, Gesù ha consumato il sacrificio redentore.Spesso il Signore ci parla del premio che ci ha guadagnato con la sua Morte e la sua Risurrezione. Io vado a prepararvi un posto; quando sarò andato e vi avrò preparato un posto, ritornerò e vi prenderò con me, perché siate anche voi dove sono io [Gv 14, 2-3].
Il cielo è la meta del nostro cammino terreno. Gesù ci ha preceduti e là, in compagnia della Vergine e di san Giuseppe — che io tanto venero —, degli Angeli e dei Santi, è in attesa del nostro arrivo. (Amici di Dio, 129-130)
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Accostatevi settimanalmente — e ogni volta che ne abbiate bisogno, ma senza cadere negli scrupoli — al santo sacramento della Penitenza, il sacramento del divino perdono. Rivestiti della grazia, attraverseremo le montagne [Cfr Sal 103, 10], percorrendo l'ascesa del compimento del dovere cristiano senza attardarci. Impiegando queste risorse con buona volontà e chiedendo al Signore di concederci una speranza di giorno in giorno maggiore, possederemo la contagiosa allegria di chi sa di essere figlio di Dio: Se Dio è per noi, chi sarà contro di noi? [Rm 8, 31].
Ottimismo, dunque: mossi dalla forza della speranza, lotteremo per cancellare la macchia viscida lasciata dai seminatori dell'odio e riscopriremo il mondo da una prospettiva di gioia, perché esso è uscito bello e limpido dalle mani di Dio. Altrettanto bello potremo restituirlo a Lui, se impariamo a pentirci. Cresciamo nella speranza, perché così ci rafforzeremo nella fede, vero fondamento delle cose che si sperano e prova di quelle che non si vedono [Eb 11, 1].
Cresciamo in tale virtù, che è supplica al Signore perché accresca in noi la sua carità, poiché si confida davvero solo in ciò che si ama con tutte le forze: e vale la pena amare il Signore. Voi avete sperimentato, come me, che la persona innamorata si dona piena di sicurezza, con una sintonia meravigliosa, che porta i cuori a battere all'unisono. E che mai sarà l'Amore di Dio? Non sapete che Cristo è morto per ciascuno di noi? Sì, per il nostro povero, piccolo cuore, Gesù ha consumato il sacrificio redentore.Spesso il Signore ci parla del premio che ci ha guadagnato con la sua Morte e la sua Risurrezione. Io vado a prepararvi un posto; quando sarò andato e vi avrò preparato un posto, ritornerò e vi prenderò con me, perché siate anche voi dove sono io [Gv 14, 2-3].
Il cielo è la meta del nostro cammino terreno. Gesù ci ha preceduti e là, in compagnia della Vergine e di san Giuseppe — che io tanto venero —, degli Angeli e dei Santi, è in attesa del nostro arrivo. (Amici di Dio, 129-130)
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Pensieri 5
Sono convinto che il nostro più grande peccato è quello di omissione: bene non fatto, responsabilità non vissute, gesti buoni e doverosi non compiuti, impegni disattesi.
L’ultimo passo della ragione umana sta nel riconoscimento che vi sono infinite cose che la superano (B. Pascal).
Più tutto manca sulla terra e più troviamo ciò che la terra può darci di migliore: la Croce. Più abbracciamo la Croce e più stringiamo strettamente Gesù, che vi è attaccato (C. De Foucauld).
Dio non esclude nessuno. Non esistono davanti a lui figli privilegiati e figli dimenticati: in Dio c’è posto per tutti.
Se vogliamo estirpare la zizzania, cominciamo dal nostro cuore: avremo lavoro sufficiente per impegnare una vita intera.
Il primo frutto della verità è l’umiltà: l’umiltà personale e quella collettiva di popolo di Dio. Se non matura il frutto dell’umiltà, spunteranno immediatamente i frutti dell’orgoglio, dell’intolleranza, dell’intransigenza, della crudeltà.
La distanza tra noi e Dio è il peccato: la superbia, l’orgoglio, l’egoismo, l’infedeltà… Appena sono eliminate queste distanze, si trova Dio: sempre.
Chi ha trovato Dio, non si lascia più incantare da nulla e non si lascia più deludere da nulla.
La vita ci è data per cercare Dio, la morte per trovarlo, l’eternità per possederlo (P. Nouet).
Esortazione di san Bernardo
Chiunque tu sia, che nel mare di questo mondo ti senti piuttosto sballottare tra procelle e tempeste che camminare sulla terra, non distogliere gli occhi dal fulgore di questa stella, se non vuoi essere sommerso dal flutti.
Se insorgono i venti delle tentazioni, se urti negli scogli delle tribolazioni, guarda alla stella, invoca Maria.
Se, turbato dal pensiero della gravità delle tue colpe, confuso dal deplorevole stato della tua coscienza, atterrito dalla severità del giudizio, tu stai per farti dominare dalla tristezza e cadere nell’abisso della disperazione, pensa a Maria.
Nei pericoli, nelle angustie, nei dubbi, pensa a Maria, invoca Maria.
Seguendo lei, non devierai; pensando a lei, non peccherai; tenendoti stretto a lei, non cadrai.
Se l’avrai come protettrice, non avrai di che temere; sotto la sua guida, ti sarà lieve ogni fatica; e avendola propizia, perverrai facilmente alla patria beata.
L’ultimo passo della ragione umana sta nel riconoscimento che vi sono infinite cose che la superano (B. Pascal).
Più tutto manca sulla terra e più troviamo ciò che la terra può darci di migliore: la Croce. Più abbracciamo la Croce e più stringiamo strettamente Gesù, che vi è attaccato (C. De Foucauld).
Dio non esclude nessuno. Non esistono davanti a lui figli privilegiati e figli dimenticati: in Dio c’è posto per tutti.
Se vogliamo estirpare la zizzania, cominciamo dal nostro cuore: avremo lavoro sufficiente per impegnare una vita intera.
Il primo frutto della verità è l’umiltà: l’umiltà personale e quella collettiva di popolo di Dio. Se non matura il frutto dell’umiltà, spunteranno immediatamente i frutti dell’orgoglio, dell’intolleranza, dell’intransigenza, della crudeltà.
La distanza tra noi e Dio è il peccato: la superbia, l’orgoglio, l’egoismo, l’infedeltà… Appena sono eliminate queste distanze, si trova Dio: sempre.
Chi ha trovato Dio, non si lascia più incantare da nulla e non si lascia più deludere da nulla.
La vita ci è data per cercare Dio, la morte per trovarlo, l’eternità per possederlo (P. Nouet).
Esortazione di san Bernardo
Chiunque tu sia, che nel mare di questo mondo ti senti piuttosto sballottare tra procelle e tempeste che camminare sulla terra, non distogliere gli occhi dal fulgore di questa stella, se non vuoi essere sommerso dal flutti.
Se insorgono i venti delle tentazioni, se urti negli scogli delle tribolazioni, guarda alla stella, invoca Maria.
Se, turbato dal pensiero della gravità delle tue colpe, confuso dal deplorevole stato della tua coscienza, atterrito dalla severità del giudizio, tu stai per farti dominare dalla tristezza e cadere nell’abisso della disperazione, pensa a Maria.
Nei pericoli, nelle angustie, nei dubbi, pensa a Maria, invoca Maria.
Seguendo lei, non devierai; pensando a lei, non peccherai; tenendoti stretto a lei, non cadrai.
Se l’avrai come protettrice, non avrai di che temere; sotto la sua guida, ti sarà lieve ogni fatica; e avendola propizia, perverrai facilmente alla patria beata.
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La vedova di Sarepta
Sant’Agostino (354-430), vescovo d'Ippona (Africa del Nord) e dottore della Chiesa
Discorsi 11, 2-3
Quella vedova uscì a raccogliere due legni per farsi una focaccia, e in quel mentre la vide Elia. L'uomo di Dio la vide proprio mentre lei stava cercando le due legni. Quella donna era figura della Chiesa. E poiché due legni formano una croce, colei che stava per morire cercava di che poter vivere per sempre. Intuito il mistero nascosto, Elia le rivolge la parola udita da Dio… « Va'- le disse - fammi anzitutto una focaccia, pur nella tua indigenza; non verranno meno le tue ricchezze »… Che cosa di più felice di questa povertà? Se qui riceve una tale ricompensa, quale ne dovrà sperare per la fine?
Ho detto questo affinché non aspettiamo il frutto della nostra semina in questo tempo in cui abbiamo seminato. Qui abbiamo seminato con fatica la messe delle buone opere, ma in futuro raccoglieremo con gioia i suoi frutti, secondo quanto è scritto: « All'andata camminavano piangendo, gettando la loro semente; al ritorno verranno con gioia, portando i loro covoni » (Sal 125,6). Il fatto di Elia avvenne come simbolo, non come dono; quella vedova infatti ricevette quaggiù la ricompensa per il fatto che temette l'uomo di Dio. Non è molto quanto seminò, per questo raccolse una quantità non elevata di messe. È temporaneo quanto ricevette, cioè la farina che non veniva meno e l'olio che non diminuiva, fino a quando Dio avesse mandato la pioggia sulla terra…Questo segno che Dio le aveva concesso per lo spazio di pochi giorni significava la vita futura, dove la nostra ricompensa non può venir mai meno. Dio sarà la nostra farina. Come l'olio e la farina per tutti quei giorni non vennero meno, così Dio non verrà mai meno… Semina senza timore, la tua messe verrà più tardi, verrà più lentamente, ma quando sarà venuta non avrà più fine.
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Discorsi 11, 2-3
Quella vedova uscì a raccogliere due legni per farsi una focaccia, e in quel mentre la vide Elia. L'uomo di Dio la vide proprio mentre lei stava cercando le due legni. Quella donna era figura della Chiesa. E poiché due legni formano una croce, colei che stava per morire cercava di che poter vivere per sempre. Intuito il mistero nascosto, Elia le rivolge la parola udita da Dio… « Va'- le disse - fammi anzitutto una focaccia, pur nella tua indigenza; non verranno meno le tue ricchezze »… Che cosa di più felice di questa povertà? Se qui riceve una tale ricompensa, quale ne dovrà sperare per la fine?
Ho detto questo affinché non aspettiamo il frutto della nostra semina in questo tempo in cui abbiamo seminato. Qui abbiamo seminato con fatica la messe delle buone opere, ma in futuro raccoglieremo con gioia i suoi frutti, secondo quanto è scritto: « All'andata camminavano piangendo, gettando la loro semente; al ritorno verranno con gioia, portando i loro covoni » (Sal 125,6). Il fatto di Elia avvenne come simbolo, non come dono; quella vedova infatti ricevette quaggiù la ricompensa per il fatto che temette l'uomo di Dio. Non è molto quanto seminò, per questo raccolse una quantità non elevata di messe. È temporaneo quanto ricevette, cioè la farina che non veniva meno e l'olio che non diminuiva, fino a quando Dio avesse mandato la pioggia sulla terra…Questo segno che Dio le aveva concesso per lo spazio di pochi giorni significava la vita futura, dove la nostra ricompensa non può venir mai meno. Dio sarà la nostra farina. Come l'olio e la farina per tutti quei giorni non vennero meno, così Dio non verrà mai meno… Semina senza timore, la tua messe verrà più tardi, verrà più lentamente, ma quando sarà venuta non avrà più fine.
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San Giovanni di Dio
Fondatore : Ordine Ospedaliero “Fatebenefratelli”Giovanni di Dio, al secolo Juan Ciudad, nasce à Montemor-o-Novo (P) l’8 marzo 1495.
All’età di 8 anni, assieme ad un chierico si allontanò dalla casa paterna e giunse in Spagna, dove ad Oropesa (Toledo) fu accolto dalla famiglia di Francisco Cid, detto “el Mayoral”.
Fino a 27 anni fece il pastore e il contadino, poi si arruolò tra i soldati di ventura. Nella celebre battaglia di Pavia tra Carlo V e Francesco I, Giovanni di Dio si trovò nello schieramento vincitore, cioè dalla parte di Carlo V. Più tardi partecipò alla difesa di Vienna stretta d'assedio dall'ottomano Solimano II.
Chiusa la parentesi militaresca, finché ebbe soldi nel borsello vagò per mezza Europa e finì in Africa a fare il bracciante; per qualche tempo fece pure il venditore ambulante a Gibilterra, commerciando paccottiglia; stabilitosi infine a Granada vi aprì una piccola libreria.
Avvertiva già una grande vocazione per Gesù nell'assistenza dei poveri e dei malati, ma Giovanni mutò radicalmente indirizzo alla propria vita, in seguito ad una predica di (san) Giovanni d’Avila.
Abbandonò, allora, tutto: vendette libri e negozio, si privò anche delle scarpe e del vestito, e andò a mendicare per le vie di Granada, rivolgendo ai passanti la frase che sarebbe divenuta l'emblema di una nuova benemerita istituzione: "Fate (del) bene, fratelli, a voi stessi".
La carità che la gente gli faceva veniva spartita infatti tra i più bisognosi. Ma gli abitanti di Granada credettero di fare del bene a lui rinchiudendolo in manicomio.
Malinteso provvidenziale: in manicomio Giovanni si rese conto della colpevole ignoranza di quanti pretendevano curare le malattie mentali con metodi degni di un torturatore.
Così, appena poté liberarsi da quell'inferno, fondò, con l'aiuto di benefattori, un suo ospedale. Pur completamente sprovvisto di studi di medicina, Giovanni si mostrò più bravo degli stessi medici, in particolar modo nel curare le malattie mentali, inaugurando, con grande anticipo nel tempo, quel metodo psicoanalitico o psicosomatico che sarà il vanto (quattro secoli dopo ... ) di Freud e discepoli.
La cura dello spirito era la premessa per una proficua cura del corpo.
Giovanni di Dio raccolse i suoi collaboratori in una grande famiglia religiosa, l’“Ordine Ospedaliero”, meglio conosciuto col nome di “Fatebenefratelli”. Si impegnò anche nei confronti delle prostitute, aiutandole a reinserirsi nella società.
L’Arcivescovo di Granada gli cambiò il nome in Giovanni di Dio.
Giovanni morì a Granada, a soli cinquantacinque anni, il giorno del suo compleanno, l'8 marzo 1550.
Fu canonizzato nel 1690. Pp Leone XIII lo dichiarò patrono degli ospedali e di quanti operano per restituire la salute agli infermi.
Significato del nome Giovanni: “il Signore è benefico, dono del Signore” (ebraico)
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domenica 7 marzo 2010
Ci vuole molto umani e molto divini
Già da molti anni ho visto con chiarezza meridiana un criterio che sarà sempre valido: l'ambiente sociale, col suo allontanamento dalla fede e dalla morale cristiana, ha bisogno di un nuovo modo di vivere e di propagare la verità eterna del Vangelo: nelle stesse viscere della società, del mondo, i figli di Dio devono brillare per le loro virtù come lampade nell'oscurità «quasi lucernae lucentes in caliginoso loco». (Solco, 318)
Se accettiamo la responsabilità di essere suoi figli, vedremo che Dio ci vuole molto umani. La testa deve arrivare al cielo, ma i piedi devono poggiare saldamente per terra. Il prezzo per vivere da cristiani non è la rinuncia a essere uomini o la rinuncia allo sforzo per acquistare quelle virtù che alcuni posseggono anche senza conoscere Cristo. Il prezzo di ogni cristiano è il Sangue redentore di Gesù nostro Signore che ci vuole — ripeto — molto umani e molto divini, costanti nell'impegno quotidiano di imitare Lui, perfectus Deus, perfectus homo.
Non saprei dire qual è la principale virtù umana: dipende dal punto di vista. La questione, per di più, è oziosa, perché non si tratta di vivere una o alcune virtù: è necessario lottare per acquistarle e praticarle tutte. Ciascuna si intreccia con le altre: lo sforzo per essere sinceri — ad esempio — ci rende giusti, lieti, prudenti, sereni.
Inoltre dobbiamo considerare che la capacità di decisione e di responsabilità si fonda sulla libertà personale del singolo e perciò le virtù sono fondamentalmente personali, della persona. Senza dubbio in questa battaglia d'amore nessuno combatte da solo — sono solito dire che nessuno è un verso isolato —: in qualche modo ci aiutiamo o ci danneggiamo. Siamo anelli della stessa catena. Chiedi ora, assieme a me, a Dio nostro Signore, che quella catena ci unisca al suo Cuore, finché arrivi il giorno in cui lo contempleremo faccia a faccia nel cielo, per sempre. (Amici di Dio, 75-76)
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Se accettiamo la responsabilità di essere suoi figli, vedremo che Dio ci vuole molto umani. La testa deve arrivare al cielo, ma i piedi devono poggiare saldamente per terra. Il prezzo per vivere da cristiani non è la rinuncia a essere uomini o la rinuncia allo sforzo per acquistare quelle virtù che alcuni posseggono anche senza conoscere Cristo. Il prezzo di ogni cristiano è il Sangue redentore di Gesù nostro Signore che ci vuole — ripeto — molto umani e molto divini, costanti nell'impegno quotidiano di imitare Lui, perfectus Deus, perfectus homo.
Non saprei dire qual è la principale virtù umana: dipende dal punto di vista. La questione, per di più, è oziosa, perché non si tratta di vivere una o alcune virtù: è necessario lottare per acquistarle e praticarle tutte. Ciascuna si intreccia con le altre: lo sforzo per essere sinceri — ad esempio — ci rende giusti, lieti, prudenti, sereni.
Inoltre dobbiamo considerare che la capacità di decisione e di responsabilità si fonda sulla libertà personale del singolo e perciò le virtù sono fondamentalmente personali, della persona. Senza dubbio in questa battaglia d'amore nessuno combatte da solo — sono solito dire che nessuno è un verso isolato —: in qualche modo ci aiutiamo o ci danneggiamo. Siamo anelli della stessa catena. Chiedi ora, assieme a me, a Dio nostro Signore, che quella catena ci unisca al suo Cuore, finché arrivi il giorno in cui lo contempleremo faccia a faccia nel cielo, per sempre. (Amici di Dio, 75-76)
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SS. Perpetua e Felicita
MartiriPerpetua e Felicita erano due donne cristiane che subirono il martirio a Cartagine, sotto l'impero di Settimio Severo (193-211), insieme a Saturo, Revocato, Saturnino e Secondino, anch'essi venerati come santi.
Il resoconto del loro martirio, scritto in latino (Acta Perpetuae et Felicitatis), fu scoperto da Holstenius e pubblicato da Pierre Poussines nel 1663.
Gli Atti, una delle pagine migliori dell'antica letteratura cristiana, sono composti da tre parti:
· i capitoli III–X sono tratti dai diari autografi di Perpetua;
· i capitoli XI-XIII furono scritti da Saturo;
· i restanti capitoli (I-II, XII, XIV-XXI) furono composti da un terzo autore, testimone oculare dei fatti, che alcuni studiosi identificano con Tertulliano.
Nel 1890 Rendel Harris scoprì un altro resoconto scritto in greco, che pubblicò in collaborazione con Seth K. Gifford.
Molti storici ritengono che questo testo in greco sia l’originale, altri postulano la contemporaneità di entrambi i testi, tuttavia l'ipotesi più accreditata è che il testo in latino sia l’originale e quello in greco una mera traduzione.
Chiusa in carcere, aspettando la morte, tiene una sorta di diario dei suoi ultimi giorni, descrivendo la prigione affollata, il tormento della calura; annota nomi di visitatori, racconta sogni e visioni degli ultimi giorni.
Siamo a Cartagine, Africa del Nord, anno 203: chi scrive è la colta gentildonna Tibia Perpetua, 22 anni, sposata e madre di un bambino.
Nella folla carcerata sono accanto a lei anche la più giovane Felicita, figlia di suoi servi, in gravidanza avanzata, e tre uomini di nome Saturnino, Revocato e Secondulo. Tutti sono condannati a morte perché vogliono farsi cristiani e stanno terminando il periodo di formazione; la loro “professione di fede” sarà la morte nel nome di Cristo.
Le annotazioni di Perpetua verranno poi raccolte nella Passione di Perpetua e Felicita, opera, forse, del grande Tertulliano, testimone a Cartagine. Il racconto segnala le pressioni dei parenti (ancora pagani) su Perpetua e su Felicita, che proprio in quei giorni dà alla luce un bambino. Per aver salva la vita basta “astenersi”, ma loro non si piegano.
Questo accade regnando l’imperatore Settimio Severo (193-211), anche lui di origine africana, che è in guerra continua contro i molti nemici di Roma, e perciò vede ogni cosa in funzione dell’Impero da difendere; tutto vorrebbe obbediente e inquadrato come l’esercito.
Con i cristiani si è mostrato tollerante nei primi anni. Ma ora, in questa visione globale della disciplina, che include pure la fede religiosa, scatena una dura lotta contro il proselitismo cristiano e anche ebraico: cioè contro chi ora vuole abbandonare i culti tradizionali. Per questo c’è la pena di morte o morte-spettacolo, spesso, come appunto a Cartagine.
Perpetua, Felicita e tutti gli altri entrano nella Chiesa col martirio che incomincia nell’arena, dove le belve attaccano e straziano i morituri; poi c’è la decapitazione.
Perpetua vive l’ultima ora con straordinarie prove di amore e di tranquilla dignità. Vede Felicita crollare sotto i colpi, e dolcemente la solleva, la sostiene; zanne e corna lacerano la sua veste di matrona ma lei cerca di rimetterla a posto con tranquillo rispetto di sé. Gesti che colpiscono e sconvolgono anche la folla nemica, creando momenti di commozione pietosa. Ma poi il furore di massa prevale, fino al colpo di grazia : era il 7 marzo 203.
Nei Promessi sposi, il Manzoni ha chiamato Perpetua la donna di servizio in casa di don Abbondio; il nome di quel personaggio letterario, così fortemente inciso, è passato poi a indicare una categoria: quella, appunto, delle “perpetue”, addette alla cura delle canoniche.
Cesare Angelini, il grande studioso del Manzoni, ritiene che egli abbia tratto quel nome dal Canone latino della Messa, "dov’è allineato con quelli delle altre donne del romanzo: Perpetua, Agnese, Lucia, Cecilia..."
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Imitare la pazienza di Dio
San Cipriano (circa 200-258), vescovo di Cartagine e martire Del beneficio della pazienza, 3-5: PL 4, 624-625
Che grande pazienza quella di Dio ! Fa nascere il giorno e sorgere la luce del sole sia sopra i buoni che sopra i malvagi. Annaffia la terra delle sue piogge, e nessuno è escluso dai suoi beni, sicché l’acqua è concessa indistintamente ai giusti e agli ingiusti. Lo vediamo agire con uguale pazienza verso i colpevoli e gli innocenti, i fedeli e gli empi, coloro che rendono grazie e gli ingrati. Per tutti loro, le stagioni obbediscono agli ordini di Dio, gli elementi si mettono a loro servizio, i venti soffiono, le sorgenti sgorgano, le messi crescono in abbondanza, l’uva matura, gli alberi traboccano di frutti, le foreste inverdiscono, e i prati si coprono di fiori…Benché Dio abbia il potere della vendetta, preferisce pazientare a lungo, e aspetta e tarda con bontà affinché, se fosse possibile, la malizia si attenui col tempo, e l’uomo…si rivolga finalmente verso Dio, secondo quello che ci dice lui stesso in questi termini : « Non godo della morte di chi muore, mà piuttosto che si converta e viva » (Ez 18, 33). E ancora : « Ritornate a me, ritornate al Signore vostro Dio, perché egli è misericordioso, benigno, tardo all’ira e ricco di benevolenza » (Gl 2, 13)….
Ora Gesù ci dice « siate perfetti come è perfetto il vostro Padre celeste » (Mt 5, 48). Con queste parole ci mostra che, essendo figli di Dio e rigenerati da una nascita celeste, raggiungiamo il vertice della perfezione quando la pazienza di Dio Padre dimora in noi e la somiglianza divina, persa a causa del peccato d’Adamo, si manifesta e brilla nei nostri atti. Che gloria assomigliare a Dio, che grande felicità avere questa virtù degna delle lodi divine.
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sabato 6 marzo 2010
Santa Coletta Boylet
VergineColetta, al secolo Nicolette Boylet, nasce a Corbie (nell’odierno Belgio) il 13 gennaio 1381 quando ormai i genitori, il carpentiere Roberto Boylet e sua moglie Caterina, non speravano più di avere figli. L’hanno chiamata Nicolette (familiarmente Colette) in onore di Nicola di Bari, alla cui intercessione si attribuiva la sua nascita.
Colette intraprende la sua complicata esperienza religiosa a 18 anni, dopo la morte dei genitori.
Pare che non le vada bene nulla. Cambia di continuo monastero e Ordine: dalle Beghine e poi dalle Benedettine della nativa Corbie alle Clarisse, e da queste alle Terziarie francescane; poi si isola come “reclusa” in una cella, ancora a Corbie.
A 25 anni, su consiglio del francescano Enrico di Baume, torna fra le Clarisse, perché si sente chiamata alla riforma degli Ordini istituiti da S. Francesco.
Nel 1406, a Nizza, riceve il velo da Benedetto XIII, che l’autorizza a riformare i monasteri dell’Ordine e a fondarne di nuovi.
Siamo ai tempi dello scisma d’Occidente, con papi e antipapi eletti da gruppi diversi di cardinali e ciascuno riconosciuto da una parte degli Stati europei.
Dopo la morte di Pp Gregorio XI (1378), a Roma si sono succeduti Urbano VI (Bartolomeo Prignano), Bonifacio IX (Pietro Tomacelli), Innocenzo VII (Cosimo Migliorati) e infine Gregorio XII (Angelo Correr). E a lui si oppone da Avignone lo spagnolo Pedro de Luna (Benedetto XIII), successore dell’altro antipapa avignonese, Roberto di Ginevra, chiamato Clemente VI. (In qualche momento saranno addirittura in tre a chiamarsi papa, finché al Concilio di Costanza, grazie alla rinuncia di Gregorio XII, verrà eletto unico pontefice Martino V (Oddone Colonna).
E ci sono futuri santi da una parte e dall’altra: Caterina da Siena e Caterina di Svezia stanno col papa di Roma, mentre ai due avignonesi aderiscono Vincenzo Ferreri e appunto Colette.
Per alcuni anni, lei vede fallire gli sforzi di riforma, e solo nel 1410 ha il suo primo monastero rinnovato a Besançon, seguìto poi da altri 16.
Accolgono la sua riforma anche alcuni conventi maschili, sempre sotto i loro superiori. Povertà senza attenuazioni, tenore di vita restituito all’originaria austerità, vita di preghiera personale e comunitaria, molta penitenza per l’unità della Chiesa.
La riforma è tutta qui, animata, però, dal suo esempio che entusiasma nei monasteri e fuori.
Acquista fama di scrutatrice delle coscienze, capace di profezie e di clamorosi miracoli: addirittura risurrezioni, si afferma.
La validità di questa riforma (approvata nel 1434 dal Ministro generale francescano e nel 1458 da Pp Pio II) è testimoniata dalla sua tenuta nel tempo.
Coletta muore nel 1447 presso il monastero di Gand, uno dei diciassette che aveva fondato.
Venne proclamata beata il 23 gennaio 1740 da Pp Clemente XII e canonizzata il 24 maggio 1807 da Pp Pio VII.
I monasteri “collettini” continueranno a vivere sulla linea tracciata da S. Coletta: il XX secolo ne vedrà sempre attivi circa 140, per la maggior parte in Europa, ma anche in America, in Asia e in Africa.
Significato del nome Nicola, Nicoletta, Coletta : “vincitore del popolo” (greco)
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Mi leverò e andrò da mio padre
Giacomo di Saroug (circa 449-521), monaco e vescovo siriano Poema
Tornerò da mio Padre come il figlio prodigo, e sarò accolto. Farò anch’io come ha fatto lui : non mi esaudira ? Eccomi che sto bussando alla tua porta, o Padre misericordioso ; aprimi perché io possa entrare, per paura che io mi perda, mi allontani e perisca ! Mi hai fatto tuo erede e io ho trascurato la tua eredità e dissipato i tuoi beni ; considerami ormai come un mercenario e un servo.
Come il pubblicano, abbi pietà di me e vivrò della tua grazia ! Come alla peccatrice rimetti i miei peccati, o Figlio di Dio. Come Pietro, tirami fuori dalle onde. Come per il buon ladrone, abbi pietà della mia bassezza e ricordati di me ! Come la pecora perduta, vieni a cercarmi, Signore, e mi troverai ; e sulle tue spalle, riconducimi a casa di tuo Padre.
Come al cieco, aprimi gli occhi, ch’io veda la tua luce ! Come al sordo, aprimi gli orecchi, che senta la tua voce. Come per il paralitico, guarisci la mia infermità, ch’io lodi il tuo nome. Come il lebbroso, purificami con issopo dalle mie macchie (Sal 50,9). Come la fanciulla, figlia di Jairo, fammi vivere, o nostro Signore. Come la suocera di Simone, guariscimi, perché sono malato. Come il fanciullo, figlio della vedova, rimettimi in piedi. Come Lazzaro, chiamami con la tua voce e scioglimi dalle mie bande. Perché sono morto a causa del peccato, come a causa di una malattia ; rialzami dalla mia rovina, affinché lodi il tuo nome ! Ti prego, Maestro della terra e del cielo, vieni in mio aiuto e mostrami il tuo cammino, affinché io venga da te. Portami da te, Figlio del Dio Buono e manifesta pienamente la tua misericordia. Verrò da te e mi sazierò nell’esultanza.
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venerdì 5 marzo 2010
Le anime sante devono essere felici
Ti raccontavo che persino alcuni che non hanno ricevuto il battesimo mi hanno detto commossi: “È vero, capisco che le anime sante devono essere felici, perché guardano gli avvenimenti con una visione che è al di sopra delle cose della terra, perché vedono le cose con sguardo d'eternità”. Magari non ti mancasse questa visione! — aggiunsi poi —, perché tu sappia corrispondere al trattamento di predilezione che hai ricevuto dalla Trinità. (Forgia, 1017)
Ti assicuro che, se noi figli di Dio lo vogliamo, contribuiremo poderosamente a illuminare il lavoro e la vita degli uomini, con lo splendore divino — eterno! — che il Signore ha voluto porre nelle nostre anime.
— Però “chi dice di dimorare in Gesù, deve seguire il cammino che Egli ha seguìto”, come insegna San Giovanni: cammino che porta sempre alla gloria, passando — pure sempre — attraverso il sacrificio. (Forgia, 1018)
Signore mio Gesù: fa' che io senta, che assecondi a tal punto la tua grazia da svuotare il mio cuore..., perché lo possa riempire Tu, il mio Amico, il mio Fratello, il mio Re, il mio Dio, il mio Amore! (Forgia, 913)
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Ti assicuro che, se noi figli di Dio lo vogliamo, contribuiremo poderosamente a illuminare il lavoro e la vita degli uomini, con lo splendore divino — eterno! — che il Signore ha voluto porre nelle nostre anime.
— Però “chi dice di dimorare in Gesù, deve seguire il cammino che Egli ha seguìto”, come insegna San Giovanni: cammino che porta sempre alla gloria, passando — pure sempre — attraverso il sacrificio. (Forgia, 1018)
Signore mio Gesù: fa' che io senta, che assecondi a tal punto la tua grazia da svuotare il mio cuore..., perché lo possa riempire Tu, il mio Amico, il mio Fratello, il mio Re, il mio Dio, il mio Amore! (Forgia, 913)
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La vigna di Dio
Sant’Ireneo di Lione (circa130-circa 208), vescovo, teologo e martire Contro le eresie, IV 36, 2-3 ; SC 100, 883
Plasmando Adamo e eleggendo i pariarchi, Dio ha piantato la vigna del genere umano. Poi l’ha affidata a dei vignaioli mediante il dono della Legge trasmessa da Mosè. L’ha circondata con una siepe, cioè ha delimitato la terra che avrebbero dovuto coltivare. Ha costruito una torre, ha cioè scelto Gerusalemme. E ha mandato loro dei profeti prima dell’esilio in Babilonia, poi, dopo l’esilio, altri ancora, più numerosi dei primi, per ritirare il raccolto e dire loro : « Migliorate la vostra condotta e le vostre azioni » (Ger 7,3) ; « Praticate la giustizia e la fedeltà ; esercitate la pietà e la misericordia ciascuno verso il suo prossimo. Non frodate la vedova, l’orfano, il pellegrino, il misero e nessuno nel cuore trami il male contro il proprio fratello » (Zc 7,9)… ; « Togliete il male dai vostri cuori… imparate a fare il bene, ricercate la giustizia, soccorrete l’oppresso » (Is 1,16)…
Vedete con quali predicazioni i profeti esigevano il frutto di giustizia. Poiché però questa gente restava incredula, da ultimo mandò loro il proprio Figlio, nostro Signore Gesù Cristo, che è stato ucciso e cacciato fuori dalla vigna. Perciò Dio l’ha affidata – non più delimitata bensì estesa al mondo intero – ad altri vignaioli affinché gli consegnassero i frutti a suo tempo… La torre dell’elezione si erge ovunque nel suo splendore, poiché ovunque risplende la Chiesa ; ovunque pure è scavato il frantoio poiché ovunque sono coloro che ricevono l’unzione dello Spirito di Dio…
Per questo il Signore, per fare di noi buoni operai, diceva ai suoi discepoli : « Siate ben attenti che i vostri cuori non si appesantiscano in dissipazioni, ubriachezze e affanni della vita » (Lc 21,34). « Siate pronti, con la cintura ai fianchi e le lucerne accese ; siate simili a coloro che aspettano il loro padrone » (Lc 12,35)
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San Giovanni Giuseppe della Croce
Sacerdote O.F.M.
Giovanni Giuseppe della Croce, al secolo Carlo Gaetano Calosirto, nacque ad Ischia il 15 agosto del 1654 nel borgo di Ponte, figlio del nobile Giuseppe e di donna Laura Gargiulo.
Frequentò nell’isola i padri agostiniani, da cui ricevette la prima formazione umanistica e religiosa. A 15 anni scelse la vita religiosa per la grande attrazione che esercitava sul suo animo, aderendo ai Francescani scalzi della Riforma di S. Pietro d’Alcantara, detti anche alcantarini, per la loro vita austera, dipendenti dal convento di Santa Maria al Monte in Napoli.
Cambiò il nome in quello di Giovanni Giuseppe della Croce e fece il noviziato sotto la guida ascetica di padre Giuseppe Robles.
Nel gennaio 1671 fu inviato, insieme ad altri 11 frati, di cui egli era il più giovane, presso il santuario di Santa Maria Occorrevole, a Piedimonte d’Alife, dove, grazie alla sua fattiva opera, fu costruito un convento; fu ordinato sacerdote il 18 settembre 1677.
Durante la sua permanenza a Piedimonte, fece costruire in una zona più nascosta del bosco un altro piccolo conventino detto “la solitudine”, ancora oggi meta di pellegrinaggi, per poter pregare più in ritiro.
Per parecchi anni guidò contemporaneamente il noviziato a Napoli, come maestro, e il convento a Piedimonte come padre guardiano, adoperandosi tra l’altro in forma molto attiva per la costruzione del convento del Granatello a Portici (Na).
Agli inizi del 1700 l’Ordine Francescano subì una tempesta organizzativa, dovuta ai forti dissensi sorti fra gli alcantarini provenienti in gran parte dalla Spagna e quelli italiani, che provocò, con l’approvazione pontificia, la separazione dei due gruppi per le loro nazionalità; gli spagnoli ottennero il convento di Santa Lucia al Monte e del Granatello.
Padre Giovanni Giuseppe, nominato capo e guida del gruppo italiano, dovette barcamenarsi in tutte le difficoltà che venivano poste dai potenti confratelli spagnoli, richiamò i circa 200 frati ad un rispetto più conforme alla Regola e riordinò gli studi.
Scaduto il suo mandato, ebbe, dall’arcivescovo di Napoli, cardinale Francesco Pignatelli, l’incarico di dirigere settanta fra monasteri e ritiri napoletani; uguale incarico ebbe anche dal cardinale Innico Caracciolo per la diocesi d’Aversa.
Essendo qualificato direttore di coscienze, a lui si rivolsero celebri ecclesiastici, nobili illustri, persino S. Alfonso Maria de’ Liguori e S. Francesco De Geronimo.
Il Signore gli donò vari carismi: la bilocazione, la profezia, la lettura dei cuori, la levitazione, apparizioni della Madonna e di Gesù Bambino, i miracoli, come quello della resurrezione del marchesino Gennaro Spada; fu visto inoltre passare per le strade di Napoli sollevato di un palmo da terra, in completa estasi.
Il 22 giugno 1722, con decreto pontificio, i due rami alcantarini, furono riuniti di nuovo e quindi anche il convento di Santa Lucia al Monte ritornò ai frati italiani: è lì che Giovanni Giuseppe della Croce, dopo averci vissuto per altri dodici anni, morì il 5 marzo 1734. La sua tomba, posta nel convento, è stata ed è tuttora centro di grande devozione dei napoletani, che lo elessero loro compatrono nel 1790.
Beatificato da Pp Pio VI il 24 maggio 1789, fu elevato agli onori degli altari da Pp Gregorio XVI il 26 maggio 1839 insieme ad altri quattro santi: Francesco De Geronimo, Alfonso Maria de’ Liguori, Pacifico di s. Severino e Veronica Giuliani.
Il vescovo d’Ischia, monsignor Filippo Strofaldi, ha ottenuto che le spoglie del santo venissero trasferite da Santa Lucia al Monte in Napoli al convento francescano dell’isola, fra la sua originaria gente, che da sempre l’ha venerato e amato come suo carissimo e grande figlio.
Nel Martirologio Romano il Santo è onorato il 5 marzo, mentre i festeggiamenti nelle strade cittadine d’Ischia Ponte, hanno luogo la prima domenica di settembre per la durata di quattro giorni. In questi giorni di festa la chiesa è addobbata e si celebrano messe in continuazione; la reliquia del santo è portata in processione per le strade cittadine e per mare dove l’imbarcazione, con la reliquia, è seguita da quelle dei pescatori. I festeggiamenti si concludono con uno spettacolo di fuochi pirotecnici.
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Giovanni Giuseppe della Croce, al secolo Carlo Gaetano Calosirto, nacque ad Ischia il 15 agosto del 1654 nel borgo di Ponte, figlio del nobile Giuseppe e di donna Laura Gargiulo.
Frequentò nell’isola i padri agostiniani, da cui ricevette la prima formazione umanistica e religiosa. A 15 anni scelse la vita religiosa per la grande attrazione che esercitava sul suo animo, aderendo ai Francescani scalzi della Riforma di S. Pietro d’Alcantara, detti anche alcantarini, per la loro vita austera, dipendenti dal convento di Santa Maria al Monte in Napoli.
Cambiò il nome in quello di Giovanni Giuseppe della Croce e fece il noviziato sotto la guida ascetica di padre Giuseppe Robles.
Nel gennaio 1671 fu inviato, insieme ad altri 11 frati, di cui egli era il più giovane, presso il santuario di Santa Maria Occorrevole, a Piedimonte d’Alife, dove, grazie alla sua fattiva opera, fu costruito un convento; fu ordinato sacerdote il 18 settembre 1677.
Durante la sua permanenza a Piedimonte, fece costruire in una zona più nascosta del bosco un altro piccolo conventino detto “la solitudine”, ancora oggi meta di pellegrinaggi, per poter pregare più in ritiro.
Per parecchi anni guidò contemporaneamente il noviziato a Napoli, come maestro, e il convento a Piedimonte come padre guardiano, adoperandosi tra l’altro in forma molto attiva per la costruzione del convento del Granatello a Portici (Na).
Agli inizi del 1700 l’Ordine Francescano subì una tempesta organizzativa, dovuta ai forti dissensi sorti fra gli alcantarini provenienti in gran parte dalla Spagna e quelli italiani, che provocò, con l’approvazione pontificia, la separazione dei due gruppi per le loro nazionalità; gli spagnoli ottennero il convento di Santa Lucia al Monte e del Granatello.
Padre Giovanni Giuseppe, nominato capo e guida del gruppo italiano, dovette barcamenarsi in tutte le difficoltà che venivano poste dai potenti confratelli spagnoli, richiamò i circa 200 frati ad un rispetto più conforme alla Regola e riordinò gli studi.
Scaduto il suo mandato, ebbe, dall’arcivescovo di Napoli, cardinale Francesco Pignatelli, l’incarico di dirigere settanta fra monasteri e ritiri napoletani; uguale incarico ebbe anche dal cardinale Innico Caracciolo per la diocesi d’Aversa.
Essendo qualificato direttore di coscienze, a lui si rivolsero celebri ecclesiastici, nobili illustri, persino S. Alfonso Maria de’ Liguori e S. Francesco De Geronimo.
Il Signore gli donò vari carismi: la bilocazione, la profezia, la lettura dei cuori, la levitazione, apparizioni della Madonna e di Gesù Bambino, i miracoli, come quello della resurrezione del marchesino Gennaro Spada; fu visto inoltre passare per le strade di Napoli sollevato di un palmo da terra, in completa estasi.
Il 22 giugno 1722, con decreto pontificio, i due rami alcantarini, furono riuniti di nuovo e quindi anche il convento di Santa Lucia al Monte ritornò ai frati italiani: è lì che Giovanni Giuseppe della Croce, dopo averci vissuto per altri dodici anni, morì il 5 marzo 1734. La sua tomba, posta nel convento, è stata ed è tuttora centro di grande devozione dei napoletani, che lo elessero loro compatrono nel 1790.
Beatificato da Pp Pio VI il 24 maggio 1789, fu elevato agli onori degli altari da Pp Gregorio XVI il 26 maggio 1839 insieme ad altri quattro santi: Francesco De Geronimo, Alfonso Maria de’ Liguori, Pacifico di s. Severino e Veronica Giuliani.
Il vescovo d’Ischia, monsignor Filippo Strofaldi, ha ottenuto che le spoglie del santo venissero trasferite da Santa Lucia al Monte in Napoli al convento francescano dell’isola, fra la sua originaria gente, che da sempre l’ha venerato e amato come suo carissimo e grande figlio.
Nel Martirologio Romano il Santo è onorato il 5 marzo, mentre i festeggiamenti nelle strade cittadine d’Ischia Ponte, hanno luogo la prima domenica di settembre per la durata di quattro giorni. In questi giorni di festa la chiesa è addobbata e si celebrano messe in continuazione; la reliquia del santo è portata in processione per le strade cittadine e per mare dove l’imbarcazione, con la reliquia, è seguita da quelle dei pescatori. I festeggiamenti si concludono con uno spettacolo di fuochi pirotecnici.
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Tu sei sale, anima d'apostolo
Tu sei sale, anima d'apostolo. —“Bonum est sal”— il sale è buono, si legge nel Santo Vangelo; “si autem sal evanuerit” —ma se il sale diventa scipìto... non serve a nulla, né per la terra, né per il concime; lo si getta via come cosa inutile. Tu sei sale, anima d'apostolo. —Ma se diventi scipìto... (Cammino, 921)
Noi cattolici dobbiamo procedere nella vita come apostoli: con la luce di Dio, con il sale di Dio. Senza paura, con naturalezza, ma con tale vita interiore, con tale unione con Dio, da illuminare, da evitare la corruzione e le ombre, da distribuire il frutto della serenità e l'efficacia della dottrina cristiana. (Forgia, 969)
In momenti di disorientamento generale, quando invochi il Signore — per le anime che sono sue! —, sembra come se non ti ascoltasse, come se fosse sordo alle tue invocazioni. Arrivi persino a pensare che il tuo lavoro apostolico sia vano.— Non ti preoccupare! Continua a lavorare con la stessa gioia, con la stessa vibrazione, con lo stesso slancio. — Permettimi di insistere: quando si lavora per Dio, nulla è infecondo! (Forgia, 978)
Figlio mio: tutti i mari del mondo sono nostri, e proprio dove la pesca è più difficile, essa è ancor più necessaria. (Forgia, 979)
Con la tua dottrina di cristiano, con la tua vita integra e con il tuo lavoro ben fatto, devi dare, nell'esercizio della tua professione, nel compimento dei doveri del tuo ufficio, buon esempio a quelli che ti circondano: parenti, amici, colleghi, vicini, alunni... — Non puoi essere un pasticcione. (Forgia, 980)
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Noi cattolici dobbiamo procedere nella vita come apostoli: con la luce di Dio, con il sale di Dio. Senza paura, con naturalezza, ma con tale vita interiore, con tale unione con Dio, da illuminare, da evitare la corruzione e le ombre, da distribuire il frutto della serenità e l'efficacia della dottrina cristiana. (Forgia, 969)
In momenti di disorientamento generale, quando invochi il Signore — per le anime che sono sue! —, sembra come se non ti ascoltasse, come se fosse sordo alle tue invocazioni. Arrivi persino a pensare che il tuo lavoro apostolico sia vano.— Non ti preoccupare! Continua a lavorare con la stessa gioia, con la stessa vibrazione, con lo stesso slancio. — Permettimi di insistere: quando si lavora per Dio, nulla è infecondo! (Forgia, 978)
Figlio mio: tutti i mari del mondo sono nostri, e proprio dove la pesca è più difficile, essa è ancor più necessaria. (Forgia, 979)
Con la tua dottrina di cristiano, con la tua vita integra e con il tuo lavoro ben fatto, devi dare, nell'esercizio della tua professione, nel compimento dei doveri del tuo ufficio, buon esempio a quelli che ti circondano: parenti, amici, colleghi, vicini, alunni... — Non puoi essere un pasticcione. (Forgia, 980)
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Felice l’uomo pietoso che dà in prestito, …dona largamente ai poveri, la sua giustizia rimane per sempre
San Basilio (circa 330-379), monaco e vescovo di Cesarea in Cappadocia, dottore della ChiesaOmelia 6 contro le ricchezze ; PG 31, 275-278
Cosa risponderai al sovrano giudice, tu che rivesti le tue mura e non vesti il tuo simile? Tu che adorni i tuoi cavalli e non hai nemmeno uno sguardo per tuo fratello nello sconforto?... Tu che seppellisci il tuo oro e non vieni in aiuto dell’oppresso?...
Dimmi, che cosa ti appartiene? Da chi hai ricevuto tutto ciò che porti con te in questa vita?... Non sei forse uscito nudo dal seno di tua madre? E non ritornerai forse nella terra ugualmente nudo (Gb 1,21)? I beni presenti, da chi li ottieni? Se rispondi: dal caso, sei un empio che rifiuta di conoscere il suo creatore e di ringraziare il suo benefattore. Se convieni che vengono da Dio, dimmi dunque per quale motivo li hai ricevuti?
Dio sarebbe forse ingiusto, ripartendo iniquamente i beni necessari alla vita? Perché tu sei nell’abbondanza mentre costui è nella miseria? Non è forse unicamente affinché un giorno, per la tua bontà e la tua gestione desinteressata dei beni, tu riceva la ricompensa, mentre il povero otterrà la corona promessa alla pazienza? ... Il pane che tu trattieni appartiene all’affamato; il mantello che nascondi nelle tue casse all’uomo nudo... Per cui commetti tante ingiustizie quanti sono coloro che potresti aiutare
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San Casimiro
festa il 4/3 (inserito oggi in quanto ieri non funzionava la connessione internet)Principe polacco
Casimiro (lituano: Kazimieras, Polacco: Kazimierz) soprannominato dai suoi compatrioti “uomo di pace”, nacque a Cracovia il 3 ottobre 1458, terzo dei tredici figli di Casimiro IV, re di Polonia, e di Elisabetta d’Austria, figlia dell’imperatore Alberto II. Il matrimonio tra i due, rivelatasi un’unione felice oltre che fertile, era stato combinato con l’aiuto di Jan Długosz, storiografo e canonico di Cracovia, religioso schivo ma di grande erudizione e santità. Proprio a lui fu dunque affidata l’educazione di Casimiro quando questi raggiunse l’età di nove anni ed il sacerdote si rivelò un ottimo insegnante.
Non ancora quindicenne, in seguito alla richiesta da parte della nobiltà ungherese, il padre inviò Casimiro a guidare un esercitò contro il sovrano ungherese, Mattia Corvino. Quando però Casimiro venne a sapere che Mattia disponeva di truppe ben più numerose delle sue, e si rese conto di essere stato abbandonato sia dalla nobiltà ungherese che dalle proprie truppe in diserzione, accolse favorevolmente il consiglio dei suoi ufficiali ed interruppe la spedizione.
Intanto il Pp Sisto IV, temendo forse che la guerra rischiasse solo di favorire la causa turca, aveva inoltrato un appello di desistenza al sovrano polacco. Il re, dimostratosi disponibile ad un colloquio di pace, inviò un messaggero al figlio, che però, con sua grande vergogna, scoprì già ritiratosi. Per castigo fu vietato a Casimiro di fare ritorno a Cracovia e venne rinchiuso per tre mesi nel castello di Dobzki. Nonostante le pressioni del padre e le nuove richieste da parte dei nobili magiari, Casimiro non si lasciò mai più persuadere ad abbracciare le armi.
Pare che il giovane principe non ambisse a posizioni di governo e preferiva piuttosto attivarsi in favore dei poveri, degli oppressi, dei pellegrini e dei prigionieri. Era solito infatti denunciare, al re suo padre, tutte le ingiustizie nei confronti dei poveri ed ogni loro necessità di cui veniva a conoscenza. Grande gioia provò quando decise di donare tutti i suoi beni ai bisognosi.
“Difendeva e abbracciava come sue le cause dei poveri e dei miserabili, per cui dal popolo veniva chiamato difensore dei poveri. E benché fosse figlio del re e nobile per la dignità della nascita, mai si mostrava superiore nel tratto e nella conversazione con qualsiasi persona, per quanto umile e di bassa condizione” (Liturgia delle Ore).
Sempre aveva davanti agli occhi l’immagine di Cristo, che lava i piedi ai discepoli, e le parole: “Se dunque io, il Signore e il Maestro, ho lavato i vostri piedi, anche voi dovete lavarvi i piedi gli uni gli altri” (Gv 13, 14).
La sua vita fu da allora più monastica che principesca, il suo carattere mite ed umile lo spinse ad occuparsi più della Chiesa che della vita di corte. Trascorreva infatti gran parte del suo tempo in chiesa, tra preghiera personale e funzioni liturgiche, spesso dimenticandosi addirittura di mangiare, e di notte tornava a pregare dinnanzi ai portoni chiusi della chiesa.
Solitamente gentile con tutti, fu però duro contro gli scismatici: proprio dietro sua insistenza il padre vietò il restauro delle chiese ove essi erano soliti riunirsi.
Grande devoto della Madonna, nella sua bara fu posta una copia del suo inno preferito: “Omni die dic Marie mea laudes anima” (Ogni giorno anima mia canta le lodi di Maria).
Nessuno riuscì a convincerlo a convolare a nozze con la promessa sposa, una figlia di (san) Ferdinando III di Castiglia. Egli sosteneva di non conoscere altra salvezza se non in Cristo e profetizzava la sua vicina scomparsa per stare con Lui in eterno.
Casimiro morì infatti di tubercolosi, a soli ventisei anni, il 4 marzo 1484, a Grodno. Le sue spoglie trovarono sepoltura nella cattedrale di Vilnius, odierna capitale lituana, ove ancora oggi sono venerate.
Sulla sua tomba si verificarono moltissimi miracoli; l'iter di canonizzazione prese il via nel 1517 quando il vescovo Alberto da Vilnus e Re Sigismondo III inoltrarono la richiesta a Roma. Pp Leone X incaricò Monsignor Zaccaria Ferreri di recarsi in Polonia per indagare su tale presunta santità. La documentazione inerente a Casimiro essendo stata smarrita, il culto del santo subì un arresto per buona parte del XVI.
Fu, dunque, ufficialmente canonizzato solo nel 1602 dal Pp Clemente VIII; nel 1621 Pp Paolo V estese la sua festa alla Chiesa universale; nel 1636 Pp Urbano VIII proclamò san Casimiro patrono ufficiale della Lituania.
Il culto di San Casimiro, lungi da restare relegato nei territori facenti un tempo parte della Confederazione polacco-lituana, si è diffuso in tutta la Cristianità, tanto che la Basilica di San Lorenzo a Firenze ne conserva alcuni resti inviati a Cosimo III nel 1667 da un vescovo di Vilnius
Vasta è l’iconografia di questo santo polacco: celebre è il suo ritratto eseguito da Carlo Dolci e molti altri dipinti lo raffigurano con in mano una pergamena, riportante alcune parole del suo inno mariano prediletto, ed un giglio, simbolo di castità.
San Casimiro è infatti particolarmente invocato contro le tentazioni carnali.
Significato del nome Casimiro : "grande, illustre nel comandare" (polacco)
Casimiro (lituano: Kazimieras, Polacco: Kazimierz) soprannominato dai suoi compatrioti “uomo di pace”, nacque a Cracovia il 3 ottobre 1458, terzo dei tredici figli di Casimiro IV, re di Polonia, e di Elisabetta d’Austria, figlia dell’imperatore Alberto II. Il matrimonio tra i due, rivelatasi un’unione felice oltre che fertile, era stato combinato con l’aiuto di Jan Długosz, storiografo e canonico di Cracovia, religioso schivo ma di grande erudizione e santità. Proprio a lui fu dunque affidata l’educazione di Casimiro quando questi raggiunse l’età di nove anni ed il sacerdote si rivelò un ottimo insegnante.
Non ancora quindicenne, in seguito alla richiesta da parte della nobiltà ungherese, il padre inviò Casimiro a guidare un esercitò contro il sovrano ungherese, Mattia Corvino. Quando però Casimiro venne a sapere che Mattia disponeva di truppe ben più numerose delle sue, e si rese conto di essere stato abbandonato sia dalla nobiltà ungherese che dalle proprie truppe in diserzione, accolse favorevolmente il consiglio dei suoi ufficiali ed interruppe la spedizione.
Intanto il Pp Sisto IV, temendo forse che la guerra rischiasse solo di favorire la causa turca, aveva inoltrato un appello di desistenza al sovrano polacco. Il re, dimostratosi disponibile ad un colloquio di pace, inviò un messaggero al figlio, che però, con sua grande vergogna, scoprì già ritiratosi. Per castigo fu vietato a Casimiro di fare ritorno a Cracovia e venne rinchiuso per tre mesi nel castello di Dobzki. Nonostante le pressioni del padre e le nuove richieste da parte dei nobili magiari, Casimiro non si lasciò mai più persuadere ad abbracciare le armi.
Pare che il giovane principe non ambisse a posizioni di governo e preferiva piuttosto attivarsi in favore dei poveri, degli oppressi, dei pellegrini e dei prigionieri. Era solito infatti denunciare, al re suo padre, tutte le ingiustizie nei confronti dei poveri ed ogni loro necessità di cui veniva a conoscenza. Grande gioia provò quando decise di donare tutti i suoi beni ai bisognosi.
“Difendeva e abbracciava come sue le cause dei poveri e dei miserabili, per cui dal popolo veniva chiamato difensore dei poveri. E benché fosse figlio del re e nobile per la dignità della nascita, mai si mostrava superiore nel tratto e nella conversazione con qualsiasi persona, per quanto umile e di bassa condizione” (Liturgia delle Ore).
Sempre aveva davanti agli occhi l’immagine di Cristo, che lava i piedi ai discepoli, e le parole: “Se dunque io, il Signore e il Maestro, ho lavato i vostri piedi, anche voi dovete lavarvi i piedi gli uni gli altri” (Gv 13, 14).
La sua vita fu da allora più monastica che principesca, il suo carattere mite ed umile lo spinse ad occuparsi più della Chiesa che della vita di corte. Trascorreva infatti gran parte del suo tempo in chiesa, tra preghiera personale e funzioni liturgiche, spesso dimenticandosi addirittura di mangiare, e di notte tornava a pregare dinnanzi ai portoni chiusi della chiesa.
Solitamente gentile con tutti, fu però duro contro gli scismatici: proprio dietro sua insistenza il padre vietò il restauro delle chiese ove essi erano soliti riunirsi.
Grande devoto della Madonna, nella sua bara fu posta una copia del suo inno preferito: “Omni die dic Marie mea laudes anima” (Ogni giorno anima mia canta le lodi di Maria).
Nessuno riuscì a convincerlo a convolare a nozze con la promessa sposa, una figlia di (san) Ferdinando III di Castiglia. Egli sosteneva di non conoscere altra salvezza se non in Cristo e profetizzava la sua vicina scomparsa per stare con Lui in eterno.
Casimiro morì infatti di tubercolosi, a soli ventisei anni, il 4 marzo 1484, a Grodno. Le sue spoglie trovarono sepoltura nella cattedrale di Vilnius, odierna capitale lituana, ove ancora oggi sono venerate.
Sulla sua tomba si verificarono moltissimi miracoli; l'iter di canonizzazione prese il via nel 1517 quando il vescovo Alberto da Vilnus e Re Sigismondo III inoltrarono la richiesta a Roma. Pp Leone X incaricò Monsignor Zaccaria Ferreri di recarsi in Polonia per indagare su tale presunta santità. La documentazione inerente a Casimiro essendo stata smarrita, il culto del santo subì un arresto per buona parte del XVI.
Fu, dunque, ufficialmente canonizzato solo nel 1602 dal Pp Clemente VIII; nel 1621 Pp Paolo V estese la sua festa alla Chiesa universale; nel 1636 Pp Urbano VIII proclamò san Casimiro patrono ufficiale della Lituania.
Il culto di San Casimiro, lungi da restare relegato nei territori facenti un tempo parte della Confederazione polacco-lituana, si è diffuso in tutta la Cristianità, tanto che la Basilica di San Lorenzo a Firenze ne conserva alcuni resti inviati a Cosimo III nel 1667 da un vescovo di Vilnius
Vasta è l’iconografia di questo santo polacco: celebre è il suo ritratto eseguito da Carlo Dolci e molti altri dipinti lo raffigurano con in mano una pergamena, riportante alcune parole del suo inno mariano prediletto, ed un giglio, simbolo di castità.
San Casimiro è infatti particolarmente invocato contro le tentazioni carnali.
Significato del nome Casimiro : "grande, illustre nel comandare" (polacco)
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mercoledì 3 marzo 2010
Se vedi chiaramente il tuo cammino, seguilo
Perché non ti dai a Dio una buona volta..., sul serio..., adesso? (Cammino, 902)
Se vedi chiaramente il tuo cammino, seguilo. —Perché non respingi la vigliaccheria che ti trattiene?(Cammino, 903)
“Andate, predicate il Vangelo... Io sono con voi...”. —Lo ha detto Gesù... e lo ha detto a te. (Cammino, 904)
“Et regni eius non erit finis”. —Il suo Regno non avrà fine!Non ti dà gioia lavorare per un regno così? (Cammino, 906)
“Nesciebatis quia in his quae Patris mei sunt oportet me esse?”
Non sapevate che devo occuparmi delle cose che riguardano il servizio del Padre mio?
Risposta di Gesù adolescente.
E risposta a una Madre come sua Madre, che da tre giorni lo va cercando, credendolo perduto.
Risposta che ha per complemento quelle parole di Cristo trascritte da San Matteo: “Chi ama suo padre o sua madre più di me, non è degno di me”.(Cammino, 907)
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Se vedi chiaramente il tuo cammino, seguilo. —Perché non respingi la vigliaccheria che ti trattiene?(Cammino, 903)
“Andate, predicate il Vangelo... Io sono con voi...”. —Lo ha detto Gesù... e lo ha detto a te. (Cammino, 904)
“Et regni eius non erit finis”. —Il suo Regno non avrà fine!Non ti dà gioia lavorare per un regno così? (Cammino, 906)
“Nesciebatis quia in his quae Patris mei sunt oportet me esse?”
Non sapevate che devo occuparmi delle cose che riguardano il servizio del Padre mio?
Risposta di Gesù adolescente.
E risposta a una Madre come sua Madre, che da tre giorni lo va cercando, credendolo perduto.
Risposta che ha per complemento quelle parole di Cristo trascritte da San Matteo: “Chi ama suo padre o sua madre più di me, non è degno di me”.(Cammino, 907)
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Ecco, noi stiamo salendo a Gerusalemme
Liturgia latina delle ore, Inno per la festa della dedicazione di una chiesa
Urbs Jerusalem beata
O Gerusalemme, città di Dio, ti acclamiamo « Visione di pace ».
Nei cieli fosti costruita con pietre vive (1 Pt 2, 5) ;
Coronata di angeli e di santi, sei la Prediletta del Re (cfr. Sal 45).
Scesa dal cielo, tutta nuova, adorna per il tuo sposo (Ap 21, 2),
Vieni come la Sposa ; vieni ad abbracciare il tuo Signore.
E si vedrà brillare sulle tue mura l'oro della tua gioia (Ap 21, 18).
Si aprano le ante delle tue porte ; risplenda la tua bellezza.
Ogni uomo, penetrando in te, sia salvato per la tua grazia.
Sia accolto chiunque soffre nel nome di Cristo e si scoraggia.
È Cristo il maestro e l'artigiano : egli intaglia e leviga.
Aggiusta ogni pietra, scelta per il proprio posto,
Da lui sistemata per edificare quel Tempio santo dove egli dimora (1 Cor 3, 16)
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Urbs Jerusalem beata
O Gerusalemme, città di Dio, ti acclamiamo « Visione di pace ».
Nei cieli fosti costruita con pietre vive (1 Pt 2, 5) ;
Coronata di angeli e di santi, sei la Prediletta del Re (cfr. Sal 45).
Scesa dal cielo, tutta nuova, adorna per il tuo sposo (Ap 21, 2),
Vieni come la Sposa ; vieni ad abbracciare il tuo Signore.
E si vedrà brillare sulle tue mura l'oro della tua gioia (Ap 21, 18).
Si aprano le ante delle tue porte ; risplenda la tua bellezza.
Ogni uomo, penetrando in te, sia salvato per la tua grazia.
Sia accolto chiunque soffre nel nome di Cristo e si scoraggia.
È Cristo il maestro e l'artigiano : egli intaglia e leviga.
Aggiusta ogni pietra, scelta per il proprio posto,
Da lui sistemata per edificare quel Tempio santo dove egli dimora (1 Cor 3, 16)
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Santa Teresa Eustochio Verzeri
Vergine, fondatrice dell'Istituto : Figlie del Sacro Cuore di GesùTeresa Eustochio (al secolo Ignazia) Verzeri nasce il 31 luglio 1801 a Bergamo; è la primogenita dei sette figli di Antonio Verzeri e della contessa Elena Pedrocca-Grumelli. Il fratello Girolamo diventerà Vescovo di Brescia.
Nella più tenera età Teresa impara dalla mamma, donna eminentemente cristiana, a conoscere e ad amare Dio ardentemente. Nel suo cammino spirituale viene seguita dal Canonico Giuseppe Benaglio, Vicario Generale della Diocesi di Bergamo, che già accompagnava la famiglia.
Teresa compie gli studi iniziali in ambito domestico. Intelligente, dotata di spirito aperto, vigilante, retto, viene educata al discernimento, alla ricerca dei valori perenni e alla fedeltà all'azione della grazia. Percorre, nella Grazia, un cammino fatto di spogliamento, di purezza di intenzione, di rettitudine e semplicità che la porta a cercare "Dio solo".
Interiormente Teresa vive la particolare esperienza mistica "dell'assenza di Dio", anticipando qualcosa della vita religiosa dell'uomo di oggi: il peso della solitudine umana davanti al senso inquietante della lontananza da Dio. Nella fede incrollabile, tuttavia, Teresa non smarrisce la confidenza e l'abbandono nel Dio vivente, Padre provvidente e misericordioso, al quale vota in obbedienza la vita, e come in Gesù, il suo grido di solitudine diventa consegna di tutta se stessa per amore.
Nell'intento di piacere a Dio e di fare solo la sua volontà, matura la sua vocazione religiosa tra la famiglia e il Monastero Benedettino di Santa Grata, dal quale esce dopo lunga e travagliata ricerca, per fondare a Bergamo, insieme al Canonico Giuseppe Benaglio, l'8 febbraio 1831, l’Istituto delle Figlie del Sacro Cuore di Gesù.
Teresa Verzeri vive nella prima metà dell'800, un periodo di grandi trasformazioni nella storia d'Italia e della società di Bergamo, segnata da cambiamenti politici, rivoluzioni, persecuzioni che non risparmiano la Chiesa, attraversata anche dal Giansenismo e dalla crisi dei valori, frutto della Rivoluzione Francese.
Nel momento in cui la devozione al Sacro Cuore trova resistenze, ella consegna alle prime Figlie del Sacro Cuore questo testamento, che caratterizza il patrimonio spirituale della loro famiglia religiosa: "Gesù Cristo, a voi e al vostro Istituto ha fatto il prezioso dono del suo Cuore, perché non da altri impariate la santità, essendo Egli della vera santità la sorgente inesausta". (Libro dei Doveri, vol. I, p. 484).
Teresa vede benissimo le urgenze, coglie i bisogni del suo tempo. Con disponibilità assoluta a qualunque situazione ove la carità lo richiede, anche a quelle più pericolose e gravi, con le sue prime compagne si dedica a diversi servizi apostolici. Nella sua missione rivela le sue doti speciali di maestra di spirito, di apostola e di pedagoga. L'educazione è opera di libertà e di persuasione, nel rispetto dell'individualità: per questo raccomanda di lasciare alle giovani "una santa libertà sì che operino volentieri e in pieno accordo quello che, oppresse da comando, farebbero come peso e con violenza"; che la scelta dei mezzi si adatti "al temperamento all'indole, alle inclinazioni, alle circostanze di ognuna... e sul conoscimento di ciascuna" si stabilisca il modo con cui trattarla (Libro dei Doveri,vol. I, p. 447 e 349).
A 51 anni, dopo una vita di intensa donazione, Teresa Verzeri muore a Brescia il 3 marzo 1852, lasciando all'Istituto e alla Chiesa un patrimonio spirituale che si fonda sulla spiritualità del Cuore di Gesù.
Lascia alla Congregazione, già approvata dalla Chiesa e da parte civile, una vasta documentazione - soprattutto nelle Costituzioni, nel Libro dei Doveri e in più di 3.500 lettere - dalla quale è possibile attingere tutta la ricchezza della sua esperienza spirituale e umana.
Teresa Verzeri è stata beatificata il 27 ottobre 1946 dal Pp Pio XII e proclamata santa il 10 giugno 2001 dal Servo di Dio Giovanni Paolo II.
Le reliquie di Teresa Verzeri sono venerate nella cappella delle Figlie del Sacro Cuore di Gesù, in Bergamo.
Il prezioso patrimonio spirituale trasmesso alla Congregazione trova il suo centro nel Cuore di Gesù da cui la Figlia del Sacro Cuore eredita lo spirito di esimia carità che la spinge a farsi "tutta a tutti" in un'intima relazione con il Padre e nella sollecitudine amorosa verso ogni essere umano.
Animate da questo spirito, le Figlie del Sacro Cuore di Gesù continuano la missione di Teresa in Italia, in Brasile, Argentina e Bolivia, nella Repubblica Centrafricana e nel Camerun, in India e in Albania. Nella contemplazione del Cuore di Cristo ricevono il mandato di andare ad ogni uomo e donna con dedizione che predilige i poveri, aperte ad ogni servizio, sollecite nel promuovere sempre la dignità della persona, ad essere Cuore di Cristo là dove più grande è il bisogno.
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martedì 2 marzo 2010
Preghiera di "Consacrazione quotidiana"
Anche oggi mi consacro a Te, Mamma, per essere tutto Tuo.
Mettimi nel Tuo grembo
e con lo Spirito Santo
formami un "altro Gesù".
Aiutami in ogni istante
a fare ogni cosa
"in Te" come mia "Mamma"
"con Te" come mio "Modello"
"per mezzo di Te" come mio "Aiuto"
"per Te" come mio "Amore".
Fa che non sia più io a vivere
ma Tu a vivere in me,
perché vivano in me
totalmente e per sempre
Dio Padre, Gesù e lo Spirito Santo,
che mi impegno a testimoniare
davanti a tutti e che un giorno
prego di poter contemplare
faccia a faccia,
in una gioia senza fine,
con Te nella "Casa del Cielo".
Amen
..
Che mi sostenga sempre l'Amore
Chiedi al Padre, al Figlio e allo Spirito Santo, e a tua Madre, che ti aiutino a conoscerti e a piangere per tutte quelle cose sporche che ti hanno attraversato e che hanno lasciato — ahimè — tante incrostazioni... — E nel contempo, senza allontanarti da questa considerazione, digli: dammi, Gesù, un Amore che sia fuoco di purificazione, nel quale la mia povera carne, il mio povero cuore, la mia povera anima, il mio povero corpo si consumino, ripulendosi di tutte le miserie terrene... Poi, il mio io ormai vuoto, riempilo di Te: che non mi attacchi a nulla qui sulla terra; che mi sostenga sempre l'Amore. (Forgia, 41)
Il Signore ci ascolta per intervenire, per entrare nella nostra vita, liberarci dal male, colmarci di bene: Eripiam eum et glorificabo eum, ci libererà e ci glorificherà. Ecco la speranza della gloria: ritroviamo qui, come già in altre occasioni, l'inizio di quell'intimo movimento che è la vita spirituale. La speranza di questa glorificazione accresce la nostra fede e stimola la nostra carità. In tal modo le tre virtù teologali, virtù divine che ci fanno simili a Dio nostro Padre, diventano operanti. (...)
Non si può rimanere inerti. È necessario avanzare verso la meta indicata da san Paolo: Non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me. L'ambizione è grande e nobile: è l'identificazione con Cristo, la santità. D'altronde non c'è altra strada se si desidera essere coerenti con la vita divina che Dio stesso, mediante il battesimo, ha fatto nascere nelle nostre anime. Andare avanti significa progredire in santità; si retrocede, invece, se si rinuncia allo sviluppo della vita cristiana. Il fuoco dell'amore di Dio ha bisogno di essere alimentato, di crescere ogni giorno, di gettare profonde radici nell'anima; e il fuoco si mantiene vivo a condizione di bruciare cose sempre nuove. Se non avvampa, rischia di estinguersi. (E' Gesù che passa, 57-58)
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Il Signore ci ascolta per intervenire, per entrare nella nostra vita, liberarci dal male, colmarci di bene: Eripiam eum et glorificabo eum, ci libererà e ci glorificherà. Ecco la speranza della gloria: ritroviamo qui, come già in altre occasioni, l'inizio di quell'intimo movimento che è la vita spirituale. La speranza di questa glorificazione accresce la nostra fede e stimola la nostra carità. In tal modo le tre virtù teologali, virtù divine che ci fanno simili a Dio nostro Padre, diventano operanti. (...)
Non si può rimanere inerti. È necessario avanzare verso la meta indicata da san Paolo: Non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me. L'ambizione è grande e nobile: è l'identificazione con Cristo, la santità. D'altronde non c'è altra strada se si desidera essere coerenti con la vita divina che Dio stesso, mediante il battesimo, ha fatto nascere nelle nostre anime. Andare avanti significa progredire in santità; si retrocede, invece, se si rinuncia allo sviluppo della vita cristiana. Il fuoco dell'amore di Dio ha bisogno di essere alimentato, di crescere ogni giorno, di gettare profonde radici nell'anima; e il fuoco si mantiene vivo a condizione di bruciare cose sempre nuove. Se non avvampa, rischia di estinguersi. (E' Gesù che passa, 57-58)
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Sant’Agnese di Boemia
Principessa, badessaAgnese, figlia del re di Boemia (ora repubblica Ceca) Otakar I e della sorella di Andrea II re d'Ungheria, Costanza, nasce a Praga nel 1211.
All'età di tre anni fu affidata alle cure della duchessa di Slesia (la futura S. Edvige) che l'accolse nel monastero delle monache cistercensi di Trzebnica. Ritornò a Praga tre anni dopo e fu affidata alle monache premonstratensi (Canoniche bianche) di Doksany per la sua istruzione.
Nel 1220, promessa sposa di Enrico VII figlio dell'imperatore Federico II, fu condotta a Vienna presso la corte del duca d'Austria, dove visse fino al 1225 mantenendosi sempre fedele ai principi e ai doveri della vita cristiana.
Rotto il patto di fidanzamento, ritornò in patria dedicandosi ad una più intensa vita di preghiere e di opere caritative quindi, dopo matura riflessione, decise di consacrare a Dio la sua verginità. Pervennero alla corte di Praga altre proposte nuziali per Agnese: quella del re d'Inghilterra Enrico III, che svanì, e quella di Federico II presentata prima al re Otakar nel 1228 e una seconda volta al re Venceslao nel 1231.
Il Pontefice Gregorio IX, al quale Agnese aveva chiesto protezione, intervenne per riconoscere il proposito di verginità della fanciulla e allora essa acquistò per sempre la libertà e la felicità di consacrarsi a Dio.
Dai Frati Minori, predicatori itineranti che giungevano in Boemia, venne a conoscere la vita spirituale che conduceva in Assisi la vergine Chiara, secondo lo spirito di (San) Francesco. Ne rimase affascinata e decise di seguirne l'esempio.
Con i propri beni dinastici fondò a Praga, nel bienno 1232/33, il primo convento di Frati Minori e, annesso al convento, un ospedale per i poveri: per la sua gestione, creò una confraternita laicale (detta dei Crocigeri) che ne 1237 venne elevata dal pontefice al rango di ordine religioso.
Nel 1234 fondò un monastero di clarisse sulle rive della Moldava dove Agnese stessa vi si ritirò l'11 giugno (festa della Pentecoste) dello stesso anno. In seguito ne divenne badessa e conservò tale carica fino alla morte che avvenne il 2 marzo 1282
È tradizione che per sua intercessione siano avvenuti numerosi miracoli. Il culto tributato fin dalla morte e lungo i secoli, alla Venerabile Agnese di Boemia, ebbe il riconoscimento apostolico con il Decreto approvato da Pio IX il 28 novembre 1874.
Il 12 novembre 1989 è stata solennemente canonizzata dal Servo di Dio Giovanni Paolo II che nel corso dell'Omelia disse :
« 3. La beata Agnese di Boemia, pur essendo vissuta in un periodo tanto lontano dal nostro, rimane anche oggi un fulgido esempio di fede cristiana e di carità eroica, che invita alla riflessione ed alla imitazione.
Ben si addicono alla sua vita ed alla sua spiritualità le parole della prima lettera di Pietro: “Siate moderati e sobri, per dedicarvi alla preghiera”. Così scriveva il capo degli apostoli ai cristiani del suo tempo; e soggiungeva: “Soprattutto conservate tra voi una grande carità...Praticate l’ospitalità gli uni verso gli altri, senza mormorare” (1 Pt 4, 7-9). Proprio questo è stato il programma di vita di sant’Agnese: fin dalla più tenera età ella orientò la propria esistenza alla ricerca dei beni celesti. Rifiutate alcune proposte di matrimonio, decise di dedicarsi totalmente a Dio, perché nella sua vita egli venisse glorificato per mezzo di Gesù Cristo (cf. 1 Pt 4, 11).
Essendo venuta a conoscere dai Frati Minori, allora giunti a Praga, l’esperienza spirituale di Chiara di Assisi, volle seguirne l’esempio di francescana povertà: con i propri beni dinastici fondò a Praga l’ospedale di san Francesco e un monastero per le “Sorelle Povere” o “Damianite”, dove lei stessa fece il suo ingresso il giorno di Pentecoste del 1234, professando i voti solenni di castità, povertà e obbedienza.
Sono rimaste famose le lettere che santa Chiara d’Assisi le indirizzò per esortarla a proseguire nel cammino intrapreso. Sorse così un’amicizia spirituale, che durò per quasi vent’anni, senza che le due sante donne si incontrassero mai.
4. “Praticate l’ospitalità gli uni verso gli altri, senza mormorare” (1 Pt 4, 9). Fu la norma a cui santa Agnese ispirò costantemente la propria azione, accettando sempre con piena fiducia gli avvenimenti che la Provvidenza permetteva, nella certezza che tutto passa, ma la Verità rimane in eterno!
È, questo, l’insegnamento che la nuova santa dona anche a voi, cari suoi connazionali, e dona a tutti. La storia umana è in continuo movimento; i tempi cambiano con le varie generazioni e con le scoperte scientifiche; nuove tecniche ma anche nuovi affanni si affacciano all’orizzonte dell’umanità, sempre in cammino: ma la verità di Cristo, che illumina e salva, perdura nel mutare degli eventi. Tutto ciò che avviene sulla terra è voluto o permesso dall’Altissimo perché gli uomini sentano la sete o la nostalgia della Verità, tendano ad essa, la ricerchino e la raggiungano!
“Ciascuno viva secondo la grazia ricevuta, mettendola a servizio degli altri”, così scriveva ancora san Pietro, e concludeva: “Chi esercita un ufficio, lo compia con l’energia ricevuta da Dio, perché in tutto venga glorificato Dio per mezzo di Gesù Cristo” (1 Pt 4, 10-11). Nella sua lunga vita, travagliata anche da malattie e sofferenze, sant’Agnese ha davvero compiuto con energia il suo servizio di carità, per amore di Dio, contemplando come in uno specchio Gesù Cristo, come le aveva suggerito santa Chiara: “In questo specchio rifulgono la beata povertà, la santa umiltà e l’ineffabile carità” (Lettera IV: “Fonti Francescane”, ed. 1986, n. 2903).
E così Agnese di Boemia, che oggi abbiamo la gioia di invocare “Santa”, pur vissuta in secoli tanto lontani da noi, ha avuto un notevole ruolo nello sviluppo civile e culturale della sua Nazione e resta nostra contemporanea per la sua fede cristiana e per la sua carità: è esempio di coraggio ed è aiuto spirituale per le giovani che generosamente si consacrano alla vita religiosa; è ideale di santità per tutti coloro che seguono Cristo; è stimolo alla carità, esercitata con totale dedizione verso tutti, superando ogni barriera di razza, di popolo e di mentalità; è celeste protettrice del nostro faticoso cammino quotidiano. A lei possiamo dunque rivolgerci con grande fiducia e speranza. »
Significato del nome Agnese : "pura, casta" (greco)
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Chi si abbasserà sarà innalzato
Santa Caterina da Siena (1347-1380), terziaria domenicana, dottore della Chiesa, compatrona d'Europa Dialogo della Divina Provvidenza, cap. 4
[Santa Caterina ha ascoltato Dio che le diceva:] Tu chiedi di conoscere e di amare me, che sono la Verità suprema. Ecco la via per chi vuole giungere a conoscere perfettamente e a gustare la Verità eterna: non uscire mai dalla conoscenza di te stessa e, abbassata come sarai nella valle nell'umiltà, dentro di te, mi conoscerai. Da questa conoscenza, attingerai quanto ti manca, quanto ti è necessario. Nessuna virtù ha la vita in se stessa se non la trae dalla carità; ora l'umiltà è la bàlia e la governante della carità. Nella conoscenza di te stessa diverrai umile, poiché vedrai che non sei nulla in te stessa e che il tuo essere viene da me, poiché io vi ho amati prima foste esistiti. A motivo di questo amore ineffabile che ho nutrito per voi, e volendo ricrearvi nuovamente con la grazia, vi ho lavati e ricreati nel sangue sparso dal Figlio mio unico con un grandissimo fuoco di amore.
Solo quel sangue fa conoscere la verità a colui che ha dissipato la nube dell'amore proprio con la conoscenza di se stesso. Allora, in questa conoscenza di me, l'anima si infiamma di un amore ineffabile e, a motivo di questo amore, prova un dolore continuo. Non un dolore che lo affligge o lo inaridisce (al contrario, lo rende fecondo) ma, avendo conosciuto la mia verità, le proprie colpe, l'ingratitudine, e la cecità del prossimo, prova un dolore intollerabile. Si affligge soltanto perché mi ama, poiché se non mi amasse, non si affliggerebbe.
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lunedì 1 marzo 2010
Tutti sono chiamati alla santità
L'orazione non è una prerogativa dei frati: è compito dei cristiani, di uomini e donne del mondo, che sanno di essere figli di Dio. (Solco, 451)
Ci sentiamo scossi, e il cuore batte più forte, quando ascoltiamo con attenzione il grido di san Paolo Questa è la volontà di Dio, la vostra santificazione [1 Ts 4, 3]. Oggi, ancora una volta, lo ripropongo a me stesso, lo ricordo a voi e a tutti gli uomini: questa è la volontà di Dio, che siamo santi.Per dare la pace alle anime, ma una pace vera, per trasformare la terra, per cercare il Signore Dio nostro nel mondo e attraverso le cose del mondo, è indispensabile la santità personale. Nelle mie conversazioni con persone di tanti paesi e dei più diversi ambienti sociali, spesso mi sento domandare: «Che cosa può dire a noi che siamo sposati? E a noi che lavoriamo nei campi? E alle vedove? E ai giovani?».Rispondo sistematicamente che ho "un'unica zuppiera" da offrire, e ribadisco che Gesù ha predicato a tutti la buona novella, senza distinzione alcuna. Una sola zuppiera e un solo alimento: Il mio cibo è fare la volontà di Colui che mi ha mandato, e portare a compimento la sua opera [Gv 4, 34]. Tutti sono chiamati alla santità, il Signore chiede amore a ciascuno: giovani e anziani, celibi e sposati, sani e malati, dotti e ignoranti, dovunque lavorino, dovunque si trovino. C'è un solo modo per crescere in intimità e In confidenza con Dio: frequentarlo nell'orazione, parlare con Lui, esprimergli — cuore a cuore — il nostro affetto.Voi mi invocherete e io vi esaudirò [Ger 29, 12]. Lo invochiamo conversando, rivolgendoci a Lui. Per questo dobbiamo mettere in pratica l'esortazione dell'apostolo: Sine intermissione orate [1 Ts 5, 17]; pregate sempre, succeda quel che succeda. Non solo "di cuore", ma con tutto il cuore. (Amici di Dio, nn. 294-295)
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Ci sentiamo scossi, e il cuore batte più forte, quando ascoltiamo con attenzione il grido di san Paolo Questa è la volontà di Dio, la vostra santificazione [1 Ts 4, 3]. Oggi, ancora una volta, lo ripropongo a me stesso, lo ricordo a voi e a tutti gli uomini: questa è la volontà di Dio, che siamo santi.Per dare la pace alle anime, ma una pace vera, per trasformare la terra, per cercare il Signore Dio nostro nel mondo e attraverso le cose del mondo, è indispensabile la santità personale. Nelle mie conversazioni con persone di tanti paesi e dei più diversi ambienti sociali, spesso mi sento domandare: «Che cosa può dire a noi che siamo sposati? E a noi che lavoriamo nei campi? E alle vedove? E ai giovani?».Rispondo sistematicamente che ho "un'unica zuppiera" da offrire, e ribadisco che Gesù ha predicato a tutti la buona novella, senza distinzione alcuna. Una sola zuppiera e un solo alimento: Il mio cibo è fare la volontà di Colui che mi ha mandato, e portare a compimento la sua opera [Gv 4, 34]. Tutti sono chiamati alla santità, il Signore chiede amore a ciascuno: giovani e anziani, celibi e sposati, sani e malati, dotti e ignoranti, dovunque lavorino, dovunque si trovino. C'è un solo modo per crescere in intimità e In confidenza con Dio: frequentarlo nell'orazione, parlare con Lui, esprimergli — cuore a cuore — il nostro affetto.Voi mi invocherete e io vi esaudirò [Ger 29, 12]. Lo invochiamo conversando, rivolgendoci a Lui. Per questo dobbiamo mettere in pratica l'esortazione dell'apostolo: Sine intermissione orate [1 Ts 5, 17]; pregate sempre, succeda quel che succeda. Non solo "di cuore", ma con tutto il cuore. (Amici di Dio, nn. 294-295)
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Beata Giovanna Maria Bonomo
Badessa dell' Ordine di S. BenedettoGiovanna, al secolo Maria, Bonomo nacque ad Asiago (VI) il 15 agosto 1606, da Giovanni, ricco mercante, la cui famiglia aveva possedimenti non solo ad Asiago ma anche nei paesi vicini, e da Virginia della nobile famiglia dei Ceschi di Borgo Valsugana.
Aveva appena dieci mesi quando, si racconta, ricevette improvvisamente dal Cielo l'uso della parola per distogliere suo padre da una cattiva azione. A cinque anni aveva già penetrato, per ispirazione divina, il mistero della presenza eucaristica. Ancora bambina imparò benissimo il latino senza l'aiuto di professori o di ripetitori.
Maria aveva appena sei anni quando la madre morì, nel 1612, e nel 1615 il padre, non potendo attendere degnamente alla sua educazione, la condusse a Trento nel monastero di Santa Chiara, guidato dalle Clarisse che provvidero a impartirle un'educazione secondo i costumi dell'epoca, basata su religione, letteratura, musica, lavori di ricamo e danze.
A soli nove anni, cioè a un'età eccezionale per quei tempi, venne ammessa alla prima Comunione. In quell’occasione, Maria pronunziò un voto di verginità al quale si mantenne fedele per tutto il resto della sua vita.
A dodici anni scrisse al padre la sua intenzione di farsi monaca Clarissa e di rimanere a Trento. Giovanni Bonomo dapprima ostacolò in ogni modo la vocazione della figlia, facendola rientrare ad Asiago per avviarla alla vita matrimoniale, ma alla fine acconsentì al desiderio della figlia riservandosi tuttavia di scegliere personalmente l'ordine ed il monastero.
Nella chiesa di Santa Chiara a Trento fu novizia e la domenica accompagnava la messa col suono del violino, attirando nelle chiesetta, fuori le mura, numerose persone.
Finalmente, a quindici anni, il 21 giugno 1621, Maria entrò nel monastero benedettino di San Girolamo a Bassano. Le fu imposto il nome di Giovanna Maria e l'8 settembre 1622 fece la professione dei voti di povertà, castità e obbedienza.
Cominciò allora il cammino verso la perfezione seguendo le tre vie tradizionali: purificativa, illuminativa e sensitiva. La sua vita era costellata da visioni celesti e per circa sette anni ebbe “molte grazie” e poté godere di gioie celestiali, soprattutto nelle sue frequenti esperienze mistiche, che diventavano più intense quando riceveva la Comunione.
Il privilegio di giungere al culmine dell'esperienza divina, al dialogo con il Salvatore, comportò anche la prova di grandi tribolazioni nel corpo e nello spirito.
A vent’anni, durante una delle solite estasi, Gesù le pose al dito l'anello dello sposalizio mistico, da allora per alcuni anni, dal pomeriggio del giovedì fino alla sera del venerdì o la mattina del sabato, riviveva in estasi tutti i momenti e tutti i dolori della Passione di Cristo. Ricevette anche le stigmate!
Questi fenomeni da un lato la riempivano di gioia, ma dall'altro l'angustiavano, perché la facevano apparire agli occhi degli altri “ciò che non è” come diceva lei stessa. Pregò intensamente finché le fu concessa la grazia che scomparissero le stigmate e che le estasi accadessero soltanto di notte, permettendole così di condurre una vita normale nel monastero. Ebbe anche il dono della bilocazione.
La fama di santità che si diffondeva, le suscitò la contrarietà di alcune consorelle, del confessore e della Curia di Vicenza che per sette anni le proibì di recarsi in parlatorio e di scrivere lettere. Perfino il confessore la considerava “pazza” e arrivò al punto di proibirle la Comunione finché un giorno la Sacra Particola le fu portata da un Angelo. In quel periodo fu anche colpita da malattie fisiche: febbri periodiche e poi continue, sciatica, ecc.
La situazione cambiò nell'ultimo ventennio della sua vita. Le fu permesso di riprendere la corrispondenza e fu anche eletta badessa nel giugno del 1652.
Il 1° agosto 1655 fu eletta priora fino al 1664, quando fu eletta nuovamente badessa. Insegnò alle monache che la santità non consiste nel fare cose grandi, ma nel compiere perfettamente le cose semplici e comuni.
Molti, anche nobili, ricorsero a lei per consigli e molti bisognosi godevano della sua grande carità, virtù che, insieme all'umiltà e all'eroica pazienza, furono le caratteristiche della sua vita.
Giovanna Maria, colma di meriti ma anche carica di dolori, si spense a Bassano il 1° marzo 1670. Le spoglie mortali riposano tuttora in un’urna marmorea nello stesso monastero che aveva conosciuto le sue virtù.
Il centro della spiritualità di Giovanna Maria Bonomo, iniziata alla scuola francescana e portata a compimento in quella benedettina, ma con influssi carmelitani e ignaziani, è imperniata sulla figura del Cristo, lo Sposo mistico, contemplato nelle fasi più salienti della sua vita terrena, come si può anche ricavare dai suoi scritti, tra cui primeggiano "Meditazioni sulla passione di nostro Signore Gesù Cristo" e le numerose lettere rimaste.
Molte guarigioni prodigiose furono attribuite alla sua intercessione tanto che nel 1699 fu introdotto il processo di beatificazione che si concluse il 9 giugno 1783 quando fu solennemente beatificata da Pp Pio VI con grande gioia della popolazione di tutto il Veneto e in particolare di Bassano ed Asiago che l'acclamarono patrona.
L'ultimo prodigio si verificò nella sua patria natale durante la prima guerra mondiale, quando, nonostante i furiosi bombardamenti che distrussero tutta Asiago, la statua, a lei dedicata nel 1908 davanti alla sua casa natale, rimase inspiegabilmente intatta.
Significato del nome Giovanna : "il Signore è benefico, dono del Signore" (ebraico)
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Forti e pazienti: sereni
Se avendo fissato lo sguardo in Dio sai mantenerti sereno davanti alle preoccupazioni, se impari a dimenticare le piccolezze, i rancori e le invidie, ti risparmierai la perdita di molte energie, di cui hai bisogno per lavorare con efficacia, al servizio degli uomini. (Solco, 856).
Sa essere forte chi non ha fretta di ottenere i frutti della virtù, ma è paziente. La fortezza ci fa assaporare la virtù divina e umana della pazienza. Con la vostra pazienza salverete le vostre anime (Lc 21, 19). Il possesso dell'anima è posto nella pazienza che, in effetti, è la radice e la custodia di tutte le virtù. Noi possediamo l'anima per mezzo della pazienza perché, imparando a dominare noi stessi, cominciamo a possedere quello che siamo [San Gregorio Magno, Homiliae in Evangelia, 35, 4].
È la pazienza che ci spinge a essere comprensivi con gli altri, persuasi che le anime, come il vino buono, migliorano col tempo.Forti e pazienti: sereni. Ma non la serenità di chi paga la propria tranquillità col disinteresse per i propri fratelli o per il grande compito, che riguarda tutti, di diffondere senza posa il bene nel mondo intero. Sereni, perché c'è sempre perdono, perché a tutto c'è rimedio, tranne che alla morte; ma, per i figli di Dio, la morte è Vita. Sereni, non fosse che per poter agire con intelligenza: chi conserva la calma è in grado di pensare, di studiare i pro e i contro, di esaminare giudiziosamente l'esito delle azioni previste. Poi, ponderatamente, potrà agire con decisione.(Amici di Dio, 79)
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Sa essere forte chi non ha fretta di ottenere i frutti della virtù, ma è paziente. La fortezza ci fa assaporare la virtù divina e umana della pazienza. Con la vostra pazienza salverete le vostre anime (Lc 21, 19). Il possesso dell'anima è posto nella pazienza che, in effetti, è la radice e la custodia di tutte le virtù. Noi possediamo l'anima per mezzo della pazienza perché, imparando a dominare noi stessi, cominciamo a possedere quello che siamo [San Gregorio Magno, Homiliae in Evangelia, 35, 4].
È la pazienza che ci spinge a essere comprensivi con gli altri, persuasi che le anime, come il vino buono, migliorano col tempo.Forti e pazienti: sereni. Ma non la serenità di chi paga la propria tranquillità col disinteresse per i propri fratelli o per il grande compito, che riguarda tutti, di diffondere senza posa il bene nel mondo intero. Sereni, perché c'è sempre perdono, perché a tutto c'è rimedio, tranne che alla morte; ma, per i figli di Dio, la morte è Vita. Sereni, non fosse che per poter agire con intelligenza: chi conserva la calma è in grado di pensare, di studiare i pro e i contro, di esaminare giudiziosamente l'esito delle azioni previste. Poi, ponderatamente, potrà agire con decisione.(Amici di Dio, 79)
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Con la misura con cui misurate, sarà misurato a voi in cambio
San Massimo il Confessore (circa 580-662), monaco e teologo La vita ascetica, 40-42 ; PG 90, 912
Ora che abbiamo imparato dalla Scrittura ciò che è il timore del Signore e quali sono la sua bontà e il suo amore, convertiamoci a lui con tutto il cuore... Osserviamo i suoi comandamenti; amiamoci gli uni gli altri con tutto il cuore. Chiamiamo con il nome di fratelli anche coloro che ci odiano e ci detestano, affinché il nome del Signore sia glorificato e manifestato in tutta la sua gioia. Noi che ci mettiamo alla prova a vicenda, perdoniamoci vicendevolmente... Non invidiamo gli altri e, se siamo esposti alla gelosia, non diventiamo spietati. Invece, mostriamoci pieni di compassione gli uni verso gli altri e, con la nostra umiltà, portiamo la guarigione gli uni agli altri. Non sparliamo, non scherniamo, poiché siamo membri gli uni degli altri.
Amiamoci gli uni gli altri e saremo amati da Dio ; siamo pazienti gli uni con gli altri ed egli si mostrerà paziente con i nostri peccati. Non rendiamo il male per il male e non riceveremo ciò che meritiamo per i nostri peccati. Infatti, otteniamo il perdono dei nostri peccati perdonando ai nostri fratelli, e la misericordia di Dio è nascosta nella misericordia per il prossimo... Lo vedi, il Signore ci ha dato il mezzo per salvarci e ci ha dato il potere celeste di diventare figli di Dio.
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