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domenica 22 marzo 2015

Commento al Vangelo del 22-3-2015 V domenica di Quaresima

I pagani vogliono vedere Gesù
Molti pagani, presi dal fascino della verità, si univano come proseliti al popolo ebreo: alcuni osservavano solo pochi precetti della Legge, ed erano chiamati proseliti della porta, quasi rimanessero solo innanzi all’ingresso del regno di Dio; altri, invece, si sottomettevano a tutte le prescrizioni della Legge, compresa la circoncisione, ed erano chiamati proseliti della giustizia. In occasione delle feste di Pasqua, perciò, molti pagani accorrevano a Gerusalemme, per adorare Dio nell’atrio che loro era riservato. Vi concorrevano anche quelli che non erano proseliti per un senso di curiosità, in maggioranza uomini d’affari o commercianti che si trovavano a passare per la Palestina per il disbrigo delle loro faccende.
Il grido di entusiasmo che suscitò nel popolo di Gerusalemme il racconto della risurrezione di Lazzaro, e il movimento verificatosi nell’ingresso trionfale di Gesù nella città, suscitò la curiosità di alcuni pagani proseliti che erano venuti per adorare Dio, e fece loro nascere il desiderio di conoscere da vicino Gesù. Essi lo dissero a Filippo che era di Betsaida di Galilea – nota il Sacro Testo –, forse perché venivano proprio da quei luoghi, e conoscevano o lui o la sua famiglia. Filippo, poi, doveva avere anche la premura o l’impegno di regolare l’afflusso della folla, come può rilevarsi dal fatto che Gesù, quando moltiplicò i pani e i pesci, si rivolse a lui per sapere come si poteva dar da mangiare al popolo che lo seguiva. Filippo, alla domanda dei pagani, non osò rispondere subito, ma si consultò con Andrea che era il più anziano tra gli apostoli, per sapere se Gesù era disposto a riceverli. Si ricordò che il Redentore aveva proibito di predicare ai pagani, e temette di averne un rifiuto o un rimprovero. Andrea dovette incoraggiarlo a parlarne al Signore, e tutti e due infatti gli si avvicinarono e glielo dissero. Il Sacro Testo non fa capire esplicitamente che Gesù avesse ricevuto i pagani, ma dal contesto può dedursi di sì, perché Egli vide in quegli uomini come la rappresentanza dei popoli pagani che un giorno si sarebbero uniti alla Chiesa, e nel suo amore esultò, pensando che la sua Passione e Morte avrebbe fruttato la salvezza degli uomini. Egli inoltre parlò del valore della vita dello spirito in opposizione a quella del corpo, ed esortò tutti a seguirlo senza restrizioni, pienamente, per il raggiungimento dell’eterna gloria. Ora, questi avvertimenti erano proporzionati ai pagani che volevano vederlo, ed Egli dovette rivolgerli loro.

Parole di morte e resurrezione
Li vide, li raccolse, scrutò col suo sguardo divino l’ansia e il desiderio di quei cuori, arse dal desiderio di dar la vita per loro e per quelli dei quali erano rappresentanza, ed esclamò: È venuta l’ora nella quale il Figlio dell’uomo sarà glorificato. La sua Passione era per Lui l’ora della glorificazione, cioè della fecondità dell’opera che Egli era venuto a compiere.
La sua morte non era la fine di tutto, come speravano quelli che congiurarono contro di Lui, ma era il principio dello sviluppo della sua opera, e doveva produrre nel mondo la fioritura meravigliosa delle anime, nate a vita nuova dal suo Sangue prezioso. Le anime, poi, potevano rinascere in Lui e per Lui solo se si rinnegavano e se, lungi dal riporre la felicità nella carne e nella vita presente, come facevano i pagani, la riponevano nell’abnegazione di sé. Perciò soggiunse: In verità, in verità vi dico che se il granello di frumento caduto in terra non muore, resta solo, se invece muore fruttifica abbondantemente. Chi ama la propria vita la perderà, e chi odia la propria vita in questo mondo la salverà per la vita eterna. Chi mi serve mi segua, e dove sono io sarà ancora chi mi serve, e chi servirà me sarà glorificato dal Padre mio.

Una caligine di tristezza opprime Gesù
Alludendo alle pene che dovevano avere i suoi veri seguaci e alla piena abnegazione della vita materiale, Gesù Cristo guardò la ripugnanza che gli uomini avrebbero avuto al patire e, unendosi alla loro debolezza, volle sostenerla col suo esempio. La ripugnanza al patire non doveva essere una ragione per credere impossibile ai pagani la vita cristiana, fatta di rinunce, ma doveva essere un’occasione per abbandonarsi maggiormente alla divina volontà. Ecco, questa ripugnanza la volle sentire Egli stesso, e la manifestò in quel momento, dando libero varco alla tristezza e al timore, e mostrando così di essere veramente uomo, com’era veramente Dio. Egli perciò esclamò: Adesso l’anima mia è turbata, e che cosa dirò io? Padre, liberami da quest’ora?
Un’improvvisa caligine di tristezza gli oppresse il Cuore, permettendolo Lui stesso; la sua umanità si trovò di fronte alla morte che doveva subire, ne sentì ripugnanza, ne desiderò la liberazione, ed Egli pregò come vero uomo per ottenerla; ma poi subito considerò il fine della sua missione in terra che era proprio l’immolazione di se stesso, e supplicò il Padre di glorificarsi nel suo sacrificio, accettato pienamente per unirsi alla sua volontà; perciò disse, con accento d’immenso amore: Ma io sono venuto proprio per quest’ora. Padre glorifica il tuo Nome. Nel manifestare la ripugnanza che aveva per la morte che l’attendeva, si mostrava vero uomo; nell’invocare il Padre perché si fosse glorificato in Lui si mostrava vero Figlio di Dio, Verbo suo eterno, glorificazione sua infinita; e il Padre volle confermare questa sua asserzione con una testimonianza solenne, facendo udire da tutti una voce del cielo che gridò: L’ho glorificato e ancora lo glorificherò.
La voce fu potentissima, e risuonò lontano, avendo eco tra i monti e le valli, tanto che la gente che era distratta e lontana, e non aveva potuto seguire il discorso di Gesù, la scambiò per un tuono. Quelli, però, che gli erano più vicino poterono capirne il significato, in relazione col discorso che Egli faceva, e dissero che quella voce veniva da qualche angelo che gli aveva parlato.
All’impressione varia che il popolo manifestava per quella voce, Gesù soggiunse: Questa voce non è venuta per me, ma per voi; è venuta per manifestarvi che io sono il Figlio di Dio, e per farvi intendere in qual modo io glorifico il Padre nella mia umanità assunta. Lo glorifico, offrendomi alla sua volontà, lo glorifico nella mia vita mortale, ma più lo glorificherò nella mia immolazione e nella mia morte, vincendo il mondo, cacciandone il demonio, e attraendone a me tutti i cuori per donarli a Dio.
Perciò Gesù soggiunse: È venuto il momento nel quale si farà giudizio del mondo,confutandone la falsa sapienza, confondendone lo spirito perverso, e aprendo agli uomini gli orizzonti della vita eterna. Ora il principe di questo mondo, ossia satana, sarà cacciato fuori. Sarà vinto, non potrà più dichiararsi dominatore dell’uomo, caduto per la sua tentazione nell’Eden, e non potrà più impedire alle anime di buona volontà di ascendere a Dio; ecco, quando io sarò innalzato dalla terra con la crocifissione e morirò sulla croce, trarrò tutto a me; con la grazia che meriterò agli uomini, e col fascino soavissimo del mio amore trarrò tutto a me, regnando per la croce su tutte le genti e in tutti i secoli, poiché la mia morte è il titolo del mio dolce dominio d’amore.
Egli ciò diceva – soggiunge l’evangelista –, per indicare di qual morte era per morire.Apparentemente sembrò avverarsi proprio l’opposto nella sua morte: Gesù Cristo sembrò vinto dal mondo, satana apparve trionfante su di Lui e, lungi dall’attrarre tutto a sé, tutto gli sfuggì, persino i suoi apostoli, dei quali uno solo si trovò timidamente presente sul Calvario.
In realtà, però, proprio sul Calvario il mondo fu vinto, satana fu scacciato e i cuori trovarono, nel Crocifisso per amore, il centro e la meta del loro amore. Quella povertà giunta fino alla nudità della croce sconvolse per sempre lo spirito avido e avaro del mondo; quella carne divina, martoriata da tanti tormenti, ne confuse la concupiscenza, quell’amore immolato per purissimo amore di Dio ne sgominò e distrusse l’egoismo e attrasse l’uomo al Signore nel desiderio dell’abnegazione e del sacrificio. Satana vide l’albero novello della vita, e da esso il frutto che vi pendeva, frutto che doveva rendere gli uomini simili a Dio nella conoscenza della sua verità eterna, nell’aborrimento del male, nella carità e nell’amore. Vide nuovamente aperto il varco alla grazia rinnovatrice dei cuori, capì che gli sfuggiva il dominio del mondo e fuggì nell’Inferno.
Gli Ebrei capirono che Gesù alludeva alla sua morte, e ne furono sconcertati proprio quelli che avevano cominciato ad avere in Lui una certa fede, e che speravano che Egli avrebbe ricostituito il regno d’Israele. Per un’interpretazione tutta materiale delle profezie riguardanti il Messia, supponevano che Egli dovesse regnare in eterno, e solo politicamente, sulla terra. Ora, sentendo dire da Gesù che Egli doveva essere innalzato dalla terra, e cioè doveva morire, esclamarono: Noi abbiamo appreso dalla Legge che il Cristo vive in eterno, e come tu dici: È necessario che il Figlio dell’uomo sia innalzato dalla terra? Chi è questo Figlio dell’uomo? Non potevano immaginare un Messia mortale, perché sapevano che doveva essere Dio; sapevano pure che Gesù, chiamandosi Figlio dell’uomo, si proclamava Messia; non osarono in quel momento domandargli se Egli era il Messia, perché stavano ancora sotto l’impressione dei grandi miracoli ai quali avevano assistito, e usarono un’espressione capace di farglielo dire spontaneamente: Chi è questo Figlio dell’uomo?
La loro fede era imperfetta: avevano acclamato Gesù come re d’Israele nel suo ingresso a Gerusalemme, e non volevano smentirsi; intanto le parole di Gesù, alludendo alla sua morte, li sconcertavano; ricadevano nel dubbio, e avrebbero voluto che Egli stesso li avesse tratti d’impaccio, con una dichiarazione più esplicita.
È profondamente psicologico: chi assiste ad un fatto straordinario e se ne impressiona, riconoscendolo come un argomento di verità che conferma la missione di un santo, proclama la propria convinzione ad alta voce, e vorrebbe trarre anche gli altri dalla sua parte. La sua fede è più un entusiasmo che una profonda persuasione, e alle prime tenebre vacilla, anzi si smarrisce. Non osa, però, manifestare apertamente il proprio smarrimento, per non fare la figura di essere stato superficiale nel credere e vorrebbe ad ogni costo trovare un argomento di conferma al suo entusiasmo passato, magari interrogando il santo, e provocando da lui uno sprazzo di luce.
Don Dolindo Ruotolo
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domenica 15 marzo 2015

Commento al Vangelo del 15-3-2015 IV domenica di Quaresima

Gesù annuncia a Nicodemo il Suo Regno 
Gesù Cristo, per gettare nell'anima di Nicodemo anche il germe di questa verità, gli ricordò il simbolo e la figura più ardua della redenzione, cioè il serpente di bronzo elevato da Mosè nel deserto per ordine di Dio, quando i figli d’Israele furono, per castigo, aggrediti da velenosi serpenti che li mordevano (cf Nm 21,9). Essi, allora, elevavano gli occhi al serpente elevato su una specie di croce e, contemplando solo la figura di Colui che doveva immolarsi per tutti, erano guariti.
Il Verbo Incarnato sarebbe stato elevato non su di un trono, come pensavano allora i dottori della Legge, ma su di un patibolo, ammantato della veste del colpevole, immagine sanguinosa degli uomini peccatori, come il serpente di bronzo era immagine dei serpenti velenosi che mordevano gli Ebrei. Il mondo tutto, bruciato dalle piaghe del peccato, doveva volgere lo sguardo alla Vittima divina, doveva credere, incorporarsi a Lei, operare per Lei il bene, arricchirsi di meriti, e conseguire la vita eterna. Era questa l’economia della redenzione.
Nicodemo, come dottore della Legge, non ignorava certo l’episodio ricordatogli da Gesù, ma per l’interna luce che Egli gli comunicava nell’anima si sentì come in un mondo nuovo, capì il mistero di quella figura profetica, e ne fu sorpreso, ne godette, come gode chi vede risplendere la verità da poche parole semplici, e tacque pieno di ammirazione. Le parole dei profeti riguardanti l’immolazione del Redentore risuonarono nel suo cuore; guardò Gesù con grande compassione, intuendo che voleva immolarsi, e lo amò intensamente perché sentì, in quelle parole che gli aveva detto, tutto l’amore che lo comprendeva. Gesù, infatti, parlando velatamente del suo sacrificio, manifestò, dal volto, una tenerezza infinita che avvolse Nicodemo come in un calore di misericordia e lo conquise. Egli, però, aveva un concetto severo di Dio, non immaginava tanta misericordia in tanta grandezza, non pensava che l’esigenza della sua giustizia potesse armonizzarsi con la sua pietà; perciò Gesù, rispondendo al suo pensiero, soggiunse che la redenzione era frutto dell’infinito amore di Dio, di un amore che era giunto fino a fargli donare il suo Figlio Unigenito, per dare la vita eterna a quanti avrebbero creduto in lui, riconoscendolo, accettandone la dottrina e praticandone i precetti.
Nicodemo pensò allora ai pagani che opprimevano il popolo ebreo, pensò alle scelleratezze da essi commesse, e al giudizio terribile che meritavano, e dovette domandarsi internamente: Come si concilia questa misericordia universale col giudizio severo promesso agli empi nelle Sacre Scritture? Il suo spirito, abituato a considerare i pagani come una massa dannata, e il popolo ebreo come l’unico erede della promessa, abituato a concepire il Messia come un re terribile e inesorabile che doveva schiacciare e annientare i nemici d’Israele, non sapeva capire come potesse attuarsi la redenzione senza una condanna inesorabile del mondo. Fu un pensiero che gli dovette sorgere in mente come un lampo, e può arguirsi dalla risposta di Gesù:
Dio non ha mandato il suo Figlio nel mondo per condannarlo, ma perché il mondo per mezzo di Lui sia salvato.
Il Giudizio severo ci sarà non contro le altre stirpi o nazioni, ma contro chi non crede in Lui; e non sarà neppure un giudizio fatto con apparati esterni di grandezza o di forza, poiché chi non crede nel Figlio di Dio, non usufruendo della sua misericordia, può dirsi già giudicato, perché rimane nel suo peccato e da se stesso si condanna, non avendo come risorgere ed avere la vita eterna.

Il Giudizio – soggiunge Gesù per stabilire definitivamente l’esclusione assoluta di ogni principio di razza o di nazionalismo dal concetto della redenzione –, non riguarda più la massa umana decaduta, perché la redenzione la rialza; riguarda gli uomini singolarmente che, avendo la luce, preferiscono le tenebre alla luce e operano il male. Gli ignoranti, e quelli che senza loro colpa non hanno la luce e operano naturalmente il bene, troveranno un giudizio di misericordia, i cui limiti li conosce Dio solo, ma quelli che facendo il male odiano la luce, e non vi si accostano, positivamente, per non sentire rimorso e non sentirsi rimproverare, saranno già giudicati, trovandosi fuori del regno di Dio. Chi opera secondo verità, cioè secondo la legge naturale posta da Dio nel cuore umano, si accosta alla luce appena la vede e non ne ha timore, perché cerca il bene, simile a colui che, operando onestamente, non teme, come i ladri, la luce del giorno e, anzi, ha piacere di essere visto nelle opere buone che fa.

Padre Dolindo Ruotolo
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domenica 8 marzo 2015

Commento al Vangelo del 8-3-2015 III domenica di Quaresima

Da Cana di Galilea Gesù, insieme con la Madre, i suoi parenti e i suoi discepoli, scese a Cafarnao che si trovava a un livello più basso, e vi rimase alcuni giorni, per unirsi al pellegrinaggio che si recava in Gerusalemme per la solennità della Pasqua. Egli non aveva ancora stabilito a Cafarnao la sua dimora. Andato a Gerusalemme si recò al tempio per adorare il Padre, e vi notò un gravissimo sconcio, contro il quale insorse con tutto l’impeto del suo zelo e il fulgore della sua divina maestà.
Nell’atrio o cortile detto dei pagani, si era formato un vero mercato di animali atti ai sacrifici cruenti, e di ciò che poteva servire per le offerte sacre. Data l’imminenza della Pasqua, il traffico era grande e, per facilitare il cambio delle monete greche o romane che non potevano essere introdotte nel tempio a causa dei loro simboli pagani, si erano stabiliti nell’atrio sacro anche dei cambiavalute, pronti a cambiare con interesse, ad usura, le monete in sicli ebraici d’argento. La baraonda e il vociare dei trafficanti, unito alle voci degli animali e al sudiciume che vi lasciavano, avevano ridotto il luogo sacro in uno stato obbrobrioso; i sacerdoti e i leviti lasciavano fare, perché ricavavano lauti profitti da quel commercio.
Nel tempo della sua vita nascosta, Gesù aveva notato il sacrilego sconcio ogni volta che era andato a Gerusalemme, ma aveva taciuto, perché non era giunto il tempo di rivelarsi; ora, però, Egli iniziava la sua vita pubblica e, operando da padrone, ripieno com’era d’amore per il Padre, avvampò di santo sdegno e, prese alcune cordicelle, forse di quelle che servivano a tener legati gli animali, ne formò come una sferza e cominciò a cacciare fuori gli animali, e con essi gli uomini che li custodivano o li vendevano. I banchieri, i più freddi e insensibili al divino rimprovero, non si mossero, anzi, dovettero aggrapparsi ai loro banchi per difenderli dall’urto degli animali che fuggivano in ogni direzione, ma Gesù, avvicinatosi ai banchi, li rovesciò con impeto divino, gettando per terra le loro monete. Solo verso i venditori di colombe fu più pacato, perché essi le vendevano ai poveri e le avevano in gabbia, e li esortò a togliere di là quella roba, gridando ad essi e a tutti di non cambiare la casa del Padre suo in una bottega di traffico. Nessuno osò reagire a quell’impeto divino, e ne fu tanta la maestà amorosa che gli apostoli, benché ancora novellini nelle vie di Dio, si ricordarono che nel salmo 68,10 era predetto del Messia che lo zelo della Casa di Dio lo avrebbe consumato, e videro spontaneamente, in quell’atto, il compimento della profezia.
La Vergine Santissima, ottenendo a Cana il miracolo dell’acqua mutata in vino, aveva anticipato l’ora di Gesù, cioè il tempo della sua manifestazione pubblica come Messia e Salvatore del mondo, e il primo atto del ministero di Lui fu quello di cacciare dal tempio i profanatori che lo avevano ridotto ad una bottega.

Non è sacro solo il tempio di Dio, ma tutto ciò che vi ha attinenza
I profanatori non stavano propriamente nel tempio, ma nel cortile più esterno dov’era lecito anche ai pagani di penetrare; era uno dei cortili, non era il santo né tanto meno il Santo dei Santi, e ciononostante, Gesù ne cacciò fuori i profanatori con grande impeto.
È una lezione per i ministri dell’altare, per l’anima e per il mondo medesimo. Non è sacro solo il tempio di Dio, ma tutto ciò che vi ha attinenza, o che ne è complemento: la sacrestia, le sale annesse per le associazioni cattoliche, e quello che serve al culto.
Non si può profanare in nessun modo con traffico o avidità di guadagno, o mancanza di giustizia e di carità, quello che appartiene a Dio.
La sacrestia è vestibolo del tempio, il portico esterno o la piazza ne è come il cortile, la compravendita di ciò che serve al culto è, indirettamente, un atto di culto, e non può ridursi ad un traffico qualunque.
Chi vende deve ricordarsi che vende per onorare Dio, e chi compra deve evitare tutto ciò che sa di avarizia o di mancanza di carità. Il Signore retribuisce al centuplo sia chi vende con generosità, per suo amore, sia chi compra con carità.
È poi degno della sferza di Dio ogni profanazione del luogo sacro propriamente detto; le sacrestie sono luoghi di raccolta preparazione ai Sacri Misteri; non sono luoghi di contrattazioni o, peggio, di alterchi, di mormorazioni e di mancanze di carità; il tempio è luogo di orazione, e non vi si può chiacchierare, trattandovi affari temporali e mondani, quasi fosse il luogo di convegni, di appuntamenti o di conversazioni.
La profanazione della Casa di Dio attira i flagelli nazionali e sociali sui popoli.
Quando scoppiano le guerre o le rivoluzioni devastatrici, è la mano del Signore che caccia i profanatori, e fa sentire loro che non è lecito offendere la divina maestà.

Il rimprovero dei Giudei a Gesù e la sua assoluta padronanza
Il frastuono prodotto dall’uscire precipitoso dei venditori e degli animali dal cortile del tempio fece intervenire intorno a Gesù, di furia, i Giudei, cioè le autorità del santuario, decise a mettere a posto il disturbatore del loro traffico indegno, e di espellere, a loro volta, dal luogo santo, colui che, a loro giudizio, si arrogava un potere che non aveva; ma quando si trovarono innanzi al Signore furono così conquisi dalla sua divina maestà che non osarono rimproverarlo e tanto meno cacciarlo; videro, nel suo atteggiamento, qualcosa di straordinario, e vollero accertarsene, domandandogli un miracolo come conferma.
La loro pretesa poteva essere anche legittima, se avessero fatto quella domanda per accertarsi della missione di Lui; ma essi, in realtà, benché conquisi della sua maestà, crederono di metterlo in imbarazzo, costringendolo a riconoscere di non avere il potere di sostituirsi a loro nella custodia del luogo santo. Lo sdegno, poi, che sentivano per il mancato lucro che veniva ad essi da quell’indegno mercato dovette farli avvampare d’ira, e far loro desiderare fin d’allora di disfarsi di Lui.
Egli, perciò, riaffermando con i fatti la sua divina potestà e padronanza che non doveva dar conto a nessuno nel tutelare l’onore del Padre, rispose enigmaticamente: Distruggete questo tempio, e io in tre giorni lo riedificherò.
La frase sembrò un assurdo, data la mole del tempio e la sontuosità della fabbrica.
L’edificio, cominciato da Erode il Grande nell’anno 18° del suo regno, e quindi molto tempo prima della nascita di Gesù, non era terminato ancora nei suoi particolari, benché ci si lavorasse da 46 anni. Fu terminato solo nel 64 dell’era nostra, poco prima della sua distruzione per opera dei Romani, il 70 dell’era volgare. I Giudei, perciò, dissero a Gesù in tono ironico: Questo tempio fu edificato in quarantasei anni, e tu lo rimetterai in piedi in tre giorni? Gesù, invece, – soggiunge l’evangelista –, parlava del tempio del suo corpo, e quindi alludeva alla sua morte ed alla sua risurrezione. I suoi apostoli lo constatarono quando Egli risorse, si ricordarono che la Scrittura in più luoghi aveva predetto la sua risurrezione (cf Sal 15,10; Is 53,10-12) e crederono alle sue parole.
Nonostante che la promessa di Gesù avesse avuto il carattere di un paradosso, gli Ebrei non osarono reagire violentemente contro di Lui; sentirono, loro malgrado, che era la verità, benché non sapessero spiegarlo. Alcuni suppongono che Gesù, nel dire quelle parole, avesse fatto cenno con la mano al suo corpo, toccandosi il petto ma, pur facendo questo gesto, Egli non avrebbe potuto farsi intendere da quelli che ignoravano i prossimi misteri della sua morte e della sua risurrezione. Con profondissimo pensiero, Egli accennò all’argomento fondamentale della verità di tutta la sua opera, e parlò con piena padronanza, precorrendo i tempi. Se pur avesse fatto un miracolo in quel momento, come ne aveva già fatto molti in Gerusalemme (versetto 23), i Giudei non gli avrebbero creduto; Egli, invece, li tacitò con una risposta enigmatica, detta in tutta la pienezza della sua maestà. Mettendoli così a tacere, non diceva una cosa paradossale, se si riguarda la sua affermazione nella luce divina.
Quel tempio maestoso, infatti, era figura e ombra del suo Corpo divino; all’apparenza sembrava immensamente più grande, ma, in realtà, era infinitamente più piccolo. Per distruggere il tempio materiale ci sarebbero voluti elementi umani, determinati e mossi dalla volontà umana; per uccidere, invece, il suo corpo era necessario un permesso della divina volontà, e occorreva il concorso del suo amore che si donava.
Era un prodigio di misericordia il permesso dell’immolazione della Vittima divina, com’era un prodigio di onnipotenza la sua risurrezione dalla morte.
Il tempio stava dunque al suo Corpo come lo schizzo di una fabbrica sta alla fabbrica stessa; Gesù, quindi, non si servì d’un paragone improprio né disse una parola vana ma la sua fu una parola profondissima.

Un enigma penoso per gli apostoli
Dal contesto si rileva che per gli apostoli l’affermazione di Gesù dovette costituire sempre un enigma penoso e un’oscurità in mezzo alla luce che pur vedevano intensa; è per questo che l’evangelista soggiunge che essi, dopo la risurrezione di Gesù si ricordarono di quelle parole, e crederono alle Scritture e a ciò che aveva detto il Signore. Si spiegarono solo allora un mistero incomprensibile che aveva per essi l’apparenza di un assurdo.
Così avviene nelle grandi manifestazioni della potenza, della sapienza e dell’amore di Dio; accanto alla luce ci sono pure le ombre e le tenebre misteriose; perché non tutto ciò che dice o opera il Signore si riferisce ai nostri piccoli pensieri o al tempo presente.
Quando si vede la luce da un lato, le oscurità non sono tenebre di falsità ma un’oscurità e ombra di un mistero che può chiarificarsi dopo anni di attesa, e che può attendere la sua luce anche nell’eternità.
Nel tempo nel quale Gesù stette a Gerusalemme per la Pasqua – soggiunge l’evangelista –, molti crederono in Lui per i miracoli che Egli faceva, ma la loro fede era superficiale, benché esternamente sembrasse entusiasta, e Gesù non si fidava di loro, perché li conosceva nell’intimo del cuore, e non aveva bisogno che altri rendesse testimonianza di loro.
San Giovanni, con queste parole, vuol far notare che Gesù era Dio, e considerava le sue creature non attraverso le apparenze esterne, ma scrutandone il cuore e conoscendone gl’intimi pensieri.
Innanzi a questo sguardo divino non possiamo presumere di noi né fidarci della nostra giustizia, perché Egli può vedere ciò che noi non vediamo.
A volte ci sentiamo soddisfatti della nostra bontà e ci inorgogliamo, spesso paragonandoci agli altri che crediamo a noi inferiori.
Umiliamoci profondamente e pensiamo che Dio forse non può fidarsi di noi, umiliamoci pensando che innanzi a Lui compaiono le nostre responsabilità anche occulte. Quante angustie nella vita che ci sembrano immeritate sono effetto dei nostri peccati nascosti, quante tribolazioni ci colpiscono per purificarci di miserie che noi non scorgiamo! Quante risoluzioni di bene facciamo che poi miseramente svaniscono!
Tu non puoi fidarti di me, o Signore, ma io confido nella tua misericordia, e sono sicuro della tua bontà.

Apri dunque le braccia e accoglimi, rendi ferma in te la mia volontà e fa’ che io ti sia fedele fino alla morte.

Don Dolindo Ruotolo
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lunedì 2 marzo 2015

Commento al Vangelo del 2-3-2015

Dal Vangelo secondo Luca (6,36-38) 
In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: « Siate misericordiosi, come è misericordioso il Padre vostro. Non giudicate e non sarete giudicati; non condannate e non sarete condannati; perdonate e vi sarà perdonato; date e vi sarà dato; una buona misura, pigiata, scossa e traboccante vi sarà versata nel grembo, perché con la misura con cui misurate, sarà misurato a voi in cambio ». Siate misericordiosi, come è misericordioso il Padre vostro” 

In Cristo ci sono in una sola persona due nature, una secondo la quale è sempre esistito, l’altra in cui ha cominciato ad esistere. Secondo il suo essere eterno, egli conosce da sempre tutto, ma, in quanto nato nel tempo, egli ha imparato molte cose. Perciò, quando ha cominciato la sua esistenza nel tempo, fatto carne, ha iniziato a conoscere le miserie della carne, a conoscerle secondo quella conoscenza che deriva dalla debolezza della carne. 
Sarebbe stato meglio e più saggio per i nostri progenitori non arrivare a possedere questa conoscenza, poiché per possederla hanno dovuto passare per la follia e la disgrazia. Ma Dio loro creatore è venuto a cercare ciò che era perduto, ha avuto pietà della sua opera ed è venuto a trovarli: con la sua misericordia è disceso lui stesso fin dove erano miseramente caduti. 
Ha voluto provare nella sua persona ciò che essi soffrivano a causa dell’aver agito contro di lui, non spinto certo dalla curiosità, come loro, ma da una infinita carità; non per restare nella disgrazia con loro, ma, diventato misericordioso, per liberarli dalla loro miseria. 
Cristo è dunque diventato misericordioso, non con la misericordia che già possedeva nella beatitudine da tutta l’eternità, ma con quella che ha acquistato nella nostra stessa carne, sperimentando la nostra stessa miseria. 
San Bernardo
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Commento al Vangelo del 1-3-2015 II domenica di Quaresima

Dal Vangelo secondo Marco (9,2-10)
Dopo sei giorni, Gesù prese con sé Pietro, Giacomo e Giovanni e li portò sopra un monte alto, in un luogo appartato, loro soli. Si trasfigurò davanti a loro e le sue vesti divennero splendenti, bianchissime: nessun lavandaio sulla terra potrebbe renderle così bianche. E apparve loro Elia con Mosè e discorrevano con Gesù. Prendendo allora la parola, Pietro disse a Gesù: «Maestro, è bello per noi stare qui; facciamo tre tende, una per te, una per Mosè e una per Elia!». Non sapeva infatti che cosa dire, poiché erano stati presi dallo spavento. Poi si formò una nube che li avvolse nell'ombra e uscì una voce dalla nube: «Questi è il Figlio mio prediletto; ascoltatelo!». E subito guardandosi attorno, non videro più nessuno, se non Gesù solo con loro. Mentre scendevano dal monte, ordinò loro di non raccontare a nessuno ciò che avevano visto, se non dopo che il Figlio dell'uomo fosse risuscitato dai morti. Ed essi tennero per sé la cosa, domandandosi però che cosa volesse dire risuscitare dai morti. « Gesù ordinò loro di non raccontare a nessuno ciò che avevano visto, se non dopo che il Figlio dell’uomo fosse risuscitato dai morti » 

Gesù voleva armare i suoi discepoli con forza d’animo e costanza tali che avrebbe permesso loro di prendere senza timore la croce, malgrado la sua rudezza. Voleva anche che non arrossissero del suo supplizio, che non ritenessero una vergogna la pazienza con la quale egli avrebbe dovuto sopportare una Passione così crudele, pur senza perdere in nulla la gloria della sua potenza. Gesù “prese con sé Pietro, Giacomo e Giovanni e li portò sopra un monte alto”, e là manifestò loro lo splendore della sua gloria. Anche se essi avevano capito che la maestà divina dimorava in lui, ignoravano ancora la potenza che c’era in quel corpo che velava la divinità... 
Il Signore manifesta dunque la sua gloria alla presenza di testimoni scelti e fa risplendere quel corpo, che gli è comune con tutti gli uomini, di tanto splendore, che “la sua faccia diventa simile al fulgore del sole e le sue vesti uguagliano il candore della neve”. Questa trasfigurazione, senza dubbio, mirava soprattutto a rimuovere dall’animo dei discepoli lo scandalo della croce, perché l’umiliazione della Passione, volontariamente accettata, non facesse tremare la loro fede... 
Ma questa rivelazione dava anche un fondamento solido alla speranza che doveva sostenere la Chiesa. Tutte le membra della Chiesa, il suo Corpo, avrebbero preso coscienza di quale trasformazione sarebbero stati oggetto un giorno, perché c’è la promessa che anche le membra parteciperanno a quella gloria, brillata nel Capo. Lo stesso Signore, parlando della maestà della sua seconda venuta, aveva detto: “Allora i giusti splenderanno come il sole nel regno del Padre loro” (Mt 13,43). La stessa cosa affermava anche l’apostolo Paolo dicendo: “Io ritengo che le sofferenze del momento presente non sono paragonabili alla gloria futura, che dovrà essere rivelata in noi” (Rm 8,18)... 
In un altro passo dice ancora: “Voi infatti siete morti e la vostra vita è ormai nascosta con Cristo in Dio. Quando si manifesterà Cristo, vostra vita, allora anche voi sarete manifestati con lui nella gloria” (Col 3, 3-4). 
San Leone Magno (?-ca 461), papa e dottore della Chiesa 
Discorso 51 sulla Trasfigurazione, SC 74 bis
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domenica 22 febbraio 2015

Commento al Vangelo del 22/2/2015: I domenica di Quaresima

(Mc1,12-15)


San Marco sintetizza i discorsi di Gesù Cristo in poche parole: È compiuto il tempo e si avvicina il regno di Dio; fate penitenza e credete al Vangelo.
Egli mostrava che, secondo le profezie, era proprio quello il tempo nel quale doveva venire il Messia, e che, quindi, si avvicinava il regno di Dio, cioè la glorificazione di Dio nel cuore degli uomini e sulla terra. Con questo, risuscitava, nei cuori, la fede e la speranza nelle divine promesse, il desiderio di una vita migliore, condizione indispensabile per accogliere la grazia di Dio. Per questo soggiungeva: Fate penitenza, e credete al Vangelo. La penitenza era il rinnovamento interiore, nel rammarico di aver peccato, nel desiderio di riparare le proprie colpe, e nell’imposizione e nell’accettazione, liberamente fatta, di opere penose, in riparazione dei peccati.
La penitenza era il nuovo orientamento dell’anima al Signore, nel riconoscimento della divina Maestà, nell’umiliazione profonda al suo cospetto, nel desiderio di amarlo con tutto il cuore e sopra tutte le cose.
Lo spirito di vera penitenza
Gesù Cristo non predicava una penitenza esteriore, come quella dei farisei, ma voleva che l’anima si pentisse, si umiliasse, riparasse, e si presentasse al cospetto di Dio pura, fiduciosa, umile e confidente, vivendo una vita nuova. La penitenza corporale, del resto, non è tale se non in quanto produce o aiuta a produrre gli atti interni. Un rigore tutto materiale è fachirismo, non è amore; l’anima non punisce il corpo per mostrare in esso una forza di resistenza fisica, ma per contenerlo nei limiti, e aprire libero il varco allo spirito; non lo priva di un cibo per severità, ma perché sia minore il frastuono dei sensi, non lo percuote per sadismo, ma per scuotere attraverso la pena il torpore spirituale, e per unirsi alla Passione di Gesù Cristo; non gli inibisce la comunicazione col mondo per mancanza di gentilezza, ma proprio per non rendersi scortese col suo Signore. La penitenza è purificazione, ordine, disciplina dello spirito che produce nell’anima e nel medesimo tratto esterno una soavità gentilissima, facendo, per così dire, affiorare sul corpo stesso la luminosità interiore.


Era questa la penitenza che Gesù predicava, e perciò non impose ai suoi apostoli alcun rigore di vita, volendo che il loro cuore si formasse a mano a mano e si orientasse a Dio in una vita totalmente nuova. Egli esortava, pertanto, tutti a credere al Vangelo, cioè a prestare attenzione alla sua predicazione, e metterla in pratica, poiché, dalla sua parola, doveva venire l’indirizzo ad una vita nuova, e i suoi insegnamenti dovevano demolire tutto quello che di falso o di arbitrario gli scribi e i farisei avevano preteso aggiungere alla divina Parola.
Padre Dolindo Ruotolo
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mercoledì 5 marzo 2014

Buon cammino a tutti

Con il Mercoledì delle Ceneri ha inizio la Quaresima. 

Il tempo di Quaresima ha lo scopo di preparare la Pasqua mediante il ricordo del Battesimo e la penitenza, inizia il Mercoledì delle ceneri e termina il Giovedì santo con la Messa “in Cena Domini” esclusa.
La Quaresima è il tempo della grande convocazione di tutta la Chiesa perché si lasci purificare da Cristo suo sposo.
La penitenza ha sempre come effetto la riconciliazione non solo con Dio, ma anche coi fratelli, che a causa del peccato sempre hanno subito un danno.
La penitenza quaresimale non deve essere soltanto interna ed individuale, ma anche esterna e sociale.
Le opere della penitenza quaresimale devono essere compiute nella consapevolezza del loro valore di segno sacramentale (cioè di segno efficace).
il digiuno: anche se limitato il Mercoledì delle ceneri e al Venerdì santo e l’astinenza dalle carni il venerdì, devono esprimere l’intimo rapporto che c’è tra questo segno e la conversione interiore.
Sarebbe inutile astenersi dai cibi, se non ci si astenesse dal peccato. In questo modo il cristiano accetta la faticosa lotta al peccato con la mortificazione per allargare sempre di più all’iniziativa di Dio.
la preghiera: La Quaresima è tempo di più assidua e intensa preghiera, legata molto strettamente alla conversione, per lasciare sempre più spazio a Dio.
La preghiera cristiana così intesa non può essere il tentativo di accaparrarsi Dio per averlo garante dei propri progetti, ma è disponibilità piena alla sua volontà.
La preghiera va fatta anche comunitariamente per significare che tutta la Chiesa è comunità che prega e perciò penitente. Infine non va dimenticata la preghiera per ottenere la conversione dei peccatori.
La carità: La Quaresima è tempo di più forte impegno di carità verso i fratelli. Non c’è vera conversione a Dio senza conversione all'amore fraterno.

Chiediamo aiuto a Maria e invochiamo la sua intercessione: lei ci aiuti tutti a seguire sempre il Signore Gesù, nella preghiera e nella carità operosa. Aiutaci Madre in questa Quaresima ad andare avanti e a dire il nostro "Si" a Gesù

Dio abbia Misericordia di noi e della sua Chiesa! 
Maria M.

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Quaresima

Medita
 
Oggi inizia la Quaresima, periodo privilegiato per incontrare il Signore nel profondo del cuore, con gli atteggiamenti che il Vangelo ci suggerisce. L'ipocrita descritto da Matteo è colui che finge di fare qualcosa, per esempio pregare, ma che sta pensando a tutt'altro, prega cercando di farsi vedere dagli altri, anche solo per dare il buon esempio. Invece innanzitutto si prega perché si ha bisogno di Dio, “perché Dio ci ha creati, ci ha redenti, ci ha salvati”. Ciò non significa che non ci debba essere una preghiera pubblica, ma che ci può essere solo se c'è anche il colloquio personale con Dio. Quando ci sentiamo in relazione con il Signore scopriamo che non possiamo essere “ammirati, ipocriti, malinconici”, ma invece discreti, profumati, gioiosi! 

Preghiamo

Libera il mio cuore, Signore, dal tarlo dell'ambizione: che io cerchi solo te e il tuo volere nelle scelte che faccio. 
Papa Francesco ci chiede: quando fai l'elemosina guardi negli occhi la persona che la riceve? Le tocchi la mano?

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Quando l’elemosina è ipocrisia e orgoglio

Il nostro Redentore, volendoci persuadere praticamente, con qualche esempio, a cercare Dio solo, parla di quelle opere nelle quali è più facile raccogliere la simpatia o il rispetto degli altri. E prima di tutto l’elemosina che i farisei facevano con ostentazione orgogliosa nelle sinagoghe e nelle strade, per essere onorati come uomini benefici. L’orgoglio di questa gente non era solo una colpa innanzi a Dio, ma era anche uno scandalo, perché guastava l’anima del popolo, e perciò Gesù lo bolla pubblicamente. Egli vuole tanta delicatezza e tanto riserbo in quest’opera di misericordia che quasi esige che la mano sinistra non conosca ciò che fa la destra. È mirabilmente psicologico poiché, nel fare l’elemosina, si può trovare l’ostacolo ad operare per Dio nella soddisfazione che prova chi la fa. È facilissimo ripensare con compiacimento all’opera buona, consolarsene, gonfiarsene, e tutto questo concentra l’anima in se stessa e la impoverisce. È necessario dare per amore di Dio, e distrarsi quasi dall’opera fatta, per non riflettervi e perderne così il merito.
Quale rimprovero al mondo che nelle sue opere di beneficenza suona letteralmente la tromba, annunciandole clamorosamente per averne lode e gloria! Quale riprovazione a quelle beneficenze fatte ipocritamente, promovendo feste da ballo e simili sconcezze, nelle quali l’ostentazione di se stessi diventa il turpe prezzo della carità che si dona! Quale condanna anche a quelle opere sociali, ispirate dalla politica, le quali mirano solo ad incatenare le reazioni del popolo affamato e si riducono praticamente a favoritismi, fatti, molte volte, a chi meno ne ha bisogno! Leggete il programma dell’assistenza dello Stato e vi sembra di vedervi la risoluzione dell’assillante problema di tante miserie; andate a vedere praticamente chi ne benefica, e constaterete che i veri bisognosi ne sono molte volte esclusi, per mancanza di sufficienti raccomandazioni, ossia ogni volta che un motivo tutto umano non induca ad elargire il soccorso.
Il Signore, comandandoci di fare l’elemosina per suo puro amore, ci ha dato modo di donare a Lui qualche cosa del nostro, pur essendo noi estrema miseria ed Egli infinita ricchezza. Tu dai al povero ma, in realtà, chi ti stende la mano è il Signore; se non dai per puro suo amore, tu elargisci a un bisognoso un soccorso e lo neghi a Dio che si degna di domandartelo per bocca del povero, promettendoti i doni immensi della sua generosità!

La preghiera
I farisei avevano determinate ore di orazione e, dovunque si trovavano, si volgevano verso il tempio di Gerusalemme e pregavano. Essi cercavano, però, nelle ore di orazione, di trovarsi nelle sinagoghe, nelle piazze o nei crocicchi delle vie, in cui maggiore era il concorso, per farsi riguardare come uomini di orazione, e raccogliere povere lodi umane. La loro preghiera, in tal modo, non era un’elevazione dell’anima in Dio, ma una coreografia di vanità, alla quale non vi poteva essere, come ricompensa, che la vanità di un applauso o di una considerazione umana.
Gesù vuole che l’anima si raccolga innanzi a Dio solo e preghi nell’intimo raccoglimento che le faccia quasi sparire dagli occhi quelli che la circondano, come uno che si chiude in una stanza. Egli parlava contro l’ostentazione dei farisei, e perciò disse di entrare nella stanza e chiuderne la porta, cioè di cercare il nascondimento e non le piazze. Con questo, non volle proibire la preghiera pubblica – che è un dovere sociale e individuale –, ma volle dire che l’anima, anche pregando in pubblico, sia così lontana dallo sguardo umano, da sentirsi come rinchiusa in una stanza e pregare nel nascondimento interiore. Si prega in pubblico non per farsi vedere, ma per onorare Dio pubblicamente; allora tutto il popolo forma come un’anima sola, raccolta nella Chiesa o anche in pubblico, come in una stanza chiusa, dove Dio solo è presente e ascolta i sospiri del cuore.
Gesù volle liberarci anche dalla preoccupazione dello sguardo altrui che spesso c’impedisce di pregare in pubblico; chi prega deve considerarsi solo, raccolto in Dio, quasi fosse chiuso in una stanza; deve avere, quindi, la stessa libertà che avrebbe se fosse solo. Il mondo non fa il male in pubblico quasi fosse solo nel suo ambiente? E perché esso deve avere la libertà di fare il male, e noi non possiamo avere quella di fare il bene e di onorare Dio? Incediamo, dunque, anche nelle solenni processioni, con piena libertà di preghiera, riguardandoci quasi soli sotto lo sguardo di Dio, osannando a Lui per testimoniare la nostra fede, e per glorificare la sua grandezza. Non dobbiamo preoccuparci che gli altri ci vedano, e dobbiamo cercare il raccolto nascondimento interiore nella piena libertà dello spirito; non dobbiamo preoccuparci per rispetto umano che gli altri non ci vedano, quasi temendo che ci riguardino come bigotti, ma dobbiamo avere il cuore come lampada ardente che, consumandosi per Dio, lo glorifichi anche nel mondo che è tempio della sua gloria.
È facile, nella preghiera, ripetere le stesse cose macchinalmente e non preoccuparsi di elevare la mente a Dio; quelle invocazioni non sono allora che parole vuote. I pagani, poi, pregando i loro idoli, gridavano e moltiplicavano le loro invocazioni, credendo così di essere ascoltati. Gesù Cristo vieta le molte parole nella preghiera, non però i ripetuti slanci del cuore che accompagnano le parole; non vuole parole vuote ma preghiere, e quindi non proibisce le ripetute invocazioni ma, secondo la parola greca del testo, il balbettare, il biascicare macchinalmente le invocazioni; in questo caso è evidente che la preghiera si riduce a molte parole senza che da esse sbocci un solo affetto dell’anima.
Egli, poi, parla di quelle preghiere che si fanno per ottenere un beneficio temporale, come è chiaro dal contesto, e vuole ammonirci di pregare in modo da abbandonarci con fiducia alla divina bontà, con quelle poche e sincere espressioni dell’anima che sono lo slancio filiale di chi confida nella provvidenza e nella bontà del Signore: Dio sa quello che ci occorre prima che glielo domandiamo, ossia pensa a noi con amore paterno, ed ha cura di provvederci; basta quindi affidarsi a Lui, pregando, senza necessità di dovergli esporre minutamente quello che ci occorre. Egli vuole che domandiamo prima il regno di Dio, come si vedrà in seguito, e quindi, pur concedendo che si possa pregare per le cose temporali, vuole che lo si faccia con poche parole di fiducia.

Il digiuno, il distacco, lo sguardo a Dio solo
L’antica Legge comandava un solo digiuno nel giorno dell’espiazione (cf Lv 16,29ss). In seguito se n’erano aggiunti degli altri e i farisei digiunavano spesso per apparire uomini austeri, anzi si mostravano di proposito in pubblico con il volto tetro, col capo in disordine, con le vesti dimesse, per averne gloria dinanzi agli altri.
Gesù Cristo non condanna il digiuno, ma questa specie di digiuno che era sazietà della propria vanagloria, e vuole che le opere di penitenza appaiano solo innanzi agli occhi di Dio, per averne da Lui la ricompensa. La preghiera è completata e integrata dalla penitenza, e la penitenza più facile è il digiuno; quando il corpo, infatti, non è aggravato, lo spirito è più libero e l’elevazione dell’anima in Dio è più facile.
Ma il digiuno non è solo l’astinenza da alcuni cibi: è il distacco dell’anima dai beni della terra. Si digiuna nel corpo per impedire che sia d’impaccio all’anima, e si digiuna nell’anima per non impigliarla nelle reti delle cose terrene; per questo Gesù soggiunge di non accumulare tesori materiali e di non attaccarvi il cuore poiché, dov’è il tesoro, là essa si ferma e s’impiglia. È cento volte meglio essere liberi da quelle ricchezze che appesantiscono il cuore, e che sono, del resto, tanto fallaci.
O mio Dio, o eterna e infinita Grandezza, perché oggi le anime sono così poco desiderose della luce mistica e così incapaci di averla? Perché l’occhio dell’orazione è così offuscato e pieno di cispa, da rendere tediosa la contemplazione delle tue grandezze? Perché non si posa, proprio come un riflettore, per raccogliere dall’Infinito lo splendore che l’illumina, e che gli dona poi un fascio di luce d’intelligenza e d’amore che glorifica Dio nell’ansietà dell’amore che in Lui si slancia? Perché è così infermo da non tollerare la luce, e da non saper rimanere nei suoi raggi? Perché scambia i colori del Cielo con quelli della terra, come gli occhi degli infermi di daltonismo, e non discerne più la bellezza dei riflessi eterni, fermandosi sulle misere luci delle creature? Perché l’occhio spirituale non si educa a vedere, a poco a poco, la tua luce? Ridonaci la vista spirituale, o mio Dio, perché siamo attratti in te solo!
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mercoledì 22 febbraio 2012

Quaranta giorni per crescere nell'amore di Dio e del prossimo

Cominciamo oggi i santi quaranta giorni di quaresima e conviene esaminare attentamente perché questa astinenza è osservata per quaranta giorni. Mosé, per ricevere la Legge la seconda volta, ha digiunato quaranta giorni (Gen 34,28). Elia, nel deserto, si è astenuto dal mangiare quaranta giorni (1Re 19,8). Il Creatore stesso, venendo tra gli uomini, non ha preso alcun cibo per quaranta giorni (Mt 4,2). Sforziamoci anche noi, per quanto possibile, di tenere a freno il nostro corpo con l'astinenza in questi santi quaranta giorni..., per divenire, secondo la parola di Paolo, «sacrificio vivente» (Rom 12,1). L'uomo è offerta vivente e al tempo stesso immolata (cfr Ap 5,6) quando, pur non lasciando questa vita, fa morire però in sé i desideri mondani.
E' soddisfare la carne che ci ha trascinato al peccato (Gen 3,6); la carne mortificata ci conduca al perdono. L'autore della morte, Adamo, ha trasgredito i precetti della vita mangiando il frutto proibito dell'albero. Bisogna dunque che noi, privati delle gioie del paradiso a causa del cibo, ci sforziamo di riconquistarle con l'astinenza.
Tuttavia nessuno creda che basti l'astinenza. Il Signore dice per bocca del profeta: «Non è piuttosto questo il digiuno che voglio? dividere il pane con l'affamato, introdurre in casa i miseri, senza tetto, vestire uno che vedi nudo, senza distogliere gli occhi da quelli della tua carne» (Is 58,7-8). Ecco il digiuno che Dio vuole...: digiuno attuato nell'amore del prossimo e impregnato di bontà. Dà quindi agli altri ciò di cui ti privi; così la penitenza del tuo corpo gioverà al benessere del corpo del prossimo che ne ha bisogno.
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San Gregorio Magno (circa 540-604), papa, dottore della Chiesa
Omelia sul Vangelo, n° 16, 5
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