domenica 19 settembre 2010

San Gennaro

Vescovo e martire

Gennaro è il santo Patrono principale di Napoli e, negli ultimi anni del pontificato del Servo di Dio, Pp Giovanni Paolo II (Karol Józef Wojtyła), è tornato ad essere patrono delle due Sicilie, cioè del sud Italia.
Sulla sua vita non si hanno notizie storicamente documentate. Nato a Napoli nella seconda metà del III secolo, la sua storia è stata tramandata da opere agiografiche dove la realtà e la leggenda spesso si intrecciano e mescolano in un unico racconto, i cui elementi storici non sempre sono facilmente distinguibili. Il fatto che portò alla consacrazione di Gennaro sarebbe avvenuto all'inizio del IV secolo, durante la persecuzione dei cristiani da parte dell'imperatore Diocleziano.

Gennaro era il vescovo di Benevento e si recò insieme al lettore Desiderio ed al diacono Festo in visita ai fedeli a Pozzuoli. Il diacono di Miseno, Sossio - già amico di Gennaro che era venuto a trovarlo in passato a Miseno per discutere di fede e leggi divine -, volendo recarsi ad assistere alla visita pastorale, fu invece arrestato lungo la strada per ordine del persecutore Dragonzio, governatore della Campania. Gennaro, insieme a Festo e Desiderio, si recarono allora in visita dal prigioniero, ma, avendo intercesso per la sua liberazione, ed avendo fatto professione di fede cristiana, furono anch’essi arrestati e condannati da Dragonzio ad essere sbranati dagli orsi nell'anfiteatro di Pozzuoli. Il giorno dopo, tuttavia, per l'assenza del governatore stesso, impegnato altrove, il supplizio fu sospeso. Dragonzio comandò allora che a Gennaro ed ai suoi compagni venisse troncata la testa. Condotti nei pressi del Forum Vulcani (l'attuale Solfatara di Pozzuoli), essi furono decapitati nell'anno 305; il corpo di Gennaro sarebbe stato sepolto nell'Agro Marciano (Fuorigrotta?).
Secondo la tradizione, subito dopo la decapitazione sarebbe stato conservato del sangue, come era abitudine a quel tempo, raccolto da una pia donna di nome Eusebia che lo racchiuse in due ampolle; esse sono divenute un attributo iconografico tipico di S. Gennaro. Il racconto della pia donna è tuttavia recente e compare pubblicato per la prima volta solo nel 1579, nel volume del canonico napoletano Paolo Regio su “Le vite de' sette Santi Protettori di Napoli”.

Documenti liturgici molto antichi, come il calendario cartaginese (redatto poco dopo il 505) ed il Martirologio Geronimiano del V secolo assegnano come data del martirio di Gennaro e dei suoi compagni il 19 settembre; indicano invece nel 13 aprile la data della prima traslazione dei resti del santo. Anche in un altro martirologio risalente all' VIII secolo, redatto dal monaco inglese Beda, il 19 settembre viene indicato come data del martirio.
Nel calendario marmoreo di Napoli la data del 19 settembre viene indicata come "dies natalis" di S. Gennaro. Tutte queste fonti, e numerose altre ancora, attestano che la venerazione per il santo ha origini antichissime che risalgono all'epoca del suo martirio o, al più tardi, a quella della prima traslazione delle sue spoglie, avvenuta nel V secolo.

Le reliquie del santo furono trasportate dal re Giovanni I di Napoli nelle catacombe napoletane a Capodimonte che presero il nome del Santo, e qui furono centro di vivissimo culto. Di là il principe di Benevento Sicone, assediando la città di Napoli, nell' 831, ne approfittò per impossessarsi dei resti mortali che riportò nella sua città, sede episcopale.
Le sante reliquie furono deposte nella Cattedrale - che allora si chiamava Santa Maria di Gerusalemme - ove restarono fino al 1154. In quell'anno, infatti, considerando che la città di Benevento non era più sicura, il re di Sicilia Guglielmo I, detto il Malo (1120-1166), provvide affinché esse venissero traslate nell'Abbazia di Montevergine. A Montevergine, però, la devozione dei pellegrini che vi si recavano era rivolta soprattutto a S. Guglielmo ed alla popolarissima icona bizantina della Madonna chiamata "Mamma Schiavona", sicché di S. Gennaro si perse ben presto la memoria e addirittura la cognizione del suo luogo di sepoltura. A Napoli, invece, rimaneva vivissimo il culto, anche per la presenza delle altre sue reliquie: il capo e le ampolle col suo sangue.

Carlo II d'Angiò, detto lo zoppo (1248-1309), - re di Napoli (1285-1309) e di Sicilia (1285-1302) - dopo aver fatto eseguire dai maestri orafi francesi Stefano Godefroy, Guglielmo di Verdelay e Milet d'Auxerre un preziosissimo busto-reliquiario in argento dorato per contenere la testa e le ampolle col sangue del santo, espose per la prima volta la reliquia alla pubblica venerazione nel 1305. Suo figlio Roberto d'Angiò, detto il Saggio (1277 - 20 gennaio 1343), invece, fece realizzare la teca d'argento che custodisce le due ampolle del sangue.
Tuttavia la liquefazione del sangue non è attestata prima del 17 agosto 1389, allorché il miracolo si compì durante una solenne processione intrapresa per una grave carestia.
Quando a Montevergine, per merito del cardinale Giovanni di Aragona, furono ritrovate le ossa di S. Gennaro, collocate al di sotto dell'altare maggiore, la potente famiglia dei Carafa si impegnò, grazie soprattutto all'interessamento del cardinale Oliviero e con il sostegno di suo fratello l'arcivescovo napoletano Alessandro Carafa, affinché le reliquie tornassero a Napoli: la cosa avvenne nel 1497, non senza l'opposizione da parte dei monaci di Montevergine.
Come degno luogo per ospitarle, il cardinale Oliviero Carafa fece costruire nel Duomo di Napoli, al di sotto dell'altare maggiore, una cripta d'eccezione in puro stile rinascimentale: la Cappella del Succorpo.

A seguito di una terribile pestilenza che imperversò a Napoli fra il 1526 ed il 1529, i napoletani fecero voto a S. Gennaro di edificargli una nuova cappella all'interno del Duomo. Benché i lavori fossero iniziati solo nel 1608 e siano durati quasi quarant'anni, la sfolgorante e ricca Cappella del Tesoro di S. Gennaro venne infine consacrata nel 1646. Al di sopra del suo splendido cancello, realizzato da Cosimo Fanzago, figura l'iscrizione “Divo Ianuario e fame bello peste ac Vesaevi igne miri ope sanguinis erepta Neapolis civi patr. Vindici” ("A San Gennaro, al cittadino salvatore della patria, Napoli, salvata dalla fame, dalla guerra, dalla peste e dal fuoco del Vesuvio, per virtù del suo sangue miracoloso, consacra").
Il 25 febbraio 1964 il cardinale arcivescovo Alfonso Castaldo fece la ricognizione canonica delle venerate reliquie: “Le ossa furono trovate ben custodite, in un'olla di forma ovoidale che reca incisa l'iscrizione calligrafica, Corpus Sancti Jannuarii Ben. E.P.”.
Una ricognizione scientifica eseguita il 7 marzo 1965 dal professore G. Lambertini stabilì che il personaggio a cui appartengono le ossa è da individuarsi in un uomo di età giovane (35 anni) di statura molto alta (m.1,90).
Secondo la leggenda, il sangue di S. Gennaro si sarebbe liquefatto per la prima volta ai tempi di Costantino, quando il vescovo S. Severo (secondo altri fu il vescovo Cosimo) trasferì le spoglie del santo dall'Agro Marciano, dove era stato sepolto, a Napoli. Durante il tragitto avrebbe incontrato la nutrice Eusebia con le ampolline del sangue del Santo: alla presenza della testa, il sangue nelle ampolle si sarebbe sciolto.
Oggi le due ampolle, fissate all'interno di una piccola teca rotonda realizzata con una larga cornice in argento e provvista di un manico, sono conservate nel Duomo di Napoli. Delle due ampolle, una è riempita di 3/4, mentre l'altra più alta è semivuota poiché parte del suo contenuto fu sottratto da re Carlo III di Borbone che lo portò con sé in Spagna.

Tre volte l'anno :
1. il primo sabato di maggio e negli otto giorni successivi, in ricordo della prima traslazione da Pozzuoli a Napol;
2. il 19 settembre e per tutta l'ottava, ricorrenza della decapitazione;
3. il 16 dicembre «festa del patrocinio di s. Gennaro», in memoria della disastrosa eruzione del Vesuvio nel 1631, bloccata dopo le invocazioni al santo.
durante una solenne cerimonia religiosa guidata dall'arcivescovo, i fedeli accorrono per assistere al “miracolo della liquefazione del sangue di S. Gennaro”.

Il popolo napoletano nei secoli ha voluto vedere nella velocità del prodigio, un auspicio positivo per il futuro della città, mentre una sua assenza o un prolungato ritardo è visto come fatto negativo per possibili calamità da venire. La catechesi costante degli ultimi arcivescovi di Napoli ha convinto la maggioranza dei fedeli, che, anche la mancanza del prodigio o il ritardo vanno vissuti con serenità e intensificazione, semmai, di una vita più cristiana.
La liquefazione del sangue è innegabile e spiegazioni scientifiche finora non se ne sono trovate, come tutte le ipotesi contrarie formulate nei secoli, non sono mai state provate. È singolare il fatto, che a Pozzuoli, contemporaneamente al miracolo che avviene a Napoli, la pietra, conservata nella chiesa di S. Gennaro (vicino alla Solfatara), che si crede sia il ceppo su cui il martire poggiò la testa per essere decapitato, diventa più rossa.

Il vostro servitore, che ha preparato questa composizione agiografica, ha assistito, durante sei anni, molto da vicino, essendo seminarista, negli anni 50/60, al Seminario Arcivescovile di Napoli/Capodimonte, alle diverse liquefazioni del sangue di S. Gennaro, che avvengono, “naturalmente”, solo e soltanto grazie alle ferventi, e spesso insistenti, preghiere del “Pastore” di Napoli e del suo “gregge”. (gpm)
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« Procuratevi amici con la disonesta ricchezza perché vi accolgano nelle dimore eterne » : soccorrere i poveri

San Gregorio Nazianzeno (330-390), vescovo, dottore della Chiesa
Discorso sull'amore ai poveri, 24-26 ; PG 35, 890-891

Guardiamoci, cari amici, dal diventare cattivi amministratori di quanto ci è stato dato in dono. Meriteremmo allora l'ammonizione di Pietro : « Vergognatevi, voi che trattenete le cose altrui, imitate piuttosto la bontà divina e così nessuno sarà povero». Non affatichiamoci ad accumulare e a conservare ricchezze, mentre altri soffrono la fame, per non meritare i rimproveri duri e taglienti già un'altra volta fatti dal profeta Amos, quando disse : « Orsù, voi che dite : Quando sarà passato il novilunio e si potrà vendere il grano, e il sabato per aprire i magazzini ? » (Am 8, 5).

Operiamo secondo quella suprema e primordiale legge di Dio che « fa scendere la pioggia tanto sui giusti che sui peccatori, fa sorgere il sole ugualmente per tutti » (Mt 5, 45), offre a tutti gli animali della terra l'aperta campagna, le fontane, i fiumi, le foreste ; dona aria agli uccelli e acqua agli animali acquatici ; a tutti dà con grande liberalità i beni della vita che non possono venire accaparrati dai forti, né misurati dalle leggi, né limitati dalle frontiere ; ma elargisce i doni a tutti in modo tale che nulla manchi a nessuno. Così con la ripartizione in parti uguali dei suoi doni, onora l'uguaglianza naturale di tutti ; e mostra così tutta la generosità della sua bontà... Anche tu dunque, imita questa misericordia divina.
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Vangelo del giorno 19/9/2010 , domenica 25^ settimana t.o.

Dal Vangelo secondo Luca (16,1-13.)

Diceva anche ai discepoli: «C'era un uomo ricco che aveva un amministratore, e questi fu accusato dinanzi a lui di sperperare i suoi averi. Lo chiamò e gli disse: Che è questo che sento dire di te? Rendi conto della tua amministrazione, perché non puoi più essere amministratore.
L'amministratore disse tra sé: Che farò ora che il mio padrone mi toglie l'amministrazione? Zappare, non ho forza, mendicare, mi vergogno. So io che cosa fare perché, quando sarò stato allontanato dall'amministrazione, ci sia qualcuno che mi accolga in casa sua.
Chiamò uno per uno i debitori del padrone e disse al primo: Tu quanto devi al mio padrone? Quello rispose: Cento barili d'olio. Gli disse: Prendi la tua ricevuta, siediti e scrivi subito cinquanta. Poi disse a un altro: Tu quanto devi? Rispose: Cento misure di grano. Gli disse: Prendi la tua ricevuta e scrivi ottanta.
Il padrone lodò quell'amministratore disonesto, perché aveva agito con scaltrezza. I figli di questo mondo, infatti, verso i loro pari sono più scaltri dei figli della luce. Ebbene, io vi dico: Procuratevi amici con la disonesta ricchezza, perché, quand'essa verrà a mancare, vi accolgano nelle dimore eterne.
Chi è fedele nel poco, è fedele anche nel molto; e chi è disonesto nel poco, è disonesto anche nel molto. Se dunque non siete stati fedeli nella disonesta ricchezza, chi vi affiderà quella vera? E se non siete stati fedeli nella ricchezza altrui, chi vi darà la vostra? Nessun servo può servire a due padroni: o odierà l'uno e amerà l'altro oppure si affezionerà all'uno e disprezzerà l'altro. Non potete servire a Dio e a mammona».
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sabato 18 settembre 2010

Preghiera dello studente

Nella fatica dello studio e degli esami, S. Giuseppe da Copertino, amico degli studenti e protettore degli esaminandi, vengo ad implorare il tuo aiuto.
Tu sai, per tua personale esperienza, quanta ansia accompagni l'impegno dello studio e quanto facili siano il pericolo dello smarrimento intellettuale e lo scoraggiamento.
Tu che fosti assistito prodigiosamente da Dio negli studi e negli esami per l'ammissione agli Ordini Sacri, chiedi al Signore luce per la mia mente e forza per la mia volontà.
Tu che sperimentasti tanto concretamente l'aiuto materno della Madonna, Madre della speranza, pregala per me, perché possa superare facilmente tutte le difficoltà negli studi e negli esami.
Amen

(Approvazione ecclesiastica e dell'O.F.M.)
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San Giuseppe da Copertino

Sacerdote O.F.M. Conv.

Giuseppe da Copertino, al secolo Giuseppe Maria Desa, nacque a Copertino, presso Lecce, in una stalla (ancora esistente nel suo stato primitivo) il 17 giugno 1603.
I suoi genitori furono Felice Desa e Franceschina Panaca. A sette anni iniziò la scuola, ma una grave malattia lo costrinse ad abbandonarla. Quando guarì, a 15 anni, si attribuì questo miracolo alla Madonna delle Grazie di Galatone (Lecce). Durante la malattia aveva pensato di farsi sacerdote francescano ma gli mancava, però, la dovuta istruzione.

Nel 1625, all'età di 22 anni, i frati presero a cuore la situazione e lo ammisero nella comunità, prima come oblato, poi come terziario e finalmente come fratello laico. Addetto ai lavori pesanti ed alla cura della mula del convento, Giuseppe, ben presto, espresse il desiderio di diventare sacerdote: sapeva appena leggere e scrivere ma intraprese gli studi con volontà e difficoltà. Quando dovette superare l'esame per il diaconato davanti al vescovo, accadde che a Giuseppe, il quale non era mai riuscito a spiegare il Vangelo dell'anno liturgico tranne un brano, il vescovo aprendo a caso il libro domandò il commento della frase: « Benedetto il grembo che ti ha portato »: era proprio l'unico brano che egli era riuscito a spiegare.
Quando trascorsi i tre anni di preparazione al sacerdozio, bisognava superare l'ultimo e più difficile esame, i postulanti conoscevano il programma alla perfezione, tranne Giuseppe; il vescovo ascoltò i primi che risposero brillantemente all'interrogazione e convinto che anche gli altri fossero altrettanto preparati, li ammise tutti in massa: era il 4 marzo 1628.

Per la seconda volta fra Giuseppe, superò l'ostacolo degli esami in modo stupefacente e, il 18 marzo 1628, a Poggiardo, fu ordinato sacerdote per volere di Dio.
Si definiva fratel Asino, per la sua mancanza di diplomazia nel trattare gli altri uomini, per la sua incapacità di svolgere un ragionamento coerente, per il non sapere maneggiare gli oggetti. Ciò nonostante, nel corso della sua vita, ebbe tanti incontri con persone di elevata cultura, con le quali parlava e rispondeva con una teologia semplice ed efficace.

Un professore dell'Università francescana di S. Bonaventura di Roma, disse: “L'ho sentito parlare così profondamente dei misteri di teologia, che non lo potrebbero fare i migliori teologi del mondo”. Possedeva, in effetti, il dono della scienza infusa, nonostante che si definisse “il frate più ignorante dell'Ordine Francescano”.
Amava i poveri, alzava la voce contro gli abusi dei potenti. Ai compiti propri del sacerdote, univa i lavori manuali, aiutava il cuoco, faceva le pulizie del convento, coltivava l'orto e usciva umilmente per la questua.
Amabile, sapeva essere sapiente nel dare consigli ed era molto ricercato dentro e fuori del suo Ordine. Dopo due anni di terribile aridità spirituale, che per tutti i mistici è la prova più difficile da superare, a frate Giuseppe si accentuarono i fenomeni delle estasi con levitazioni; dava improvvisamente un grido e si elevava da terra quando si pronunciavano i nomi di Gesù o di Maria. Una volta, nel contemplare un quadro della Madonna, mentre pregava davanti al Tabernacolo, volando, andò a posarsi in ginocchio in cima ad un olivo rimanendovi per una mezz'ora finché durò l'estasi.
In effetti volava nell'aria come un uccello, fenomeni che ancora oggi gli studiosi cercano di capire se erano di natura parapsicologica o mistica. Il fatto storico è che questi fenomeni sono avvenuti in presenza di tanta gente stupefatta: Giuseppe da Copertino non era un ciarlatano né un mago ma semplicemente un uomo di Dio che opera prodigi e si rivela ai più umili e semplici. Comunque frate Giuseppe costituì un problema per i suoi Superiori che, per distogliere da lui l'attenzione del popolo, che sempre più numeroso accorreva a vedere il santo francescano, lo mandarono in vari conventi dell'Italia Centrale
Di lui si interessò l'Inquisizione di Napoli, che lo convocò per capire di cosa si trattasse e, nel monastero napoletano di S. Gregorio Armeno, davanti ai giudici, Giuseppe ebbe un'estasi. La Congregazione romana del Santo Uffizio, alla presenza del Pp Urbano VIII (Maffeo Barberini, 1623-1644), lo assolse dall'accusa di abuso della credulità popolare e lo confinò in un luogo isolato, lontano da Copertino e sotto sorveglianza del tribunale. Fu sballottato da un convento all'altro, a Roma, Assisi (1639-1653), Pietrarubbia e Fossombrone (1653-1657).
Il 9 luglio 1657 Pp Alessandro VII (Fabio Chigi, 1655-1667) mise fine al suo peregrinare destinandolo ad Osimo, dove rimase per sette anni fino alla morte, continuando ad avere estasi, a sollevarsi da terra e ad operare prodigi miracolosi.
Morì il 18 settembre 1663 a 60 anni; il suo corpo è custodito nella cripta del santuario, in un'urna di bronzo dorato.

Fu beatificato da Pp Benedetto XIV (Prospero Lorenzo Lambertini, 1740-1758) il 24 febbraio 1753 e dichiarato santo da Pp Clemente XIII (Carlo Rezzonico, 1758-1769) il 16 luglio 1767.
È patrono degli studenti; gli aviatori cattolici statunitensi lo venerano come loro protettore.

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Fruttò cento volte tanto

Sant'Amedeo di Losanna (1108-1159), monaco cistercense, poi vescovo
Omelia VI ; SC 72, p. 165 s

Egli è caduto in terra ed è morto ed ha prodotto molto frotto (Gv 12, 24). Si è lasciato cadere come un seme per raccogliere in mietitura il genere umano. Beato il seno di Maria dove tale seme ha messo radici ! Beata colei alla quale è stato detto : « Il tuo ventre è un mucchio di grano, circondato da gigli » (Ct 7, 3). Non è forse come un mucchio di grano il seno della Vergine che si è dilatato sotto l'azione di colui che è caduto in esso, e dove è spuntata la messe dei riscattati ? Sì, morti al peccato in noi stessi, rinasciamo in Cristo, alla fonte battesimale mediante il lavacro di rigenerazione, affinché viviamo in colui che è morto per tutti. Perciò l'Apostolo dice : « Quanti siete stati battezzati in Cristo, vi siete rivestiti di Cristo » (Gal 3, 27). Da un unico seme, da un seme uscito dal seno della Vergine Maria, vengono quindi numerose messi.

È chiamato "mucchio" di grano, non tanto a motivo del numero dei riscattati, bensì a motivo della forza di questo seme, a motivo dell'efficienza del seminatore piuttosto che della molteplicità di coloro che sono raccolti. È lui il tuo Figlio, o Maria ! È lui che per te è risuscitato dai morti e nella tua carne ascese al di sopra di tutti i cieli, per riempire tutte le cose. Sei dunque in possesso della gioia, o Beata : hai ricevuto in eredità l'oggetto del tuo desiderio, la corona del tuo capo... Rallegrati e sii lieta, perché è risuscitato colui che è la tua gloria. Ti sei rallegrata della sua concezione, sei stata afflitta nella sua Passione. Rallegrati ora della sua risurrezione. Nessuno ti potrà togliere la tua gioia, perché Cristo risorto non muore più ; la morte non ha più potere su di lui (Rm 6, 9).
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Vangelo del giorno 18/9/2010 , sabato 24^ settimana t.o.

Dal Vangelo secondo Luca (8,4-15.)

Poiché una gran folla si radunava e accorreva a lui gente da ogni città, disse con una parabola: «Il seminatore uscì a seminare la sua semente. Mentre seminava, parte cadde lungo la strada e fu calpestata, e gli uccelli del cielo la divorarono. Un'altra parte cadde sulla pietra e appena germogliata inaridì per mancanza di umidità. Un'altra cadde in mezzo alle spine e le spine, cresciute insieme con essa, la soffocarono. Un'altra cadde sulla terra buona, germogliò e fruttò cento volte tanto». Detto questo, esclamò: «Chi ha orecchi per intendere, intenda!».
I suoi discepoli lo interrogarono sul significato della parabola. Ed egli disse: «A voi è dato conoscere i misteri del regno di Dio, ma agli altri solo in parabole, perchè vedendo non vedano e udendo non intendano. Il significato della parabola è questo: Il seme è la parola di Dio. I semi caduti lungo la strada sono coloro che l'hanno ascoltata, ma poi viene il diavolo e porta via la parola dai loro cuori, perché non credano e così siano salvati. Quelli sulla pietra sono coloro che, quando ascoltano, accolgono con gioia la parola, ma non hanno radice; credono per un certo tempo, ma nell'ora della tentazione vengono meno. Il seme caduto in mezzo alle spine sono coloro che, dopo aver ascoltato, strada facendo si lasciano sopraffare dalle preoccupazioni, dalla ricchezza e dai piaceri della vita e non giungono a maturazione. Il seme caduto sulla terra buona sono coloro che, dopo aver ascoltato la parola con cuore buono e perfetto, la custodiscono e producono frutto con la loro perseveranza.
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venerdì 17 settembre 2010

San Roberto Bellarmino S.J.

Cardinale S.J. e Dottore della Chiesa

Roberto Francesco Romolo Bellarmino nacque a Montepulciano il 4 ottobre 1542 in una nobile famiglia toscana. Suo padre era Vincenzo Bellarmino, mentre sua madre, Cinzia Cervini, era la sorella del cardinale Marcello Cervini, futuro Pp Marcello II.
Egli dimostrò precocemente le sue ottime qualità e, ispirandosi agli autori latini come Virgilio, compose diversi piccoli poemi sia in lingua volgare che in latino. Fu educato nel collegio gesuita, di recente fondazione, della sua città natia ed entrò nella Società di Gesù il 20 settembre 1560. Trascorse i tre anni successivi studiando filosofia nel collegio romano, dopo di che iniziò ad insegnare materie letterarie dapprima a Firenze, poi a Mondovì. Nel 1567 intraprese lo studio della teologia a Padova, e nel 1569 fu inviato a completare questi studi a Lovanio (Belgio), dove poté acquisire una più completa conoscenza delle eresie più importanti del suo tempo.

Dopo l'ordinazione sacerdotale avvenuta il 25 marzo del 1570, guadagnò rapidamente notorietà sia come insegnante sia come predicatore; in quest’ultima veste era capace di attirare al suo pulpito sia cattolici che protestanti, persino da altre aree geografiche. Gli fu conferito l'insegnamento della teologia a Lovanio e qui rimase per sei anni, fino al 1576. Distintosi in questi anni per la sua dotta eloquenza e sorprendente capacità di controbattere efficacemente le tesi calviniste, che si diffondevano ampiamente nei Paesi Bassi spagnoli, fu richiamato a Roma da Pp Gregorio XIII (Ugo Boncompagni, 1572-1585) che gli affidò la cattedra di “Controversie”, cioè di Apologetica, da poco istituita nel Collegio Romano, attività che svolse fino al 1587.

Da poco tempo si era concluso il Concilio di Trento e la Chiesa Cattolica, attaccata dalla Riforma protestante, aveva necessità di rinsaldare e confermare la propria identità culturale e spirituale. L'attività e le opere di Roberto B. si inserirono proprio in questo contesto storico della Controriforma. Egli si dimostrò adeguato alle difficoltà del compito. Gli studi che intraprese per applicarsi nell'insegnamento e nelle lezioni, confluirono successivamente nella sua grande e più famosa opera di più volumi: Le Controversie, cioè “Disputationes de controversiis christianae fidei adversus hujus temporis haereticos”. Questa monumentale opera teologica rappresenta il primo tentativo di sistematizzare le varie controversie teologiche dell’epoca, ed ebbe un’enorme risonanza in tutta Europa; senza sviluppare nessuna aggressione polemica nei confronti della Riforma ma solo usando gli argomenti della ragione e della tradizione, Roberto B. espose in modo chiaro ed efficace le posizioni della Chiesa Cattolica.
A tutt'oggi non esiste un’opera di tale completezza come questa nel campo apologetico; la sua instancabile azione a difesa della fede cattolica, gli valsero l'appellativo di “martello degli eretici”.

Nel 1588 Roberto B. fu nominato “Padre Spirituale” del Collegio Romano (oggi Università Gregoriana).
Nel 1590 si recò assieme al cardinale Enrico Caetani come teologo facente parte della legazione che Sisto V stava inviando in Francia per proteggere gli interessi della chiesa coinvolta nelle difficoltà delle guerre civili. Quando la missione era oramai al termine, Roberto B. riprese nuovamente il suo lavoro come padre spirituale ed ebbe la consolazione di guidare, negli ultimi anni della sua vita, Luigi Gonzaga, che morì al Collegio romano nel 1591 e di cui negli anni successivi Bellarmino promosse la beatificazione.
Nello stesso periodo egli fece parte della commissione finale per la revisione del testo della “Vulgata”.
Nel 1592 fu fatto rettore del collegio romano e nel 1595 superiore della Provincia di Napoli.
Nel 1597 Pp Clemente VIII (Ippolito Aldobrandini, 1592-1605) lo richiamò a Roma e lo nominò suo consultore teologo come pure Esaminatore dei Vescovi e Consultore del Sant'Uffizio.
Proclamato Cardinale presbitero di Santa Maria in Via Lata e arcivescovo di Capua il 18 marzo 1599, probabilmente per tenerlo lontano da Roma nel momento culminante della controversia sulla grazia, alla morte di Clemente VIII, nel 1605, poté tornare nella città di Pietro dove esercitò un grande influsso come teologo ufficiale della Chiesa, con la sua dottrina e con l'esempio della sua carità e semplicità di vita, che la gente ammirava.
A Clemente VIII succedette prima Leone XI (Alessandro de' Medici), che regnò per soli ventisette giorni, e poi Paolo V (Camillo Borghese, 1605-1621). Nel primo e nel secondo conclave, ma soprattutto in quest'ultimo, il nome di Bellarmino fu spesso dinanzi alle intenzioni degli elettori ma il fatto che fosse un gesuita costituì un impedimento secondo il giudizio di molti cardinali.
Ebbe diversi incarichi presso l'Inquisizione durante gli importanti processi ereticali come quelli contro Giordano Bruno, cominciato il 1593 e conclusosi con il verdetto di condanna al rogo su ordine del Pp Clemente VIII il 20 gennaio 1600, e contro Galileo Galilei. Il cardinale Bellarmino fece parte della commissione vaticana che ammonì Galileo dal continuare a proporre la teoria eliocentrica, nel 1616, e fu proprio lui a comunicargli l'ammonizione con una lettera rimasta famosa. In precedenza Roberto B. aveva sempre mostrato interesse nelle scoperte dello scienziato e si era trattenuto in amichevole corrispondenza con lui. Aveva pure assunto, come testimoniato dalle sue lettere all'amico di Galileo, Foscarini, un atteggiamento aperto verso le teorie scientifiche, ammonendolo, tuttavia, di non cercare una dimostrazione della loro esattezza ma limitandosi a porle come ipotesi.
Roberto B. morì a Roma il 17 settembre 1621 e il processo di beatificazione, iniziato di lì a poco, si protrasse per ben tre secoli.
Il 22 dicembre 1920 Pp Benedetto XV (Giacomo della Chiesa, 1914-1922) riassumendo l'iter per la sua beatificazione, promulgò il decreto della eroicità delle sue virtù; poi il 13 maggio 1923, durante il pontificato di Pio XI (Achille Ratti, 1922-1939) , fu celebrata la sua beatificazione e dopo sette anni, il 29 giugno 1930, fu canonizzato. Più breve è stato quindi il processo di canonizzazione e ancora più rapida la nomina a Dottore della Chiesa, conferitagli il 17 settembre 1931 sempre da parte di Pio XI.
Dal 21 giugno 1923 il suo corpo è venerato dai fedeli nella terza cappella di destra della Chiesa di S. Ignazio di Loyola a Roma che conserva le reliquie di altri santi gesuiti tra cui S. Luigi Gonzaga.

Significato del nome Roberto : "splendente di gloria, illustre per fama" (tedesco). Fonti principali: wikipendia.org; santiebeati.it («RIV.»).
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C'erano con lui i Dodici e alcune donne

Giovanni Paolo II
Mulieris Dignitatem, § 27 - Copyright © Libreria Editrice Vaticana

Nella storia della Chiesa, sin dai primi tempi c'erano - accanto agli uomini - numerose donne, per le quali la risposta della Sposa all'amore redentore dello Sposo assumeva piena forza espressiva. Come prime vediamo quelle donne, che personalmente avevano incontrato Cristo, l'avevano seguito e, dopo la sua dipartita, insieme con gli apostoli « erano assidue nella preghiera » (At 1,14) nel cenacolo di Gerusalemme sino al giorno di Pentecoste. In quel giorno lo Spirito Santo parlò per mezzo di « figli e figlie » del Popolo di Dio... (At 2,17 ; Gl 3,1). Quelle donne, ed in seguito altre ancora, ebbero parte attiva ed importante nella vita della Chiesa primitiva, nell'edificare sin dalle fondamenta la prima comunità cristiana - e le comunità successive - mediante i propri carismi e il loro multiforme servizio... L'apostolo parla delle loro « fatiche » per Cristo, e queste indicano i vari campi del servizio apostolico della Chiesa, iniziando dalla « chiesa domestica ». In essa, infatti, la « fede schietta » passa dalla madre nei figli e nei nipoti, come appunto si verificò nella casa di Timoteo (2 Tm 1, 5).

Lo stesso si ripete nel corso dei secoli, di generazione in generazione, come dimostra la storia della Chiesa. La Chiesa, infatti, difendendo la dignità della donna e la sua vocazione, ha espresso onore e gratitudine per coloro che - fedeli al Vangelo - in ogni tempo hanno partecipato alla missione apostolica di tutto il Popolo di Dio. Si tratta di sante martiri, di vergini, di madri di famiglia, che coraggiosamente hanno testimoniato la loro fede ed educando i propri figli nello spirito del Vangelo hanno trasmesso la fede e la tradizione della Chiesa... Anche in presenza di gravi discriminazioni sociali le donne sante hanno agito in «modo libero», fortificate dalla loro unione con Cristo...

Anche ai nostri giorni la Chiesa non cessa di arricchirsi della testimonianza delle numerose donne che realizzano la loro vocazione alla santità. Le donne sante sono una incarnazione dell'ideale femminile, ma sono anche un modello per tutti i cristiani, un modello di « sequela Christi », un esempio di come la Sposa deve rispondere con l'amore all'amore dello Sposo.
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Vangelo del giorno 17/9/2010 , venerdì 24^ settimana t.o. (S.Gregorio Magno)

Dal Vangelo secondo Luca (8,1-3.)

In seguito egli se ne andava per le città e i villaggi, predicando e annunziando la buona novella del regno di Dio.
C'erano con lui i Dodici e alcune donne che erano state guarite da spiriti cattivi e da infermità: Maria di Màgdala, dalla quale erano usciti sette demòni, Giovanna, moglie di Cusa, amministratore di Erode, Susanna e molte altre, che li assistevano con i loro beni.
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giovedì 16 settembre 2010

Le sono perdonati i suoi molti peccati

Un autore siriaco anonimo del VI secolo
Omelie anonime sulla peccatrice, 1, 4.5.19.26.28

L'amore di Dio, uscito in cerca dei peccatori, ci viene proclamato da una donna peccatrice. Perché chiamando lei, Cristo chiamava all'amore la nostra razza tutta intera ; e nella sua persona, attirava al suo perdono tutti i peccatori. Parlava a lei, ma invitava alla sua grazia la creazione tutta intera...

Chi non potrebbe essere raggiunto dalla misericordia di Cristo, se lui, per salvare una peccatrice, accettò l'invito di un fariseo ? A causa di quella donna affamata di perdono, vuole in prima persona avere fame della mensa di Simone il fariseo, mentre sotto le apparenze di una mensa di pane, aveva preparato, per la peccatrice, la mensa del pentimento...

Affinché tu possa partecipare alla stessa mensa, divieni consapevole che il tuo peccato è grande ; però disperare del perdono perché il tuo peccato ti sembra troppo grande, è bestemmiare contro Dio e fa torto a te stesso. Perché se Dio ha promesso di perdonare i tuoi peccati per quanto numerosi fossero, gli dirai forse che non puoi crederlo dichiarandogli : « Il mio peccato è troppo grande perché tu lo perdoni. Non puoi guarirmi dalle mie malattie » ? Smettila e grida con il profeta : « Ho peccato contro di te, Signore » (2 Sam 12, 13). Subito ti risponderà : « Io ho perdonato il tuo peccato ; tu non morirai ». A lui sia la gloria, da noi tutti per i secoli. Amen.
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Vangelo del giorno 16/9/2010 , giovedì 24^ settimana t.o.

Dal Vangelo secondo Luca (7,36-50.)

In quel tempo, uno dei farisei invitò Gesù a mangiare da lui. Egli entrò nella casa del fariseo e si mise a tavola.
Ed ecco una donna, una peccatrice di quella città, saputo che si trovava nella casa del fariseo, venne con un vasetto di olio profumato; e fermatasi dietro si rannicchiò piangendo ai piedi di lui e cominciò a bagnarli di lacrime, poi li asciugava con i suoi capelli, li baciava e li cospargeva di olio profumato.
A quella vista il fariseo che l'aveva invitato pensò tra sé. «Se costui fosse un profeta, saprebbe chi e che specie di donna è colei che lo tocca: è una peccatrice». Gesù allora gli disse: «Simone, ho una cosa da dirti». Ed egli: «Maestro, dì pure».
«Un creditore aveva due debitori: l'uno gli doveva cinquecento denari, l'altro cinquanta. Non avendo essi da restituire, condonò il debito a tutti e due. Chi dunque di loro lo amerà di più?». Simone rispose: «Suppongo quello a cui ha condonato di più».
Gli disse Gesù: «Hai giudicato bene». E volgendosi verso la donna, disse a Simone: «Vedi questa donna? Sono entrato nella tua casa e tu non m'hai dato l'acqua per i piedi; lei invece mi ha bagnato i piedi con le lacrime e li ha asciugati con i suoi capelli. Tu non mi hai dato un bacio, lei invece da quando sono entrato non ha cessato di baciarmi i piedi. Tu non mi hai cosparso il capo di olio profumato, ma lei mi ha cosparso di profumo i piedi. Per questo ti dico: le sono perdonati i suoi molti peccati, poiché ha molto amato. Invece quello a cui si perdona poco, ama poco». Poi disse a lei: «Ti sono perdonati i tuoi peccati».
Allora i commensali cominciarono a dire tra sé: «Chi è quest'uomo che perdona anche i peccati?». Ma egli disse alla donna: «La tua fede ti ha salvata; và in pace!».
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SS. Cornelio e Cipriano

Martiri

Cornelio e Cipriano sono ricordati dalla Chiesa in questo stesso giorno. Di Cipriano giovane sappiamo che è nato pagano a Cartagine intorno al 210. Battezzato verso il 245, nel 249 è vescovo di Cartagine.
Nel 250 l'imperatore Decio ordina che tutti i sudditi onorino le divinità pagane (offrendo sacrifici o, anche, solo bruciando un po' d'incenso) e ricevano così il libello, un attestato di patriottismo. Per chi rifiuta, carcere e tortura o anche la morte: a Roma muore martire papa Fabiano. A Cartagine, Cipriano si nasconde, guidando i fedeli, come può, dalla clandestinità. Cessata la persecuzione, nella primavera del 251, molti cristiani, che hanno ceduto per paura, vorrebbero tornare nella Chiesa. Ma quelli che non hanno ceduto si dividono tra indulgenti e rigoristi. Cipriano è più vicino ai primi e, con altri vescovi d'Africa, indica una via più moderata, inimicandosi i fautori dell'epurazione severa.
A questo punto le sue vicende s'intrecciano con quelle di Cornelio, un presbitero romano d'origine patrizia che, eletto papa a 14 mesi dal martirio di Fabiano, si trova di fronte ad uno scisma provocato dal dotto e dinamico prete Novaziano che ha retto la Chiesa romana in tempo di sede vacante. Novaziano accusa di debolezza Cornelio (che è sulla linea di Cipriano) e dà vita ad una comunità dissidente che durerà fino al V secolo.
Da Cartagine, Cipriano affianca Cornelio e si batte contro Novaziano affermando l'unità della Chiesa universale. Non è solo sintonia personale con Pp Cornelio: Cipriano parte dall'unità dei cristiani, innanzitutto, con i rispettivi vescovi e poi dei vescovi con Roma, quale sede principale, fondata su Pietro capo degli Apostoli.
Ucciso in guerra l'imperatore Decio, il suo successore Treboniano Gallo è spinto a perseguitare i cristiani perché c'è la peste, e la “voce del popolo” accusa i cristiani, additati come “untori”, in qualunque calamità.
Si arresta anche Pp Cornelio, che muore in esilio nel 253 a Centumcellae (antico nome di Civitavecchia). Cipriano, che appoggia il suo successore Lucio I contro lo scisma di Novaziano, afferma ripetutamente che Cornelio fu martirizzato. Il Catalogo Liberiano riporta “ibi cum gloria dormicionem accepit”, e questo può significare che morì a causa dei rigori a cui fu sottoposto durante la sua deportazione, sebbene documenti successivi affermino che fu decapitato. Alla fine del III secolo il suo corpo fu traslato nelle catacombe di S. Callisto a Roma. Le sue reliquie furono poi trasferite in una basilica voluta da Pp S. Leone I, Magno (440-461) e quindi Pp Adriano I (772-795) le portò nel territorio di Capracoro, dove il pontefice aveva la casa paterna.
Al tempo di Pp Gregorio IV (827-844) il suo corpo riposava nella basilica di Santa Maria in Trastevere. In quel tempo parte delle reliquie furono portate a Compiègne (Francia), mentre nella seconda metà del XVIII secolo altre parti del suo corpo furono portate nella chiesa dei Santi Celso e Giuliano.

S. Girolamo riportava che Cornelio e Cipriano patirono il martirio nello stesso giorno di anni diversi, e la sua affermazione è stata generalmente accettata.

Significato dei nomi:
Cornelio : “abbondanza” (dal latino cornu);
Cipriano: “nativo, originario di Cipro” (greco e latino)

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mercoledì 15 settembre 2010

Coroncina dei dolori di Maria Santissima

O Dio, vieni a salvarmi!
Signore, vieni presto in mio aiuto.
Gloria al Padre..

1. Ti compatisco, addolorata Maria, per l'afflizione che il tuo tenero Cuore soffrì nella pro fezia del vecchio Simeone.
Cara Madre, per il tuo Cuore così afflitto, impetrami la virtù della umiltà e il dono del santo timor di Dio.
Ave Maria...

2. Ti compatisco, addolorata Maria, per quelle angustie che il tuo sensibilissimo Cuore soffrì con la fuga e dimora in Egitto.
Cara Madre, per il tuo Cuore tanto angustiato impetrami la virtù della liberalità, specialmente verso i poveri, e il dono della pietà.
Ave Maria...

3. Ti compatisco, addolorata Maria, per que gli affanni che il sollecito Cuor tuo provò nello smarrimento del tuo e mio Gesù.
Cara Madre, per il tuo Cuore così dolorosamente provato, impetrami la virtù della penitenza e il dono della scienza.
Ave Maria...

4. Ti compatisco, addolorata Maria, per quella costernazione che il tuo materno Cuore senti nel l'incontrare Gesù, che portava la Croce.
Cara Madre, per l'amoroso tuo Cuore in tal guisa travagliato, impetrami la virtù della pazienza e il dono della fortezza.
Ave Maria...

5. Ti compatisco, addolorata Maria, per quel martirio che il tuo Cuore generoso sostenne nel l'assistere Gesù agonizzante.
Cara Madre, per il Cuor tuo in tal modo martirizzato, impetrami la virtù della castità e il dono del consiglio.
Ave Maria...

6. Ti compatisco, addolorata Maria, per quella ferita che il pietoso Cuor tuo soffrì nella lanciata che squarciò il costato di Gesù e ferì l'amabi lissimo Suo Cuore.
Cara Madre, per il Cuor tuo in tal modo trafitto impetrami la virtù della carità fraterna e il dono dell'intelletto.
Ave Maria...

7. Ti compatisco, addolorata Maria, per quello spasimo che 1'amantissimo tuo Cuore sperimentò nella sepoltura di Gesù.
Cara Madre, per il sacro tuo Cuore in estremo rammaricato impetrami la virtù del perfetto amor di Dio e il dono della sapienza.
Ave Maria...
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Vangelo del giorno 15/9/2010 , mercoledì 24^ settimana t.o.

Dal Vangelo secondo Giovanni (19,25-27.)

Stavano presso la croce di Gesù sua madre, la sorella di sua madre, Maria di Clèofa e Maria di Màgdala. Gesù allora, vedendo la madre e lì accanto a lei il discepolo che egli amava, disse alla madre: «Donna, ecco il tuo figlio!».
Poi disse al discepolo: «Ecco la tua madre!».
E da quel momento il discepolo la prese nella sua casa.
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Stava presso la croce di Gesù sua madre

San Giovanni Crisostomo (circa 345-407), vescovo d'Antiochia poi di Costantinopoli, dottore della Chiesa
Omelia sulla croce per il Venerdì Santo, 2 ; PG 49, 396

Vedi questa vittoria mirabile ? Vedi i successi della Croce ? Ti sto per dire ora una cosa più stupenda. Considera il modo con il quale questa vittoria si è realizzata, e sarai più stupito ancora. Cristo ha dominato il demonio proprio mediante ciò che gli aveva permesso di vincere. Ha combattuto il demonio con le sue stesse armi. Ascolta come. Una vergine, il legno e la morte, ecco i simboli della disfatta. La vergine, era Eva, perché non si era ancora unita all'uomo ; il legno, era l'albero ; e la morte, la pena in cui era incorso Adamo. Ma ecco, in compenso, la vergine, il legno e la morte, quei simboli della disfatta, diventare i simboli della vittoria. Invece di Eva, Maria ; invece del legno della conoscenza del bene e del male, il legno della Croce ; invece della morte di Adamo, la morte di Cristo.

Vedi che il demonio è stato vinto mediante ciò che gli aveva dato la vittoria ? Mediante l'albero, aveva vinto Adamo ; mediante la croce, Cristo ha trionfato sul demonio. L'albero mandava negli inferi, la croce ne ha fatto tornare coloro che vi erano scesi. Inoltre, l'albero servì a nascondere l'uomo vergognoso della sua nudità, mentre la croce ha alzato agli occhi di tutti un uomo nudo, ma vincitore.

Questo è il prodigio che la Croce ha realizzato in nostro favore ; la Croce, è il trofeo innalzato davanti ai demoni, la spada estratta contro il peccato, la spada con la quale Cristo ha trafitto il serpente. La Croce è la volontà del Padre, la gloria del Figlio unico, la gioia dello Spirito Santo, lo splendore degli angeli, l'orgoglio di San Paolo, il baluardo degli eletti, la luce del mondo intero.
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Beata Vergine Maria Addolorata

La devozione alla Vergine Maria Addolorata, che trae origine dai passi del Vangelo, dove si parla della presenza di Maria Vergine sul Calvario, prese particolare consistenza a partire dalla fine dell’XI secolo e fu anticipatrice della celebrazione liturgica, istituita più tardi.

Il “Liber de passione Christi et dolore et planctu Matris eius” di ignoto (erroneamente attribuito a S. Bernardo), costituisce l’inizio di una letteratura, che porta alla composizione in varie lingue del “Pianto della Vergine”.
Testimonianza di questa devozione è il popolarissimo “Stabat Mater” in latino, attribuito a Jacopone da Todi, il quale compose in lingua volgare anche le famose “Laudi”; da questa devozione ebbe origine la festa dei “Sette Dolori di Maria SS.” Nel secolo XV si ebbero le prime celebrazioni liturgiche sulla “compassione di Maria” ai piedi della Croce, collocate nel tempo di Passione.

A metà del secolo XIII, nel 1233, sorse a Firenze l’Ordine dei frati “Servi di Maria”, fondato dai SS. Sette Fondatori e ispirato dalla Vergine. L’Ordine, che già nel nome si qualificava per la devozione alla Madre di Dio, si distinse nei secoli per l’intensa venerazione e la diffusione del culto dell’Addolorata; il 9 giugno del 1668, la S. Congregazione dei Riti permetteva all’Ordine di celebrare la Messa votiva dei sette Dolori della Beata Vergine, facendo menzione, nel decreto, che i Frati dei Servi portavano l’abito nero in memoria della vedovanza di Maria e dei dolori che essa sostenne nella passione del Figlio.

Successivamente, Pp Innocenzo XII (Antonio Pignatelli), il 9 agosto 1692, autorizzò la celebrazione dei Sette Dolori della Beata Vergine la terza domenica di settembre.
Ma la celebrazione ebbe ancora delle tappe, man mano che il culto si diffondeva; il 18 agosto 1714 la Sacra Congregazione approvò una celebrazione dei Sette Dolori di Maria, il venerdì precedente la Domenica delle Palme e Pp Pio VII (Barnaba Chiaramonti, 1800-1823), il 18 settembre 1814, estese la festa liturgica della terza domenica di settembre a tutta la Chiesa, con inserimento nel calendario romano.
Infine Pp S. Pio X (1904-1914), fissò la data definitiva del 15 settembre, subito dopo la celebrazione dell’Esaltazione della Croce (14 settembre), con memoria non più dei “Sette Dolori”, ma più opportunamente come “Beata Vergine Maria Addolorata”.

La memoria della Vergine Addolorata (in latino Mater Dolorosa) chiama a rivivere il momento decisivo della storia della salvezza e a venerare la Madre associata alla passione del figlio e vicina a lui innalzato sulla croce. La sua maternità assume sul calvario dimensioni universali presentandosi come la nuova Eva, perché, come la disobbedienza della prima donna portò alla morte, così la sua mirabile obbedienza porti alla vita.

I Sette Dolori di Maria, corrispondono ad altrettanti episodi narrati nel Vangelo:

1. La profezia dell'anziano Simeone, quando Gesù fu portato al Tempio «...E anche a te una spada trafiggerà l'anima » (Lc 2,35).
2. La Sacra Famiglia è costretta a fuggire in Egitto « Giuseppe, destatosi, prese con sé il Bambino e sua madre nella notte e fuggì in Egitto » (Mt 2,14).
3. Il ritrovamento di Gesù dodicenne nel Tempio a Gerusalemme «...Ecco, tuo padre e io, angosciati, ti cercavamo » (Lc 2,48).
4. Maria addolorata, incontra Gesù che porta la croce sulla via del Calvario.
5. La Madonna ai piedi della Croce in piena adesione alla volontà di Dio, partecipa alle sofferenze del Figlio crocifisso e morente.
6. Maria accoglie tra le sue braccia il Figlio morto deposto dalla Croce.
7. Maria affida al sepolcro il corpo di Gesù, in attesa della risurrezione.

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martedì 14 settembre 2010

Esaltazione della Santa Croce

La festa in onore della Croce venne celebrata la prima volta nel 335, in occasione della “Crucem” sul Golgota, e quella dell'"Anàstasis", cioè della Risurrezione. La dedicazione avvenne il 13 dicembre. Col termine di "esaltazione", che traduce il greco hypsòsis, la festa passò anche in Occidente, e a partire dal secolo VII, essa voleva commemorare il recupero della preziosa reliquia fatto dall'imperatore Eraclio nel 628. Della Croce trafugata quattordici anni prima dal re persiano Cosroe Parviz, durante la conquista della Città santa, si persero definitivamente le tracce nel 1187, quando venne tolta al vescovo di Betlem che l'aveva portata nella battaglia di Hattin.La celebrazione odierna assume un significato ben più alto del leggendario ritrovamento da parte della pia madre dell'imperatore Costantino, Elena.
La glorificazione di Cristo passa attraverso il supplizio della croce e l'antitesi sofferenza-glorificazione diventa fondamentale nella storia della Redenzione: Cristo, incarnato nella sua realtà concreta umano-divina, si sottomette volontariamente all'umiliante condizione di schiavo (la croce, dal latino "crux", cioè tormento, era riservata agli schiavi) e l'infamante supplizio viene tramutato in gloria imperitura. Così la croce diventa il simbolo e il compendio della religione cristiana.La stessa evangelizzazione, operata dagli apostoli, è la semplice presentazione di "Cristo crocifisso".

Il cristiano, accettando questa verità, "è crocifisso con Cristo", cioè deve portare quotidianamente la propria croce, sopportando ingiurie e sofferenze, come Cristo, gravato dal peso del "patibulum" (il braccio trasversale della croce, che il condannato portava sulle spalle fino al luogo del supplizio dov'era conficcato stabilmente il palo verticale), fu costretto a esporsi agli insulti della gente sulla via che conduceva al Golgota. Le sofferenze che riproducono nel corpo mistico della Chiesa lo stato di morte di Cristo, sono un contributo alla redenzione degli uomini, e assicurano la partecipazione alla gloria del Risorto.
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La gloria della croce

San Bernardo (1091-1153), monaco cistercense e dottore della Chiesa
Meditazione sulla Passione VI, 13-15 ; PL 184, 747-752

Lungi da me l'idea che ci sia, per me, altro vanto che nella croce del Signore mio Gesù Cristo (Gal 6, 14). La croce è la tua gloria, la croce è il tuo impero. Sulle tue spalle è il segno della sovranità (Is 9, 5). Chi porta la croce, porta la gloria. Perciò la croce, che fa paura agli infedeli, è per i fedeli più bella di tutti gli alberi del paradiso. Cristo ha forse temuto la croce ? E Pietro ? E Andrea ? Al contrario l'hanno desiderata. Cristo si è lanciato verso di essa come prode che percorre la via (Sal 19, 6): « Ho desiderato ardentemente di mangiare questa Pasqua con voi prima della mia passione » (Lc 22, 15). Ha mangiato la Pasqua, soffrendo la sua passione, quando passò da questo mondo al Padre. Sulla croce mangiò e bevve, si inebriò e si addormentò... Chi potrebbe ormai temere la croce ?

Posso, Signore fare il giro del cielo e della terra, del mare e delle steppe, mai ti troverò se non sulla croce. Là, dormi, là, pasci il tuo gregge, là ti riposi al meriggio (Ct 1, 7). Su questa croce, colui che è unito al suo Signore canta con dolcezza : « Tu, Signore, sei mia difesa, tu sei mia gloria e sollevi il mio capo » (Sal 3, 4). Nessuno ti cerca, nessuno ti trova, se non sulla croce. O Croce di gloria, radicati in me, perché io sia trovato in te.
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Vangelo del giorno 14/9/2010 , martedì 24^ settimana t.o.

Dal Vangelo secondo Giovanni (3,13-17.)

Eppure nessuno è mai salito al cielo, fuorchè il Figlio dell'uomo che è disceso dal cielo. E come Mosè innalzò il serpente nel deserto, così bisogna che sia innalzato il Figlio dell'uomo, perché chiunque crede in lui abbia la vita eterna».
Dio infatti ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio unigenito, perché chiunque crede in lui non muoia, ma abbia la vita eterna. Dio non ha mandato il Figlio nel mondo per giudicare il mondo, ma perché il mondo si salvi per mezzo di lui.
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lunedì 13 settembre 2010

Non sono degno che tu entri sotto il mio tetto

San Francesco d'Assisi (1182-1226), fondatore dei Fratelli minori
Regola non bollata, 17

Scongiuro, nella carità che è Dio, tutti i miei frati occupati nella predicazione, nell'orazione, nel lavoro, sia chierici che laici, che cerchino di umiliarsi in tutte le cose, di non gloriarsi, né godere tra sé, né esaltarsi dentro di sé delle buone parole e delle opere anzi di nessun bene che Dio dice, o fa o opera talora in loro e per mezzo di loro, secondo quello che dice il Signore: «Non rallegratevi però in questo, perché vi stanno soggetti gli spiriti» (Lc 10,20). E siamo fermamente convinti che non appartengono a noi se non i vizi e i peccati. E dobbiamo anzi godere quando siamo esposti a diverse prove, e quando sosteniamo qualsiasi angustia o afflizione di anima o di corpo in questo mondo in vista della vita eterna.

Quindi tutti noi frati guardiamoci da ogni superbia e vana gloria; e difendiamoci dalla sapienza di questo mondo e dalla prudenza della carne. Lo spirito della carne, infatti, vuole e si preoccupa molto di possedere parole, ma poco di attuarle, e cerca non la religiosità e la santità interiore dello spirito, ma vuole e desidera avere una religiosità e una santità che appaia al di fuori agli uomini. È di questi che il Signore dice: « In verità vi dico, hanno ricevuto la loro ricompensa » (Mt 6,2). Lo spirito del Signore invece vuole che la carne sia mortificata e disprezzata, vile e abbietta, e ricerca l'umiltà e la pazienza e la pura e semplice e vera pace dello spirito; e sempre desidera soprattutto il divino timore e la divina sapienza e il divino amore del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo.
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Vangelo del giorno 13/9/2010 , lunedì 24^ settimana t.o.

Dal Vangelo secondo Luca (7,1-10.)

Quando ebbe terminato di rivolgere tutte queste parole al popolo che stava in ascolto, entrò in Cafarnao. Il servo di un centurione era ammalato e stava per morire. Il centurione l'aveva molto caro. Perciò, avendo udito parlare di Gesù, gli mandò alcuni anziani dei Giudei a pregarlo di venire e di salvare il suo servo. Costoro giunti da Gesù lo pregavano con insistenza: «Egli merita che tu gli faccia questa grazia, dicevano, perché ama il nostro popolo, ed è stato lui a costruirci la sinagoga».
Gesù si incamminò con loro. Non era ormai molto distante dalla casa quando il centurione mandò alcuni amici a dirgli: «Signore, non stare a disturbarti, io non son degno che tu entri sotto il mio tetto; per questo non mi sono neanche ritenuto degno di venire da te, ma comanda con una parola e il mio servo sarà guarito. Anch'io infatti sono uomo sottoposto a un'autorità, e ho sotto di me dei soldati; e dico all'uno: Và ed egli va, e a un altro: Vieni, ed egli viene, e al mio servo: Fà questo, ed egli lo fa». All'udire questo Gesù restò ammirato e rivolgendosi alla folla che lo seguiva disse: «Io vi dico che neanche in Israele ho trovato una fede così grande!».
E gli inviati, quando tornarono a casa, trovarono il servo guarito.
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San Giovanni Crisostomo

Vescovo e dottore della Chiesa

Giovanni detto “Crisostomo”, cioè “Bocca d’oro” a motivo del fascino suscitato dalla sua arte oratoria, può dirsi vivo ancora oggi, anche a motivo delle sue opere. I suoi scritti permettono anche a noi, come ai fedeli del suo tempo, che ripetutamente furono privati di lui a causa dei suoi esili, di vivere con i suoi libri, nonostante la sua assenza. È quanto egli stesso suggeriva dall’esilio in una sua lettera (cfr A Olimpiade, Lettera 8,45).

Giovanni nacque ad Antiochia, da una famiglia cristiana benestante tra il 347 e il 349. In quel tempo la città era la seconda per importanza in oriente dopo Costantinopoli. Durante tutto il IV secolo profondi contrasti si erano verificati in Oriente, ed anche ad Antiochia, tra pagani, manichei, ariani, gnostici apollinari, ebrei; gli stessi cristiani erano divisi tra due vescovi rivali: Melezio e Paolino.
Anche la giovinezza di Giovanni visse in tale clima di contrasti. Suo padre, Secondo, alto ufficiale dell'esercito siriano, morì quando Giovanni era ancora in tenera età; la madre Antusa, di soli 22 anni, affrontò il peso di crescere da sola lui e la sorella più grande.
Fu allievo del celebre oratore e maestro Libanio, che ebbe a dire di questo suo discepolo: “Sarebbe stato uno dei miei migliori allievi se la Chiesa non me lo avesse rubato”.

A 18 anni incontra il vescovo Melezio e chiede il battesimo. Incomincia, allora, a seguire dei corsi di esegesi presso Diodoro di Tarso, la sua scuola era famosa per l'interpretazione letterale delle Sacre scritture, in contrapposizione con la scuola alessandrina che, invece, privilegiava una lettura anche allegorica. Terminati gli studi Giovanni riceve gli ordini minori e si ritira in un eremitaggio dove si dedica allo studio della teologia.
Compone un trattato, “De Sacerdotio”, molto influenzato da Gregorio Nazianzeno. Egli riteneva che il monachesimo non era la sola via per raggiungere la perfezione; la vita sacerdotale al servizio dei credenti e in mezzo alle mille tentazioni del mondo era per lui il miglior modo di servire Dio : “È un errore mostruoso credere che il monaco debba condurre una vita più perfetta, mentre gli altri potrebbero fare a meno di preoccuparsene ... Laici e monaci devono giungere a un'identica perfezione” (Contro gli oppositori della vita monastica 3, 14).

Nell'inverno 380-381, viene ordinato diacono da Melezio ad Antiochia. Qualche anno più tardi è ordinato sacerdote dal vescovo Flaviano, diventando predicatore. I sermoni di Giovanni duravano oltre un paio d'ore, ma sapeva usare, con consumata perizia, tutti i registri della retorica, non certo per vellicare l'udito dei suoi ascoltatori, ma per ammaestrare, correggere, redarguire : i suoi fedeli prendevano anche delle note durante le sue omelie.
Nel 397 Nectario, arcivescovo di Costantinopoli, morì. Dopo un'aspra battaglia per la successione, l'imperatore bizantino, Arcadio, scelse Giovanni. Egli dirigerà con grande forza e rigore la Chiesa affidatagli, scagliandosi contro la corruzione e la licenziosità dei potenti ma facendosi molti nemici a corte. Fa destituire molti presbiteri indegni: sotto queste misure cadde anche il vescovo di Efeso. Fa rientrare nei monasteri i monaci che erravano vagabondi. Combatte con rigore le eresie.

Nel 402 molti nemici di Giovanni si rivolgono al patriarca di Alessandria d'Egitto Teofilo, la cui Chiesa si trovava in contrasto con quella di Costantinopoli. Teofilo, chiamato a Costantinopoli per giustificarsi di varie accuse che gli venivano mosse, si presenta con una schiera di vescovi alessandrini e mette in minoranza Giovanni che viene deposto ed esiliato dall'imperatore. Ma avendo l'imperatrice abortito in concomitanza con l'esilio di Giovanni, ella lo fa richiamare. Ciononostante i suoi nemici non cessano di tramare contro di lui e il 9 giugno del 404 viene definitivamente allontanato da Costantinopoli. Per tre anni è confinato a Cucusa, tra le montagne dell'Armenia, dove svolge un'intensa attività. Nel 407 gli viene intimato un nuovo trasferimento a Pitiunte, sul Mar Nero.

Giovanni muore il 14 settembre del 407, a Comana in Abkhazia (oggi parte della Georgia), durante il viaggio di trasferimento. Secondo la tradizione, le sue ultime parole furono: « doxa to Theo pantôn eneke » « gloria a Dio in tutte le cose ».
Dal sepolcro di Comana, il figlio di Arcadio, Teodosio il Giovane, fece trasferire i resti mortali del santo nella Chiesa dei Santi Apostoli a Costantinopoli, dove giunsero la notte del 27 gennaio 438, tra una folla osannante; trasportati, in seguito, a Roma, furono collocati nella Basilica Vaticana, dove sono tuttora conservati. Nel novembre 2004 il Servo di Dio Papa Giovanni Paolo II (Karol Józef Wojtyła) ha fatto dono al patriarca di Costantinopoli Bartolomeo I di una parte delle reliquie di S. Giovanni Crisostomo venerate in Vaticano.

Il Martirologio romano, come pure i sinassari orientali, hanno iscritto la festa di Giovanni al 27 gennaio, anniversario del ritorno del corpo a Costantinopoli. Attualmente nel calendario romano la sua festa è celebrata il 13 settembre. Nello stesso giorno la festa è celebrata presso i siri. La Chiesa bizantina lo festeggia anche il 30 gennaio, insieme a San Basilio e a San Gregorio di Nazianzo, e il 13 novembre, giorno del suo ritorno dall'esilio. In Oriente si incontrano molti monasteri a lui dedicati. Dottore della Chiesa, Giovanni circonda con i Santi Atanasio, Ambrogio e Agostino, la Cattedra del Bernini nell'abside della Basilica Vaticana.
Il Beato Pp Giovanni XXIII (Angelo Giuseppe Roncalli) pose il Concilio Vaticano II sotto la sua protezione.

S. Giovanni Crisostomo si colloca tra i Padri più prolifici: di lui ci sono giunti 17 trattati, più di 700 omelie autentiche, i commenti a Matteo e a Paolo (Lettere ai Romani, ai Corinti, agli Efesini e agli Ebrei), e 241 lettere.

Significato del nome Giovanni : "il Signore è benefico, dono del Signore" (ebraico).
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domenica 12 settembre 2010

Ripresa

Pur in assenza di messaggi da parte del gruppo, avendo trovato la fonte degli stessi , si è pensato di presentare giornalmente il testo del Vangelo, la riflessione quotidiana e il Santo del giorno.

Oggi, 12 settembre giorno dedicato al Nome Ss di Maria e domenica XXIV del tempo ordinario, si riprende la pubblicazione.
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Vangelo del giorno 12/9/2010 , domenica 24^ settimana t.o.

Dal Vangelo secondo Luca (15,1-32.)

Si avvicinavano a lui tutti i pubblicani e i peccatori per ascoltarlo. I farisei e gli scribi mormoravano: «Costui riceve i peccatori e mangia con loro». Allora egli disse loro questa parabola: «Chi di voi se ha cento pecore e ne perde una, non lascia le novantanove nel deserto e va dietro a quella perduta, finché non la ritrova? Ritrovatala, se la mette in spalla tutto contento, va a casa, chiama gli amici e i vicini dicendo: Rallegratevi con me, perché ho trovato la mia pecora che era perduta. Così, vi dico, ci sarà più gioia in cielo per un peccatore convertito, che per novantanove giusti che non hanno bisogno di conversione. O quale donna, se ha dieci dramme e ne perde una, non accende la lucerna e spazza la casa e cerca attentamente finché non la ritrova? E dopo averla trovata, chiama le amiche e le vicine, dicendo: Rallegratevi con me, perché ho ritrovato la dramma che avevo perduta. Così, vi dico, c'è gioia davanti agli angeli di Dio per un solo peccatore che si converte».

Disse ancora: «Un uomo aveva due figli. Il più giovane disse al padre: Padre, dammi la parte del patrimonio che mi spetta. E il padre divise tra loro le sostanze. Dopo non molti giorni, il figlio più giovane, raccolte le sue cose, partì per un paese lontano e là sperperò le sue sostanze vivendo da dissoluto. Quando ebbe speso tutto, in quel paese venne una grande carestia ed egli cominciò a trovarsi nel bisogno. Allora andò e si mise a servizio di uno degli abitanti di quella regione, che lo mandò nei campi a pascolare i porci. Avrebbe voluto saziarsi con le carrube che mangiavano i porci; ma nessuno gliene dava.

Allora rientrò in se stesso e disse: Quanti salariati in casa di mio padre hanno pane in abbondanza e io qui muoio di fame! Mi leverò e andrò da mio padre e gli dirò: Padre, ho peccato contro il Cielo e contro di te; non sono più degno di esser chiamato tuo figlio. Trattami come uno dei tuoi garzoni. Partì e si incamminò verso suo padre. Quando era ancora lontano il padre lo vide e commosso gli corse incontro, gli si gettò al collo e lo baciò. Il figlio gli disse: Padre, ho peccato contro il Cielo e contro di te; non sono più degno di esser chiamato tuo figlio. Ma il padre disse ai servi: Presto, portate qui il vestito più bello e rivestitelo, mettetegli l'anello al dito e i calzari ai piedi. Portate il vitello grasso, ammazzatelo, mangiamo e facciamo festa, perché questo mio figlio era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato. E cominciarono a far festa.

Il figlio maggiore si trovava nei campi. Al ritorno, quando fu vicino a casa, udì la musica e le danze; chiamò un servo e gli domandò che cosa fosse tutto ciò. Il servo gli rispose: E' tornato tuo fratello e il padre ha fatto ammazzare il vitello grasso, perché lo ha riavuto sano e salvo. Egli si arrabbiò, e non voleva entrare.

Il padre allora uscì a pregarlo. Ma lui rispose a suo padre: Ecco, io ti servo da tanti anni e non ho mai trasgredito un tuo comando, e tu non mi hai dato mai un capretto per far festa con i miei amici. Ma ora che questo tuo figlio che ha divorato i tuoi averi con le prostitute è tornato, per lui hai ammazzato il vitello grasso. Gli rispose il padre: Figlio, tu sei sempre con me e tutto ciò che è mio è tuo; ma bisognava far festa e rallegrarsi, perché questo tuo fratello era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato».
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Dio alla ricerca degli uomini

San Nicola Cabasilas (circa 1320-1363), teologo greco
La Vita in Gesù Cristo, I : PG 150, 502 D - 503 D

Nei sacri misteri, che adombrano la sua sepoltura e annunciano la sua morte, noi siamo generati, plasmati e uniti intimamente in modo mirabile al Salvatore mediante questa realtà. Per essi, come dice san Paolo, « in lui viviamo, ci muoviamo ed esistiamo » (At 17, 28).

Il battesimo ci concede di essere e sussistere in Cristo... La sacra unzione poi, completa e perfeziona la nascita, iniziando un'attività corrispondente a una tale vita. La divina eucaristia, infine, contiene e conserva questa vita... Perciò viviamo di questo pane, ma ci muoviamo grazie all'unzione, dopo aver ricevuto l'essere dal battesimo.

E a questa condizione viviamo di una vita trasferita da questo mondo visibile nell'invisibile, avendo mutato non il luogo, ma la vita e il modo di vivere ; Infatti non ci siamo noi mossi e elevati verso Dio, ma è stato Dio ad essere venuto e sceso verso di noi. Noi non l'abbiamo cercato, ma siamo stati cercati. Non è stata la pecora a mettersi in cerca del Pastore, né la dramma del Padrone di casa. Ma il Padrone si è chinato verso la terra e ha ritrovato la sua immagine, il Pastore è andato nel deserto dove errava la pecora e, caricatesela in spalla, l'ha riportata dal suo errare. Per questo non ci ha trasferiti in un altro luogo, ma ci ha lasciati sulla terra e resi celesti mediante l'infusione della sua vita nelle nostre anime. Non ci ha elevati nei cieli, ma ha abbassato i cieli fino a noi, secondo la parola del salmo : « Abbassò i cieli e discese » (Sal 17, 10).
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Santissimo Nome di Maria

La festa del “Santissimo nome di Maria” fu concessa da Roma, nel 1513, ad una diocesi spagnola: Cuenca. Soppressa dal Pontefice S. Pio V (Antonio Michele Ghislieri), fu ripristinata da Pp Sisto V (Felice Peretti) e poi estesa nel 1671 al Regno di Napoli e a Milano.

Il 12 settembre 1683, avendo Giovanni Sobieski, con i suoi polacchi, vinto i Turchi che assediavano Vienna e minacciavano la cristianità, il Beato Innocenzo XI (Benedetto Odescalchi), in rendimento di grazie, estese la festa alla Chiesa Universale e la fissò alla domenica fra l'ottava della Natività.
Il santo Papa Pio X (Giuseppe Sarto, 1903-1914) la riportò al 12 settembre.

A Roma c'è una Chiesa dedicata al “Santissimo Nome di Maria”, costruita nel XVIII secolo, che si trova presso il Foro Traiano, nel rione Trevi : il culto fu instaurato da Giuseppe Bianchi, già nel 1685, nella chiesa di S. Stefano del Cacco a Roma nel rione Pigna, per poi essere confermato dalla fondazione della “Congregazione del Santissimo Nome di Maria”, approvata formalmente nel 1688.

Nel 1694 la congregazione si trasferì alla chiesa di S. Bernardo a Colonna Traiani, una piccola chiesa edificata su una costruzione del XV sec. appartenuta alla compagnia di S. Bernardo di Chiaravalle, nei pressi della Colonna Traiana. In seguito venne acquistato il terreno adiacente in previsione della costruzione, che avvenne tra il 1736 ed il 1751 ad opera dell'architetto francese Antoine Derizet.
L'interno della Chiesa è ellittico. Vi sono sette piccole cappelle, decorate in marmo policromo.

San Paolo della Croce diceva : “Nei bisogni gettatevi nelle braccia di Maria Santissima, ricorrete a Lei come a una Madre misericordiosa, poi non vi inquietate, non vi perdete d'animo, ma fidatevi di Lei.”

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giovedì 9 settembre 2010

COMUNICAZIONE

Il blog nasce in base ai messaggi di un gruppo di preghiera.

In questi giorni non ci sono stati messaggi, probabilmente la persona più attiva all'interno del gruppo di preghiera ha impegni o altro che le impediscono l'invio di messaggi.

In attesa che riprenda la pubblicazione di messaggi si può pregare o meditare con quanto sin qui pubblicato.


Grazie a tutti
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