martedì 20 luglio 2010

Chiunque fa la volontà del Padre mio che è nei cieli, questi è per me fratello, sorella e madre

San [Padre] Pio di Pietrelcina (1887-1968), cappuccino
Buona giornata, 6, 8, 9/5

Maria, la Madre di Gesù sapeva benissimo che la redenzione si sarebbe adempiuta per mezzo della morte di suo figlio ; eppure anche lei ha pianto e sofferto, e quanto ! (GC, 21)

Se il Signore si manifesta a voi, rendetegli grazie ; se si nasconde, fate lo stesso. La Vergine Maria, nella sua bontà, continui ad ottenere per voi dal Signore la forza di sopportare senza venire meno le numerose prove di amore che egli vi dà. Auguro che arriviate fino a morire con lui sulla croce, e in lui possiate esclamare : « Tutto è compiuto » (AdFP, 563).

Maria trasformi in gioia ogni sofferenza della tua vita (GC, 24)

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lunedì 19 luglio 2010

Pensieri di San Pio

La carità è la regina delle virtú. Come le perle sono tenute insieme dal filo, cosí le virtú dalla carità. E come, se si rompe il filo, le perle cadono; cosí, se viene meno la carità, le virtú si disperdono.

La preghiera è la migliore arma che abbiamo; è una chiave che apre il cuore di Dio.

Siate molto bambini!

Ti consiglio di provare qualche volta a ritornare... all'inizio della tua «prima conversione», il che, se non è proprio come ridiventare bambini, gli assomiglia molto: nella vita spirituale, bisogna lasciarsi condurre con piena fiducia, senza timori né doppiezze; si deve parlare con assoluta chiarezza di ciò che si ha nella testa e nell'anima. (Solco, 145)

Siate molto bambini!
Quanto più piccoli, tanto meglio. Ve lo dice l'esperienza di questo sacerdote, che ha dovuto rialzarsi molte volte nel corso di questi trentasei anni — mi sembrano tanto brevi e tanto lunghi! — vissuti cercando di compiere un'esplicita Volontà di Dio.
Una cosa mi ha sempre aiutato: essere rimasto bambino, continuare a rifugiarmi nel grembo di mia Madre e nel Cuore di Cristo, mio Signore.
Le grandi cadute, quelle che causano gravi devastazioni nell'anima, talvolta con effetti quasi irrimediabili, procedono sempre dalla superbia, dal credersi adulti, autosufficienti. In tali casi, prevale nella persona una sorta di incapacità di chiedere aiuto a chi lo può dare: non solo a Dio, ma anche all'amico, al sacerdote. E quella povera anima, isolata nella sua disgrazia, cade nel disorientamento, nel traviamento. (Amici di Dio, 147)
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Sant' Epafra di Colossi

Vescovo e martire

Epafra era originario di Colossi e pagano; fu convertito da S. Paolo durante il triennio di apostolato ad Efeso. È fondatore e capo della Chiesa di Colossi. L'Apostolo ne tesse due volte l'elogio:
- in Col. 1,6-8 : “...così anche fra voi dal giorno in cui avete ascoltato e conosciuto la grazia di Dio nella verità, che avete appresa da Epafra, nostro caro compagno nel ministero; egli ci supplisce come un fedele ministro di Cristo, e ci ha pure manifestato il vostro amore nello Spirito.” ;
- in Col. 4,12-13 : “Vi saluta Epafra, servo di Cristo Gesù, che è dei vostri, il quale non cessa di lottare per voi nelle sue preghiere, perché siate saldi, perfetti e aderenti a tutti i voleri di Dio. Gli rendo testimonianza che si impegna a fondo per voi, come per quelli di Laodicèa e di Geràpoli.”

Nella lettera a Filemone (Fm, 23-24), infine, S. Paolo scrive : “Ti salutano Epafra, mio compagno di prigione in Cristo Gesù, Marco, Aristarco, Dema, Luca, miei collaboratori.”.

Epafra, infatti, era a Roma con lui, venutovi da Colossi per visitarlo e confortarlo con l'assicurazione del vivo affetto di tutti i suoi fedeli. Nel fervore del suo zelo apostolico, Epafra fece anche presente a S. Paolo che l'eresia cercava di penetrare in quelle Chiese e per preservarle dal pericolo fece loro scrivere dall'apostolo.

La tradizione formatasi su questo santo discepolo di S. Paolo fu raccolta da Adone: “Natalis beati Epaphrae, qui a beato Paulo Colossis ordinatus episcopus, clarus virtutibus, martyrii palmam pro ovibus sibi commendatis virili agone percepit; sepultus apud eandem urbem”.

Il Martirologio Romano, in data del 19 luglio, riporta, praticamente, il testo latino di Adone : “A Colossi, nella Frigia, il natale di sant’Epafra, che san Paolo Apostolo chiama compagno di prigione. Ordinato Vescovo in Colossi dallo stesso Apostolo, ivi chiaro per virtù, con valoroso combattimento, per le pecorelle affidategli, ricevette la palma del martirio: il suo corpo fu riposto in Roma” (in Santa Maria Maggiore).

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Il segno di Giona

San Pietro Crisologo (circa 406-450), vescovo di Ravenna, dottore della Chiesa
Discorsi, 3, PL 52, 303-306, CCL 24, 211-215

Ecco che la fuga del profeta Giona lontano dal Signore (Gn 1, 3) diventa una figura profetica, e ciò che viene presentato come un naufragio funesto diventa il segno della Risurrezione del Signore. Il testo stesso della storia di Giona ci mostra bene come egli realizza pienamente la figura del Salvatore. Sta scritto che Giona « si mise in cammino per fuggire lontano dal Signore ». Il Signore stesso non ha forse rifiutato la condizione e l'aspetto della divinità , per assumere la condizione e l'aspetto dell'uomo ? Così dice l'Apostolo Paolo : « Pur essendo di natura divina, non considerò un tesoro geloso la sua uguaglianza con Dio ; ma spogliò se stesso, assumendo la condizione di servo » (Fil 2, 6-7). Lui che è Signore, ha rivestito la condizione di Servo ; per passare inosservato nel mondo, per essere vittorioso del demonio, ha fuggito lontano da se stesso, nell'uomo... Dio è dovunque : è impossibile fuggire lontano da lui. Per « fuggire lontano dal Signore », non in un'altro luogo ma, in un certo senso, in un'altro aspetto, Cristo si è rifugiato nel volto della nostra schiavitù, fino ad assumerlo totalmente.

Il testo prosegue : « Giona scese a Giaffa, dove trovò una nave per Tarsis ». Colui che scende, eccolo : « Nessuno è mai salito al cielo, fuorché il Figlio dell'uomo » (Gv 3, 13). Il Signore è sceso dal cielo verso la terra, Dio è sceso verso l'uomo, l'onnipotenza è scesa verso la nostra schiavitù. Ma Giona che scendeva verso la nave è dovuto salire in essa per viaggiare ; così Cristo, sceso in questo mondo, è salito, con le sue virtù e con i miracoli, nella nave della sua Chiesa.
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domenica 18 luglio 2010

Siate bambini che desiderano la Parola di Dio

La nostra volontà, con la grazia, è onnipotente davanti a Dio. —Così, di fronte a tante offese al Signore, se diciamo a Gesù con volontà efficace, nell'andare in tram, per esempio: “Dio mio, vorrei fare tanti atti d'amore e di riparazione quanti sono i giri delle ruote di questa vettura”, in quello stesso istante, nei confronti di Gesù, abbiamo realmente amato e riparato secondo il nostro desiderio.
Questa “sciocchezza” non esula dall'infanzia spirituale: è il dialogo eterno tra il bambino innocente e il padre innamorato pazzo di suo figlio: —Quanto mi vuoi bene? Dimmi! —E il piccolo scandisce: —Mol-ti mi-lio-ni! (Cammino, 897)

Nella vita interiore è assai vantaggioso per noi tutti essere quasi modo geniti infantes, come quei piccoli che sembrano fatti di gomma, che sanno godere persino dei loro capitomboli, perché si rimettono subito in piedi per continuare le loro scorribande e perché hanno anche, se è necessario, il conforto dei genitori.
Se ci comportiamo come loro, gli inciampi e gli insuccessi — peraltro inevitabili — della vita interiore non sboccheranno mai nell'amarezza.
Reagiremo col pentimento, ma senza sconforto, e col sorriso che sgorga, come acqua limpida, dalla gioia della nostra condizione di figli di Dio, figli del suo Amore di Padre, della sua grandezza, della sua sapienza infinita, della sua misericordia.
Ho imparato, nei miei anni di servizio al Signore, ad essere figlio piccino di Dio. E' ciò che chiedo a voi: siate quasi modo geniti infantes, bambini che desiderano la parola di Dio, il pane di Dio, l'alimento di Dio, la fortezza di Dio, per comportarvi d'ora innanzi come veri cristiani (Amici di Dio, 146)
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S. Bruno di Segni

Vescovo

Bruno di Segni (o Brunone), secondo alcuni autori, nacque dal padre Andrea e la madre Willa (Guglielmina) tra il 1040 e 1045 a Solero, un paese a pochi chilometri da Alessandria, che in quel periodo non era ancora stata fondata e quindi apparteneva alla diocesi di Asti.

Trascorsa la fanciullezza sotto la salutare e sapiente guida di monaci Martiniani, fu inviato dai genitori all'Università di Bologna dove, ancor giovane, si laureò. Benché in ambiente non favorevole, si conservò virtuoso e fermo nella fede della prima educazione. Facendosi sempre più sentire la vocazione, desideroso di seguire i consigli del Signore, decise di ritirarsi nel monastero di Montecassino.
Però durante il viaggio, si fermò a Siena dove, per disposizione di Dio, fu trattenuto dal vescovo Rodolfo, che lo nominò canonico di quella cattedrale.

Trasferitosi a Roma, ospite del cardinale Pietro Igneo, per le sue eccelse doti di oratore e studioso di teologia, venne prescelto da S. Gregorio VII (Ildebrando Aldobrandeschi di Soana) per confutare le tesi degli eresiarchi, capeggiati da Berengario di Tours, riguardo all’Eucarestia, durante il Concilio Lateranense nel 1079. Egli portò così bene a termine il suo incarico che il papa lo nominò nel medesimo anno vescovo di Segni (provincia di Roma).

Bruno a Segni si trovò in una difficile situazione : dovette contrastare le pretese del conte di Segni Adolfo sulla diocesi nella lotta tra l'imperatore Enrico IV ed il Pp Gregorio VII. La leggenda narra che il conte imprigionò Bruno che non voleva piegarsi al volere dell'imperatore, ma il vescovo, mentre era in prigionia, mutò per ben tre volte l'acqua in vino, provocando la costernazione del conte che in segno di perdono lo liberò.

Dopo la prigionia, Bruno, stanco e provato, rinunciò alla cattedra di Segni per ritirarsi presso l'Abbazia di Montecassino nel 1099, ma, nel 1104, Pp Pasquale II (Raniero Ranieri) lo inviava quale legato pontificio in Francia dove diresse il Concilio di Poitiers.
Tornato a Montecassino, nel 1107 ne fu eletto abate. Papa Pasquale II non obbiettò al suo pluralismo fino a che nel conflitto del 1111 Bruno tenne le parti dell'antipapa Maginulfo (Silvestro IV). Per questo Bruno dovette rassegnare le dimissioni da abate di Montecassino e tornare a Segni.

Subito dopo la morte del vescovo, avvenuta il 18 luglio 1123, i cittadini di Segni cominciarono a venerarlo e solamente dopo 58 anni, Pp Lucio III (Ubaldo Allucignoli), nel primo anno del suo pontificato (1181), ne dichiarava la santità ed ordinava che fosse inscritto nel catalogo dei santi.

S. Bruno fu pure un grande scrittore. I suoi scritti sono principalmente esegetici. Il suo “Libellus de symoniacis”, scritto prima del 1109, è importante per la sua discussione del significato di simonia e specialmente per il suo atteggiamento sui sacramenti somministrati da un prete simoniaco. Inoltre, nonostante i molti incarichi, trovò il tempo per commentare tredici libri della Sacra Bibbia; scrisse la vita di S. Leone IX (Brunone dei Conti di Egisheim-Dagsburg) e di S. Pietro vescovo di Anagni; un trattato sui Sacramenti e un altro sul santo Sacrificio della Messa. Di lui rimangono pure 145 omelie e 6 libri di sentenze.

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Marta e Maria

Santa Teresa d'Avila (1515-1582), carmelitana, dottore della Chiesa
Il cammino di perfezione, ch. 17, 5-7

Santa Marta era santa, benché non si dicesse che fosse contemplativa. Cosa potete desiderare di più che assomigliare a questa beata donna, che meritò tante volte di possedere Gesù Cristo nostro Signore nella sua casa, di preparargli il cibo, di servirlo, di mangiare a tavola con lui ? Se fosse rimasta assorta come sua sorella, non ci sarebbe stato nessuno per preparare il pasto di questo divino ospite. Ebbene ! Figuratevi che il nostro monastero sia la casa di santa Marta e che sia necessario che vi siano vari uffici. Quelle che Dio conduce per mezzo della vita attiva non devono mormorare contro quelle che vedranno assorte nella contemplazione... Si considerino fortunate di servire insieme con Marta. Ritengano pure che la vera umiltà consiste, soppratutto, nell'accettazione sollicita di ciò che piace al Signore di ordinarci, e nella convinzione che siamo indegne di essere chiamate del nome dei suoi servi.

Dunque se contemplare, fare orazione mentale o vocale, curare i malati, servire negli impieghi della casa, darsi ai lavori anche i più umili non è altro che compiere i propri doveri riguardo all'ospite divino che viene ad allogiare, mangiare o riposarsi da noi, cosa ci importa servirlo in un modo o nell'altro ?

Sono ben lungi dal dire che non dovete sforzarvi di giungere alla contemplazione. Dico semplicemente che dovete esercitarvi in funzioni diverse. La contemplazione infatti non vi è concessa a vostro piacimento, ma a quello del Signore ... Lasciate fare il Padrone di casa.
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sabato 17 luglio 2010

Queste crisi mondiali sono crisi di santi

È giunto per noi un giorno di salvezza, di eternità. Una volta ancora si odono i richiami del Pastore Divino, le sue parole affettuose: “Vocavi te nomine tuo” — ti ho chiamato per nome. Come nostra madre, Egli ci invita per nome.
Anzi: con il nomignolo affettuoso, famigliare. — Laggiù, nell'intimità dell'anima, chiama, e bisogna rispondere: “Ecce ego, quia vocasti me” — eccomi, perché mi hai chiamato, deciso stavolta a non permettere che il tempo passi come l'acqua sui ciottoli, senza lasciare traccia. (Forgia, 7)

Voi e io facciamo parte della famiglia di Cristo, perché in lui Dio ci ha scelti prima della creazione del mondo, per essere santi e immacolati al suo cospetto nella carità, predestinandoci a essere suoi figli adottivi per opera di Gesù Cristo, secondo il beneplacito della sua volontà (...)
La meta che vi propongo — o meglio, la meta che Dio indica a noi tutti — non è un miraggio o un ideale irraggiungibile: potrei portarvi molti esempi di gente della strada, come voi e come me, uomini e donne, che hanno incontrato Gesù che passa quasi in occulto [Gv 7,10] per i crocicchi apparentemente più usuali, e si sono decisi a seguirlo, abbracciando con amore la croce di ogni giorno [Cfr Mt 16,24]. In questo tempo di sgretolamento generale, di cedimenti e di scoraggiamenti, o di libertinaggio e di anarchia, mi sembra ancor più attuale la semplice e profonda convinzione che, agli inizi del mio lavoro sacerdotale, e sempre, mi ha consumato nel desiderio di comunicarla a tutta l'umanità: queste crisi mondiali sono crisi di santi. (...)
Vita interiore: è un'esigenza della chiamata che il Maestro ha acceso nell'anima di tutti. Dobbiamo essere santi — se mi consentite l'espressione — da capo a piedi: cristiani veri, autentici, canonizzabili; altrimenti avremo fallito come discepoli dell'unico Maestro. Badate inoltre che Dio, fissando la sua attenzione su di noi, concedendoci la grazia che ci sostiene nella lotta per raggiungere la santità in mezzo al mondo, ci impone anche l'obbligo dell'apostolato. (Amici di Dio, nn. 2-5)
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BB. Teresa di S. Agostino e 15 consorelle

Tutte le rivoluzioni hanno avuto vittime spesso innocenti. Anche la “rivoluzione” cristiana ha avuto in Gesù Cristo la sua prima vittima e, nel corso dei secoli, innumerevoli altre vittime che hanno reso testimonianza con la propria vita: sono i martiri. “Il martirio è la suprema testimonianza resa alla verità della fede; il martire è un testimone che arriva fino alla morte. Egli rende testimonianza a Cristo, morto e risorto, al quale è unito dalla carità. Rende testimonianza alla verità della fede e della dottrina cristiana e affronta la morte con un atto di fortezza” (CCC. 2473). La rivoluzione francese si accanì non solo contro le ingiustizie sociali, ma anche contro la religione e il Carmelo non mancò di fornire così i suoi martiri.

La Comunità delle Carmelitane Scalze si era stabilita a Compiègne nel 1641, provenendo dal monastero di Amiens. A sette anni dalla fondazione sorgeva il convento con la chiesa dedicata all’Annunciazione. Il monastero prosperò sempre nel fervore, splendendo per regolare osservanza e per fedeltà allo spirito, godendo dell’affetto e della stima della corte francese. Allo scoppio della Rivoluzione le monache rifiutarono di deporre l’abito monastico e quando i torbidi accennarono ad aumentare, tra il giugno e il settembre 1792, seguendo un’ispirazione avuta dalla priora, Teresa di S. Agostino, tutte si offrirono al Signore in olocausto. L’atto di consacrazione divenne l’offerta quotidiana fino al giorno del martirio, giunto due anni dopo.

Cacciate, dunque, dal monastero il 14 settembre 1792, le Carmelitane continuarono la loro vita di preghiera e penitenza, divise in quattro gruppi in varie parti di Compiègne e unite dall’affetto e dalla corrispondenza, sotto la vigile direzione di Teresa di S. Agostino.
Presto scoperte e denunciate dal comitato rivoluzionario, il 24 giugno 1794 furono catturate e rinchiuse insieme a Sainte Marie, già monastero della Visitazione, trasformato in carcere. Da Compiègne le sedici carmelitane furono trasferite a Parigi: vi giunsero il 13 luglio e immediatamente furono rinchiuse nel terribile carcere della Conciergerie, pieno già di sacerdoti, religiosi ed altre persone destinate alla morte. Esempio a tutti di tranquillità e di serena confidenza in Dio e, insieme, modello di attaccamento totale a Gesù e alla Chiesa, sapevano effondere intorno a sé anche un raggio di gioia.

Con giudizio sommario, le sedici Carmelitane furono condannate a morte dal tribunale rivoluzionario per la loro fedeltà alla vita religiosa. Giunte ai piedi della ghigliottina, dopo aver cantato il “Veni Creator”, una dopo l’altra rinnovarono davanti alla priora la professione religiosa e furono decapitate. Ultima venne uccisa la Madre Teresa di S. Agostino, che aveva preparato le figlie al martirio e che aveva realizzato in maniera meravigliosa quanto ella era solita dire: “L’amore sarà sempre vittorioso. Quando si ama, si può tutto”.
Il martirio, avvenuto il 17 luglio 1794, dimostrava ancora una volta il potere insuperabile dell'amore di Cristo.

Dai documenti esistenti e dalle testimonianze preziose delle tre carmelitane scalze della comunità di Compiegne che sfuggirono al martirio, si ha l'elenco delle sedici martiri con i loro rispettivi nomi di religione, più o meno completi e, tra parentesi, quelli secolari:

Teresa di S. Agostino (Maria Maddalena Claudina Lidoine), priora;

Suor S. Luigi (Maria Anna Francesca Brideau), sottoprìora;
Suor Anna Maria di Gesù Crocifisso (Maria Anna Piedcourt);
Suor Carlotta della Resurrezione (Anna Maria Maddalena Thouret);
Suor Eufrasia dell'Immacolata Concezione (Maria Claudia Cipriana Brard);
Suor Enrichetta di Gesù (Maria Francesca de Croissy);
Suor Teresa del Cuore di Maria (Maria Anna Hanisset);
Suor Teresa di S. Ignazio (Maria Gabriella Trézel);
Suor Giulia Luisa di Gesù (Rosa Cristiana de Neuville);
Suor Maria Eririchetta della Provvidenza (Maria Annetta Pelras);
Suor Costanza (Maria Genoveffa Meunier), novizia;
Suor Maria dello Spirito Santo (Angelica Roussel), conversa;
Suor S. Marta (Maria Dufour), conversa;
Suor S. Francesco Saverio (Elisabetta Giulietta Vérolot), conversa;
Suor Caterina Soiron, suora esterna (tourière);
Suor Teresa Soiron, suora esterna (tourière).

I corpi delle sedici martiri furono gettati in una fossa comune, con altri corpi di condannati, in un posto che divenne poi l'attuale cimitero di Picpus, dove una lapide ricorda il loro martirio. Di esse rimasero alcuni indumenti che le carmelitane scalze stavano lavando alla Conciergerie quando furono portate in giudizio e che, due o tre giorni dopo, vennero dati alle benedettine inglesi di Cambrai, pure incarcerate, ma poi rimesse in libertà; tali indumenti preziosi sono oggi all'abbazia delle benedettine di Staribrook, in Inghilterra. Reliquie preziose sono ancora gli scritti delle martiri : lettere, poesie, biglietti; essi sono riferiti, insieme all'altra documentazione di grande valore, dal p. Bruno di Gesù Maria nella sua opera fondamentale.

Le martiri furono beatificate da S. Pio X (Giuseppe Sarto) il 13 maggio 1906.
La loro festa è celebrata il 17 luglio dall'Ordine dei Carmelitani Scalzi e dall'Arcidiocesi di Parigi.
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Ecco il mio servo

Origene (circa 185-253), sacerdote e teologo
Commento sul vangelo di San Giovanni 32, 4 ; PG 14, 741-752

Mentre cenavano, Gesù si alzò da tavola, depose le vesti facendosi simile a un servo, come lo mostrano queste parole : « preso un asciugatoio, se lo cinse attorno alla vita », affinché non fosse completamente nudo e asciugasse i piedi dei discepoli con il proprio asciugatoio (Gc 13, 2-5). Vedete quanto la grandezza e la gloria del Verbo fatto carne si abbassa ; per lavare i piedi dei suoi discepoli : « versa dell'acqua nel catino ».

Abramo alzò gli occhi e vide che tre uomini stavano in piedi presso di lui. Appena li vide, corse loro incontro dall'ingresso della tenda e si prostrò fino a terra dicendo : « Mio Signore, se ho trovato grazia ai tuoi occhi, non passar oltre senza fermarti dal tuo servo » (Gen 18, 2-3). Ma Abramo non prende lui stesso dell'acqua, né dichiara che laverà i piedi degli forestieri perché sono venuti da lui, ma dice « si vada a prendere un po' di acqua e lavatevi i piedi ». Neanche Giuseppe ha portato dell'acqua per lavare i piedi dei suoi undici fratelli ; ma è stato il maggiordomo a dare « loro acqua perché si lavassero i piedi » (Gen 43, 24).

Ma colui che ha dichiarato : « Io sto in mezzo a voi come colui che serve » (Lc 22, 27) e ha detto a ragione : « Imparate da me che sono mite e umile di cuore » (Mt 11, 29), versa lui stesso dell'acqua nel catino. Sapeva che nessuno, salvo lui, avrebbe potuto lavare i piedi dei discepoli affinché questa purificazione desse loro di avere parte con lui... L'acqua, secondo me, era una parola capace di lavare i piedi dei discepoli, mentre si avvicinavano al catino che Gesù aveva posto lì per loro.
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venerdì 16 luglio 2010

Porta sul petto il santo scapolare

Porta sul petto il santo scapolare del Carmine. —Poche devozioni —ci sono molte e bellissime devozioni mariane— sono così radicate tra i fedeli e così ricche di benedizioni dei Pontefici. —E poi, è così materno quel privilegio sabatino! (Cammino, 500)

Quando ti domandarono quale immagine della Madonna t'ispirava più devozione, e rispondesti —come chi ne ha ben fatto esperienza— “Tutte”, compresi che eri un figlio buono: perciò ti piacciono —“Mi fanno innamorare”, dicesti— tutti i ritratti di tua Madre.(Cammino, 501)

Maria, maestra di orazione. —Guarda come prega suo Figlio, a Cana. E come insiste, senza perdersi d'animo, con perseveranza. —E come ottiene.—Impara. (Cammino, 502).

Se vuoi essere fedele, sii molto mariano.La Madre nostra —dall'annuncio dell'Angelo fino alla sua agonia al piedi della Croce— non ha avuto altro cuore né altra vita che quella di Gesù.Ricorri a Maria con tenera devozione di figlio, ed Ella ti otterrà la lealtà e l'abnegazione che desideri. (Via Crucis, Stazione. XIII, n.4)
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Beata Vergine Maria del Monte Carmelo

Il primo profeta d'Israele, Elia (IX sec. a.C.), dimorando sul Monte Carmelo, ebbe la visione della venuta della Vergine che si alzava come una piccola nube, dalla terra verso il monte, portando la pioggia e salvando Israele dalla siccità. In quella immagine tutti i mistici cristiani e gli esegeti hanno sempre visto la Vergine Maria che, portando in sé il Verbo divino, ha dato la vita e la fecondità al mondo.
Un gruppo di eremiti, “Fratelli della Beata Vergine Maria del Monte Carmelo”, costruirono una cappella dedicata alla Vergine sul Monte Carmelo. I monaci carmelitani fondarono, inoltre, dei monasteri in Occidente.

Il 16 luglio del 1251 la Vergine, circondata da angeli e con il Bambino in braccio, apparve al primo Padre generale dell'Ordine, S. Simone Stock, al quale diede lo “Scapolare” col “Privilegio Sabatino”, ossia la promessa della salvezza dall'inferno, per coloro che lo indossano e la liberazione dalle pene del Purgatorio il sabato seguente alla loro morte.

Nelle “Cronache del Carmelo” sono riportati numerosi e autentici prodigi relativi allo “Scapolare” fra cui :
Agli inizi del XX sec., a Ashtabula (Ohio), un uomo, attraversando imprudentemente il passaggio a livello fu letteralmente tagliato in due. Alla sorpresa generale resta in vita e reclama i soccorsi di un prete; quest'ultimo arriva e sente la confessione dell'uomo rimasto cosciente per tre quarti d'ora. Dopo aver ricevuto l'estrema unzione, questo peccatore, riconciliato “in extremis” con Dio, muore in pace. Sul suo petto fu trovato lo Scapolare.

Lo Scapolare salva ancora un prete francese colpito a bruciapelo da un proiettile mentre celebrava la messa. Miracolosamente lo Scapolare aveva fatto da scudo in quanto il proiettile fu ritrovato incollato su di esso.

Anche S. Alfonso Maria de’ Liguori e Don Bosco portavano lo Scapolare e, in ambedue i casi, alla loro riesumazione ai fini dei processi di beatificazione, i loro corpi erano ridotti in polvere mentre gli Scapolari erano rimasti intatti (lo Scapolare di S. Alfonso è esposto al Monastero S. Alfonso di Roma).
S. Pio X (Giuseppe Sarto), con decreto “Cum Sacra” del 16 dicembre 1910, ha concesso la facoltà di sostituire lo Scapolare di tessuto (lana) con una medaglia a causa del rapido deterioramento della stoffa nei paesi caldi. Questa concessione è stata, in seguito, estesa in tutto il mondo. La medaglia (benedetta secondo una formula di benedizione dei Carmelitani) deve comportare da una parte Nostro Signore che mostra il suo Cuore e dall'altra la Vergine Maria del Monte Carmelo.

A Fatima le Apparizioni si conclusero con la visione della Madonna del Carmelo. Lucia, fattasi poi carmelitana scalza, disse che nel messaggio della Madonna “il Rosario e lo Scapolare sono inseparabili ”.
Papa Pio XII (Eugenio Pacelli) affermò che “chi lo indossa viene associato in modo più o meno stretto, all’Ordine Carmelitano”, aggiungendo “quante anime buone hanno dovuto, anche in circostanze umanamente disperate, la loro suprema conversione e la loro salvezza eterna allo Scapolare che indossavano! Quanti, inoltre, nei pericoli del corpo e dell’anima, hanno sentito, grazie ad esso, la protezione materna di Maria! La devozione allo Scapolare ha fatto riversare su tutto il mondo, fiumi di grazie spirituali e temporali ”.

Altri papi ne hanno approvato e raccomandato il culto come il Beato Giovanni XXIII (Angelo Giuseppe Roncalli) e il Servo di Dio Giovanni Paolo II (Karol Józef Wojtyła) che scrisse ai padri Joseph Chalmers e Camilo Maccise, dell'Ordine dei “Fratelli della Beata Vergine Maria del Monte Carmelo” : « Anch'io porto sul mio cuore, da tanto tempo, lo Scapolare del Carmine! Per l'amore che nutro verso la comune Madre celeste, la cui protezione sperimento continuamente, auguro che quest'anno mariano aiuti tutti i religiosi e le religiose del Carmelo e i pii fedeli che la venerano filialmente, a crescere nel suo amore e a irradiare nel mondo la presenza di questa Donna del silenzio e della preghiera, invocata come Madre della misericordia, Madre della speranza e della grazia. Con questi auspici, imparto volentieri la Benedizione Apostolica a tutti i frati, le monache, le suore, i laici e le laiche della Famiglia carmelitana, che tanto operano per diffondere tra il popolo di Dio la vera devozione a Maria, Stella del mare e Fiore del Carmelo! » (Dal Vaticano, 25 marzo 2001, Joannes Paulus II)

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Osservare il sabato

Elredo di Rievaulx ( 1110-1167), monaco cistercense inglese
Specchio della carità, III, 3,4

Dapprima, occorre sudare facendo buone opere, per riposarci poi nella pace della coscienza... Questa è la celebrazione gioiosa del primo sabato, quando ci riposiamo dalle opere servili del mondo... e non trasportiamo più i fardelli delle passioni.

Possiamo però lasciare la stanza intima dove abbiamo celebrato questo primo sabato, per raggiungere la dimora del cuore, dove conviene «rallegrarci con quelli che sono nella gioia, piangere con quelli che sono nel pianto» (Rm 12,15), «essere debole con chi è debole, fremere con chi riceve scandalo» (2 Cor 11,29).

Lì sentiremo la nostra anima unita a quella di tutti i fratelli con il cemento della carità; non vi siamo più turbati dai pungiglioni della gelosia, bruciati dal fuoco dell'ira, colpiti dalle frecce del sospetto; siamo liberati dai morsi divoratori della tristezza.

Se attiriamo tutti gli uomini nel grembo pacificato del nostro spirito, dove tutti sono raccolti, riscaldati da un dolce affetto e dove abbiamo «un cuore solo e un'anima sola» (At 4,32), allora assaporando questa meravigliosa dolcezza, il tumulto delle cupidigie fa subito silenzio, il chiasso delle passioni si placa, e dentro di noi si opera un completo distacco da ogni cosa nociva, un riposo gioioso e calmo nella dolcezza dell'amore fraterno.

Nella pace di questo secondo sabato, la carità fraterna non lascia più sussistere alcun vizio... Pervaso dalla dolcezza pacifica di tale sabato, Davide è scoppiato in un canto di giubilo: «Ecco quanto è buono e quanto è soave che i fratelli vivano insieme» (Sal 132,1)
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giovedì 15 luglio 2010

Cerca di attenerti a un piano di vita

Assoggettarsi a un piano di vita, a un orario —mi hai detto— è così monotono! E ti ho risposto: c'è monotonia perché manca Amore. (Cammino, 77)

Cerca di attenerti a un piano di vita, con costanza: alcuni minuti di orazione mentale, assistere alla santa Messa — ogni giorno se ti è possibile — e ricevere la Comunione, ricorrere con regolarità al santo Sacramento del perdono — anche se la tua coscienza non ti accusa di peccato mortale —, la visita a Gesù nel Tabernacolo, la recita del santo Rosario con la contemplazione dei misteri, e tante altre pratiche stupende che già conosci o puoi imparare.
Non devono diventare norme rigide, compartimenti stagni; indicano un cammino duttile, adattato alla tua condizione di uomo che vive in mezzo al mondo, con un lavoro professionale intenso, con dei doveri e delle relazioni sociali: da non trascurare, perché proprio in quei compiti continui a incontrare il Signore. Il tuo piano di vita deve essere come un guanto di gomma che si adatta perfettamente alla mano che lo calza.
Non dimenticare che quello che conta non è fare molte cose; limitati a compiere, con generosità, quelle cose che puoi fare ogni giorno, sia che ne abbia o no la voglia. Quelle pratiche ti condurranno, quasi senza che te ne avveda, all'orazione contemplativa. Germoglieranno sempre di più dalla tua anima gli atti di amore, le giaculatorie, gli atti di ringraziamento e di riparazione, le comunioni spirituali. E tutto ciò mentre assolvi i tuoi obblighi: mentre prendi il telefono o sali su un mezzo di trasporto, mentre chiudi o apri una porta, quando passi davanti a una chiesa, quando inizi un nuovo compito, o mentre lo svolgi o quando lo concludi; farai tutto alla presenza di Dio tuo Padre.(Amici di Dio, 149)
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San Bonaventura

Vescovo e Dottore della Chiesa

Bonaventura, al secolo Giovanni Fidanza, nacque a Civita di Bagnoregio (VT), molto pro­babilmente nel 1217, da Giovanni Fidanza, medico, e da Maria di Ritello.
Portò inizialmente il nome del padre, Giovanni, che cambiò in Bonaventura al momento del suo ingresso nella famiglia francescana. Della sua infanzia si conosce pochissimo. Lui stesso racconta che, ancora fanciul­lo, venne guarito da una pericolosa malattia per l'intercessione di S. Francesco.
Non si sa quando Bonaventura ha lasciato Bagnoregio (forse nel 1235) per studiare a Parigi, né si conosce la parte avuta dai genitori o dai frati nella decisione, ma è facilmente intuibile l'appoggio dei francescani, ben radicati anche in Francia, ad un loro studente, anche se quando è partito, forse, non pensava di farsi frate.

Studiò alla Sorbona di Parigi dove, nel 1243, divenne Dottore di Arti. Avendo poi scelto di seguire Francesco, prese la strada della teologia e nel 1253 diventa magister (cioè "maestro") di teologia e ottiene la licentia docendi (la "licenza d'insegnare").

Il 2 febbraio 1257, nel convento dell'Aracœli a Roma, veniva eletto Ministro Generale dei Francescani anche se si trovava a Parigi dove, il 23 ottobre 1257, poté entrare come professore universitario nel corpo accademico della Sorbona.
Come settimo successore di S. Francesco coprirà la carica di MG per 17 anni. La fama, la dottrina, la mitezza, la chiarezza di idee e la sua energia avevano convinto i padri capitolari presieduti da Pp Alessandro IV (Rinaldo di Jenne) ad eleggerlo. Quello era un momento assai delicato per l'Ordine Francescano e Bonaventura venne giudicato all'altezza. Nonostante il gravoso incarico, continuò a predicare, ad insegnare, a far conferenze, a dirigere le anime e a consigliare Re e Papi.

Nel 1273 venne creato Cardinale e vescovo di Albano e nel 1274 partecipò al Concilio di Lione divenendone anima ed oracolo.
O per l'eccessiva fatica o per la cagio­nevole salute morì nella notte tra il 14 ed il 15 luglio 1274. Pierre de Tarentasie, futuro Pp Innocenzo V, ne celebrò le esequie e Bonaventura venne inumato nella chiesa francescana di Lione; al suo funerale parteciparo­no tutti i padri conciliari.

Bonaventura fu canonizzato il 14 aprile 1482 dal Pp francescano Sisto IV (Francesco della Rovere).

II 14 marzo 1490, a seguito della ricognizione e della traslazione del corpo del Santo a Lione, venne estratto il braccio destro che, custodito in una preziosa teca d'argento a forma di braccio, venne portato a Bagnoregio l'anno successivo dal Ministro Generale dell'Ordine dei Francescani Francesco Sansone; oggi il braccio è custodito in Cattedrale. Per ricordare questa Traslazione si fa festa oltre che il 15 luglio, anche il 14 marzo.
Nel 1588, un altro francescano, Pp Sisto V (Felice Peretti) lo dichiarò “Dottore della Chiesa”.

Le numerose opere di S. Bonaventura illuminano la mente e riscaldano il cuore tanto che Pp Leone XIII (Gioacchino Pecci, 1878-1903) ebbe a dire: “dalla loro lettura siamo rapiti in estasi e condotti a Dio”. Tra le opere di carattere esegetico, mistico, ascetico, filosofico, teologico ed orato­rio spicca I' “Itinerarium mentis in Deum” (Itinerario della mente verso Dio) che sembra scritto più col cuore che con la penna.
Perfetto seguace di San Francesco ne assimila gli insegnamenti e li trasmette con la vita e la dottrina. Innamorato della Parola di Dio la legge e trascrive tutta più volte fino ad impararla a memoria.
Ma il libro preferito dal santo è il Crocifisso davanti al quale sosta in devota adorazione e meditazione per lunghe ore. Per lui la Croce è la verga che apre le acque verso la libertà e chi non ama la Croce, resta schiavo. Come Francesco, Bonaventura ama le creature nelle quali vede impressa l'orma di Dio tanto che nell'Itinerarium scri­ve: “apri gli occhi, tendi l'orecchio, disserra le tue labbra, eccita il cuore a vedere, inten­dere, lodare, amare, glorificare Dio in tutte le cose, se non vuoi che insorga contro di te tutto l'universo”.
Come sarebbe bello se gli uomini oggi riuscissero a scorgere Dio nelle creature e negli eventi storici sintonizzandosi con il canto degli astri, degli oceani, dei monti, delle valli, dei fiumi, degli uccelli, dei fiori e dei frutti che si leva incessante verso Dio. S. Bonaventura chiede all'uomo di ogni tempo di riconoscere la presenza di Dio nelle realtà terrestri perché solo in questa visuale si possono vincere le suggestioni dell'edo­nismo, della desacralizzazione e del secolarismo. Senza Dio le parole "libertà e progresso" restano puri desideri.

S. Bonaventura come S. Francesco ha capito che l'unico valore è Dio il quale ama le creature ed amandole le crea. A loro volta le creature sono riconoscenti per la vita rice­vuta e così si mette in moto uno scambio di amore che non finirà mai. Più si conosce Dio e più lo si ama. Per questo Bonaventura ha studiato Dio nelle creature, nelle scrit­ture, nel Crocifisso, nella vita di Francesco e nella sua e lo ha fatto non per amore della scienza ma per dare alla propria vita un programma: “Nolo te cognoscere, nisi ut te dìli­gam”: “Ti studierò solo per amarti”.

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Le tre catechesi di Benedetto XVI su S.Bonanventura:
3 marzo 2010, (1)
10 marzo 2010, (2)
17 marzo 2010, (3)
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Imparate da me

Santa Teresa del Bambin Gesù (1873-1897), carmelitana, dottore della Chiesa
Preghiera per ottenere l'umiltà, Preghiera n° 20

O Gesù! Quando eri pellegrino sulla terra, hai detto: «Imparate da me, che sono mite e umile di cuore, e trovrete ristoro per le vostre anime». O potente re dei cieli, sì, la mia anima trova ristoro vedendo te rivestito della forma e della natura di schiavo (Fil 2,7) abbassarti fino a lavare i piedi dei tuoi apostoli. Ricordo allora queste parole che hai pronunciate per insegnarmi a praticare l'umiltà: «Vi ho dato l'esempio, perché come ho fatto io, facciate anche voi. Un discepolo non è più grande del maestro. Sapendo queste cose, sarete beati se le metterete in pratica» (Gv 13,15-17). Signore, so queste parole uscite dal tuo cuore mite e umile, e le voglio mettere in pratica con l'aiuto della tua grazia.

Voglio abbassarmi umilmente e sottomettere la mia volontà a quella delle mie sorelle, non contraddicendole in nulla, e non cercando se hanno il diritto di comandarmi. Nessuno, o mio Amato, aveva questo diritto nei tuoi confronti, eppure hai obbedito non soltanto alla Vergine santa e a san Giuseppe, ma pure ai tuoi carnefici. Ora, nell'ostia, ti vedo portare al culmine i tuoi annientamenti. Quanto è grande la tua umiltà, o divino Re di gloria... O, mio Amato, sotto il velo della bianca ostia, quanto mi appari mite e umile di cuore!... O Gesù, mite e umile di cuore, rendi il mio cuore simile al tuo cuore!
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mercoledì 14 luglio 2010

Che bello essere giullare di Dio!

A volte, qualcuno mi ha detto: Padre, io mi sento stanco e freddo; quando prego o compio qualche norma di pietà, mi sembra di star facendo una commedia... A questo amico, e a te — se ti trovi nella stessa situazione —, rispondo: una commedia? — Gran cosa, figlio mio! Fa' la commedia! Il Signore è il tuo spettatore!: il Padre, e il Figlio, e lo Spirito Santo; la Trinità Beatissima ci starà contemplando, nei momenti in cui “facciamo la commedia”. — Agire così davanti a Dio, per amore, per fargli piacere, quando si vive contropelo, com'è bello! Essere giullare di Dio! Come è stupenda questa recita compiuta per Amore, con sacrificio, senza alcuna soddisfazione personale, per compiacere il nostro Signore! — Questo sì che è vivere d'Amore. (Forgia, 485)

Non vi nascondo che, nel corso degli anni, mi hanno avvicinato persone che con dolore mi hanno detto: «Padre, non so che cosa succede, ma mi sento stanco e freddo; la mia vita di pietà, prima tanto sicura e semplice, mi sembra divenuta una commedia...». A chi si trova in questa situazione e a tutti voi rispondo: «Una commedia? Benissimo!
Il Signore sta giocando con noi, come un padre coi figli».
Si legge nella Scrittura: Ludens in orbe terrarum [Pro 8, 31], Dio si ricrea sul globo terrestre e non ci abbandona, infatti subito aggiunge: Deliciae meae esse cum filiis hominum [Pro 8, 31], ho posto le mie delizie tra i figli dell'uomo. Il Signore gioca con noi!
Quando ci sembra di star facendo la commedia, perché ci sentiamo freddi, apatici; quando siamo annoiati e senza volontà; quando ci riesce difficile compiere il nostro dovere e raggiungere le mete spirituali che ci eravamo prefissi, è giunta l'ora di pensare che Dio gioca con noi e attende che gli rappresentiamo la nostra 'commedia' con bravura.
Non mi importa dirvi che il Signore, in certe occasioni mi ha concesso molte grazie; di solito, però, vado contropelo. Seguo il mio piano, non perché mi attrae, ma perché devo farlo, per Amore. «Ma, Padre, si può fare la commedia con Dio? Non è ipocrisia?»
Stai tranquillo: per te è venuto il momento di recitare una commedia umana davanti a uno spettatore divino. Persevera, perché il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo contemplano la tua commedia; fa' tutto per amor di Dio, per fargli piacere, anche se ti costa.
Che bella cosa essere giullare di Dio! Che cosa buona recitare la commedia per Amore, con sacrificio, senza cercare la soddisfazione personale, per piacere a Dio nostro Padre, che gioca con noi! Mettiti di fronte al Signore e confidagli: «Non ho nessuna voglia di fare la tal cosa, tuttavia la offrirò per Te». Poi falla davvero, anche se pensi che sia una commedia. Benedetta commedia!
Ti assicuro che non è ipocrisia, perché gli ipocriti hanno bisogno di pubblico per la loro messinscena. Invece, gli spettatori della nostra commedia — lasciami ripetere — sono il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo, la Vergine Santissima, san Giuseppe e tutti gli angeli e i santi del Cielo.
La nostra vita interiore non racchiude in se altro spettacolo che questo: Cristo che passa quasi in occulto [Cfr Gv 7, 10], quasi nascosto.(Amici di Dio, 152)

San Camillo de Lellis

Sacerdote e fondatore : “Chierici Regolari Ministri degli Infermi” (detti popolarmente Camilliani)

Camillo de Lellis nacque il 25 maggio 1550 nella cittadina abbruzzese di Bucchianico. Alla nascita, gli venne imposto il nome della madre (Camilla Compelli), che lo aveva partorito a quasi 60 anni di età; il padre, Giovanni, era un ufficiale al servizio della Spagna.
A solo tredici anni, piccolo ribelle irriducibile, iniziò ad accompagnare il padre da un presidio militare all'altro, assimilando da lui una passione distruttiva per il gioco dei dadi e delle carte e, dall'ambiente, un atteggiamento da bravaccio involgarito.
Per alcuni anni visse la vita del soldato di ventura, alternando le battaglie alle risse, per potersi poi giocare i soldi così guadagnati.

Nel 1571 a causa di una piaga sul piede destro entra all’Ospedale romano di S. Giacomo degli Incurabili. Dopo la guarigione venne assunto come inserviente presso l'ospedale ma l'esperienza fu breve: per la sua scarsa propensione al lavoro, venne allontanato.
Intanto il padre era morto. Tornò a dedicarsi alle armi, come soldato di ventura, e presto ritornò a condurre una vita dissoluta : nel 1574, a ventiquattro anni d'età, era un uomo finito. Iniziò a vagabondare per l’Italia, fino a quando non venne assunto dai Cappuccini del convento di Manfredonia.
È qui che iniziò il suo percorso verso la conversione: nel 1575 decise di abbracciare la vita religiosa e di diventare un frate cappuccino ma l'antica piaga al piede tornò a dargli problemi per cui fu costretto a tornare a Roma per curarsi. Rimase nell'ospedale degli Incurabili per ben quattro anni.

Qui maturò definitivamente la sua vocazione all'assistenza dei malati e, insieme ai primi cinque compagni che, seguendo il suo esempio, si erano consacrati alla cura degli infermi, decise di dare vita alla “Compagnia dei Ministri degli Infermi” i cui primi statuti vennero approvati da Pp Sisto V (Felice Peretti) il 18 marzo 1586. Camillo si trasferì nel convento della Maddalena e iniziò a prestare servizio presso l'ospedale di Santo Spirito in Sassia.

Intanto, sotto la guida spirituale di Filippo Neri, riprese gli studi e, il 26 maggio 1583, fu ordinato sacerdote. La sua Compagnia si diffuse rapidamente e, il 21 settembre 1591, fu elevata al rango di ordine religioso : “Chierici Regolari Ministri degli Infermi” da Pp Gregorio XIV (Niccolò Sfondrati), rimasto impressionato dall'eroismo con cui Camillo e i suoi compagni avevano assistito i malati durante la carestia del 1590 a Roma .

L'8 dicembre 1591 Camillo e i suoi primi compagni emisero la Professione religiosa di voti solenni con un quarto voto di assistenza dei malati anche con pericolo della vita. Portano sull’abito nero una ben visibile croce di panno rosso; il segno che d’ora in poi, nelle guerre e in ogni sventura, annuncia il soccorso e ravviva la speranza. Per essi l'ospedale era tutto, e nel servizio iniziarono a lasciare il segno del carisma che Camillo andava trasmettendo ai suoi: la qualità carismatica della tenerezza.
Non era infatti inusuale incontrarlo nelle corsie in atteggiamenti di vera e propria adorazione dei malati, tanto era il rispetto che ne aveva. Quando la sera tornava in convento, chiamava i suoi frati in capitolo, metteva un letto in mezzo alla sala, ammucchiava materassi e coperte, chiedeva a uno di distendersi, e poi insegnava agli altri come si rifaceva un letto senza disturbare troppo il malato, come si cambiava la biancheria, come bisognava atteggiare il volto verso i sofferenti. Poi li faceva provare e riprovare. Ogni tanto gridava: “Più cuore, voglio vedere più affetto materno” oppure: “Più anima nelle mani”.
Nessun impegno poteva strappare Camillo dal letto degli infermi: “Abbiate pazienza, - diceva a chi lo chiamava altrove - sono occupato con nostro Signore Gesù Cristo”. Sette anni prima della morte rinunciò all'incarico di superiore generale per meglio percorrere le corsie degli ospedali.

Ormai prossimo al termine della sua vita, Camillo si ritrovò con quattordici conventi, otto ospedali (di cui quattro sotto la sua completa responsabilità) e con 80 novizi e 242 religiosi professi.
Morì a 64 anni a Roma, il 14 luglio 1614, non senza aver dettato il suo testamento per lasciare in eredità tutto se stesso. Il testamento è una totale e minuziosa consegna di se stesso: “Io Camillo de Lellis... lascio il mio corpo di terra alla medesima terra di dove è stato prodotto....Lascio al Demonio, tentatore iniquo, tutti i peccati e tutte le offese che ho commesso contro Dio e mi pento sin dentro l'anima... Item lascio al mondo tutte le vanità... Item lascio et dono l'anima mia e ciascheduna potestà di quella al mio amato Giesù e alla sua S. Madre... Finalmente lascio a Giesù Christo Crocefisso tutto me stesso in anima e corpo e confido che, per sua immensa bontà e misericordia, mi riceva e mi perdoni come perdonò alla Maddalena...”.
Fu tumulato nel convento della Maddalena : la reliquia del suo cuore fu traslata a Bucchianico.

Fu beatificato il 7 aprile 1742 da Pp Benedetto XIV (Prospero Lorenzo Lambertini), che lo canonizzò il 29 giugno 1746.
Nel 1886 Pp Leone XIII (Gioacchino Pecci) lo dichiarò, insieme a S. Giovanni di Dio Patrono degli ospedali e dei malati;
Pp Pio XI (Achille Ratti), nel 1930, lo proclamò, sempre insieme al fondatore dei Fatebenefratelli, Patrono degli infermieri;
Il Servo di Dio Paolo VI (Giovanni Battista Montini), infine, nel 1974, lo proclamò anche Protettore particolare della sanità militare italiana.

La famiglia camilliana comprende oggi tra religiosi, religiose e terziari circa 7 mila persone ed è presente in 27 Paesi dei 5 Continenti.
La sua memoria viene celebrata il 14 luglio come solennità nelle Chiese dell'Ordine e come "memoria facoltativa" nelle altre chiese.

Significato del nome Camillo : “aiutante nei sacrifici” (fenicio)

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Padre, ... ti rendo lode

Sant'Agostino (354-430), vescovo d'Ippona (Africa del Nord) e dottore della Chiesa
Discorso 34 sull'Antico Testamento, 1,6 : CCL 41, 423-426. (Nuova Biblioteca Agostiniana)

Siamo stati esortati a cantare al Signore un cantico nuovo (Sal 149,1). L'uomo nuovo conosce il cantico nuovo. Il cantico è un fatto d'allegrezza e, se consideriamo la cosa con maggior diligenza, è un fatto d'amore, sicché chi sa amare la vita nuova sa cantare il cantico nuovo. Occorre quindi che ci si precisi quale sia la nuova vita a motivo del cantico nuovo. Rientrano infatti nell'unico regno tutte queste cose: l'uomo nuovo, il cantico nuovo, il testamento nuovo, per cui l'uomo nuovo e canta il cantico nuovo e appartiene al Testamento nuovo.

Eccomi - dici - io sto cantando. Stai cantando, è vero, stai cantando : lo ascolto. Ma che la tua vita non proferisca testimonianza contrastante con la tua lingua. Cantate con le voci, cantate con i cuori; cantate con le labbra, cantate con i costumi. « Cantate al Signore un cantico nuovo ». Volete sapere cosa occorra cantare di colui che amate? Vuoi conoscere le sue lodi per cantarle. « La sua lode nella Chiesa dei santi » (Sal 149,1). La lode da cantare è lo stesso cantore. Volete innalzare lodi a Dio? Siate voi la lode che volete proferire; e sarete sua lode se vivrete bene.
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martedì 13 luglio 2010

La virtù della fede opera oltre le forze umane

Dalle «Catechesi» di san Cirillo di Gerusalemme, vescovo

La fede é una sola, ma il suo genere é duplice. Vi é infatti una fede che riguarda idogmi ed é la conoscenza e l'assenso dell'intelletto alle verità rivelate. Questa fedeé necessaria alla salvezza, secondo quel che dice il Signore: «Chi ascolta la miaparola e crede a colui che mi ha mandato, ha la vita eterna e non va incontro algiudizio» (Gv 5, 24), ed anche: Chi crede nel Figlio, non é giudicato, ma passa dallamorte alla vita (cfr. Gv 3, 18. 24) O bontà straordinaria di Dio verso gli uomini! Igiusti piacquero a Dio nelle fatiche di lunghi anni. Ma quello che essi giunsero adottenere attraverso un diuturno ed eroico servizio accetto a Dio, Gesù te lo dona inun breve spazio di tempo. Infatti se tu credi che Gesù Cristo é il Signore e che Diolo ha risuscitato dai morti, sarai salvo e sarai ammesso in paradiso da colui che vifece entrare il ladrone pentito. E non avere alcun dubbio a questo riguardo, poichécolui che su questo santo Golgota diede la salvezza al ladrone per la fede di unmomento, egli stesso salverà anche te, se crederai.C'é un altro genere di fede, anch'esso dono di Cristo. E' scritto infatti: «A uno vieneconcesso dallo Spirito il linguaggio della sapienza, a un altro invece, per mezzodello stesso Spirito, il linguaggio di scienza; a uno la fede per mezzo dello stessoSpirito; a un altro il dono di far guarigioni» (1 Cor 12, 8-9). Pertanto questa fedeelargita dallo Spirito come un dono non riguarda soltanto i dogmi, ma é anchecausa di prodigi che superano tutte le forze dell'uomo. Chi ha tale fede potrà dire aquesto monte: «Spostati da qui a là, ed esso si sposterà» (Mt 17, 20). Severamente uno, senza dubitare nel suo interno, dice queste parole mosso dallafede, credendo che così avverrà, allora riceve quella grazia.Proprio di questa fede é detto: «Se avete fede pari a un granellino di senapa», ecc.(Mt 17, 20); il granello di senapa é piccolissimo in sé, ma é dotato di straordinariaefficacia. Seminato in una piccola porzione di terreno, stende tutt'intorno lunghirtami, e, quand'é cresciuto, può fare ombra agli uccelli del cielo. Così la fede inbrevissimo tempo opera nell'anima effetti prodigiosi.La fede é una rappresentazione interiore che ha per oggetto Dio. E' un'intimacomprensione, che la mente, illuminata da Dio, riesce ad avere della sua essenzanella misura consentita. La fede percorre la terra da un'estremità all'altra e, primaancora della fine del presente ordine, vede come già in atto il giudizio e pregustagià ora il premio promesso. Abbi dunque quella fede che dipende da te e si indirizzaa Dio, perché egli ti possa donare anche quella che opera oltre le forze umane.
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Sant' Enrico II

Imperatore

Enrico, figlio del duca di Baviera, nacque in un castello sulle rive del Danubio nel 973. L'ambiente in cui maturò la santità di questo sovrano tedesco, a prima vista, potrebbe sembrare il meno adatto all'esercizio della perfezione cristiana. Crebbe invece in compagnia di sante persone. Suo padre, dapprima denominato "il rissoso", fece tali progressi nell'addolcire il carattere alla scuola di una mite consorte che finì per essere chiamato "il pacifico".

Enrico ebbe un fratello, Bruno, che rinunciò agli agi della vita di corte per diventare pastore d'anime, come vescovo di Augusta. Delle due sorelle, Brigida si fece monaca e Gisella andò sposa ad un santo, re Stefano di Ungheria.
Il principe Enrico venne affìdato dalla madre ai canonici di Hildesheim, e più tardi al vescovo di Ratisbona, Wolfgang (canonizzato nel 1052), alla cui scuola si formò culturalmente e spiritualmente.

Nel 1002, in seguito alla morte del cugino Ottone III, venne eletto re di Germania a Magonza dove fu coronato dal vescovo Willigis.
Enrico si dedicò fondamentalmente a risolvere i problemi della Germania, poiché, fin dalla sua elezione, gli equilibri di potere tra i vassalli si erano di nuovo spezzati, soprattutto a seguito dell'orientamento prevalentemente italiano nella politica dei suoi predecessori. Negli anni del suo regno dovette così combattere a lungo contro vari signori ribelli, come Baldovino di Fiandra, Federico conte di Lussemburgo, Enrico duca di Baviera o l'arcivescovo di Metz.
L'attenzione per la situazione in Italia fu, dunque, minore dei suoi predecessori e sempre episodica. Vi scese nel 1004 per sconfiggere Arduino d’Ivrea, che i grandi signori italici avevano eletto re d'Italia alla morte di Ottone III.
Tornò nel 1013 per dirimere le controversie tra i candidati al papato della famiglia Crescenzi e dei Conti di Tuscolo, assicurando ai secondi il proprio appoggio.

Il 14 febbraio fu incoronato imperatore a Roma per mano del neo Pp Benedetto VIII (Teofilatto dei Conti di Tuscolo). Ridiscese ancora nel 1021-1022 per condurre una breve campagna militare in Puglia e Campania contro i Bizantini.
Nel 1022, presiedette, insieme al pontefice, il concilio di Pavia, a conclusione del quale vennero emanati sette canoni contro il concubinato dei sacerdoti e per la difesa dell'integrità dei patrimoni ecclesiastici: questo concilio è considerato un momento importante nel processo di riforma della Chiesa dell'XI secolo.

Molto religioso e convinto assertore delle responsabilità dell'Imperatore, nei confronti della fede e della prosperità dei suoi sudditi, esercitò sulla Chiesa e sui monasteri tedeschi un forte controllo, inteso, in primo luogo, a promuovere una riforma morale dei costumi nello spirito dell'ordine cluniacense di cui aveva conosciuto Odilone (canonizzato anche lui), abate appunto di Cluny.

Enrico morì a Bamberga il 13 luglio 1024. Sua moglie Cunegonda si ritirò in un monastero benedettino, da lei fondato, ed alla sua morte, avvenuta il 3 marzo 1039, fu sepolta accanto al marito nella cattedrale di Bamberga.

L’imperatore Enrico II fu canonizzato dal Beato Eugenio III (Bernardo dei Paganelli) nel 1152 o, secondo altre fonti autorevoli, nel 1146.

Significato del nome Enrico : “possente in patria” (tedesco)

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Chi avrà dato anche solo un bicchiere di acqua fresca a uno di questi piccoli... non perderà la sua ricompensa

San Giovanni Crisostomo (circa 345-407), vescovo d'Antiochia poi di Costantinopoli, dottore della Chiesa
Omelie sugli Atti degli Apostoli, n° 45 ; PG 60, 318-320

«Ero forestiero, dice Cristo, e mi avete ospitato» (Mt 25,35). E ancora: «Ogni volta che avete fatto queste cose a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l'avete fatto a me» (Mt 25, 40). Poiché si tratta di un credente e di un fratello, foss'anche il più piccolo, entra con lui Cristo. Apri dunque la tua casa, accoglilo. «Chi accoglie un profeta come profeta, avrà la ricompensa del profeta»... Questi sono i sentimenti che dobbiamo provare quando riceviamo dei forestieri: la sollecitudine, la gioia, la generosità. Il forestiero è sempre timido e vergognoso. Se il suo ospite non lo riceve con gioia, si ritira con il sentimento di esser stato disprezzato. Infatti è peggio essere ricevuto in questo modo, che non essere stato ricevuto affatto.

Abbi dunque una casa dove Cristo trovi la sua dimora. Di': «Ecco la stanza di Cristo. Ecco la dimora che gli è riservata». Anche se é molto semplice, non sarà disprezzata da lui. Cristo è nudo, forestiero. Ha bisogno solo di un tetto. Dagli almeno questo. Non essere crudele e disumano. Tu che mostri tanto ardore per i beni materiali, non restare freddo per le ricchezze dello Spirito... Hai un locale per la tua vettura, e non ne avresti uno per Cristo vagabondo? Abramo riceveva i forestieri dove abitava (Gen 18). Sua moglie li curava come se lei fosse la loro serva e loro i padroni. Né l'uno né l'altro sapevano che ricevevano Cristo, che accoglievano degli angeli. Se l'avessero saputo, si sarebbero spogliati di tutto. Noi che sappiamo riconoscere Cristo, mostriamo ancora più sollecitudine di loro che credevano di ricevere solo degli uomini.
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lunedì 12 luglio 2010

L' orazione: “conversazione amorosa con Gesù”

Ho sempre inteso l'orazione del cristiano come una conversazione amorosa con Gesù, che non si deve interrompere neppure nei momenti in cui siamo fisicamente lontani dal Tabernacolo, perché tutta la nostra vita è fatta di strofe d'amore umano, rivolte a Dio..., e sempre siamo in grado di amare. (Forgia, 435)

Non manchino mai, nella nostra giornata, alcuni minuti dedicati in modo speciale a frequentare Dio, elevando verso di Lui il nostro pensiero, senza che le parole debbano affiorare alle labbra, perché cantano nel cuore. Dedichiamo a questa norma di pietà un sufficiente periodo di tempo, a ora fissa, se è possibile.

E accanto al Tabernacolo, facendo compagnia a Colui che vi si è stabilito per Amore. Ma se questo non è possibile, in un luogo qualsiasi, perché il nostro Dio dimora in modo ineffabile nelle nostre anime in grazia. Ti consiglio, comunque, di recarti in oratorio, sempre che possa: e faccio attenzione a non chiamarlo cappella, perché sia più chiaro che si tratta di un luogo ove stare non già con atteggiamento da cerimonia ufficiale, bensì in raccoglimento e intimità per innalzare la mente al cielo, convinti che dal Tabernacolo Gesù ci vede, ci ascolta, ci attende e ci presiede, perché Egli è là, realmente presente, nascosto sotto le specie sacramentali.

Ognuno di voi, se vuole, può trovare la sua propria via per questo colloquio con Dio. Non mi piace parlare di metodi o di formule, perché non mi è mai garbato costringere la gente dentro schemi rigidi: ho cercato di aiutare tutti ad avvicinarsi al Signore rispettando ogni anima così com'è. con le sue caratteristiche proprie. Chiedete al Signore che metta i suoi progetti nella vostra vita; non solo nella mente, ma anche nell'intimo del cuore e in tutta la nostra attività esterna. Siate sicuri che in tal modo vi risparmierete una gran parte delle amarezze e delle pene che l'egoismo procura e sentirete la forza di promuovere il bene attorno a voi. Quante contrarietà si dileguano quando interiormente ci mettiamo ben vicini al nostro Dio che non ci abbandona mai! Si rinnova, con modalità diverse, quell'amore per i suoi, per i malati, per gli infelici, che fa dire a Gesù: «Che ti succede?». «Mi succede...» e, subito, la luce o, almeno, la forza di accettare, e la pace.Invitandoti a queste confidenze con il Maestro, mi riferisco soprattutto alle difficoltà che nascono dentro di te, perché la maggior parte degli ostacoli alla nostra felicità provengono da un orgoglio più o meno nascosto.

Ci giudichiamo di grande valore e dotati di qualità straordinarie; e quando gli altri non ci stimano tali, ci sentiamo umiliati. Ecco una buona occasione per ricorrere alla preghiera e rettificare, con la convinzione che non è mai tardi per cambiare di rotta. Ma è molto opportuno dare inizio a questo cambiamento quanto prima.Nell'orazione, con l'aiuto della grazia, la superbia può trasformarsi in umiltà. E germoglia nell'anima la vera gioia, pur dovendo costatare che ancora portiamo del fango sulle ali, la melma della nostra triste miseria, che comincia a essiccarsi. Più tardi, con l'aiuto ella mortificazione, quel fango cadrà, e potremo volare molto in alto, perché il vento della misericordia di Dio ci sarà favorevole. (Amici di Dio, 249)
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S. Giovanni Gualberto

Abate - Fondatore dei Vallombrosani

Giovanni, figlio di Gualberto, nacque probabilmente a Firenze o, secondo altre fonti, nel castello, oggi Villa di Poggio Petroi - in Val di Pesa, intorno all'anno mille, dalla nobile famiglia dei Visdomini.
I tristi tempi di lotte fratricide lo trovarono, ancora giovane, al bivio dell'odio e dell'amore : suo fratello Ugo fu assassinato e a Giovanni, secondo il costume del tempo, fu assegnato il compito di vendicare l'oltraggio con la morte dell'uccisore. Il drammatico incontro avvenne, un Venerdì Santo, in una strettoia fuori porta S. Miniato, a Firenze. Di fronte al nemico che, tremante e con le braccia stese in forma di croce, invoca pietà, Giovanni getta la spada, scende da cavallo e concede il perdono. Sale poi alla Basilica poco distante di S. Miniato e si inginocchia davanti al crocifisso. Il Cristo, racconta il biografo del Santo, mosse il capo in segno di approvazione. A motivo di questo gesto S. Giovanni Gualberto è riconosciuto come “Eroe del perdono”.

Dopodiché Giovanni, vincendo le dure resistenze del padre, si ritirò all'interno del monastero benedettino annesso. Una volta diventato monaco, il suo impegno si diresse a difendere la Chiesa dalla simonia (compravendita di cariche ecclesiastiche, assoluzione di peccati e indulgenze) e dal nicolaismo (il termine nicolaismo tornò in auge nel Medioevo, per indicare i religiosi che vivevano in concubinato). Suoi primi avversari furono il suo stesso abate, Oberto, e il vescovo di Firenze, Pietro Mezzabarba, entrambi simoniaci. Non essendo incline ai compromessi e non riuscendo ad allontanarli dalla città preferì ritirarsi in solitudine.

Nel 1036, dopo varie peregrinazioni, insieme ad alcuni monaci, giunse a Vallombrosa, conosciuta allora come Acquabella. Qui lo raggiungono altri monaci, fuggiti dal monastero del sopraccitato abate mercenario, e con essi, verso il 1038, crea la Congregazione benedettina vallombrosana, approvata da Pp Vittore II (Gebhard II dei Conti di Dollnstein-Hirschberg) nel 1055 e fondata su austera vita comune, povertà, rifiuto di doni e protezioni. Cioè di quei favori, di quel “patronato” che sovrani e grandi casate esercitano nella Chiesa, nominando vescovi e abati, designando candidati al sacerdozio e popolando il clero di affaristi e concubini.

“Sono afflitto da immenso dolore e universale tristezza... trovo ben pochi vescovi nominati regolarmente, e che vivano regolarmente”, così dirà S. Gregorio VII (Ildebrando Aldobrandeschi di Soana, 1073-1085), protagonista dei momenti più drammatici della riforma detta poi “gregoriana”. Ma essa comincia già prima di lui. Anche in piena crisi, il corpo della Chiesa esprime forze intatte e nuove che combattono i suoi mali: tra queste forze c’è la comunità di Giovanni Gualberto, che si diffonde in Toscana e sa uscire arditamente dal monastero, con vivaci campagne di predicazione, per liberare la Chiesa dagli indegni.
A questi monaci si ispirano e si affiancano gruppi di sacerdoti e di laici, dilatando l’efficacia della loro opera, di cui si servono i papi riformatori.

Nel 1060-61 Milano ha cacciato molti preti simoniaci e, per sostituirli, Giovanni Gualberto ne manda altri: uomini nuovi, plasmati dallo spirito di Vallombrosa. Dedica grande attenzione al clero secolare; lo aiuta a riformarsi, lo guida e lo incoraggia alla vita in comune: un senso pieno della Chiesa, tipico sempre in lui e nel suo Ordine, e sempre arricchito dalla forza dell’esempio.

“La purezza della sua fede splendette mirabilmente in Toscana”, dirà di lui S. Gregorio VII. E i fiorentini, in momenti difficili, affideranno agli integerrimi suoi monaci perfino le chiavi del tesoro della Repubblica.

Giovanni Gualberto muore nel monastero di Passignano il 12 luglio 1073.
Ai suoi monaci, prima di morire, aveva detto: “Quando volete eleggervi un abate, scegliete tra i frati il più umile, il più dolce, il più mortificato”. Senza ostentazione e retorica, egli aveva tracciato il profilo della propria anima.

Papa Celestino III (Giacinto Bobone Orsini) lo canonizzerà nel 1193.
I suoi monaci torneranno nel 1951 a Vallombrosa, che avevano lasciato in seguito alle leggi soppressive del XIX secolo.
Nello stesso anno, Pp Pio XII (Eugenio Pacelli) proclamerà S. Giovanni Gualberto patrono del Corpo Forestale italiano e nel 1957 dei Forestali del Brasile.

Significato del nome Giovanni : “il Signore è benefico, dono del Signore” (ebraico).

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Si mise a rimproverare le città nelle quali aveva compiuto il maggior numero di miracoli, perché non si erano convertite

Sant'Isacco Siriano (VII secolo), monaco nella regione di Ninive (nell'Iraq attuale)
Discorsi ascetici, 1a parte, n°72

Come una grazia dopo una grazia, il pentimento è stato dato agli uomini dopo il battesimo. Il pentimento infatti è una seconda nascita, che viene da Dio. Ciò che abbiamo ricevuto come pegno nel battesimo, lo riceviamo come dono pieno nel pentimento. Il pentimento è la porta della compassione ; essa si apre a chi lo ricerca. Per questa porta entriamo nella compassione divina ; fuori di essa non possiamo trovare la compassione : « Tutti hanno peccato, dice la Sacra Scrittura, e tutti sono giustificati gratuitamente per la sua grazia » (Rm 3,23-24). Il pentimento è la seconda grazia. Nasce dalla fede e dal timore nel cuore. Il timore è il vincastro paterno che ci guida, finché non siamo giunti al paradiso spirituale. Quando vi siamo giunti, esso ci lascia e se ne va.
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domenica 11 luglio 2010

Non ti dimenticare del fico maledetto

Utilizzami bene il tempo. —Non ti dimenticare del fico maledetto. Faceva già qualcosa: dare foglie. Come te... —Non dirmi che hai delle scuse. —Non valse al fico —narra l'Evangelista— il fatto che non fosse tempo di fichi quando il Signore andò a cercarne. —E rimase sterile per sempre. (Cammino, 354)

Torniamo al santo Vangelo e soffermiamoci a considerare quello che riferisce san Matteo nel capitolo ventunesimo.
Ci racconta che, rientrando al mattino in città, Gesù ebbe fame. Vedendo un fico sulla strada vi si avvicinò [Mt 21, 18-19], Che gioia, Signore, vedere che hai fame, o vedere che hai sete, come al pozzo di Sicar! [Cfr Gv 4, 7]. (...)
Come ti fai capire bene, Signore! Come ti fai amare! Ti presenti a noi come uno di noi, uguale in tutto, eccetto il peccato: per farci toccare con mano che assieme a te potremo vincere le nostre cattive inclinazioni, le nostre colpe. Perché né fatica, né fame, né sete, né lacrime contano più... Cristo fu stanco, provò la fame, ebbe sete, pianse. Quello che conta è la lotta — lotta amabile, poiché il Signore resta sempre con noi — per compiere la volontà del Padre che è nei cieli [Cfr Gv 4, 34]. (...)
Si accostò al fico, ma vi trovò soltanto foglie [Mt 21, 19]: una vergogna! È così anche nella nostra vita? Accade anche a noi, tristemente, che facciano difetto la fede e la vibrazione dell'umiltà, e non appaiano né sacrifici né opere? Che del cristiano ci sia solo la facciata ma non le opere? È da sgomentarsene, perché Gesù comanda: «Da te non nasca più frutto in eterno». E, nello stesso istante, il fico seccò [Mt 21, 19]. Questo passo della Sacra Scrittura ci rattrista, ma al tempo stesso ci incoraggia a ravvivare la fede, a vivere secondo la fede, affinché Cristo raccolga sempre frutto da noi.(Amici di Dio 201-202)
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San Benedetto da Norcia

Patrono d’Europa

Dalla Catechesi di Papa Benedetto XVI (9 aprile 2008)

Cari fratelli e sorelle,
vorrei oggi parlare di S. Benedetto, Fondatore del monachesimo occidentale, e anche Patrono del mio pontificato. Comincio con una parola di S. Gregorio Magno, che scrive di san Benedetto: “L’uomo di Dio che brillò su questa terra con tanti miracoli non rifulse meno per l’eloquenza con cui seppe esporre la sua dottrina” (Dial. II, 36). Queste parole il grande Papa scrisse nell’anno 592; il santo monaco era morto appena 50 anni prima ed era ancora vivo nella memoria della gente e soprattutto nel fiorente Ordine religioso da lui fondato.
S. Benedetto da Norcia con la sua vita e la sua opera ha esercitato un influsso fondamentale sullo sviluppo della civiltà e della cultura europea. La fonte più importante sulla vita di lui è il secondo libro dei Dialoghi di S. Gregorio Magno. Non è una biografia nel senso classico. Secondo le idee del suo tempo, egli vuole illustrare mediante l’esempio di un uomo concreto – appunto di san Benedetto – l’ascesa alle vette della contemplazione, che può essere realizzata da chi si abbandona a Dio. Quindi ci dà un modello della vita umana come ascesa verso il vertice della perfezione. San Gregorio Magno racconta anche, in questo libro dei Dialoghi, di molti miracoli compiuti dal Santo, ed anche qui non vuole semplicemente raccontare qualche cosa di strano, ma dimostrare come Dio, ammonendo, aiutando e anche punendo, intervenga nelle concrete situazioni della vita dell’uomo. Vuole mostrare che Dio non è un’ipotesi lontana posta all’origine del mondo, ma è presente nella vita dell’uomo, di ogni uomo.
Questa prospettiva del “biografo” si spiega anche alla luce del contesto generale del suo tempo: a cavallo tra il V e il VI secolo il mondo era sconvolto da una tremenda crisi di valori e di istituzioni, causata dal crollo dell’Impero Romano, dall’invasione dei nuovi popoli e dalla decadenza dei costumi. Con la presentazione di san Benedetto come “astro luminoso”, Gregorio voleva indicare in questa situazione tremenda, proprio qui in questa città di Roma, la via d’uscita dalla “notte oscura della storia” (cfr Giovanni Paolo II, Insegnamenti, II/1, 1979, p. 1158). Di fatto, l’opera del Santo e, in modo particolare, la sua Regola si rivelarono apportatrici di un autentico fermento spirituale, che mutò nel corso dei secoli, ben al di là dei confini della sua Patria e del suo tempo, il volto dell’Europa, suscitando dopo la caduta dell’unità politica creata dall’impero romano una nuova unità spirituale e culturale, quella della fede cristiana condivisa dai popoli del continente. È nata proprio così la realtà che noi chiamiamo “Europa”.

La nascita di san Benedetto viene datata intorno all’anno 480. Proveniva, così dice san Gregorio, “ex provincia Nursiae” – dalla regione della Nursia. I suoi genitori benestanti lo mandarono per la sua formazione negli studi a Roma. Egli però non si fermò a lungo nella Città eterna. Come spiegazione pienamente credibile, Gregorio accenna al fatto che il giovane Benedetto era disgustato dallo stile di vita di molti suoi compagni di studi, che vivevano in modo dissoluto, e non voleva cadere negli stessi loro sbagli. Voleva piacere a Dio solo; “soli Deo placere desiderans” (II Dial., Prol 1). Così, ancora prima della conclusione dei suoi studi, Benedetto lasciò Roma e si ritirò nella solitudine dei monti ad est di Roma. Dopo un primo soggiorno nel villaggio di Effide (oggi: Affile), dove per un certo periodo si associò ad una “comunità religiosa” di monaci, si fece eremita nella non lontana Subiaco. Lì visse per tre anni completamente solo in una grotta che, a partire dall’Alto Medioevo, costituisce il “cuore” di un monastero benedettino chiamato “Sacro Speco”. [...]

Nell’anno 529 Benedetto lasciò Subiaco per stabilirsi a Montecassino...Secondo Gregorio Magno, l’esodo dalla remota valle dell’Anio verso il Monte Cassio - un’altura che, dominando la vasta pianura circostante, è visibile da lontano - riveste un carattere simbolico: la vita monastica nel nascondimento ha una sua ragion d’essere, ma un monastero ha anche una sua finalità pubblica nella vita della Chiesa e della società, deve dare visibilità alla fede come forza di vita. Di fatto, quando, il 21 marzo 547, Benedetto concluse la sua vita terrena, lasciò con la sua Regola e con la famiglia benedettina da lui fondata un patrimonio che ha portato nei secoli trascorsi e porta tuttora frutto in tutto il mondo.
Nell’intero secondo libro dei Dialoghi Gregorio ci illustra come la vita di san Benedetto fosse immersa in un’atmosfera di preghiera, fondamento portante della sua esistenza. Senza preghiera non c’è esperienza di Dio. Ma la spiritualità di Benedetto non era un’interiorità fuori dalla realtà. Nell’inquietudine e nella confusione del suo tempo, egli viveva sotto lo sguardo di Dio e proprio così non perse mai di vista i doveri della vita quotidiana e l’uomo con i suoi bisogni concreti. Vedendo Dio capì la realtà dell’uomo e la sua missione. [...]


Paolo VI, proclamando nel
24 ottobre 1964 S. Benedetto Patrono d’Europa, intese riconoscere l’opera meravigliosa svolta dal Santo mediante la Regola per la formazione della civiltà e della cultura europea. Oggi l’Europa - uscita appena da un secolo profondamente ferito da due guerre mondiali e dopo il crollo delle grandi ideologie rivelatesi come tragiche utopie - è alla ricerca della propria identità. Per creare un’unità nuova e duratura, sono certo importanti gli strumenti politici, economici e giuridici, ma occorre anche suscitare un rinnovamento etico e spirituale che attinga alle radici cristiane del Continente, altrimenti non si può ricostruire l’Europa. Senza questa linfa vitale, l’uomo resta esposto al pericolo di soccombere all’antica tentazione di volersi redimere da sé - utopia che, in modi diversi, nell’Europa del Novecento ha causato, come ha rilevato il Papa Giovanni Paolo II, “un regresso senza precedenti nella tormentata storia dell’umanità” (Insegnamenti, XIII/1, 1990, p. 58). Cercando il vero progresso, ascoltiamo anche oggi la Regola di san Benedetto come una luce per il nostro cammino. Il grande monaco rimane un vero maestro alla cui scuola possiamo imparare l’arte di vivere l’umanesimo vero.

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