Salvami, Signore, come attraverso il fuoco del più esigente degli amori, da questo mondo presente, affinché io sfugga alle fiamme eterne.
Non rinunciare a correggermi come un figlio prediletto; fa' che impari a vivere secondo il tuo cuore a immagine di Davide, al quale perdonasti tutti i suoi peccati.
Concedi che la porta della mia anima si apra alla chiamata del povero e di colui che ha bisogno di tempo, di attenzione o di aiuto materiale.
Fa' che io mi serva di una misura eccessiva per servire i miei signori, i poveri, nei quali tu vieni a visitarmi.
------
giovedì 20 marzo 2014
mercoledì 19 marzo 2014
Giuseppe fece come gli aveva ordinato l’angelo del Signore
Giacobbe generò Giuseppe, lo sposo di Maria, dalla quale è nato Gesù, chiamato Cristo. Così fu generato Gesù Cristo: sua madre Maria, essendo promessa sposa di Giuseppe, prima che andassero a vivere insieme si trovò incinta per opera dello Spirito Santo. Giuseppe suo sposo, poiché era uomo giusto e non voleva accusarla pubblicamente, pensò di ripudiarla in segreto. Mentre però stava considerando queste cose, ecco, gli apparve in sogno un angelo del Signore e gli disse: «Giuseppe, figlio di Davide, non te- mere di prendere con te Maria, tua sposa. Infatti il bambino che è generato in lei viene dallo Spirito Santo; ella darà alla luce un figlio e tu lo chiamerai Gesù: egli infatti salverà il suo popolo dai suoi peccati». Quando si destò dal sonno, Giuseppe fece come gli aveva ordinato l'angelo del Signore e prese con sé la sua sposa
Per l’ebreo la storia si esprime in termini di genesi, di generazione. Nella Bibbia c’è una sola storia, quella di una promessa fatta da Dio ad Abramo, padre dei credenti (cf. Is 51,1- 2), manifestatasi nel re Davide (cf. Is 9,6; 11, 1-9) e adempiuta in Gesù (cfr Gal 3,28-29).
La genealogia mette in evidenza la continuità tra la storia d’Israele e la missione di Gesù e ci prepara a capire il vangelo, secondo il quale la Chiesa fondata da Gesù (Mt 16,18) è il vero Israele di Dio e l’erede di tutte le sue promesse.
Al versetto 16 la struttura dell’albero genealogico bruscamente si spezza. Stando al susseguirsi delle generazioni precedenti, avremmo dovuto leggere: Giacobbe generò Giuseppe e Giuseppe generò Gesù. Leggiamo invece: «Giacobbe generò Giuseppe, lo sposo di Maria, dalla quale fu generato (da Dio) Gesù chiamato il Cristo». Questo verbo in forma passiva «fu generato» (in greco eghennethe ) esprime l’azione di Dio, che verrà richiamata esplicitamente nel brano seguente: «Quel che è gene rato in lei viene dallo Spirito santo» (Mt 1,20).
Nella genealogia di Gesù Cristo, Matteo ci ha dato una visione teologica del susseguirsi delle generazioni. Ora prosegue questa sua concezione presentando il ruolo e la missione di Giuseppe dal punto di vista di Dio. Giuseppe è un uomo giusto (v. 19). Il suo problema non è principalmente la situazione nuova che si è creata con la sua promessa sposa Maria, ma il suo rapporto con questo bambino che sta per nascere e la responsabilità che egli sente verso di lui. Giuseppe è detto giusto perché sintetizza nella sua persona l’atteggiamento dei giusti dell’Antico Testamento e in particolare quello di Abramo (cf. Mt 1,20-21 con Gen 17,19).
La giustizia di Giuseppe non è quella «secondo la legge» c he autorizza a ripudiare la propria moglie, ma quella «secondo la fede» che chiede a Giuseppe di accettare in Maria l’opera di Dio e del suo Spirito e gli impedisce di attribuirsi i meriti dell’azione di Dio. Di sua iniziativa Giuseppe non ritiene di poter prendere con sé una persona che Dio si è riservata. Egli si ritira di fronte a Dio, senza contendere, e rinuncia a diventare lo sposo di Maria e il padre del bambino che sta per nascere; per questo decide di rinviare segretamente Maria alla sua famiglia. Giuseppe è giusto di una giustizia che scopriremo nel seguito del vangelo, quella che si esprime nell’amore dato senza discriminazioni a chi lo merita e a chi non lo merita (Mt 5,44-48) ed è riassunto nella «regola d’oro»: «Tutto quanto volete che gli uomini facciano a voi, anche vo i fatelo a loro» (Mt 7,12).
L’uomo giusto è misericordioso come Dio è misericordioso. La crisi di Giuseppe ha lo stesso significato dell’obiezione di Maria in Luca 1,29. Maria era turbata perché non sapeva che cosa significasse il saluto dell’angelo. Giuseppe è incerto perché non sa spiegarsi ciò che è avvenuto in Maria. Maria può chiedere la spiegazione all’angelo, ma Giuseppe non sa a chi rivolgersi; per questo decide di mettersi in disparte aspettando che qualcuno venga a liberarlo dalle sue perplessità.
Matteo mette in rilievo l’identità messianica di Gesù affermando la sua discendenza da Davide, al quale Dio aveva promesso un discendente che avrebbe regnato in eterno sulla casa di Giacobbe (cf. Lc 1,33; 2Sam 7,16). Quindi, secondo la genealogia, Gesù è il discendente di Davide non in virtù di Maria, ma di Giuseppe (v. 16). È per questo che Matteo presenta Giuseppe come destinatario dell’annuncio con il quale gli viene dato l’ordine di prendere Maria con sé e di dare il nome a Gesù. Giuseppe, ricono scendo legalmente Gesù come figlio, lo rende a tutti gli effetti discendente di Davide. Gesù verrà così riconosciuto come figlio di Davide (Mt 1,1; 9,27; 20,30-31; 21,9; 22,42). Il nome di Gesù significa «Dio salva». La promessa di salvezza contenuta nel nome di Gesù viene presentata in termini spirituali come salvezza dai peccati (v. 21). Anche per Luca la salvezza portata da Gesù consiste nella remissione dei peccati (Lc 1,17). In queste parole c’è il netto rifiuto di un messianismo terreno: Gesù non è venuto a conquistare il regno d’Israele o a liberare la sua nazione dalla dominazione straniera. La singolarità dell’apparizione dell’angelo consiste nel fatto che essa avviene in sogno.
Matteo forse presenta Giuseppe secondo il modello del patriarca Giuseppe, viceré d’Egitto (Gen 37,5ss). La cosa importante è che l’apparizione dell’angelo chiarisce con sicurezza che la direttiva viene da Dio. Giuseppe, uomo giusto, si desta dal sonno e agisce.
L’ esecuzione descrive la sua obbedienza. Pur prendendo con sé Maria, egli non la conosce. Il conoscere indica già in Gen 4,1 il rapporto sessuale. L’imposizione del nome di Gesù ad opera di Giuseppe assicura di fronte alla legge la discendenza davidica del figlio di Maria.
Padre Lino Pedron
-----------
Per l’ebreo la storia si esprime in termini di genesi, di generazione. Nella Bibbia c’è una sola storia, quella di una promessa fatta da Dio ad Abramo, padre dei credenti (cf. Is 51,1- 2), manifestatasi nel re Davide (cf. Is 9,6; 11, 1-9) e adempiuta in Gesù (cfr Gal 3,28-29).
La genealogia mette in evidenza la continuità tra la storia d’Israele e la missione di Gesù e ci prepara a capire il vangelo, secondo il quale la Chiesa fondata da Gesù (Mt 16,18) è il vero Israele di Dio e l’erede di tutte le sue promesse.
Al versetto 16 la struttura dell’albero genealogico bruscamente si spezza. Stando al susseguirsi delle generazioni precedenti, avremmo dovuto leggere: Giacobbe generò Giuseppe e Giuseppe generò Gesù. Leggiamo invece: «Giacobbe generò Giuseppe, lo sposo di Maria, dalla quale fu generato (da Dio) Gesù chiamato il Cristo». Questo verbo in forma passiva «fu generato» (in greco eghennethe ) esprime l’azione di Dio, che verrà richiamata esplicitamente nel brano seguente: «Quel che è gene rato in lei viene dallo Spirito santo» (Mt 1,20).
Nella genealogia di Gesù Cristo, Matteo ci ha dato una visione teologica del susseguirsi delle generazioni. Ora prosegue questa sua concezione presentando il ruolo e la missione di Giuseppe dal punto di vista di Dio. Giuseppe è un uomo giusto (v. 19). Il suo problema non è principalmente la situazione nuova che si è creata con la sua promessa sposa Maria, ma il suo rapporto con questo bambino che sta per nascere e la responsabilità che egli sente verso di lui. Giuseppe è detto giusto perché sintetizza nella sua persona l’atteggiamento dei giusti dell’Antico Testamento e in particolare quello di Abramo (cf. Mt 1,20-21 con Gen 17,19).
La giustizia di Giuseppe non è quella «secondo la legge» c he autorizza a ripudiare la propria moglie, ma quella «secondo la fede» che chiede a Giuseppe di accettare in Maria l’opera di Dio e del suo Spirito e gli impedisce di attribuirsi i meriti dell’azione di Dio. Di sua iniziativa Giuseppe non ritiene di poter prendere con sé una persona che Dio si è riservata. Egli si ritira di fronte a Dio, senza contendere, e rinuncia a diventare lo sposo di Maria e il padre del bambino che sta per nascere; per questo decide di rinviare segretamente Maria alla sua famiglia. Giuseppe è giusto di una giustizia che scopriremo nel seguito del vangelo, quella che si esprime nell’amore dato senza discriminazioni a chi lo merita e a chi non lo merita (Mt 5,44-48) ed è riassunto nella «regola d’oro»: «Tutto quanto volete che gli uomini facciano a voi, anche vo i fatelo a loro» (Mt 7,12).
L’uomo giusto è misericordioso come Dio è misericordioso. La crisi di Giuseppe ha lo stesso significato dell’obiezione di Maria in Luca 1,29. Maria era turbata perché non sapeva che cosa significasse il saluto dell’angelo. Giuseppe è incerto perché non sa spiegarsi ciò che è avvenuto in Maria. Maria può chiedere la spiegazione all’angelo, ma Giuseppe non sa a chi rivolgersi; per questo decide di mettersi in disparte aspettando che qualcuno venga a liberarlo dalle sue perplessità.
Matteo mette in rilievo l’identità messianica di Gesù affermando la sua discendenza da Davide, al quale Dio aveva promesso un discendente che avrebbe regnato in eterno sulla casa di Giacobbe (cf. Lc 1,33; 2Sam 7,16). Quindi, secondo la genealogia, Gesù è il discendente di Davide non in virtù di Maria, ma di Giuseppe (v. 16). È per questo che Matteo presenta Giuseppe come destinatario dell’annuncio con il quale gli viene dato l’ordine di prendere Maria con sé e di dare il nome a Gesù. Giuseppe, ricono scendo legalmente Gesù come figlio, lo rende a tutti gli effetti discendente di Davide. Gesù verrà così riconosciuto come figlio di Davide (Mt 1,1; 9,27; 20,30-31; 21,9; 22,42). Il nome di Gesù significa «Dio salva». La promessa di salvezza contenuta nel nome di Gesù viene presentata in termini spirituali come salvezza dai peccati (v. 21). Anche per Luca la salvezza portata da Gesù consiste nella remissione dei peccati (Lc 1,17). In queste parole c’è il netto rifiuto di un messianismo terreno: Gesù non è venuto a conquistare il regno d’Israele o a liberare la sua nazione dalla dominazione straniera. La singolarità dell’apparizione dell’angelo consiste nel fatto che essa avviene in sogno.
Matteo forse presenta Giuseppe secondo il modello del patriarca Giuseppe, viceré d’Egitto (Gen 37,5ss). La cosa importante è che l’apparizione dell’angelo chiarisce con sicurezza che la direttiva viene da Dio. Giuseppe, uomo giusto, si desta dal sonno e agisce.
L’ esecuzione descrive la sua obbedienza. Pur prendendo con sé Maria, egli non la conosce. Il conoscere indica già in Gen 4,1 il rapporto sessuale. L’imposizione del nome di Gesù ad opera di Giuseppe assicura di fronte alla legge la discendenza davidica del figlio di Maria.
Padre Lino Pedron
-----------
Etichette:
meditazione del giorno,
Padre Lino Pedron,
San Giuseppe
Preghiera del mattino 19/III/2014
Caro san Giuseppe, sii per noi un padre.
Proteggi la nostra santa madre Chiesa, il corpo di Cristo, come un tempo hai protetto la santa Madre di Dio e il suo Figlio divino.
Sostienici in tutte le prove con le tue preghiere.
Per i meriti che ti sei guadagnato prendendoti cura, in Egitto, di Maria e di suo Figlio, intercedi per tutti i rifugiati di oggi, che sono stati banditi dalla loro terra natale.
Durante il nostro esilio spirituale, mantieni il nostro cuore nella gioia; aiutaci a fare la volontà di Dio e ad accettare il suo insegnamento, facendo tacere, con spirito sottomesso, la nostra volontà, fino alla nostra ultima ora. Caro padre, rimani al nostro fianco fino alla fine (che è una rinascita); implora per noi il dono della perseveranza finale, perché, una volta pagato il debito dei nostri peccati, possiamo (in compagnia della Madonna e di te stesso, con gli angeli e con i santi) condividere eternamente la gloria del tuo figlio adottivo che, dopo la sua morte sulla croce e la sua discesa agli inferi, ha voluto farti uscire dal limbo e dalla dimora di schiavitù.
--------------
Proteggi la nostra santa madre Chiesa, il corpo di Cristo, come un tempo hai protetto la santa Madre di Dio e il suo Figlio divino.
Sostienici in tutte le prove con le tue preghiere.
Per i meriti che ti sei guadagnato prendendoti cura, in Egitto, di Maria e di suo Figlio, intercedi per tutti i rifugiati di oggi, che sono stati banditi dalla loro terra natale.
Durante il nostro esilio spirituale, mantieni il nostro cuore nella gioia; aiutaci a fare la volontà di Dio e ad accettare il suo insegnamento, facendo tacere, con spirito sottomesso, la nostra volontà, fino alla nostra ultima ora. Caro padre, rimani al nostro fianco fino alla fine (che è una rinascita); implora per noi il dono della perseveranza finale, perché, una volta pagato il debito dei nostri peccati, possiamo (in compagnia della Madonna e di te stesso, con gli angeli e con i santi) condividere eternamente la gloria del tuo figlio adottivo che, dopo la sua morte sulla croce e la sua discesa agli inferi, ha voluto farti uscire dal limbo e dalla dimora di schiavitù.
--------------
martedì 18 marzo 2014
Madre Teresa di Calcutta/88
La nostra vita, per essere degna di essere vissuta, deve essere felice. Non ci sono ragioni per l’infelicità.
------
------
Fame di amare
Signore,
ho una tale fame di amare
e di essere amato,
è la mia unica ragione di essere!
Ma
Cosa saprei dell’amore
se non faccio che donarlo
o riceverlo?
Non conoscerò mai il vero amore
se non amando
del Tuo stesso amore.
Non mi renderei mai conto di quale amore
mi hai amato
se non sperimentando tutto l’amore
di cui mi hai reso capace.
Allora solamente,
quando amerò,
il Tuo amore sarà il mio.
Quando amerò,
la Tua invenzione sarà la mia.
Quando amerò,
il caos diventerà armonia.
Quando amerò
farò consonanza con tutto l’universo.
Quando amerò
ricreerò la Tua Realtà.
Quando amerò così
Tutto sarà AMORE,
il Tuo Amore.
Luois Evely
in preghiere Intime Piemme 1992
------
ho una tale fame di amare
e di essere amato,
è la mia unica ragione di essere!
Ma
Cosa saprei dell’amore
se non faccio che donarlo
o riceverlo?
Non conoscerò mai il vero amore
se non amando
del Tuo stesso amore.
Non mi renderei mai conto di quale amore
mi hai amato
se non sperimentando tutto l’amore
di cui mi hai reso capace.
Allora solamente,
quando amerò,
il Tuo amore sarà il mio.
Quando amerò,
la Tua invenzione sarà la mia.
Quando amerò,
il caos diventerà armonia.
Quando amerò
farò consonanza con tutto l’universo.
Quando amerò
ricreerò la Tua Realtà.
Quando amerò così
Tutto sarà AMORE,
il Tuo Amore.
Luois Evely
in preghiere Intime Piemme 1992
------
Angelo Custode/100
Il Cielo è amore, tutto è amore. E l’amore che vi regna è inesprimibile. L’apostolo Paolo ha avuto la fortuna di essere “elevato fino al terzo Cielo” (2 Cor 12,1-3). Lui, che ha evocato così bene le realtà spirituali, non disponendo che delle parole del linguaggio umano per descrivere ciò che aveva visto, si rifugiò nel silenzio. Io sono in Paradiso. E sono sulla terra, vicino a te, tanto quanto vuoi. Quando sei nella grazia divina, io sono felice; quando te ne allontani, io soffro. Se tu sapessi quanto ti amo!
---------------
---------------
Preghiera del mattino 18/III/2014
"Contempla, o anima mia, Isacco offerto in olocausto, contempla il nuovo Isacco legato sul legno della croce, nuova vittima offerta in mistero per il peccato del mondo. Signore, tu non hai ignorato il sacrificio di Isacco, accogli in sacrificio il mio spirito affranto, poiché tu non disprezzi un cuore affranto e spezzato".
Guarda le mie mani legate dal peccato e il legno della maledizione sulla mia schiena, a frenare il mio cammino verso di te.
Ti rendo grazie, o mio Salvatore, poiché il coltello s'era avvicinato alla mia gola e per il tuo sacrificio.
Agnello senza macchia, tu hai allontanato da me la condanna.
------
Guarda le mie mani legate dal peccato e il legno della maledizione sulla mia schiena, a frenare il mio cammino verso di te.
Ti rendo grazie, o mio Salvatore, poiché il coltello s'era avvicinato alla mia gola e per il tuo sacrificio.
Agnello senza macchia, tu hai allontanato da me la condanna.
------
lunedì 17 marzo 2014
Preghiera del mattino 17/III/2014
Tu hai fatto di noi, Signore, un regno di sacerdoti, un sacerdozio regale, e noi stiamo di fronte a te con le mani alzate: non giudicare il mondo secondo le sue colpe, ricordati dei figli del giusto Abramo che intercedette per Sodoma, ma anche dei figli di Noè, dell'alleanza e della promessa che facesti con questo patriarca al tempo del diluvio. Non disprezzare l'opera delle tue mani. È da parte del mondo intero che noi veniamo verso di te con tutto il cuore, ed è per ogni creatura che noi facciamo penitenza. Noi piangiamo per coloro che non piangono, affinché abbondi in loro la consolazione.
------------
------------
Madre Teresa di Calcutta/87
Preferirei commettere degli errori con gentilezza e con passione piuttosto che operare miracoli con scortesia e durezza.
-------------
-------------
Angelo Custode/99
La tua vita assomiglia alla scalata di un monte di un alpinista. Quanti sforzi, ma anche quanta gioia nell’arrivare! Quante soddisfazioni, ad ogni tappa, gettando uno sguardo sul cammino già percorso! Vivere cristianamente vuoi dire uscire dal pantano del mondo nel quale cadono tante povere anime smarrite. Il tuo itinerario non è dovuto ai tuoi meriti; è pura grazia. Non dimenticarlo.
-----------
-----------
Un saggio della divina gloria di Gesù Cristo
Commento al Vangelo: II domenica di Quaresima 2014 A
Il programma proposto da Gesù ai suoi seguaci: rinnegarsi e prendere la croce, aveva dovuto abbattere non poco gli apostoli, e perciò Egli, nella sua carità infinita, volle sollevarne lo spirito, con una manifestazione gloriosa che doveva imprimersi nella loro mente per i giorni tristi che sarebbero venuti.
Partendo dai pressi di Cesarea di Filippo, giunse alle falde di un monte che la tradizione individua nel Tabor e, presi con sé i suoi apostoli prediletti, Pietro, Giacomo e Giovanni, ascese alla sua cima, elevata a 780 metri sul lago di Genesaret e a 400 sulla pianura di Esdrelon. Non prese con sé tutti gli apostoli, perché avrebbero fatto pubblicità inopportuna, ma volle solo tre testimoni affinché avessero potuto sostenere la fede vacillante negli altri apostoli, scossa dalla continua propaganda ostile degli scribi e farisei.
Dal modo come san Luca narra l’avvenimento, si rileva che dovette avverarsi nella notte (cf Lc 9,28ss); Gesù era infatti salito sul monte per pregare, ciò che faceva di notte, e ne discese il giorno dopo, passando la notte sull’altura. Le tenebre e la solitudine diedero all’avvenimento un maggiore risalto. Il Redentore si mise in orazione, e si raccolse tutto nella gloria del Padre. L’anima sua, attratta dalla divinità, si trovò in piena visione beatifica, e il Corpo fu reso glorioso dalla luce divina. L’ineffabile purezza di quel Corpo divino non offrì neppure il più piccolo ostacolo alla luce eterna che tutto l’avvolgeva, lo penetrava e lo rischiarava, di modo che fu tutto luce e splendore. Il volto divenne come sole, in un’ineffabile espressione di gloria e le vesti per la gran luce che emanava dal corpo, si fecero bianche come la neve o, come dice il testo greco, come la luce. Era uno spettacolo grandioso, ineffabile che rapiva l’anima, e la trasfondeva tutta di pace, di godimento e d’amore.
I tre apostoli – come nota san Luca –, prima aggravati dal sonno, si svegliarono certamente allo splendore di quella luce divina, videro due personaggi che discorrevano con Gesù e, per divina ispirazione, riconobbero in essi Mosè ed Elia.
Furono presi da timore e subito dopo da una gioia interiore così grande che non sapevano esprimerla.
Psicologicamente, nelle grandi gioie che danno all’anima un senso di riposo e di raccoglimento, la fantasia si accende e fa progetti per conservare o accrescere il benessere che si prova. Gli apostoli si voltarono intorno, videro giù le oscure valli e d’ogni parte le tenebre, ebbero orrore del mondo nel quale vivevano e pensarono subito di voler rimanere sempre in quella felicità.
Si scambiarono certamente delle parole, perché nelle grandi sorprese, ognuno crede che chi gli sta vicino non se ne renda abbastanza conto, e ci tiene a manifestare le proprie impressioni, e a tener desta l’altrui attenzione.
Scambievolmente si additavano lo splendore di quella gloria, e scambievolmente si dicevano di non volere ad ogni costo staccarsene; perciò san Pietro, parlando a nome di tutti, si avvicinò a Gesù e gli disse: Signore, è buona cosa per noi stare qui; se vuoi, facciamo qui tre tende, una per te, una per Mosè e una per Elia.
Egli non sapeva quello che diceva – dice san Luca –, e difatti le sue parole erano povere e inceppate, come lo sono sempre in una grande emozione di gioia, e innanzi ad una grande maestà. San Pietro avrebbe voluto dire tante cose e non sapeva quello che dovesse dire; voleva esprimere tanti progetti di felicità stabile, e non seppe proporre che l’erezione di tre tende. È profondamente psicologico, poiché, nelle grandi emozioni, i progetti della fantasia, quando si esprimono, sfumano e di tutta una ridda d’immagini che sembrano grandiose, non rimane che l’espressione di un semplice desiderio rozzamente manifestato. I progetti della fantasia sfumano come un sogno che si dilegua e la parola diventa anche più povera, non sapendosi adeguare a ciò che è già di per sé inafferrabile.
Questo è il mio Figlio diletto: ascoltatelo
Mosè ed Elia conversavano con Gesù e – come dice san Luca –, parlavano della sua dipartita dal mondo tra i dolori amarissimi della Passione. Essi rappresentavano la Legge e i Profeti, e parlavano del compimento di ciò che avevano predetto e figurato. Non è detto nel Vangelo se gli apostoli ascoltarono questi discorsi; è possibile, e in questo caso può credersi che san Pietro abbia proposto di rimanere stabilmente su quel monte non solo per conservare quella felicità, ma anche per sfuggire alle insidie di morte che si preparavano a Gesù Cristo. Egli non sapeva quel che dicesse, non potendo penetrare nel disegno del Signore. Avrebbe voluto dirigere gli eventi e prevenire quelli futuri, senza capire che doveva farsi guidare dalla parola del Redentore. Dio stesso, perciò, si degnò rispondere alle ansietà degli apostoli; una nube luminosa avvolse Gesù, Mosè ed Elia, e dalla nube, che era segno della presenza di Dio, si sentì la voce placida, solenne e grandiosa del Padre che disse: Questi è il mio Figlio diletto nel quale mi sono compiaciuto: ascoltatelo. Non si trattava dunque di fare progetti, ma di seguire il Figlio divino e ascoltarlo. Quelle parole furono piene di tanta maestà che i tre apostoli caddero bocconi per terra e furono presi da un gran timore. La sublime visione era terminata, e Gesù li scosse e li esortò a non temere. Essi alzarono gli occhi e videro solo Gesù, ritornato come prima, nelle sue umili apparenze.
Albeggiava e cominciarono a scendere dal monte; sorse anche il sole, ma quella luce dovette sembrare loro un’ombra di fronte a quella che avevano vista. Ferveva in loro il desiderio di raccontare l’accaduto e può supporsi che facessero uno speciale progetto di confondere gli scribi e farisei.
La loro fede, infatti, si era accresciuta, ed essi, nel loro cuore, l’avevano ora ben salda; si stupivano come gli scribi dicessero che prima del Messia doveva venire Elia, e ne domandarono spiegazione. Gli scribi, per dimostrare alle turbe che Gesù Cristo non era il Cristo, affermavano recisamente che doveva essere preceduto da Elia, secondo le profezie. Gli apostoli, certi ormai della verità, domandarono come gli scribi avessero potuto fare quella affermazione. Gesù Cristo, leggendo nei loro cuori l’ansia di parlare dell’avvenimento grandioso della trasfigurazione, lo vietò loro fino a dopo la sua risurrezione. La divulgazione di un fatto così importante, per il malanimo degli scribi e farisei, sarebbe servita solo ad aumentarne l’ostilità e li avrebbe resi maggiormente rei.
Ad essi, come a gran parte del popolo, ignorante e prevenuto, sarebbe apparsa una fiaba, e si sarebbe così svalutato un dono di Dio. La parte del popolo che ci avrebbe creduto, si sarebbe abbandonata a dimostrazioni politiche, rendendo vano, in tante anime, il disegno di Dio, e concentrandole in una falsa aspirazione temporale. Gesù, dunque, volle che non se ne parlasse se non quando la gloria inoppugnabile della risurrezione l’avesse reso non solo credibile ma salutare per le anime.
Rispondendo poi alla domanda degli apostoli riguardante Elia, Gesù Cristo distinse due venute del profeta: una alla fine del mondo per restaurare tutto e vincere l’anticristo, e una mistica e simbolica in un grande santo che avrebbe preparato a Lui la strada nello spirito di Elia. Questa seconda venuta s’era già realizzata in san Giovanni Battista, austero e forte come Elia, e martire come lui. Il popolo non lo riconobbe, e gli scribi e farisei lo ostacolarono in tutti i modi, come ostacolavano Lui stesso, tendendogli insidie e desiderandone la morte. Se non avevano riconosciuto il Battista, e non avevano ascoltato la sua voce, pur avendo essa tanto prestigio, come avrebbero potuto credere alla gloria della trasfigurazione?
In quel momento non c’era da pensare che alla Passione e Morte, unica via scelta dalla Provvidenza per la redenzione degli uomini.
Don Dolindo Ruotolo
-------------------
sabato 15 marzo 2014
Richieste di preghiere
I) Carissimi fratelli e sorelle in Cristo e nel Cuore Immacolato di Maria, Laura, una giovane donna, figlia unica, è ammalata di Leucemia e ricoverata In ospedale. Oltretutto soffre di crisi epilettiche. Sono a chiedervi di pregare nostro Signore e la nostra mamma Celeste per la sua guarigione e per lo meno di non soffrire e accettare la prova secondo la beatitudine degli afflitti. Grazie a tutti voi, Vi voglio bene e il 9 maggio p.v. vi porterò con me dalla Madonna di Medjugorje.
Un caro saluto da Sergio, marito di Elena.
II) Carissimi, ho ricevuto questi appelli per pregare ed io li inoltro a voi tutti:
- Alberto, un bambino a cui è stata diagnosticata la leucemia. Preghiamo per il bambino, ma anche per i suoi genitori;
- Riccardo, sta aspettando di fare il trapianto di midollo;
- Padre Aldo, un anziano sacerdote che deve sottoporsi a trasfusioni di sangue Grazie a tutti. ardea da Trieste
III) Carissimi, oggi mio figlio Emanuele Diego compie 48 anni. Lo affido alle vostre preghiere affinchè il Signore lo protegga e gli faccia il dono della fede. Grazie. ardea da Trieste
---------
Siate perfetti come il Padre vostro celeste
Mt 5,43-48
Avete inteso che fu detto: Amerai il tuo prossimo e odierai il tuo nemico. Ma io vi dico: amate i vostri nemici e pregate per quelli che vi perseguitano, 45 affinché siate figli del Padre vostro che è nei cieli; egli fa sorgere il suo sole sui cattivi e sui buoni, e fa piovere sui giusti e sugli ingiusti. 46 Infatti, se amate quelli che vi amano, quale ricompensa ne avete? Non fanno così anche i pubblicani? E se date il saluto soltanto ai vostri fratelli, che cosa fate di straordinario? Non fanno così anche i pagani? Voi, dunque, siate perfetti come è perfetto il Padre vostro celeste.
Il comandamento dell’amore, esteso indistintamente a tutti, è il supremo completamento della Legge (v. 17). A questa conclusione Gesù è arrivato lentamente dopo aver parlato dell’astensione dall'ira e dell’immediata riconciliazione (vv. 21-26), del rispetto verso la donna (vv. 27-30) e la propria moglie (vv. 31-32), della verità e sincerità nei rapporti interpersonali (vv. 33-37), fino alla rinuncia alla vendetta e alle rivendicazioni (vv. 38-42). Il principio dell’amore del prossimo è illustrato con due esemplificazioni pratiche: prega re per i nemici e salutare tutti senza discriminazione. La più grande sincerità di amore è chiedere a Dio benedizioni e grazie per il nemico. Questo vertice dell’ideale evangelico si può comprendere solo al la luce dell’esempio di Cristo (cfr Lc 23,34) e dei suoi discepoli (cfr At 7,60). Colui che prega per il suo nemico viene a congiungersi con lui davanti a Dio. In senso cristiano la preghiera è la ricompensa che il nemico riceve in cambio del male che ha fatto. Il precetto della carità non tiene conto delle antipatie pers onali e dei comportamenti altrui.
Il prossimo di qualsiasi colore, buono o cattivo, benevolo o ingrato dev’essere am ato. Il nemico è colui che ha maggiormente bisogno di aiuto: per questo Gesù ci comanda di offrirgli il nostro soccorso. Il comandamento dell’amore dei nemici rivoluziona i comportamenti tradizionali dell’uomo. La benevolenza cri- stiana non è filantropia ma partecipazione all’amore di Dio. La sua universalità si giustifica solo in questa luce: "af- finché siate figli del Padre vostro (v. 45), e "siate perfetti co me è perfetto il Padre vostro che è nei cieli" (v 48). Il cri- stiano esprime nel modo più sicuro e più vero la sua parentela con Dio amando indistintamente tutti. L’amore del nemico è l’essenza del cristianesimo.
Sant’Agostino ci insegna che "la misura dell’amore è amare senza misura" , ossia infinitamente, come ama Dio. In quanto figli di Dio i cristiani devono assomigliare al lo ro Padre nel modo di essere, di sentire e di agire. L’amore verso i nemici è la via per raggiungere la sua stessa perfezione. La perfezione di cui parla Matteo è l’imitazione dell’amore mi sericordioso di Dio verso tutti gli uomini, anche se ingiusti e malvagi. Il cristiano è una nuova creatura (cfr 2Cor 5,17) e non può più agire secondo i suoi istinti e capricci, ma conformemente alla vita nuova in cui è stato rigenerato. Gesù pone come termine della perfezione l’agire del Padre, che è un punto inarrivabile. L’imitazione del Padre, e conseguentemente di Gesù, è l’unica norma dell’agire cristiano, l’unica via per superare la morale farisaica. Essere perfetti come il Padre è in concreto imitare Cristo nella sua piena ed eroica obbedienza alla volontà del Padre, e nella sua dedizione ai fratelli. È perciò diventando perfetti imitatori di Cristo, che si diventa perfetti imitatori del Padre.
Padre Lino Pedron
-----------
Avete inteso che fu detto: Amerai il tuo prossimo e odierai il tuo nemico. Ma io vi dico: amate i vostri nemici e pregate per quelli che vi perseguitano, 45 affinché siate figli del Padre vostro che è nei cieli; egli fa sorgere il suo sole sui cattivi e sui buoni, e fa piovere sui giusti e sugli ingiusti. 46 Infatti, se amate quelli che vi amano, quale ricompensa ne avete? Non fanno così anche i pubblicani? E se date il saluto soltanto ai vostri fratelli, che cosa fate di straordinario? Non fanno così anche i pagani? Voi, dunque, siate perfetti come è perfetto il Padre vostro celeste.
Il comandamento dell’amore, esteso indistintamente a tutti, è il supremo completamento della Legge (v. 17). A questa conclusione Gesù è arrivato lentamente dopo aver parlato dell’astensione dall'ira e dell’immediata riconciliazione (vv. 21-26), del rispetto verso la donna (vv. 27-30) e la propria moglie (vv. 31-32), della verità e sincerità nei rapporti interpersonali (vv. 33-37), fino alla rinuncia alla vendetta e alle rivendicazioni (vv. 38-42). Il principio dell’amore del prossimo è illustrato con due esemplificazioni pratiche: prega re per i nemici e salutare tutti senza discriminazione. La più grande sincerità di amore è chiedere a Dio benedizioni e grazie per il nemico. Questo vertice dell’ideale evangelico si può comprendere solo al la luce dell’esempio di Cristo (cfr Lc 23,34) e dei suoi discepoli (cfr At 7,60). Colui che prega per il suo nemico viene a congiungersi con lui davanti a Dio. In senso cristiano la preghiera è la ricompensa che il nemico riceve in cambio del male che ha fatto. Il precetto della carità non tiene conto delle antipatie pers onali e dei comportamenti altrui.
Il prossimo di qualsiasi colore, buono o cattivo, benevolo o ingrato dev’essere am ato. Il nemico è colui che ha maggiormente bisogno di aiuto: per questo Gesù ci comanda di offrirgli il nostro soccorso. Il comandamento dell’amore dei nemici rivoluziona i comportamenti tradizionali dell’uomo. La benevolenza cri- stiana non è filantropia ma partecipazione all’amore di Dio. La sua universalità si giustifica solo in questa luce: "af- finché siate figli del Padre vostro (v. 45), e "siate perfetti co me è perfetto il Padre vostro che è nei cieli" (v 48). Il cri- stiano esprime nel modo più sicuro e più vero la sua parentela con Dio amando indistintamente tutti. L’amore del nemico è l’essenza del cristianesimo.
Sant’Agostino ci insegna che "la misura dell’amore è amare senza misura" , ossia infinitamente, come ama Dio. In quanto figli di Dio i cristiani devono assomigliare al lo ro Padre nel modo di essere, di sentire e di agire. L’amore verso i nemici è la via per raggiungere la sua stessa perfezione. La perfezione di cui parla Matteo è l’imitazione dell’amore mi sericordioso di Dio verso tutti gli uomini, anche se ingiusti e malvagi. Il cristiano è una nuova creatura (cfr 2Cor 5,17) e non può più agire secondo i suoi istinti e capricci, ma conformemente alla vita nuova in cui è stato rigenerato. Gesù pone come termine della perfezione l’agire del Padre, che è un punto inarrivabile. L’imitazione del Padre, e conseguentemente di Gesù, è l’unica norma dell’agire cristiano, l’unica via per superare la morale farisaica. Essere perfetti come il Padre è in concreto imitare Cristo nella sua piena ed eroica obbedienza alla volontà del Padre, e nella sua dedizione ai fratelli. È perciò diventando perfetti imitatori di Cristo, che si diventa perfetti imitatori del Padre.
Padre Lino Pedron
-----------
Etichette:
meditazione del giorno,
Padre Lino Pedron
Preghiamo 14-mar-2014
Signore Gesù, ti prego che questa Quaresima mi renda più consapevole del fatto che Tu sei presente nella mia vita con il tuo perdono e meno preoccupato di far bella figura davanti al mondo.
Fa' che Ti riconosca e Ti sperimenti nel profondo.
Toglimi le paure, i sospetti, i dubbi con i quali ti impedisco di essere il mio Signore; so bene quanto sia grande la mia resistenza, quanto io scelga il facile e superficiale quieto vivere invece che la luce.
Ma tu continui a chiamarmi.
Fa' che riconosca che Tu resti con me… nonostante tutto.
Amen.
---------------
Fa' che Ti riconosca e Ti sperimenti nel profondo.
Toglimi le paure, i sospetti, i dubbi con i quali ti impedisco di essere il mio Signore; so bene quanto sia grande la mia resistenza, quanto io scelga il facile e superficiale quieto vivere invece che la luce.
Ma tu continui a chiamarmi.
Fa' che riconosca che Tu resti con me… nonostante tutto.
Amen.
---------------
Preghiera del mattino 14/III/2014
"O tu, Signore, amico degli uomini, tu che vedi nei cuori e conosci i pensieri segreti, strappa il velo di menzogna da cui sono coperto, consuma con il fuoco della tua verità il peccato che mi attanaglia".
Poiché conosco la tua legge, tu l'hai incisa nel mio cuore, e io ho chiuso gli occhi e mi sono accecato sulle tue vie, ho preteso la giustizia quando tu parlavi di misericordia e ho invocato senza diritto la tua misericordia per sottrarmi alla tua giustizia.
La confessione della mia colpa spalanchi le porte alla tua luce.
---------
Poiché conosco la tua legge, tu l'hai incisa nel mio cuore, e io ho chiuso gli occhi e mi sono accecato sulle tue vie, ho preteso la giustizia quando tu parlavi di misericordia e ho invocato senza diritto la tua misericordia per sottrarmi alla tua giustizia.
La confessione della mia colpa spalanchi le porte alla tua luce.
---------
giovedì 13 marzo 2014
Madre Teresa di Calcutta/86
I cristiani sono come la luce per gli altri.., per la gente del mondo. Se siamo cristiani, allora dobbiamo essere simili a Cristo.
-------
-------
Angelo Custode/98
La pace interiore è il segno del Regno di Dio; essa distingue il discepolo di Cristo Gesù in questo mondo agitato e tormentato, dove regna la confusione degli spiriti. Questa pace ti permette di discernere i veri valori del Vangelo dai falsi valori del mondo. Abbi pietà di quelli che si lasciano impressionare, accecati da questi valori ingannevoli; e sii misericordioso. La misericordia è uno dei maggiori segni dell’appartenenza al Regno di Dio. “Siate misericordiosi com’è misericordioso il Padre vostro” (Lc 6,36). Tu vuoi essere un fedele discepolo di Gesù. Prendi bene coscienza che questo comporta una nuova visione del mondo e della tua relazione con gli altri: la visione del Vangelo. E la meditazione quotidiana del Vangelo che ti darà progressivamente questa visione. Qualche versetto sarà sufficiente per nutrire tutta la tua giornata.
-----------
-----------
Chiunque chiede, riceve
Mt 7,7-12
7 Chiedete e vi sarà dato, cercate e troverete, bussate e vi sarà aperto.
8 Perché chiunque chiede riceve, e chi cerca trova, e a chi bussa sarà aperto.
9 Chi di voi, al figlio che gli chiede un pane, darà una pietra? 10 E se gli chiede un pesce, gli darà una serpe? 11 Se voi, dunque, che siete cattivi, sapete dare cose buone ai vostri figli, quanto più il Padre vostro che è nei cieli darà cose buone a quelli che gliele chiedono! 12 Tutto quanto volete che gli uomini facciano a voi, anche voi fatelo a loro: questa infatti è la Legge e i Profeti.
Il cristiano è colui che vuole essere come Cristo. Nella preghiera la vita di Dio diventa la nostra vita. L’unica condizione per riceverla è volerla e chiederla.
San Giacomo scrive: "Se qualcuno manca di sapienza, la domandi a Dio che dona a tutti generosamente e senza rinfacciare, e gli sarà data. La domandi però con fede, senza esitare, perché chi esita somiglia all'onda del mare mossa e agitata dal vento, e non pensi di ricevere qualcosa dal Signore un uomo che ha l’animo oscillante e instabile in tutte le sue azioni" (Gc 1,5-8). E aggiunge: "Non avete perché non chiedete; chiedete e non ottenete
perché chiedete male" (Gc 4,2-3).
La preghiera è infallibile se chiediamo ciò che è conforme alla volontà di Dio, con una fiducia che desidera tutto e non ritiene impossibile nulla, con un’umiltà che tutto attende e nulla pretende.
La preghiera non è un importunare Dio per estorcergli ciò che vogliamo, ma l’atteggiamento di un figlio che chiede ciò che il Padre vuole donare.
Chiedete, cercate, bussate sono degli imperativi presenti che ci comandano di continuare a chiedere, a cercare e a bussare, senza stancarci mai (cfr Lc 18,1).
10 La condizione dell’efficacia della preghiera non è solo la fede dell’uomo, ma soprattutto la bontà di Dio. Dio è molto migliore di qualsiasi padre. Ciò che vale tra padre e figlio, vale incomparabilmente di più tra Dio e l’uomo che
lo invoca.
Il v. 12 è chiamato solitamente "la regola d’oro". Gesù afferma che la perfezione cristiana consiste nella perfezione dell’amore del prossimo. Tutto l’insegnamento evangelico si riassume nel servizio prestato all’altro, anche a
prezzo del proprio interesse, perché l’altro è il proprio fratello. L’imperativo "fate" richiede un amore concreto e operoso.
L’amore cristiano è più di una semplice comprensione o benevolenza verso i bisognosi e i deboli: è considerare l’altro come parte integrante del proprio essere. Per questo il peccato più grande è l’egocentrismo, e la virtù più importante è l’impegno sociale e comunitario.
La "regola d’oro" del v. 12 consiste soprattutto nella "regola dell'immedesimazione" o, più prosaicamente, "nel sapersi mettere nei panni degli altri", nella capacità di trasferirsi con amore e fantasia nella situazione dell’altro (anche del nemico). La mancanza di fantasia è mancanza d’amore.
Nel processo di Majdanek risultò evidente che questa mancanza di immedesimazione negli altri può avere conseguenze disastrose. Gli accusati di questo orribile campo di concentramento dimostrarono la quasi totale incapacità di trasferirsi nella situazione delle loro vittime.
Il verbo «fare» indica un amore concreto e tangibile, come ci insegna anche la 1Gv 3,16-18: «Da questo abbiamo conosciuto l’amore: egli ha dato la sua vita per noi; quindi anche noi dobbiamo dare la vita per i fratelli. Ma se uno ha ricchezze di questo mondo e vedendo il suo fratello in necessità gli chiude il proprio cuore, come dimora in lui l’amore di Dio? Figlioli, non amiamo a parole né con la lingua, ma coi fatti e nella verità».
La novità del vangelo sta nella concentrazione di tutta la volontà di Dio nel comandamento dell’amore. Questo amore, manifestato a noi in Cristo, ha la sua sorgente e il suo modello nel Padre (Mt 5,43-48).
Padre Lino Pedron
------------
7 Chiedete e vi sarà dato, cercate e troverete, bussate e vi sarà aperto.
8 Perché chiunque chiede riceve, e chi cerca trova, e a chi bussa sarà aperto.
9 Chi di voi, al figlio che gli chiede un pane, darà una pietra? 10 E se gli chiede un pesce, gli darà una serpe? 11 Se voi, dunque, che siete cattivi, sapete dare cose buone ai vostri figli, quanto più il Padre vostro che è nei cieli darà cose buone a quelli che gliele chiedono! 12 Tutto quanto volete che gli uomini facciano a voi, anche voi fatelo a loro: questa infatti è la Legge e i Profeti.
Il cristiano è colui che vuole essere come Cristo. Nella preghiera la vita di Dio diventa la nostra vita. L’unica condizione per riceverla è volerla e chiederla.
San Giacomo scrive: "Se qualcuno manca di sapienza, la domandi a Dio che dona a tutti generosamente e senza rinfacciare, e gli sarà data. La domandi però con fede, senza esitare, perché chi esita somiglia all'onda del mare mossa e agitata dal vento, e non pensi di ricevere qualcosa dal Signore un uomo che ha l’animo oscillante e instabile in tutte le sue azioni" (Gc 1,5-8). E aggiunge: "Non avete perché non chiedete; chiedete e non ottenete
perché chiedete male" (Gc 4,2-3).
La preghiera è infallibile se chiediamo ciò che è conforme alla volontà di Dio, con una fiducia che desidera tutto e non ritiene impossibile nulla, con un’umiltà che tutto attende e nulla pretende.
La preghiera non è un importunare Dio per estorcergli ciò che vogliamo, ma l’atteggiamento di un figlio che chiede ciò che il Padre vuole donare.
Chiedete, cercate, bussate sono degli imperativi presenti che ci comandano di continuare a chiedere, a cercare e a bussare, senza stancarci mai (cfr Lc 18,1).
10 La condizione dell’efficacia della preghiera non è solo la fede dell’uomo, ma soprattutto la bontà di Dio. Dio è molto migliore di qualsiasi padre. Ciò che vale tra padre e figlio, vale incomparabilmente di più tra Dio e l’uomo che
lo invoca.
Il v. 12 è chiamato solitamente "la regola d’oro". Gesù afferma che la perfezione cristiana consiste nella perfezione dell’amore del prossimo. Tutto l’insegnamento evangelico si riassume nel servizio prestato all’altro, anche a
prezzo del proprio interesse, perché l’altro è il proprio fratello. L’imperativo "fate" richiede un amore concreto e operoso.
L’amore cristiano è più di una semplice comprensione o benevolenza verso i bisognosi e i deboli: è considerare l’altro come parte integrante del proprio essere. Per questo il peccato più grande è l’egocentrismo, e la virtù più importante è l’impegno sociale e comunitario.
La "regola d’oro" del v. 12 consiste soprattutto nella "regola dell'immedesimazione" o, più prosaicamente, "nel sapersi mettere nei panni degli altri", nella capacità di trasferirsi con amore e fantasia nella situazione dell’altro (anche del nemico). La mancanza di fantasia è mancanza d’amore.
Nel processo di Majdanek risultò evidente che questa mancanza di immedesimazione negli altri può avere conseguenze disastrose. Gli accusati di questo orribile campo di concentramento dimostrarono la quasi totale incapacità di trasferirsi nella situazione delle loro vittime.
Il verbo «fare» indica un amore concreto e tangibile, come ci insegna anche la 1Gv 3,16-18: «Da questo abbiamo conosciuto l’amore: egli ha dato la sua vita per noi; quindi anche noi dobbiamo dare la vita per i fratelli. Ma se uno ha ricchezze di questo mondo e vedendo il suo fratello in necessità gli chiude il proprio cuore, come dimora in lui l’amore di Dio? Figlioli, non amiamo a parole né con la lingua, ma coi fatti e nella verità».
La novità del vangelo sta nella concentrazione di tutta la volontà di Dio nel comandamento dell’amore. Questo amore, manifestato a noi in Cristo, ha la sua sorgente e il suo modello nel Padre (Mt 5,43-48).
Padre Lino Pedron
------------
Etichette:
meditazione del giorno,
Padre Lino Pedron
Sii misericordioso
O Signore Gesù Cristo, Dio mio, sii misericordioso, indulgente e benigno e perdona a me, peccatore e servo inutile e indegno, gli errori, le offese e i peccati che consapevolmente o inconsapevolmente ho commesso sia in parole o azioni o desideri o pensieri e occupazioni, e con tutti i miei sensi, dalla mia giovinezza fino a questo giorno e a questo istante.
Per l’intercessione di Maria, che ti ha generato verginalmente, tua madre santissima e sempre vergine, mia unica e incrollabile speranza, mia salvezza,
rendimi degno di prendere parte senza timore di condanna ai tuoi purissimi, immortali, vivificanti e tremendi Misteri, per ottenere la remissione dei peccati, vita eterna, santificazione, luce, forza, guarigione, salute per l’anima e per il corpo.
Fa’ che essi cancellino e distruggano completamente in me pensieri cattivi, idee, giudizi temerari e illusioni notturne provocate dagli spiriti delle tenebre e del male.
Poiché tuo è il regno e la potenza e la gloria e l’onore e l’adorazione, col Padre e con lo Spirito Santo ora e sempre per i secoli dei secoli.
Amen.GIOVANNI CRISOSTOMO
(da Iemn Enkeiridion, 67-68)
--------------
Per l’intercessione di Maria, che ti ha generato verginalmente, tua madre santissima e sempre vergine, mia unica e incrollabile speranza, mia salvezza,
rendimi degno di prendere parte senza timore di condanna ai tuoi purissimi, immortali, vivificanti e tremendi Misteri, per ottenere la remissione dei peccati, vita eterna, santificazione, luce, forza, guarigione, salute per l’anima e per il corpo.
Fa’ che essi cancellino e distruggano completamente in me pensieri cattivi, idee, giudizi temerari e illusioni notturne provocate dagli spiriti delle tenebre e del male.
Poiché tuo è il regno e la potenza e la gloria e l’onore e l’adorazione, col Padre e con lo Spirito Santo ora e sempre per i secoli dei secoli.
Amen.GIOVANNI CRISOSTOMO
(da Iemn Enkeiridion, 67-68)
--------------
mercoledì 12 marzo 2014
A questa generazione non sarà dato che il segno di Giona
Lc 11,29-32
29 Mentre le folle si accalcavano, Gesù cominciò a dire: «Questa generazione è una generazione malvagia; essa cerca un segno, ma non le sarà dato alcun segno, se non il segno di Giona. 30 Poiché, come Giona fu un segno per quelli di Ninive, così anche il Figlio dell'uomo lo sarà per questa generazione. 31 Nel giorno del giudizio, la regina del Sud si alzerà contro gli uomini di questa generazione e li condannerà, perché ella venne dagli estremi confini della terra per ascoltare la sapienza di Salomone. Ed ecco, qui vi è uno più grande di Salomone. 32 Nel giorno del giudizio, gli abitanti di Ninive si alzeranno contro questa generazione e la condanneranno, perché essi alla predicazione di Giona si convertirono. Ed ecco, qui vi è uno più grande di Giona.
Non dobbiamo invidiare la generazione dei contemporanei di Gesù. Egli stesso la definisce "generazione malvagia" perché è ancora sotto lo spirito del maligno e chiede dei segni invece di convertirsi all’annuncio della sua parola. Egli si rifiuta di dare dei segni "fuorché il segno di Giona".
Gesù sarà il segno della misericordia di Dio per tutti. Invece di chiedergli segni, bisogna convertirsi all’annuncio della sua morte e risurrezione. Se la fede è obbedire a Dio, il contrario della fede è la pretesa che Dio obbedisca a noi. E questo avviene quando si instaura con Dio un rapporto di ricatto, chiedendo sempre prove nuove e più grandi, senza decidersi a credere al suo amore.
Dio ci concede dei segni per farci arrivare alla fede. Ma chi ne cerca ancora dopo essere arrivato alla fede, instaura con Dio un rapporto di ricatto invece che di fiducia. I segni che Dio ci dà rispettano sempre la nostra libertà, ossia non ci costringono mai a credere. Tutti i segni che Dio concede in Gesù si riassumono nel segno di Giona: egli fu segno di un Dio misericordioso e clemente, di grande amore, che si lascia impietosire (Gio 4,2). Gesù è il maestro di sapienza al quale i credenti possono rivolgersi sicuri di trovare maggior conforto di quanto ne ebbe la regina di Saba nell'ascoltare i responsi di Salomone.
La salvezza dipende dalla nostra risposta all'annuncio di misericordia di colui che è più di Salomone e di Giona, al di sopra dei sapienti e dei profeti.
Padre Lino Pedron
----------------
29 Mentre le folle si accalcavano, Gesù cominciò a dire: «Questa generazione è una generazione malvagia; essa cerca un segno, ma non le sarà dato alcun segno, se non il segno di Giona. 30 Poiché, come Giona fu un segno per quelli di Ninive, così anche il Figlio dell'uomo lo sarà per questa generazione. 31 Nel giorno del giudizio, la regina del Sud si alzerà contro gli uomini di questa generazione e li condannerà, perché ella venne dagli estremi confini della terra per ascoltare la sapienza di Salomone. Ed ecco, qui vi è uno più grande di Salomone. 32 Nel giorno del giudizio, gli abitanti di Ninive si alzeranno contro questa generazione e la condanneranno, perché essi alla predicazione di Giona si convertirono. Ed ecco, qui vi è uno più grande di Giona.
Non dobbiamo invidiare la generazione dei contemporanei di Gesù. Egli stesso la definisce "generazione malvagia" perché è ancora sotto lo spirito del maligno e chiede dei segni invece di convertirsi all’annuncio della sua parola. Egli si rifiuta di dare dei segni "fuorché il segno di Giona".
Gesù sarà il segno della misericordia di Dio per tutti. Invece di chiedergli segni, bisogna convertirsi all’annuncio della sua morte e risurrezione. Se la fede è obbedire a Dio, il contrario della fede è la pretesa che Dio obbedisca a noi. E questo avviene quando si instaura con Dio un rapporto di ricatto, chiedendo sempre prove nuove e più grandi, senza decidersi a credere al suo amore.
Dio ci concede dei segni per farci arrivare alla fede. Ma chi ne cerca ancora dopo essere arrivato alla fede, instaura con Dio un rapporto di ricatto invece che di fiducia. I segni che Dio ci dà rispettano sempre la nostra libertà, ossia non ci costringono mai a credere. Tutti i segni che Dio concede in Gesù si riassumono nel segno di Giona: egli fu segno di un Dio misericordioso e clemente, di grande amore, che si lascia impietosire (Gio 4,2). Gesù è il maestro di sapienza al quale i credenti possono rivolgersi sicuri di trovare maggior conforto di quanto ne ebbe la regina di Saba nell'ascoltare i responsi di Salomone.
La salvezza dipende dalla nostra risposta all'annuncio di misericordia di colui che è più di Salomone e di Giona, al di sopra dei sapienti e dei profeti.
Padre Lino Pedron
----------------
Etichette:
meditazione del giorno,
Padre Lino Pedron
Preghiera del mattino 12/III/2014
"Dal ventre degli inferi, come Giona, grido nella miseria.
Tu mi hai respinto nel profondo dei mari e i flutti mi hanno circondato; non respingermi, Signore, ritira la mia vita dall'abisso delle acque.
Il diluvio del peccato mi inonda con i suoi flutti mortali.
Allunga su di me la tua mano come facesti per Noè, come facesti per Pietro sul mare scatenato".
Poiché io ti ho riconosciuto, o figlio di Dio, tu sei il mio Salvatore e sei il Salvatore di questa generazione perduta e già i miei occhi vedono il tuo corpo disegnare tra cielo e terra il regno della riconciliazione.
-------------
Tu mi hai respinto nel profondo dei mari e i flutti mi hanno circondato; non respingermi, Signore, ritira la mia vita dall'abisso delle acque.
Il diluvio del peccato mi inonda con i suoi flutti mortali.
Allunga su di me la tua mano come facesti per Noè, come facesti per Pietro sul mare scatenato".
Poiché io ti ho riconosciuto, o figlio di Dio, tu sei il mio Salvatore e sei il Salvatore di questa generazione perduta e già i miei occhi vedono il tuo corpo disegnare tra cielo e terra il regno della riconciliazione.
-------------
martedì 11 marzo 2014
Le mie mani
Le mie mani, coperte di cenere,
segnate dal mio peccato
e da fallimenti, davanti a te, Signore,
io le apro, perché ridiventino
capaci di costruire
e perché tu ne cancelli
la sporcizia.
Le mie mani, avvinghiate
ai miei possessi e alle mie idee
già assodate,
davanti a te, o Signore,
io le apro, perché lascino
andare i miei tesori...
Le mie mani pronte a lacerare
e a ferire, davanti a te, o Signore,
io le apro, perché ridiventino
capaci di accarezzare.
Le mie mani, chiuse come pugni di odio
e di violenza, davanti a te, o Signore,
io le apro, deponi in loro la tua tenerezza.
Le mie mani, si separano dal loro peccato,
davanti a te, o Signore,
io le apro: attendo il tuo perdono.Charles Singer
------
segnate dal mio peccato
e da fallimenti, davanti a te, Signore,
io le apro, perché ridiventino
capaci di costruire
e perché tu ne cancelli
la sporcizia.
Le mie mani, avvinghiate
ai miei possessi e alle mie idee
già assodate,
davanti a te, o Signore,
io le apro, perché lascino
andare i miei tesori...
Le mie mani pronte a lacerare
e a ferire, davanti a te, o Signore,
io le apro, perché ridiventino
capaci di accarezzare.
Le mie mani, chiuse come pugni di odio
e di violenza, davanti a te, o Signore,
io le apro, deponi in loro la tua tenerezza.
Le mie mani, si separano dal loro peccato,
davanti a te, o Signore,
io le apro: attendo il tuo perdono.Charles Singer
------
Madre Teresa di Calcutta/85
“Quando il diavolo è scontento dell’opera di Dio e non sa come distruggerla, cerca di distruggere lo strumento: in tal modo, indirettamente distrugge l’opera di Dio”.
-------
-------
Angelo Custode/97
Deliziati nel compiere in tutto la volontà di Gesù. La sera, offri al Signore tutte le azioni e le gesta compiute per compiacerlo. Chiedi e ti verrà dato; ma offri anche e consola Gesù, che continua ad essere ferito dagli uomini; ma nonostante ciò è venuto in terra per salvarli attraverso la sua morte sulla croce.
----------
----------
Voi dunque pregate così
Mt 6,7-15
7 Pregando, non sprecate parole come i pagani: essi credono di venire ascoltati a forza di parole. 8 Non siate dunque come loro, perché il Padre vostro sa di quali cose avete bisogno prima ancora che gliele chiediate. 9 Voi dunque pregate così: Padre nostro che sei nei cieli, sia santificato il tuo nome, 10 venga il tuo regno, sia fatta la tua volontà, come in cielo così in terra. 11 Dacci oggi il nostro pane quotidiano, 12 e rimetti a noi i nostri debiti come anche noi li rimettiamo ai nostri debitori, 13 e non abbandonarci alla tentazione, ma liberaci dal male. 14 Se voi infatti perdonerete agli altri le loro colpe, il Padre vostro che è nei cieli perdonerà anche a voi; 15 ma se voi non perdonerete agli altri, neppure il Padre vostro perdonerà le vostre colpe.
Gesù ci insegna la preghiera cristiana, che si contrappone alla preghiera dei farisei e dei pagani: il Padre nostro. È un testo di grande importanza che ci aiuta a comprendere chi è il cristiano. Il Padre nostro è una parola di Dio rivolta a noi, più che una nostra preghiera rivolta a lui. È il riassunto di tutto il vangelo.
Non è Dio che deve convertirsi, sollecitato dalle nostre preghiere: siamo noi che dobbiamo convertirci a lui.
Il contenuto di questa preghiera è unico: il regno di Dio. Ciò è in perfetta consonanza con l’insegnamento di Gesù: «Cercate prima il regno di Dio e la sua giustizia, e tutte queste cose vi saranno date in aggiunta» (Mt 6,33). Padre nostro. Il discepolo ha diritto di pregare come figlio. E sta in questo nuovo rapporto l’originalità cristiana (cf. Gal 4,6; Rm 8,15). La familiarità nel rapporto con Dio, che nasce dalla consapevolezza di essere figli amati dal Padre, è espressa nel Nuovo Testamento con il termine parresía che può essere tradotto familiarità disinvolta e confidente (cf. Ef 3,11-12).
L’aggettivo nostro esprime l’aspetto comunitario della preghiera. Quando uno prega il Padre, tutti pregano in lui e con lui. L’espressione che sei nei cieli richiama la trascendenza e la signoria di Dio: egli è vicino e lontano, come noi e diverso da noi, Padre e Signore.
Il sapere che Dio è Padre porta alla fiducia, all'ottimismo, al senso della provvidenza (cf. Mt 6,26-33). Sia santificato il tuo nome, venga il tuo regno, sia fatta la tua volontà. Il verbo della prima invocazione è al pas- sivo: ciò significa che il protagonista è Dio, non l’uomo. La santificazione del nome è opera di Dio. La preghiera è semplicemente un atteggiamento che fa spazio all’azione di Dio, una disponibilità.
L’espressione santificare il nome dev'esserle intesa alla luce dell’Antico Testamento, in particolare di Ez 36,22-29. Essa indica un permettere a Dio di svelare il suo volto nella storia della salvezza e nella comunità credente. Il discepolo prega perché la comunità diventi un involucro trasparente che lasci intravedere la presenza del Padre. La venuta del Regno comprende la vittoria definitiva sul male, sulla divisione, sul disordine e sulla morte. Il discepolo chiede e attende tutto questo. Ma la sua preghi era implica contemporaneamente un’assunzione di responsabilità: egli attende il Regno come un dono e insieme chiede il coraggio per costruirlo. La volontà di Dio è il disegno di salvezza che deve realizzarsi nella storia. Come in cielo, così in terra. Bisogna anticipare qui in terra la vita del mondo che verrà. La città terrestre deve costruirsi a imitazione della città di Dio. Dacci oggi il nostro pane quotidiano.
Il nostro pane è frutto della terra e del lavoro dell’uomo, ma è anche, e soprattutto, dono del Padre. Nell’espressione c’è il senso della comunitarietà (il nostro pane) e un senso di sobrietà (il pane per oggi).
Il Regno è al primo posto: il resto in funzione del Regno. Rimetti a noi i nostri debiti come noi li rimettiamo ai nostri debitori, e non ci indurre in tentazione, ma liberaci dal male. Anche queste tre ultime domande riguardano il regno di Dio, ma dentro di noi.
Il Regno è innanzitutto l’avvento della misericordia. Questa preghiera si apre con il Padre e termina con il maligno. L’uomo è nel mezzo, conteso e sollecitato da entrambi. Nessun pessimismo, però.
Il discepolo sa che niente e nessuno lo può separare dall'amore di Dio e strappare dalle mani del Padre. Matteo commenta il Padre nostro su un solo punto, rimetti a noi i nostri debiti....
Ecco il commento: «Se voi, infatti, perdonerete agli uomini le loro colpe, il Padre vostro celeste perdonerà anche a voi...». Nel capitolo precedente Matteo aveva messo in luce l’amor e per tutti. Ora mette in luce la sua concreta manifestazione: il perdono.
Padre Lino Pedron
------------
7 Pregando, non sprecate parole come i pagani: essi credono di venire ascoltati a forza di parole. 8 Non siate dunque come loro, perché il Padre vostro sa di quali cose avete bisogno prima ancora che gliele chiediate. 9 Voi dunque pregate così: Padre nostro che sei nei cieli, sia santificato il tuo nome, 10 venga il tuo regno, sia fatta la tua volontà, come in cielo così in terra. 11 Dacci oggi il nostro pane quotidiano, 12 e rimetti a noi i nostri debiti come anche noi li rimettiamo ai nostri debitori, 13 e non abbandonarci alla tentazione, ma liberaci dal male. 14 Se voi infatti perdonerete agli altri le loro colpe, il Padre vostro che è nei cieli perdonerà anche a voi; 15 ma se voi non perdonerete agli altri, neppure il Padre vostro perdonerà le vostre colpe.
Gesù ci insegna la preghiera cristiana, che si contrappone alla preghiera dei farisei e dei pagani: il Padre nostro. È un testo di grande importanza che ci aiuta a comprendere chi è il cristiano. Il Padre nostro è una parola di Dio rivolta a noi, più che una nostra preghiera rivolta a lui. È il riassunto di tutto il vangelo.
Non è Dio che deve convertirsi, sollecitato dalle nostre preghiere: siamo noi che dobbiamo convertirci a lui.
Il contenuto di questa preghiera è unico: il regno di Dio. Ciò è in perfetta consonanza con l’insegnamento di Gesù: «Cercate prima il regno di Dio e la sua giustizia, e tutte queste cose vi saranno date in aggiunta» (Mt 6,33). Padre nostro. Il discepolo ha diritto di pregare come figlio. E sta in questo nuovo rapporto l’originalità cristiana (cf. Gal 4,6; Rm 8,15). La familiarità nel rapporto con Dio, che nasce dalla consapevolezza di essere figli amati dal Padre, è espressa nel Nuovo Testamento con il termine parresía che può essere tradotto familiarità disinvolta e confidente (cf. Ef 3,11-12).
L’aggettivo nostro esprime l’aspetto comunitario della preghiera. Quando uno prega il Padre, tutti pregano in lui e con lui. L’espressione che sei nei cieli richiama la trascendenza e la signoria di Dio: egli è vicino e lontano, come noi e diverso da noi, Padre e Signore.
Il sapere che Dio è Padre porta alla fiducia, all'ottimismo, al senso della provvidenza (cf. Mt 6,26-33). Sia santificato il tuo nome, venga il tuo regno, sia fatta la tua volontà. Il verbo della prima invocazione è al pas- sivo: ciò significa che il protagonista è Dio, non l’uomo. La santificazione del nome è opera di Dio. La preghiera è semplicemente un atteggiamento che fa spazio all’azione di Dio, una disponibilità.
L’espressione santificare il nome dev'esserle intesa alla luce dell’Antico Testamento, in particolare di Ez 36,22-29. Essa indica un permettere a Dio di svelare il suo volto nella storia della salvezza e nella comunità credente. Il discepolo prega perché la comunità diventi un involucro trasparente che lasci intravedere la presenza del Padre. La venuta del Regno comprende la vittoria definitiva sul male, sulla divisione, sul disordine e sulla morte. Il discepolo chiede e attende tutto questo. Ma la sua preghi era implica contemporaneamente un’assunzione di responsabilità: egli attende il Regno come un dono e insieme chiede il coraggio per costruirlo. La volontà di Dio è il disegno di salvezza che deve realizzarsi nella storia. Come in cielo, così in terra. Bisogna anticipare qui in terra la vita del mondo che verrà. La città terrestre deve costruirsi a imitazione della città di Dio. Dacci oggi il nostro pane quotidiano.
Il nostro pane è frutto della terra e del lavoro dell’uomo, ma è anche, e soprattutto, dono del Padre. Nell’espressione c’è il senso della comunitarietà (il nostro pane) e un senso di sobrietà (il pane per oggi).
Il Regno è al primo posto: il resto in funzione del Regno. Rimetti a noi i nostri debiti come noi li rimettiamo ai nostri debitori, e non ci indurre in tentazione, ma liberaci dal male. Anche queste tre ultime domande riguardano il regno di Dio, ma dentro di noi.
Il Regno è innanzitutto l’avvento della misericordia. Questa preghiera si apre con il Padre e termina con il maligno. L’uomo è nel mezzo, conteso e sollecitato da entrambi. Nessun pessimismo, però.
Il discepolo sa che niente e nessuno lo può separare dall'amore di Dio e strappare dalle mani del Padre. Matteo commenta il Padre nostro su un solo punto, rimetti a noi i nostri debiti....
Ecco il commento: «Se voi, infatti, perdonerete agli uomini le loro colpe, il Padre vostro celeste perdonerà anche a voi...». Nel capitolo precedente Matteo aveva messo in luce l’amor e per tutti. Ora mette in luce la sua concreta manifestazione: il perdono.
Padre Lino Pedron
------------
Etichette:
meditazione del giorno,
Padre Lino Pedron
Preghiera del mattino 11/III/2014
"Ho offuscato la bellezza della mia anima, o Creatore; l'oscurità ha invaso il mio cuore e il mio desiderio si è legato alla terra, ho fatto a brandelli i vestiti originari che tu mi avevi tessuto.
Ho contemplato la bellezza dell'albero del male e il mio spirito ne è stato sedotto.
Mi sono trovato nudo e mi sono nascosto.
Non ho risposto, Signore, quando mi chiamavi per nome".
Ma oggi nel deserto di questa Quaresima ho di nuovo sentito la tua voce, e non chiuderò più il mio cuore; entra nella tenda della mia carne affinché da questo tempio spirituale si innalzi il sacrificio di una preghiera continua.
------
Ho contemplato la bellezza dell'albero del male e il mio spirito ne è stato sedotto.
Mi sono trovato nudo e mi sono nascosto.
Non ho risposto, Signore, quando mi chiamavi per nome".
Ma oggi nel deserto di questa Quaresima ho di nuovo sentito la tua voce, e non chiuderò più il mio cuore; entra nella tenda della mia carne affinché da questo tempio spirituale si innalzi il sacrificio di una preghiera continua.
------
lunedì 10 marzo 2014
Tutto quello che avete fatto a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me
Mt 25,31-46
31 Quando il Figlio dell'uomo verrà nella sua gloria, e tutti gli angeli con lui, siederà sul trono della sua gloria. 32 Davanti a lui verranno radunati tutti i popoli. Egli separerà gli uni dagli altri, come il pastore separa le pecore dalle capre, 33 e porrà le pecore alla sua destra e le capre alla sinistra. 34 Allora il re dirà a quelli che saranno alla sua destra: «Venite, benedetti del Padre mio, ricevete in eredità il regno preparato per voi fin dalla creazione del mondo, 35 perché ho avuto fame e mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e mi avete dato da bere, ero straniero e mi avete accolto, 36 nudo e mi avete vestito, malato e mi avete visitato, ero in carcere e siete venuti a trovarmi».37 Allora i giusti gli risponderanno: Signore, quando ti abbiamo visto affamato e ti abbiamo dato da mangiare, o assetato e ti abbiamo dato da bere? 38 Quando mai ti abbiamo visto straniero e ti abbiamo accolto, o nudo e ti abbiamo vestito? 39 Quando mai ti abbiamo visto malato o in carcere e siamo venuti a visitarti?». 40 E il re risponderà loro: «In verità io vi dico: tutto quello che avete fatto a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l'avete fatto a me». 41 Poi dirà anche a quelli che saranno alla sinistra: «Via, lontano da me , maledetti, nel fuoco eterno, preparato per il diavolo e per i suoi angeli, 42 perché ho avuto fame e non mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e non mi avete dato da bere, 43 ero straniero e non mi avete accolto, nudo e non mi avete vestito, malato e in carcere e non mi avete visitato». 44 Anch'essi allora risponderanno: «Signore, quando ti abbiamo visto affamato o assetato o straniero o nudo o malato o in carcere, e non ti abbiamo servito?». 45 Allora egli risponderà loro: «In verità io vi dico: tutto quello che non avete fatto a uno solo di questi più piccoli, non l'avete fatto a me». 46 E se ne andranno: questi al supplizio eterno, i giusti invece alla vita eterna».
A proposito di questo brano si pongono numerosi problemi di interpretazione. Chi sono le genti adunate per essere collocate a destra e a sinistra? Sono tutti i popoli, senza distinzione, o solo i cristiani? Chi designa l’espressione «questi miei fratelli più piccoli»: qualsiasi uomo bisognoso o solo i discepoli e specialmente i predicatori itineranti del vangelo? Questa parabola riprende il tema della venuta del Figlio dell’uomo. L’apparato glorioso del giudizio divino, che ricorda Zc 14,5 e il raduno di tutte le genti (cf. Mt 24,9. 14; 28,19) davanti a Cristo, ci presenta un avvenimento importante: ogni uomo si trova alla presenza del re che dà il possesso dell’eredità del regno ai benedetti del Padre suo. Il giudizio pronunciato su ciascuno sarà per tutti motivo di stupore: nessuno aveva coscienza di aver accolto o rifiutato il Signore stesso nei «piccoli». «Questi miei fratelli più piccoli» sono i discepoli di Gesù: chi accoglie loro, accoglie Cristo stesso (cf. Mt 10,40-42; 12,48-50; 18,6.10.14; 28,10).
Il giudizio decisivo pare così basarsi sull'accoglienza degli inviati di Cristo e, attraverso di loro, sull'accoglienza della sua stessa persona e del suo messaggio: nelle opere di misericordia e nella sollecitudine portata ai discepoli sofferenti si raggiunge Gesù stesso che si è fatto «piccolo », che è venuto per servire e per dare la vita in riscatto per tutti (cf. Mt 20,28). Egli si identifica totalmente con il suo inviato sofferente e «perseguitato per la giustizia» (cf. Mt 5,10; 10,17-18). Ma la parabola va certamente oltre. Gesù stesso si è chinato sui poveri e i sofferenti perché vedeva in essi dei discepoli in speranza e dei piccoli in crescita. Così l’apparente indeterminazione dell’espressione «questi miei fratelli più piccoli» vuol certamente designare tutti i bisognosi di amore concreto e fattivo, ossia tutti. Il messaggio di questo brano può essere riassunto in due parole: Dio nel fratello.
I «benedetti» ricevono il regno perché hanno praticato la misericordia. Le opere di miserico rdia sono la porta che introduce nell’eternità. Il vangelo annuncia che la misericordia è sempre praticata nei confronti di Cristo. Poiché la misericordia è il criterio del giudizio, il testo diventa un imperativo pressante rivolto a tutti perché prati- chino la misericordia. Il brano vuole incitare all’azione. Per i cristiani la misericordia praticata o rifiutata è la prova certa della loro fede. A tutti Gesù ripete il detto di Os 6,6: «Misericordia io voglio e non sacrificio» (cf. Mt 9,13; 12,7).
La beatitudine dei misericordiosi che otterranno misericordia costituisce un commento alla prima parte di questo brano. La parabola del servo senza misericordia (cf. Mt 18, 21ss) può illustrare la parte negativa di questo brano. Il giudizio di tutti avviene sulla base delle opere di miseri cordia. La fraternità è il senso per il quale è stato creato il mondo. Il mondo è salvo quando cerca e vive la fraternità. Solo chi comprende le esigenze del prossimo, com- prende le esigenze di Gesù.
La comunione umana, in particolare la comunione con i più bisognosi, ha un senso divino che la rimanda al di là di sé stessa. Gli uomini e le donne sono immagini viventi del Dio della vita. San Clemente d’Alessandria ha scritto: «Quando vedi il tuo fratello, vedi il tuo Dio». È l’uomo che decide liberamente per la vita eterna o per il fuoco eterno.
Questa decisione non è fatta a parole, ma con le opere di misericordia verso Cristo che si identifica con i bisognosi. È nella vita presente che decidiamo per Cristo o contro Cristo. E questa scelta si manifesta ne ll’amore operoso per il prossimo o nel rifiuto della nostra misericordia verso i miseri. C’è una sola via in cui tutti gli uomini si ritrovano uguali e discepoli di Cristo: quella delle buone opere.
Padre Lino Pedron
--------
31 Quando il Figlio dell'uomo verrà nella sua gloria, e tutti gli angeli con lui, siederà sul trono della sua gloria. 32 Davanti a lui verranno radunati tutti i popoli. Egli separerà gli uni dagli altri, come il pastore separa le pecore dalle capre, 33 e porrà le pecore alla sua destra e le capre alla sinistra. 34 Allora il re dirà a quelli che saranno alla sua destra: «Venite, benedetti del Padre mio, ricevete in eredità il regno preparato per voi fin dalla creazione del mondo, 35 perché ho avuto fame e mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e mi avete dato da bere, ero straniero e mi avete accolto, 36 nudo e mi avete vestito, malato e mi avete visitato, ero in carcere e siete venuti a trovarmi».37 Allora i giusti gli risponderanno: Signore, quando ti abbiamo visto affamato e ti abbiamo dato da mangiare, o assetato e ti abbiamo dato da bere? 38 Quando mai ti abbiamo visto straniero e ti abbiamo accolto, o nudo e ti abbiamo vestito? 39 Quando mai ti abbiamo visto malato o in carcere e siamo venuti a visitarti?». 40 E il re risponderà loro: «In verità io vi dico: tutto quello che avete fatto a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l'avete fatto a me». 41 Poi dirà anche a quelli che saranno alla sinistra: «Via, lontano da me , maledetti, nel fuoco eterno, preparato per il diavolo e per i suoi angeli, 42 perché ho avuto fame e non mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e non mi avete dato da bere, 43 ero straniero e non mi avete accolto, nudo e non mi avete vestito, malato e in carcere e non mi avete visitato». 44 Anch'essi allora risponderanno: «Signore, quando ti abbiamo visto affamato o assetato o straniero o nudo o malato o in carcere, e non ti abbiamo servito?». 45 Allora egli risponderà loro: «In verità io vi dico: tutto quello che non avete fatto a uno solo di questi più piccoli, non l'avete fatto a me». 46 E se ne andranno: questi al supplizio eterno, i giusti invece alla vita eterna».
A proposito di questo brano si pongono numerosi problemi di interpretazione. Chi sono le genti adunate per essere collocate a destra e a sinistra? Sono tutti i popoli, senza distinzione, o solo i cristiani? Chi designa l’espressione «questi miei fratelli più piccoli»: qualsiasi uomo bisognoso o solo i discepoli e specialmente i predicatori itineranti del vangelo? Questa parabola riprende il tema della venuta del Figlio dell’uomo. L’apparato glorioso del giudizio divino, che ricorda Zc 14,5 e il raduno di tutte le genti (cf. Mt 24,9. 14; 28,19) davanti a Cristo, ci presenta un avvenimento importante: ogni uomo si trova alla presenza del re che dà il possesso dell’eredità del regno ai benedetti del Padre suo. Il giudizio pronunciato su ciascuno sarà per tutti motivo di stupore: nessuno aveva coscienza di aver accolto o rifiutato il Signore stesso nei «piccoli». «Questi miei fratelli più piccoli» sono i discepoli di Gesù: chi accoglie loro, accoglie Cristo stesso (cf. Mt 10,40-42; 12,48-50; 18,6.10.14; 28,10).
Il giudizio decisivo pare così basarsi sull'accoglienza degli inviati di Cristo e, attraverso di loro, sull'accoglienza della sua stessa persona e del suo messaggio: nelle opere di misericordia e nella sollecitudine portata ai discepoli sofferenti si raggiunge Gesù stesso che si è fatto «piccolo », che è venuto per servire e per dare la vita in riscatto per tutti (cf. Mt 20,28). Egli si identifica totalmente con il suo inviato sofferente e «perseguitato per la giustizia» (cf. Mt 5,10; 10,17-18). Ma la parabola va certamente oltre. Gesù stesso si è chinato sui poveri e i sofferenti perché vedeva in essi dei discepoli in speranza e dei piccoli in crescita. Così l’apparente indeterminazione dell’espressione «questi miei fratelli più piccoli» vuol certamente designare tutti i bisognosi di amore concreto e fattivo, ossia tutti. Il messaggio di questo brano può essere riassunto in due parole: Dio nel fratello.
I «benedetti» ricevono il regno perché hanno praticato la misericordia. Le opere di miserico rdia sono la porta che introduce nell’eternità. Il vangelo annuncia che la misericordia è sempre praticata nei confronti di Cristo. Poiché la misericordia è il criterio del giudizio, il testo diventa un imperativo pressante rivolto a tutti perché prati- chino la misericordia. Il brano vuole incitare all’azione. Per i cristiani la misericordia praticata o rifiutata è la prova certa della loro fede. A tutti Gesù ripete il detto di Os 6,6: «Misericordia io voglio e non sacrificio» (cf. Mt 9,13; 12,7).
La beatitudine dei misericordiosi che otterranno misericordia costituisce un commento alla prima parte di questo brano. La parabola del servo senza misericordia (cf. Mt 18, 21ss) può illustrare la parte negativa di questo brano. Il giudizio di tutti avviene sulla base delle opere di miseri cordia. La fraternità è il senso per il quale è stato creato il mondo. Il mondo è salvo quando cerca e vive la fraternità. Solo chi comprende le esigenze del prossimo, com- prende le esigenze di Gesù.
La comunione umana, in particolare la comunione con i più bisognosi, ha un senso divino che la rimanda al di là di sé stessa. Gli uomini e le donne sono immagini viventi del Dio della vita. San Clemente d’Alessandria ha scritto: «Quando vedi il tuo fratello, vedi il tuo Dio». È l’uomo che decide liberamente per la vita eterna o per il fuoco eterno.
Questa decisione non è fatta a parole, ma con le opere di misericordia verso Cristo che si identifica con i bisognosi. È nella vita presente che decidiamo per Cristo o contro Cristo. E questa scelta si manifesta ne ll’amore operoso per il prossimo o nel rifiuto della nostra misericordia verso i miseri. C’è una sola via in cui tutti gli uomini si ritrovano uguali e discepoli di Cristo: quella delle buone opere.
Padre Lino Pedron
--------
Etichette:
meditazione del giorno,
Padre Lino Pedron
domenica 9 marzo 2014
Il primo scontro tra il Redentore e Satana
Commento al Vangelo: I domenica di Quaresima 2014 A (Mt 4,1-11)
Gesù Cristo, venuto dal Cielo per liberarci dalla schiavitù e dalle insidie di satana, e per tracciarci il cammino della vita, volle affrontare il maligno per smascherarlo innanzi alle anime, per confonderne la tracotanza, e glorificare Dio con atti di dedizione e di amore che dovevano riparare le nostre deficienze. La tentazione che Egli volle subire è certamente un altissimo mistero, così ricco di verità e d’insegnamenti che l’anima vi si smarrisce.
Prima di tutto è misteriosissimo il fatto stesso della tentazione, perché il Redentore era perfettissimamente ordinato in tutte le sue potenze ed era la stessa Sapienza, l’Ordine, la Santità, l’Armonia; non poteva, dunque, subire una tentazione che comporta, per necessità, o un turbamento nelle potenze, o un’illusione di falsa luce. Anche noi, pur potendo essere tentati in tanti modi, non potremmo essere tentati, per esempio sull’inesistenza del sole, quando esso ci riscalda e ci illumina.
La tentazione suppone nell’anima o nella natura fisica una debolezza che satana sfrutta, perché, in fondo, la tentazione è un’insidia che potremmo chiamare anche una feroce irrisione. Ora, su quale debolezza del Redentore satana avrebbe potuto edificare la sua tentazione? Fu Gesù stesso, nel suo amore e nella sua carità, a mettersi nelle condizioni di avvertire una debolezza e, non potendola sentire nell’anima perché perfettissima, la sentì nel corpo, digiunando per quaranta giorni e quaranta notti. Il novello Adamo aveva un contatto col primo, al quale, innocente e santo, satana non poté procurare altra tentazione che sfruttando la necessità naturale che egli aveva di cibarsi. Non poteva penetrare l’anima, non poteva agitarne le potenze armonizzate e sottomesse alla ragione, e tentò penetrarvi attraverso la necessità del cibo, e turbarne così le aspirazioni.
Gesù Cristo, subito dopo il battesimo di Giovanni, fu condotto dallo Spirito Santo, disceso in forma di colomba su di Lui, fin nelle aspre regioni deserte che si stendono ad ovest di Gerico, su di una squallida montagna alta 473 metri, chiamata anche oggi montagna della Quarantena; vi fu condotto per esservi tentato dal diavolo.
Il primo Adamo fu messo nell’Eden, giardino delizioso, per subirvi la prova e meritarsi il premio; il secondo Adamo che doveva riparare le colpe del primo, fu condotto in un’orrida solitudine per subirvi una prova. Il primo Adamo ebbe ogni abbondanza di frutti prelibati, e gliene fu proibito uno solo; il novello Adamo digiunò completamente, e stette fra aride e infeconde pietre. Digiunò nel corpo ed espanse nel Padre tutta l’anima sua, con tale veemenza d’amore, da non avvertire la fame che quando ritornò a quella vita normale di pellegrinaggio terreno da Lui stesso accettata e abbracciata. Strettamente parlando, potrebbe dirsi anche naturale il suo lungo digiuno, perché, quando l’anima è quasi tratta fuori del corpo in un’estasi di pacifico amore, le necessità fisiche sono minime, e il corpo potrebbe anche conservarsi in vita, nutrendo i suoi organi a spese delle riserve accumulate prima.
Era logico che il novello Adamo opponesse al primo un pieno digiuno, e l’opponesse contemplando le divine grandezze; Egli additò, così, all’uomo, la via per essere simile a Dio nei riflessi della sua gloria e del suo amore, la via maestra delle rinunce generose per le conquiste del divino.
Satana aveva detto che il segreto per essere simile a Dio era il non rinunciare neppure all’unico frutto proibito, ribellarsi, dare il sopravvento ai sensi; Gesù Cristo additò la via opposta e, lungi dall’andare presso l’albero della proibizione, come Adamo, andò in mezzo alle pietre.
Anche questo è sublime! Le pietre, il deserto, lo squallore non potevano avere attrattive per i sensi, spingevano l’anima al Cielo, l’anima che cerca solo ciò che è grande. Il Redentore cercò l’arida solitudine per insegnare alle nostre anime a non fermarsi alle piccole cose della terra, e a tendere a Dio attraverso le stesse privazioni delle quali la vita ci dà occasione.
«Se tu sei il Figlio di Dio, di’ che queste pietre diventino pane»
Satana si accostò a Gesù Cristo in forma sensibile, come di uomo, secondo l’opinione dei Padri. Aveva sentito sulle rive del Giordano la voce del Padre: Questo è il mio Figlio diletto e, volendo accertarsi se era veramente il Figlio di Dio, e nello stesso tempo volendo applicare la potenza di Lui alla ricerca di ciò che era terreno e staccarlo dalla fiducia nel Signore, disse: Se tu sei Figlio di Dio, di’ che queste pietre diventino pane.
Le pietre del deserto, simbolo della desolazione della nostra vita, richiamarono l’attenzione di satana; egli che si sforza d’attrarci alla vita materiale, infiorandola con le sue funeste illusioni, avrebbe voluto che quelle pietre diventassero pani per attrarre l’umanità affamata del Redentore, e avrebbe voluto che Egli stesso, con la sua potenza, avesse realizzato questo miracolo. In fondo era quello che aveva fatto e fa col genere umano, il quale, nelle sue attività assillanti che tutto l’assorbono, cerca di mutare in pane le pietre, e di nutrire l’anima di tutte le vanità della terra.
Dalla risposta di Gesù Cristo, si rileva chiaramente che questa era l’intenzione del tentatore: sostituire alla fiducia nella divina provvidenza la fiducia nella propria attività, e dissipare nella ricerca del proprio comodo le nobili attività dello spirito.
Gesù Cristo, a questa tentazione, oppose le parole con le quali Dio, per mezzo di Mosè, esortò il popolo alla piena fiducia nella sua provvidenza, in vista dei prodigi operati da Lui nel deserto: Dio ti afflisse con la fame – disse Mosè alla moltitudine – e ti diede per cibo la manna che né tu né i tuoi padri conoscevate, per farti vedere che l’uomo non vive di solo pane, ma di ogni parola che procede dalla bocca di Dio (Dt 8,3). Di queste parole di Mosè, Gesù citò solo le ultime, per dire al tentatore che Egli era pienamente abbandonato a Dio, e per affermare la necessità del cibo spirituale per l’uomo.
Era la condanna del materialismo brutale per il quale satana riduce tutta la vita umana ad un problema di stomaco.
Era la condanna anticipata di tutte le sovversioni sociali, morali e religiose che satana avrebbe provocato nel mondo, insinuando malignamente che l’uomo vive solo di pane. Era velatamente l’affermazione solenne del cibo di vita, del Pane eucaristico che avrebbe dovuto cibare l’uomo nel suo pellegrinaggio.
«Se sei il Figlio di Dio, gettati giù…»
Satana, confuso dalle parole del Redentore, ricorse ad un altro espediente per vincerlo: lo trasportò di un tratto in Gerusalemme, e lo pose sul pinnacolo del tempio, ossia sulla parte più alta dell’edificio, probabilmente sulla più alta cima del portico reale, incitandolo a gettarsi giù, per mostrare la sua fiducia nel Signore che l’avrebbe salvato, secondo ciò che stava scritto nel salmo 90. Il versetto citato dal demonio era da lui falsamente interpretato, perché la custodia degli angeli, promessa per liberarci dai pericoli, non poteva riguardare i pericoli provocati da noi con orgogliosa presunzione. Vinto da una parola divina citata da Gesù, satana cita, a sua volta, una parola della Scrittura, per indurre Gesù Cristo alla presunzione.
Satana voleva provocare un prodigio innanzi alla moltitudine che stava nel tempio, e suscitare un movimento popolare intorno al Redentore? Noi non lo crediamo, perché, anzi, tendeva di fargli fare del male; prima l’aveva tentato ad aver fiducia nella propria potenza, ora lo tenta ad aver fiducia nella propria virtù, per condurlo, poi, ad aver fiducia in lui solo e a darsi a lui, vista l’inanità della sua fiducia in Dio. Dal contesto, è chiaro che satana credeva che Gesù Cristo non sarebbe riuscito né a mutare le pietre in pani né a rimanere incolume in una caduta; voleva fargli toccare con mano l’impotenza della preghiera e della fiducia in Dio, e spingerlo all’apostasia piena dal Signore. Gesù Cristo rispose con un’altra parola ispirata: Non tenterai il Signore Dio tuo. La fiducia, infatti, è abbandono nelle mani del Signore, non è presunzione d’imporgli la propria volontà; l’anima che confida non può presumere di avere dei miracoli senza strettissima necessità né di esporsi temerariamente ai pericoli spirituali e corporali; dandosi al Signore è soccorsa dagli angeli e, offrendosi a Lui come figlia, è provveduta da Lui come Padre.
Nelle parole del Redentore è tracciato tutto un programma delle vie dello spirito, fondato su un’illimitata fiducia in Dio e, nel medesimo tempo, su di un grande equilibrio di sapienza e di umiltà nelle aspirazioni del cuore che impedisca di passare dal campo della realtà a quello della fantasia. Dio non fa opere superflue proprio perché è infinita Sapienza né trascura, senza necessità, le leggi naturali da Lui stesso poste nel mondo; bisogna dunque attendere tutto dalla sua parola, ossia dalla sua volontà, e non tentarlo, presumendo di ottenere effetti clamorosi dove non è necessario.
«Tutto questo io ti darò se, prostrato, mi adorerai»
Satana, confuso ancor più dalla risposta di Gesù Cristo, volle dargli un ultimo assalto che s’illuse potesse essere decisivo. Aveva sospettato che fosse il Messia, e credeva che dovesse avere un regno terreno, come lo credevano gli Ebrei; pensò di poter attrarre, nell’orbita del suo tenebroso potere, quel regno che sapeva dover essere universale; non pensava al regno spirituale o, se ci pensava, voleva tramutarlo in un regno temporale, a base di orgogliosa gloria; avrebbe voluto anticipare gli eventi della storia, e coronare egli il Re universale, per renderlo suo vassallo.
Tutta la stolta impudenza di satana emerge nell’ultima sua tentazione, ed egli si smaschera da sé nelle sue tenebrose mire. Sapeva che il Messia doveva conquistare il suo regno con aspri dolori e umiliazioni inaudite, e pensò di porlo su di un’altra via, su quella della gloria terrena, per rendere vano il suo regno nelle anime; lo trasportò perciò su di un alto monte, non materialmente, perché da nessun monte potrebbero vedersi i regni della terra; lo elevò al di sopra delle grandezze umane, mostrandogliele in una sintesi viva, quasi le vedesse da un monte.
Non poteva disordinare la fantasia del Redentore, facendogli avere impressioni di gloria e di grandezza, e perciò formò fuori di Lui quello che avrebbe fatto dentro di Lui attraverso la fantasia: lo sollevò in alto, e fece passare sotto i suoi occhi la gloria dei regni del mondo, esclamando: Tutto questo ti darò se prostrato mi adorerai. Era il sommo dell’impudenza e della stoltezza, e Gesù non tollerò oltre che satana avesse insistito, ma lo ricacciò negli abissi con una parola che dovette fulminarlo: Vattene satana, poiché sta scritto: Adora il Signore Dio tuo, e servi a Lui solo.
Satana aveva tentato travolgere la vita del Redentore, voce di gloria infinita in Dio Uno e Trino, in una voce di orgogliosa gloria umana.
Tre tentazioni opposte a Dio Uno e Trino: una Potenza divina ridotta a servire alle necessità corporali; una Sapienza divina ridotta quasi ad un gioco di prestigio; un Amore divino ridotto ad adorare lo stesso satana.
Aveva visto, sulle rive del Giordano, la luce della Santissima Trinità nel Redentore e voleva cancellarla per odio; voleva che la voce della potenza servisse al compiacimento orgoglioso di se stesso che la sapienza deviasse nella stoltezza, e che l’amore deviasse nell’idolatria.
Servo di Dio Don Dolindo Ruotolo
----------------------
Iscriviti a:
Post (Atom)

