sabato 16 giugno 2012

Cuore Immacolato di Maria


“Affinché la devozione all’augustissimo Cuore di Gesù produca i più copiosi frutti nella famiglia cristiana e perfino nell’intera umanità - ha insegnato il Venerabile Pio XII (Eugenio Pacelli, 1939-1958) nell’enciclica « Haurietis Aquas » -, i fedeli abbiano cura di unirvi strettamente la devozione al Cuore Immacolato della Madre di Dio” (§ 84).
Nella Sacra Scrittura, il vocabolo “cuore” è alla base del rapporto religioso-morale dell’uomo con Dio. Il cuore è al centro di tutta la vita spirituale dell’uomo; è principio di vita, memoria, pensiero, volontà, interiorità: il cuore è inteso come sede dell’incontro con Dio.
L’espressione “Cuore Immacolato”, applicato a Maria, è divenuta di uso corrente in seguito alla definizione del dogma dell’Immacolata Concezione (Beato Pio IX - Giovanni Maria Mastai Ferretti, 1846-1878), 8 dicembre 1854, bolla “Ineffabilis Deus”, e raggiunse la massima diffusione negli anni 1942-1952, a motivo degli avvenimenti di Fatima che determinarono la consacrazione del mondo al Cuore Immacolato.
L’origine storica della festa è abbastanza recente, come è ricordato nell’Esortazione apostolica “Marialis Cultus” (2 febbraio 1974) del Servo di Dio Paolo VI (Giovanni Battista Montini, 1963-1978 ) che annovera la memoria del Cuore Immacolato della Beata Vergine Maria tra le “memorie o feste che esprimono orientamenti emersi nella pietà contemporanea” (MC 8).
S. Giovanni Eudes (1601-1680) che fu padre, dottore e primo apostolo di questa devozione, come risulta dalle dichiarazioni (1903) di Pp Leone XIII (Vincenzo Gioacchino Pecci, 1878-1903) e, nel 1909, di S. Pio X (Giuseppe Melchiorre Sarto, 1903-1914), non separava mai i due Cuori nei suoi progetti liturgici.
Con alcuni suoi discepoli, nel 1648, il santo cominciò a celebrare la festa del Cuore di Maria, componendo i testi liturgici per la Messa; ma solo nel 1805 Pp Pio VII (Barnaba Chiaramonti, 1800-1823) decise di permetterne la celebrazione a tutti quelli che ne avrebbero fatto esplicita richiesta.
Nel 1864 alcuni vescovi chiesero al Papa (Beato Pio IX) la consacrazione del mondo al Cuore di Maria. La prima nazione che si consacrò fu l’Italia, in occasione del Congresso Mariano di Torino del 1897.
Nel secolo XX nuovi avvenimenti prepararono il grande trionfo liturgico della devozione al Cuore di Maria e in particolare le apparizioni di Fatima e le rivelazioni fatte alla mistica portoghese Alessandrina de Balazar.
Il 31 ottobre 1942, nel venticinquesimo anniversario delle apparizioni di Fatima, il Venerabile Pio XII consacrava la Chiesa e il genere umano al Cuore immacolato di Maria e, con il decreto del 1944, istituiva la festa universale del Cuore di Maria, fissando la celebrazione al giorno 22 agosto, ottava dell’Assunta, per invocare la pace.
Successivamente, la celebrazione venne fissata, come memoria, il giorno dopo la solennità del Sacro Cuore di Gesù.
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Preghiera del mattino del 16/VI/2012


Uno solo è morto per miliardi e miliardi di uomini, uno solo ha purificato la colpa universale.
O Cristo, che io copra i tuoi piedi di baci, come la peccatrice perdonata.
Che io non dimentichi nessuno dei tuoi benefici: tu guarisci, consoli, perdoni, circondi di amore e di tenerezza, allontani da noi i nostri peccati, luce abbagliante, o risuscitato.
Come ti renderò tutto il bene che mi hai fatto, se non alzando le mani, dimenticando tutto ciò che non sia te, nella lode della tua gloria?
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venerdì 15 giugno 2012

Il lavoro, è una benedizione di Dio

Il lavoro è la prima vocazione dell'uomo, è una benedizione di Dio, e si sbagliano, purtroppo, quelli che lo considerano un castigo. Il Signore, il migliore dei padri, ha collocato il primo uomo nel Paradiso, «ut operaretur» perché lavorasse. (Solco, 482) 


Il lavoro accompagna inevitabilmente la vita dell'uomo sulla terra. Assieme ad esso compaiono lo sforzo, la fatica, la stanchezza, come manifestazione del dolore e della lotta che fanno parte della nostra esistenza attuale e che sono segni della realtà del peccato e del bisogno di redenzione. Ma il lavoro non è in se stesso una pena, né una maledizione, né un castigo: coloro che parlano così non hanno letto bene la Sacra Scrittura. È tempo che i cristiani dicano ben forte che il lavoro è un dono di Dio e che non ha alcun senso dividere gli uomini in categorie diverse secondo il tipo di lavoro; è testimonianza della dignità dell'uomo, del suo dominio sulla creazione; promuove lo sviluppo della sua personalità, è vincolo di unione con gli altri uomini, fonte di risorse per sostenere la propria famiglia, mezzo per contribuire al miglioramento della società in cui si vive e al progresso di tutta l'umanità. 
Per il cristiano, queste prospettive si dilatano. Il lavoro appare infatti come partecipazione all'opera creatrice di Dio, il quale, avendo creato l'uomo, gli diede la sua benedizione: Siate fecondi e moltiplicatevi, riempite la terra; soggiogatela e dominate sui pesci del mare e sugli uccelli del cielo e su ogni essere vivente che striscia sulla terra. E inoltre il lavoro, essendo stato assunto da Cristo, diventa attività redenta e redentrice: non solo è l'ambito nel quale l'uomo vive, ma mezzo e strada di santità, realtà santificabile e santificatrice. (E' Gesù che passa, 47)
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Uno dei soldati gli colpì il fianco, e subito ne uscì sangue e acqua

Gv 19,31-37 
Era il giorno della Parasceve e i Giudei, perché i corpi non rimanessero sulla croce durante il sabato - era infatti un giorno solenne quel sabato -, chiesero a Pilato che fossero spezzate loro le gambe e fossero portati via. Vennero dunque i soldati e spezzarono le gambe all'uno e all'altro che erano stati crocifissi insieme con lui. Venuti però da Gesù, vedendo che era già morto, non gli spezzarono le gambe, ma uno dei soldati con una lancia gli colpì il fianco, e subito ne uscì sangue e acqua. Chi ha visto ne dà testimonianza e la sua testimonianza è vera; egli sa che dice il vero, perché anche voi crediate. Questo infatti avvenne perché si compisse la Scrittura: Non gli sarà spezzato alcun osso. E un altro passo della Scrittura dice ancora: Volgeranno lo sguardo a colui che hanno trafitto. 

Dopo la morte di Gesù l'evangelista riporta una scena originalissima nella quale il Cristo è presentato come l'agnello pasquale che doveva essere immolato senza fratture. Data l'imminenza della festa di Pasqua i giudei si preoccupano di osservare la legge che prescrive la rimozione dei cadaveri dei giustiziati prima della sera (Dt 21,22- 23); tanto più questo precetto doveva essere rispettato in occasione della Pasqua. Per tale ragione i capi si premurarono di non lasciare i corpi dei condannati sulla croce nel giorno di quel sabato solenne e pensarono di accelerare loro la morte con la frattura delle gambe. Questa crudeltà doveva servire ad accorciare l'agonia dei crocifissi, i quali, non potendo più far leva sui piedi per respirare, sarebbero morti soffocati. I giudei perciò si rivolsero a Pilato per ottenere la frattura delle gambe dei condannati per farli morire subito e così deporli dalla croce prima del tramonto del sole, cioè prima che iniziasse la solennità della Pasqua. I soldati romani vennero sul Calvario e spezzarono le gambe ai due crocifissi con Gesù, ma "venuti da Gesù, come videro che egli era già morto, non gli spezzarono le gambe" (v.33). 
Così il Cristo è presentato come l'agnello pasquale al quale non doveva essere rotto alcun osso (v.36). E questo avvenne nella stessa ora in cui nel tempio di Gerusalemme si immolavano gli agnelli pasquali. A questo punto della narrazione Giovanni rileva un dettaglio al quale annette grande importanza: "Uno dei soldati con una lancia colpì il suo fianco e subito ne uscì sangue e acqua" (v.34). 
Come abbiamo constatato a più riprese nel vangelo secondo Giovanni, l'acqua viva o corrente donata dal Cristo, simboleggia il sacramento dell'Eucaristia (Gv 6,53ss). Perciò il Cristo crocifisso viene presentato come la fonte della vita eterna e della salvezza, in quanto rivelatore perfetto dell'amore di Dio e autore del sacramento dell'Eucaristia. L'evangelista si presenta lungo tutto il vangelo come testimone diretto di tutti gli eventi che narra, ma qui, nel v. 35, ribadisce che la sua testimonianza è verace. L'appello alla veracità della testimonianza di chi ha visto, vuole inculcare la storicità della scena del versamento del sangue e dell'acqua dal fianco del Cristo crocifisso e favorire la fede dei lettori del suo vangelo. La contemplazione della rivelazione suprema dell'amore di Gesù sulla croce, con il costato trafitto, immolato come l'agnello pasquale, suscita la fede esistenziale che si concretizza in un contraccam bio d'amore. Se i segni operati da Gesù devono favorire la fede in lui, Messia e Figlio di Dio (Gv 20,30-31), a maggior ragione il segno supremo della carità di Cristo, con il petto squarciato, deve invitare a credere esistenzialmente nella sua persona divina, perché gli eventi descritti in questa scena adempiono la Scrittura (v.36). Perciò l'adempimento dell'Antico Testamento nella vita di Gesù costituisce un argomento a favore della fede nel Cristo, Figlio di Dio, perché in tal modo è mostrato che egli è il personaggio predetto dai profeti, che riempie di sé tutta la Bibbia. Gli oracoli dell'Antico Testamento realizzati nella scena del colpo di lancia sono due: il primo concerne l'agnello pasquale, il secondo il personaggio messianico trafitto. Nella Bibbia era prescritto che l'agnello pasquale dovesse essere immolato senza frattura di ossa (Es 12,46; Nm 9,12). Ora con la sua morte Gesù ha adempiuto anche questo dettaglio della Scrittura (vv.32.36). Il colpo di lancia con il quale Cristo fu trafitto ha realizzato un altro passo biblico, quello di Zaccaria 12,10 nel quale si parla dello sguardo a colui che hanno trafitto. Evidentemente lo sguardo al crocifisso trafitto è lo sguardo della fede, simile a quello rivolto al serpente di bronzo (Gv 3,14-15). 
Padre Lino Pedron 
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Preghiera del mattino del 15/VI/2012

Sacro Cuore di Gesù, guidaci, come buon pastore delle nostre anime, e proteggici in questo giorno in cui proseguiamo il nostro cammino di vita. 
Nutrici, nei tuoi pascoli, con la tua parola e con i tuoi sacramenti; fa' che non ci smarriamo lungo il tuo cammino dell'amore. 
Rendi salda la nostra coscienza della compassione che nutri per la nostra fragilità, affinché il nostro cuore sia, a sua volta, misericordioso nei confronti degli altri.
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giovedì 14 giugno 2012

Preghiera del mattino del 14/VI/2012

Mio Dio, io ti chiamo. 
Vieni! Trasfigura questo giorno che comincia. 
Il mondo sia trasformato, pieno della tua gloria e della tua dolce pace, per l'azione dello Spirito consolatore. 
Nessun uomo, specchio della tua gloria creato a tua somiglianza, rimanga estraneo a questo nuovo giorno, incredulo di fronte a tante promesse. 
O tu che parli agli uomini, e arrivi fino alle giunture delle ossa, fino al midollo di quelli che ti socchiudono la loro vita come gli occhi che si risvegliano alla luce, risplendi, "brilla nelle tenebre".
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mercoledì 13 giugno 2012

Non sono venuto ad abolire, ma a dare pieno compimento

Mt 5,17-19 
Non crediate che io sia venuto ad abolire la Legge o i Profeti; non sono venuto ad abolire, ma a dare pieno compimento. In verità io vi dico: finché non siano passati il cielo e la terra, non passerà un solo iota o un solo trattino della Legge, senza che tutto sia avvenuto. Chi dunque trasgredirà uno solo di questi minimi precetti e insegnerà agli altri a fare altrettanto, sarà considerato minimo nel regno dei cieli. Chi invece li osserverà e li insegnerà, sarà considerato grande nel regno dei cieli. 

Gesù adempie le Scritture realizzando nella sua persona ciò che esse dicevano di lui. L’adempimento della Legge da parte di Gesù non è di ordine puramente dottrinale: è l’impegno stesso della sua vita e della sua morte. 
Egli non è venuto per frustrare le attese dell’Antico Testamento, ma per realizzarle: non vuota la Legge del suo contenuto, ma la riempie fino all’ultimo livello, portandola fino alla sua più alta espressione. Gesù non è un avversario di Mosè, ma non è nemmeno un suo discepolo; è al contrario il vero legislatore che Dio ha inviato agli uomini di tutti i tempi, di cui Mosè era solo un precursore. 
Alla venuta del Messia, Mosè è invitato a scomparire (cf. Mt 17,8). La Legge era incompleta non perché non esprimesse la volontà di Dio, ma perché la esprimeva in un modo imperfetto e inadeguato. Anche i minimi dettagli della Legge conservano il loro eterno valore, soprattutto se la Legge è quella rinnovata da Cristo (v. 18). Gesù compie la Legge, che manifesta la volontà del Padre, amando i fratelli. 
L’amore non trascura neanche un minimo dettaglio, anzi manifesta la propria grandezza nelle attenzioni minime. Le realtà più solide, il cielo e la terra, potranno cadere ma non cadrà un iota, cioè la particella più piccola della Legge, finché non sia attuata. Non si tratta di salvaguardare l’adempimento del codice fin nelle sue minime prescrizioni, ma di comprenderne il profondo contenuto che sopravvive nel Vangelo: l’amore. Con la proclamazione del Vangelo l’Antico Testamento non finisce, ma si attua nel Nuovo. 
Padre Lino Pedron
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Invocazione a Sant'Antonio

Ricordati, o caro S.Antonio, che tu hai sempre aiutato e consolato chiunque è ricorso a te nelle sue necessità. 
Animato da grande confidenza e dalla certezza di non pregare invano, anch'io ricorro a te, che sei così ricco di meriti davanti al Signore non rifiutare la mia preghiera ma fa che essa giunga, con la tua intercessione al trono di Dio. 
Vieni in mio soccorso nella presente angustia e necessità, e ottienimi la grazia che ardentemente imploro, se è per il bene dell'anima mia.
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Devi camminare al passo di Dio; non al tuo!

Mi dici di sì, che sei fermamente deciso a seguire Cristo. — Allora devi camminare al passo di Dio; non al tuo! (Forgia, 531) 


Vuoi sapere qual è il fondamento della nostra fedeltà? 
 — Ti direi, a grandi linee, che si basa sull'amore di Dio, che fa vincere tutti gli ostacoli: l'egoismo, la superbia, la stanchezza, l'impazienza... 
 — Un uomo che ama, calpesta sé stesso; sa che, pur amando con tutta l'anima, non sa ancora amare abbastanza. (Forgia, 532) 


Nella vita interiore, come nell'amore umano, è necessario essere perseverante. Sì, devi meditare molte volte gli stessi argomenti, insistendo fino a scoprire una nuova America. 
 — E come mai non avevo visto prima questa cosa così chiara?, ti domanderai con sorpresa. 
— Semplicemente perché a volte siamo come le pietre, che lasciano scorrere l'acqua, senza assorbirne neanche una goccia. 
 — Pertanto, è necessario tornare a riflettere sulla stessa cosa, che non è mai la stessa!, per impregnarci delle benedizioni di Dio. (Forgia, 540) 


Dio non si lascia superare in generosità, e — tienilo per certo! — concede la fedeltà a chi gli si arrende. (Forgia, 623)
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martedì 12 giugno 2012

Voi siete la luce del mondo

Mt 5,13-16 
Voi siete il sale della terra; ma se il sale perde il sapore, con che cosa lo si renderà salato? A null'altro serve che ad essere gettato via e calpestato dalla gente. Voi siete la luce del mondo; non può restare nascosta una città che sta sopra un monte, né si accende una lampada per metterla sotto il moggio, ma sul candelabro, e così fa luce a tutti quelli che sono nella casa. Così risplenda la vostra luce davanti agli uomini, perché vedano le vostre opere buone e rendano gloria al Padre vostro che è nei cieli. 

Gesù paragona i discepoli al sale della terra e alla luce del mondo. Essi portano al mondo la felicità, trasfigurano la vita e danno sapore ad ogni realtà umana; se vengono meno non possono essere sostituiti da nessuno. Essi devono essere testimoni trasparenti della luce di Cristo che hanno in sé, perché tutti, dentro e fuori della Chiesa, vedano le loro opere buone e glorifichino il Padre loro che è nei cieli. 
Il discorso in seconda persona (voi) collega il testo alla nona beatitudine (vv.11-12) ma anche a tutto il discorso successivo, che solo dal versetto 7,21 e segg. ritorna allo stile impersonale e didattico. Con ciò in certo modo si dice che la comunità perseguitata e oltraggiata è particolarmente adatta ad essere il sale della terra e la luce del mondo. Il v.16 però riferisce il sale e la luce alle opere buone di ogni genere. Il potere del sale è molteplice. Esso condisce, depura, protegge dalla putrefazione. Nell'Antico Testamento lo si usava per il sacrificio. 
Secondo Lv 2,13 è prescritto che in ogni sacrificio di oblazione si offra il sale. Nel mondo greco il sale simboleggia l'ospitalità. Il significato dei discepoli per il mondo corrisponde a quello del sale per il cibo: sono insostituibili. 
Ma l'accento non è posto su questo punto, ma sulla possibilità di fallire. Il sale può diventare senza gusto, e allora non c'è più nulla con cui si possa salare. Se i discepoli falliscono, se mancano al proprio compito, non resta loro che attendere il giudizio che gli uomini pronunciano su di loro. Specialmente in Isaia il giudizio viene presentato come l'essere calpestati (Is 10,6). I cristiani sono il sale della terra se compiono le opere di misericordia sulle quali saranno giudicati (Mt 25,34ss). 
Ai discepoli inoltre viene assegnata, senza limiti, la funzione di luce del mondo e di città sul monte. La città sopra il monte simboleggia la forza di attrazione della comunità cristiana. Ai discepoli è affidata la luce perché la facciano risplendere. Occultando la luce, si rendono colpevoli come il servo infingardo che ha nascosto il talento sotto terra (Mt 25,18ss). Far risplendere la luce è la manifestazione della propria fede davanti agli uomini (Mt 10,32-33) e ciò richiede sacrificio. 
Le direttive del discorso della montagna mirano a far sì che il comportamento degli uomini sia conforme al comportamento di Dio (Mt 5,48). I cristiani sono sale della terra e luce del mondo quando realizzano una vita buona diversa, delle opere buone diverse da quelle del mondo, che mettano criticamente in questione la vita contraria a Dio nella società e nei singoli. 
Padre Lino Pedron
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Preghiera del mattino del 12/VI/2012

Tu mi hai creato perché, seguendo l'esempio della Vergine benedetta fra tutte le donne, io dicessi sempre sì, con un atteggiamento di obbedienza dettato dall'amore per te, perché nel tuo Figlio, l'Amen purissimo, io diventassi forte. 
Mi inchino alla tua legge d'amore, assistito dal soffio del tuo Spirito, il Consolatore, che ha posto in me la sua dimora. 
Come rinnegarti? 
O diletto, che ti affidi interamente al tuo umile servo! 
Mi darai anche oggi gioia e coraggio.
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lunedì 11 giugno 2012

Gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date

Mt 10,7-13 
Strada facendo, predicate, dicendo che il regno dei cieli è vicino. Guarite gli infermi, risuscitate i morti, purificate i lebbrosi, scacciate i demòni. Gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date. Non procuratevi oro né argento né denaro nelle vostre cinture, né sacca da viaggio, né due tuniche, né sandali, né bastone, perché chi lavora ha diritto al suo nutrimento. In qualunque città o villaggio entriate, domandate chi là sia degno e rimanetevi finché non sarete partiti. Entrando nella casa, rivolgetele il saluto. Se quella casa ne è degna, la vostra pace scenda su di essa; ma se non ne è degna, la vostra pace ritorni a voi. 

Andare in missione è ancora oggi il grande ideale della Chiesa, un ideale che coinvolge tutti, chi va e chi resta. La predicazione apostolica riprende e continua gli annunci di Gesù e del Battista, cominciando dal regno dei cieli. L'annuncio è fatto con la parola (v.7), con le opere di bene (v.8a) e con la testimonianza della vita (vv.8b-10). 
La predicazione è il momento prioritario. La lieta notizia dev'essere anzitutto ascoltata e conosciuta per trovare risonanza nel cuore dell'uomo. Ma il vangelo è soprattutto una proposta di bene: per questo dev'essere tradotto in opere di salvezza (esorcismi e guarigioni). 
Matteo elenca alcune norme che costituiscono lo stile missionario. La prima di esse è la povertà. Il discepolo di Cristo dona sé stesso gratuitamente: è la povertà più vera e più profonda. Questa povertà si esprime nell'accontentarsi dello stretto necessario (v.9) e nel coraggio (che è fede) di affidare anche il problema di quel poco alla provvidenza di Dio. 
La ragione di questo comando riguardo alla povertà non è detta, ma scaturisce dal contesto evangelico. Nel discorso della montagna viene annunciato il regno ai poveri (Mt 5,3) e i discepoli sono invitati a reprimere le eccessive preoccupazioni terrene facendo affidamento sulla bontà del Padre celeste (Mt 6,25-34). Ma più ancora conta l'esempio di Gesù che vive in mezzo alla sua gente senza sapere dove posare il capo (Mt 8,20). 
Il missionario non può avere un comportamento diverso da quello del suo maestro (Mt 10,24) e difforme dal contenuto del messaggio che annuncia. La povertà e il distacco dalle preoccupazioni materiali sottolineano l'urgenza dell'evangelizzazione. Chi è totalmente assorbito dall'annuncio del messaggio cristiano non può trascinarsi dietro bagagli né preoccuparsi di faccende materiali e pecuniarie. 
Il missionario evangelico deve presentarsi agli uomini spoglio, umile e penitente come è richiesto dal discorso della montagna. In qualunque città o villaggio arriverà, l'apostolo dovrà farsi indicare qualche persona degna presso la quale prendere alloggio (v.11), cioè un luogo che non susciti pettegolezzi che renderebbero vana la predicazione. 
Augurare la pace significa comunicare la totalità dei beni promessi da Dio, cioè il regno dei cieli che si realizza in Gesù. 
Padre Lino Pedron
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La tentazione della stanchezza

Voglio metterti in guardia di fronte a una difficoltà che forse si può presentare: la tentazione della stanchezza, dello scoraggiamento. — Non è ancora fresco il ricordo di una vita — la tua — senza rotta, senza meta, senza gusto, che la luce di Dio e la tua donazione hanno orientato e riempito di gioia? — Non cambiare scioccamente questa con quella. (Forgia, 286) 


Se ti accorgi che non ce la fai, per qualsiasi motivo, digli, abbandonandoti in Lui: Signore, confido in Te, mi abbandono in Te, ma Tu aiuta la mia debolezza! E, pieno di fiducia, ripetigli: guardami, Gesù, sono uno straccio sporco; l'esperienza della mia vita è tanto triste, non merito di essere tuo figlio. Diglielo...; e diglielo molte volte. — Non tarderai a sentire la sua voce: “Ne timeas!” — non avere paura!; oppure: “Surge et ambula!” — alzati e cammina! (Forgia, 287) 


Mi facevi osservare, ancora indeciso: come si notano i momenti in cui il Signore mi chiede di più! — Mi limitai soltanto a ricordarti: mi avevi assicurato di volerti unicamente identificare con Lui; perché opponi resistenza? (Forgia, 288) 


Magari riuscissi a compiere il proposito che ti sei prefisso: “Morire un poco a me stesso, ogni giorno”. (Forgia, 289)
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Preghiera del mattino del 11/VI/2012

Tu mi hai riconfortato in tutte le mie prove, Signore, e il "tuo sangue, carità inestinguibile", mi ha sempre fortificato. 
Quando le sofferenze abbondavano, la tua forza non mi è mai mancata. 
Se la tua assenza mi ha fatto versare lacrime nel silenzio di questa terribile solitudine interiore, so comunque che nella paura di quella notte mi stringevi più forte, nell'oscurità. 
Fa' che, a mia volta, forte di quest'abbraccio di fuoco, io consoli quelli che sono stretti dalla morsa delle prove umane e spirituali.
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domenica 10 giugno 2012

Questo è il mio corpo. Questo è il mio sangue.

Mc 14,12-16.22-26 
Il primo giorno degli Azzimi, quando si immolava la Pasqua, i suoi discepoli gli dissero: «Dove vuoi che andiamo a preparare, perché tu possa mangiare la Pasqua?». Allora mandò due dei suoi discepoli, dicendo loro: «Andate in città e vi verrà incontro un uomo con una brocca d'acqua; seguìtelo. Là dove entrerà, dite al padrone di casa: «Il Maestro dice: Dov'è la mia stanza, in cui io possa mangiare la Pasqua con i miei discepoli?». Egli vi mostrerà al piano superiore una grande sala, arredata e già pronta; lì preparate la cena per noi». I discepoli andarono e, entrati in città, trovarono come aveva detto loro e prepararono la Pasqua. E, mentre mangiavano, prese il pane e recitò la benedizione, lo spezzò e lo diede loro, dicendo: «Prendete, questo è il mio corpo». Poi prese un calice e rese grazie, lo diede loro e ne bevvero tutti. E disse loro: «Questo è il mio sangue dell'alleanza, che è versato per molti. In verità io vi dico che non berrò mai più del frutto della vite fino al giorno in cui lo berrò nuovo, nel regno di Dio». Dopo aver cantato l'inno, uscirono verso il monte degli Ulivi. 

Tutto il vangelo di Marco è una lunga introduzione al racconto della passione, morte e risurrezione di Gesù, agnello della nostra Pasqua. Bisogna conoscere bene la Pasqua ebraica, perché solo alla sua luce è comprensibile l'eucaristia cristiana, compimento di cui l'Esodo è promessa. La Pasqua ebraica è la liberazione dagli idoli che schiavizzano, la fine dell'oppressione dell'uomo da parte dell'uomo, perché Dio non tollera l'ingiustizia e, infine, è rottura con il peccato e con la morte e attesa di cieli nuovi e terra nuova. Tutti questi vari elementi delle Pasqua ebraica sono la promessa che trova compimento nella croce di Gesù e servono per capirne pienamente la portata. 
La Pasqua di Gesù è martirio, ossia testimonianza di un amore più forte di ogni male e della stessa morte, capace di farsi solidale coi fratelli fino alla debolezza estrema: "Fu crocifisso per la sua debolezza" (2Cor 13,4). Mangiare la Pasqua con lui significa essere associati alla sua stessa passione per il mondo, disposti a pagarne i costi, che assumiamo liberamente, nonostante le paure e le resistenze contrarie. Gesù pronuncia le parole che trasformano la Pasqua ebraica in celebrazione cristiana su una comunità di peccatori e di traditori. Ad essi dà da mangiare il suo corpo e da bere il suo sangue che sono l'oggetto del loro tradimento: all'eccesso di ingratitudine degli uomini, risponde con l'eccesso del suo amore. 
Notiamo il duplice sottofondo antico-testamentario: il richiamo all'alleanza del Sinai (Es 24,8) e al Servo di Dio che dona la propria vita per tutti (Is 53). Inoltre vi è un chiaro riferimento alla croce: in questa direzione ci conduce il simbolo del corpo donato e del sangue sparso. Gesù sta svelando l'intenzione fondamentale che ha guidato la sua vita, ci sta manifestando la sua verità ultima: egli ha vissuto una vita in dono per tutti. É questo "per" che indica il significato ultimo di Gesù: un'esistenza donata. É un donarsi per tutti, non solo per alcuni, è un donarsi consapevole del rifiuto: rifiutato da tutti, muore per tutti. È un donarsi universale e ostinato, una solidarietà che non si lascia vincere dall'incomprensione e dal rifiuto. Anche il tradimento mette in luce l'amore ostinato di Gesù. Ricordando il tradimento, la comunità è invitata a non scandalizzarsi quando scoprirà nel proprio seno il tradimento e il peccato: è un'esperienza che Gesù stesso ha vissuto e che ha previsto per la sua Chiesa. La comunità cristiana è invitata a non cullarsi in una falsa sicurezza e presunzione di sé, come ha fatto Pietro: il peccato è sempre possibile ed è vano fidarsi delle proprie forze. Ma il vangelo ci insegna che l'incomprensione e il tradimento del discepolo sono superati e vinti dall'amore del Maestro. Ogni religione prevede il sacrificio dell'uomo a Dio. Il cristianesimo invece si fonda sul sacrificio di Dio all'uomo. 
L'Eucaristia "culmine e fonte di tutta la vita cristiana" (LG 11) è veramente tutto e ci dà tutto: è tutta la creazione che si fa corpo e sangue di Cristo; è l'umanità intera assunta nella sua carne; è Dio che si dona all'uomo. Nell'Eucaristia l'amore di Dio raggiunge il suo fine: unirsi a noi e farsi nostra vita. L'Eucaristia divinizza realmente l'uomo, ma senza alcuna confusione. Distinto da Dio, l'uomo è realmente unito a lui in un unico amore e in un'unica vita. Questa unione viene chiamata alleanza. Il sangue della nuova alleanza è quello uscito dalla persona di Gesù. Questo sangue, come quello che Mosè asperse sull'altare e sul popolo (Es 24,6.8), unisce l'uomo a Dio, rendendoli consanguinei. Questa alleanza è eterna perché non possiamo più infrangerla. Qualunque cosa facciamo, anche se lo mettiamo in croce, Dio rimane sempre fedele al suo amore per noi "perché non può rinnegare sé stesso" (2Tim 2,13). Paolo apostolo ha scritto: "A stento si trova chi sia disposto a morire per una persona dabbene. Ma Dio dimostra il suo amore verso di noi perché, mentre eravamo ancora peccatori, Cristo è morto per noi" (Rm 5,7-8). Ora, "se Dio è per noi, chi sarà contro di noi? Chi accuserà gli eletti di Dio, se Dio giustifica?" (Rm 8,31.33). Per questo san Paolo dice di essere convinto che "né morte né vita, né angeli né principati, né presente né avvenire, né potenze, né altezza né profondità, né alcun'altra creatura potrà mai separarci dall'amore che Dio ha per noi in Cristo Gesù nostro Signore" (Rm 8,31ss). Il vino è bevanda della terra promessa. 
Gesù sarà pellegrino nel mondo, digiuno e abbeverato di morte, fino al giorno in cui l'ultimo fratello non si sarà arreso alla conoscenza dell'amore del Padre. Quando la sua casa sarà piena di tutti i suoi figli, sarà il regno di Dio in pienezza. Fino ad allora Gesù continuerà a bere il calice di morte per dare a tutti noi il calice di vita. Quanti ne bevono sono spinti a loro volta dal suo stesso amore di Figlio versi i fratelli che ancora non conoscono il Padre (2Cor 4,12). Alla fine della cena pasquale tutti cantano l'inno. É il grande Hallel (Sal 136). É un salmo che, passando in rassegna i doni della creazione e della storia, ripete ad ogni riga il ritornello "perché eterna è la sua misericordia". Queste parole dicono il perché profondo di tutta la creazione e di tutta la storia. 
Dopo l'Eucaristia anche noi comprendiamo che la sua misericordia eterna è il perché ultimo di tutto quanto c'è e accade: è il trionfo del suo amore su tutto il male del mondo. A noi, che abbiamo compiuto il massimo male uccidendo suo Figlio, il Padre concede il massimo bene, donandoci la vita del Figlio. La sua misericordia è eterna e onnipotente, capace di capovolgere in bene ogni male e di salvare tutto e tutti. 
Padre Lino Pedron 
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Innamorati, e non “lo” lascerai

Qual è il segreto della perseveranza? L'Amore. —Innamòrati, e non “lo” lascerai. (Cammino, 999) 


Mi fa tremare quel passo della seconda lettera a Timoteo, in cui l'Apostolo si duole della fuga di Dema a Tessalonica attratto dalle seduzioni del mondo... Per una bagattella, e per paura delle persecuzioni, un uomo che san Paolo in altre lettere cita tra i santi, ha tradito l'impresa divina. 
Mi fa tremare, conoscendo la mia piccolezza; e mi porta a esigere la mia fedeltà al Signore anche nelle occasioni che possono apparire indifferenti, perché, se non mi servono per unirmi di più a Lui, non ne voglio sapere! (Solco, 343) 


Hai una povera idea del tuo cammino se, nel sentirti freddo, credi di averlo perduto: è l'ora della prova; per questo ti sono state tolte le consolazioni sensibili. (Cammino, 997) 


Benedetta perseveranza dell'asinello di nòria! —Sempre allo stesso passo. Sempre gli stessi giri. —Un giorno dopo l'altro: tutti uguali. Senza di ciò, non vi sarebbe maturità nei frutti, né freschezza nell'orto, non avrebbe aromi il giardino. Porta questo pensiero alla tua vita interiore. (Cammino, 998)
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Preghiera del mattino del 10/VI/2012

Signore Gesù, ti rendiamo grazie per il tuo amore immenso, rendiamo grazie a te che, dopo aver pronunciato la benedizione, hai preso il pane dicendo: "Questo è il mio corpo, prendete e mangiate". 
Tu, Gesù, Agnello senza macchia, hai escogitato questo straordinario viatico perché non ci perdessimo sul cammino del nostro esilio. 
Tu stringi con noi, ogni volta che facciamo la comunione, un'alleanza eterna che, sempre nuova, opera nei nostri cuori feriti. 
Noi abbiamo fame di te, non possiamo più fare a meno di te, perché questa cena pasquale ci strappa alla morte e ci dà la tua vita. 
Signore, fa' che oggi molte anime vengano salvate dal tuo corpo immacolato, accolto o adorato, o anche soltanto desiderato. 
Moltiplica i tuoi sacerdoti perché nessuno dei nostri fratelli sia privato di te, in particolare nelle Chiese che soffrono persecuzione.
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sabato 9 giugno 2012

Questa vedova, così povera, ha gettato nel tesoro più di tutti gli altri

Mc 12,38-44 
Diceva loro nel suo insegnamento: «Guardatevi dagli scribi, che amano passeggiare in lunghe vesti, ricevere saluti nelle piazze, avere i primi seggi nelle sinagoghe e i primi posti nei banchetti. Divorano le case delle vedove e pregano a lungo per farsi vedere. Essi riceveranno una condanna più severa». Seduto di fronte al tesoro, osservava come la folla vi gettava monete. Tanti ricchi ne gettavano molte. Ma, venuta una vedova povera, vi gettò due monetine, che fanno un soldo. Allora, chiamati a sé i suoi discepoli, disse loro: «In verità io vi dico: questa vedova, così povera, ha gettato nel tesoro più di tutti gli altri. Tutti infatti hanno gettato parte del loro superfluo. Lei invece, nella sua miseria, vi ha gettato tutto quello che aveva, tutto quanto aveva per vivere». 

Gesù mette in guardia la folla perché sta per lasciarsi trascinare dai capi: bisogna che essa sappia chi sono in realtà i suoi capi. Con poche parole il Maestro fa il ritratto degli scribi: vanità, sfruttamento delle vedove, ostentazione nella preghiera. La loro logica è precisa: prima io, poi le donne, infine Dio. Forse ci aspettavamo un elogio degli scribi: sono gli studiosi della parola di Dio. Se è vero che la conoscenza è l’origine della virtù, essi dovrebbero essere molto virtuosi. 
Al contrario, non ci aspettavamo molto dalla vedova che Gesù, invece, ci propone come esempio: è limitata, è povera, è costretta ad occuparsi quotidianamente delle solite cose indispensabili per la sopravvivenza. Cosa può dare a Dio una persona insignificante come lei? Ma il giudizio di Dio capovolge le nostre valutazioni. Gli scribi usano la conoscenza delle Scritture per procurarsi onori umani, si servono della loro pietà religiosa per nascondere la cupidigia con cui si appropriano dei beni degli altri, in particolare dei beni dei poveri e degli indifesi. La povera vedova invece, che può mettere nel tesoro del tempio solo due spiccioli, viene presentata ai discepoli come il vero esempio da imitare: «Tutti hanno dato del loro superfluo, essa invece, nella sua povertà, vi ha messo tutto ciò che aveva, tutto quanto aveva per vivere» (v. 44). 
Così, con semplicità, questa donna insignificante, a cui nessuno aveva prestato attenzione, ha amato Dio con tutto il cuore (cfr Mc 12, 30). Gesù sta per andarsene dalla scena di questo mondo e non ci lascia come maestri dei personaggi dalle lunghe maniche e dalle parole altisonanti, ma mette in cattedra una donnetta discreta, che continua in silenzio la sua lezione: la vedova che offre a Dio tutta la sua vita. 
Essa è sola e inosservata, povera e umile, «getta» tutta la propria vita: è come Gesù che si è fatto ultimo di tutti e ha dato la sua vita in riscatto per tutti (cf. Mc 10,43–45). Il primo miracolo di Gesù fu la guarigione della suocera di Pietro, perché potesse servire (cf. Mc 1,29–31). L’ultimo suo insegnamento, prima del discorso escatologico, ci presenta questa vedova, che ama veramente Dio con tutta la sua vita. 
Sono loro le vere discepole di Gesù, e quindi le nostre maestre. 
Padre Lino Pedron
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Preghiera del mattino del 9/VI/2012

Santissima madre di Dio, in questo giorno della settimana in cui ti onoriamo, riconosco il tuo viso in quello della vedova che ha dato tutto quanto possedeva per amore di Dio. 
Prega per me, perché io impari a fare lo stesso, non tenendo nulla per me. 
So che ciò mi sarà difficile. 
Con l'esempio della tua grande fede, ricordami che non affido la mia vita alle mani degli scribi, ma a quelle del Signore, che ci dà in cambio tutto ciò di cui potremmo avere bisogno e ancora molto di più.
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venerdì 8 giugno 2012

Come mai dicono che il Cristo è figlio di Davide?

Mc 12,35-37 
Insegnando nel tempio, Gesù diceva: «Come mai gli scribi dicono che il Cristo è figlio di Davide? Disse infatti Davide stesso, mosso dallo Spirito Santo: Disse il Signore al mio Signore: Siedi alla mia destra, finché io ponga i tuoi nemici sotto i tuoi piedi.  Davide stesso lo chiama Signore: da dove risulta che è suo figlio?». E la folla numerosa lo ascoltava volentieri. 

Nella lettura del Vangelo di Marco ritorna con insistenza la domanda: Chi è Gesù? 
E ci è stata data la risposta con chiarezza: Gesù è il Messia (Mc 8,29). 
Ma subito si è riproposta un’altra domanda: Che cosa significa per Gesù essere il Messia e quale relazione ha il Messia con Dio? E la risposta è stata: Il Messia compirà la sua missione nella sofferenza (tre annunci della passione); il Messia è l’ultimo inviato di Dio, e il Figlio che Dio tanto ama (Mc 12,1–8). 
Ora qui si ripropone un problema importante: Chi è il Messia? Ogni ebreo poteva rispondere con semplicità e senza alcun dubbio: Il Messia è il figlio di Davide. E questa risposta trova il fondamento negli oracoli dei profeti, a cominciare da Nàtan (2Sam 7). 
E tuttavia la risposta è incompleta. 
Il Messia non è solamente il figlio di Davide; è il Figlio di Dio. Gesù fonda il suo ragionamento sull’interpretazione del salmo 110 , un salmo che la Bibbia attribuisce a Davide. Dunque è Davide stesso che parla e dice: «Disse il Signore (cioè Dio stesso) al mio Signore (cioè al Re–Messia): siedi alla mia destra». 
Dunque, dice Gesù, Davide chiama il Messia «mio Signore». Vuol dire, dunque, che il Messia è molto di più che «il figlio di Davide»: è addirittura «il Signore di Davide». 
Ne consegue che se Gesù è il Figlio di Dio, il suo regno non può essere ridotto al regno di Davide. Sarebbe un regno tra i regni di questo mondo o in alternativa ad essi. 
Invece il regno di Dio li supera, li trascende e non è legato alla loro realtà materiale. 
Padre Lino Pedron
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Preghiera del mattino del 8/VI/2012

Spirito Santo, ispirami oggi perché possa proclamare Cristo in ogni azione, pensiero e parola. 
Sia la logica divina e non il ragionamento umano a contraddistinguere il mio operato. 
Non permettere che mi dimentichi del mio Signore e concedimi un cuore gioioso nel servirti.
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giovedì 7 giugno 2012

Non c’è altro comandamento più grande di questi

Mc 12,28-34 
Allora si avvicinò a lui uno degli scribi che li aveva uditi discutere e, visto come aveva ben risposto a loro, gli domandò: «Qual è il primo di tutti i comandamenti?». Gesù rispose: «Il primo è: Ascolta, Israele! Il Signore nostro Dio è l'unico Signore; amerai il Signore tuo Dio con tutto il tuo cuore e con tutta la tua anima, con tutta la tua mente e con tutta la tua forza. Il secondo è questo: Amerai il tuo prossimo come te stesso. Non c'è altro comandamento più grande di questi». Lo scriba gli disse: «Hai detto bene, Maestro, e secondo verità, che Egli è unico e non vi è altri all'infuori di lui; amarlo con tutto il cuore, con tutta l'intelligenza e con tutta la forza e amare il prossimo come sé stesso vale più di tutti gli olocausti e i sacrifici». Vedendo che egli aveva risposto saggiamente, Gesù gli disse: «Non sei lontano dal regno di Dio». E nessuno aveva più il coraggio di interrogarlo. 

La domanda che lo scriba pone a Gesù non è oziosa. Data la molteplicità delle prescrizioni della legge (se ne contavano 613, ripartite in 365 proibizioni – quanti sono i giorni dell’anno – e 248 comandamenti positivi, quante si credeva fossero le parti del corpo umano), ci si poteva legittimamente interrogare sul loro valore e chiedersi quale fosse il comandamento più grande. La risposta di Gesù che pone nell’amore di Dio e del prossimo il centro della legge, non è una novità assoluta: lo insegnavano anche i rabbini di allora. La novità consiste nell’avere unificato il testo del Dt 6,4–5 con il testo del Lv 19,18. 
Ma per cogliere questo centro sono necessarie due precisazioni. La Bibbia insegna che il nostro amore per Dio e per il prossimo suppone un fatto precedente, senza il quale tutto resterebbe incomprensibile: l’amore di Dio per noi. Qui è l’origine e la misura del nostro amore. L’amore dell’uomo nasce dall’amore di Dio e deve misurarsi su di esso. E qui si inserisce la seconda precisazione: chi è il prossimo da amare? La Bibbia risponde: ogni uomo che Dio ama, cioè tutti gli uomini, senza alcuna distinzione, perché Dio si è rivelato in Gesù come amore universale. 
La nostra vita è amare Dio e unirci a lui (Dt 30,20), diventando per grazia ciò che lui è per natura. Il nostro amore per lui è la via per la nostra divinizzazione, perché uno diventa ciò che ama. Chi risponde a questo amore passa dalla morte alla vita, mentre chi non ama Dio e il prossimo rimane nella morte (1Gv 3,14). 
Dio è amore più forte della morte (Ct 8,6). La sua fedeltà dura in eterno (Sal 117, 2). Quando noi moriamo, egli ci ridà la vita. «Riconoscerete che io sono il Signore quando aprirò le vostre tombe e vi risusciterò dai vostri sepolcri» (Ez 37,13). Dio ha creato tutto per l’esistenza, perché è un Dio amante della vita (cf. Sap 1,14; 11,26). 
L’amore per l’uomo non è in alternativa a quello per Dio, ma scaturisce da esso come dalla sua sorgente. Si ama veramente il prossimo solo quando lo si aiuta a diventare sé stesso, raggiungendo il fine per cui è stato creato, che è quello di amare Dio sopra ogni cosa e il prossimo come sé stesso. Alla luce di questa verità, dobbiamo rivedere radicalmente il nostro modo di amare: molto del cosiddetto amore, che schiavizza sé e gli altri, è una contraffazione dell’amore, è egoismo. Quanta purificazione, quanta grazia di Dio occorrono perché l’amore sia vero amore! 
Padre Lino Pedron
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Non ti sarai intimidito perché il tuo amore è piccolo?

La grazia di Dio non ti manca. Pertanto, se corrispondi, puoi stare sicuro. Il trionfo dipende da te: la tua fortezza e il tuo slancio uniti alla grazia sono motivi più che sufficienti per darti l'ottimismo di chi ha in pugno la vittoria. (Solco, 80) 


Non siate anime dalla visione angusta, uomini o donne minorenni, miopi, incapaci di abbracciare il nostro orizzonte soprannaturale cristiano di figli di Dio. Dio e audacia! (Solco, 96) 


Audacia non è imprudenza, né ardimento irriflessivo, né semplice coraggio. L'audacia è fortezza, virtù cardinale, necessaria per la vita dell'anima. (Solco, 97) 


Ho letto un proverbio molto popolare in certi paesi: «Il mondo è di Dio, ma Dio lo affitta ai coraggiosi», e mi ha fatto riflettere. Che cosa aspetti? (Solco, 99) 


Non sono l'apostolo che dovrei essere. Sono... il timido. Non ti sarai intimidito perché il tuo amore è piccolo? Reagisci! (Solco, 100)
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Preghiera del mattino del 7/VI/2012

O beata e santissima Trinità, plasma oggi il mio cuore perché diventi un cuore nuovo, abbastanza grande per ricevere la tua comunione. 
Sono pieno di buone intenzioni di amare il prossimo, ma mi riconosco incapace di attuarle, se non Ti amo. 
Ti prego, prestami un po' dell'amore spontaneo e gratuito che è necessario per agire e fa' che i miei sacrifici siano sacrifici viventi, non offerte bruciate.
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mercoledì 6 giugno 2012

Non è Dio dei morti, ma dei viventi!

Mc 12,18-27 
Vennero da lui alcuni sadducei - i quali dicono che non c'è risurrezione - e lo interrogavano dicendo: «Maestro, Mosè ci ha lasciato scritto che, se muore il fratello di qualcuno e lascia la moglie senza figli, suo fratello prenda la moglie e dia una discendenza al proprio fratello. C'erano sette fratelli: il primo prese moglie, morì e non lasciò discendenza. Allora la prese il secondo e morì senza lasciare discendenza; e il terzo ugualmente, e nessuno dei sette lasciò discendenza. Alla fine, dopo tutti, morì anche la donna. Alla risurrezione, quando risorgeranno, di quale di loro sarà moglie? Poiché tutti e sette l'hanno avuta in moglie». Rispose loro Gesù: «Non è forse per questo che siete in errore, perché non conoscete le Scritture né la potenza di Dio? Quando risorgeranno dai morti, infatti, non prenderanno né moglie né marito, ma saranno come angeli nei cieli. Riguardo al fatto che i morti risorgono, non avete letto nel libro di Mosè, nel racconto del roveto, come Dio gli parlò dicendo: Io sono il Dio di Abramo, il Dio di Isacco e il Dio di Giacobbe? Non è Dio dei morti, ma dei viventi! Voi siete in grave errore». 

Anche i sadducei contestano Gesù: essi non credono alla risurrezione dei morti. 
La risposta di Gesù considera due momenti. 
Anzitutto egli fonda la fede nella risurrezione sul rapporto che Dio ha stabilito con gli uomini: un rapporto di alleanza, di amicizia, di solidarietà, di vita. Dio non è impotente di fronte alla morte, «non è il Dio dei morti, ma dei viventi» (v. 27). Citando Esodo 3, che è un testo su Dio e non sulla risurrezione dei morti, Gesù riconduce il dibattito all’amore di Dio e alla sua fedeltà: se Dio ama l’uomo non può abbandonarlo in potere della morte. Gesù inoltre corregge l’altro errore dei sadducei che pensano alla risurrezione come a una semplice continuazione della vita attuale, con gli stessi tipi di rapporti. Pensando in questo modo, essi non tengono conto della «potenza di Dio» (v. 24). 
La risurrezione non è una semplice continuazione della vita attuale, ma il passaggio a una vita nuova, creata dalla potenza di Dio. 
Non è la rianimazione di un cadavere: è una trasformazione qualitativa, è una nuova esistenza. La nostra risurrezione è il centro della vita cristiana. Senza di essa « è vana la nostra predicazione ed è vana anche la vostra fede» scrive Paolo ai Corinti (1Cor 15,14). 
I sadducei assomigliano a tanti credenti del nostro tempo. Credono in Dio, ma non nella risurrezione dei morti. 
Chiusi nel materialismo, non credono, né teoricamente né praticamente, al fine a cui Dio ci ha destinati: la vita eterna. É l’alienazione più tragica dell’uomo, che perde ciò per cui è fatto, l’orizzonte che dà senso alla vita. Tentare di superare la morte attraverso la generazione dei figli è un rimedio peggiore del male, una vittoria illusoria, perché non si fa che accrescere il numero dei destinati alla morte. 
La generazione dei figli ha senso solamente nella speranza che questi «destinati alla morte» incontrino Dio che dà loro la vita nella risurrezione. 
Padre Lino Pedron
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Preghiera del mattino del 6/VI/2012

Signore, Dio vivente, Padre che sei nei cieli, concedimi oggi una sobria semplicità. 
Ricordami che non sarà l'intelligenza a mantenermi sul tuo cammino, ma il sincero desiderio di conoscere la tua volontà. 
Non lasciare che mi consumi troppo in ragionamenti umani; libera il mio spirito, perché possa contemplare ciò che è essenziale per la mia salvezza: l'amore di Dio e l'amore del prossimo. 
Vieni, Spirito Santo, libera il mio cuore da questi ostacoli terreni!
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martedì 5 giugno 2012

Quello che è di Cesare rendetelo a Cesare, e quello che è di Dio, a Dio

Mc 12,13-17 
Mandarono da lui alcuni farisei ed erodiani, per coglierlo in fallo nel discorso. Vennero e gli dissero: «Maestro, sappiamo che sei veritiero e non hai soggezione di alcuno, perché non guardi in faccia a nessuno, ma insegni la via di Dio secondo verità. È lecito o no pagare il tributo a Cesare? Lo dobbiamo dare, o no?». Ma egli, conoscendo la loro ipocrisia, disse loro: «Perché volete mettermi alla prova? Portatemi un denaro: voglio vederlo ». Ed essi glielo portarono. Allora disse loro: «Questa immagine e l'iscrizione, di chi sono?». Gli risposero: «Di Cesare». Gesù disse loro: «Quello che è di Cesare rendetelo a Cesare, e quello che è di Dio, a Dio». E rimasero ammirati di lui. 

I farisei e gli erodiani cercano di cogliere in fallo Gesù ponendogli una domanda alla quale sembra impossibile rispondere senza incorrere in gravi conseguenze: «É lecito o no dare il tributo a Cesare?». Rispondere di no sarebbe pericoloso perché trasformerebbe Gesù in un sobillatore politico; rispondere di sì sarebbe altrettanto pericoloso perché lo farebbe apparire come un collaborazionista, amico degli odiati occupanti romani. La risposta supera il livello al quale il problema era stato posto. Gesù non dà una ricetta per un comportamento civico; non raccomanda né la rassegnazione di fronte all’ordine costituito (punto di vista dei farisei) né il rifiuto (opinione degli zeloti) e neppure benedice lo stato imperiale (tendenza degli erodiani). 
La sua duplice dichiarazione constata, da una parte, l’esistenza di regole provvisorie sulla terra e, dall’altra, invita ad adottare nei confronti di esse un atteggiamento critico: distinguere tra l’accessorio e il principale, tra il relativo e l’assoluto, tra il transeunte e l’eterno, tra le realtà penultime e quelle ultime. La decisione apolitica di Gesù contiene un invito all’azione responsabile in favore della società umana, senza riduzioni o esaltazioni indebite, conformemente alla volontà di Dio. 
La risposta di Gesù non è una semplice astuzia per eludere il problema e non cadere nel tranello teso dai farisei e dagli erodiani. Non dice semplicemente: «Date a ciascuno ciò che gli spetta», senza determinare ciò che spetta a ciascuno. A quei tempi il dominio di un sovrano si estendeva ovunque la sua moneta aveva corso legale. Era ovvio che dove circolava la moneta di Cesare, si sottostava al dominio di Cesare e si rispettavano le regole del gioco, tra le quali quella di pagargli il tributo (cf. Rm 13,1–7; 1Pt 2,13ss). 
Per Gesù il problema è un altro: dare a Dio ciò che è di Dio. Come la moneta del tributo porta l’immagine di Cesare e appartiene a Cesare, così l’uomo è immagine di Dio e appartiene a Dio. 
Il tributo da pagargli è quello di darsi a lui, amando lui con tutto il cuore e il prossimo come sé stessi (Mc 12,30–31). 
Circa l’autorità civile, è giusto distinguere il contenuto dal modo. Il suo contenuto è quello di servire al bene comune; in questo senso, anche se le sue forme sono storicamente più o meno imperfette, è legittimamente voluta da Dio (cf. Rm 13,1–4). Normalmente, il modo nel quale è esercitata è quello dei capi delle nazioni (cf. Mc 10,42), che bramano l’avere, il potere e l’apparire. Questo modo non è voluto da Dio. Esso schiavizza tutti, sia chi lo esercita sia chi lo subisce, togliendo a tutti, dominatori e dominati, la libertà, che è proprio ciò per cui siamo a immagine e somiglianza di Dio. 
Questo brano ci aiuta a capire il «potere» di Cristo che mette sempre in crisi quello dell’uomo. Esso infatti è amore, servizio e umiltà. Gesù ci dà un criterio in base al quale fare le nostre scelte: prima dare a Dio ciò che è di Dio. Solo così sapremo cosa dare al Cesare di turno. L’uso del denaro è l’accettazione implicita del potere di chi l’ha coniato. 
Gesù non ha con sé la moneta, a differenza dei farisei e degli erodiani. Le loro parole non presentano quindi un vero problema per loro, che possiedono molto volentieri le monete con l’iscrizione di Cesare. 
Le tasse fanno problema a quelli che hanno i soldi, non ai poveri. 
Inoltre l’iscrizione sulla moneta porta il nome e il ruolo divino dell’imperatore: Tiberio Cesare Imperatore, figlio del divino Augusto. Il titolo regale di Gesù non lo troveremo scritto su alcuna moneta, ma sulla croce (Mc 15,26). 
Chi ha orecchi per intendere, intenda! 
Ma il problema fondamentale è che l’uomo, immagine di Dio, è di Dio e deve ritornare a lui. 
Padre Lino Pedron
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Preghiera del mattino del 5/VI/2012

Mio Dio, mi piacerebbe oggi, per una volta almeno, renderti ciò che ti appartiene. 
Ti supplico, non permettere che io mi consumi in preoccupazioni materiali. 
So che, se riuscissi a distinguere in ogni cosa la tua mano, questi problemi mi sembrerebbero insignificanti. 
Signore, dissipa la mia paura e sostituiscila con la fede.
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