martedì 22 giugno 2010

Tutto quanto volete che gli uomini facciano a voi, anche voi fatelo a loro

San Vincenzo de' Paoli (1581-1660), sacerdote, fondatore di comunità religiose
Colloqui del 4/5/1659

Qual'è il primo atto di carità? Quale opera fa che un cuore sia animato dalla carità? Cosa esce da questo cuore, e non da un cuore che ne sia sprovvisto? È questo: fare il bene a ciascuno come vorremo ragionevolmente che fosse fatto a noi: in questo consiste il concreto della carità. È forse vero che io faccio al mio prossimo quanto mi aspetto da lui? Ah! Questo è un grande esame da fare...

Guardiamo il Figlio di Dio: che cuore di carità, che fiamma di amore! Mio Gesù, dicci un po', per favore, il motivo che ti ha portato dal cielo a venire a soffrire la maledizione della terra, le tante persecuzioni e i tormenti che hai ricevuto? O Salvatotre, o fonte dell'amore, umiliato fino a noi, fino al supplizio infame, chi ha amato il prossimo quanto tu l'hai amato? Sei venuto ad esporti a tutte le nostre miserie, a prendere forma di peccatore, a condurre una vita di sofferenze, e a soffrire una morte vergognosa, per noi. C'è forse amore simile?... Non c'è nessuno, altro che il Nostro Signore che sia così amante delle creature, da lasciare il trono di suo Padre per venire ad assumere un corpo soggetto alle infermità.

Per quale motivo? Per allacciare fra di noi, con il suo esempio e con la sua parola, la carità per il prossimo... O amici miei, se avessimo un po' di questo amore, resteremmo forse con le mani in mano? O, no! La carità non può rimanere oziosa; ci spinge alla salvezza e alla consolazione dei nostri fratelli.
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lunedì 21 giugno 2010

Portate gli uni il peso degli altri

Dice il Signore: “Vi do un comandamento nuovo: amatevi gli uni gli altri. Da questo conosceranno che siete miei discepoli”. —E San Paolo: “Portate gli uni il peso degli altri, e così compirete la legge di Cristo”. —Io non ti dico niente. (Cammino, 385)

Se ci guardiamo intorno, forse avremmo motivo di ritenere che la carità sia una virtù illusoria. Ma, se consideri le cose con senso soprannaturale, scoprirai la radice di tanta sterilità: la mancanza di un rapporto intenso e continuo: a tu per Tu, con Gesù Cristo, nostro Signore; e il misconoscimento dell'opera dello Spirito Santo nell'anima, il cui primo frutto è appunto la carità.Accogliendo un'esortazione dell'Apostolo — Portate i pesi gli uni degli altri, così adempirete la legge di Cristo [Gal 6, 2], un Padre della Chiesa aggiunge: Amando Cristo sopporteremo con facilità la debolezza degli altri, anche di chi ancora non amiamo perché non ha opere buone [Sant'Agostino, De diversis questionibus, LXXXIII, 71, 7].
Da qui si inerpica il sentiero che ci fa crescere nella carità. Se pensassimo che la prima cosa da fare sia esercitarci in attività umanitarie, in lavori di assistenza, escludendo l'amore di Dio, saremmo in errore. Non trascuriamo Cristo per preoccuparci della malattia del nostro prossimo, giacché dobbiamo amare il malato a motivo di Cristo [Sant'Agostino, Ibidem].
Mantenete sempre lo sguardo su Gesù che, senza lasciare di essere Dio, umiliò se stesso prendendo la forma di servo [Cfr Fil 2, 6-7], per poterci servire, perché soltanto in questa direzione si dischiudono gli ideali che vale la pena alimentare. L'amore cerca l'unione, I'identificazione con la persona amata: e, unendoci a Cristo, saremo attratti dall'anelito di imitare la sua vita di dedizione, di amore incommensurabile, di sacrificio fino alla morte. Cristo ci mette davanti al dilemma definitivo: o consumare la propria esistenza in modo egoistico e solitario, o dedicarsi con tutte le forze a un compito di servizio. (Amici di Dio, 236)
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San Luigi Gonzaga

Gesuita

Luigi nasce il 9 marzo 1568, con un parto difficile, nel castello di famiglia a Castiglione delle Stiviere (MN), primo di sette figli; è battezzato il 20 aprile.
I suoi genitori – Ferrante Gonzaga e Marta Tana di Sàntena, piemontese - si sono conosciuti alla corte di Filippo II e si sono sposati a Madrid il 15 novembre 1566, secondo le norme del concilio di Trento.
Luigi non era solo un paggetto grazioso e fragile, orante e penitente, ma un giovane intelligente, ricco di sensibilità e di forza, per reagire all'eredità dei Gonzaga: avarizia, insensibilità, sete di potere.

Il secolo di Luigi è segnato dall'eresia di Lutero e Calvino. La "nuova era di rigenerazione" (Vasari) convive con materialismo e razionalismo; operano Raffaello e Michelangelo, Ariosto e Tasso; risuonano le note di Monteverdi e di Pier Luigi da Palestrina.
Ferrante è fiero del suo erede. La madre, donna di cultura e di fede, lo educa alla preghiera e alla carità. Luigi cresce vispo e birichino. Il padre gli regala un'armaturina leggera e lui nel 1573, a Casalmaggiore, fa l'ufficiale e spara il cannone.
Nel 1577-78, insieme al fratello Rodolfo, Luigi passa col padre a Bagni di Lucca ed è poi accolto alla corte di Francesco de' Medici a Firenze. Fa progressi in latino e spagnolo. Nel giardino di Palazzo Pitti gioca con le principessine Eleonora, Anna e Maria.

Ma Firenze matura Luigi: davanti alla santissima Annunziata si consacra alla Madonna. Nel 1579 Ferrante, eletto principe del Sacro Romano Impero, preferisce che i figli rientrino a Castiglione, ove Luigi, il 22 luglio 1580, riceve la prima comunione dal cardinale Carlo Borromeo. Ormai la vita di Luigi segue gli Esercizi spirituali di S. Ignazio.

Nel 1581 si recò a Madrid per due anni, come paggio di corte (il padre era al servizio di Filippo II di Spagna); qui la sua vocazione si precisa. Il 29 marzo 1583 terrà un suo discorsetto in latino davanti al re. Ma il 15 agosto 1583, davanti alla Madonna del Buon Consiglio nella chiesa del collegio della Compagnia di Gesù, Luigi è certo che il Signore lo vuole gesuita.
Marta è contenta. Ferrante oppone grosse difficoltà. Luigi è convinto, ma accetta di rimandare la decisione al ritorno in Italia.
Nel 1584, a Castiglione, Luigi scappa da casa, scrive al Padre generale Acquaviva; finalmente Ferrante cede, e il 2 novembre 1585, Luigi firma a Mantova l'atto di rinunzia al marchesato.
Arriva a Roma: forse il 20 novembre 1585. Suo cugino, monsignor Scipione Gonzaga, lo ospita nel palazzetto di via della Scrofa 117 (dal 9 novembre 1991, una lapide ne ricorda il passaggio). Da una lettera di Ferrante, sappiamo che Luigi il 23 novembre fu ricevuto da Pp Sisto V (Felice Peretti), poi il lunedì 25 entrò nel noviziato di S. Andrea al Quirinale.
Dopo un breve soggiorno a Napoli per ragioni di salute, Luigi è trasferito al Collegio Romano per concludere gli studi di filosofia. Il 25 novembre 1587, nella cappella del quarto piano, pronuncia i primi voti religiosi. Spesso pregherà nella chiesa dell'Annunziata (poi assorbita nella vasta chiesa di S. Ignazio).
Luigi passa alla teologia, domanda le missioni dell'India. Nel 1588 riceve gli ordini minori in S. Giovanni in Laterano. Il 12 settembre 1589, su consiglio di Padre Bellarmino e di Padre Acquaviva, Luigi va a riappacificare suo fratello Rodolfo (al quale ha ceduto i propri diritti di primogenito) con il duca di Mantova.
Obiettivo raggiunto: Luigi si muove bene anche in politica, anche se la sua salute è fragile (e le severe penitenze certamente non lo aiutano).

Nel febbraio 1591 scoppia a Roma un'epidemia di tifo petecchiale che uccise migliaia di persone inclusi i papi Urbano VII (Giovanni Battista Castagna) e Gregorio XIV (Niccolò Sfondrati). Luigi Gonzaga, insieme a Camillo de Lellis ed alcuni confratelli, si impegnò a supportare i contagiati dalle conseguenze dell'epidemia. Malato da tempo, dovette dedicarsi solo ai casi non contagiosi, ma il 3 marzo, trovato in strada un appestato, se lo caricò in spalla e lo portò all'ospedale della Consolazione.
Subito un febbrone lo avvolge e lo avvia alla morte, vero "martire di carità". L'ultima commovente lettera alla madre (10 giugno) lo rivela carico di fede.

Il 21 giugno 1591, Luigi ha maturato un grande ideale, "giunge a riva di tutte le sue speranze".
Il suo corpo è tumulato nella chiesa di S. Ignazio a Roma, nello splendido altare barocco di Andrea Pozzo e Pierre Legros, mentre il suo cranio è conservato nella basilica a lui intitolata a Castiglione delle Stiviere. La mandibola è custodita nella Chiesa Madre di Rosolini, in provincia di Siracusa.

Luigi Gonzaga venne beatificato, 14 anni più tardi, da Pp Paolo V (Camillo Borghese) il 19 ottobre 1605 e canonizzato il 31 dicembre 1726, con un altro gesuita, Stanislao Kostka, da Pp Benedetto XIII (Pietro Francesco Orsini).

Nel 1926 fu proclamato patrono della gioventù cattolica da Pp Pio XI.
Di lui il Servo di Dio Paolo VI (Giovanni Battista Montini) disse, nel marzo 1968 : “Luigi concepì la sua esistenza come un dono da spendere per gli altri”;
infine le parole del servo di Dio Giovanni Paolo II (Karol Józef Wojtyła), nel giugno 1991 : “Il Padre misericordioso ha concesso a Luigi d'immolare la sua giovinezza in un servizio eroico di carità fraterna”.

Significato del nome Luigi : "combattente valoroso" (franco-tedesco)
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Con la misura con la quale misurate sarete misurati

Beata Teresa di Calcutta (1910-1997), fondatrice delle Suore Missionarie della Carità
No Greater Joy, 55

Per ogni malattia, esistono parecchie medicine e cure. Ma finché una mano dolce pronta da servire, e un cuore generoso pronto ad amare non si sono offerti, non credo che si possa mai guarire di questa terribile malattia che è la mancanza di amore.

Nessuno di noi ha il diritto di condannare chiunque altro. E questo, anche quando vediamo qualcuno sprofondare, senza capire perché. Gesù non ci invita forse a non giudicare ? Forse noi abbiamo partecipato a renderlo così. Dobbiamo comprendere che si tratta di nostro fratello e sorella. Tale lebbroso, tale ubriaco, tale malato sono i nostri fratelli perché anche loro sono stati creati per un amore più grande. Non dovremmo mai dimenticarlo. Gesù Cristo stesso si è identificato a loro quando ha detto : « Ogni volta che avete fatto queste cose a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l'avete fatto a me » (Mt 25,40). E forse essi si trovano senza tetto, sprovvisti di ogni amore, di ogni cura, perché abbiamo rifiutato loro la nostra sollecitudine, il nostro affetto. Sii mite, infinitamente mite nei confronti del povero che soffre. Comprendiamo così poco ciò che sta attraversando. La cosa più difficile, è non essere accettato.
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domenica 20 giugno 2010

L'unica misura è amare senza misura

Osservi un piano di vita esigente: ti alzi presto, fai orazione, frequenti i Sacramenti, lavori o studi molto, sei sobrio, ti mortifichi..., però ti accorgi che ti manca qualcosa!
Porta al tuo dialogo con Dio questa considerazione: siccome la santità la lotta per raggiungerla è la pienezza della carità, devi rivedere il tuo amore verso Dio e, per Lui, verso gli altri.
Forse allora scoprirai, nascosti nella tua anima, grandi difetti, contro i quali non lottavi nemmeno: non sei un buon figlio, un buon fratello, un buon compagno, un buon amico, un buon collega; e, siccome ami disordinatamente la «tua santità», sei invidioso.
Ti «sacrifichi» in molti dettagli «personali»: pertanto sei attaccato al tuo io, alla tua persona e, in fondo, non vivi per il Signore né per gli altri: solo per te. (Solco, 739)

A tutti coloro che sono disposti ad aprirgli l'ascolto dell'anima — e noi siamo di quelli — Gesù insegna nel discorso della montagna il comandamento divino della carità. E, a mo' di riassunto, conclude: Amate i vostri nemici, fate del bene e prestate senza sperarne nulla, e il vostro premio sarà grande e sarete figli dell'Altissimo; perché Egli è benevolo verso gl'ingrati e i malvagi. Siate misericordiosi, come è misericordioso il Padre vostro [Lc 6, 35-36],
La misericordia non si limita a un mero atteggiamento di compassione: la misericordia è sovrabbondanza di carità che, simultaneamente, comporta sovrabbondanza di giustizia. Misericordia vuoi dire mantenere il cuore in carne viva, umanamente e soprannaturalmente pervaso da un amore forte, abnegato, generoso.
San Paolo, nel suo inno alla carità, ne parla così: La carità è paziente, è benigna la carità; non è invidiosa la carità, non si vanta, non si gonfia, non manca di rispetto, non cerca il suo interesse, non si adira, non tiene conto del male ricevuto, non gode dell'ingiustizia, ma si compiace della verità.
Tutto copre, tutto crede, tutto spera, tutto sopporta [1 Cor 13, 4-7]. (Amici di Dio, 232)
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San Giovanni da Matera

Abate, fondatore : Congregazione monastica detta degli “Scalzi”

Giovanni da Matera (detto anche da Pulsano, dal luogo ove fondò la sua ultima opera monastica), al secolo Giovanni Scalcione, nacque verso il 1070 in Matera da una ricca e nobile famiglia profondamente cristiana.

Abbandonò da ragazzo la casa paterna in cerca di un contatto più stretto con Dio e, secondo la tradizione, scambiò i suoi abiti lussuosi con quelli di un mendicante e poi partì per Taranto. Desiderava vivere una vita semplice e quindi accettò di badare alle pecore dei monaci basiliani (si ispirano alla regola dettata da S. Basilio Magno) dell'Isola di S. Pietro.
Giovanni fu molto provato da questo lavoro e quando stava per cedere, sentì una voce interna, “Dio è con te”, che lo rianimò; alla vista di una barca credette di vedere un volere di Dio e quindi si fece trasportare in Calabria, dove fece una vita di solitudine e mortificazione. Da lì passò in Sicilia standoci due anni e proseguendo la sua vita di penitente.

Ritornò in Puglia a Ginosa, che era vicino Taranto e Matera, e lì continuò la sua consueta vita, ospitato dai parenti, che nel frattempo si erano trasferiti per motivi politici, ma, ridotto quasi ad un scheletro, riuscì a non farsi riconoscere. Prese a girare fra il popolo di vari paesi predicando ed esortando ad una vita di preghiera, attirando la benevolenza di molti ed anche l’accodarsi di alcuni discepoli; subì anche delle calunnie per cui finì in prigione per ordine del conte Roberto di Chiaromonte. Fu liberato miracolosamente e dovette allontanarsi da tutti, continuando a predicare in altre zone.

Giunto a Capua, sentì di nuovo la sua voce guida che gli disse di ritornare in Puglia; sui monti dell’Irpinia a Bagnoli incontrò S. Guglielmo da Vercelli che con alcuni discepoli conduceva vita eremitica, si fermò con loro finché ebbe una visione che indicava per entrambi le loro strade. Queste erano opposte ma sempre nell’Italia Meridionale : Giovanni operò in Puglia mentre Guglielmo avrebbe poi fondato il monastero e santuario di Montevergine.

Decise di andare in Palestina passando per Bari, la città in quel periodo godeva di importante vivacità, da poco erano arrivate le reliquie di S. Nicola (1087) e celebrato un Concilio presieduto dal Beato Urbano II (Ottone di Lagery) con eminenti vescovi cattolici, ma tutto ciò non impediva il proliferare di disordini morali e politici, allora Giovanni comprese che la sua Palestina era lì, in Puglia.

Riprese le sue peregrinazioni, attirando tanta ammirazione dal popolo ma anche tanti nemici al punto che corse il pericolo di essere bruciato vivo. Visitò i suoi discepoli a Ginosa e proseguì per il Gargano, già celebre per il santuario dell’Arcangelo Michele e lì, vicino a Pulsano, si fermò in una valle solitaria insieme a sei discepoli.

Iniziò così una nuova comunità che dopo sei mesi raggiunse l’aggregazione di 50 monaci e acquistando gran fama. La Congregazione monastica detta degli “Scalzi”, che si rifaceva alla regola di S. Benedetto, si ingrandì ricevendo lasciti e terreni per cui fu aperta un’altra casa presso la chiesa di S. Giacomo a Foggia e poi un monastero a Meleda in Dalmazia di fronte alle coste del Gargano, lì fu inviato a reggerlo il monaco Giovanni Bono, morto in concetto di santità.

Dopo dieci anni di conduzione, e dopo aver guadagnato la stima del re Ruggero II e del Pp Innocenzo II (Gregorio Papareschi), morì nel monastero di Foggia il 20 giugno 1139 e lì sepolto.

È stato il precursore, insieme ad altri movimenti religiosi sorti fra il X e l’XI secolo, della vita penitenziale, povera ed associata che porterà al sorgere degli Ordini mendicanti più organizzati e vasti.

Giovanni da Matera fu proclamato Santo da Pp Alessandro III (Rolando Bandinelli) nel 1177.

Il corpo di S. Giovanni, da Foggia fu poi trasportato a Pulsano e nel 1830 traslato nella cattedrale di Matera, di cui è compatrono, custodite in un’artistica urna.

Significato del nome Giovanni : “il Signore è benefico, dono del Signore” (ebraico)

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Prenda la sua croce ogni giorno e mi segua

Catechismo della Chiesa cattolica
§ 306-308

Dio è il Padrone sovrano del suo disegno. Però, per realizzarlo, si serve anche della cooperazione delle creature. Questo non è un segno di debolezza, bensì della grandezza e della bontà di Dio onnipotente. Infatti Dio alle sue creature non dona soltanto l'esistenza, ma anche la dignità di agire esse stesse, ... e di collaborare in tal modo al compimento del suo disegno.

Dio dà agli uomini anche il potere di partecipare liberamente alla sua provvidenza, affidando loro la responsabilità di « soggiogare la terra e di dominarla » (Gen 1, 26-38). In tal modo Dio fa dono agli uomini di essere cause intelligenti e libere per completare l'opera della creazione, perfezionandone l'armonia, per il loro bene e per il bene del loro prossimo. Cooperatori spesso inconsapevoli della volontà divina, gli uomini possono entrare deliberatamente nel piano divino con le loro azioni, le loro preghiere, ma anche con le loro sofferenze. Allora diventano in pienezza « collaboratori di Dio » (1 Cor 3, 9 ; 1 Tes 3, 2) e del suo Regno.

Dio agisce in tutto l'agire delle sue creature : è una verità inseparabile dalla fede in Dio Creatore. Egli è la causa prima che opera nelle cause seconde e per mezzo di esse : « È Dio infatti che suscita » in noi « il volere e l'operare secondo i suoi benevoli disegni » (Fil 2, 13)
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sabato 19 giugno 2010

Voler bene a tutti, comprendere, scusare, perdonare

L'amore alle anime, per Dio, ci fa voler bene a tutti, comprendere, scusare, perdonare... Dobbiamo avere un amore che copra le innumerevoli deficienze delle miserie umane. Dobbiamo avere una carità meravigliosa, “veritatem facientes in caritate”, sapendo difendere la verità, senza ferire. (Forgia, 559)

Anche voi, come me, vi scoprirete quotidianamente pieni di errori, se vi esaminate con coraggio alla presenza di Dio. Quando, con l'aiuto di Dio, si lotta per estirparli, gli errori non hanno più un'importanza decisiva, e si finisce per superarli, anche se sembra di non riuscire mai a sradicarli del tutto. Inoltre, al di sopra delle tue debolezze, tu contribuirai a porre rimedio alle grandi mancanze degli altri, purché ti impegni a corrispondere alla grazia di Dio. Riconoscendoti debole come loro — capace di tutti gli errori e di tutti gli orrori —, sarai più comprensivo, più delicato e, nel contempo, più esigente affinché tutti noi ci decidiamo ad amare Dio con il cuore intero.
Noi cristiani, noi figli di Dio, dobbiamo assistere gli altri mettendo in pratica onestamente ciò che gli ipocriti malignamente sussurravano al Maestro: Non guardi in faccia ad alcuno [Mt 22, 16]. Ciò significa che dobbiamo respingere decisamente ogni preferenza di persone — ci interessano tutte le anime! —, anche se, logicamente, dobbiamo cominciare a occuparci di coloro che, per qualunque motivo — anche per motivi apparentemente umani —, Dio ha messo al nostro fianco. (Amici di Dio, 162)
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San Romualdo

Anacoreta - Padre dei Monaci Camaldolesi

Romualdo nacque a Ravenna, in una nobile famiglia, tra il 951 e 953. L'origine della sua vocazione sembra legata ad un fatto di sangue di cui furono protagonisti il padre e un cugino.
Sconvolto, decise di farsi monaco ed entrò nell'antico monastero di Sant'Apollinare in Classe. Ma non vi si trovò bene e, dopo tre anni, si recò presso un eremita, Marino, in territorio veneziano, sottoponendosi alla sua guida spirituale.
Qui conobbe l'abate Guarino, uno dei più importanti monaci rifondatori del X secolo; questi convinse il giovane eremita, non ancora trentenne, a seguirlo nell'abbazia di S. Michele di Cuxa (in catalano Sant Miquel de Cuixà), in Catalogna, dove Romualdo si trattenne dieci anni dando al cenobio spagnolo un netto orientamento eremitico. Ovunque andava, il monaco ravennate diffondeva il benefico contagio della vita solitaria.

Tornato a Ravenna, Romualdo convinse pure suo padre a farsi monaco a S. Severo. Le sue peregrinazioni avevano uno scopo ben preciso: la riforma dei monasteri e degli eremi, sul modello degli antichi cenobi orientali.
Nacque così, tra la fitta boscaglia alpina, a ridosso dell'alto Casentino, l'eremo di Camaldoli, che prende nome dal campo di un certo Màldolo, che fece dono di quel luogo all'uomo di Dio in cerca di solitudine: la Congregazione Camaldolese è una diramazione riformata dell'Ordine benedettino. Ma quest'uomo, tanto desideroso di appartarsi dagli uomini per assecondare la propria inclinazione alla vita contemplativa, pareva destinato all'irrequieto peregrinare per le strade d'Italia.

L'imperatore Ottone III, che nutriva per il santo monaco una profonda ammirazione, intorno al 1001, lo elesse abate di S. Apollinare in Classe. La dignità abbaziale non s'intonava al suo ideale di vita religiosa e, trascorso un anno in quella carica, Romualdo depose ai piedi dell'imperatore il pastorale, pentito di aver ceduto a quella ch'egli considerava la tentazione del prestigio, andando a dimorare il più lontano possibile, nell'abbazia di Montecassino.
Anche qui importò il suo rigore ascetico, dando alla spiritualità benedettina una più accentuata intonazione contemplativa, eremitica. La sua Piccola Regola d’oro era : “Siedi nella tua cella come nel Paradiso scordati del mondo e gettalo dietro le spalle.”

Da Montecassino partì per nuove avventure spirituali, riformando monasteri e fondandone di nuovi a Verghereto, a Lemmo, a Roma, a Fontebuona e Vallombrosa, in quel di Siena, e a Val di Castro, presso Fabriano, dove lo colse la morte, il 19 giugno 1027.

Anche dopo la morte Romualdo non ebbe fissa dimora. Il 7 febbraio 1481 le sue spoglie vennero trasportate nella chiesa di S. Biagio a Fabriano. E quel giorno segnò anche la data della sua festa liturgica, fino alla recente riforma del calendario, che fissa la memoria del santo nel giorno della morte (“dies natalis”).
Romualdo fu canonizzato da Pp Clemente VIII (Ippolito Aldobrandini) nel 1595.

Significato del nome Romualdo : “che regna o comanda con gloria” (tedesco)

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Per la vostra vita non affannatevi

Catechismo della Chiesa cattolica
§ 302-305

La creazione ha la sua propria bontà e perfezione, ma non è uscita dalle mani del Creatore interamente compiuta. È creata « in stato di via » verso una perfezione ultima alla quale Dio l'ha destinata, ma che ancora deve essere raggiunta. Chiamiamo divina provvidenza le disposizioni per mezzo delle quali Dio conduce la creazione verso questa perfezione...

La testimonianza della Scrittura è unanime : la sollecitudine della divina Provvidenza è concreta e immediata ; essa si prende cura di tutto, dalle più piccole cose fino ai grandi eventi del mondo e della storia. Con forza, i Libri Sacri affermano la sovranità assoluta di Dio sul corso degli avvenimenti : « Il nostro Dio è nei cieli, egli opera tutto ciò che vuole » (Sal 115, 3) ; e di Cristo si dice: « Quando egli apre, nessuno chiude, e quando chiude, nessuno apre » (Ap 3, 7) ; « Molte sono le idee nella mente dell'uomo, ma solo il disegno del Signore resta saldo » (Pr 19, 21)...

Gesù chiede un abbandono filiale alla provvidenza del Padre celeste, il quale si prende cura dei più elementari bisogni dei suoi figli : « Non affannatevi dunque dicendo: "Che cosa mangeremo ? Che cosa berremo ?" ...
Il Padre vostro celeste, infatti, sa che ne avete bisogno. Cercate prima il regno di Dio e la sua giustizia, e tutte queste cose vi saranno date in aggiunta »
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venerdì 18 giugno 2010

Lo hai sempre accanto

Com'è stupenda l'efficacia della Sacra Eucaristia, nell'azione — e ancor prima nello spirito — delle persone che la ricevono con frequenza e devozione. (Forgia, 303)

Se quegli uomini, per un pezzo di pane — per quanto il miracolo della moltiplicazione sia molto grande — si entusiasmano e ti acclamano, che cosa dovremo fare noi per i molti doni che ci hai concesso e specialmente perché ti dai a noi senza riserve nell'Eucaristia?(Forgia, 304)

Bambino buono: gli innamorati, su questa terra, come baciano i fiori, la lettera, il ricordo di chi amano!...— E tu, potrai forse dimenticarti che lo hai sempre accanto... Lui!? — Ti dimenticherai... che lo puoi mangiare? (Forgia, 305)

Affàcciati molte volte in oratorio, per dire a Gesù:... mi abbandono nelle tue braccia.— Lascia ai suoi piedi ciò che hai: le tue miserie!— In questo modo, nonostante il turbinìo di cose che ti porti dietro, non mi perderai mai la pace. (Forgia, 306)
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San Gregorio Barbarigo

Vescovo e Cardinale a Bergamo e a Padova

Gregorio Giovanni Gaspare Barbarigo nacque a Venezia il 16 settembre 1625, in una ricca e influente famiglia. Sua madre morì affetta da peste quando Gregorio aveva appena due anni. Suo padre, senatore della Repubblica di Venezia e fervente cattolico, lo iniziò all'educazione, nelle scienze belliche e naturali, e gli fece completare un corso di diplomazia.

Nel 1643 accompagnò l’ambasciatore veneziano Alvise Contarini a Münster in Germania per le negoziazioni in preparazione della Pace di Westfalia che pose termine alla Guerra dei trent’anni. A Münster conobbe l’arcivescovo Fabio Chigi, nunzio apostolico in Germania e futuro Pp Alessandro VII, che partecipava alle negoziazioni. Dopo tre anni, nel 1646, tornò a Venezia, e continuò gli studi a Padova dove ottenne, il 25 settembre 1655, un dottorato “in utroque iure” (ossia in diritto civile e in diritto canonico).
Desiderava diventare religioso, ma il suo direttore spirituale gli consigliò che si facesse prete diocesano, perché vedeva in lui le doti del parroco. Fu ordinato presbitero il 21 dicembre 1655, all'età di trent'anni.

Il Pp Alessandro VII lo chiamò a Roma nel 1656; lo fece "prelato domestico di sua santità" e gli affidò vari incarichi di responsabilità nel Tribunale della Segnatura Apostolica. Quando, nello stesso anno, scoppiò a Roma l’epidemia di peste bubbonica, il papa lo pose a capo della commissione incaricata di portare soccorso agli appestati.
Lui obbedì, senza però nascondere la paura; lo scrisse anche a suo padre. Ma quando vide come viveva e moriva quella gente, seppe farsi capo, guida, fratello; fu prete, infermiere, seppellitore, e il padre dei trasteverini.
Terminata l'epidemia di peste, il papa gli offrì il vescovado di una diocesi importante: Bergamo. Gregorio chiese che lo lasciasse celebrare prima una Messa perché Dio gli rivelasse la sua volontà a questo proposito. Durante la Messa sentì che Dio lo invitava ad accettare; fu così eletto vescovo il 9 luglio e ordinato il 29 luglio 1657.

All'arrivare a Bergamo, chiese che si desse ai poveri quello che si sarebbe speso nella festa di ricevimento. In seguito vendette tutti i suoi averi e li distribuì ai bisognosi. Il suo desiderio era di imitare in tutto il grande arcivescovo di Milano S. Carlo Borromeo.
Diffuse la stampa religiosa tra il popolo, e raccomandò specialmente gli scritti di S. Francesco di Sales. Nelle sue visite missionarie si alloggiava in casa di gente povera e mangiava con loro. Di giorno si dedicava ad insegnare il catechismo e di notte passava lunghe ore in preghiera. Dette ordine al portiere del palazzo vescovile di svegliarlo a qualunque ora della notte se ci fosse stato da visitare qualche malato. Al medico che gli consigliava di non sciuparsi visitando i malati rispose: “È il mio dovere, e non posso fare altrimenti!”.

Papa Alessandro VII lo creò cardinale il 5 aprile 1660 e come tale partecipò ai conclavi del 1667, 1676, 1689, 1691 ma non a quello del 1669-70.
Il Beato Pp Innocenzo XI (Benedetto Odescalchi) lo fece fermare a Roma per tre anni, come suo consigliere, e gli affidò la supervisione dell'insegnamento cattolico nella città.

Il 24 marzo 1664 il papa lo nominò vescovo di Padova. Nella città del grande Ateneo diede slancio al grande Seminario: stimolò la formazione teologica e biblica e la volle arricchita di sapere classico, di scienza e di familiarità con le lingue; diede ai chierici una ricchissima biblioteca e creò una tipografia anche con caratteri greci e orientali, gettando ponti culturali tra Europa e Asia. Si dedicò personalmente ad organizzare le lezioni di catechismo e ad invitare tutti alla celebrazione della Messa.
Visitò le 320 parrocchie della diocesi, includendo le più lontane e difficili da raggiungere. Organizzò i parroci e formò i catechisti. Fondò tipografie per stampare libri religiosi e si interessò in maniera speciale perché i futuri sacerdoti fossero ben formati. Il suo seminario arrivò a essere considerato uno dei migliori d'Europa.

Morì santamente il 18 giugno 1697; fu esposto e seppellito nella cattedrale di Padova.


Fu beatificato da Pp Clemente XIV (Gian Vincenzo Antonio Ganganelli) il 6 luglio 1761 e canonizzato dal Beato Giovanni XXIII (Angelo Giuseppe Roncalli) il 26 maggio 1960 (per approfondimenti & è S. Gregorio Barbarigo, Omelia di Giovanni XXIII).

Significato del nome Gregorio: “sveglio, pronto nell’agire” (greco)

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Non accumulatevi tesori sulla terra

San Basilio (circa 330-379), monaco e vescovo di Cesarea in Cappadocia, dottore della Chiesa
Omelia sulla carità : PG 31, 266 - 267; 275

Perché tormentarti e fare tanti sforzi per mettere la tua ricchezza al riparo dietro la malta e i mattoni ? « Un buon nome val più di grandi ricchezze » (Pr 22 ,1). Ami il denaro per la considerazione che esso ti procura. Pensa quanto più grande sarà la tua fama se ti si può chiamare il padre, il protettore di migliaia di figli, piuttosto che tenere nelle tue borse migliaia di monete d'oro. Che tu lo voglia o no, dovrai ben lasciare qui il tuo denaro, un giorno. Invece, la gloria di tutto il bene che avrai fatto, la porterai con te fino davanti al sovrano Maestro, quando tutto un popolo, accalcandosi per difenderti presso il giudice comune, ti chiamerà per nomi che diranno che l'hai nutrito, che l'hai assistito, che sei stato buono.

Quanto dovresti essere grato, felice e fiero dell'onore che ti viene fatto. Non sarai tu a dover importunare gli altri alla loro porta. Saranno loro ad accalcarsi alla tua. Però a questo punto, si rabbuia il tuo viso, diventi inabbordabile, fuggi gli incontri per paura di dovere lasciare un pò di quello che tieni così gelosamente. Non sai dire altro che : « non ho niente, non vi darò niente, perché sono povero ». Povero lo sei, in realtà, e povero di ogni bene : povero di amore, povero di bontà, povero di fiducia in Dio, povero di speranza eterna.
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giovedì 17 giugno 2010

Costanza, che nulla faccia vacillare

Lo scoraggiamento è nemico della tua perseveranza. —Se non lotti contro lo scoraggiamento, giungerai dapprima al pessimismo, e poi alla tiepidezza. —Sii ottimista. (Cammino, 988)

Costanza, che nulla faccia vacillare. —Ne hai bisogno. Chiedila al Signore e fa' quanto puoi per ottenerla: perché è un gran mezzo per non separarti dal fecondo cammino che hai intrapreso.(Cammino, 990)

Non puoi “salire”. —Non è strano: quella caduta!...Persevera e “salirai”. —
Ricorda ciò che dice un autore spirituale: la tua povera anima è un uccello con le ali imbrattate di fango.
C'è bisogno di molto sole del cielo e di sforzi personali, piccoli e costanti, per strappare quelle inclinazioni, quelle immaginazioni, quell'abbattimento: quel fango appiccicoso delle tue ali.
E ti troverai libero. —Se perseveri, “salirai”.(Cammino, 991)

Ringrazia Dio che ti ha aiutato e rallegrati della tua vittoria. —Che gioia profonda sente la tua anima, dopo aver corrisposto! (Cammino, 992)
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Voi dunque pregate così: 'Padre nostro...

Cardinale Joseph Ratzinger [Papa Benedetto XVI]
Der Gott Jesu Christi (Il Dio di Gesù Cristo)

Senza Gesù, non sappiamo ciò che è veramente un «Padre». Nella sua preghiera questo è divenuto chiaro, e questa preghiera gli appartiene intrinsecamente. Un Gesù che non sarebbe perpetuamente immerso nel Padre, o che non sarebbe in una permanente comunicazione intima con lui, sarebbe un essere totalmente differente dal Gesù della Bibbia e dal vero Gesù della storia. La sua vita parte dal nucleo della preghiera; a partire da essa egli ha compreso Dio, il mondo e gli uomini...

Sorge allora una nuova domanda: è, questa comunicazione... anche essenziale al Padre che Gesù invoca, in modo che anche lui sarebbe differente se non fosse invocato sotto questo nome? Oppure questa preghiera lo sfiora senza penetrare in lui? E questa é la risposta: appartiene al Padre di dire «Figlio», come appartiene a Gesù di dire «Padre». Senza questa invocazione neanche il Padre sarebbe veramente ciò che è. Gesù non è in contatto con lui solamente dall'esterno, ma fa proprio parte dell'essere divino di Dio, in quanto Figlio. Anche prima che il mondo fosse creato, Dio è già l'Amore del Padre e del Figlio. Ed egli può diventare nostro Padre e la misura di ogni paternità, perché è lui, in sé stesso, Padre fin dall'eternità. Nella preghiera di Gesù dunque, l'interiorità stessa di Dio diviene visibile; vediamo come è Dio. La fede nel Dio Trino non è altro che la spiegazione di ciò che succede nella preghiera di Gesù. In questa preghiera, la Trinità appare in piena luce...

Essere cristiano significa allora partecipare alla preghiera di Gesù, entrare nel suo modello di vita, cioè nel suo modello di preghiera. Essere cristiano significa dire con lui «Padre» e diventare così figli, figli di Dio – Dio – nell'intimità dello Spirito che ci fa essere ciò che siamo, e in questo modo, ci aggrega all'unità di Dio. Essere cristiano significa guardare il mondo a partire da questo nucleo, e allora diventare liberi, pieni si speranza, decisi e fiduciosi.
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mercoledì 16 giugno 2010

Lavora con allegria

Se affermi che vuoi imitare Cristo..., e ti avanza tempo, vai per strade di tiepidezza. (Forgia, 701)

Le attività professionali — anche il lavoro domestico è una professione di prim'ordine — sono testimonianze della dignità della creatura umana; occasioni di sviluppo della personalità; vincoli di unione con gli altri; fonti di risorse; mezzi per contribuire al miglioramento della società in cui viviamo, e per promuovere il progresso dell'umanità tutta...— Per un cristiano, queste prospettive si allungano e si allargano ancora di più, perché il lavoro — assunto da Cristo come realtà redenta e redentrice — si trasforma in mezzo e cammino di santità, in concreta occupazione santificabile e santificatrice. (Forgia, 702)

Lavora con allegria, con pace, alla presenza di Dio.— In questo modo, inoltre, realizzerai il tuo compito con buon senso: lo porterai a termine anche se stremato dalla stanchezza, lo completerai per bene..., e le tue opere saranno gradite a Dio. (Forgia, 744)

Devi intrattenere — nel corso della giornata — una conversazione costante con il Signore, che si alimenti anche delle circostanze in cui si svolge la tua attività professionale.— Va' con il pensiero davanti al Tabernacolo..., e offri al Signore il lavoro che hai tra le mani. (Forgia, 745)
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Beata Maria Theresia

Vergine, cofondatrice : “Suore di Carità della Santa Croce”
Maria Theresia, al secolo Anna Maria Caterina Scherer, figlia di Carlo e Maria Sigrist agricoltori, nacque il 31 ottobre 1825 a Meggen nel Cantone di Lucerna in Svizzera.
A sette anni rimase orfana di padre per cui fu accudita fino ai sedici anni da altri parenti. Il suo naturale ingegno fece sì che fosse inviata a studiare a Lucerna presso alcune suore dedite alla cura degli ammalati ricoverati nel nosocomio della città; qui dovette farsi forza per superare l’innata ripugnanza che provava al contatto degli ammalati specie non autosufficienti.
Ma i disegni di Dio sono imperscrutabili, durante un pellegrinaggio al santuario di Einsiedeln sentì in sé la chiamata alla vita religiosa e poi ebbe l’incontro decisivo, il 5 ottobre 1844 con il cappuccino Teodosio Fiorentini, fondatore della “Congregazione delle Suore della Carità della S. Croce” di Ingenbohl a cui lei aderì con l’intento di affiancarlo nell’opera e quindi è considerata cofondatrice.

Il 27 ottobre 1845 nella cappella del convento di Wurmsbach presso Zurigo, Caterina Scherer pronuncia i voti insieme ad altre quattro prime compagne della nuova Congregazione, prendendo il nome di suor Maria Theresia.
Nel 1856 il vescovo di Coira dichiarò la comunità di Ingenbohl autonoma dalla congregazione delle Suore della Santa Croce e le religiose assunsero il nome di “Suore di Carità della Santa Croce”.

Nel 1857 Suor Maria Theresia divenne superiora generale nella casa madre di Ingenbohl e s’impegnò all’attuazione della Regola che dettava: « L’Istituto di Ingenbohl deve occuparsi dell’educazione e dell’istruzione della gioventù dalla culla fino alla formazione professionale, deve avere cura dei poveri e dei malati, dei derelitti, degli orfani, degli sventurati di ogni tipo e genere, dei prigionieri”.»

La sua grande vitalità procurò fama e importanza alla congregazione che fu presto conosciuta anche fuori dalla Svizzera. Sorsero, così, opere sociali ed assistenziali in tutta Europa; alla sua morte, avvenuta ad Ingenbohl il 16 giugno 1888, le case erano 422 con più di 1500 suore. La sua tomba, posta nella chiesa della casa madre, è meta di continue peregrinazioni con attestati di grazie ricevute per sua intercessione.

Maria Theresia è stata beatificata il 29 ottobre 1995 dal Servo di Dio Giovanni Paolo II (Karol Józef Wojtyła) che, nel corso della celebrazione, concluse “l’elogio” dicendo :

« Maria Theresia rimane un esempio. La sua forza interiore cresceva grazie alla sua vita religiosa: passava molte ore davanti al Santissimo, dove il Signore trasmette il suo amore a tutti coloro che vivono in stretta unione con lui. Ma l’amore non risiede nel cuore di un uomo senza che lì si sviluppino anche le virtù. Più cresceva la sua vita interiore, più Maria Theresia diventava sensibile alle esigenze del mondo del suo tempo. Nelle difficili circostanze che l’Europa attraversò nel diciannovesimo secolo, lei aiutava i popoli dell’Europa centrale con le sue numerose fondazioni. In mezzo al suo lavoro instancabile non esitava a dire che occorreva avere “la mano al lavoro ed il cuore a Dio”. Ella impiegava molta cura in particolare nell’essere fedele agli impegni del battesimo e del voto religioso. L’impegno per l’imitazione di Cristo è il trionfo dell’amore di Dio che si impadronisce di un uomo e che esige da lui ogni sforzo possibile al servizio di quest’amore, essendo cosciente della debolezza umana. Maria Theresia aveva compreso che la garanzia per la fedeltà era l’essere consapevole dei suoi mezzi e dedicarsi incessantemente alla preghiera contemplativa ed alla vita sacramentale. »

Nel 2006 l'istituto contava 4012 suore, suddivise in 17 province e quattro vicariati, e presenti in Svizzera e in 12 Paesi europei, negli Stati Uniti, in India, a Taiwan, in Brasile, Burundi e Uganda.

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Prega il Padre tuo nel segreto

San Giovanni della Croce (1542-1591), carmelitano, dottore della Chiesa
Cantico spirituale B,1, 8-9

Cosa cerchi fuori di te, se dentro di te hai la tua ricchezza, il tuo piacere, la tua soddisfazione, la tua pienezza e il tuo regno, cioè il tuo Amato, che la tua anima cerca e desidera ? ... Ricorda solo una cosa, che cioè, anche se è dentro di te, rimane nascosto...

Ma tu insisti : « Se è in me colui che la mia anima ama, perché non lo trovo e non lo sento ? » Il motivo è che egli è nascosto e tu non ti nascondi come lui per trovarlo e sentirlo. Chi vuole trovare una cosa nascosta, infatti, deve addentrarsi altrettanto nascostamente fino al nascondiglio dove si trova questa cosa e, trovatala, anch'egli si ritrova nascosto come quella cosa. Il tuo Sposo amato è il tesoro nascosto nel campo della tua anima, per il quale l'accorto mercante diede tutti i suoi averi (Mt 13, 44) ; per poterlo trovare, sarà opportuno che abbandoni tutti i tuoi beni e, allontanandoti da tutte le creature, ti nasconda nel rifugio interiore del tuo spirito.

Poi, chiusa la porta dietro di te, cioè distolta la volontà da tutte le cose, « preghi il Padre tuo nel segreto ». Solo così, nascosta con lui, lo sentirai in segreto, lo amerai e ne godrai in segreto e in segreto con lui ti diletterai, più di quanto la lingua possa esprimere e i sensi comprendere.
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martedì 15 giugno 2010

Oggi inizia la Novena alla Regina della Pace


Cari figli, di nuovo vi invito a vivere nell'umiltà i miei messaggi.
Particolarmente testimoniateli adesso che ci avviciniamo all'anniversario delle mie apparizioni.
Figlioli, siate segno per coloro che sono lontani da Dio e dal suo amore.
Io sono con voi e vi benedico tutti con la mia benedizione materna.
Grazie per aver risposto alla mia chiamata.
Ricordandoci questo messaggio, con l'avvicinarsi dell'anniversario, cerchiamo in questi giorni di viverlo a pieno. Cercando di essere testimoni vivi, reali e amorevoli della nostra Mamma Celeste. Anche quando ci troviamo in situazioni che ci sembra impossibile portare il suo amore, anche quando le azioni e le parole di altri ci possono scoraggiare, non demordiamo. Mettiamoci in preghiera e lasciamoci guidare dal suo amore, Lei ci farà da guida nelle nostre azioni, lei ci darò le parole giuste per essere testimoni come Lei chiede.
Ognuno di noi può fare un offerta, una rinuncia, un sacrificio in attesa del 25 giugno come offerta d'amore alla nostra Mamma Celeste.
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Il lavoro, è una benedizione di Dio

Il lavoro è la prima vocazione dell'uomo, è una benedizione di Dio, e si sbagliano, purtroppo, quelli che lo considerano un castigo. Il Signore, il migliore dei padri, ha collocato il primo uomo nel Paradiso, «ut operaretur» perché lavorasse. (Solco, 482)

Il lavoro accompagna inevitabilmente la vita dell'uomo sulla terra. Assieme ad esso compaiono lo sforzo, la fatica, la stanchezza, come manifestazione del dolore e della lotta che fanno parte della nostra esistenza attuale e che sono segni della realtà del peccato e del bisogno di redenzione.

Ma il lavoro non è in se stesso una pena, né una maledizione, né un castigo: coloro che parlano così non hanno letto bene la Sacra Scrittura.
È tempo che i cristiani dicano ben forte che il lavoro è un dono di Dio e che non ha alcun senso dividere gli uomini in categorie diverse secondo il tipo di lavoro; è testimonianza della dignità dell'uomo, del suo dominio sulla creazione; promuove lo sviluppo della sua personalità, è vincolo di unione con gli altri uomini, fonte di risorse per sostenere la propria famiglia, mezzo per contribuire al miglioramento della società in cui si vive e al progresso di tutta l'umanità.
Per il cristiano, queste prospettive si dilatano. Il lavoro appare infatti come partecipazione all'opera creatrice di Dio, il quale, avendo creato l'uomo, gli diede la sua benedizione: Siate fecondi e moltiplicatevi, riempite la terra; soggiogatela e dominate sui pesci del mare e sugli uccelli del cielo e su ogni essere vivente che striscia sulla terra.

E inoltre il lavoro, essendo stato assunto da Cristo, diventa attività redenta e redentrice: non solo è l'ambito nel quale l'uomo vive, ma mezzo e strada di santità, realtà santificabile e santificatrice. (E' Gesù che passa, 47)
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Beato Luigi Maria Palazzolo

Sacerdote, fondatore : “Suore delle Poverelle”

Luigi Maria Palazzolo nasce a Bergamo in una famiglia benestante, il 10 dicembre 1827. Fin da bambino esprime una grandissima sensibilità verso i più poveri. Pur possedendo ricchezze materiali e di affetto, nella sua giovinezza Luigi sperimenta anche il dolore perché a dieci anni perde il papà e a ventitré il fratello Aquilino, l'ultimo che gli era rimasto dei suoi sette fratelli.

La vocazione sacerdotale cresce praticamente con lui. Studia in seminario come alunno esterno e il 23 giugno 1850 è ordinato sacerdote dal vescovo di Bergamo. Avendo una posizione sociale che gli garantisce sicurezza economica, potrebbe dedicarsi ad un ministero sacerdotale tranquillo e gratificante e, cosa più importante, potrebbe continuare a vivere nel suo agiato contesto di famiglia benestante.
Don Luigi sceglie, invece, di spendere a piene mani il suo entusiasmo di giovane sacerdote nella parrocchia di S. Alessandro in Colonna, nell’oratorio della Foppa, un vicolo periferico e poverissimo della città dove, appena morta la mamma, egli trasferisce definitivamente anche la sua abitazione, deciso a “fare famiglia con i poveri”.

Negli anni che seguono, fonda la Congregazione delle “Suore delle Poverelle” con la collaborazione di Teresa Gabrieli, donna esperta e di grande fede, che ne diviene la prima superiora. Qualche anno dopo, il 4 ottobre 1872 fonda i “Fratelli della S. Famiglia” per l’assistenza degli orfani, stabilendoli a Torre Boldone (BG) ma questo Istituto si estingue nel 1928.

Intanto le “Suore delle Poverelle” si espandono, aprendo varie case nelle provincie di Bergamo, Vicenza, Brescia; le Regole dell’Istituto sono approvate dal vescovo di Bergamo mons. Guindani e nel 1912 definitivamente dalla Santa Sede.
Da questo momento in poi, è un continuo aprirsi a sempre nuove situazioni di bisogno: bambini orfani abbandonati e a volte perfino venduti dai parenti, ragazze sfruttate nelle filande, famiglie numerose e poverissime, malati poveri impossibilitati ad accedere alle cure dell'ospedale, giovani e adulti analfabeti...
Il programma operativo, che a poco a poco si delinea, si condensa in una sua famosa frase forte ed efficace:“Io cerco e raccolgo il rifiuto di tutti gli altri, perché dove altri provvede lo fa assai meglio di quello che io potrei fare, ma dove altri non può giungere cerco di fare qualcosa io così come posso”.

Don Luigi è uomo di intelligenza vivace e creativa, volontà tenace nel bene, con una accentuata capacità di rischiare, unita a grande equilibrio. Verso i più poveri e i piccoli ha attenzioni concrete e delicate, quasi materne. Le iniziative di carità gli si moltiplicano tra le mani. Ai numerosi collaboratori che via via coinvolge, raccomanda insistentemente: “Occorre umiltà e semplicità. L'umiltà toglie ogni timore e invita chiunque ha bisogno ad entrare... La semplicità dà ai poveri sicurezza ad aprire il cuore e versare tutte le loro amarezze”. Insieme all'umiltà e alla semplicità, Don Luigi è un grande seminatore di gioia, che lui esprime volentieri nel "far festa" e nel sano divertimento.
L'amore verso i più poveri che trabocca dal cuore e dalla sua vita, sgorga spontaneamente dalla sua quotidiana scoperta e contemplazione dell'amore di un “Dio Padre amabile infinito” che si è reso visibile a noi in “Gesù che muore ignudo sulla croce”.

Don Luigi vive in modo forte questa esperienza contemplativa nel luglio 1869, durante un corso di Esercizi Spirituali a Roma. Da quel momento egli si fa discepolo dell'Amore-Crocifisso in una coerenza di vita senza riserve: infatti si fa povero, poverissimo, spogliandosi di ogni suo avere per i poveri, e lo fa secondo lo stile di Gesù, ponendosi a servizio degli ultimi, condividendo nella semplicità e concretezza del quotidiano le fatiche e le speranze dei poveri.

Luigi Maria Palazzolo muore il 15 giugno 1886, lasciando in eredità a madre Teresa Gabrieli una grande famiglia di poveri da servire e da amare. Sepolto nel cimitero di S. Giorgio a Bergamo, la salma è traslata nella chiesa principale della Casa madre dell’Istituto, il 4 gennaio 1904.
Il 31 gennaio 1913 fu introdotta la causa di beatificazione, che ebbe il suo epilogo nella solenne cerimonia di proclamazione celebrata dal suo conterraneo ed estimatore, il Beato Giovanni XXIII (Angelo Giuseppe Roncalli), il 19 marzo 1963 (l'omelia
Beatificazione del Sacerdote Luigi Maria Palazzolo)

Le “Suore delle Poverelle” sono presenti nel mondo :

A servizio della formazione umana e professionale :
Istituto tecnico-professionale: Congo
Istituto magistrale e liceo scientifico: Congo
Scuola elementare: Congo
Corsi di informatica: Congo
Coordinamento scuola materna: Costa d'Avorio, Brasile
A servizio delle comunità cristiane Catechesi: Congo, Malawi, Costa d'Avorio, Brasile, Burkina Faso, Perù

Animazione gruppi: Congo, Costa d'Avorio, Malawi, Brasile, Perù
Collaborazione pastorale: Congo, Costa d'Avorio, Malawi, Brasile, Perù
Pastorale della Criança: Brasile

A servizio dei più deboli:
Promozione della donna (Foyer): Congo, Costa d'Avorio, Malawi, Brasile
Casa per bambini orfani e abbandonati: Congo, Costa d'Avorio, Malawi, Brasile
Accoglienza anziani soli e abbandonati: Congo
Volontariato presso le carceri: Costa d'Avorio

Per formare le nuove vocazioni
Postulato: Congo, Malawi, Brasile
Noviziato: Congo, Malawi, Brasile
Juniorato, Studentato: Congo, Costa d'Avorio, Malawi, Brasile.

Significato del nome Luigi : "combattente valoroso" (franco-tedesco)

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Perché siate figli del Padre vostro celeste, che fa sorgere il suo sole sopra i malvagi e sopra i buoni

Gregorio di Narek (circa 944 - vers 1010), monaco e poeta armeno
Libro di preghiere, n° 74 ; SC 78, 389

Tanti sono i miei debiti, al di sopra di ogni numero, eppure non sono tanto sorprendenti quanto la tua misericordia.Molti sono i miei peccati, eppure saranno sempre pochi, in confronto al tuo perdono...Cosa potrà fare un pò di tenebra alla tua luce divina?Come può un po' di oscurità rivaleggiare con i tuoi raggi, tu che sei grande!

Come la concupiscenza del mio corpo fragile potrà essere paragonata con la Passione della tua croce?Che sembianze possono avere agli occhi della tua bontà, o Onnipotente, i peccati dell’universo intero?

Ecco che essi sono... come una bolla di acqua che per la tua pioggia abbondante, scompare subito...

Tu doni il sole ai cattivi e ai buoni, e fai piovere per ambedue senza distinzione.Per gli uni la pace è grande a motivo dell’attesa della ricompensa;...Ma a coloro che hanno preferito la terra perdoni per misericordia: dai anche a loro un rimedio di vita, insieme con i primi;aspetti sempre che tornino a te.
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lunedì 14 giugno 2010

Prima condizione: lavorare, e lavorare bene!”

Se vogliamo davvero santificare il lavoro, dobbiamo inevitabilmente soddisfare la prima condizione: lavorare, e lavorare bene!, con serietà umana e soprannaturale. (Forgia, 698)

Nella vostra attività professionale ordinaria e quotidiana, troverete il materiale — reale, solido, di buona qualità — per realizzare tutta la vita cristiana, per rendere attuale la grazia che ci viene da Cristo.
In questo vostro lavoro professionale, consapevolmente svolto di fronte a Dio, verranno esercitate la fede, la speranza e la carità.
Le diverse situazioni, rapporti e problemi che il vostro lavoro comporta, alimenteranno la vostra preghiera. L'impegno di portare a compimento il vostro dovere ordinario sarà l'occasione per sentire la Croce, che è essenziale nella vita di un cristiano.
L'esperienza della vostra debolezza e gli insuccessi — immancabili in ogni sforzo umano — vi daranno più realismo, più umiltà, più comprensione per gli altri.
I successi e le gioie saranno un invito alla gratitudine e vi faranno pensare che non vivete per voi stessi, ma al servizio degli altri e di Dio.Per raggiungere questo stile di vita e santificare la professione, è necessario anzitutto lavorare bene, con serietà umana e soprannaturale. (…)
Il miracolo che il Signore vi chiede è la perseveranza nella vostra vocazione cristiana e divina e la santificazione del lavoro d'ogni giorno: il miracolo di trasformare la prosa quotidiana in versi epici, in virtù dell'amore con cui svolgete la vostra occupazione abituale.
È là che Dio vi attende, chiamandovi a essere anime dotate di senso di responsabilità, ricche di zelo apostolico e professionalmente competenti.(E' Gesù che passa, nn. 49-50)
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Sant’Eliseo

Profeta

Eliseo è il continuatore dell'opera di Elia. Ricco possidente, originario di Abelmeula, Eliseo era un uomo deciso e lo dimostra la prontezza con cui rispose al gesto simbolico di Elia che, per ordine di Jahvè, lo consacrava profeta e suo successore.

Si legge, infatti, nella Bibbia : « Partito di lì, Elia incontrò Eliseo figlio di Safàt. Costui arava con dodici paia di buoi davanti a sé, mentre egli stesso guidava il decimosecondo. Elia, passandogli vicino, gli gettò addosso il suo mantello. Quegli lasciò i buoi e corse dietro a Elia, dicendogli: "Andrò a baciare mio padre e mia madre, poi ti seguirò". Elia disse: “Và e torna, perché sai bene che cosa ho fatto di te”. Allontanatosi da lui, Eliseo prese un paio di buoi e li uccise; con gli attrezzi per arare ne fece cuocere la carne e la diede alla gente, perché la mangiasse. Quindi si alzò e seguì Elia, entrando al suo servizio » (1Re 19,19-21).

Il ricco agricoltore, con quel gesto significativo, voleva dire al suo maestro che ormai era disposto a rinunciare a tutto per rispondere in pieno alla vocazione profetica. Elia adottò così Eliseo come un figlio e lo investì del suo ruolo profetico (l'evento viene datato come circa quattro anni prima della morte del Re d'Israele Acab). Eliseo fu dunque il principale discepolo di Elia finché questi non venne rapito in cielo, su un cocchio infiammato, sulla strada per Gerico.

Elia gli aveva chiesto: “Domanda che cosa io debba fare per te prima che sia rapito lontano da te”. Eliseo rispose: "Due terzi del tuo spirito diventino miei". (2Re 2,9). Gli era stato fedele discepolo per sei anni, ora gli avanzava la sua richiesta di eredità, non in beni materiali, ma in virtù carismatica. La domanda di Eliseo venne esaudita.
Egli è, infatti, il più taumaturgico dei profeti. La Bibbia ricorda una lunga serie di prodigi da lui operati:
- stendendo il mantello di Elia divise le acque del Giordano;
- con una manciata di sale rese potabile l'acqua di Gerico;
- rese inesauribile l'olio d'oliva di una vedova;
- risuscitò il figlio della sunamita che lo ospitava;
- moltiplicò i pani sfamando un centinaio di persone;
- guarì dalla lebbra Naaman, generale del re di Damasco.

Operò miracoli anche dopo la morte: un morto, gettato frettolosamente sulla tomba del profeta da un becchino impaurito dall'arrivo di alcuni predoni “risuscitò, si alzò in piedi e se ne andò”.

Il profeta Eliseo morì verso il 790 a.C., e venne sepolto nei pressi di Samaria, dove ai tempi di S. Girolamo esisteva ancora il suo sepolcro.
Le reliquie di Eliseo sono conservate nel Monastero copto di S. Macario il Grande a Wasi El Natrum, in Egitto.

Significato del nome Eliseo : "Dio è la mia salvezza" (ebraico).

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Tu lascia anche il mantello

Santa Teresa del Bambin Gesù (1873-1897), carmelitana, dottore della Chiesa
Poesie « Vivere di amore » et « Perché ti amo, o Maria »

Vivere di amore, è dare senza misura
Senza esigere il compenso quaggiù.
Ah! Senza contare io dono, essendo sicura
Che chi ama non conta!
Al Cuore divino, traboccante di tenerezza,
ho dato tutto... leggera corro
non ho più nulla se non la mia sola ricchezza:
Vivere di amore.

Vivere di amore, è bandire ogni paura,
ogni ricordo delle colpe passate.
Dei miei peccati non vedo alcun'impronta,
In un istante l'amore ha bruciato tutto!
Fiamma divina, o dolcissima fornace,
nel tuo fuoco ho stabilito la mia dimora.
Nelle tue fiamme io canto a mio agio (cf Dn 3,51):
«Vivo di amore!»...

«Vivere di amore, che strana follia!»
Mi dice il mondo. «Ah! Smetti di cantare,
Non perdere i tuoi profumi, la tua vita:
Sappi usarli utilmente»
Amarti, Gesù, che perdita feconda!
Tutti i miei profumi sono tuoi, per sempre,
Voglio cantare quando uscirò da questo mondo:
«Muoio di amore!»

Amare, è dare tutto e dare se stesso.
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domenica 13 giugno 2010

Devi camminare al passo di Dio; non al tuo!

Mi dici di sì, che sei fermamente deciso a seguire Cristo. — Allora devi camminare al passo di Dio; non al tuo! (Forgia, 531)

Vuoi sapere qual è il fondamento della nostra fedeltà?
— Ti direi, a grandi linee, che si basa sull'amore di Dio, che fa vincere tutti gli ostacoli: l'egoismo, la superbia, la stanchezza, l'impazienza...
— Un uomo che ama, calpesta sé stesso; sa che, pur amando con tutta l'anima, non sa ancora amare abbastanza.(Forgia, 532)

Nella vita interiore, come nell'amore umano, è necessario essere perseverante.Sì, devi meditare molte volte gli stessi argomenti, insistendo fino a scoprire una nuova America.
— E come mai non avevo visto prima questa cosa così chiara?, ti domanderai con sorpresa.
— Semplicemente perché a volte siamo come le pietre, che lasciano scorrere l'acqua, senza assorbirne neanche una goccia.
— Pertanto, è necessario tornare a riflettere sulla stessa cosa, che non è mai la stessa!, per impregnarci delle benedizioni di Dio. (Forgia, 540)

Dio non si lascia superare in generosità, e — tienilo per certo! — concede la fedeltà a chi gli si arrende. (Forgia, 623)
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Sant’Antonio di Padova

Sacerdote e “Doctor Evangelicus”

Antonio di Padova (in portoghese António de Lisboa), al secolo Fernando Martim de Bulhões e Taveira Azevedo, nasce a Lisbona il 15 agosto 1195 da nobile famiglia portoghese discendente dal crociato Goffredo di Buglione. A quindici anni è novizio nel monastero di San Vincenzo a Lisbona, poi si trasferisce nel monastero di Santa Croce di Coimbra, il maggior centro culturale del Portogallo appartenente all’Ordine dei Canonici regolari di S. Agostino, dove studia scienze e teologia con ottimi maestri, preparandosi all’ordinazione sacerdotale che riceverà nel 1219 all’età di ventiquattro anni.

Quando sembra dover percorrere la carriera del teologo e del filosofo, decide di lasciare l’ordine agostiniano. Fernando, infatti, non sopporta i maneggi politici tra i canonici agostiniani e re Alfonso II, in cuor suo anela ad una vita religiosamente più severa. Il suo desiderio si realizza allorché, nel 1220, giungono a Coimbra i corpi di cinque frati francescani decapitati in Marocco, dove si erano recati a predicare per ordine di Francesco d’Assisi. Quando i frati del convento di monte Olivares arrivano per accogliere le spoglie dei martiri, Fernando confida loro l’aspirazione a vivere nello spirito del Vangelo. Ottenuto il permesso dal provinciale francescano di Spagna e dal priore agostiniano, Fernando entra così nel romitorio dei Minori e fa subito professione religiosa, mutando il nome in Antonio in onore dell’abate eremita egiziano.

Anelando al martirio, subito chiede ed ottiene di partire missionario in Marocco. È verso la fine del 1220 che s’imbarca su un veliero diretto in Africa, ma durante il viaggio è colpito da febbre malarica e costretto a letto. La malattia si protrae e in primavera i compagni lo convincono a rientrare in patria per curarsi. Secondo altre versioni, Antonio non si fermò mai in Marocco: ammalatosi appena partito da Lisbona, la nave fu spinta da una tempesta direttamente a Messina, in Sicilia. Curato dai francescani della città, in due mesi guarisce. A Pentecoste è invitato al Capitolo Generale di Assisi; arriva con altri francescani a S. Maria degli Angeli dove ha modo di ascoltare Francesco, ma non di conoscerlo personalmente.

Il ministro provinciale dell’ordine per l’Italia settentrionale gli propone di trasferirsi a Montepaolo, presso Forlì, dove manca un sacerdote che dica la messa per i sei frati residenti nell’eremo composto da una chiesolina, qualche cella e un orto; Antonio accetta. Per circa un anno e mezzo vive in contemplazione e penitenza, svolgendo, per desiderio personale, le mansioni più umili, finché un giorno scende con i confratelli in città per assistere, nella chiesa di S. Mercuriale, all’ordinazione di nuovi sacerdoti dell’ordine e lì predica alla presenza di una vasta platea, composta anche dai notabili.
Da allora ad Antonio è assegnato il ruolo di predicatore e insegnante dallo stesso Francesco, che gli scrive una lettera raccomandandogli, però, di non perdere lo spirito della santa orazione e della devozione. Comincia a predicare nella Romagna, prosegue nell’Italia settentrionale, usa la sua parola per combattere l’eresia (è chiamato anche “il martello degli eretici”) catara in Italia e albigese in Francia, dove arriverà nel 1225. Tra il 1223 e quest’ultima data, infatti, pone le basi della scuola teologica francescana, insegnando nel convento bolognese di S. Maria della Pugliola.

Quando è in Francia, tra il 1225 e il 1227, assume un incarico di governo come custode di Limoges. Mentre si trova in visita ad Arles, si racconta gli sia apparso Francesco che aveva appena ricevuto le stigmate. Come custode partecipa nel 1227 al Capitolo generale di Assisi dove il nuovo ministro dell’Ordine - Francesco nel frattempo è morto - è Giovanni Parenti, quel provinciale di Spagna che lo aveva accolto anni prima fra i Minori e che lo nomina provinciale dell’Italia settentrionale.

Antonio apre nuove case, visita i conventi per conoscere personalmente tutti i frati, controlla le Clarisse e il Terz’ordine, va a Firenze, finché fissa la sua residenza a Padova e in due mesi scrive i Sermoni domenicali. A Padova ottiene la riforma del Codice statutario repubblicano grazie alla quale un debitore insolvente, ma senza colpa, dopo aver ceduto tutti i beni non può essere anche incarcerato. Non solo, tiene testa ad Ezzelino da Romano, che era soprannominato il Feroce e che in un solo giorno fece massacrare undicimila padovani che gli erano ostili, perché liberasse i capi guelfi incarcerati.
Intanto scrive anche i Sermoni per le feste dei Santi, in cui approfondisce i temi a lui più cari: i precetti della fede, della morale e della virtù, l’amore di Dio e la pietà verso i poveri, la preghiera e l’umiltà, la mortificazione e si scaglia contro l’orgoglio e la lussuria, l’avarizia e l’usura di cui è acerrimo nemico.
È mariologo, convinto assertore dell’assunzione della Vergine, su richiesta di papa Gregorio IX (Ugolino dei Conti di Segni) nel 1228 tiene le prediche della settimana di Quaresima e da questo stesso Pp viene appellato “arca del Testamento”. Si racconta che le prediche furono tenute davanti ad una folla cosmopolita e che ognuno lo sentì parlare nella propria lingua.

Per tre anni Antonio viaggia senza risparmio, è stanco, soffre d’asma ed è gonfio per l’idropisia, torna a Padova e memorabili sono le sue prediche per la quaresima del 1231.
Per riposarsi si ritira a Camposampiero, vicino Padova, dove il conte Tiso, che aveva regalato un eremo ai frati, gli fa allestire una stanzetta tra i rami di un albero di noce. Da qui Antonio predica, ma scende anche a confessare e la sera torna alla sua cella arborea. Una notte il conte Tiso, andato a controllare come stesse Antonio, è attirato da una grande luce che esce dal suo rifugio e assiste alla visita che Gesù Bambino fa al Santo.

A mezzogiorno del venerdì 13 giugno Antonio si sente mancare le forze e prega i confratelli di portarlo a Padova, dove vuole morire. Caricato su un carro trainato da buoi, alla periferia della città le sue condizioni si aggravano al punto che si decide di ricoverarlo nel vicino convento dell’Arcella, dove muore in serata; si racconta che mentre stava per spirare ebbe la visione del Signore. Nei giorni seguenti la sua morte, si scatenano “guerre intestine” tra il convento dove era morto che voleva conservarne le spoglie e quello di S. Maria Mater Domini, il suo convento, dove avrebbe voluto morire. Durante la disputa si verificano persino disordini popolari, infine, il padre provinciale decise che la salma sarebbe stata portata a Mater Domini. Non appena il corpo giunse a destinazione iniziarono i miracoli, alcuni documentati da testimoni. Anche in vita, in realtà, Antonio aveva operato miracoli quali esorcismi, profezie, guarigioni, compreso il riattaccare una gamba recisa, o il far ritrovare il cuore di un avaro in uno scrigno, rendere innocui cibi avvelenati, predicare ai pesci, costringere una mula ad inginocchiarsi davanti all’Ostia. I suoi miracoli - in vita e dopo la morte - hanno ispirato molti artisti fra cui Tiziano e Donatello.

Antonio, per la mole di miracoli attribuitagli, fu canonizzato l’anno seguente la sua morte da Pp Gregorio IX.

La grande Basilica a lui dedicata sorge vicino al convento di S. Maria Mater Domini. Trentadue anni dopo la sua morte, durante la traslazione delle sue spoglie, Bonaventura da Bagnoregio (canonizzato nel 1482) trovò la lingua di Antonio incorrotta, oggi conservata nella Cappella del Tesoro presso la basilica della città patavina di cui è patrono.

Papa Pio XII (Eugenio Pacelli), che nel 1946 ha annoverato S. Antonio tra i Dottori della Chiesa Cattolica, gli ha dato il titolo di “Doctor Evangelicus”, in quanto nei suoi scritti e nelle prediche che ci sono giunte era solito sostenere le sue affermazioni con citazioni del Vangelo.

Significato del nome Antonio : "nato prima" o "che fa fronte ai suoi avversari" (greco)

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La tua fede ti ha salvata; va in pace

Sant'Ambrogio (circa 340-397), vescovo di Milano e dottore della Chiesa
La Penitenza, II, 8 ; SC 179, 175

«Non sono i sani che hanno bisogno del medico, ma i malati» (Mt 9,12). Fai vedere, dunque al medico la tua piaga, perché tu sia curato. Se non gliela mostrerai, egli la conosce, ma desidera ascoltare la tua voce. Netta le tue cicatrici con le lacrime. In questa maniera, appunto, la donna di cui è parola nel Vangelo, si è mondata dal peccato, dal fetore della sua iniquità. Si è resa libera dalla colpa, nel lavare i piedi di Gesù con le lacrime.

Volesse il cielo, o Gesù, che tu mi destinassi a lavare i piedi che hai imbrattati mentre incedevi entro di me!... Ma donde attingere l'acqua viva con cui lavarli? Non ho a disposizione l'acqua, bensì le lacrime. Oh, potessi con esse purificare me stesso, mentre lavo i tuoi piedi! Come fare, perché tu dica di me: «Sono perdonati i suoi molti peccati, perché ha molto amato»? Ben di più avrei dovuto amare, lo ammetto, e fin troppo mi è stato condonato. Sono stato, infatti, chiamato al sacerdozio dopo essere vissuto sino a quel momento tra il frastuono delle cause forensi e le beghe paurose della pubblica amministrazione. È mio timore, pertanto, apparire ingrato, se dimostrerò un amore minore, giacché molto di più mi è stato condonato.

Ma non posso stimare tutti all'altezza della donna la quale, meritatamente, è stata preferita anche a Simone che offriva il pranzo al Signore. Essa ha, infatti, dato lezione alle persone che intendono lucrarsi il perdono. Ha baciato i piedi di Cristo, li ha lavati con le lacrime, asciugati con i capelli e cosparsi di olio profumato... Tuttavia, se non siamo in grado di uguagliarla, Gesù sa venire in soccorso dei deboli. Se non c'è la donna che possa apprestare il banchetto, offrire l'unguento, portare con sé «la fonte dell'acqua viva» (Gv 4,10), Cristo in persona viene.
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