Mc 1,14-20
Dopo che Giovanni fu arrestato, Gesù andò nella Galilea, proclamando il vangelo di
Dio, e diceva: «Il tempo è compiuto e il regno di Dio è vicino; convertitevi e credete nel
Vangelo». Passando lungo il mare di Galilea, vide Simone e Andrea, fratello di Simone, mentre
gettavano le reti in mare; erano infatti pescatori. Gesù disse loro: «Venite dietro a me, vi
farò diventare pescatori di uomini». E subito lasciarono le reti e lo seguirono. Andando
un poco oltre, vide Giacomo, figlio di Zebedèo, e Giovanni suo fratello, mentre anch'essi
nella barca riparavano le reti. E subito li chiamò. Ed essi lasciarono il loro padre Zebedèo
nella barca con i garzoni e andarono dietro a lui.
Giovanni il Battista ha introdotto Gesù nella storia del suo tempo, poi è scomparso dalla scena bruscamente:
questo è il destino di tutti i profeti. Giovanni scompare per lasciare il posto al "più forte" di lui.
Le parole di Gesù del v. 15 contengono due elementi: l’annuncio di ciò che Dio sta per fare e il comando agli
uomini perché rispondano all’azione di Dio con l’atteggiamento adeguato: la conversione e la fede.
"Il tempo è compiuto". L’attesa è finita, le promesse si sono realizzate; è l’ultima tappa della storia della salvezza,
l’ultima fase della realizzazione del progetto di Dio; è la fine dei tempi (Ger 3,17; 5,8; 50,4.20; Ez 7,7.12; Dan
7,22; 12,4.9); è giunta la pienezza dei tempi (Gal 4,4; Eb 9,26); il momento presente è pieno fino all’orlo della presenza
di Dio che salva.
Proclamando il vangelo, Gesù dà consistenza alla storia degli uomini, dà un contenuto vero e un senso nuovo
al tempo e allo spazio: dà senso al passato, al presente e al futuro.
Gesù è Dio che riempie di senso infinito il nostro
non-senso: senza di lui siamo pieni di vuoto.
"Il regno di Dio è vicino".
E’ vicino il momento in cui Dio eserciterà in modo effettivo e completo la sua sovranità
sul mondo. Se adesso il mondo è governato dalla potenza del denaro, dell’inganno e della forza (la potenza di satana),
è vicino il momento in cui Dio prenderà nelle sue mani il potere. Sta per cambiare radicalmente il regime del
governo del mondo: si instaura definitivamente la sovranità di Dio che significa giustizia, concordia, pace, pienezza
di vita.
"Dio regna!" è la buona notizia.
Se finora gli uomini hanno obbedito a satana e le loro scelte erano determinate
dall’interesse, dal proprio comodo e dalla volontà di primeggiare, ora non deve più essere così: c’è stata la rivoluzione,
è cambiato il regime e la legge.
Il regno di Dio è presente nella persona di Gesù, nelle sue parole: poi si comunicherà ai Dodici, alle folle e al
mondo.
"Convertitevi e credete nel vangelo". La conversione è un cambiamento radicale, un vero e proprio rovesciamento,
un passaggio dall’egoismo all’amore, dalla difesa dei propri interessi alla solidarietà. Deve cambiare
l’atteggiamento interiore e la condotta esteriore. Convertirsi è voltarsi verso Dio in atteggiamento di obbedienza e
accogliere con gioia la sua sovranità.
Se la sovranità di satana era oppressiva, quella di Dio sarà liberante: servire
Dio è regnare.
Ecco dunque il vangelo: la possibilità di sperimentare gioiosamente la sovranità di Dio sulla propria vita.
Il breve racconto della chiamata dei primi quattro discepoli vuole essere un esempio concreto di conversione;
non la conversione proposta a degli specialisti del regno di Dio, ma semplicemente la conversione necessaria per
essere cristiani.
L’iniziativa è di Gesù: la vita cristiana non è tanto una scelta nostra quanto una risposta alla sua chiamata.
L’appello di Cristo ha una nota di urgenza: è il momento favorevole, non c’è tempo da perdere: è la grande occasione.
L’appello di Gesù esige un distacco radicale: lasciare le ricchezze (Mc 10,21), abbandonare la strada del dominio
e del potere (Mc 9,35), smantellare quell’idea di Dio che abbiamo costruito a difesa dei nostri privilegi (Mc 7,8-
13), vivere nella logica della croce (Mc 8,34) fino a riconoscere nel volto sfigurato di un uomo crocifisso la vera immagine
del Dio senza figura (Mc 15,39).
"Subito, lasciate le reti, … lasciato il padre, … lo seguirono".
Il racconto della chiamata degli apostoli si ispira alla
chiamata di Eliseo (1Re 19,19-21). Immediata rottura con il passato, cambio di rotta, conversione. Per questi
primi quattro discepoli la forza di attrazione del regno di Dio è stata così grande da superare quella del possesso,
degli affetti familiari e dell’abitudine.
La fede si concretizza in un’adesione totale alla persona di Gesù,
nell’accogliere lui come guida e come scopo della propria vita: vivere per lui nel senso più pieno.
Padre Lino Pedron
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lunedì 14 gennaio 2013
Preghiera del mattino del 14/I/2013
Signore, ti offro questo tempo che va da Betlemme a Gerusalemme, dalla grotta al sepolcro.
I tempi sono brevi, questi tempi sono gli ultimi.
E corti i trentatré anni che separano queste due città.
Dalla fretta di Maria di visitare la madre del precursore alla fretta delle sante donne di correre al sepolcro.
Che io non consideri "ordinario", Signore, questo tempo che comincia, ma, avendo fede nella Buona Novella, sappia che colui che è nato viene a cercare e a chiamare anche me, perché lo segua subito, per via dell'urgenza dei tempi.
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I tempi sono brevi, questi tempi sono gli ultimi.
E corti i trentatré anni che separano queste due città.
Dalla fretta di Maria di visitare la madre del precursore alla fretta delle sante donne di correre al sepolcro.
Che io non consideri "ordinario", Signore, questo tempo che comincia, ma, avendo fede nella Buona Novella, sappia che colui che è nato viene a cercare e a chiamare anche me, perché lo segua subito, per via dell'urgenza dei tempi.
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domenica 13 gennaio 2013
Che vi sappiate perdonare
Con quanta insistenza l'Apostolo San Giovanni predicava il “mandatum novum”! — “Amatevi gli uni gli altri!”. — Mi metterei in ginocchio, senza far scena — me lo grida il cuore —, per chiedervi per amor di Dio di volervi bene, di aiutarvi, di darvi la mano, di sapervi perdonare. — Pertanto, respingete la superbia, siate compassionevoli, abbiate carità; prestatevi mutuamente l'aiuto della preghiera e dell'amicizia sincera. (Forgia, 454)
Gesù Cristo, Signore nostro, si è incarnato e ha assunto la nostra natura per proporsi all'umanità come modello di tutte le virtù. Imparate da me — è l'invito — che sono mite e umile di cuore [Mt 11, 29].
In seguito, quando spiega agli Apostoli il segno da cui saranno riconosciuti come cristiani, non dice: «Perché siete umili». Egli è la purezza più sublime, l'Agnello immacolato. Nulla poteva macchiare la sua santità perfetta, senza ombra [Cfr Gv 8, 46]. Eppure non dice: «Capiranno che siete miei discepoli perché siete casti e puri». Ha camminato per il mondo nel più completo distacco dai beni della terra Egli era il Creatore e il Signore dell'universo, e non aveva neppure dove posare il capo [Cfr Mt 8, 20]. Ma non dice: «Vi riconosceranno come miei, perché non vi siete attaccati alle ricchezze». Rimane per quaranta giorni e quaranta notti nel deserto, digiunando rigorosamente [Cfr Mt 4, 2], prima di dedicarsi alla predicazione del Vangelo. E, ancora, non dice ai suoi: «Capiranno che servite il Signore perché non siete mangioni né beoni». La caratteristica distintiva degli Apostoli, dei veri cristiani di ogni tempo, l'abbiamo ascoltata: Da questo — proprio da questo — tuttisapranno che siete miei discepoli, se avrete amore gli uni per gli altri [Gv 13, 35].
Trovo perfettamente logico che i figli di Dio siano sempre rimasti colpiti — anche tu e io lo siamo, in questo momento — da quel modo di insistere del Maestro. Il Signore non stabilisce, come prova della fedeltà dei suoi discepoli, i prodigi e i miracoli strepitosi, benché abbia loro conferito il potere di compierli, nello Spirito Santo. Che cosa dice loro? Capiranno che siete miei discepoli se vi amerete reciprocamente [San Basilio, Regulae fusius tractatae, 3, 1]. (Amici di Dio, 224)
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Gesù Cristo, Signore nostro, si è incarnato e ha assunto la nostra natura per proporsi all'umanità come modello di tutte le virtù. Imparate da me — è l'invito — che sono mite e umile di cuore [Mt 11, 29].
In seguito, quando spiega agli Apostoli il segno da cui saranno riconosciuti come cristiani, non dice: «Perché siete umili». Egli è la purezza più sublime, l'Agnello immacolato. Nulla poteva macchiare la sua santità perfetta, senza ombra [Cfr Gv 8, 46]. Eppure non dice: «Capiranno che siete miei discepoli perché siete casti e puri». Ha camminato per il mondo nel più completo distacco dai beni della terra Egli era il Creatore e il Signore dell'universo, e non aveva neppure dove posare il capo [Cfr Mt 8, 20]. Ma non dice: «Vi riconosceranno come miei, perché non vi siete attaccati alle ricchezze». Rimane per quaranta giorni e quaranta notti nel deserto, digiunando rigorosamente [Cfr Mt 4, 2], prima di dedicarsi alla predicazione del Vangelo. E, ancora, non dice ai suoi: «Capiranno che servite il Signore perché non siete mangioni né beoni». La caratteristica distintiva degli Apostoli, dei veri cristiani di ogni tempo, l'abbiamo ascoltata: Da questo — proprio da questo — tuttisapranno che siete miei discepoli, se avrete amore gli uni per gli altri [Gv 13, 35].
Trovo perfettamente logico che i figli di Dio siano sempre rimasti colpiti — anche tu e io lo siamo, in questo momento — da quel modo di insistere del Maestro. Il Signore non stabilisce, come prova della fedeltà dei suoi discepoli, i prodigi e i miracoli strepitosi, benché abbia loro conferito il potere di compierli, nello Spirito Santo. Che cosa dice loro? Capiranno che siete miei discepoli se vi amerete reciprocamente [San Basilio, Regulae fusius tractatae, 3, 1]. (Amici di Dio, 224)
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Mentre Gesù, ricevuto il battesimo, stava in preghiera, il cielo si aprì
Lc 3,15-16.21-22
Poiché il popolo era in attesa e tutti, riguardo a Giovanni, si domandavano in cuor loro se non fosse lui il Cristo, Giovanni rispose a tutti dicendo: «Io vi battezzo con acqua; ma viene colui che è più forte di me, a cui non sono degno di slegare i lacci dei sandali. Egli vi battezzerà in Spirito Santo e fuoco. Ed ecco, mentre tutto il popolo veniva battezzato e Gesù, ricevuto anche lui il battesimo, stava in preghiera, il cielo si aprì e discese sopra di lui lo Spirito Santo in forma corporea, come una colomba, e venne una voce dal cielo: «Tu sei il Figlio mio, l'amato: in te ho posto il mio compiacimento».
L'evangelista non descrive il battesimo di Gesù.
Fa vedere solamente che il battesimo di conversione dato da Giovanni ha consacrato l'appartenenza di Gesù al suo popolo.
Il tema del cielo aperto è frequente nella letteratura apocalittica (cf. Ez 1,1ss) per esprimere la contemplazione delle verità celesti. Luca ci ricorda che Gesù pregava.
La preghiera è il luogo dell'esperienza dello Spirito Santo, cioè della vita e dell'amore di Dio in cui il battesimo ci ha posto. La preghiera apre il cielo. Lo Spirito Santo rimane invisibile in noi, ma ne sentiamo la voce e ne riscontriamo gli effetti nei suoi frutti, che sono amore, gioia, pace, pazienza, benevolenza, bontà, fedeltà, mitezza e dominio di sé (cfr Gal 5,22). L'aleggiare della colomba richiama l'aleggiare dello Spirito di Dio sulle acque del caos primordiale (cfr Gen 1,2). E' anche un'allusione a Noè, il padre dei salvati dall'acqua, che attende con trepidazione il ritorno della colomba che annunzia la fine della perdizione (cf. Gen 8,8-14).
Ma questa colomba, che di continuo tuba il suo amore in ogni stagione, è la fedeltà stessa dell'amore di Dio che sempre e ininterrottamente canta il suo canto d'amore per l'uomo, in attesa di risposta. Ora scende sul nuovo Israele, sua sposa. E questa diviene la colomba che finalmente fa sentire allo sposo la sua voce, compiacendo il suo desiderio d'amore (Ct 2,14). L'accentuazione della visibilità dello Spirito Santo è propria di Luca. Egli insiste sul carattere concreto e tangibile dell'esperienza dello Spirito.
In Gesù di Nazaret lo Spirito si lascia vedere, ascoltare, toccare all'interno della storia umana. A partire dal Cantico dei cantici (2,14; 5,2; 6, 9) e soprattutto dal Libro di Giona (Yonah vuol dire "colomba"), la colomba rappresenta la comunità credente, amata da Dio e missionaria. Associare in forma così immediata la colomba allo Spirito Santo significa sottolineare che lo Spirito è disceso realmente su Gesù e la comunità cristiana ne fa esperienza in modo tangibile.
La voce del Padre esprime la Parola che è suo Figlio. Egli è l'amato, il Figlio unico del suo amore, votato come Isacco al sacrificio dell'obbedienza e, proprio per questo, principio del nuovo popolo di Dio (cf. Gen 22,2).
Nel battesimo Gesù fa propria la storia del peccato dell'umanità, scendendo fino in fondo nelle acque del diluvio, nel male degli uomini imprigionati nella disobbedienza, per usare a tutti misericordia (Rm 11,32): su di lui riposa, infatti, la colomba di Noè, che annuncia la salvezza per una terra riemersa dal caos.
Padre Lino Pedron
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Poiché il popolo era in attesa e tutti, riguardo a Giovanni, si domandavano in cuor loro se non fosse lui il Cristo, Giovanni rispose a tutti dicendo: «Io vi battezzo con acqua; ma viene colui che è più forte di me, a cui non sono degno di slegare i lacci dei sandali. Egli vi battezzerà in Spirito Santo e fuoco. Ed ecco, mentre tutto il popolo veniva battezzato e Gesù, ricevuto anche lui il battesimo, stava in preghiera, il cielo si aprì e discese sopra di lui lo Spirito Santo in forma corporea, come una colomba, e venne una voce dal cielo: «Tu sei il Figlio mio, l'amato: in te ho posto il mio compiacimento».
L'evangelista non descrive il battesimo di Gesù.
Fa vedere solamente che il battesimo di conversione dato da Giovanni ha consacrato l'appartenenza di Gesù al suo popolo.
Il tema del cielo aperto è frequente nella letteratura apocalittica (cf. Ez 1,1ss) per esprimere la contemplazione delle verità celesti. Luca ci ricorda che Gesù pregava.
La preghiera è il luogo dell'esperienza dello Spirito Santo, cioè della vita e dell'amore di Dio in cui il battesimo ci ha posto. La preghiera apre il cielo. Lo Spirito Santo rimane invisibile in noi, ma ne sentiamo la voce e ne riscontriamo gli effetti nei suoi frutti, che sono amore, gioia, pace, pazienza, benevolenza, bontà, fedeltà, mitezza e dominio di sé (cfr Gal 5,22). L'aleggiare della colomba richiama l'aleggiare dello Spirito di Dio sulle acque del caos primordiale (cfr Gen 1,2). E' anche un'allusione a Noè, il padre dei salvati dall'acqua, che attende con trepidazione il ritorno della colomba che annunzia la fine della perdizione (cf. Gen 8,8-14).
Ma questa colomba, che di continuo tuba il suo amore in ogni stagione, è la fedeltà stessa dell'amore di Dio che sempre e ininterrottamente canta il suo canto d'amore per l'uomo, in attesa di risposta. Ora scende sul nuovo Israele, sua sposa. E questa diviene la colomba che finalmente fa sentire allo sposo la sua voce, compiacendo il suo desiderio d'amore (Ct 2,14). L'accentuazione della visibilità dello Spirito Santo è propria di Luca. Egli insiste sul carattere concreto e tangibile dell'esperienza dello Spirito.
In Gesù di Nazaret lo Spirito si lascia vedere, ascoltare, toccare all'interno della storia umana. A partire dal Cantico dei cantici (2,14; 5,2; 6, 9) e soprattutto dal Libro di Giona (Yonah vuol dire "colomba"), la colomba rappresenta la comunità credente, amata da Dio e missionaria. Associare in forma così immediata la colomba allo Spirito Santo significa sottolineare che lo Spirito è disceso realmente su Gesù e la comunità cristiana ne fa esperienza in modo tangibile.
La voce del Padre esprime la Parola che è suo Figlio. Egli è l'amato, il Figlio unico del suo amore, votato come Isacco al sacrificio dell'obbedienza e, proprio per questo, principio del nuovo popolo di Dio (cf. Gen 22,2).
Nel battesimo Gesù fa propria la storia del peccato dell'umanità, scendendo fino in fondo nelle acque del diluvio, nel male degli uomini imprigionati nella disobbedienza, per usare a tutti misericordia (Rm 11,32): su di lui riposa, infatti, la colomba di Noè, che annuncia la salvezza per una terra riemersa dal caos.
Padre Lino Pedron
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meditazione del giorno,
Padre Lino Pedron
sabato 12 gennaio 2013
Non amerai mai abbastanza
Per quanto tu ami, non amerai mai abbastanza. Il cuore umano ha un enorme coefficiente di dilatazione. Quando ama si allarga in un crescendo di affetto che supera tutti gli ostacoli. Se tu ami il Signore, non ci sarà creatura che non trovi spazio nel tuo cuore. (Via Crucis, 8ª Stazione, n. 5)
Osservate adesso un'altra scena: il Maestro è riunito con i suoi discepoli, nell'intimità del Cenacolo. Mentre si avvicina il momento della Passione, il Cuore di Cristo, circondato da coloro che ama, manda ineffabili bagliori di fiamma: Vi do un comandamento nuovo,confida ai suoi: che vi amiate gli uni gli altri; come io vi ho amato, così amatevi anche voi gli uni gli altri. Da questo tutti sapranno che siete miei discepoli, se avrete amore gli uni per gli altri [Gv 13, 34-35].
Signore, perché dici "nuovo" questo comandamento? Abbiamo appena ascoltato che l'amore verso il prossimo era prescritto già nell'Antico Testamento, e certamente ricorderete che Gesù, all'inizio della vita pubblica, aveva ampliato con divina generosità, queste esigenze: Avete inteso che fu detto: Amerai il tuo prossimo e odierai il tuo nemico; ma io vi dico: amate i vostri nemici e pregate per i vostri persecutori [Mt 5, 43-44].
Signore, consentici di insistere: perché ancora chiami "nuovo" questo precetto? Quella notte, poche ore prima di immolarti sulla Croce, durante quell'indimenticabile colloquio con coloro che — nonostante le loro miserie e debolezze personali, così simili alle nostre — ti hanno accompagnato fino a Gerusalemme, Tu ci hai rivelato la misura insospettata della carità: come io vi ho amato. Come ti capivano bene gli Apostoli, che erano stati testimoni del tuo amore insondabile!
Se professiamo la stessa fede, se davvero vogliamo ricalcare le nitide impronte lasciate sulla terra dai passi di Cristo, non dobbiamo accontentarci di evitare agli altri il male che non auguriamo a noi stessi. Questo è già molto, ma è ancora poco, se capiamo che la misura del nostro amore è definita dal comportamento di Gesù. Egli, inoltre, non ci propone questa norma di condotta come una meta lontana, come il coronamento di tutta una vita di lotta. È — deve esserlo, insisto, perché tu lo traduca in propositi concreti — il punto di partenza, perché Gesù nostro Signore lo addita come contrassegno: Da questo tutti sapranno che siete miei discepoli. (Amici di Dio, nn. 222-223)
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Osservate adesso un'altra scena: il Maestro è riunito con i suoi discepoli, nell'intimità del Cenacolo. Mentre si avvicina il momento della Passione, il Cuore di Cristo, circondato da coloro che ama, manda ineffabili bagliori di fiamma: Vi do un comandamento nuovo,confida ai suoi: che vi amiate gli uni gli altri; come io vi ho amato, così amatevi anche voi gli uni gli altri. Da questo tutti sapranno che siete miei discepoli, se avrete amore gli uni per gli altri [Gv 13, 34-35].
Signore, perché dici "nuovo" questo comandamento? Abbiamo appena ascoltato che l'amore verso il prossimo era prescritto già nell'Antico Testamento, e certamente ricorderete che Gesù, all'inizio della vita pubblica, aveva ampliato con divina generosità, queste esigenze: Avete inteso che fu detto: Amerai il tuo prossimo e odierai il tuo nemico; ma io vi dico: amate i vostri nemici e pregate per i vostri persecutori [Mt 5, 43-44].
Signore, consentici di insistere: perché ancora chiami "nuovo" questo precetto? Quella notte, poche ore prima di immolarti sulla Croce, durante quell'indimenticabile colloquio con coloro che — nonostante le loro miserie e debolezze personali, così simili alle nostre — ti hanno accompagnato fino a Gerusalemme, Tu ci hai rivelato la misura insospettata della carità: come io vi ho amato. Come ti capivano bene gli Apostoli, che erano stati testimoni del tuo amore insondabile!
Se professiamo la stessa fede, se davvero vogliamo ricalcare le nitide impronte lasciate sulla terra dai passi di Cristo, non dobbiamo accontentarci di evitare agli altri il male che non auguriamo a noi stessi. Questo è già molto, ma è ancora poco, se capiamo che la misura del nostro amore è definita dal comportamento di Gesù. Egli, inoltre, non ci propone questa norma di condotta come una meta lontana, come il coronamento di tutta una vita di lotta. È — deve esserlo, insisto, perché tu lo traduca in propositi concreti — il punto di partenza, perché Gesù nostro Signore lo addita come contrassegno: Da questo tutti sapranno che siete miei discepoli. (Amici di Dio, nn. 222-223)
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Ora questa mia gioia è compiuta. Egli deve crescere e io invece diminuire
Dal Vangelo secondo S.Giovanni 3,22-30
Dopo queste cose, Gesù andò con i suoi discepoli nella regione della Giudea; e là si trattenne con loro, e battezzava. Anche Giovanni battezzava a Ennòn, vicino a Salìm, perché c'era là molta acqua; e la gente andava a farsi battezzare. Giovanni, infatti, non era stato ancora imprigionato. Nacque allora una discussione tra i discepoli di Giovanni e un Giudeo riguardo la purificazione. Andarono perciò da Giovanni e gli dissero: «Rabbì, colui che era con te dall'altra parte del Giordano, e al quale hai reso testimonianza, ecco sta battezzando e tutti accorrono a lui». Giovanni rispose: «Nessuno può prendersi qualcosa se non gli è stato dato dal cielo. Voi stessi mi siete testimoni che ho detto: Non sono io il Cristo, ma io sono stato mandato innanzi a lui. Chi possiede la sposa è lo sposo; ma l'amico dello sposo, che è presente e l'ascolta, esulta di gioia alla voce dello sposo. Ora questa mia gioia è compiuta. Egli deve crescere e io invece diminuire.
Avete sentito dunque la confessione di Giovanni, quando si recarono da lui per provocarne la gelosia nei confronti di Gesù, attorno al quale si raccoglievano numerosi i discepoli. Gli dissero, come se fosse un invidioso: “Ecco, lui fa più discepoli di te”. Ma Giovanni riconobbe ciò che egli era, e per questo meritò di appartenere a Cristo, perché non osò dire che lui era il Cristo. Giovanni disse precisamente così: “Nessuno può arrogarsi alcunché, se non gli viene dato dal cielo”... Non cercò in sé la sua gioia. Chi vuol trovare in sé la propria gioia, sarà sempre triste; chi invece cerca la propria gioia in Dio, sarà sempre contento, perché Dio è eterno. Vuoi essere sempre contento? Aderisci a Colui che è eterno. E' ciò che ha fatto Giovanni.
L'amico dello sposo è felice alla voce dello sposo, non alla sua; sta in piedi accanto a lui e ascolta.... “La mia gioia è al colmo, ho la mia grazia, non voglio niente di più, per non perdere anche quella che ho ricevuto”. In che cosa consiste questa gioia? “E' felice alla voce dello sposo”. Comprenda, dunque, l'uomo che non deve godere della sua sapienza, ma della sapienza che ha ricevuto da Dio. Non cerchi niente di più, e non perderà ciò che ha ricevuto. ... Giovanni si mostrò grato a Dio: riconobbe di aver ricevuto e dichiarò di essere felice alla voce dello sposo, ed ha aggiunto: “Ora la mia gioia è perfetta”.
Sant'Agostino (354-430), vescovo d'Ippona (Nord Africa) e dottore della Chiesa
Omelie sul Vangelo di Giovanni, 14, 1-3 (trad. Nuova Biblioteca Agostiniana – riv.)
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Dopo queste cose, Gesù andò con i suoi discepoli nella regione della Giudea; e là si trattenne con loro, e battezzava. Anche Giovanni battezzava a Ennòn, vicino a Salìm, perché c'era là molta acqua; e la gente andava a farsi battezzare. Giovanni, infatti, non era stato ancora imprigionato. Nacque allora una discussione tra i discepoli di Giovanni e un Giudeo riguardo la purificazione. Andarono perciò da Giovanni e gli dissero: «Rabbì, colui che era con te dall'altra parte del Giordano, e al quale hai reso testimonianza, ecco sta battezzando e tutti accorrono a lui». Giovanni rispose: «Nessuno può prendersi qualcosa se non gli è stato dato dal cielo. Voi stessi mi siete testimoni che ho detto: Non sono io il Cristo, ma io sono stato mandato innanzi a lui. Chi possiede la sposa è lo sposo; ma l'amico dello sposo, che è presente e l'ascolta, esulta di gioia alla voce dello sposo. Ora questa mia gioia è compiuta. Egli deve crescere e io invece diminuire.
Avete sentito dunque la confessione di Giovanni, quando si recarono da lui per provocarne la gelosia nei confronti di Gesù, attorno al quale si raccoglievano numerosi i discepoli. Gli dissero, come se fosse un invidioso: “Ecco, lui fa più discepoli di te”. Ma Giovanni riconobbe ciò che egli era, e per questo meritò di appartenere a Cristo, perché non osò dire che lui era il Cristo. Giovanni disse precisamente così: “Nessuno può arrogarsi alcunché, se non gli viene dato dal cielo”... Non cercò in sé la sua gioia. Chi vuol trovare in sé la propria gioia, sarà sempre triste; chi invece cerca la propria gioia in Dio, sarà sempre contento, perché Dio è eterno. Vuoi essere sempre contento? Aderisci a Colui che è eterno. E' ciò che ha fatto Giovanni.
L'amico dello sposo è felice alla voce dello sposo, non alla sua; sta in piedi accanto a lui e ascolta.... “La mia gioia è al colmo, ho la mia grazia, non voglio niente di più, per non perdere anche quella che ho ricevuto”. In che cosa consiste questa gioia? “E' felice alla voce dello sposo”. Comprenda, dunque, l'uomo che non deve godere della sua sapienza, ma della sapienza che ha ricevuto da Dio. Non cerchi niente di più, e non perderà ciò che ha ricevuto. ... Giovanni si mostrò grato a Dio: riconobbe di aver ricevuto e dichiarò di essere felice alla voce dello sposo, ed ha aggiunto: “Ora la mia gioia è perfetta”.
Sant'Agostino (354-430), vescovo d'Ippona (Nord Africa) e dottore della Chiesa
Omelie sul Vangelo di Giovanni, 14, 1-3 (trad. Nuova Biblioteca Agostiniana – riv.)
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Preghiera del mattino del 12/I/2013
"Ora questa mia gioia è compiuta", affermò Giovanni rivolgendosi ai suoi discepoli.
Come non pensare a santa Teresa che diceva: "Gesù, la mia gioia è amarti, Gesù, la mia gioia è la tua gioia"?
Non vivere che per lui.
Ecco gli amici così poco numerosi dello Sposo, quelli che gioiscono della gioia piena delle nozze dell'Agnello e soffrono con grande dolore la loro passione per amore dell'Amore.
In quest'ultimo giorno in cui ci è dato di ricordare l'epifania dell'amore, ti supplichiamo, Signore, contaci nel numero dei tuoi amici.
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Come non pensare a santa Teresa che diceva: "Gesù, la mia gioia è amarti, Gesù, la mia gioia è la tua gioia"?
Non vivere che per lui.
Ecco gli amici così poco numerosi dello Sposo, quelli che gioiscono della gioia piena delle nozze dell'Agnello e soffrono con grande dolore la loro passione per amore dell'Amore.
In quest'ultimo giorno in cui ci è dato di ricordare l'epifania dell'amore, ti supplichiamo, Signore, contaci nel numero dei tuoi amici.
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venerdì 11 gennaio 2013
Ti deve spingere la carità di Cristo
Hai bisogno di vita interiore e di formazione dottrinale. Sii esigente con te stesso! — Tu — uomo cristiano, donna cristiana — devi essere sale della terra e luce del mondo, perché sei obbligato a dare esempio con santa sfacciataggine. — Ti deve spingere la carità di Cristo e, nel sentirti e nel saperti un altro Cristo dal momento in cui gli hai detto che lo segui, non ti separerai dai tuoi uguali — i tuoi famigliari, i tuoi amici, i tuoi colleghi —, come il sale non si separa dall'alimento a cui dà sapore. La tua vita interiore e la tua formazione includono la vita di pietà e il criterio che un figlio di Dio deve avere, per insaporire tutto con la sua presenza attiva. Chiedi al Signore di essere sempre un buon condimento nella vita degli altri. (Forgia, 450)
Un cristiano non può fermarsi ai suoi problemi personali, perché deve vivere al cospetto della Chiesa universale, pensando alla salvezza di tutte le anime.
In tal modo, anche ciò che si potrebbe considerare più privato e intimo — la preoccupazione per il proprio progresso interiore — non è, in realtà, personale: la santificazione, infatti, fa un tutt'uno con l'apostolato. Ci dobbiamo dunque impegnare generosamente nella cura della vita interiore e nello sviluppo delle virtù cristiane, pensando al bene di tutta la Chiesa, giacché non potremmo fare il bene e far conoscere Cristo se noi stessi non ci impegnassimo sinceramente a tradurre in pratica vissuta gli insegnamenti del Vangelo.
Impregnate di questo spirito, le nostre orazioni, anche se iniziano con temi e con propositi apparentemente personali, finiscono sempre sulla via del servizio agli altri. E se procediamo nel cammino tenendo per mano la Santissima Vergine, Ella farà sì che ci sentiamo fratelli di tutti gli uomini: perché tutti sono figli di quel Dio di cui Ella è Figlia e Sposa e Madre.
I problemi del nostro prossimo devono essere i nostri problemi. La fraternità cristiana deve essere profondamente radicata nella nostra anima, in modo che nessuno ci sia indifferente. Maria, la Madre di Gesù, colei che lo allevò, lo educò e lo accompagnò nella vita terrena, e che ora è vicina a Lui in Cielo, ci aiuterà a riconoscere Gesù che passa accanto a noi, che si fa presente nei bisogni degli uomini, nostri fratelli. (E' Gesù che passa, 145)
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Un cristiano non può fermarsi ai suoi problemi personali, perché deve vivere al cospetto della Chiesa universale, pensando alla salvezza di tutte le anime.
In tal modo, anche ciò che si potrebbe considerare più privato e intimo — la preoccupazione per il proprio progresso interiore — non è, in realtà, personale: la santificazione, infatti, fa un tutt'uno con l'apostolato. Ci dobbiamo dunque impegnare generosamente nella cura della vita interiore e nello sviluppo delle virtù cristiane, pensando al bene di tutta la Chiesa, giacché non potremmo fare il bene e far conoscere Cristo se noi stessi non ci impegnassimo sinceramente a tradurre in pratica vissuta gli insegnamenti del Vangelo.
Impregnate di questo spirito, le nostre orazioni, anche se iniziano con temi e con propositi apparentemente personali, finiscono sempre sulla via del servizio agli altri. E se procediamo nel cammino tenendo per mano la Santissima Vergine, Ella farà sì che ci sentiamo fratelli di tutti gli uomini: perché tutti sono figli di quel Dio di cui Ella è Figlia e Sposa e Madre.
I problemi del nostro prossimo devono essere i nostri problemi. La fraternità cristiana deve essere profondamente radicata nella nostra anima, in modo che nessuno ci sia indifferente. Maria, la Madre di Gesù, colei che lo allevò, lo educò e lo accompagnò nella vita terrena, e che ora è vicina a Lui in Cielo, ci aiuterà a riconoscere Gesù che passa accanto a noi, che si fa presente nei bisogni degli uomini, nostri fratelli. (E' Gesù che passa, 145)
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Immediatamente la lebbra scomparve da lui
Lc 5,12-16
Mentre Gesù si trovava in una città, ecco, un uomo coperto di lebbra lo vide e gli si gettò dinanzi, pregandolo: «Signore, se vuoi, puoi purificarmi». Gesù tese la mano e lo toccò dicendo: «Lo voglio, sii purificato!». E immediatamente la lebbra scomparve da lui. Gli ordinò di non dirlo a nessuno: «Va' invece a mostrarti al sacerdote e fa' l'offerta per la tua purificazione, come Mosè ha prescritto, a testimonianza per loro». Di lui si parlava sempre di più, e folle numerose venivano per ascoltarlo e farsi guarire dalle loro malattie. Ma egli si ritirava in luoghi deserti a pregare.
La guarigione del lebbroso manifesta la salvezza dell'uomo pienamente reintegrato nel popolo e nei privilegi dell'alleanza.
La benedizione di Dio si manifesta in forma tangibile in mezzo al suo popolo attraverso la potenza di guarigione di Gesù.
L'uomo che si presenta a Gesù è pieno di impurità e di morte. E' esattamente il contrario di Gesù che è uscito dal Giordano "pieno di Spirito Santo" (4,1), cioè pieno della vita di Dio. La lebbra rende l'uomo un morto civile e religioso, che la legge esclude dalla società e dal culto (Lv 13). L'unica legge che il lebbroso è tenuto ad osservare è quella di escludersi totalmente dal consorzio umano (Lv 13,45).
E' importante il fatto che Gesù toccò il lebbroso. Egli tocca colui che non poteva essere toccato, sfonda barriere e leggi, e raggiunge l'uomo nella sua debolezza. Con questo gesto Gesù si identifica con l'umanità piena di lebbra e di peccato.
In Gesù, Dio si rivela come identità tra volere e potere: "Lo voglio, sii risanato!" (v. 13). Il contatto con Gesù sana l'uomo dalla lebbra della morte e lo purifica.
Gesù non ha mai cercato la pubblicità: è ciò che deve anche distinguere il cristiano dagli altri.
Egli invia il lebbroso guarito dai sacerdoti, tutori della legge, perché constatino che ciò che la legge non può fare è avvenuto: mondare l'uomo dalla morte.
Nei versetti immediatamente successivi, gli scribi e i farisei constateranno il perdono di Dio sulla terra, che nessuna legge può dare.
La legge infatti può solo condannare il peccato. Dio invece tocca l'uomo nella sua miseria e lo libera. Nel v. 15 è interessante l'accostamento tra "ascoltare" ed "essere guariti".
La parola di Gesù è la potenza stessa di Dio che guarisce coloro che accorrono a lui con la coscienza e la fede del lebbroso.
L'accenno alla preghiera di Gesù del v. 16 è importante. Egli non si lascia assorbire dall'attività della predicazione e delle guarigioni.
La sua dimora e il termine del suo cammino è il Padre (cf. Lc 2,49; 23,46).
Padre Lino Pedron
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Mentre Gesù si trovava in una città, ecco, un uomo coperto di lebbra lo vide e gli si gettò dinanzi, pregandolo: «Signore, se vuoi, puoi purificarmi». Gesù tese la mano e lo toccò dicendo: «Lo voglio, sii purificato!». E immediatamente la lebbra scomparve da lui. Gli ordinò di non dirlo a nessuno: «Va' invece a mostrarti al sacerdote e fa' l'offerta per la tua purificazione, come Mosè ha prescritto, a testimonianza per loro». Di lui si parlava sempre di più, e folle numerose venivano per ascoltarlo e farsi guarire dalle loro malattie. Ma egli si ritirava in luoghi deserti a pregare.
La guarigione del lebbroso manifesta la salvezza dell'uomo pienamente reintegrato nel popolo e nei privilegi dell'alleanza.
La benedizione di Dio si manifesta in forma tangibile in mezzo al suo popolo attraverso la potenza di guarigione di Gesù.
L'uomo che si presenta a Gesù è pieno di impurità e di morte. E' esattamente il contrario di Gesù che è uscito dal Giordano "pieno di Spirito Santo" (4,1), cioè pieno della vita di Dio. La lebbra rende l'uomo un morto civile e religioso, che la legge esclude dalla società e dal culto (Lv 13). L'unica legge che il lebbroso è tenuto ad osservare è quella di escludersi totalmente dal consorzio umano (Lv 13,45).
E' importante il fatto che Gesù toccò il lebbroso. Egli tocca colui che non poteva essere toccato, sfonda barriere e leggi, e raggiunge l'uomo nella sua debolezza. Con questo gesto Gesù si identifica con l'umanità piena di lebbra e di peccato.
In Gesù, Dio si rivela come identità tra volere e potere: "Lo voglio, sii risanato!" (v. 13). Il contatto con Gesù sana l'uomo dalla lebbra della morte e lo purifica.
Gesù non ha mai cercato la pubblicità: è ciò che deve anche distinguere il cristiano dagli altri.
Egli invia il lebbroso guarito dai sacerdoti, tutori della legge, perché constatino che ciò che la legge non può fare è avvenuto: mondare l'uomo dalla morte.
Nei versetti immediatamente successivi, gli scribi e i farisei constateranno il perdono di Dio sulla terra, che nessuna legge può dare.
La legge infatti può solo condannare il peccato. Dio invece tocca l'uomo nella sua miseria e lo libera. Nel v. 15 è interessante l'accostamento tra "ascoltare" ed "essere guariti".
La parola di Gesù è la potenza stessa di Dio che guarisce coloro che accorrono a lui con la coscienza e la fede del lebbroso.
L'accenno alla preghiera di Gesù del v. 16 è importante. Egli non si lascia assorbire dall'attività della predicazione e delle guarigioni.
La sua dimora e il termine del suo cammino è il Padre (cf. Lc 2,49; 23,46).
Padre Lino Pedron
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giovedì 10 gennaio 2013
Ci esorta, ci istruisce, ci guida
«Iesus Christus, perfectus Deus, perfectus Homo» Gesù Cristo, perfetto Dio e perfetto Uomo. Molti sono i cristiani che seguono Cristo, sbalorditi di fronte alla sua divinità, ma lo dimenticano in quanto Uomo..., e così falliscono nell'esercizio delle virtù soprannaturali nonostante tutto l'armamentario esteriore di devozione, perché non fanno nulla per acquisire le virtù umane. (Solco, 652)
Innamorati della Santissima Umanità di Cristo.
— Non ti rallegra che abbia voluto essere come noi? Sii riconoscente a Gesù per questo colmo di bontà! (Forgia, 547)
Grazie, Gesù mio!, perché hai voluto farti perfetto Uomo, con un Cuore amante e amabilissimo, che ama fino alla morte e soffre: che si riempie di gioia e di dolore; che si entusiasma per i cammini degli uomini, e ci mostra quello che conduce al Cielo; che si sottomette eroicamente al dovere, e si lascia condurre dalla misericordia; che veglia sui poveri e sui ricchi; che si prende cura dei peccatori e dei giusti... Grazie, Gesù mio, e dacci un cuore a misura del Tuo! (Solco, 813)
La vera devozione al Cuore di Gesù consiste in questo: conoscere Dio e conoscere noi stessi, guardare a Gesù e ricorrere a Lui che ci esorta, ci istruisce, ci guida. In questa devozione non si dà altra superficialità che quella dell'uomo che, non essendo interamente umano, non riesce a cogliere la realtà del Dio incarnato. Gesù crocifisso, con il cuore trafitto dall'amore per gli uomini, è una risposta eloquente — le parole sono superflue — alla domanda sul valore delle cose e delle persone. (E' Gesù che passa, nn. 164-165)
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Innamorati della Santissima Umanità di Cristo.
— Non ti rallegra che abbia voluto essere come noi? Sii riconoscente a Gesù per questo colmo di bontà! (Forgia, 547)
Grazie, Gesù mio!, perché hai voluto farti perfetto Uomo, con un Cuore amante e amabilissimo, che ama fino alla morte e soffre: che si riempie di gioia e di dolore; che si entusiasma per i cammini degli uomini, e ci mostra quello che conduce al Cielo; che si sottomette eroicamente al dovere, e si lascia condurre dalla misericordia; che veglia sui poveri e sui ricchi; che si prende cura dei peccatori e dei giusti... Grazie, Gesù mio, e dacci un cuore a misura del Tuo! (Solco, 813)
La vera devozione al Cuore di Gesù consiste in questo: conoscere Dio e conoscere noi stessi, guardare a Gesù e ricorrere a Lui che ci esorta, ci istruisce, ci guida. In questa devozione non si dà altra superficialità che quella dell'uomo che, non essendo interamente umano, non riesce a cogliere la realtà del Dio incarnato. Gesù crocifisso, con il cuore trafitto dall'amore per gli uomini, è una risposta eloquente — le parole sono superflue — alla domanda sul valore delle cose e delle persone. (E' Gesù che passa, nn. 164-165)
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Oggi si è adempiuta questa Scrittura
Lc 4,14-22
Gesù ritornò in Galilea con la potenza dello Spirito e la sua fama si diffuse in tutta la regione. Insegnava nelle loro sinagoghe e gli rendevano lode. Venne a Nàzaret, dove era cresciuto, e secondo il suo solito, di sabato, entrò nella sinagoga e si alzò a leggere. Gli fu dato il rotolo del profeta Isaia; aprì il rotolo e trovò il passo dove era scritto: Lo Spirito del Signore è sopra di me; per questo mi ha consacrato con l'unzione e mi ha mandato a portare ai poveri il lieto annuncio, a proclamare ai prigionieri la liberazione e ai ciechi la vista; a rimettere in libertà gli oppressi, a proclamare l'anno di grazia del Signore. Riavvolse il rotolo, lo riconsegnò all'inserviente e sedette. Nella sinagoga, gli occhi di tutti erano fissi su di lui. Allora cominciò a dire loro: «Oggi si è compiuta questa Scrittura che voi avete ascoltato». Tutti gli davano testimonianza ed erano meravigliati delle parole di grazia che uscivano dalla sua bocca e dicevano: «Non è costui il figlio di Giuseppe?».
Gesù ha cominciato la sua vita per opera dello Spirito Santo, ora comincia la sua opera nella potenza dello stesso Spirito Santo. Lo Spirito lo conduce in Galilea: Là era iniziata la sua vita, là comincia la sua opera.
Nella disprezzata "Galilea dei pagani" zampilla la salvezza per la forza dello Spirito. L’operare dello Spirito Santo provoca ammirazione e fama, che si diffonde per tutti i paesi all’intorno.
Lo Spirito agisce in estensione: la sua forza vuole mutare il mondo, santificarlo, riportarlo a Dio.
In una città della Galilea, di nome Nazaret, Gesù fu concepito e allevato, giunse a maturità e dovette cominciare la sua opera secondo la volontà dello Spirito.
Il suo inizio porta l’impronta di questa città insignificante e non credente, che si scandalizza del suo messaggio e cerca di assassinarlo.
Il suo inizio parte dal nulla, dalla mancanza di fede dei suoi compaesani, dal peccato, dal rifiuto…
Eppure Gesù comincia!
Comincia nella sinagoga annunciando che lo Spirito Santo è sopra di lui e che Dio l’ha mandato a portare la salvezza ai poveri, ossia a tutti, perché tutti siamo poveri. Alla lettura segue la spiegazione, che è riassunta in una frase piena di penetrazione e di forza: "Oggi si è adempiuta questa Scrittura che voi avete udita con i vostri orecchi" (v. 21).
La parola di Dio ha la sua radice nel passato, ma si realizza nell’"oggi", ogni volta che la Parola è annunciata. La Scrittura trova il suo compimento nell’orecchio dell’uditore che ascolta e obbedisce. Anche per il lettore del vangelo il problema dell’attualizzazione della Parola consiste prima di tutto nell’ascolto del vangelo: l’obbedienza ad esso ci rende attuali all’oggi di Dio, contemporanei di Gesù, moderni, perché in Cristo ogni uomo trova il suo compimento.
Gesù annunzia e insieme porta il tempo della salvezza. Che il tempo della salvezza sia iniziato e che il Salvatore sia ormai presente, lo si può comprendere solo accogliendo questo messaggio. Non lo si vede né lo si sperimenta. Il messaggio della salvezza esige la fede; e la fede viene dall’ascolto, è risposta a una proposta. Tutto il vangelo è un ascolto della parola di Gesù che ci rende contemporanei a lui: nell’obbedienza della fede, accettiamo in lui l’oggi di Dio che ci salva. La profezia, che ora si compie, è il programma di Gesù. Egli non se l’è scelto da sé, ma gli è stato preparato dal Padre. Egli è l’Inviato del Padre.
In lui il Padre visita gli uomini. Gesù opera con la parola e con i fatti, con l’insegnamento e la potenza. Il tempo della grazia è sorto per i poveri, per i prigionieri e per gli oppressi. Il grande dono portato da Gesù è la libertà: libertà dalla cecità fisica e spirituale, libertà dalla miseria e dalla schiavitù, libertà dal peccato. Finché Gesù rimane in terra, dura l’"anno di grazia del Signore".
Cristo è anzitutto il donatore della salvezza, non il giudice che condanna. E’ il centro della storia, la più grande delle grandi opere di Dio.
Padre Lino Pedron
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Gesù ritornò in Galilea con la potenza dello Spirito e la sua fama si diffuse in tutta la regione. Insegnava nelle loro sinagoghe e gli rendevano lode. Venne a Nàzaret, dove era cresciuto, e secondo il suo solito, di sabato, entrò nella sinagoga e si alzò a leggere. Gli fu dato il rotolo del profeta Isaia; aprì il rotolo e trovò il passo dove era scritto: Lo Spirito del Signore è sopra di me; per questo mi ha consacrato con l'unzione e mi ha mandato a portare ai poveri il lieto annuncio, a proclamare ai prigionieri la liberazione e ai ciechi la vista; a rimettere in libertà gli oppressi, a proclamare l'anno di grazia del Signore. Riavvolse il rotolo, lo riconsegnò all'inserviente e sedette. Nella sinagoga, gli occhi di tutti erano fissi su di lui. Allora cominciò a dire loro: «Oggi si è compiuta questa Scrittura che voi avete ascoltato». Tutti gli davano testimonianza ed erano meravigliati delle parole di grazia che uscivano dalla sua bocca e dicevano: «Non è costui il figlio di Giuseppe?».
Gesù ha cominciato la sua vita per opera dello Spirito Santo, ora comincia la sua opera nella potenza dello stesso Spirito Santo. Lo Spirito lo conduce in Galilea: Là era iniziata la sua vita, là comincia la sua opera.
Nella disprezzata "Galilea dei pagani" zampilla la salvezza per la forza dello Spirito. L’operare dello Spirito Santo provoca ammirazione e fama, che si diffonde per tutti i paesi all’intorno.
Lo Spirito agisce in estensione: la sua forza vuole mutare il mondo, santificarlo, riportarlo a Dio.
In una città della Galilea, di nome Nazaret, Gesù fu concepito e allevato, giunse a maturità e dovette cominciare la sua opera secondo la volontà dello Spirito.
Il suo inizio porta l’impronta di questa città insignificante e non credente, che si scandalizza del suo messaggio e cerca di assassinarlo.
Il suo inizio parte dal nulla, dalla mancanza di fede dei suoi compaesani, dal peccato, dal rifiuto…
Eppure Gesù comincia!
Comincia nella sinagoga annunciando che lo Spirito Santo è sopra di lui e che Dio l’ha mandato a portare la salvezza ai poveri, ossia a tutti, perché tutti siamo poveri. Alla lettura segue la spiegazione, che è riassunta in una frase piena di penetrazione e di forza: "Oggi si è adempiuta questa Scrittura che voi avete udita con i vostri orecchi" (v. 21).
La parola di Dio ha la sua radice nel passato, ma si realizza nell’"oggi", ogni volta che la Parola è annunciata. La Scrittura trova il suo compimento nell’orecchio dell’uditore che ascolta e obbedisce. Anche per il lettore del vangelo il problema dell’attualizzazione della Parola consiste prima di tutto nell’ascolto del vangelo: l’obbedienza ad esso ci rende attuali all’oggi di Dio, contemporanei di Gesù, moderni, perché in Cristo ogni uomo trova il suo compimento.
Gesù annunzia e insieme porta il tempo della salvezza. Che il tempo della salvezza sia iniziato e che il Salvatore sia ormai presente, lo si può comprendere solo accogliendo questo messaggio. Non lo si vede né lo si sperimenta. Il messaggio della salvezza esige la fede; e la fede viene dall’ascolto, è risposta a una proposta. Tutto il vangelo è un ascolto della parola di Gesù che ci rende contemporanei a lui: nell’obbedienza della fede, accettiamo in lui l’oggi di Dio che ci salva. La profezia, che ora si compie, è il programma di Gesù. Egli non se l’è scelto da sé, ma gli è stato preparato dal Padre. Egli è l’Inviato del Padre.
In lui il Padre visita gli uomini. Gesù opera con la parola e con i fatti, con l’insegnamento e la potenza. Il tempo della grazia è sorto per i poveri, per i prigionieri e per gli oppressi. Il grande dono portato da Gesù è la libertà: libertà dalla cecità fisica e spirituale, libertà dalla miseria e dalla schiavitù, libertà dal peccato. Finché Gesù rimane in terra, dura l’"anno di grazia del Signore".
Cristo è anzitutto il donatore della salvezza, non il giudice che condanna. E’ il centro della storia, la più grande delle grandi opere di Dio.
Padre Lino Pedron
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Preghiera del mattino del 10/I/2013
Gesù, in questo giorno della settimana in cui tu hai amato i tuoi che erano nel mondo fino all'estremo, io vengo a confessarti la mia mancanza di amore, la mia imperfezione nell'amore per gli uomini, che mi fa scegliere uno invece di un altro.
Poiché alla sera della vita saremo giudicati sull'amore, fa' che io ti ami, mio Dio, per non essere trattato da mentitore.
Il tuo amore penetri in quelle dimore dell'anima in cui possa riconoscere il mio Dio in tutti gli uomini e amarlo in quanto tale.
Affretta il momento di baciare il lebbroso che è Cristo.
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Poiché alla sera della vita saremo giudicati sull'amore, fa' che io ti ami, mio Dio, per non essere trattato da mentitore.
Il tuo amore penetri in quelle dimore dell'anima in cui possa riconoscere il mio Dio in tutti gli uomini e amarlo in quanto tale.
Affretta il momento di baciare il lebbroso che è Cristo.
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mercoledì 9 gennaio 2013
Benedetta perseveranza dell'asinello di nòria!
Se non è per costruire un'opera molto grande, molto di Dio - la santità -, non vale la pena di dare sé stessi. Per questo, la Chiesa - nel canonizzare i santi - proclama l'eroicità della loro vita. (Solco, 611)
Se la vita non avesse come fine dar gloria a Dio, sarebbe spregevole, più ancora: detestabile. (Cammino, 783)
Benedetta perseveranza dell'asinello di nòria! —Sempre allo stesso passo. Sempre gli stessi giri. —Un giorno dopo l'altro: tutti uguali. Senza di ciò, non vi sarebbe maturità nei frutti, né freschezza nell'orto, non avrebbe aromi il giardino. Porta questo pensiero alla tua vita interiore. (Cammino, 998)
Qual è il segreto della perseveranza? L'Amore. —Innamòrati, e non “lo” lascerai. (Cammino, 999)
La donazione è il primo passo di un itinerario di sacrificio, di gioia, di amore, di unione con Dio. E così, tutta la vita si riempie di una benedetta pazzia, che fa trovare felicità dove la logica umana non vede altro che rinuncia, sofferenza, dolore. (Solco, 2)
Vuoi sapere qual è il fondamento della nostra fedeltà? — Ti direi, a grandi linee, che si basa sull'amore di Dio, che fa vincere tutti gli ostacoli: l'egoismo, la superbia, la stanchezza, l'impazienza... — Un uomo che ama, calpesta sé stesso; sa che, pur amando con tutta l'anima, non sa ancora amare abbastanza. (Forgia, 532)
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Se la vita non avesse come fine dar gloria a Dio, sarebbe spregevole, più ancora: detestabile. (Cammino, 783)
Benedetta perseveranza dell'asinello di nòria! —Sempre allo stesso passo. Sempre gli stessi giri. —Un giorno dopo l'altro: tutti uguali. Senza di ciò, non vi sarebbe maturità nei frutti, né freschezza nell'orto, non avrebbe aromi il giardino. Porta questo pensiero alla tua vita interiore. (Cammino, 998)
Qual è il segreto della perseveranza? L'Amore. —Innamòrati, e non “lo” lascerai. (Cammino, 999)
La donazione è il primo passo di un itinerario di sacrificio, di gioia, di amore, di unione con Dio. E così, tutta la vita si riempie di una benedetta pazzia, che fa trovare felicità dove la logica umana non vede altro che rinuncia, sofferenza, dolore. (Solco, 2)
Vuoi sapere qual è il fondamento della nostra fedeltà? — Ti direi, a grandi linee, che si basa sull'amore di Dio, che fa vincere tutti gli ostacoli: l'egoismo, la superbia, la stanchezza, l'impazienza... — Un uomo che ama, calpesta sé stesso; sa che, pur amando con tutta l'anima, non sa ancora amare abbastanza. (Forgia, 532)
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Videro Gesù camminare sul mare
Mc 6,45-52
E subito costrinse i suoi discepoli a salire sulla barca e a precederlo sull'altra riva, a Betsàida, finché non avesse congedato la folla. Quando li ebbe congedati, andò sul monte a pregare. Venuta la sera, la barca era in mezzo al mare ed egli, da solo, a terra. Vedendoli però affaticati nel remare, perché avevano il vento contrario, sul finire della notte egli andò verso di loro, camminando sul mare, e voleva oltrepassarli. Essi, vedendolo camminare sul mare, pensarono: «È un fantasma!», e si misero a gridare, perché tutti lo avevano visto e ne erano rimasti sconvolti. Ma egli subito parlò loro e disse: «Coraggio, sono io, non abbiate paura!». E salì sulla barca con loro e il vento cessò. E dentro di sé erano fortemente meravigliati, perché non avevano compreso il fatto dei pani: il loro cuore era indurito.
Gesù "costringe" i discepoli a lasciare la folla esaltata e a precederlo sull’altra riva: Lo svezzamento è severo e il viaggio che li attende particolarmente faticoso. Nello stesso tempo, Gesù congeda la folla e sale sul monte a pregare. Nei momenti di euforia, Gesù è solito fare il vuoto attorno a sé e ai discepoli. Nella preghiera offre al Padre, dal quale proviene ogni bene, gli onori, la gloria e i ringraziamenti che la folla aveva rivolto a lui e ai discepoli. Ma lo sguardo fisso in Dio non distrae Gesù dalle necessità degli uomini, anzi, gliele fa vedere più distintamente.
Nell’Antico Testamento, Dio cammina sulle acque (Sal 77,20; Gb 9,8; 38,16; Sir 24,5; Is 43,16). Egli infatti domina i flutti e calma la loro violenza(Sal 65,8; 77,17; 89,10; 93,4; 107,28-30). L’apparizione di Gesù ai discepoli li impaurisce e li fa gridare perché lo scambiano per un fantasma.
La parola che Gesù rivolge loro: "Abbiate fiducia. Sono io. Non temete" (v. 50) è un invito alla calma, che accompagna ogni rivelazione divina (Es 14,13; 20,20; Sof 3,16-17), una rivelazione della sua divinità (Es 3,4; Dt 32,39; Is 41,4; 43,10) e un aiuto a superare la paura (Gen 15,1; Gs 8,1; Dn 10,12.19; Tb 12,17). Marco conclude il racconto con un’espressione fortissima: "Erano fuori di sé del tutto!" (v. 51). Perché? "Perché non avevano capito il fatto dei pani, essendo il loro cuore indurito (v. 52).
Se essi avessero penetrato il mistero della moltiplicazione miracolosa, avrebbero riconosciuto colui che veniva camminando sulle acque del mare. Il martellare dei miracoli sulla loro intelligenza li rendeva ancora più confusi e spaventati: ne ritenevano gli elementi esterni, ma non riuscivano ancora a scendere nel loro significato più profondo. E’ un accecamento dello spirito.
Una cecità che non impedisce di vedere gli avvenimenti, ma di capire la portata dei gesti compiuti da Gesù, di penetrare il significato profondo di ciò che passa sotto i loro occhi e, soprattutto di trarne le dovute conseguenze a riguardo della persona di Gesù.
Durezza di cuore significa, in definitiva, totale incapacità di percepire il profondo significato della rivelazione che Gesù fa di se stesso attraverso le parabole e i miracoli. I Dodici non comprendono il mistero della sua persona, che traspare qui nel miracolo dei pani (cfr Lc 24,13-35).
Questo brano ci dice l’identità misteriosa del pane. E’ il Signore che appare ai suoi come il Dio creatore e liberatore, dominatore del caos e salvatore dall’abisso. Egli si manifesta dicendo il nome rivelato a Mosè: "Io sono" (Es 3,14).
L’Eucaristia non è una semplice condivisione e fraternità, ma è il Signore che si dona totalmente a noi nel suo amore. Mangiare l’Eucaristia significa nutrirsi di Cristo e porsi reciprocamente al servizio dei fratelli. I discepoli sulla barca sono in difficoltà perché non hanno capito questo (v. 52). L’Eucaristia è la forza del cammino della Chiesa nella misura in cui la comunità cristiana riconosce in essa il suo Signore morto e risorto.
Padre Lino Pedron
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E subito costrinse i suoi discepoli a salire sulla barca e a precederlo sull'altra riva, a Betsàida, finché non avesse congedato la folla. Quando li ebbe congedati, andò sul monte a pregare. Venuta la sera, la barca era in mezzo al mare ed egli, da solo, a terra. Vedendoli però affaticati nel remare, perché avevano il vento contrario, sul finire della notte egli andò verso di loro, camminando sul mare, e voleva oltrepassarli. Essi, vedendolo camminare sul mare, pensarono: «È un fantasma!», e si misero a gridare, perché tutti lo avevano visto e ne erano rimasti sconvolti. Ma egli subito parlò loro e disse: «Coraggio, sono io, non abbiate paura!». E salì sulla barca con loro e il vento cessò. E dentro di sé erano fortemente meravigliati, perché non avevano compreso il fatto dei pani: il loro cuore era indurito.
Gesù "costringe" i discepoli a lasciare la folla esaltata e a precederlo sull’altra riva: Lo svezzamento è severo e il viaggio che li attende particolarmente faticoso. Nello stesso tempo, Gesù congeda la folla e sale sul monte a pregare. Nei momenti di euforia, Gesù è solito fare il vuoto attorno a sé e ai discepoli. Nella preghiera offre al Padre, dal quale proviene ogni bene, gli onori, la gloria e i ringraziamenti che la folla aveva rivolto a lui e ai discepoli. Ma lo sguardo fisso in Dio non distrae Gesù dalle necessità degli uomini, anzi, gliele fa vedere più distintamente.
Nell’Antico Testamento, Dio cammina sulle acque (Sal 77,20; Gb 9,8; 38,16; Sir 24,5; Is 43,16). Egli infatti domina i flutti e calma la loro violenza(Sal 65,8; 77,17; 89,10; 93,4; 107,28-30). L’apparizione di Gesù ai discepoli li impaurisce e li fa gridare perché lo scambiano per un fantasma.
La parola che Gesù rivolge loro: "Abbiate fiducia. Sono io. Non temete" (v. 50) è un invito alla calma, che accompagna ogni rivelazione divina (Es 14,13; 20,20; Sof 3,16-17), una rivelazione della sua divinità (Es 3,4; Dt 32,39; Is 41,4; 43,10) e un aiuto a superare la paura (Gen 15,1; Gs 8,1; Dn 10,12.19; Tb 12,17). Marco conclude il racconto con un’espressione fortissima: "Erano fuori di sé del tutto!" (v. 51). Perché? "Perché non avevano capito il fatto dei pani, essendo il loro cuore indurito (v. 52).
Se essi avessero penetrato il mistero della moltiplicazione miracolosa, avrebbero riconosciuto colui che veniva camminando sulle acque del mare. Il martellare dei miracoli sulla loro intelligenza li rendeva ancora più confusi e spaventati: ne ritenevano gli elementi esterni, ma non riuscivano ancora a scendere nel loro significato più profondo. E’ un accecamento dello spirito.
Una cecità che non impedisce di vedere gli avvenimenti, ma di capire la portata dei gesti compiuti da Gesù, di penetrare il significato profondo di ciò che passa sotto i loro occhi e, soprattutto di trarne le dovute conseguenze a riguardo della persona di Gesù.
Durezza di cuore significa, in definitiva, totale incapacità di percepire il profondo significato della rivelazione che Gesù fa di se stesso attraverso le parabole e i miracoli. I Dodici non comprendono il mistero della sua persona, che traspare qui nel miracolo dei pani (cfr Lc 24,13-35).
Questo brano ci dice l’identità misteriosa del pane. E’ il Signore che appare ai suoi come il Dio creatore e liberatore, dominatore del caos e salvatore dall’abisso. Egli si manifesta dicendo il nome rivelato a Mosè: "Io sono" (Es 3,14).
L’Eucaristia non è una semplice condivisione e fraternità, ma è il Signore che si dona totalmente a noi nel suo amore. Mangiare l’Eucaristia significa nutrirsi di Cristo e porsi reciprocamente al servizio dei fratelli. I discepoli sulla barca sono in difficoltà perché non hanno capito questo (v. 52). L’Eucaristia è la forza del cammino della Chiesa nella misura in cui la comunità cristiana riconosce in essa il suo Signore morto e risorto.
Padre Lino Pedron
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Preghiera del mattino del 9/I/2013
Signore, fa' che l'amore che hai manifestato ai pastori e ai Magi, ai poveri d'Israele e alle nazioni pagane, raggiunga in noi la perfezione, trasparenza perfetta alla perfetta innocenza di Dio, al più puro dei suoi irraggiamenti, adesione totale, aderenza completa, che in ebraico si esprime con la parola "Amen".
Come il Figlio è l'Amen del Padre, fa' che noi diveniamo l'Amen del Figlio.
Allora, in questa intimità assoluta con l'intimo del Padre e dello Spirito, nella familiarità che ci viene offerta nella Trinità, sapremo che l'amore perfetto scaccia il timore.
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Come il Figlio è l'Amen del Padre, fa' che noi diveniamo l'Amen del Figlio.
Allora, in questa intimità assoluta con l'intimo del Padre e dello Spirito, nella familiarità che ci viene offerta nella Trinità, sapremo che l'amore perfetto scaccia il timore.
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martedì 8 gennaio 2013
Gesù Cristo vive!, oggi come ieri
Vivi assieme a Cristo! Devi essere, nel Vangelo, come uno dei personaggi, che vive con Pietro, con Giovanni, con Andrea..., perché Cristo vive anche adesso: “Iesus Christus, heri et hodie, ipse et in saecula!” — Gesù Cristo vive!, oggi come ieri: Egli è lo stesso, nei secoli dei secoli. (Forgia, 8)
È questo l'amore di Cristo, che ciascuno di noi deve sforzarsi di realizzare nella propria vita. Ma per essere ipse Christus bisogna rispecchiarsi in Lui. Non è sufficiente avere un'idea generica dello spirito di Gesù; bisogna imparare da Lui dettagli e atteggiamenti. E, soprattutto, bisogna contemplare il suo passaggio sulla terra, le sue orme, per trarne forza, luce, serenità, pace.
Quando si ama una persona si desidera sapere anche i minimi particolari della sua esistenza, del suo carattere, per avvicinarsi il più possibile a lei. Per questo dobbiamo meditare la storia di Cristo, dalla nascita nel presepio fino alla morte e alla risurrezione. Nei primi anni del mio lavoro sacerdotale, regalavo spesso il Vangelo o libri in cui si narrava la vita di Gesù: perché è necessario conoscerla bene, averla ben presente nella mente e nel cuore, in modo che, in ogni momento, senza più bisogno di libri, chiudendo gli occhi, possiamo contemplarla come in un film e, quando dobbiamo decidere come comportarci, possiamo richiamare alla mente le parole e i gesti del Signore.
Allora ci sentiremo innestati nella sua vita. Non si tratta solo di pensare a Gesù, di rappresentarci quelle scene: dobbiamo prendervi parte, esserne attori, seguire Cristo standogli accanto come la Madonna, come i primi dodici, come le sante donne, come le moltitudini che si affollavano intorno a Lui. (E' Gesù che passa, 107)
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È questo l'amore di Cristo, che ciascuno di noi deve sforzarsi di realizzare nella propria vita. Ma per essere ipse Christus bisogna rispecchiarsi in Lui. Non è sufficiente avere un'idea generica dello spirito di Gesù; bisogna imparare da Lui dettagli e atteggiamenti. E, soprattutto, bisogna contemplare il suo passaggio sulla terra, le sue orme, per trarne forza, luce, serenità, pace.
Quando si ama una persona si desidera sapere anche i minimi particolari della sua esistenza, del suo carattere, per avvicinarsi il più possibile a lei. Per questo dobbiamo meditare la storia di Cristo, dalla nascita nel presepio fino alla morte e alla risurrezione. Nei primi anni del mio lavoro sacerdotale, regalavo spesso il Vangelo o libri in cui si narrava la vita di Gesù: perché è necessario conoscerla bene, averla ben presente nella mente e nel cuore, in modo che, in ogni momento, senza più bisogno di libri, chiudendo gli occhi, possiamo contemplarla come in un film e, quando dobbiamo decidere come comportarci, possiamo richiamare alla mente le parole e i gesti del Signore.
Allora ci sentiremo innestati nella sua vita. Non si tratta solo di pensare a Gesù, di rappresentarci quelle scene: dobbiamo prendervi parte, esserne attori, seguire Cristo standogli accanto come la Madonna, come i primi dodici, come le sante donne, come le moltitudini che si affollavano intorno a Lui. (E' Gesù che passa, 107)
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Moltiplicando i pani, Gesù si manifesta profeta.
Mc 6,34-44
Sceso dalla barca, egli vide una grande folla, ebbe compassione di loro, perché erano come pecore che non hanno pastore, e si mise a insegnare loro molte cose. Essendosi ormai fatto tardi, gli si avvicinarono i suoi discepoli dicendo: «Il luogo è deserto ed è ormai tardi; congedali, in modo che, andando per le campagne e i villaggi dei dintorni, possano comprarsi da mangiare». Ma egli rispose loro: «Voi stessi date loro da mangiare». Gli dissero: «Dobbiamo andare a comprare duecento denari di pane e dare loro da mangiare?». Ma egli disse loro: «Quanti pani avete? Andate a vedere». Si informarono e dissero: «Cinque, e due pesci». E ordinò loro di farli sedere tutti, a gruppi, sull'erba verde. E sedettero, a gruppi di cento e di cinquanta. Prese i cinque pani e i due pesci, alzò gli occhi al cielo, recitò la benedizione, spezzò i pani e li dava ai suoi discepoli perché li distribuissero a loro; e divise i due pesci fra tutti. Tutti mangiarono a sazietà, e dei pezzi di pane portarono via dodici ceste piene e quanto restava dei pesci. Quelli che avevano mangiato i pani erano cinquemila uomini.
Dopo le guarigioni descritte nel primo capitolo di questo vangelo, Gesù si era ritirato in un luogo deserto a pregare (1,35) e alla provocante espressione: "Tutti ti cercano" (1,37) aveva risposto con un atteggiamento, umanamente parlando, poco intelligente: "Andiamocene altrove!" (1,38).
Gesù non sfrutta mai le occasioni favorevoli della popolarità e dell'entusiasmo viscerale: ci vuol ben altro per recidere alla radice il peccato del mondo e per immettere la novità di Dio in un'umanità così malandata. In questo brano, l'entusiasmo della folla è per i discepoli oltre che per Gesù. In questa cornice, la parola di Gesù: "Venite in disparte, in un luogo solitario, e riposatevi un po'" (v. 31) acquista il suo giusto valore.
Gesù li vuole sfebbrare (cfr Lc 10,17-20). L'entusiasmo è pericoloso: per la folla e per i discepoli. L'insegnamento è chiaro: se vogliamo evitare i pericoli della popolarità, non dobbiamo lasciarci travolgere dall'entusiasmo viscerale e acritico che fa perdere il senso del limite e dà i fumi alla testa. L'antidoto è la solitudine e la preghiera.
Gesù ha pietà della folla perché è disorganizzata. Non c'è nessuno che si occupi di essa ed è abbandonata a se stessa: non forma un popolo ma un'accozzaglia. La pietà di Gesù si traduce in insegnamento. Nel vangelo di Marco, quando Gesù si trova con la folla, si può stare certi che non perderà l'occasione per istruirla. Il seguito del vangelo ribadirà, con maggiore forza, questa costante di Gesù: "La folla accorse di nuovo a lui e di nuovo egli l'ammaestrava, come era solito fare" (Mc 10,1). Il legame che Marco instaura tra insegnamento e formazione di un popolo non è artificiale. Siamo davanti a un gregge senza pastore, un gregge disperso: solo la parola di Gesù può radunare e riunire gli smarriti e i dispersi.
E dopo la parola, il pane; parola e pane che saziano la fame integrale delle folle: come nelle nostre Eucaristie. Viene in mente l'inquietudine di Mosè, ormai prossimo alla morte, quando chiese a Dio di provvedere alla sua successione dando un capo alla comunità radunata nel deserto (Nm 27,15-17). Anche Ezechiele confidava ai suoi ascoltatori la speranza che Dio si sarebbe preso personalmente cura del proprio gregge procurandogli un buon pasto e dandogli come pastore un nuovo Davide per porre fine al suo errare (Ez 34).
Il salmo 23 aveva ripreso questo tema del Dio-pastore che offre al suo popolo il riposo per rinfrancarlo e apparecchiargli la mensa. Il riposo dei discepoli consiste nel bere alla fonte della misericordia divina, incarnata in Gesù, e nel fare propria la tenerezza di Dio per il suo popolo: così si impara a diventare apostoli. Gesù li invita a fare propria la sua ansia per le folle: ciò implica il preciso impegno di istruirle e di nutrirle (6,37-41) prima di concedersi il tempo per mangiare e riposarsi (6,31).
Assumendo la sua missione di Pastore-Messia annunciato dai profeti (Es 34,23-25; 37,24) e invocato dalla preghiera del popolo ebraico (Sal 74,1; 77,21; 78,52-53.70-72, 80,1), Gesù comincia ad insegnare loro molte cose (v. 34). Marco, che attribuisce sempre molta importanza all'insegnamento di Gesù, non ne specifica mai il contenuto, come se volesse far capire che questo contenuto è la persona stessa di Gesù.
La prima moltiplicazione dei pani (vv. 33-34) ha sicuramente l'intento di presentarci Gesù come pastore d'Israele che, in luogo deserto, dona il pane al popolo della prima alleanza, agli ebrei. Il racconto viene descritto sul modello del miracolo operato dal profeta Eliseo (2Re 4,42-44), mettendo però in risalto il divario tra i due (venti pani per cento persone in 2Re 4, cinque pani per cinquemila uomini in Marco), in modo che emerga la maggiore grandezza di Gesù rispetto al profeta. Questa prima moltiplicazione, secondo Marco, avviene in terra d'Israele, sulla riva occidentale del lago. Inoltre, le cifre riportate sembrano avere anche un significato simbolico: i cinque pani moltiplicati ricordano i cinque libri della Legge di cui Gesù era Maestro; i dodici canestri avanzati appaiono come una destinazione del pane alle dodici tribù d'Israele, e la distribuzione per gruppi, certamente, riguarda soltanto il popolo eletto nell'ordine operato da Mosè nel deserto (Es 18,24-26; Dt 1,15). Tutte queste particolarità indicano la prima moltiplicazione dei pani come azione destinata anzitutto ai giudei e come prefigurazione dell'Eucaristia riservata prima ad essi, quale garanzia del compimento delle promesse dell'Antico Testamento.
Lo ricorderà ben presto Gesù alla donna siro-fenicia: "Lascia prima che si sfamino i figli" (Mc 7,27). Questo brano è iniziato svelando la sorgente del dono del Signore: "vide molta folla e si commosse per loro" (v. 34). La compassione è l'essenza nascosta di Dio, che lo porterà a dare la vita per noi. Il banchetto che Gesù imbandisce nel deserto è ben diverso da quello di Erode nel palazzo (Mc 6,21-29). Partecipando alla mensa di Cristo, il discepolo passa dall'egoismo e dalla brama dell'avere, del potere e dell'apparire, a una vita nuova nell'amore sotto il segno del dono e del servizio in umiltà. Entra a far parte di un popolo nuovo che ha le caratteristiche del pane che mangia. Perché l'uomo è ciò che mangia.
Gesù ha detto: "Chi mangia di me, vivrà per me" (Gv 6,57).
Padre Lino Pedron
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Sceso dalla barca, egli vide una grande folla, ebbe compassione di loro, perché erano come pecore che non hanno pastore, e si mise a insegnare loro molte cose. Essendosi ormai fatto tardi, gli si avvicinarono i suoi discepoli dicendo: «Il luogo è deserto ed è ormai tardi; congedali, in modo che, andando per le campagne e i villaggi dei dintorni, possano comprarsi da mangiare». Ma egli rispose loro: «Voi stessi date loro da mangiare». Gli dissero: «Dobbiamo andare a comprare duecento denari di pane e dare loro da mangiare?». Ma egli disse loro: «Quanti pani avete? Andate a vedere». Si informarono e dissero: «Cinque, e due pesci». E ordinò loro di farli sedere tutti, a gruppi, sull'erba verde. E sedettero, a gruppi di cento e di cinquanta. Prese i cinque pani e i due pesci, alzò gli occhi al cielo, recitò la benedizione, spezzò i pani e li dava ai suoi discepoli perché li distribuissero a loro; e divise i due pesci fra tutti. Tutti mangiarono a sazietà, e dei pezzi di pane portarono via dodici ceste piene e quanto restava dei pesci. Quelli che avevano mangiato i pani erano cinquemila uomini.
Dopo le guarigioni descritte nel primo capitolo di questo vangelo, Gesù si era ritirato in un luogo deserto a pregare (1,35) e alla provocante espressione: "Tutti ti cercano" (1,37) aveva risposto con un atteggiamento, umanamente parlando, poco intelligente: "Andiamocene altrove!" (1,38).
Gesù non sfrutta mai le occasioni favorevoli della popolarità e dell'entusiasmo viscerale: ci vuol ben altro per recidere alla radice il peccato del mondo e per immettere la novità di Dio in un'umanità così malandata. In questo brano, l'entusiasmo della folla è per i discepoli oltre che per Gesù. In questa cornice, la parola di Gesù: "Venite in disparte, in un luogo solitario, e riposatevi un po'" (v. 31) acquista il suo giusto valore.
Gesù li vuole sfebbrare (cfr Lc 10,17-20). L'entusiasmo è pericoloso: per la folla e per i discepoli. L'insegnamento è chiaro: se vogliamo evitare i pericoli della popolarità, non dobbiamo lasciarci travolgere dall'entusiasmo viscerale e acritico che fa perdere il senso del limite e dà i fumi alla testa. L'antidoto è la solitudine e la preghiera.
Gesù ha pietà della folla perché è disorganizzata. Non c'è nessuno che si occupi di essa ed è abbandonata a se stessa: non forma un popolo ma un'accozzaglia. La pietà di Gesù si traduce in insegnamento. Nel vangelo di Marco, quando Gesù si trova con la folla, si può stare certi che non perderà l'occasione per istruirla. Il seguito del vangelo ribadirà, con maggiore forza, questa costante di Gesù: "La folla accorse di nuovo a lui e di nuovo egli l'ammaestrava, come era solito fare" (Mc 10,1). Il legame che Marco instaura tra insegnamento e formazione di un popolo non è artificiale. Siamo davanti a un gregge senza pastore, un gregge disperso: solo la parola di Gesù può radunare e riunire gli smarriti e i dispersi.
E dopo la parola, il pane; parola e pane che saziano la fame integrale delle folle: come nelle nostre Eucaristie. Viene in mente l'inquietudine di Mosè, ormai prossimo alla morte, quando chiese a Dio di provvedere alla sua successione dando un capo alla comunità radunata nel deserto (Nm 27,15-17). Anche Ezechiele confidava ai suoi ascoltatori la speranza che Dio si sarebbe preso personalmente cura del proprio gregge procurandogli un buon pasto e dandogli come pastore un nuovo Davide per porre fine al suo errare (Ez 34).
Il salmo 23 aveva ripreso questo tema del Dio-pastore che offre al suo popolo il riposo per rinfrancarlo e apparecchiargli la mensa. Il riposo dei discepoli consiste nel bere alla fonte della misericordia divina, incarnata in Gesù, e nel fare propria la tenerezza di Dio per il suo popolo: così si impara a diventare apostoli. Gesù li invita a fare propria la sua ansia per le folle: ciò implica il preciso impegno di istruirle e di nutrirle (6,37-41) prima di concedersi il tempo per mangiare e riposarsi (6,31).
Assumendo la sua missione di Pastore-Messia annunciato dai profeti (Es 34,23-25; 37,24) e invocato dalla preghiera del popolo ebraico (Sal 74,1; 77,21; 78,52-53.70-72, 80,1), Gesù comincia ad insegnare loro molte cose (v. 34). Marco, che attribuisce sempre molta importanza all'insegnamento di Gesù, non ne specifica mai il contenuto, come se volesse far capire che questo contenuto è la persona stessa di Gesù.
La prima moltiplicazione dei pani (vv. 33-34) ha sicuramente l'intento di presentarci Gesù come pastore d'Israele che, in luogo deserto, dona il pane al popolo della prima alleanza, agli ebrei. Il racconto viene descritto sul modello del miracolo operato dal profeta Eliseo (2Re 4,42-44), mettendo però in risalto il divario tra i due (venti pani per cento persone in 2Re 4, cinque pani per cinquemila uomini in Marco), in modo che emerga la maggiore grandezza di Gesù rispetto al profeta. Questa prima moltiplicazione, secondo Marco, avviene in terra d'Israele, sulla riva occidentale del lago. Inoltre, le cifre riportate sembrano avere anche un significato simbolico: i cinque pani moltiplicati ricordano i cinque libri della Legge di cui Gesù era Maestro; i dodici canestri avanzati appaiono come una destinazione del pane alle dodici tribù d'Israele, e la distribuzione per gruppi, certamente, riguarda soltanto il popolo eletto nell'ordine operato da Mosè nel deserto (Es 18,24-26; Dt 1,15). Tutte queste particolarità indicano la prima moltiplicazione dei pani come azione destinata anzitutto ai giudei e come prefigurazione dell'Eucaristia riservata prima ad essi, quale garanzia del compimento delle promesse dell'Antico Testamento.
Lo ricorderà ben presto Gesù alla donna siro-fenicia: "Lascia prima che si sfamino i figli" (Mc 7,27). Questo brano è iniziato svelando la sorgente del dono del Signore: "vide molta folla e si commosse per loro" (v. 34). La compassione è l'essenza nascosta di Dio, che lo porterà a dare la vita per noi. Il banchetto che Gesù imbandisce nel deserto è ben diverso da quello di Erode nel palazzo (Mc 6,21-29). Partecipando alla mensa di Cristo, il discepolo passa dall'egoismo e dalla brama dell'avere, del potere e dell'apparire, a una vita nuova nell'amore sotto il segno del dono e del servizio in umiltà. Entra a far parte di un popolo nuovo che ha le caratteristiche del pane che mangia. Perché l'uomo è ciò che mangia.
Gesù ha detto: "Chi mangia di me, vivrà per me" (Gv 6,57).
Padre Lino Pedron
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meditazione del giorno,
Padre Lino Pedron
Preghiera del mattino del 8/I/2013
"In questo sta l'amore: non siamo stati noi ad amare Dio, ma è lui che ha amato noi".
Oh, lo strano potere di attrazione dell'amore che attira a sé tutto ciò che non è amabile.
Dio-Amore, tu hai detto: "Quando sarò innalzato da terra (nella tua grande dichiarazione di amore della croce) attirerò tutti a me".
Potere di attrazione dell'amore, perché il tuo neonato Figlio attirò a sé i più sapienti della terra. Dio mio, abita in me con la tua incarnazione affinché io possa attirare al tuo amore i miei fratelli.
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Oh, lo strano potere di attrazione dell'amore che attira a sé tutto ciò che non è amabile.
Dio-Amore, tu hai detto: "Quando sarò innalzato da terra (nella tua grande dichiarazione di amore della croce) attirerò tutti a me".
Potere di attrazione dell'amore, perché il tuo neonato Figlio attirò a sé i più sapienti della terra. Dio mio, abita in me con la tua incarnazione affinché io possa attirare al tuo amore i miei fratelli.
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lunedì 7 gennaio 2013
La ricchezza della fede
Non essere pessimista. —Non sai che tutto quanto succede o può succedere è per il bene? —Il tuo ottimismo sarà conseguenza necessaria della tua fede. (Cammino, 378)
In mezzo ai limiti che sono inscindibilmente connessi con la nostra situazione presente, perché il peccato abita ancora in noi in qualche modo, il cristiano avverte con nuova luce tutta la ricchezza della sua filiazione divina quando si riconosce pienamente libero perché lavora nelle cose del Padre suo, quando la sua gioia diventa costante perché nulla riesce a far crollare la sua speranza.
Oltretutto, è proprio allora che egli può ammirare ogni bellezza e ogni meraviglia della terra, può apprezzare ogni ricchezza e ogni bontà, e può amare con tutta l'integrità e tutta la purezza per le quali è stato fatto il cuore dell'uomo. Ed è allora che il dolore per il peccato non degenera in atteggiamenti d'amarezza, di disperazione o di alterigia, perché la contrizione e la consapevolezza della miseria umana lo conducono a identificarsi di nuovo con l'impegno di redenzione di Cristo e a sentire più intimamente la solidarietà con tutti gli uomini. È allora, infine, che il cristiano avverte in se con certezza la forza dello Spirito Santo, tanto che le sue cadute non lo prostrano più: sono piuttosto un invito a ricominciare, per continuare a essere, in tutte le strade della terra, un fedele testimone di Cristo, nonostante tutte le miserie personali, che poi in questi casi sono quasi sempre delle mancanze lievi che appena offuscano l'anima; e, anche se fossero gravi, ricorrendo con compunzione al sacramento della Penitenza, il cristiano ritorna alla pace di Dio e ridiventa un buon testimone delle sue misericordie.
È questa, in una rapida sintesi che a mala pena riesce a tradurre nelle povere parole umane la ricchezza della fede, la vita del cristiano che si lascia guidare dallo Spirito Santo. (E' Gesù che passa, 138)
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In mezzo ai limiti che sono inscindibilmente connessi con la nostra situazione presente, perché il peccato abita ancora in noi in qualche modo, il cristiano avverte con nuova luce tutta la ricchezza della sua filiazione divina quando si riconosce pienamente libero perché lavora nelle cose del Padre suo, quando la sua gioia diventa costante perché nulla riesce a far crollare la sua speranza.
Oltretutto, è proprio allora che egli può ammirare ogni bellezza e ogni meraviglia della terra, può apprezzare ogni ricchezza e ogni bontà, e può amare con tutta l'integrità e tutta la purezza per le quali è stato fatto il cuore dell'uomo. Ed è allora che il dolore per il peccato non degenera in atteggiamenti d'amarezza, di disperazione o di alterigia, perché la contrizione e la consapevolezza della miseria umana lo conducono a identificarsi di nuovo con l'impegno di redenzione di Cristo e a sentire più intimamente la solidarietà con tutti gli uomini. È allora, infine, che il cristiano avverte in se con certezza la forza dello Spirito Santo, tanto che le sue cadute non lo prostrano più: sono piuttosto un invito a ricominciare, per continuare a essere, in tutte le strade della terra, un fedele testimone di Cristo, nonostante tutte le miserie personali, che poi in questi casi sono quasi sempre delle mancanze lievi che appena offuscano l'anima; e, anche se fossero gravi, ricorrendo con compunzione al sacramento della Penitenza, il cristiano ritorna alla pace di Dio e ridiventa un buon testimone delle sue misericordie.
È questa, in una rapida sintesi che a mala pena riesce a tradurre nelle povere parole umane la ricchezza della fede, la vita del cristiano che si lascia guidare dallo Spirito Santo. (E' Gesù che passa, 138)
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Il regno dei cieli è vicino
Mt 4,12-17.23-25
Quando Gesù seppe che Giovanni era stato arrestato, si ritirò nella Galilea, lasciò Nàzaret e andò ad abitare a Cafàrnao, sulla riva del mare, nel territorio di Zàbulon e di Nèftali, perché si compisse ciò che era stato detto per mezzo del profeta Isaia: Terra di Zàbulon e terra di Nèftali, sulla via del mare, oltre il Giordano,Galilea delle genti! Il popolo che abitava nelle tenebre vide una grande luce, per quelli che abitavano in regione e ombra di morte una luce è sorta. Da allora Gesù cominciò a predicare e a dire: «Convertitevi, perché il regno dei cieli è vicino». Gesù percorreva tutta la Galilea, insegnando nelle loro sinagoghe, annunciando il vangelo del Regno e guarendo ogni sorta di malattie e di infermità nel popolo. La sua fama si diffuse per tutta la Siria e conducevano a lui tutti i malati, tormentati da varie malattie e dolori, indemoniati, epilettici e paralitici; ed egli li guarì. Grandi folle cominciarono a seguirlo dalla Galilea, dalla Decàpoli, da Gerusalemme, dalla Giudea e da oltre il Giordano.
Matteo vede il trasferimento di Gesù da Nazaret a Cafarnao come realizzazione di Is 8,23-24 e quindi come volontà di Dio.
Isaia aveva annunciato il passaggio da un tempo d’oppressione ad un tempo di salvezza. Il tempo della sventura ricorda probabilmente la conquista dei territori del nord, abitati da tribù del popolo d’Israele, da parte del re assiro Tiglat-Pileser (cf. 2Re 15,29) nel 734 a.C.
Quest’invasione portò ad una notevole fusione della popolazione ebraica con i pagani. Per questo il territorio fu chiamato "provincia dei pagani" (Galìl haggojìm) da cui è derivato il nome di Galilea.
Sia in Mt 4,5 sia in 12,18-21 la salvezza dei pagani è presentata con una citazione d’Isaia, perché la salvezza universale è l’adempimento di una promessa dell’Antico Testamento. La luce è simbolo della presenza di Dio che salva.
Essa sconfigge le tenebre della perdizione e della morte.
Il v. 17 è un breve sommario che riguarda la proclamazione del regno dei cieli. Non è data alcun’indicazione precisa né del luogo né degli ascoltatori per indicare che quest’annuncio è rivolto a tutti gli uomini di tutti i tempi e di tutti i luoghi. Da questo momento la proclamazione del regno dei cieli non cesserà più. Essa continuerà nella predicazione dei discepoli che sono inviati a diffondere il vangelo del regno in tutto il mondo (Mt 24,14; 26,13).
D’ora in avanti è per tutti tempo di decisione e di conversione.
La conversione è il punto di partenza della vita cristiana: i racconti di chiamata che seguono devono essere letti come esempi di ciò che la conversione può esigere dall’uomo. La conversione al regno dei cieli si realizza nel seguire Gesù e nell’entrare nella comunità dei discepoli che si stanno raccogliendo attorno a lui.
Le folle che seguono Gesù formano l’uditorio del discorso della montagna che segue nei cap. 5-7. Matteo ci presenta Gesù come il primo missionario e l’esempio di tutti i futuri missionari. In lui parola e azione procedono insieme. Il suo annuncio riguarda sempre il regno dei cieli, ossia ciò che Dio ha fatto e farà per la salvezza degli uomini. L’attività intensa svolta da Gesù in Galilea consegue un triplice risultato: la sua fama si diffonde, la gente porta a lui i suoi malati, affluiscono grandi folle.
Tutta la miseria del suo popolo sta lì davanti a lui ed egli offre la sua salvezza a tutti i bisognosi. L’annuncio del vangelo del regno dei cieli è soprattutto a favore dei poveri e dei sofferenti.
Gesù s’impegna totalmente nella liberazione dell’uomo da tutte le sue miserie.
Padre Lino Pedron
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Quando Gesù seppe che Giovanni era stato arrestato, si ritirò nella Galilea, lasciò Nàzaret e andò ad abitare a Cafàrnao, sulla riva del mare, nel territorio di Zàbulon e di Nèftali, perché si compisse ciò che era stato detto per mezzo del profeta Isaia: Terra di Zàbulon e terra di Nèftali, sulla via del mare, oltre il Giordano,Galilea delle genti! Il popolo che abitava nelle tenebre vide una grande luce, per quelli che abitavano in regione e ombra di morte una luce è sorta. Da allora Gesù cominciò a predicare e a dire: «Convertitevi, perché il regno dei cieli è vicino». Gesù percorreva tutta la Galilea, insegnando nelle loro sinagoghe, annunciando il vangelo del Regno e guarendo ogni sorta di malattie e di infermità nel popolo. La sua fama si diffuse per tutta la Siria e conducevano a lui tutti i malati, tormentati da varie malattie e dolori, indemoniati, epilettici e paralitici; ed egli li guarì. Grandi folle cominciarono a seguirlo dalla Galilea, dalla Decàpoli, da Gerusalemme, dalla Giudea e da oltre il Giordano.
Matteo vede il trasferimento di Gesù da Nazaret a Cafarnao come realizzazione di Is 8,23-24 e quindi come volontà di Dio.
Isaia aveva annunciato il passaggio da un tempo d’oppressione ad un tempo di salvezza. Il tempo della sventura ricorda probabilmente la conquista dei territori del nord, abitati da tribù del popolo d’Israele, da parte del re assiro Tiglat-Pileser (cf. 2Re 15,29) nel 734 a.C.
Quest’invasione portò ad una notevole fusione della popolazione ebraica con i pagani. Per questo il territorio fu chiamato "provincia dei pagani" (Galìl haggojìm) da cui è derivato il nome di Galilea.
Sia in Mt 4,5 sia in 12,18-21 la salvezza dei pagani è presentata con una citazione d’Isaia, perché la salvezza universale è l’adempimento di una promessa dell’Antico Testamento. La luce è simbolo della presenza di Dio che salva.
Essa sconfigge le tenebre della perdizione e della morte.
Il v. 17 è un breve sommario che riguarda la proclamazione del regno dei cieli. Non è data alcun’indicazione precisa né del luogo né degli ascoltatori per indicare che quest’annuncio è rivolto a tutti gli uomini di tutti i tempi e di tutti i luoghi. Da questo momento la proclamazione del regno dei cieli non cesserà più. Essa continuerà nella predicazione dei discepoli che sono inviati a diffondere il vangelo del regno in tutto il mondo (Mt 24,14; 26,13).
D’ora in avanti è per tutti tempo di decisione e di conversione.
La conversione è il punto di partenza della vita cristiana: i racconti di chiamata che seguono devono essere letti come esempi di ciò che la conversione può esigere dall’uomo. La conversione al regno dei cieli si realizza nel seguire Gesù e nell’entrare nella comunità dei discepoli che si stanno raccogliendo attorno a lui.
Le folle che seguono Gesù formano l’uditorio del discorso della montagna che segue nei cap. 5-7. Matteo ci presenta Gesù come il primo missionario e l’esempio di tutti i futuri missionari. In lui parola e azione procedono insieme. Il suo annuncio riguarda sempre il regno dei cieli, ossia ciò che Dio ha fatto e farà per la salvezza degli uomini. L’attività intensa svolta da Gesù in Galilea consegue un triplice risultato: la sua fama si diffonde, la gente porta a lui i suoi malati, affluiscono grandi folle.
Tutta la miseria del suo popolo sta lì davanti a lui ed egli offre la sua salvezza a tutti i bisognosi. L’annuncio del vangelo del regno dei cieli è soprattutto a favore dei poveri e dei sofferenti.
Gesù s’impegna totalmente nella liberazione dell’uomo da tutte le sue miserie.
Padre Lino Pedron
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Padre Lino Pedron
Preghiera del mattino del 7/I/2013
Signore, quale luce hanno contemplato i Magi?
Hanno visto qualcosa di più luminoso dello scintillare degli astri nel loro meraviglioso movimento, per prostrarsi davanti al bambino e adorarlo, deponendo ai suoi piedi tutti i tesori dell'Oriente?
"Donne, che cosa avete visto per via?", verrà chiesto alle prime testimoni della risurrezione.
E voi, Magi, che scrutate i misteri leggendoli nell'infinito del cielo, che cosa avete visto a Betlemme se non l'incomparabile biancore del Figlio che è l'Agnello di Dio?
Innocenza infinitamente più splendente della più splendente delle stelle.
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Hanno visto qualcosa di più luminoso dello scintillare degli astri nel loro meraviglioso movimento, per prostrarsi davanti al bambino e adorarlo, deponendo ai suoi piedi tutti i tesori dell'Oriente?
"Donne, che cosa avete visto per via?", verrà chiesto alle prime testimoni della risurrezione.
E voi, Magi, che scrutate i misteri leggendoli nell'infinito del cielo, che cosa avete visto a Betlemme se non l'incomparabile biancore del Figlio che è l'Agnello di Dio?
Innocenza infinitamente più splendente della più splendente delle stelle.
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domenica 6 gennaio 2013
Eccellente la tua bontà
Ho sperato nella tua misericordia eterna.
Quanto eccellente è la tua bontà, Signore; se ho speranza, è nella tua misericordia.
Non permettere che io resti confuso; in tanti ti supplichiamo: ricordati di tutti, Signore, sempre; abbi pietà di tutti, Signore dell’universo, riconciliati con ognuno di noi.
Dona pace alle masse del tuo popolo; stempera le offese; abroga le guerre; blocca al loro sorgere le ideologie.
Pace e amore concedili tu a noi, Dio, nostro Salvatore, speranza di tutti i confini della terra.
Card J.H. Newman
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Quanto eccellente è la tua bontà, Signore; se ho speranza, è nella tua misericordia.
Non permettere che io resti confuso; in tanti ti supplichiamo: ricordati di tutti, Signore, sempre; abbi pietà di tutti, Signore dell’universo, riconciliati con ognuno di noi.
Dona pace alle masse del tuo popolo; stempera le offese; abroga le guerre; blocca al loro sorgere le ideologie.
Pace e amore concedili tu a noi, Dio, nostro Salvatore, speranza di tutti i confini della terra.
Card J.H. Newman
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Dirigi i nostri passi
O Gesù,
Signore di chi non elude la croce
cosciente della propria debolezza
affidato alla potenza dello Spirito!
Concedi alla nostra fede
di non barricarsi in una saggezza umana,
ma di lasciarsi costruire dal suo Signore.
Strappaci dai nodi dell’orgoglio
e guidaci per i sentieri del tuo amore.
Dirigi i nostri passi,
purifica la nostra vita,
affinché le tue vie siano le nostre.
Su queste strade incontreremo
i poveri, i prigionieri, gli oppressi,
i ciechi e i malati, chi non ha voce.
Ricevere con loro il Vangelo,
la libertà, la guarigione e la parola,
è follia per l’efficientismo del mondo!
Sì, è follia:
la follia del tuo amore vittorioso,
che non si accontenta di parole,
ma risuscita, accompagna
e salva per i secoli eterni.
PIERRE GRIOLET
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Signore di chi non elude la croce
cosciente della propria debolezza
affidato alla potenza dello Spirito!
Concedi alla nostra fede
di non barricarsi in una saggezza umana,
ma di lasciarsi costruire dal suo Signore.
Strappaci dai nodi dell’orgoglio
e guidaci per i sentieri del tuo amore.
Dirigi i nostri passi,
purifica la nostra vita,
affinché le tue vie siano le nostre.
Su queste strade incontreremo
i poveri, i prigionieri, gli oppressi,
i ciechi e i malati, chi non ha voce.
Ricevere con loro il Vangelo,
la libertà, la guarigione e la parola,
è follia per l’efficientismo del mondo!
Sì, è follia:
la follia del tuo amore vittorioso,
che non si accontenta di parole,
ma risuscita, accompagna
e salva per i secoli eterni.
PIERRE GRIOLET
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Siamo venuti dall’oriente per adorare il re
Mt 2,1-12
Nato Gesù a Betlemme di Giudea, al tempo del re Erode, ecco, alcuni Magi vennero da oriente a Gerusalemme e dicevano: «Dov'è colui che è nato, il re dei Giudei? Abbiamo visto spuntare la sua stella e siamo venuti ad adorarlo». All'udire questo, il re Erode restò turbato e con lui tutta Gerusalemme. Riuniti tutti i capi dei sacerdoti e gli scribi del popolo, si informava da loro sul luogo in cui doveva nascere il Cristo. Gli risposero: «A Betlemme di Giudea, perché così è scritto per mezzo del profeta: E tu, Betlemme, terra di Giuda, non sei davvero l'ultima delle città principali di Giuda: da te infatti uscirà un capo che sarà il pastore del mio popolo, Israele». Allora Erode, chiamati segretamente i Magi, si fece dire da loro con esattezza il tempo in cui era apparsa la stella e li inviò a Betlemme dicendo: «Andate e informatevi accu ratamente sul bambino e, quando l'avrete trovato, fatemelo sapere, perché anch'io venga ad adorarlo». Udito il re, essi partirono. Ed ecco, la stella, che avevano visto spuntare, li precedeva, finché giunse e si fermò sopra il luogo dove si trovava il bambino. Al vedere la stella, provarono una gioia grandissima. Entrati nella casa, videro il bambino con Maria sua madre, si prostrarono e lo adorarono. Poi aprirono i loro scrigni e gli offrirono in dono oro, incenso e mirra. Avvertiti in sogno di non tornare da Erode, per un'altra strada fecero ritorno al loro paese.
La domanda dei magi: "Dov’è colui che è nato, il re dei giudei?" (v. 2) costituisce, forse, il tema principale del brano. Ciò che più meraviglia è il fatto che essa è formulata da persone estranee al popolo d’Israele, ancora lontane dalla salvezza, ma che presto prenderanno il posto del popolo eletto. I magi erano gli appartenenti alla casta sacerdotale della Persia. Più tardi, con questo nome furono designati i teologi, i filosofi e gli scienziati orientali. Essi con il loro viaggio a Betlemme anticipano e preannunciano la venuta dei popoli pagani al Vangelo.
Il valore cristologico di questo brano (Cristo, salvezza dei popoli) è il significato centrale che va salvaguardato sempre. Le altre spiegazioni moraleggianti o allegoriche, in particolare a proposito dei doni e del loro significato, valgono quello che valgono. Sono i pagani che, per primi, si muovono per la nascita del "re dei giudei" e vanno a cercarlo. Essi giungono naturalmente a Gerusalemme (cf. Is 60,3-6).
Lì i magi incontrano e interrogano gli ebrei e la loro storia sacra.
Questi attestano con sicurezza che le Scritture annunciano il Messia, ma non sono in grado di riconoscerlo nel Bambino di Betlemme. I giudei sono capaci di scrutare le Scritture e di scoprire il luogo della nascita del Messia predetto dal profeta, ma non fanno un passo per trovarlo, per mettersi almeno al seguito degli adoratori stranieri.
Il loro raduno nella reggia d’Erode sembra piuttosto un consiglio di guerra che una serena ricerca della volontà di Dio. La capitale messianica, la piccola Betlemme, minima tra le città di Giuda, fa ombra alla grande Gerusalemme; questa si lancerà con tutte le sue forze contro di lei, ma inutilmente: il Messia sfuggirà ai suoi attacchi.
Il comportamento d’Erode, dei sacerdoti, degli scribi e del popolo contro Gesù è lo stesso che le autorità e il popolo di Gerusalemme assumeranno contro il Cristo durante gli anni della sua vita pubblica e nei giorni della sua passione, morte e risurrezione. E lo stesso atteggiamento assumeranno contro i predicatori del vangelo e i continuatori della sua opera. Un doppio movimento antitetico percorre questo racconto: quello del rifiuto degli ebrei e quello dell’accoglienza dei pagani. Ritroveremo questa contrapposizione lungo tutto il vangelo. La salvezza dei pagani è una verità presente nell’Antico Testamento e nella tradizione giudaica (cf. Gen 12,3; Is 2,2-5; Sal 47),
Se ad Israele è dato di scoprire Dio attraverso la loro storia, i pagani devono venire a lui attraverso gli splendori della creazione (cf. Dt 4,15-20): gli astri narrano la gloria dell’unico Dio (cf. Sal 19,2-7) e rivelano la potenza del loro creatore (cf. Sap 13,1-9). Pare che qui Matteo si riferisca al racconto di Nm 22-24 e ne faccia un commento alla maniera dei targumim palestinesi, che sono traduzioni spiegate dell’Antico Testamento.
Sia nel Libro dei Numeri che in questo brano di Matteo, dei magi pagani incontrano un re straniero: Balac che vuole maledire il popolo di Dio (cf. Nm 22,11; 23,7), Erode che vuol far morire il re dei giudei (Mt 2,8). I magi però, nei due casi, assumono un atteggiamento contrario alla volontà dei due re, benedicendo e adorando colui che dovevano condannare (cf. Nm22,18; 23,8-9; Mt 2,11); inoltre annunciano una stella luminosa (cf. Nm 24,17; Mt 2,2) e se ne tornano ai loro paesi tranquilli e contenti (cf. Nm 24,25; Mt 2,12). Matteo vuole associare i pagani, fin dall’inizio della vita di Gesù, all’instaurazione del regno universale di Dio. Gesù è la luce che illumina i popoli (cf. Is 9,1-5; 60,1-6); è la sapienza che sorpassa quella di Salomone e attira a sé tutti i re e i sapienti della terra (cf. 1Re 10,1-13; 4,14).
La venuta dei pagani comporta il riconoscimento del dominio universale del Cristo. Ma come si è già detto, per Matteo è importante il contrasto che la venuta dei magi crea con il rifiuto degli ebrei: la salvezza accettata da chi viene da lontano, è trascurata dai vicini (cf Mt 8,11-12; 22,1-14).
I magi ricevono in sogno l’avvertimento di non tornare più da Erode. Essi sono esperti anche nell’interpretazione dei sogni. Questi uomini di Dio, ubbidienti, "per un’altra strada fecero ritorno al loro paese" (v. 12).
Padre Lino Pedron
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Nato Gesù a Betlemme di Giudea, al tempo del re Erode, ecco, alcuni Magi vennero da oriente a Gerusalemme e dicevano: «Dov'è colui che è nato, il re dei Giudei? Abbiamo visto spuntare la sua stella e siamo venuti ad adorarlo». All'udire questo, il re Erode restò turbato e con lui tutta Gerusalemme. Riuniti tutti i capi dei sacerdoti e gli scribi del popolo, si informava da loro sul luogo in cui doveva nascere il Cristo. Gli risposero: «A Betlemme di Giudea, perché così è scritto per mezzo del profeta: E tu, Betlemme, terra di Giuda, non sei davvero l'ultima delle città principali di Giuda: da te infatti uscirà un capo che sarà il pastore del mio popolo, Israele». Allora Erode, chiamati segretamente i Magi, si fece dire da loro con esattezza il tempo in cui era apparsa la stella e li inviò a Betlemme dicendo: «Andate e informatevi accu ratamente sul bambino e, quando l'avrete trovato, fatemelo sapere, perché anch'io venga ad adorarlo». Udito il re, essi partirono. Ed ecco, la stella, che avevano visto spuntare, li precedeva, finché giunse e si fermò sopra il luogo dove si trovava il bambino. Al vedere la stella, provarono una gioia grandissima. Entrati nella casa, videro il bambino con Maria sua madre, si prostrarono e lo adorarono. Poi aprirono i loro scrigni e gli offrirono in dono oro, incenso e mirra. Avvertiti in sogno di non tornare da Erode, per un'altra strada fecero ritorno al loro paese.
La domanda dei magi: "Dov’è colui che è nato, il re dei giudei?" (v. 2) costituisce, forse, il tema principale del brano. Ciò che più meraviglia è il fatto che essa è formulata da persone estranee al popolo d’Israele, ancora lontane dalla salvezza, ma che presto prenderanno il posto del popolo eletto. I magi erano gli appartenenti alla casta sacerdotale della Persia. Più tardi, con questo nome furono designati i teologi, i filosofi e gli scienziati orientali. Essi con il loro viaggio a Betlemme anticipano e preannunciano la venuta dei popoli pagani al Vangelo.
Il valore cristologico di questo brano (Cristo, salvezza dei popoli) è il significato centrale che va salvaguardato sempre. Le altre spiegazioni moraleggianti o allegoriche, in particolare a proposito dei doni e del loro significato, valgono quello che valgono. Sono i pagani che, per primi, si muovono per la nascita del "re dei giudei" e vanno a cercarlo. Essi giungono naturalmente a Gerusalemme (cf. Is 60,3-6).
Lì i magi incontrano e interrogano gli ebrei e la loro storia sacra.
Questi attestano con sicurezza che le Scritture annunciano il Messia, ma non sono in grado di riconoscerlo nel Bambino di Betlemme. I giudei sono capaci di scrutare le Scritture e di scoprire il luogo della nascita del Messia predetto dal profeta, ma non fanno un passo per trovarlo, per mettersi almeno al seguito degli adoratori stranieri.
Il loro raduno nella reggia d’Erode sembra piuttosto un consiglio di guerra che una serena ricerca della volontà di Dio. La capitale messianica, la piccola Betlemme, minima tra le città di Giuda, fa ombra alla grande Gerusalemme; questa si lancerà con tutte le sue forze contro di lei, ma inutilmente: il Messia sfuggirà ai suoi attacchi.
Il comportamento d’Erode, dei sacerdoti, degli scribi e del popolo contro Gesù è lo stesso che le autorità e il popolo di Gerusalemme assumeranno contro il Cristo durante gli anni della sua vita pubblica e nei giorni della sua passione, morte e risurrezione. E lo stesso atteggiamento assumeranno contro i predicatori del vangelo e i continuatori della sua opera. Un doppio movimento antitetico percorre questo racconto: quello del rifiuto degli ebrei e quello dell’accoglienza dei pagani. Ritroveremo questa contrapposizione lungo tutto il vangelo. La salvezza dei pagani è una verità presente nell’Antico Testamento e nella tradizione giudaica (cf. Gen 12,3; Is 2,2-5; Sal 47),
Se ad Israele è dato di scoprire Dio attraverso la loro storia, i pagani devono venire a lui attraverso gli splendori della creazione (cf. Dt 4,15-20): gli astri narrano la gloria dell’unico Dio (cf. Sal 19,2-7) e rivelano la potenza del loro creatore (cf. Sap 13,1-9). Pare che qui Matteo si riferisca al racconto di Nm 22-24 e ne faccia un commento alla maniera dei targumim palestinesi, che sono traduzioni spiegate dell’Antico Testamento.
Sia nel Libro dei Numeri che in questo brano di Matteo, dei magi pagani incontrano un re straniero: Balac che vuole maledire il popolo di Dio (cf. Nm 22,11; 23,7), Erode che vuol far morire il re dei giudei (Mt 2,8). I magi però, nei due casi, assumono un atteggiamento contrario alla volontà dei due re, benedicendo e adorando colui che dovevano condannare (cf. Nm22,18; 23,8-9; Mt 2,11); inoltre annunciano una stella luminosa (cf. Nm 24,17; Mt 2,2) e se ne tornano ai loro paesi tranquilli e contenti (cf. Nm 24,25; Mt 2,12). Matteo vuole associare i pagani, fin dall’inizio della vita di Gesù, all’instaurazione del regno universale di Dio. Gesù è la luce che illumina i popoli (cf. Is 9,1-5; 60,1-6); è la sapienza che sorpassa quella di Salomone e attira a sé tutti i re e i sapienti della terra (cf. 1Re 10,1-13; 4,14).
La venuta dei pagani comporta il riconoscimento del dominio universale del Cristo. Ma come si è già detto, per Matteo è importante il contrasto che la venuta dei magi crea con il rifiuto degli ebrei: la salvezza accettata da chi viene da lontano, è trascurata dai vicini (cf Mt 8,11-12; 22,1-14).
I magi ricevono in sogno l’avvertimento di non tornare più da Erode. Essi sono esperti anche nell’interpretazione dei sogni. Questi uomini di Dio, ubbidienti, "per un’altra strada fecero ritorno al loro paese" (v. 12).
Padre Lino Pedron
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Padre Lino Pedron
sabato 5 gennaio 2013
Tu sei il Figlio di Dio, tu sei il re d’Israele
Gv 1,43-51
Il giorno dopo Gesù volle partire per la Galilea; trovò Filippo e gli disse: «Seguimi!». Filippo era di Betsàida, la città di Andrea e di Pietro. Filippo trovò Natanaéle e gli disse: «Abbiamo trovato colui del quale hanno scritto Mosè, nella Legge, e i Profeti: Gesù, il figlio di Giuseppe, di Nàzaret». Natanaele gli disse: «Da Nàzaret può venire qualcosa di buono?». Filippo gli rispose: «Vieni e vedi». Gesù intanto, visto Natanaéle che gli veniva incontro, disse di lui: «Ecco davvero un Israelita in cui non c'è falsità». Natanaele gli domandò: «Come mi conosci?». Gli rispose Gesù: «Prima che Filippo ti chiamasse, io ti ho visto quando eri sotto l'albero di fichi». Gli replicò Natanaéle: «Rabbì, tu sei il Figlio di Dio, tu sei il re d'Israele!». Gli rispose Gesù: «Perché ti ho detto che ti avevo visto sotto l'albero di fichi, tu credi? Vedrai cose più grandi di queste!». Poi gli disse: «In verità, in verità io vi dico: vedrete il cielo aperto e gli angeli di Dio salire e scendere sopra il Figlio dell'uomo».
Come Andrea ha trovato Simone, così Filippo trova Natanaéle. Ed entrambi esprimono la loro gioia: "Abbiamo trovato!". Queste "vocazioni" sono soprattutto il risultato della comunicazione reciproca fra i primi discepoli.
Gesù regge le fila di tutta questa storia: si parla di lui, si viene da lui e si va a lui. Egli è presente soprattutto per dare spazio al gioco delle libertà umane che egli anima. Filippo incontra Natanaéle e comunica all’amico l’esperienza fatta incontrando il Messia nella persona di Gesù.
L’annuncio di Filippo si fonda sulla Scrittura. Egli riconosce in Gesù l’atteso d’Israele, colui nel quale si compie la promessa fatta ai Padri di suscitare in Israele un profeta come Mosè (cf. Dt 18,18-19).
La reazione di Natanaéle esprime il suo scetticismo: il Messia non può avere la sua patria in un villaggio insignificante come Nazaret. Siamo di fronte allo scandalo di sempre, che tutti coloro che non sono ancora giunti alla fede sollevano di fronte alla persona di un Dio che si fa uomo come noi. Siamo di fronte alla logica evangelica del piccolo segno da cui deriva il massimo bene, che è nascosto all’uomo che si ritiene sicuro di sé in questo mondo. Filippo non tenta di chiarire o risolvere il dubbio dell’amico ma cerca di invitarlo ad un’esperienza personale con il Maestro, la stessa da lui vissuta in precedenza e che ha cambiato la sua vita.
Solo la fede è capace di far superare i motivi di scandalo e d’autosufficienza umana. Gesù fa l’elogio di Natanaéle presentandolo come un autentico israelita senza doppiezza. Egli conosce bene Natanaéle anche se lo incontra per la prima volta, perché conosce tutti (cf. Gv 2,24) e sa ciò che vi è nell’uomo (cf. Gv 2,25).
L’espressione rabbinica: "Essere seduti sotto il fico" significa "studiare la Scrittura" (cf. Abba b. Kahana: Midrash a Ct 4,4). Con l’espressione: "Ti ho visto quando eri sotto il fico" (v. 48), Gesù vuol far capire a Natanaéle l’acutezza della sua conoscenza sovrumana. La reazione di Natanaéle è una professione pubblica di fede nella messianicità di Gesù.
Le cose maggiori promesse da Gesù sono concretizzate nella visione degli angeli che scendono e salgono sul Figlio dell’uomo. Con questa frase finale del v. 51, Gesù allude al Libro della Genesi 28,12. Egli promette una teofania, cioè una manifestazione di Dio, simile a quella avvenuta a Betel.
Difatti sta per rivelare la sua gloria con il segno di Cana (Gv 2,11), anticipo della rivelazione suprema che avverrà con la sua morte e risurrezione (cf. Gv 17,1). "Il Figlio dell’uomo è il "luogo" della piena rivelazione di Dio (Betel), in cui Dio svela la sua gloria a coloro che guardano con l’occhio della fede" (Schnackenburg).
Padre Lino Pedron
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Il giorno dopo Gesù volle partire per la Galilea; trovò Filippo e gli disse: «Seguimi!». Filippo era di Betsàida, la città di Andrea e di Pietro. Filippo trovò Natanaéle e gli disse: «Abbiamo trovato colui del quale hanno scritto Mosè, nella Legge, e i Profeti: Gesù, il figlio di Giuseppe, di Nàzaret». Natanaele gli disse: «Da Nàzaret può venire qualcosa di buono?». Filippo gli rispose: «Vieni e vedi». Gesù intanto, visto Natanaéle che gli veniva incontro, disse di lui: «Ecco davvero un Israelita in cui non c'è falsità». Natanaele gli domandò: «Come mi conosci?». Gli rispose Gesù: «Prima che Filippo ti chiamasse, io ti ho visto quando eri sotto l'albero di fichi». Gli replicò Natanaéle: «Rabbì, tu sei il Figlio di Dio, tu sei il re d'Israele!». Gli rispose Gesù: «Perché ti ho detto che ti avevo visto sotto l'albero di fichi, tu credi? Vedrai cose più grandi di queste!». Poi gli disse: «In verità, in verità io vi dico: vedrete il cielo aperto e gli angeli di Dio salire e scendere sopra il Figlio dell'uomo».
Come Andrea ha trovato Simone, così Filippo trova Natanaéle. Ed entrambi esprimono la loro gioia: "Abbiamo trovato!". Queste "vocazioni" sono soprattutto il risultato della comunicazione reciproca fra i primi discepoli.
Gesù regge le fila di tutta questa storia: si parla di lui, si viene da lui e si va a lui. Egli è presente soprattutto per dare spazio al gioco delle libertà umane che egli anima. Filippo incontra Natanaéle e comunica all’amico l’esperienza fatta incontrando il Messia nella persona di Gesù.
L’annuncio di Filippo si fonda sulla Scrittura. Egli riconosce in Gesù l’atteso d’Israele, colui nel quale si compie la promessa fatta ai Padri di suscitare in Israele un profeta come Mosè (cf. Dt 18,18-19).
La reazione di Natanaéle esprime il suo scetticismo: il Messia non può avere la sua patria in un villaggio insignificante come Nazaret. Siamo di fronte allo scandalo di sempre, che tutti coloro che non sono ancora giunti alla fede sollevano di fronte alla persona di un Dio che si fa uomo come noi. Siamo di fronte alla logica evangelica del piccolo segno da cui deriva il massimo bene, che è nascosto all’uomo che si ritiene sicuro di sé in questo mondo. Filippo non tenta di chiarire o risolvere il dubbio dell’amico ma cerca di invitarlo ad un’esperienza personale con il Maestro, la stessa da lui vissuta in precedenza e che ha cambiato la sua vita.
Solo la fede è capace di far superare i motivi di scandalo e d’autosufficienza umana. Gesù fa l’elogio di Natanaéle presentandolo come un autentico israelita senza doppiezza. Egli conosce bene Natanaéle anche se lo incontra per la prima volta, perché conosce tutti (cf. Gv 2,24) e sa ciò che vi è nell’uomo (cf. Gv 2,25).
L’espressione rabbinica: "Essere seduti sotto il fico" significa "studiare la Scrittura" (cf. Abba b. Kahana: Midrash a Ct 4,4). Con l’espressione: "Ti ho visto quando eri sotto il fico" (v. 48), Gesù vuol far capire a Natanaéle l’acutezza della sua conoscenza sovrumana. La reazione di Natanaéle è una professione pubblica di fede nella messianicità di Gesù.
Le cose maggiori promesse da Gesù sono concretizzate nella visione degli angeli che scendono e salgono sul Figlio dell’uomo. Con questa frase finale del v. 51, Gesù allude al Libro della Genesi 28,12. Egli promette una teofania, cioè una manifestazione di Dio, simile a quella avvenuta a Betel.
Difatti sta per rivelare la sua gloria con il segno di Cana (Gv 2,11), anticipo della rivelazione suprema che avverrà con la sua morte e risurrezione (cf. Gv 17,1). "Il Figlio dell’uomo è il "luogo" della piena rivelazione di Dio (Betel), in cui Dio svela la sua gloria a coloro che guardano con l’occhio della fede" (Schnackenburg).
Padre Lino Pedron
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Padre Lino Pedron
Abbiamo trovato il Messia
4/1/2013
Gv 1,35-42 Il giorno dopo Giovanni stava ancora là con due dei suoi discepoli e, fissando lo sguardo su Gesù che passava, disse: «Ecco l'agnello di Dio!». E i suoi due discepoli, sentendolo parlare così, seguirono Gesù. Gesù allora si voltò e, osservando che essi lo seguivano, disse loro: «Che cosa cercate?». Gli risposero: «Rabbì - che, tradotto, significa Maestro -, dove dimori?». Disse loro: «Venite e vedrete». Andarono dunque e videro dove egli dimorava e quel giorno rimasero con lui; erano circa le quattro del pomeriggio. Uno dei due che avevano udito le parole di Giovanni e lo avevano seguito, era Andrea, fratello di Simon Pietro. Egli incontrò per primo suo fratello Simone e gli disse: «Abbiamo trovato il Messia» - che si traduce Cristo - e lo condusse da Gesù. Fissando lo sguardo su di lui, Gesù disse: «Tu sei Simone, il figlio di Giovanni; sarai chiamato Cefa » - che significa Pietro.
Chi legge il vangelo di Giovanni rimane colpito fin dall'inizio dal mistero della persona di Gesù e della sua grande umanità, che colma e soddisfa le aspirazioni fondamentali dell'uomo.
Gesù, come ogni uomo, è conoscibile soprattutto dalle relazioni che si instaurano con lui e dal rapporto che egli ha con la singola persona. Il brano di oggi mette in luce il rapporto tra Gesù e i primi discepoli. Il testo presenta il fatto storico della loro chiamata e il messaggio teologico sulla fede che porta a seguire Gesù.
Giovanni vuole offrire ai suoi lettori i tratti caratteristici dell'essere discepolo, cioè la fede come esperienza vissuta nell'incontro e nell'adesione alla persona del Cristo. Gesù è il Rivelatore che il discepolo accoglie nella fede (cf. Gv 1,12; 20,29-31). Il Battista vede Gesù che cammina e, penetrando nell'intimo del cuore del Signore, lo indica ai suoi. La sua missione di precursore sta ormai per finire. Quando arriva lo sposo, l'amico delle sposo si deve ritirare (cf. Gv 3,29-30).
Il passaggio di Gesù indica al Battista che per lui è arrivata l'ora di fermarsi per lasciare il posto al Cristo. I due discepoli del Battista diventano discepoli di Gesù e si assumono anch'essi il compito di rendergli testimonianza, camminando dietro a lui. Essi rappresentano il passaggio dall'epoca dell'Antico Testamento, che ha il suo vertice e compimento nel Battista, al Nuovo Testamento, dove il regno di Dio arriva con Gesù.
Le prime parole che Gesù pronuncia nel vangelo di Giovanni sono la prima e fondamentale domanda che è rivolta ad ogni uomo che intenda seguire il Cristo: "Che cercate?" (v. 38; cf. 18,4; 20,15). Sono un invito per il discepolo a chiarire a se stesso che cosa cerca realmente nella vita. Con questa semplice domanda, Gesù scava nel cuore degli uomini, fa appello ai loro profondi desideri e fa emergere i loro pensieri più veri. Gesù bisogna cercarlo, perché egli si concede solo a chi lo cerca impegnando tutto se stesso. Il venire a Gesù, il vedere dove sta per rimanere con lui sono espressioni che contengono l'invito a fare una diretta esperienza personale con lui e descrivono un vero cammino di fede. E' essenziale sapere dove Gesù "vive", perché là dove Gesù è a casa sua, anche il discepolo troverà la propria dimora.
Il "luogo" dove sta Gesù è il Padre (cf. Gv 1,18; 12,45; 14,3-9; 17,6-11). Anche il discepolo deve collocarsi a partire da questo luogo (cf. Gv 12,26); deve "dimorare" presso Gesù.
L'uso del verbo "dimorare" nel vangelo di Giovanni indica la condizione essenziale per entrare gradualmente nel mistero di Cristo. L'incontro dei primi discepoli con Gesù è decisivo e avvia una presenza durevole, indicata dall'ora decima, che è "l'ora perfetta della storia del mondo" (cf. Filone, Vita di Mosè 1,96), l'ora del compimento, in cui si conclude la ricerca dei discepoli: l'incontro con Gesù.
I discepoli ora seguono Gesù non per impulso di altri, ma perché affascinati da un'esperienza personale.
Da questo momento, essi incominciano a chiamare altri a seguirlo. Il loro annuncio è la comunicazione di una certezza: Gesù è il Messia. Ogni chiamata riproduce sempre il loro itinerario spirituale di vita: annuncio, conoscenza ed esperienza diretta di Gesù. Così Andrea si fa guida del fratello Simone verso Gesù.
Egli, prima testimonia la sua fede, comunicando l'esperienza avuta con il Messia, poi stimola il fratello a vivere in prima persona l'esperienza che lui ha vissuto. Lo sguardo con cui il Maestro accoglie Simone è così profondo che basta a capovolgerne la vita.
Simone riceve il nome di Pietro dalla "Pietra spirituale" che è Cristo (cf 1Cor 10,4).
Padre Lino Pedron
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Padre Lino Pedron
Preghiera del mattino del 5/I/2013
Signore Gesù, dissipa le mie tenebre con la tua luce.
Guarda in fondo alla mia anima e cancella ogni ombra e macchia, perché veda la tua immagine specchiarsi in me.
Possa io riconoscere in te, mio Salvatore, l'immagine del Dio invisibile, il primogenito di tutta la creazione, perché anch'io gridi: "Tu sei il Figlio di Dio!".
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Guarda in fondo alla mia anima e cancella ogni ombra e macchia, perché veda la tua immagine specchiarsi in me.
Possa io riconoscere in te, mio Salvatore, l'immagine del Dio invisibile, il primogenito di tutta la creazione, perché anch'io gridi: "Tu sei il Figlio di Dio!".
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mercoledì 2 gennaio 2013
Messaggio di Medjugorje a Mirjana 2/1/2013
Cari figli,
con molto amore e pazienza, cerco di rendere i vostri cuori simili al mio Cuore.
Cerco di insegnarvi, col mio esempio, l'umiltà, la sapienza e l'amore, perché ho bisogno di voi, non posso senza di voi, figli miei.
Secondo la volontà di Dio vi scelgo, secondo la sua forza vi rinvigorisco.
Perciò, figli miei, non abbiate paura di aprirmi i vostri cuori.
Io li darò a mio Figlio ed Egli, in cambio, vi donerà la pace divina.
Voi lo porterete a tutti coloro che incontrate, testimonierete l'amore di Dio con la vita e, tramite voi stessi, donerete mio Figlio.
Attraverso la riconciliazione, il digiuno e la preghiera, io vi guiderò.
Immenso è il mio amore.
Non abbiate paura!
Figli miei, pregate per i pastori.
Che le vostre labbra siano chiuse ad ogni condanna, perché non dimenticate: mio Figlio li ha scelti, e solo Lui ha il diritto di giudicare.
Vi ringrazio.
......
con molto amore e pazienza, cerco di rendere i vostri cuori simili al mio Cuore.
Cerco di insegnarvi, col mio esempio, l'umiltà, la sapienza e l'amore, perché ho bisogno di voi, non posso senza di voi, figli miei.
Secondo la volontà di Dio vi scelgo, secondo la sua forza vi rinvigorisco.
Perciò, figli miei, non abbiate paura di aprirmi i vostri cuori.
Io li darò a mio Figlio ed Egli, in cambio, vi donerà la pace divina.
Voi lo porterete a tutti coloro che incontrate, testimonierete l'amore di Dio con la vita e, tramite voi stessi, donerete mio Figlio.
Attraverso la riconciliazione, il digiuno e la preghiera, io vi guiderò.
Immenso è il mio amore.
Non abbiate paura!
Figli miei, pregate per i pastori.
Che le vostre labbra siano chiuse ad ogni condanna, perché non dimenticate: mio Figlio li ha scelti, e solo Lui ha il diritto di giudicare.
Vi ringrazio.
......
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