sabato 8 dicembre 2012

Ecco concepirai un figlio e lo darai alla luce

Lc 1,26-38 
Al sesto mese, l'angelo Gabriele fu mandato da Dio in una città della Galilea, chiamata Nàzaret, a una vergine, promessa sposa di un uomo della casa di Davide, di nome Giuseppe. La vergine si chiamava Maria. Entrando da lei, disse: «Rallégrati, piena di grazia: il Signore è con te». A queste parole ella fu molto turbata e si domandava che senso avesse un saluto come questo. L'angelo le disse: «Non temere, Maria, perché hai trovato grazia presso Dio. Ed ecco, concepirai un figlio, lo darai alla luce e lo chiamerai Gesù. Sarà grande e verrà chiamato Figlio dell'Altissimo; il Signore Dio gli darà il trono di Davide suo padre e regnerà per sempre sulla casa di Giacobbe e il suo regno non avrà fine». Allora Maria disse all'angelo: «Come avverrà questo, poiché non conosco uomo?». Le rispose l'angelo: «Lo Spirito Santo scenderà su di te e la potenza dell'Altissimo ti coprirà con la sua ombra. Perciò colui che nascerà sarà santo e sarà chiamato Figlio di Dio. Ed ecco, Elisabetta, tua parente, nella sua vecchiaia ha concepito anch'essa un figlio e questo è il sesto mese per lei, che era detta sterile: nulla è impossibile a Dio». Allora Maria disse: «Ecco la serva del Signore: avvenga per me secondo la tua parola». E l'angelo si allontanò da lei. 

Nell’annunciazione di Giovanni Battista l’angelo Gabriele va al tempio di Gerusalemme. Nell’annunciazione di Gesù l’angelo va a Nazaret, territorio che era ritenuto pagano e trascurato da Dio, quella Galilea dalla quale "non era sorto alcun profeta" (Gv 7,52). 
Natanaéle si chiede: "Può venire qualcosa di buono da Nazaret?" (Gv 1,46). Dio sceglie ciò che non ha appariscenza, ciò che è umile e disprezzato dagli uomini. La legge dell’incarnazione è questa: "Gesù annientò se stesso…umiliò se stesso" (Fil 2,7-8). 
Ma a Gerusalemme, nel tempio, nel culto solenne, nel sacerdote che presiede la celebrazione Dio non trova la fede, cioè non trova amore, ubbidienza e accoglienza. A Nazaret invece, nella Galilea dei pagani, lontana dal tempio e dal culto, trova una fanciulla sconosciuta, la Maria, piena di grazia, di fede e di disponibilità. 
Nell’Antico Testamento Dio abita nel tempio, nel Nuovo elegge la sua dimora tra gli uomini (Gv 1,14). Maria è il nuovo tempio, la nuova città santa, il popolo nuovo in mezzo al quale prende dimora Dio. Il nome di Gesù significa: Dio salva. "Jahvé, il tuo Dio, è dentro di te, potente salvatore" (Sof 3,17). Il nome nuovo che Maria riceve: "Piena-di-grazia" è l’investitura per una particolare missione nel piano di Dio, destinata a modificare la sua vita e il corso intero della storia. 
L’espressione "il Signore è con te" indica la protezione e l’assistenza che Dio le accorda in vista del compito che è destinata ad assolvere. Il turbamento di cui parla il vangelo (v. 29) indica la presenza di Dio e sottolinea l’origine divina della comunicazione che Maria riceve, ed è segno che le parole dell’angelo sono piene di mistero. Maria cerca di capirne il significato ponendosi delle domande, ma inutilmente. Alla fine deve chiederne la spiegazione all’angelo. 
L’angelo dà la spiegazione di ciò che ha affermato nel saluto iniziale. La grazia accordata a Maria è la nascita miracolosa di un figlio. Dio attuerà il suo disegno intervenendo con la potenza del suo Spirito. Le perplessità di Maria alle parole dell’angelo riecheggiano quelle di Abramo all’annuncio della nascita di suo figlio (Gen 18,14). 
La fede in Dio che può operare meraviglie e cose impossibili all’uomo, ha salvato dall’incredulità Abramo; la stessa fede salva Maria (v. 37). "Servi di Dio" sono coloro che hanno ricevuto una missione particolarmente importante e contemporaneamente danno prova di disponibilità, di remissività e di fede. Sulla bocca di Maria l’espressione "serva del Signore" riassume la sua missione e il coraggio con cui ha accettato l’invito divino che dà un significato nuovo e inatteso alla sua vita. "Serva del Signore" è il nome che ella stessa si attribuisce dopo quello datole dai genitori: Maria, e quello annunciatole dall’angelo: Piena-di-grazia. 
Maria è la serva del Signore perché accetta umilmente il disegno di Dio, anche se non riesce a comprenderne tutta la portata L’espressione "avvenga a me", nel testo originale greco, è una forma verbale chiamata ottativo e contiene in sé un desiderio ardente e un entusiasmo vivo di vedere attuato quanto le è stato proposto. 
Maria ci insegna che la volontà di Dio va accolta con fede ed eseguita con gioia. 
Padre Lino Pedron
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Preghiera del mattino del 8/XII/2012

Vergine Maria, ti riconosco Madre di Gesù e Madre mia. 
Ti ringrazio per il sì con cui hai accolto il Salvatore, pronunciandolo anche per me. 
Ti ringrazio perché sei rimasta fedele al tuo Figlio fino alla sua morte di croce e hai aderito al suo sacrificio anche a nome mio. 
Grazie perché nel cenacolo, unita agli Apostoli, hai chiesto e ottenuto di ricevere il dono dello Spirito Santo che un giorno sarebbe stato riversato su di me. 
Prego oggi che il popolo nato dal tuo amore e dalla tua fede e che ti proclama beata, porti il dono del Figlio tuo fino ai confini della terra, per l'avvento del suo regno, a gloria del Padre, per la potenza dello Spirito Santo. 
Amen!
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venerdì 7 dicembre 2012

Questo nuovo giorno

Questo nuovo giorno sia veramente tuo, 
da te condotto nella mia vita, 
secondo la tua volontà.
Che io sia guidata per mano da te. 
A te affido quanto ho di più caro: 
la famiglia, la vera amicizia, 
il lavoro, le mie responsabilità, 
i miei problemi, le mie sofferenze, 
la mia città, la mia patria.
Affido a te la mia fede debole, 
il mio coraggio incerto,
la mia fiducia spenta,
la mia volontà stanca,
il mio cammino disorientato.
Dammi tu l'energia per vivere con dignità, 
per affrontare e superare le difficoltà 
con coerenza e con coraggio.
Fammi, Signore,
strumento di pace dovunque sarò, 
con chiunque mi incontrerò, 
e in qualunque vicenda verrò a trovarmi. 
Signore, sento che tu mi stai dicendo: 
«Buon giorno!».
Grazie! Signore!
E questo l'unico augurio 
di cui ho veramente bisogno, 
non solo perché sincero, 
ma perché onnipotente!
FRANCA ANGELINI

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So di essere amato

Cristo, so di essere amato per quello che è propriamente mio: la mia povertà;
e sento il bisogno di amare per quanto in proporzione mi venne e mi viene ogni giorno perdonato. 
Credo nell'inestimabile dono della libertà, che illumina ma non costringe.
So di portare dentro la presenza, il fermento di una speranza che va al di là della brevità della nostra giornata.

Sento che la vita ha un ordine di sacrificio a cui non ci si può rifiutare,  senza sentirsi colpevoli: 
la vita è un dovere, 
la vita è un costo, 
la vita è un impegno,
la vita bisogna guadagnarsela.

Mettiamo un attimo di silenzio e di raccoglimento sulla nostra giornata: 
un pochino di coraggio per poter mantenere fedeltà al proprio impegno quotidiano e alimentare quella lampada della speranza, senza la quale non è possibile vivere.

PRIMO MAZZOLARI

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"Andate.." il mondo attende Cristo

Signore Gesù! 
Eccoci pronti a partire
per annunciare ancora una volta 
il tuo vangelo al mondo, 
nel quale la tua arcana, 
ma amorosa provvidenza 
ci ha posti a vivere! 
Signore, 
prega, come hai promesso, 
il Padre, 
affinchè per mezzo tuo
ci mandi lo Spirito Santo, 
lo Spirito di verità e fortezza, 
lo Spirito di consolazione, 
che renda aperta, buona ed efficace, 
la nostra testimonianza. 
Sii con noi Signore, 
per renderci tutti uno in te e idonei, 
per tua virtù, a trasmettere al mondo 
la tua pace e la tua salvezza. 
Amen.
Paolo VI

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Gesù guarisce due ciechi che credono in lui

Mt 9,27-31 
Mentre Gesù si allontanava di là, due ciechi lo seguirono gridando: «Figlio di Davide, abbi pietà di noi!». Entrato in casa, i ciechi gli si avvicinarono e Gesù disse loro: «Credete che io possa fare questo?». Gli risposero: «Sì, o Signore!». Allora toccò loro gli occhi e disse: «Avvenga per voi secondo la vostra fede». E si aprirono loro gli occhi. Quindi Gesù li ammonì dicendo: «Badate che nessuno lo sappia!». Ma essi, appena usciti, ne diffusero la notizia in tutta quella regione. 

 La guarigione di questi due ciechi è concessa loro a motivo della loro fede. Essi invocano Gesù chiamandolo figlio di Davide. 
Dal Messia, figlio di Davide, il popolo d'Israele aspettava soprattutto aiuto e salvezza. I due ciechi gli ricordano questo suo compito. 
Isaia aveva elencato così i prodigi che avrebbero accompagnato la venuta di Dio salvatore: "Allora si apriranno gli occhi ai ciechi e si schiuderanno gli orecchi ai sordi. Allora lo zoppo salterà come un cervo, griderà di gioia la lingua del muto" (Is 35,5-6). 
Qui, come in tanti altri racconti di miracoli, la fede si esprime nella preghiera e il miracolo viene concesso come risposta alla preghiera fatta con fede. 
Il severo ammonimento dato da Gesù ai due ciechi guariti: "Badate che nessuno lo sappia!" doveva servire per evitare un'errata presentazione dell'identità del Cristo: egli non è solo il figlio di Davide, ma è anche il Figlio di Dio; non è venuto per instaurare il regno di Israele, ma il regno dei cieli. 
Padre Lino Pedron
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Preghiera del mattino del 7/XII/2012

Signore, che sei la fonte della luce e della sapienza, infondi sulle tenebre del mio intelletto il raggio del tuo splendore. 
Liberami dal peccato e dall'ignoranza. 
Disponi l'inizio, dirigi il progredire: portami sino al compimento. 
Amen 
(Liberamente tradotta dalla "Preghiera prima dello studio" di san Tommaso).
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giovedì 6 dicembre 2012

Non è forse questa una vita di continua orazione?

Santi, anormali?... È giunto il momento di sfatare questo pregiudizio. Dobbiamo insegnare, con la naturalezza soprannaturale dell'ascetica cristiana, che neppure i fenomeni mistici significano anormalità: è quella la natura propria di tali fenomeni..., così come altri processi psichici o fisiologici hanno la loro. (Solco, 559) 

Io mi riferisco alla vita interiore dei comuni cristiani, quelli che abitualmente si incontrano in piena strada, all'aria aperta: quelli che per la strada, nel lavoro, in famiglia e nei momenti di svago non perdono di vista Gesù per tutta la giornata. Non è forse questa una vita di continua orazione? E non hai forse compreso anche tu la necessità di essere anima di orazione, di avere con Dio un rapporto che ti deifichi? 
L'inizio non è facile; costa sforzo rivolgersi al Signore e ringraziarlo della sua pietà paterna e concreta verso di noi. Poi, a poco a poco — benché non sia cosa del sentimento — l'amore di Dio si fa tangibile come una traccia profonda nell'anima. È Cristo che ci segue amorosamente: Ecco, sto alla porta e busso. Come va la tua vita di orazione? Non senti a volte, durante il giorno, il desiderio di conversare con Lui, senza fretta? Ti càpita di dirgli ogni tanto: poi ti racconterò tutto, ne parleremo insieme? 
Nei momenti espressamente dedicati a tale colloquio col Signore, il cuore si apre, la volontà si irrobustisce, l'intelligenza — aiutata dalla grazia — imbeve di realtà soprannaturali le vicende umane. Come frutto, matureranno sempre propositi chiari e concreti di migliorare la tua condotta, di affinare la carità nel rapporto con tutti, di impegnarti a fondo — con lo zelo di un vero sportivo — nella lotta cristiana di amore e di pace. L'orazione diventa allora incessante, come il battito del cuore e il pulsare delle arterie. Senza questa presenza di Dio non c'è vita contemplativa; e senza vita contemplativa a ben poco serve lavorare per Cristo, perché se Dio non edifica la casa, invano si affaticano i suoi costruttori. (E' Gesù che passa, 8)
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Chi fa la volontà del Padre mio, entrerà nel regno dei cieli

Mt 7,21.24-27 
Non chiunque mi dice: «Signore, Signore», entrerà nel regno dei cieli, ma colui che fa la volontà del Padre mio che è nei cieli. Perciò chiunque ascolta queste mie parole e le mette in pratica, sarà simile a un uomo saggio, che ha costruito la sua casa sulla roccia. Cadde la pioggia, strariparono i fiumi, soffiarono i venti e si abbatterono su quella casa, ma essa non cadde, perché era fondata sulla roccia. Chiunque ascolta queste mie parole e non le mette in pratica, sarà simile a un uomo stolto, che ha costruito la sua casa sulla sabbia. Cadde la pioggia, strariparono i fiumi, soffiarono i venti e si abbatterono su quella casa, ed essa cadde e la sua rovina fu grande». 

Gesù ci insegna che la preghiera deve andare in perfetta sintonia con la pratica della vita cristiana. Se non si compie la volontà del Padre celeste, la preghiera non serve a nulla. 
La volontà del Padre è il suo disegno di salvezza. La preghiera richiesta da Gesù deve portare il cristiano a impegnarsi con entusiasmo e fino alla morte nell'opera della salvezza. 
Dio non sa cosa farsene delle belle parole di preghiera se non sono seguite dalle opere dell'amore. 
La dissociazione tra culto e vita è la malattia dei farisei (Mt 23,3-4). 
L'unico criterio di valutazione nel giudizio finale sarà quello delle opere di misericordia (Mt 25,31-46). 
Molto probabilmente Matteo polemizza con certi carismatici che avevano sempre sulle labbra in nome del Signore, ma non facevano mai nulla di utile per il prossimo. Nel giorno del giudizio non saremo giudicati sul folclore religioso o sulle azioni prodigiose; il giudizio verterà unicamente sull'attuazione della volontà del Padre che ha il suo centro nell'amore fattivo per il prossimo (Mt 25,31-46). 
Nella parabola (vv.24-27) viene riassunto il significato di tutto il discorso della montagna. Non basta ascoltare le parole di Gesù, bisogna anche metterle in pratica. La roccia che dà stabilità al cristiano è Cristo. La parabola ci indica le due condizioni necessarie perché la vita cristiana risulti solida: deve fondarsi su Cristo e passare dalle parole ai fatti. 
Non c'è vera adesione a Cristo senza l'impegno morale. 
Il fondamento sicuro della vita cristiana è la pratica degli insegnamenti di Gesù. L'ascolto è necessario, ma quel che più conta è l'esecuzione di ciò che è stato ascoltato. Nei vv. 28-29 Gesù ci viene presentato come il Maestro che nel discorso della montagna ha dato l'interpretazione autorevole e definitiva della volontà di Dio. Le direttive del discorso della montagna devono provocare cambiamenti diretti a salvare la famiglia, a superare la menzogna, l'odio, la violenza e la guerra nel mondo. 
L'insegnamento di Gesù si differenzia da quello degli scribi perché egli non ripete ciò che hanno detto i maestri del passato, ma parla in nome proprio: "Avete inteso che fu detto agli antichi... E dunque io vi dico" (Mt 5,21-22; ecc.). Egli ha ricevuto dal Padre l'autorità su tutto l'universo (Mt 28,16). 
Gesù non è solamente un esegeta della Legge e dei Profeti, ma l'esegesi, il compimento della Legge e dei Profeti. 
Coloro che hanno capito che Gesù è l'adempimento definitivo di tutto l'agire di Dio possono discendere con lui dalla montagna e seguirlo. 
Padre Lino Pedron
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Preghiera del mattino del 6/XII/2012

Gesù, sei la mia roccia, la mia forza, il mio baluardo, il mio scudo. 
Tutto ciò che è in me ti loda poiché tu ci hai fatto passare dalle tenebre alla tua luce mirabile. 
Benedetto sei tu per la tua Chiesa, fondata sulla pietra ferita del tuo corpo che emette sangue ed acqua. 
Sii lodato per questa ferita, per questa debolezza che ci comunica la forza e la vitalità. 
Anche oggi, nel deserto torrido della modernità, tu sei la roccia del tuo popolo. 
Tu accompagni il tuo popolo errante affinché possa gustare la dolcezza del tuo amore e non l'amarezza delle acque. 
Benedetti siano i successori di Pietro, le pietre su cui fondasti la tua Chiesa, affinché estendessero il tuo Corpo ovunque sulla terra.
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mercoledì 5 dicembre 2012

Il Signore ci soccorre e ci risolleva

Tu non puoi trattare nessuno senza misericordia: e, se ti sembra che una persona non sia degna di misericordia, devi pensare che neppure tu meriti nulla. — Non meriti di essere stato creato, né di essere cristiano, né di essere figlio di Dio, né di appartenere alla tua famiglia... (Forgia, 145) 

Sono rimaste bene impresse nella nostra mente, tra molte altre scene del Vangelo, la clemenza verso la donna adultera, la parabola del figliol prodigo, quella della pecora smarrita, quella del debitore perdonato, e la risurrezione del figlio della vedova di Nain. Quanti motivi di giustizia, per spiegare questo grande prodigio! È morto l'unico figlio di una povera vedova, colui che dava senso alla sua vita e poteva aiutarla nella sua vecchiaia. Ma Gesù non opera il miracolo per dovere di giustizia; lo fa per compassione, perché si commuove interiormente davanti al dolore umano. 
 Quanta sicurezza ci deve ispirare la misericordia del Signore! Invocherà da me aiuto e io ascolterò il suo grido, perché sono misericordioso. È un invito, una promessa che non mancherà di compiere. Accostiamoci dunque con piena fiducia al trono della grazia, per ricevere misericordia e trovare grazia ed essere aiutati al momento opportuno. Nulla potranno i nemici della nostra santificazione, perché la misericordia di Dio ci precede: e se — per nostra colpa e per nostra debolezza — cadiamo, il Signore ci soccorre e ci risolleva.Avevi imparato a evitare la negligenza, ad allontanare da te l'arroganza, ad acquistare la pietà, a non essere prigioniero delle cose mondane, a non preferire ciò che è caduco all'eterno. Dato però che la debolezza umana non può procedere con passo sicuro in un mondo sdrucciolevole, il buon medico ti ha indicato anche dei rimedi contro il disorientamento, e il giudice misericordioso non ti ha negato la speranza del perdono. (E' Gesù che passa, 7)
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Gesù guarisce molti malati e moltiplica i pani

Mt 15,29-37 
Gesù si allontanò di là, giunse presso il mare di Galilea e, salito sul monte, lì si fermò. Attorno a lui si radunò molta folla, recando con sé zoppi, storpi, ciechi, sordi e molti altri malati; li deposero ai suoi piedi, ed egli li guarì, tanto che la folla era piena di stupore nel vedere i muti che parlavano, gli storpi guariti, gli zoppi che camminavano e i ciechi che vedevano. E lodava il Dio d'Israele. Allora Gesù chiamò a sé i suoi discepoli e disse: «Sento compassione per la folla. Ormai da tre giorni stanno con me e non hanno da mangiare. Non voglio rimandarli digiuni, perché non vengano meno lungo il cammino». E i discepoli gli dissero: «Come possiamo trovare in un deserto tanti pani da sfamare una folla così grande?».Gesù domandò loro: «Quanti pani avete?». Dissero: «Sette, e pochi pesciolini». Dopo aver ordinato alla folla di sedersi per terra, prese i sette pani e i pesci, rese grazie, li spezzò e li dava ai discepoli, e i discepoli alla folla. Tutti mangiarono a sazietà. Portarono via i pezzi avanzati: sette sporte piene. 

Questo testo rimanda alle profezie di Isaia per il tempo messianico (Is 35,5-6). Solo una comunità risanata e liberata dai suoi mali può essere invitata alla festa messianica, anticipata nel segno del pane distribuito a tutti con abbondanza. 
Nel vangelo di Matteo il monte è il luogo della rivelazione di Dio, sia mediante la parola (5,1; 28,16), sia attraverso i gesti di soccorso (14,23). Gesù realizza qui quanto aveva promesso nel brano delle beatitudini: i poveri, gli afflitti e gli affamati trovano la consolazione e la sazietà. Egli ha compassione per il popolo che lo segue da tre giorni e ha esaurito le provviste di cibo. Questa compassione è attribuita spesso a Gesù dal vangelo di Matteo che lo presenta come il messia misericordioso. E' una commozione interna e viscerale, un sentire profondo e intenso che spinge Gesù a soccorrere il suo popolo mediante la missione dei dodici (9, 36), le guarigioni (14,13; 20,24) e la moltiplicazione del pane (14,14). 
La fame e la miseria sono un male, e Gesù comanda ai suoi discepoli di combatterle, segnalando loro con fatti concreti la direzione da seguire. Egli ha cominciato, i suoi discepoli devono portare a termine la sua opera. Se l'azione dei cristiani non distrugge i mali che tormentano la vita dell'uomo, non ricalca quella del Cristo. 
Gesù recita la benedizione sul pane, atto proprio del capofamiglia, che riconosce così Dio quale datore dei beni per il sostentamento dell'uomo. La sequenza dei verbi prendere, benedire, spezzare, dare costituisce la natura delle benedizioni ebraiche e allude all'ultima cena. 
I cristiani che partecipano alla cena del Signore o che rileggono il miracolo della moltiplicazione del pane sono chiamati a spezzare con Gesù il pane e la stessa vita per gli altri. Il cristiano, saziato dal Cristo, offrirà a tutti l'abbondanza dei beni ricevuti: la pace, la felicità, l'amicizia con Dio e con i propri fratelli. 
La beneficenza materiale e spirituale instaura il regno di Dio sulla terra. 
La Chiesa deve prendersi cura anche del benessere materiale degli uomini, e ciò si contrappone alle interpretazioni spiritualizzanti del cristianesimo. Nella pratica dovrebbe essere riscoperta l'unità del significato del pasto fraterno e del pasto eucaristico. 
Padre Lino Pedron
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Preghiera del mattino del 5/XII/2012

All'inizio di questa giornata, ti prego, o Signore, che ogni mio sentimento e ogni mia azione si esprima secondo il disegno di salvezza che mi hai affidato. 
La consapevolezza della mia incapacità non diventi la morsa che frena il mio anelito a te. 
Fa' che abbia sempre fiducia nel soccorso del tuo aiuto e della tua grazia.
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martedì 4 dicembre 2012

Implora la misericordia divina

Per ciascuno di noi, come per Lazzaro, fu proprio un “veni foras” — vieni fuori, a metterci in movimento. — Come fanno pena quelli che ancora permangono morti, e non conoscono il potere della misericordia di Dio! — Rinnova la tua santa gioia perché, di fronte all'uomo che si decompone senza Cristo, si alza l'uomo che è risorto con Lui. (Forgia, 476) 

E' cosa buona considerare le insidie di questi nemici dell'anima: il disordine della sensualità e della leggerezza superficiale; l'insipienza della ragione che si oppone al Signore; la presunzione altèra che rende sterile l'amore a Dio e alle creature. Tali situazioni dello spirito sono ostacoli evidenti, e il loro potere perturbatore è grande. Per questo la liturgia ci porta nell'introito ad implorare la misericordia divina: A te, Signore. elevo l'anima mia. Dio mio, in te, confido: non sia confuso! Non trionfino su di me i miei nemici. Nell'antifona dell'offertorio ripeteremo: Confido in te, che io non sia confuso! 
Ora che il tempo della salvezza è vicino, è consolante ascoltare dalle parole di san Paolo che quando si manifestarono la bontà di Dio, nostro Salvatore, e il suo amore per gli uomini, Egli ci ha salvati non in virtù di opere di giustizia da noi compiute, ma per la sua misericordia. 
Scorrendo la Sacra Scrittura scoprirete costantemente la presenza della misericordia di Dio: essa riempie la terra e si estende a tutti i suoi figli, super omnem carne: ci circonda, ci previene, si moltiplica, per venirci in aiuto, e costantemente viene riconfermata. Dio, venendoci incontro come Padre amoroso, ci accoglie nella sua misericordia: una misericordia soave, buona come le nuvole apportatrici di pioggia. Gesù completa e ricapitola tutta la storia della misericordia divina: Beati i misericordiosi, perché troveranno misericordia; e Ancora: Siate misericordiosi, come e misericordioso il vostro Padre Celeste. (E' Gesù che passa, 7)
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Strumentí della tua pace

Signore, fa' di noi
gli strumenti della tua pace.
Aiutaci: dove c'è l'odio, a portare l'amore.
Dove c'è l'offesa, a portare il perdono. 
Dove c'è la discordia, a portare l'unione. 
Dove c'è il dubbio, a portare la fede.
Aiutaci: dove ci sono le tenebre, 
a portare la luce.
Aiutaci: dove c'è la tristezza, 
a portare la gioia.
Signore, più che essere consolati, 
vogliamo consolare; 
più che essere compresi, 
vogliamo comprendere; 
più che essere amati, 
vogliamo amare.
È donando che si riceve, 
è dimenticandosi che ci si trova, 
è perdonando che si è perdonati,
è morendo che si risuscita 
all'eterna vita. 
Amen.
SAN FRANCESCO D'ASSISI

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Abbandono a Dio

Signore non so che cosa chiederti. 
Tu sei il solo a sapere ciò che mi occorre. 
Tu mi ami più di quanto io riesca ad amare me stesso. 
Concedi al tuo servo ciò che non sono 
in grado di chiedere per me stesso. 
Non oso chiedere nè la croce nè la consolazione. 
Da te solo dipendo.Il mio cuore ti apro. 
Tu vedi i bisogni che io ignoro. 
Vedi e agisci secondo la tua misericordia. 
Colpiscimi e guariscimi.Fammi cadere e risollevami. 
Riverisco la tua volontà e davanti a te resto in silenzio, 
davanti alla tua volontà, davanti alle tue sentenze 
insondabili. 
A te mi dono interamente. 
In me non vi è nè volontà nè desiderio, 
se non il desiderio di fare la tua volontà. 
Insegnami a pregare. 
Prega tu stesso dentro di me. 

F.Drozdov 

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Gesù esultò nello Spirito Santo

Lc 10,21-24 
In quella stessa ora Gesù esultò di gioia nello Spirito Santo e disse: «Ti rendo lode, o Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai nascosto queste cose ai sapienti e ai dotti e le hai rivelate ai piccoli. Sì, o Padre, perché così hai deciso nella tua benevolenza. Tutto è stato dato a me dal Padre mio e nessuno sa chi è il Figlio se non il Padre, né chi è il Padre se non il Figlio e colui al quale il Figlio vorrà rivelarlo». E, rivolto ai discepoli, in disparte, disse: «Beati gli occhi che vedono ciò che voi vedete. Io vi dico che molti profeti e re hanno voluto vedere ciò che voi guardate, ma non lo videro, e ascoltare ciò che voi ascoltate, ma non lo ascoltarono». 

Al ritorno dei 72 discepoli, che aveva mandato in missione, Gesù rivela il senso ultimo dell'attività missionaria. Essa non è soltanto vittoria sul male e ritorno al paradiso terrestre, ma è soprattutto iscrizione nel libro della vita, nell'elenco di coloro che fanno parte della famiglia di Dio, nello stato di famiglia di Dio. 
Tutti coloro che accolgono la parola di Dio partecipano al rapporto ineffabile del Figlio di Dio con il Padre. Non solo sono chiamati figli di Dio, ma lo sono realmente (cf 1Gv 3,1). 
Gesù dice ai suoi discepoli: "Rallegratevi", perché sono entrati insieme con lui nel seno del Padre e possono dire a Dio in tutta verità: "Abbà", papà, babbo. Questo è il fine ultimo della missione. L'uomo è fatto per la gioia, perché è fatto per Dio. 
Diversamente è triste fino a detestare la vita. Ma dove può trovare la gioia vera? I 72 discepoli l'hanno trovata nell'andare in missione, nello sconfiggere il demonio, nel diventare realmente figli di Dio di nome e di fatto. 
E noi dove la cerchiamo? 
Il cristianesimo riconosce il male che era nell'uomo e che rimane in tutti come possibilità e tentazione. Ma proclama con forza che Dio "ci ha liberati dal potere delle tenebre e ci ha trasferiti nel regno del suo Figlio diletto" (Col 1,13) e ci ha "liberati dalle mani dei nemici per servirlo senza timore in santità e giustizia" (Lc 1,75). 
La fede nella parola di Dio ci sottrae dal potere della menzogna diabolica. L'annuncio del vangelo ci rende liberi e responsabili. 
Questa caduta di satana dall'alto ridona all'uomo la possibilità di vedere finalmente il vero volto di Dio. Il maligno si era frapposto tra noi e Dio e aveva cercato di sovrapporre la sua immagine a quella di Dio. Questa menzogna, che presenta Dio con il volto del maligno sta all'origine di ogni peccato. 
Nella predicazione della parola di Dio, satana cade dal cielo e Dio torna ad apparire all'uomo con il suo vero volto, quello dell'amore (cf 1Gv 4,8.16). La gioia dei discepoli per il successo della loro missione provoca un sussulto di esultanza anche in Gesù. 
Non è solo una gioia fisica, ma soprattutto interiore, spirituale. 
E' ridondanza dello Spirito Santo che abita in lui fin dal suo concepimento (Lc 1,35), dal battesimo (Lc 3,22), dall'investitura ricevuta nella sinagoga di Nazaret (Lc 4,18). Egli si rivolge a Dio chiamandolo Abbà, termine che nella famiglia ebraica era usato normalmente dai figli più piccoli per chiamare il proprio papà. Gesù lo usa per sottolineare il grado di intimità che lo lega a Dio. 
Il Papà di Gesù è il Creatore del cielo e della terra, ma nei confronti dell'uomo è un carissimo amico, un familiare, il papà. Anche in questa circostanza Gesù si impegna a liberare l'uomo dal terrore di Dio. La gioia di Gesù è motivata dal criterio che Dio ha scelto nella manifestazione dei suoi misteri. Li ha nascosti ai sapienti e agli intelligenti e li ha rivelati ai piccoli. 
Cristo e il suo messaggio non sono stati accettati da persone colte e istruite come le autorità del popolo giudaico, ma sono stati capiti e accolti dalle persone semplici, povere e umili. 
La sapienza di Dio, espressione del suo amore, è stupidità e debolezza di uno che ama fino alla morte di croce (1Cor 1-2). E' esattamente il contrario della sapienza umana, manifestazione dell'egoismo, che cerca di salvarsi a tutti i costi dalla morte. 
Queste due sapienze si oppongono come menzogna e verità, paura e fiducia, egoismo e amore, possesso e dono, morte e vita. Dio, nel suo sapiente disegno, distrugge la sapienza dei sapienti e annulla l'intelligenza degli intelligenti (cf. 1Cor 1,19-21; Is 29,14). 
La rivelazione della paternità di Dio è la salvezza dell'uomo: "Questa è la vita eterna: che conoscano te, l'unico vero Dio, e colui che hai mandato, Gesù Cristo" (Gv 17,3). 
Il tutto che il Padre dona al Figlio è la vita eterna. Il mistero del Padre è nel Figlio. Egli ci rivela chi è Dio e chi siamo noi per lui. Ci dona la sua stessa conoscenza del Padre, perché lo amiamo con il suo stesso amore. 
I discepoli devono essere pieni di gioia perché vedono Gesù. In lui possono vedere ciò che i profeti, i re e l'intero popolo di Dio hanno desiderato vedere e non hanno visto. 
Tutto Israele è vissuto nell'attesa di questo giorno, e solo loro, i pochi discepoli di Gesù, possono vedere la realizzazione delle promesse di Dio e ascoltare il vangelo della salvezza. 
Padre Lino Pedron
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Preghiera del mattino del 4/XII/2012

Signore Gesù, tu che sei venuto per rivelarti ai "piccoli", dammi oggi la semplicità, la fiducia e la sapienza dei bambini, perché sappia vederti in ogni persona, amarti in ogni prossimo, senza giudizi e senza riserve. 
E che possa gioire in ogni circostanza lieta o triste di questa giornata, riconoscendo in essa la volontà del Padre. 
Tu ci hai insegnato che solo a chi ama, Dio si manifesta: dammi di amare col tuo cuore per poter scorgere, fra le trame del mondo, il disegno meraviglioso del Padre tuo su ogni creatura. 
E che sia capace di ripetere sempre come un bambino quelle due semplici parole che lo Spirito fa sgorgare dal tuo cuore: "Sì, Padre".
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lunedì 3 dicembre 2012

La lotta contro la superbia deve essere costante

È cosa molto grande sapersi nulla davanti a Dio, perché è proprio così. (Solco, 260). 

L'altro nemico — scrive Giovanni — è la concupiscenza degli occhi, un'avarizia di fondo che porta a dar importanza solo a ciò che si può toccare: occhi che restano attaccati alle cose terrene, ma anche occhi che, proprio per questo, non sanno scoprire le realtà soprannaturali. 
Possiamo dunque utilizzare l'espressione della Sacra Scrittura nel senso di avarizia dei beni materiali e inoltre nel senso di deformazione che porta a guardare unicamente con visione umana ciò che ci circonda: gli altri, le circostanze della nostra vita e quelle del nostro tempo. 
Gli occhi dell'anima si annebbiano; la ragione si crede autosufficiente per comprendere tutto prescindendo da Dio. E una tentazione sottile, che si nasconde dietro la dignità dell'intelligenza che Dio nostro Padre ha dato all'uomo perché lo conosca e lo ami liberamente. Trascinata da questa tentazione, l'intelligenza umana si considera il centro dell'universo, si esalta ancora una volta al diventerete come Dio e, tutta piena d'amore per se stessa, volge le spalle all'amore di Dio. 
 A questo punto, la nostra vita può capitolare senza condizioni nelle mani del terzo nemico, la superbia vitae. Non si tratta solamente di effimeri pensieri di vanità o di amor proprio: è uno stato di totale presunzione. Non inganniamoci: questo è il peggiore dei mali, la radice di tutti i traviamenti. La lotta contro la superbia deve essere costante; non a caso è stato detto, in modo espressivo, che l'orgoglio muore il giorno dopo la morte dell'individuo. È l'alterigia del fariseo che Dio non può giustificare, perché trova in lui la barriera dell'autosufficienza. È l'arroganza che porta a disprezzare gli altri, a dominarli, a maltrattarli: perché dove c'è superbia c'è offesa e umiliazione. (E' Gesù che passa, 6) 
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Molti dall’oriente e dall’occidente verranno nel regno dei cieli

Mt 8,5-11 
Entrato in Cafàrnao, gli venne incontro un centurione che lo scongiurava e diceva: «Signore, il mio servo è in casa, a letto, paralizzato e soffre terribilmente». Gli disse: «Verrò e lo guarirò». Ma il centurione rispose: «Signore, io non sono degno che tu entri sotto il mio tetto, ma di' soltanto una parola e il mio servo sarà guarito.Pur essendo anch'io un subalterno, ho dei soldati sotto di me e dico a uno: «Va'!», ed egli va; e a un altro: «Vieni!», ed egli viene; e al mio servo: «Fa' questo!», ed egli lo fa». Ascoltandolo, Gesù si meravigliò e disse a quelli che lo seguivano: «In verità io vi dico, in Israele non ho trovato nessuno con una fede così grande! Ora io vi dico che molti verranno dall'oriente e dall'occidente e siederanno a mensa con Abramo, Isacco e Giacobbe nel regno dei cieli. 

Il centurione era il comandante di una centuria, di un gruppo di cento soldati. Egli non chiede nulla per sé, ma prega Gesù per il suo servo gravemente ammalato. Gesù manifesta tutta la sua disponibilità: "Io verrò e lo curerò" (v. 7). Ma il centurione dichiara di non essere degno di ricevere Gesù in casa propria ed è convinto che non occorre che il Signore vada da lui perché lo ritiene capace di comandare anche a distanza sulle potenze del male. Il centurione è un pagano che crede senza esitazione nel potere della parola di Dio. 
E la fede nella parola di Dio permette al Signore di agire in noi. Il miracolo è un segno dell'amore di Dio che interviene a nostro favore, perché è infinitamente sensibile al nostro male. Egli vuole donarci tutto e soprattutto se stesso. Aspetta solo che glielo chiediamo con fede. La grande fede del centurione rende manifesta la mancanza di fede in Israele. 
La semplice appartenenza anagrafica al popolo di Dio non dà a nessuno la certezza di essere salvato: a tutti è richiesta la fede che si manifesta nelle opere. L'incontro con il centurione offre a Gesù l'occasione per annunciare l'entrata di tutti i popoli nel regno di Dio. I pagani prenderanno posto alla tavola dei patriarchi nel regno dei cieli. 
La Chiesa è costituita da coloro che credono nella parola di Dio e la mettono in pratica. Nel regno di Dio entreranno solo i figli, ossia quelli che sono stati rigenerati "dalla parola di Dio viva ed eterna" (1Pt 1,23), dalla parola del vangelo. Il futuro eterno lo si prepara giorno per giorno accogliendo o rifiutando la parola di Gesù. 
La nostra libertà si esprime pienamente nella fede o nella mancanza di fede, nel nostro acconsentire alla comunione con Dio o nel rifiutarla. Solo con il detto minaccioso del v. 12 la provocazione raggiunge il suo culmine. E' colpita la generazione dei giudei contemporanea di Matteo, il giudaismo guidato dai farisei. 
La causa della sua esclusione è il rifiuto della parola di Gesù, che è decisiva ai fini della salvezza. Le tenebre significano il luogo più lontano da Cristo, che è la luce (cf. Mt 416) e la salvezza. Il pianto e lo stridore di denti indica il furore smisurato (cf. Sal 3516; 3712; 112,10). La frase conclusiva del v. 13 ritorna a parlare del servo malato. 
La precisazione "in quell'istante" significa che la guarigione è avvenuta nel momento in cui Gesù ha pronunciato la sua parola. In questo brano compare all'orizzonte il pellegrinaggio di tutti i popoli che affluiranno alla casa del Signore, e l'annuncio finale del vangelo di Matteo: "Andate e ammaestrate tutte le nazioni" (28,19). 
Padre Lino Pedron
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Preghiera del mattino del 3/XII/2012

Signore, tu vieni per un nuovo Avvento, per una nuova venuta, un avvenimento che forse sarà l'ultimo. 
Possa essere l'ultimo affinché tutte le famiglie della terra ti riconoscano e camminino nella tua luce. 
Concedimi oggi di riconoscere il cammino che conduce al tuo tempio perché tu sei venuto e tu vieni in modo da non colpire gli sguardi: tu bussi alla porta del cuore; concedimi di sentire la tua voce e di aprirti senza timore e senza riserve la stalla misera che è la mia anima, affinché ti accolga nella tua umiltà, nella tua umile venuta nel nostro mondo.
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domenica 2 dicembre 2012

Messaggio di Medjugorje a Marjana del 2/12/2012

Cari figli, con materno amore e materna pazienza vi invito di nuovo a vivere secondo mio Figlio, a diffondere la sua pace ed il suo amore, ad accogliere con tutto il cuore, come miei apostoli, la verità di Dio ed a pregare lo Spirito Santo affinché vi guidi. 
Allora potrete servire fedelmente mio Figlio e, con la vostra vita, mostrare agli altri il suo amore. 
Per mezzo dell'amore di mio Figlio e del mio amore, io, come Madre, cerco di portare nel mio abbraccio materno tutti i figli smarriti e di mostrare loro la via della fede. 
Figli miei, aiutatemi nella mia lotta materna e pregate con me affinché i peccatori conoscano i loro peccati e si pentano sinceramente. 
Pregate anche per coloro che mio Figlio ha scelto e consacrato nel suo Nome. 
Vi ringrazio.
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I Domenica Avvento "C"

L'Avvento, tempo con il quale comincia l'Anno Liturgico, ci invita a camminare tutti insieme verso la luce. Spesso siamo solo preoccupati di andare, ma ci lasciamo sfuggire lo scopo del viaggio. 
La nostra vita e tutta la storia, non va verso una catastrofe, non sta precipitando verso nulla, ma sta andando verso il compimento, verso un nuovo "capodanno liturgico", dando così inizio alla celebrazione del tempo proprio quando tutto sembrerebbe che esso ci stia sfuggendo di mano. 
Proprio mentre la luce diminuisce la Chiesa prepara le lampade dell'attesa, in cui l'olio della speranza e dell'amore riversato nei piccoli orci del nostro cuore "non si svuoterà" (1 Re 17,14). 
Attraverso le preghiere e le letture così penetranti di questo tempo di Avvento una goccia di olio ravviverà la lampada della nostra attesa, donandoci più forza e fiducia. In questo tempo siamo chiamati tutti a chiedere con insistenza: "Signore "venga il tuo Regno", insegnami a pregare, aumenta la mia fede", per poter vivere il nostro viaggio non sotto il peso dell'angoscia e della paura, ma con la fiducia nel Padre che sostiene il mondo e lo accompagna con la sua provvidenza. Maranathà! 
Vieni signore Gesù la culla del mio cuore è pronta ad accoglierti! 
Maria M.
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La vita matrimoniale, un cammino divino sulla terra

Guarda quanti motivi per venerare San Giuseppe e per imparare dalla sua vita: fu un uomo forte nella fede...; mandò avanti la sua famiglia — Gesù e Maria — con il suo lavoro gagliardo...; custodì la purezza della Vergine, che era sua Sposa...; e rispettò — amò! — la libertà di Dio, che non solo scelse la Vergine come Madre, ma scelse anche lui come Sposo della Madonna. (Forgia, 552) 

Quando penso ai focolari cristiani, mi piace immaginarli luminosi e allegri, come quello della Sacra Famiglia. Il messaggio del Natale risuona con forza: Gloria a Dio nell'alto dei cieli, e pace in terra agli uomini di buona volontà. A esso si collega il saluto dell'Apostolo: La pace di Cristo regni nei vostri cuori; la pace di saperci amati da Dio nostro Padre, di essere una sola cosa con Cristo, protetti dalla Vergine Maria Santissima e da san Giuseppe. 
Questa è la grande luce che illumina la nostra vita e che, pur tra difficoltà e miserie personali, ci spinge ad andare avanti con perseveranza. Ogni focolare cristiano deve essere un'oasi di serenità in cui, al di sopra delle piccole contrarietà quotidiane, si avverte — come frutto di una fede reale e vissuta — un affetto intenso e sincero, una pace profonda. 
Il matrimonio cristiano non è una semplice istituzione sociale, né tanto meno un rimedio alle debolezze umane: e un'autentica vocazione soprannaturale. Sacramento grande in Cristo nella Chiesa, dice san Paolo e, al tempo stesso, contratto che un uomo e una donna stipulano per sempre, perché — lo si voglia o no — il matrimonio istituito da Cristo è indissolubile: segno sacro che santifica, azione di Gesù che pervade l'anima di coloro che si sposano e li invita a seguirlo, perché in Lui tutta la vita matrimoniale si trasforma in un cammino divino sulla terra.(E' Gesù che passa, nn. 22-23) 
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La vostra liberazione è vicina

Lc 21,25-28.34-36 
Vi saranno segni nel sole, nella luna e nelle stelle, e sulla terra angoscia di popoli in ansia per il fragore del mare e dei flutti, mentre gli uomini moriranno per la paura e per l'attesa di ciò che dovrà accadere sulla terra. Le potenze dei cieli infatti saranno sconvolte. Allora vedranno il Figlio dell'uomo venire su una nube con grande potenza e gloria. Quando cominceranno ad accadere queste cose, risollevatevi e alzate il capo, perché la vostra liberazione è vicina». State attenti a voi stessi, che i vostri cuori non si appesantiscano in dissipazioni, ubriachezze e affanni della vita e che quel giorno non vi piombi addosso all'improvviso; come un laccio infatti esso si abbatterà sopra tutti coloro che abitano sulla faccia di tutta la terra. Vegliate in ogni momento pregando, perché abbiate la forza di sfuggire a tutto ciò che sta per accadere e di comparire davanti al Figlio dell'uomo». 

In casi di assedio, la città era il luogo di difesa più sicuro. Ora no, perché Gerusalemme sarà distrutta. In quei giorni si verifica la distruzione predetta dai profeti (1Re 9,6ss; Mi 3,12; Dn 9,36). La distruzione di Gerusalemme è una vendetta dei romani, non di Dio; ma insieme rivela anche la tragica realtà di chi rifiuta la sua visita. Gesù ha compassione e piange non per sé, ma per la città che uccidendo lui fa del male a se stessa (cf. Lc 13,34; 19,42; 23,28). Questo "ahimè" di Gesù è il grido supremo della sua misericordia. Nella guerra del 66-70 d.C., secondo un calcolo un po' gonfiato di Giuseppe Flavio, furono uccisi 1.100.000 giudei e furono fatti schiavi 97.000 sopravvissuti. La fine di Gerusalemme è l'inizio del tempo dei pagani. L'invito al Regno, rifiutato dagli ebrei, passa ora a tutti i popoli del mondo. Il rifiuto dei giudei, invece di bloccare la salvezza, la allarga ai pagani (At 13,46). Quando essa sarà giunta a tutti i popoli della terra, anche Gerusalemme riconoscerà il suo Signore (Rm 11,25-26). I versetti 25-28 di questo brano non sono descrizioni di cataclismi cosmici, ma modi di dire immaginosi, iperbolici, irreali a cui gli autori della Bibbia hanno fatto ricorso per annunciare le grandi novità di salvezza e di liberazione portate dal Messia. La Bibbia abbonda di tali descrizioni per presentare avvenimenti storici come la caduta di un re, una sconfitta militare o un qualsiasi rivolgimento nazionale (cf. Es 19,18-19; Is 14,12; Ger 4,23-28; Gl 3,1-5; ecc.). Prendere alla lettera questi annunci non significa solo fraintendere, ma addirittura stravolgere il loro significato. Per es. san Pietro presenta la Pentecoste come giorno in cui si avverano queste parole del profeta Gioele: "Farò prodigi in alto nel cielo e segni in basso sulla terra, sangue, fuoco e nuvole di fumo. Il sole si muterà in tenebra e la luna in sangue, prima che venga il giorno del Signore, giorno grande e splendido. Allora chiunque invocherà il nome del Signore sarà salvato" (At 2,19-21). Ma non si vide nulla di simile in quel giorno. Ci furono grandi avvenimenti, conversioni e rivolgimenti nelle menti e nelle coscienze: questo sì. Il giorno di Pentecoste si concluse così: "Allora coloro che accolsero la sua parola furono battezzati e quel giorno si unirono a loro circa tremila persone" (At 2,41). Questi modi di dire, dunque, non annunciano una rivoluzione nel mondo fisico, ma un grande evento nella storia della salvezza. Anche nel nostro linguaggio, quando succede qualcosa di imprevisto o di grave, si dice: "Mi sono sentito cadere il mondo addosso!". Ma, per fortuna il mondo non è ancora caduto addosso a nessuno: l'espressione vuol dire altro. Le potenze dei cieli che saranno sconvolte sono le potenze del nemico, che Gesù vide cadere dal cielo come folgore durante la predicazione dei discepoli (Lc 10,18-19). 
Se l'uomo ha investito tutto nel mondo presente vede con terrore il crollo di tutti i suoi beni e di tutte le sue attese. Se ha investito tutto nei beni del cielo vede giungere la sua felicità eterna. Il Figlio dell'uomo che viene è il Signore che mi ha amato e ha dato se stesso per me (cf. Gal 2, 20) e che mi ha amato quando ancora ero peccatore (cf. Rm 5,6ss). Il suo giudizio sarà il perdono ai crocifissori (cf. Lc 23,34) e l'offerta del paradiso al malfattore (cf. Lc 23,43). Il nostro giudice infatti è colui che ha detto di amare i nemici, di non giudicare, di non condannare, di perdonare sempre. E' misericordioso come il Padre suo (cf. Lc 6,27-38). La venuta di Cristo si identifica con la nostra liberazione e la nostra salvezza. La nostra vita non deve essere dominata dal terrore del futuro né stordita dalle sollecitudini esagerate per i beni della terra, diversamente non sappiamo più vedere ciò che ci attende. Chi si interessa solo della vita terrena e dei suoi piaceri, non ha tempo né volontà per pensare al giorno finale. Alla sobrietà e all'attenzione bisogna aggiungere la vigilanza e la preghiera. San Paolo ci esorta: "E' ormai tempo di svegliarvi dal sonno, perché la nostra salvezza è più vicina ora di quando diventammo credenti. La notte è avanzata, il giorno è vicino. Gettiamo via perciò le opere delle tenebre e indossiamo le armi della luce. Comportiamoci onestamente come in pieno giorno: non in mezzo a gozzoviglie e ubriachezze, non fra impurità e licenze, non in contese e gelosie. Rivestitevi invece del Signore Gesù Cristo e non seguite la carne nei suoi desideri" (Rm 13,11-14). 
La vigilanza dev'essere nutrita da una preghiera costante per non cadere nella tentazione finale di perdere la fede nella fedeltà del Signore. San Paolo scrive: "Voi fratelli, non siete nelle tenebre, così che quel giorno possa sorprendervi come un ladro: voi tutti infatti siete figli della luce e figli del giorno; noi non siamo della notte né delle tenebre. Non dormiamo dunque come gli altri, ma restiamo svegli e siamo sobri… Dio non ci ha destinati alla sua collera, ma all'acquisto della salvezza per mezzo del Signore nostro Gesù Cristo, il quale è morto per noi" (1Ts 5,4- 10). La vigilanza cristiana è l'esatto contrario dell'oppio dei popoli, è il contrario del cuore appesantito dalle crapule. La vigilanza e la preghiera sono il nostro alzare il capo davanti al Signore che viene, non come giudice, ma come fratello. E' certo che il Signore verrà. Occorrono serietà e severità di vita, vigilanza e pietà per vivere coerentemente la vocazione cristiana e trovarsi pronti all'incontro con lui. Il tempio e il monte degli Olivi sono ormai i due poli della vita di Gesù. Dalla notte di Gesù scaturisce l'aurora della Chiesa (cf. Lc 6,12-13). Il popolo si alza presto per andare ad ascoltare Gesù nel tempio. Gesù è presentato come la Sapienza: "La Sapienza è radiosa e indefettibile, facilmente è contemplata da chi l'ama e trovata da chiunque la cerca. Previene, per farsi conoscere, quanti la desiderano. Chi si leva per essa di buon mattino non faticherà (Sap 6,12-14). 
Padre Lino Pedron
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Preghiera del mattino del 2/XII/2012

Noi ti lodiamo Signore, Dio nostro Padre, per questo nuovo giorno, frutto del tuo amore e della tua misericordia. 
In questo giorno che sta nascendo, mandaci il tuo Spirito di santità, perché possiamo contemplarlo e amarlo nell'Eucaristia ed in ogni avvenimento.
Avanzeremo così verso di te, sempre felici e sicuri, pieni di speranza e fortificati dalla celebrazione della tua Nuova Alleanza. 
Arriveremo, anche se il cammino è lungo e duro, anche se i pericoli ci attorniano, fino alla fine dei tempi, dove, grazie a Cristo tuo Figlio, con Maria sua Madre e Sposa, nello Spirito Santo, noi ti loderemo per tutta l'eternità. 
Amen.
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sabato 1 dicembre 2012

Vegliate, perché abbiate la forza di sfuggire a tutto ciò che sta per accadere

Lc 21,34-36 
State attenti a voi stessi, che i vostri cuori non si appesantiscano in dissipazioni, ubriachezze e affanni della v ita e che quel giorno non vi piombi addosso all'improvviso; come un laccio infatti esso si abbatterà sopra tutti coloro che abitano sulla faccia di tutta la terra.  Vegliate in ogni momento pregando, perché abbiate la forza di sfuggire a tutto ciò che sta per accadere e di comparire davanti al Figlio dell'uomo». 

La nostra vita non deve essere dominata dal terrore del futuro né stordita dalle sollecitudini esagerate per i beni della terra, diversamente non sappiamo più vedere ciò che ci attende. 
Chi si interessa solo della vita terrena e dei suoi piaceri, non ha tempo né volontà per pensare al giorno finale. Alla sobrietà e all'attenzione bisogna aggiungere la vigilanza e la preghiera. 
San Paolo ci esorta: "E' ormai tempo di svegliarvi dal sonno, perché la nostra salvezza è più vicina ora di quando diventammo credenti. La notte è avanzata, il giorno è vicino. Gettiamo via perciò le opere delle tenebre e indossiamo le armi della luce. Comportiamoci onestamente come in pieno giorno: non in mezzo a gozzoviglie e ubriachezze, non fra impurità e licenze, non in contese e gelosie. 
Rivestitevi invece del Signore Gesù Cristo e non seguite la carne nei suoi desideri" (Rm 13,11-14). La vigilanza dev'essere nutrita da una preghiera costante per non cadere nella tentazione finale di perdere la fede nella fedeltà del Signore. 
San Paolo scrive: "Voi fratelli, non siete nelle tenebre, così che quel giorno possa sorprendervi come un ladro: voi tutti infatti siete figli della luce e figli del giorno; noi non siamo della notte né delle tenebre. Non dormiamo dunque come gli altri, ma restiamo svegli e siamo sobri… Dio non ci ha destinati alla sua collera, ma all'acquisto della salvezza per mezzo del Signore nostro Gesù Cristo, il quale è morto per noi" (1Ts 5,4-10). 
La vigilanza cristiana è l'esatto contrario dell'oppio dei popoli, è il contrario del cuore appesantito dalle crapule. La vigilanza e la preghiera sono il nostro alzare il capo davanti al Signore che viene, non come giudice, ma come fratello. 
È certo che il Signore verrà. Occorrono serietà e severità di vita, vigilanza e pietà per vivere coerentemente la vocazione cristiana e trovarsi pronti all'incontro con lui. Il tempio e il monte degli Olivi sono ormai i due poli della vita di Gesù. 
Dalla notte di Gesù scaturisce l'aurora della Chiesa (cf. Lc 6,12-13). Il popolo si alza presto per andare ad ascoltare Gesù nel tempio. Gesù è presentato come la Sapienza: "La Sapienza è radiosa e indefettibile, facilmente è contemplata da chi l'ama e trovata da chiunque la cerca. Previene, per farsi conoscere, quanti la desiderano. Chi si leva per essa di buon mattino non faticherà (Sap 6,12-14). 
Padre Lino Pedron
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Preghiera del mattino del 1/XII/2012

Signore, mio Dio, non abbandonare la mia mano, non allontanarti da me! 
Aiutami a progredire sempre nelle buone opere e a proclamare i tuoi miracoli. 
Fa' che io canti sempre il tuo nome, o Dio altissimo. 
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