domenica 11 luglio 2010

Discese dal cielo

San Severio di Antiochia (circa 465-538), vescovo
Discorsi, 89

«Un uomo scendeva da Gerusalemme a Gèrico». Cristo... non ha detto «uno scendeva», bensì «un uomo scendeva», perché il brano concerne tutta l'umanità. Questa, in seguito alla colpa di Adamo, ha lasciato il soggiorno elevato, calmo, senza sofferenza e meraviglioso del paradiso, a buon diritto chiamato Gerusalemme – nome che significa «La Pace di Dio» – ed è disceso verso Gèrico, regione bassa e cava, dove il caldo è soffocante. Gèrico, è il ritmo febbrile della vita di questo mondo, vita che allontana da Dio... Una volta che l'umanità ha imboccato quella vita, lasciando la via retta... il branco dei demoni selvaggi viene ad attaccarla come una banda di briganti. La spogliano del vestito della perfezione, non le lasciano nulla della sua forza d'animo, né della purezza, della giustizia o della prudenza, nulla di ciò che caraterizza l'immagine divina (Gen 1,26), ma dopo averla colpita con i colpi ripetuti dei diversi peccati, la atterrano e la lasciano finalmente mezza morta...

La legge data da Mosè è passata..., ma le è mancata la forza, e non ha potuto condurre l'umanità alla piena guarigione, non ha potuto rialzare l'umanità che giaceva in questo modo... Infatti la Legge offriva dei sacrifici e delle offerte che «non hanno il potere di condurre alla perfezione coloro che si offrono a Dio»... perché «è impossibile eliminare i peccati con il sangue di tori e di capri» (Eb 10,1-4)...

Infine, un Samaritano passò accanto. Apposta Cristo dona a se stesso il nome di Samaritano. Infatti... egli è venuto in persona, compiendo il disegno della Legge e mostrando con le sue opere «chi è il prossimo» e cosa significa «amare gli altri come se stesso»
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venerdì 9 luglio 2010

Non trascurare la pratica della correzione fraterna

Non trascurare la pratica della correzione fraterna, manifestazione chiara della virtù soprannaturale della carità. Costa; è più comodo non immischiarsi; più comodo!, ma non è soprannaturale. — E di queste omissioni renderai conto a Dio. (Forgia, 146)

Quando nella nostra vita o in quella degli altri notiamo 'qualcosa che non va', qualcosa che richiede l'aiuto spirituale e umano che noi figli di Dio possiamo dare, sarà una chiara manifestazione di prudenza applicare il rimedio opportuno, a fondo, con carità e con fortezza, con sincerità. Non c'è posto per le inibizioni. È sbagliato pensare che i ritardi e le omissioni risolvano i problemi.
La prudenza vuole che, quando la situazione lo richiede, si adoperi la medicina, totalmente e senza palliativi, dopo aver messo allo scoperto la piaga. Non appena notate i più piccoli sintomi del male, sia che dobbiate curare, sia che dobbiate essere curati, siate sinceri, veritieri.
In questi casi si deve permettere, a chi è in grado di sanare in nome di Dio, di spremere da lontano, e poi più da vicino, sempre più vicino, per far uscire tutto il pus, in modo che il focolaio d'infezione resti ben pulito.
Innanzitutto dobbiamo fare così con noi stessi e con coloro che, per motivi di giustizia o di carità, siamo obbligati ad aiutare; lo raccomando soprattutto ai genitori e a coloro che si dedicano a compiti di formazione e di insegnamento.(Amici di Dio, 157)
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S. Veronica Giuliani

Badessa dell’Ordine delle Clarisse Cappuccine

Veronica Giuliani, al secolo Ursula, nacque da una famiglia altolocata e benestante, a Mercatello, Urbino, nel 1660. Sin dalla più tenera età, nutrì una grande devozione per la Passione di Nostro Signore; a sette anni ebbe la sua prima esperienza mistica: “Ricordo che tra i sette e gli otto anni, Gesù mi apparve in due diverse occasioni durante la Settimana Santa”.
Ursula decise di farsi suora dopo un'apparizione della Vergine Maria, ma suo padre si oppose decisamente a tale desiderio, presentandola a molti corteggiatori, tutti "ottimi partiti", e facendola ammalare per l'angoscia; finalmente si arrese e, il 17 luglio 1677, Ursula fu ammessa come postulante, presso il Convento Cappuccino di Città di Castello in Umbria.

Il 28 ottobre, prese il velo ed il nome di Veronica. La sua devozione verso la Passione di Cristo divenne più intensa ed ebbe una visione di Lui mentre portava la Croce. Durante la sua vita religiosa, Veronica fu spesso torturata da satana che la spinse giù per le scale, le apparve sotto le sembianze della Maestra delle novizie, la picchiò severamente. In risposta a ciò, Gesù le dimostrò la Sua speciale predilezione, apparendole spesso sotto vari aspetti.
A volte Veronica cadeva per terra, tanto era avvolta nella contemplazione mistica. Durante questo periodo Gesù trasferì la Sua Corona di Spine su di lei. In seguito, si manifestarono anche le altre Piaghe e cominciò a sentire una sensazione di dolore al cuore.
Nel 1693, ebbe un'altra visione in cui il calice della sofferenza di Cristo le veniva offerto.
Nel 1694, a Pasqua, Veronica sposò Gesù durante una visione, e l'impronta della Corona di spine apparve sulla sua testa.
Tre anni dopo, vide la Beata Vergine Maria che diceva a Gesù: “Lascia che la Tua sposa sia crocifissa insieme a Te”.

In seguito, il 5 aprile 1697, all'età di 37 anni, Veronica ricevette le Stigmate alle mani, ai piedi ed al fianco, che nessuna cura medica riuscì a guarirle; fu sottoposta a continue e minuziose analisi da parte dei dottori e degli esaminatori, con il risultato di rendere più dolorosa la sua costante agonia. Nel suo diario, Veronica narra dei raggi di luce che fuoriuscirono dalle ferite di Gesù e divennero fiammelle: quattro di essi assunsero la forma di grandi chiodi acuminati, ed il quinto diventò la punta di una lancia d'oro scintillante.
Scrive: « Sentii un dolore terribile, ma insieme al dolore vidi chiaramente, e ne fui conscia, che venivo interamente trasformata in Dio. Dopo essere stata ferita in tal modo nel cuore, nelle mani e nei piedi, i raggi di luce, rifulgendo di rinnovato splendore, rimbalzarono verso il Crocefisso, ed illuminarono il fianco squarciato, le mani ed i piedi di Colui che vi era appeso. Così il Signore mio Dio mi sposò, e, mi affidò alla Sua Santissima Madre per sempre, ed ordinò al mio Angelo Custode di vegliare su di me, poiché Egli, era geloso del Suo onore, poi mi disse: “Io sono Tuo, ti do Me stesso completamente. Chiedi qualunque cosa, e ti sarà concessa”. Io gli risposi: "Mio amato, l'unica cosa che chiedo, è di non essere mai separata da te.". E poi, in un attimo, tutto svanì. »
Si levò, si rese conto delle doloranti ferite, mentre acqua e sangue sgorgavano dal suo fianco. Non desiderava che le ferite fossero viste, ma esse furono visibili fino al 1700, poiché Gesù le aveva promesso che i segni sarebbero durati solo tre anni. In seguito, solo il suo fianco continuò a sanguinare.
Poco dopo la loro apparizione, le sue ferite furono esaminate dal Vescovo di Città di Castello, che le impose un severo regime di vita, allo scopo di escludere qualunque possibilità di frode. Le ferite furono bendate e gli abiti furono chiusi e sigillati con il timbro del vescovo; Ella visse separata dalle altre sorelle e controllata accuratamente. Le ferite rimasero. Durante le sue estasi, emetteva un dolce odore di santità e levitava. Il vescovo rimase impressionato dalla sua obbedienza ed umiltà, e si convinse della genuinità del fenomeno. Trasmise al Santo Uffizio un rapporto favorevole e permise a Veronica di riprendere una vita comunitaria normale.

Durante la sua vita, Veronica ricoperse importanti incarichi nel Monastero: fu Maestra delle novizie e nel 1716 fu nominata Badessa, carica che ricoprì fino alla morte. Durante il suo incarico, migliorò non solo la vita spirituale della comunità, ma anche le comodità materiali, poiché era una donna molto pratica. Infatti Veronica fece installare un sistema elaborato di tubature nel convento, oltre ad espandere e ristrutturare i suoi edifici.

Dopo 33 giorni di malattia, il venerdì 9 luglio 1727, Veronica lasciò questa terra; la sua morte fu direttamente o indirettamente causata dal colpo apoplettico di cui fu vittima il 6 giugno.
Aveva detto al suo confessore che gli strumenti della Passione del Signore erano impressi nel suo cuore, e gli disegnò la loro posizione più di una volta, poiché essi avevano cambiato la loro disposizione nel corso degli anni.

Alla sua morte il vescovo di Città di Castello, Alessandro Codebò, chiese ai medici Giovanni Francesco Bordiga e Giovanni Francesco Gentili di controllare il cadavere e, durante l’autopsia, si osservò che il suo cuore, trafitto da parte a parte, mostrava, "miracolosamente", le immagini di una croce, di una corona di spine e di un calice, proprio come Veronica aveva detto. L'esame rivelò anche una curvatura della spalla destra, come se lei avesse portato una pesante croce (immaginazione dei dottori?).

Dietro ordine del suo confessore, Veronica aveva scritto un diario che fu usato durante il processo di beatificazione ed è stato pubblicato a partire dalla sua canonizzazione sotto il titolo di “Tesoro nascosto”. Le sue esperienze mistiche furono accuratamente autenticate da testimoni oculari.
Veronica Giuliani fu beatificata nel 1804 da Pp Pio VII (Barnaba Chiaramonti) e canonizzata il 26 maggio 1839 da Pp Gregorio XVI (Bartolomeo Mauro Alberto Cappellari)

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Io vi mando come pecore in mezzo ai lupi

San Francesco Saverio (1506-1552), missionario gesuita
Lettera 131, 22 ottobre 1552

Corriamo due pericoli, secondo le gente del posto. Il primo è che, dopo aver ricevuto il nostro denaro, l'uomo che ci guida ci abbandoni, in qualche isola deserta o ci getti a mare per sfuggire al governatore di Canton. Il secondo è che, se giungiamo con lui a Canton e arriviamo in presenza del governatore, questi ci infligga maltrattamenti e ci sbatta in prigione. Infatti il nostro intervento è inaudito. Molti decreti vietano a chiunque l'accesso in Cina e, senza un'autorizzazione del re, è assolutamente proibito agli stranieri penetrarvi. Oltre a questi due pericoli, c'è ne sono molti altri, più gravi ancora. Sarebbe molto lungo descriverli ; eppure non smetterò di citarne parecchi.

Il primo è perdere speranza e fiducia nella misericordia di Dio. È per amore suo e per il suo servizio che andiamo a far conoscere la sua legge e Gesù Cristo suo Figlio e nostro Redentore e Signore. Egli sa bene questo, poiché è stato lui, nella sua santa misericordia, ad averci comunicato questi desideri. Ora, perdere fiducia nella sua misericordia e nel suo potere in mezzo ai pericoli nei quali possiamo cadere per il suo servizio è un pericolo incomparabilmente più grande dei mali che possono suscitarci tutti i nemici di Dio. Infatti, se il suo massimo servizio lo richiede, egli ci custodirà dai pericoli di questa vita, e senza il permesso e l'autorizzazione di Dio, i demoni e i loro ministri non possono affatto nuocerci.
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giovedì 8 luglio 2010

SS. Aquila e Priscilla

Aquila e Priscilla (le grafie greche dei nomi sono rispettivamente : Ἀκύλας, Akúlas, e Πρἰσκιλλα, Priskilla), due coniugi giudeo-cristiani, erano molto cari all'apostolo Paolo per la loro fervente collaborazione nel far conoscere la buona novella di Gesù.

Aquila, giudeo originario del Ponto, trasferitosi in un tempo imprecisato a Roma, sposa Priscilla o Prisca. Troviamo i due, per la prima volta a Corinto quando Paolo vi arriva, nel suo 2° viaggio apostolico, nel 51: essi erano venuti da poco nella capitale dell'Acaia, provenienti da Roma, loro abituale dimora, in seguito al decreto dell'imperatore Claudio che ordinava l'espulsione da Roma di tutti i giudei, cristiani o meno.
Aquila e Priscilla erano probabilmente già cristiani, prima di incontrare Paolo a Corinto, come sembra suggerire la familiarità che, subito, nasce tra di loro, benché il Sinassario Costantinopolitano li dica, battezzati da Paolo. L'Apostolo, intuendo le buone qualità dei due sposi e l'utilità che ne poteva trarre, per la sua difficile Missione a Corinto, chiede o accetta di essere loro ospite. Esercitando essi il medesimo mestiere di Paolo (tessitori di tende), danno all'Apostolo di poter lavorare e provvedersi del necessario, senza essere di peso a nessuno. Quando poco dopo, si dice che, Paolo, lasciata la sinagoga, "entrò nella casa di Tizio Giusto, proselita", è impensabile che abbia lasciato la casa di Aquila e Priscilla. L'Apostolo, abbandonata la Sinagoga, per il rifiuto dei giudei a convertirsi, sceglie, come luogo di predicazione e di culto, la casa più vicina alla sinagoga, del proselita Tizio Giusto, pur mantenendo come sua dimora abituale, durante l'anno e mezzo che rimane a Corinto, la casa di Aquila e Priscilla.

Però questa casa non funge da “chiesa domestica” in Corinto, come erano invece quelle di Roma e di Efeso. Quando Paolo, terminata la sua missione, fa ritorno in Siria, ha compagni di viaggio Aquila e Priscilla fino ad Efeso, dove essi si fermano. L'oggetto della loro sosta potrà essere stato commerciale, ma l'averla fatta coincidere con quella di Paolo, indica, oltre alla loro stima ed amore per lui, che essi non erano estranei alle sue preoccupazioni apostoliche.
Infatti, li vediamo premurosi, dopo la partenza dell'Apostolo, nell'istruire "nella via del Signore", cioè nella catechesi cristiana, nientemeno che, Apollo, l'eloquente giudeo-alessandrino, versatissimo nelle Scritture, ma ignaro di qualche verità essenziale della Nuova dottrina, come il Battesimo di Gesù. Aquila e Priscilla, mossi da apostolico zelo, si prendono cura di completare la sua istruzione e quasi certamente di battezzarlo.

Ad Efeso offrono la loro casa al servizio della Comunità per le adunanze cultuali (“Ecclesia domestica”). Paolo sarebbe stato loro ospite anche ad Efeso, come già lo era stato a Corinto. Scrive, infatti, da Efeso (verso il 55) : “Le comunità dell'Asia vi salutano. Vi salutano molto nel Signore Aquila e Prisca con la comunità che si raduna nella loro casa” (1 Cor 16,19).
Ma l'elogio più caldo di Aquila e Priscilla, l'Apostolo lo fa, scrivendo da Corinto ai Romani nel 58, (i due sposi per ragione del loro commercio, intanto, si erano trasferiti a Roma). Delle 25 persone salutate nel cap. 16 della lettera ai Romani, Aquila e Priscilla sono i primi: “Salutate Prisca e Aquila, miei collaboratori in Cristo Gesù; per salvarmi la vita essi hanno rischiato la loro testa, e ad essi non io soltanto sono grato, ma tutte le Chiese dei Gentili; salutate anche la comunità che si riunisce nella loro casa.” (Rm 16,3-5)
In queste parole si sente l'animo grato dell'Apostolo per i suoi insigni benefattori, che, con loro grave pericolo gli hanno salvato la vita, in un'occasione non ben precisata; forse ad Efeso, durante il tumulto degli argentieri capeggiati da Demetrio.
L'ultimo ricordo di Aquila e Priscilla è nell'ultima lettera di Paolo che, prigioniero di Cristo per la seconda volta a Roma, scrive al suo discepolo Timoteo, vescovo di Efeso, incaricandolo di salutare Priscilla e Aquila, che di nuovo si erano recati ad Efeso : “Saluta Prisca e Aquila e la famiglia di Onesìforo.” (2 Tm 4,19).
Niente si può asserire con certezza sul tempo, luogo e genere di morte di Aquila e Priscilla, dato che le uniche fonti su di essi sono le poche notizie bibliche citate.

Dalla catechesi di Papa Benedetto XVI del 7 febbraio 2007
« La tradizione agiografica posteriore ha conferito un rilievo tutto particolare a Priscilla, anche se resta il problema di una sua identificazione con un’altra Priscilla martire. In ogni caso, qui a Roma abbiamo sia una chiesa dedicata a Santa Prisca sull’Aventino sia le Catacombe di Priscilla sulla Via Salaria. In questo modo si perpetua la memoria di una donna, che è stata sicuramente una persona attiva e di molto valore nella storia del cristianesimo romano. Una cosa è certa: insieme alla gratitudine di quelle prime Chiese, di cui parla S. Paolo, ci deve essere anche la nostra, poiché grazie alla fede e all’impegno apostolico di fedeli laici, di famiglie, di sposi come Priscilla e Aquila il cristianesimo è giunto alla nostra generazione. Poteva crescere non solo grazie agli Apostoli che lo annunciavano. Per radicarsi nella terra del popolo, per svilupparsi vivamente, era necessario l'impegno di queste famiglie, di questi sposi, di queste comunità cristiane, di fedeli laici che hanno offerto l'“humus” alla crescita della fede.

E sempre, solo così cresce la Chiesa. In particolare, questa coppia dimostra quanto sia importante l’azione degli sposi cristiani. Quando essi sono sorretti dalla fede e da una forte spiritualità, diventa naturale un loro impegno coraggioso per la Chiesa e nella Chiesa. La quotidiana comunanza della loro vita si prolunga e in qualche modo si sublima nell’assunzione di una comune responsabilità a favore del Corpo mistico di Cristo, foss’anche di una piccola parte di esso. Così era nella prima generazione e così sarà spesso. ».

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Gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date

San Gregorio Magno (circa 540-604), papa, dottore della Chiesa
Omelie sui vangeli, 6

Potete anche voi, se lo volete, meritare quel bel nome di messaggero di Dio. Infatti, se ognuno di voi, secondo le sue possibilità, nella misura in cui ne ha ricevuto l'ispirazione dal cielo, distoglie il suo prossimo dal male, si prende cura di portarlo al bene, richiama allo smarrito il Regno o il castigo che lo aspettano nell'eternità, è certamente un messaggero delle sante parole di Gesù. E nessuno venga a dirmi: Sono incapace di ammaestrare gli altri, di esortarli. Fate almeno il possibile, perché un giorno non vi sia domandato il conto del talento ricevuto e disgraziatamente conservato. Infatti, il servo della parabola non aveva neanche lui ricevuto più di un talento, ed ha preferito nascondere in suo talento invece di farlo fruttare (Mt 25,14)...

Trascinate gli altri con voi; siano i vostri compagni sulla strada che conduce a Dio. Quando, andando sulle piazze, incontrate qualche sfaccendato, invitatelo dunque ad accompagnarvi. Infatti le vostre stesse azioni quotidiane servono a unirvi agli altri. Stavate andando a Dio? Provate di non arrivarvi soli. Che colui che ha già sentito nel suo cuore la chiamata dell'amore divino, ne tragga per il suo prossimo una parola di incoraggiamento.
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mercoledì 7 luglio 2010

Sei obbligato a dare l'esempio

Hai bisogno di vita interiore e di formazione dottrinale. Sii esigente con te stesso! — Tu — uomo cristiano, donna cristiana — devi essere sale della terra e luce del mondo, perché sei obbligato a dare esempio con santa sfacciataggine. — Ti deve spingere la carità di Cristo e, nel sentirti e nel saperti un altro Cristo dal momento in cui gli hai detto che lo segui, non ti separerai dai tuoi uguali — i tuoi famigliari, i tuoi amici, i tuoi colleghi —, come il sale non si separa dall'alimento a cui dà sapore. La tua vita interiore e la tua formazione includono la vita di pietà e il criterio che un figlio di Dio deve avere, per insaporire tutto con la sua presenza attiva. Chiedi al Signore di essere sempre un buon condimento nella vita degli altri. (Forgia, 450)

Guardate che il Signore anela di condurci per vie meravigliose, divine e umane, che in pratica sono quelle dell'abnegazione felice, della gioia nel dolore, della dimenticanza di se. Se qualcuno vuoi venire dietro di me, rinneghi se stesso [Mt 16, 24].
È un consiglio che abbiamo ascoltato tutti. Dobbiamo deciderci a seguirlo sul serio: far sì che il Signore possa servirsi di noi, affinché, mettendoci in tutti i crocevia del mondo — essendo noi ben messi in Dio — possiamo essere sale, lievito, luce; affinché tu sia in Dio, per illuminare, dar sapore, far crescere e fermentare.
Non dimenticate, però, che non siamo noi i creatori di questa luce: la riflettiamo soltanto. Non siamo noi a salvare le anime spingendole a operare il bene: siamo soltanto degli strumenti, più o meno degni, per i piani salvifici del Signore.
Se mai pensassimo che il bene che facciamo è opera nostra, tornerebbe l'orgoglio, più che mai contorto; il sale perderebbe il sapore, il lievito si corromperebbe, la luce si cambierebbe in tenebre.(Amici di Dio, 250)
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S. Antonino Fantosati

Vescovo e martire in Cina

Antonino, al secolo Antonio Sante Agostino, Fantosati nacque nella borgata di S. Maria in Valle nel Comune di Trevi (PG) il 16 ottobre 1842. I genitori Domenico e Maria Bompadre, una coppia serena e laboriosa, vivevano in campagna, in una rustica casetta, poveri di cose, ma ricchi di onestà. La loro prima preoccupazione fu che fosse rigenerata nell'acqua del battesimo la loro creatura e, il giorno stesso della nascita, venne battezzato, nella maestosa chiesa Collegiata di S. Emiliano, da Don Luigi Ubaldi.
Ancora ragazzo fu mandato a scuola dai Francescani, nel vicino Convento di S. Martino; la frequentazione di questa Comunità di religiosi fece nascere in lui la vocazione di far parte della Famiglia Francescana e così a 16 anni vestì l’abito religioso nel Convento della Spineta a Todi, cambiando il nome in fra Antonino.

Dopo l’anno del noviziato, Antonino fu mandato a compiere gli studi a Spoleto, dove fece la Professione Solenne il 28 luglio 1862; continuò gli studi a Roma ed infine fu ordinato sacerdote il 13 giugno 1865.
Un paio d’anni dopo, nel 1867, dopo un incontro con il Ministro Generale a Roma, decise di partire missionario per la Cina aggregandosi, a Marsiglia, ad altri otto francescani. Dopo 66 giorni di viaggio giunsero ad Uccian capitale del Hupè e residenza principale della Missione.
Riposati dal lungo viaggio e ristorati nello spirito, si abbigliarono alla cinese: accomodarono a pizzetto la barba già lunga per il viaggio, si legarono a codino i capelli, che di proposito non avevano visto da mesi le forbici e, deposto il grezzo saio francescano, indossarono la veste di seta del letterato che costituiva il passaporto per venire ascoltati dalle autorità locali. Con il nuovo look, al Fantosati venne imposto il nome nuovo di Fan-koae-te, ossia Fantosati il virtuoso.

Dopo un breve periodo di adattamento al clima, alla lingua e agli usi cinesi, il 6 gennaio 1868, insieme con fra Diego Lera, prese a salire verso l’Alto Hupè, meta del suo campo apostolico che gli era stato assegnato. Dopo un mese di barca sul fiume Han, grande affluente dell'Azzurro, e qualche chilometro a piedi, i due giunsero a Hoang-scia-ja-tze dove si fermò fra Diego.
Antonino doveva percorrere ancora quindici giorni di strada a piedi per arrivare alla missione di Scian-kin dove giunse verso la fine di marzo. La sua missione si trovava in una minuscola cittadina sospesa su burroni tenebrosi e serrata tra montagne rocciose che toglievano l'orizzonte e il respiro per quattrocento chilometri, senza vie di comunicazione con un centro di vita civile.
Trascorse sette anni di intensa attività apostolica, spostandosi nelle varie Comunità cattoliche tra Scian-kin e He-tan-kon, il periodo fu sereno e denso di conversioni; imparò speditamente la lingua cinese al punto che venne chiamato “maestro europeo”.
Poi gli venne assegnata un'altra zona ancor più remota, sin quando non venne trasferito nell'importante porto di Laoho-kow.

Nel 1888 dopo 20 anni di missione, esausto nelle forze, fece un ritorno in Italia durato otto mesi, visitando i luoghi francescani e la Terra Santa. Nel giugno 1889 ritornò in Cina. Nel 1892 ebbe da Roma la nomina a Vicario Apostolico dell’Hunan Meridionale.
Operò nell'Alto Hupé per venticinque anni e con la sua affabilità alzò il prestigio della Chiesa Cattolica nella regione per cui mandarini e letterati si sentivano onorati dell'amicizia del “maestro europeo”.
Ma i tempi si facevano sempre più duri: una disastrosa siccità uccise persone e animali, si diffusero epidemie; i cristiani furono oggetto delle più strane calunnie; i mandarini del Hu-nan furono invasi da un cieco parossismo antieuropeo e anticristiano.
E così si arrivò all’anno 1900; il 3 luglio i ‘boxers’, appoggiati dagli ordini imperiali che incitavano soldati e popolo a scacciare, uccidere e distruggere i missionari e le loro opere, distrussero prima la chiesa dei Protestanti di Hoang-scia-wan, città ove era la residenza del Vicariato Cattolico del Hunan; il 4 luglio la Casa episcopale del vescovo Fantosati, assente da due mesi, fu assalita e distrutta come pure l’Orfanotrofio e varie case di cristiani bruciate. Si ebbe anche la prima vittima, il ventisettenne sacerdote francescano Cesidio Giacomantonio bruciato ancora vivo.
Mons. Fantosati impegnato nella ricostruzione della chiesa di San-mu-tciao, distrutta l’anno prima dai pagani; fu informato di quanto stava accadendo e il giorno 6 luglio, insieme a padre Giuseppe M. Gambaro francescano e quattro cristiani, salì su una barca per tornare a Hoang-scia-wan, nonostante i tentativi di molti cristiani di trattenerlo.

Verso mezzogiorno del 7 luglio, la barca arrivò sul fiume nei pressi della città; riconosciuti da alcuni ragazzi e al grido “morte agli Europei”, la plebaglia dalla riva, prese le barche dei pescatori e circondarono quella dei missionari, i quali a stento riuscirono a scendere sulla riva dove, aggrediti dalla folla urlante, furono massacrati con sassi e colpi di bastone. Padre Gambaro morì dopo una ventina di minuti di percosse, mentre al vescovo Fantosati, agonizzante per le botte, ma ancora vivo, un pagano gl’infilò un palo di bambù con punta di ferro da dietro; negli spasmi il martire riuscì a sfilarlo, ma un altro pagano, preso lo stesso palo, lo conficcò in modo che uscì dall’altra parte.
Dopo due lunghe ore di martirio moriva così il vescovo Fantosati, dopo 33 anni di missione, a 58 anni di età.

Antonino Fantosati venne beatificato con altri 28 martiri, vittime nei primi giorni di luglio dell’anno 1900, il 24 novembre 1946, da Pp Pio XII (Eugenio Pacelli).
Il 1° ottobre 2000, il Servo di Dio Giovanni Paolo II (Karol Józef Wojtyła) canonizzò un numeroso gruppo di 120 martiri in Cina fra cui Antonino Fantosati e gli altri 28 martiri beatificati insieme a lui nel 1946.

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Rivolgetevi piuttosto alle pecore perdute della casa d'Israele

Isacco della Stella (? - circa 1171), monaco cistercense

Cristo è venuto a cercare l'unica pecora che si era persa (Mt 18, 12). È per lei che il Buon Pastore è stato mandato nel tempo, lui, che da sempre è stato promesso ; per lei è nato ed è stato inviato. È unica, proveniente sia dei giudei che dalle nazioni, proveniente da tutte le nazioni, unica nel mistero, molteplice nelle persone, molteplice nel corpo, secondo la natura, unica nello Spirito secondo la grazia, insomma, una sola pecora, e una folla senza numero. Questo è il motivo per cui, Colui che è venuto a cercare l'unica pecora, è stato mandato « alle pecore perdute della casa d'Israele » (Mt 15, 24). Ora ciò che il pastore riconosce come suo « nessuno lo rapirà dalla sua mano » (Gv 10, 28). Poiché non si può costringere la potenza, ingannare la saggezza, distruggere la carità.

Perciò egli parla con franchezza, dicendo : « Di coloro che mi hai dato, nessuno è andato perduto » (Gv 17, 12). Ed è stato mandato come verità per coloro che erano stati ingannati, come vita per coloro che erano morti, come saggezza per coloro che erano insensati, come rimedio per i malati, come riscatto per i prigionieri e come cibo per quelli che morivano di fame. In tutti loro, si può dire che è stato mandato « alle pecore perdute della casa d'Israele », affinché, non fossero perdute per sempre.
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martedì 6 luglio 2010

L'orazione deve attecchire nell'anima

La vera orazione, quella che assorbe tutto l'individuo, non è favorita tanto dalla solitudine del deserto, quanto dal raccoglimento interiore. (Solco, 460)

Il sentiero che conduce alla santità, è un sentiero di orazione; e l'orazione deve attecchire nell'anima a poco a poco, come il piccolo seme che col tempo diverrà albero frondoso.
Cominciamo con le orazioni vocali, le stesse che molti hanno appreso da bambini: frasi ardenti e semplici, rivolte a Dio e a sua Madre, che è anche nostra Madre.
Ancora oggi, al mattino e alla sera, e non una volta ogni tanto, ma abitualmente, rinnovo l'atto di offerta che i miei genitori mi hanno insegnato: Dolce mia Signora e Madre mia, io mi offro interamente a Voi. E in pegno del mio filiale affetto, vi consacro in questo giorno i miei occhi, i miei orecchi, la mia lingua, il mio cuore...
Non è forse questo — in qualche misura — un inizio di contemplazione, una dimostrazione evidente di fiducioso abbandono? Che cosa si dicono coloro che si amano, quando si incontrano? Come si comportano? Sacrificano ciò che sono e ciò che posseggono per la persona amata.
Dapprima una giaculatoria, poi un'altra, e un'altra ancora... finché questo fervore appare insufficiente, perché le parole sono povere... e allora subentra l'intimità divina, lo sguardo fisso in Dio, senza soste e senza mai stancarsi. Si vive allora come in cattività, come prigionieri.
Mentre svolgiamo con la massima perfezione possibile, pur con i nostri errori e con i nostri limiti, i compiti propri della nostra condizione e del nostro lavoro, l'anima vorrebbe fuggire. Ci si volge a Dio, come il ferro attirato dalla forza della calamita.
Si comincia ad amare Gesù in un modo più efficace, con un dolce palpito.(Amici di Dio, nn. 295-296)
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Santa Maria Goretti

Vergine e martire

Maria (o Marietta, come la chiamavano familiarmente), terzogenita di sette figli, nasce il 16 ottobre 1890 a Corinaldo (AN) da Luigi Goretti ed Assunta Carlini: una famiglia di agricoltori. Il giorno successivo viene battezzata, con i nomi di Maria e Teresa, nella Chiesa di S. Francesco in Corinaldo.
Per esigenze di lavoro, il 12 dicembre 1896, la famiglia Goretti lascia Corinaldo e si trasferisce a Colle Granturco, presso Paliano, alle dipendenze del Senatore Scelsi. Qui conoscono i Serenelli e rimangono in questi luoghi fino al febbraio 1899, quando nuovamente l’intera famiglia Goretti trasloca insieme ai Serenelli. Giunge a Ferriere di Conca, presso Nettuno, per lavorare i campi alle dipendenze del Conte Mazzoleni e dove si stabilisce definitivamente.

Qui avvengono i fatti più dolorosi della vita di Marietta. Il 6 maggio 1900, all’età di 41 anni, muore il papà Luigi per malaria, essendo la zona paludosa. Qui avviene il mortale ferimento per opera di Alessandro Serenelli, un giovane, più grande della piccola Marietta, che si era invaghito di lei e cercava in tutti i modi di indurla al peccato, fino al giorno della brutale violenza del 5 luglio 1902.

La tragedia si consuma in una situazione di grave povertà morale da parte dell’aggressore e di grande dignità spirituale ed etica non solo di Marietta, ma di tutta la famiglia Goretti. Mamma Assunta doveva pensare a portare avanti la famiglia, una volta che il marito era morto ed i bambini avevano bisogno del necessario.
I problemi incominciano ad essere più grandi proprio in seguito alla morte di Luigi Goretti, il capo-famiglia. Senza la presenza di una persona adulta in casa, la famiglia Goretti era più a rischio. Ma i sani principi morali, la profonda fede che accompagnava l’esperienza di tutti i componenti della famiglia Goretti erano garanzie certe per andare avanti anche nelle difficoltà più gravi.
Un esempio mirabile, in poche parole, di come conciliare l’educazione, la fede, il lavoro. Assunta Carlini, dopo la morte di Luigi, suo marito, prende in mano la situazione e coadiuvata dai figli, soprattutto da quella straordinaria creatura che è Marietta, porta avanti la famiglia in quelle "paludi pontine", pericolose per le malattie.
La solitudine delle famiglie, l’isolamento ambientale, il duro lavoro dei campi creavano le condizioni psicologiche perché qualche persona andasse di testa e non riuscisse più a dominare istinti e tendenze bestiali. Capitò proprio al giovane Alessandro Serenelli che coabitava a Cascina Antica con la famiglia Goretti ed aveva tutti gli accessi in casa per i buoni rapporti di vicinato e di collaborazione nel lavoro dei campi.
La fiducia di mamma Assunta non fu ripagata in modo retto ed onesto da parte del giovane, il quale, conto tenuto della situazione favorevole, pensò di poter approfittare sessualmente di una giovane e attraente ragazza, qual’era Marietta Goretti. Quando decise di attuare il piano non si attendeva il grande e coraggioso rifiuto della ragazzina. Da qui il gesto assassino di sferrare sul corpo puro e fragile di Marietta colpi micidiali, assassini, espressione di una furia diabolica, che non si poteva assolutamente preventivare.

Per Marietta la corsa all’Ospedale di Nettuno nel tentativo estremo di poterla salvare: non fu possibile. Le ferite inferte dai 14 colpi di punteruolo erano profonde e mortali. Solo un giorno di agonia, ma prima di morire, nelle piene facoltà di intendere e di volere, con il sostegno della grazia divina, Marietta perdonò di cuore il suo assassino e promise che avrebbe pregato per lui dal Paradiso. Era il 6 luglio 1902 : aveva appena 11 anni, 7 mesi e 21 giorni.

Il dopo di questa tragica vicenda di cronaca nera è ben conosciuto. Fu riportato non solo negli atti giudiziari, ma anche nella storia di questo luogo. Alessandro viene arrestato, processato e condannato all’ergastolo. Poi il pentimento, poi la grazia, ed infine una scelta di vita diversa, quella della consacrazione a Dio, col diventare frate.

La vita di questa ragazzina, assunta inizialmente a fatto di cronaca nera, subito diventò oggetto di studio da un punto di vista di fede. Dopo la sepoltura nel cimitero di Nettuno, un continuo pellegrinaggio alla tomba della piccola martire incominciò ad avviare una profonda riflessione sul coraggio dimostrato da questa bambina in una situazione di grave imbarazzo. Molti incominciavano a vedere in questo gesto un atto eroico, e lo era, guidato dalla fede.
Dopo 33 anni di attesa, di reperimento di testimonianze, comprese quelle della madre di Marietta e del suo assassino, il 31 maggio 1935 iniziò il processo informativo nella Diocesi di Albano.

Maria Goretti, martire della purezza, fu elevata agli onori degli altari da Pp Pio XII (Eugenio Pacelli), il 24 giugno 1950, in Piazza San Pietro a Roma, davanti alla madre, ai fratelli, a migliaia di suoi devoti.
C’era anche Alessandro Serenelli che, uscito di prigione dopo 27 anni di carcere, aveva chiesto perdono in ginocchio alla madre di Maria Goretti e, poi, si era ritirato nel convento dei Padri Cappuccini di Macerata dove visse fino al 16 maggio 1970 (aveva 88 anni)

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Pregate il padrone della messe, che mandi operai

Giovanni Paolo II
Messaggio per la 38a Giornata mondiale di preghiera per le vocazioni, 6 maggio 2001 (© copyright Libreria Editrice Vaticana)

Padre santo, fonte perenne dell'esistenza e dell'amore,che nell'uomo vivente mostri lo splendore della tua gloria, e metti nel suo cuore il seme della tua chiamata,fa che nessuno, per nostra negligenza, ignori questo dono o lo perda,ma tutti, con piena generosità, possano camminareverso la realizzazione del tuo Amore.

Signore Gesù, che nel tuo pellegrinare per le strade della Palestina, hai scelto e chiamato gli apostoli e hai affidato loro il compitodi predicare il Vangelo, pascere i fedeli, celebrare il culto divino,fa' che anche oggi non manchino alla tua Chiesa numerosi e santi Sacerdoti, che portino a tuttii frutti della tua morte e della tua risurrezione.Spirito Santo, che santifichi la Chiesa con la costante effusione dei tuoi doni,immetti nel cuore dei chiamati alla vita consacrata un'intima e forte passione per il Regno, affinché con un sì generoso e incondizionato, pongano la loro esistenza al servizio del Vangelo.

Vergine Santissima, che senza esitarehai offerto te stessa all'Onnipotente per l'attuazione del suo disegno di salvezza, infondi fiducia nel cuore dei giovani perché vi siano sempre pastori zelanti, che guidino il popolo cristiano sulla via della vita, e anime consacrate che sappiano testimoniare nella castità, nella povertà e nell'obbedienza, la presenza liberatrice del tuo Figlio risorto.

Amen
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lunedì 5 luglio 2010

S. Antonio Maria Zaccaria

Sacerdote e fondatore : “Chierici Regolari di San Paolo”

Antonio Maria Zaccaria nasce a Cremona nel 1502 da una famiglia di antica nobiltà genovese. Rimasto orfano di padre a soli due anni, la sua educazione viene curata dalla madre, Antonietta Pescaroli.

Della sua infanzia si hanno pochissime notizie, ci sono anche dubbi se abbia studiato a Pavia o a Cremona. Lo spirito di Antonio viene anche formato, per così dire, dalle numerose vicende tragiche che colpiscono Cremona nel XVI secolo: una serie di passaggi di dominazioni, con relativi saccheggi e devastazioni; lo straripamento del Po; le febbri malariche; il tifo petecchiale; la carestia; la peste e, infine, il terremoto.

Nel 1520 si trasferisce a Padova per studiare filosofia e medicina. Pochi giorni prima di partire fece testamento rinunciando a tutti i suoi beni in favore della madre.
Nel 1524, quando torna laureato nella natia Cremona, viene colpito dalla miseria morale della popolazione, e decide di trasformarsi da medico del corpo a medico delle anime.
Comincia a vivere secondo uno stile ispirato alla vita evangelica, assiste malati e prigionieri, e dà inizio ad un apostolato verso i laici nella piccola chiesa di S. Vitale, vicina alla sua casa. Raduna persone di tutti i tipi a cui legge la Sacra Scrittura o fa catechesi. Lui stesso, spinto da un frate che lo guida spiritualmente, si avvia verso gli studi teologici e dei padri della Chiesa.

Nel 1528 viene ordinato sacerdote (in forma tutt'altro che solenne) e da allora si firmerà sempre con la sigla “Antonio Maria prete”. Dato che prosegue il suo apostolato per i laici, rinuncia di fatto alla carriera ecclesiastica, ma guadagna comunque una fama tale da essere invitato ad espandere il suo intervento.
Nel 1530 si trasferisce a Milano dove entra in contatto con l’Oratorio dell’Eterna Sapienza. Qui lo Zaccaria conosce i due nobili milanesi Giacomo Antonio Morigia e Bartolomeo Ferrari, insieme ai quali, alla fine del 1532, progetta la trasformazione dell’oratorio, ormai in crisi (in quei tempi i problemi sulla cura del culto e la moralità sono assai gravi), in qualcosa di nuovo, una formazione religiosa originale, formata da “tre collegi”, uno di sacerdoti, uno di religiose e l’altro di laici.
Nascono, così, i (le):
- “Chierici regolari di San Paolo” (chiamati Barnabiti, nome derivante dalla prima casa-madre dell’Ordine, San Barnaba in Milano)
- “Angeliche di San Paolo”
- “Laici di San Paolo”.

I tre collegi della nuova famiglia spirituale fanno subito parlare di sé per le loro pratiche, le loro penitenze, il loro modo di vestire, la loro predicazione talvolta provocatoria. Fra le iniziative, che si devono a loro e che sono continuate nel tempo, va ricordata l’usanza di suonare le campane alle tre del venerdì pomeriggio, in ricordo della morte di Gesù, e l’esposizione solenne dell’Eucaristia, a turno nelle chiese della città (le cosiddette Quarantore).
La predicazione vivacissima scuote, sorprende, ravviva la fede in molti ma provoca anche due denunce contro il fondatore: come eretico e come ribelle. Antonio Maria corre a Roma dove per i due processi ottiene due trionfali assoluzioni.

Nel 1539 va a Guastalla per pacificare quella contea colpita dall’interdetto pontificio a causa delle contese fra due nipoti della contessa Ludovica Torelli e per seguire le pratiche di vendita di quel feudo ai Gonzaga.
Gli strapazzi e il clima della bassa padana aggravarono le sue già precarie condizioni di salute. In giugno, capendo che stava per morire, chiese di tornare a Cremona, nella casa natale. Circondato dalla coraggiosa madre, che aveva accettato una vita di solitudine pur di non ostacolare la vocazione del figlio, e dai suoi più fedeli discepoli; fece le sue ultime raccomandazioni ai presenti, ricevette i sacramenti e spirò, non ancora trentasettenne, nel primo pomeriggio del 5 luglio 1539.

Dopo il funerale celebrato a Cremona, il suo corpo venne traslato a Milano e inumato nel monastero di S. Paolo delle Angeliche. L’8 maggio 1891 le sue reliquie furono riesumate e traslate nella chiesa di San Barnaba.

Fu da subito venerato come beato fino al 1634, quando, con un decreto di Pp Urbano VIII (Maffeo Barberini) perse il titolo. Il 3 gennaio 1890 il suo culto venne reintegrato.
Il 27 maggio 1897 fu canonizzato da Papa Leone XIII (Gioacchino Pecci).

I Barnabiti sono presenti in :
- Africa (Repubblica Democratica del Congo - Rwanda)
- America (Argentina - Brasile - Canada - Messico - Stati Uniti d'America)
- Asia (Afghanistan - Filippine - India)
- Europa (Albania - Belgio - Italia - Polonia - Spagna)

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Se riuscirò anche solo a toccare il suo mantello, sarò guarita

San Francesco d'Assisi (1182-1226), fondatore dei Fratelli minori
Lettera al capitolo generale e a tutti i frati

Ascoltate, fratelli miei: se la beata Vergine Maria è tanto onorata, com'è giusto, perché ha portato Gesù nel suo santissimo seno, se il beato Giovanni Battista tremò e non osava toccare il santo corpo del Signore, e se è venerato il Sepolcro nel quale per poco tempo egli giacque, quanto deve essere santo, giusto e degno chi tocca con le mani, riceve nella bocca e porge agli altri Colui che non morirà più ma in eterno vive glorioso, nel quale gli angeli sono ansiosi di fissare lo sguardo?

Considerate la vostra dignità o fratelli sacerdoti, e siate santi, perché Dio è santo (1 Pt 1,16)... Vi comportereste in maniera ben indegna se, mentre egli è presente nelle vostre mani, vi preoccupaste di qualunque altra cosa!

L'umanità rimanga con il fiato sospeso, l'universo intero si commuova, il cielo si riempia di gioia, quando sull'altare, nelle mani del sacerdote, si fa presente il Cristo, il Figlio del Dio vivo! O ammirabile altezza, o degnazione stupenda! O miracolo di umiltà, che il Signore dell'universo, Dio e Figlio di Dio, si abbassi talmente fino a nascondersi in un pezzo di pane per la nostra salvezza! Ammirate, fratelli, l'umiltà di Dio e aprite a lui i vostri cuori; siate umili anche voi e sarete esaltati da lui. Non riservate nulla per voi stessi, perché vi accolga colui che si è dato totalmente a voi.
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domenica 4 luglio 2010

Dilata il tuo cuore

Non avere spirito provinciale. —Dilata il tuo cuore fino a farlo diventare universale, “cattolico”. Non volare come le galline quando puoi elevarti come le aquile. (Cammino, 7)

Una volta vidi un'aquila chiusa in una gabbia di ferro. Era sudicia e spennacchiata; aveva tra gli artigli un pezzo di carne putrida. Pensai allora che cosa sarebbe di me se abbandonassi la vocazione ricevuta da Dio.
Sentii pena per quell'animale solitario e prigioniero che pure era nato per volare in alto e guardare faccia a faccia il sole.
A noi è dato di sollevarci fino alle umili altezze dell'amore di Dio, del servizio a tutti gli uomini.
Ma allora è necessario che nell'anima non ci siano nascondigli dove il sole di Cristo non possa entrare.
Devi gettare lontano tutte le preoccupazioni che ti separano da Lui, perché Cristo resti nella tua intelligenza, Cristo sulle tue labbra, Cristo nel tuo cuore, Cristo nelle tue opere: tutta la tua vita — il cuore e le opere, l'intelligenza e le parole — piena di Dio.
Aprite gli occhi — abbiamo letto nel Vangelo — e levate il capo, perché la vostra redenzione e vicina. Il tempo di Avvento è tempo di speranza.
Tutto il panorama della vocazione cristiana, quell'unità di vita che ha come nerbo la presenza di Dio, nostro padre, può e deve divenire una realtà quotidiana.
Chiedilo con me alla Madonna, immaginandoti quei mesi della sua vita in attesa del Figlio che doveva nascere.
E la Madonna, Maria Santissima, farà di te alter Christus, ipse Christus: un altro Cristo, lo stesso Cristo.(E' Gesù che passa, 11)
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Il lume

La fede viva, la credenza cieca e la completa adesione all'autorità costituita da Dio sopra di te, questo è il lume che rischiarò i passi al popolo di Dio nel deserto.
Questo è il lume che risplende sempre nell'alta punta di ogni spirito accetto al Padre.
Questo è il lume che condusse i magi ad adorare il nato Messia.
Questa è la stella profetizzata da Balaam.
Questa è la fiaccola che dirige i passi di questi spiriti desolati.E questo lume e questa stella e questa fiaccola sono pure ciò che illuminano la tua anima, dirigono i tuoi passi perché tu non vacilli; fortificano il tuo spirito nel divino affetto e senza che l'anima li conosca, si avanza sempre verso l'eterna meta.Tu non lo vedi e non lo comprendi, ma non è necessario.
Tu non vedrai che tenebre, ma esse non sono quelle che coinvolgono i figli della perdizione, bensì sono quelle che circondano l'eterno Sole.
Tieni per fermo e credi che questo Sole risplende nella tua anima; e questo Sole è appunto quello di cui il veggente di Dio cantò: «E nel tuo lume vedrò il lume»

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Santa Elisabetta

Regina del Portogallo

Elisabetta di Aragona (in portoghese Isabel de Aragão) nasce a Saragozza nel 1271. Ha soltanto dodici anni quando suo padre, il re Pietro III di Aragona, la dà in moglie a Dionigi re del Portogallo: Dom Dimìs, come lo chiamano i sudditi.
Un re con molti meriti: sviluppa infatti l’economia portoghese, crea una flotta, fonda l’università di Lisbona (che sarà successivamente trasferita a Coimbra). Dionigi è un buon sovrano, ma anche un pessimo marito, sempre impelagato con altre donne e padre via via di altri figli, oltre ai due che gli dà Elisabetta.

E lei, malgrado le continue offese e i tradimenti del marito, gli rimane impeccabilmente fedele, tutta dedita ai figli Alfonso e Costanza, come ai sofferenti per malattie “brutte” in Lisbona. Ma non solo: Elisabetta si prende anche molta cura dei bambini messi al mondo dal marito con altre donne : un’opera da cristiana autentica, da grande regina.
E l’infedele Dionigi deve pur avvertire la sua superiorità morale; tant’è che più tardi, quando il figlio Alfonso gli si ribella, è l’autorità di Elisabetta a evitare lo scontro armato tra padre e figlio. Quel fatto, però, le procura l’accusa di parteggiare per il figlio Alfonso contro Dionigi, e allora la confinano nella cittadina di Alenquer, a nord di Lisbona; ma presto il marito la richiama. Ora la vuole vicina, ha bisogno di lei e del suo consiglio; Elisabetta torna e riprende serenamente il suo posto accanto al re. E quando una malattia mortale lo colpisce, assiste quest'ultimo fino alla morte; l'affettuosa dedizione della moglie pare ne favorì la conversione in extremis al cattolicesimo.

Dopo la morte del re, avvenuta nel 1325, sale al trono suo figlio Alfonso IV, ed Elisabetta non resta a fare la regina madre a Lisbona.
Dà la corona al Santuario di S. Giacomo di Compostella, dove si è recata in pellegrinaggio a piedi nudi. Dà quasi tutti i suoi averi ai poveri ed ai conventi; entra, poi, dopo essersi fatta francescana del terzo ordine, nel monastero delle clarisse a Coimbra, monastero da lei stessa fatto erigere, senza però pronunciare i voti (lo farà poco prima di morire).

Il monastero diventa la sua casa per sempre; ma una volta deve uscirne, perché c’è nuovamente bisogno di lei: deve riconciliare suo figlio Alfonso IV col re Ferdinando di Castiglia che è suo genero (è il marito di Costanza). Elisabetta ha ormai 65 anni, il suo fisico è indebolito dalle dure penitenze, e in piena estate il viaggio è troppo faticoso per lei. Incontra il figlio e la nuora, fa sosta nella cittadina di Estremoz, ma non riesce ad andare più avanti: la stanchezza e le febbri troncano rapidamente la sua vita il 4 luglio 1336.

Il suo corpo fu riportato al monastero di Coimbra, e nel 1612, durante un'esumazione, lo si trovò incorrotto; fu chiesta quindi la canonizzazione. Già nei primi tempi dopo la morte c’erano pellegrinaggi di fedeli alla sua tomba e circolavano voci di presunti "miracoli".
Nel 1625, Pp Urbano VIII (Maffeo Barberini) celebrò la solenne canonizzazione in Roma.

Santa Elisabetta del Portogallo si ricorda il 4 luglio, il “dies natalis”; in passato era l’8 luglio, ma localmente anche in altre date. Un elemento che la caratterizza è il rosario.

Significato del nome Elisabetta : “Dio è perfezione” (dall’ebraico Elisheba - composto da El, Dio, e scheba, il numero della perfezione).

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La carità, anima della missione

Papa Benedetto XVI
Messaggio per la Giornata missionaria mondiale 2006 (© copyright Libreria Editrice Vaticana )

La missione se non è orientata dalla carità, se non scaturisce cioè da un profondo atto di amore divino, rischia di ridursi a mera attività filantropica e sociale. L'amore che Dio nutre per ogni persona costituisce, infatti, il cuore dell'esperienza e dell'annunzio del Vangelo, e quanti l'accolgono ne diventano a loro volta testimoni. L'amore di Dio che dà vita al mondo è l'amore che ci è stato donato in Gesù, Parola di salvezza, icona perfetta della misericordia del Padre celeste.


Il messaggio salvifico si potrebbe ben sintetizzare allora nelle parole dell'evangelista Giovanni: «In questo si è manifestato l'amore di Dio per noi: Dio ha mandato il suo unigenito Figlio nel mondo, perché noi avessimo la vita per lui» (1 Gv 4,9). Il mandato di diffondere l'annunzio di questo amore fu affidato da Gesù agli Apostoli dopo la sua risurrezione, e gli Apostoli, interiormente trasformati il giorno della Pentecoste dalla potenza dello Spirito Santo, iniziarono a rendere testimonianza al Signore morto e risorto. Da allora, la Chiesa continua questa stessa missione, che costituisce per tutti i credenti un impegno irrinunciabile e permanente.

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sabato 3 luglio 2010

Devi andare a cercare le anime

Cristo si aspetta molto dal tuo lavoro. Ma devi andare a cercare le anime, come il Buon Pastore uscì alla ricerca della centesima pecora: senza aspettare che ti chiamino. Poi, sèrviti dei tuoi amici per fare del bene ad altri: nessuno può sentirsi tranquillo - dillo a ciascuno - con una vita spirituale che, dopo averlo colmato, non trabocchi all'esterno in zelo apostolico. (Solco, 223)

Convinciti: hai bisogno di formarti bene, in vista di quella valanga di gente che ci verrà addosso, con la domanda precisa ed esigente: «Ebbene, che c'è da fare?». (Solco, 221)

Gesù si trova presso il lago di Genezaret e la gente si accalca intorno a Lui per ascoltare la parola di Dio [Lc 5, 2]. Anche oggi! Non lo vedete? Desiderano ascoltare il messaggio di Dio, anche se all'esterno lo nascondono.
Alcuni forse hanno dimenticato la dottrina di Cristo; altri — senza loro colpa — non l'hanno mai appresa e pensano alla religione come a qualcosa di strano. Convincetevi, però, di una realtà sempre attuale: presto o tardi arriva un momento in cui l'anima non ne può più, non le bastano più le spiegazioni abituali, non la soddisfano più le menzogne dei falsi profeti.
Allora, anche se non lo ammettono, quelle persone sentono il bisogno di saziare la loro inquietudine con l'insegnamento del Signore.(Amici di Dio, 260)
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San Tommaso Apostolo

Martire
Dalla Catechesi di Papa Benedetto XVI (27 settembre 2006)

Cari fratelli e sorelle,
proseguendo i nostri incontri con i dodici Apostoli scelti direttamente da Gesù, oggi dedichiamo la nostra attenzione a Tommaso. Sempre presente nelle quattro liste compilate dal Nuovo Testamento, egli nei primi tre Vangeli è collocato accanto a Matteo (cfr Mt 10, 3; Mc 3, 18; Lc 6, 15), mentre negli Atti si trova vicino a Filippo (cfr At 1, 13). Il suo nome deriva da una radice ebraica, ta'am, che significa "appaiato, gemello". In effetti, il Vangelo di Giovanni più volte lo chiama con il soprannome di "Didimo" (cfr Gv 11, 16; 20, 24; 21, 2), che in greco vuol dire appunto "gemello". Non è chiaro il perché di questo appellativo.

Soprattutto il Quarto Vangelo ci offre alcune notizie che ritraggono qualche lineamento significativo della sua personalità. La prima riguarda l'esortazione, che egli fece agli altri Apostoli, quando Gesù, in un momento critico della sua vita, decise di andare a Betania per risuscitare Lazzaro, avvicinandosi così pericolosamente a Gerusalemme (cfr Mc 10, 32). In quell'occasione Tommaso disse ai suoi condiscepoli: “Andiamo anche noi e moriamo con lui” (Gv 11, 16). Questa sua determinazione nel seguire il Maestro è davvero esemplare e ci offre un prezioso insegnamento: rivela la totale disponibilità ad aderire a Gesù, fino ad identificare la propria sorte con quella di Lui ed a voler condividere con Lui la prova suprema della morte. In effetti, la cosa più importante è non distaccarsi mai da Gesù. D'altronde, quando i Vangeli usano il verbo "seguire" è per significare che dove si dirige Lui, là deve andare anche il suo discepolo. In questo modo, la vita cristiana si definisce come una vita con Gesù Cristo, una vita da trascorrere insieme con Lui. San Paolo scrive qualcosa di analogo, quando così rassicura i cristiani di Corinto: “Voi siete nel nostro cuore, per morire insieme e insieme vivere” (2 Cor 7, 3). Ciò che si verifica tra l'Apostolo e i suoi cristiani deve, ovviamente, valere prima di tutto per il rapporto tra i cristiani e Gesù stesso: morire insieme, vivere insieme, stare nel suo cuore come Lui sta nel nostro.

Un secondo intervento di Tommaso è registrato nell'Ultima Cena. In quell'occasione Gesù, predicendo la propria imminente dipartita, annuncia di andare a preparare un posto ai discepoli perché siano anch'essi dove si trova lui; e precisa loro: “Del luogo dove io vado, voi conoscete la via” (Gv 14, 4). È allora che Tommaso interviene dicendo: “Signore, non sappiamo dove vai, e come possiamo conoscere la via?” (Gv 14, 5). In realtà, con questa uscita egli si pone ad un livello di comprensione piuttosto basso; ma queste sue parole forniscono a Gesù l'occasione per pronunciare la celebre definizione: “Io sono la via, la verità e la vita” (Gv 14, 6). È dunque primariamente a Tommaso che viene fatta questa rivelazione, ma essa vale per tutti noi e per tutti i tempi. Ogni volta che noi sentiamo o leggiamo queste parole, possiamo metterci col pensiero al fianco di Tommaso ed immaginare che il Signore parli anche con noi così come parlò con lui. Nello stesso tempo, la sua domanda conferisce anche a noi il diritto, per così dire, di chiedere spiegazioni a Gesù. Noi spesso non lo comprendiamo. Abbiamo il coraggio di dire: non ti comprendo, Signore, ascoltami, aiutami a capire. In tal modo, con questa franchezza che è il vero modo di pregare, di parlare con Gesù, esprimiamo la pochezza della nostra capacità di comprendere, al tempo stesso ci poniamo nell'atteggiamento fiducioso di chi si attende luce e forza da chi è in grado di donarle.

Notissima, poi, e persino proverbiale è la scena di Tommaso incredulo, avvenuta otto giorni dopo la Pasqua. In un primo tempo, egli non aveva creduto a Gesù apparso in sua assenza, e aveva detto: “Se non vedo nelle sue mani il segno dei chiodi e non metto il dito nel posto dei chiodi e non metto la mia mano nel suo costato, non crederò!” (Gv 20, 25). In fondo, da queste parole emerge la convinzione che Gesù sia ormai riconoscibile non tanto dal viso quanto dalle piaghe. Tommaso ritiene che segni qualificanti dell'identità di Gesù siano ora soprattutto le piaghe, nelle quali si rivela fino a che punto Egli ci ha amati. In questo l'Apostolo non si sbaglia. Come sappiamo, otto giorni dopo Gesù ricompare in mezzo ai suoi discepoli, e questa volta Tommaso è presente. E Gesù lo interpella: “Metti qua il tuo dito e guarda le mie mani; stendi la mano e mettila nel mio costato; e non essere più incredulo, ma credente” (Gv 20, 27). Tommaso reagisce con la più splendida professione di fede di tutto il Nuovo Testamento: “Mio Signore e mio Dio!” (Gv 20, 28). [...] L'evangelista prosegue con un'ultima parola di Gesù a Tommaso: “Perché mi hai veduto, hai creduto: beati quelli che pur non avendo visto crederanno” (Gv 20, 29). Questa frase si può anche mettere al presente: “Beati quelli che non vedono eppure credono”. [...]

Un'ultima annotazione su Tommaso ci è conservata dal Quarto Vangelo, che lo presenta come testimone del Risorto nel successivo momento della pesca miracolosa sul Lago di Tiberiade (cfr Gv 21, 2). In quell'occasione egli è menzionato addirittura subito dopo Simon Pietro: segno evidente della notevole importanza di cui godeva nell'ambito delle prime comunità cristiane. In effetti, nel suo nome vennero poi scritti gli Atti e il Vangelo di Tommaso, ambedue apocrifi ma comunque importanti per lo studio delle origini cristiane. Ricordiamo infine che, secondo un'antica tradizione, Tommaso evangelizzò prima la Siria e la Persia (così riferisce già Origene, riportato da Eusebio di Cesarea, Hist. eccl. 3, 1) poi si spinse fino all'India occidentale (cfr Atti di Tommaso 1-2 e 17ss), da dove infine raggiunse anche l'India meridionale. In questa prospettiva missionaria terminiamo la nostra riflessione, esprimendo l'auspicio che l'esempio di Tommaso corrobori sempre più la nostra fede in Gesù Cristo, nostro Signore e nostro Dio.
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Sii credente, e sii mio apostolo

Basilio di Seleucia ( ?-circa 468), vescovo
Omelie per la Risurrezione, 1-4

«Metti il dito nel posto dei chiodi». Mi cercavi quando io non c'ero, ora approfitta della mia presenza. Io conosco il tuo desiderio nonostante il tuo silenzio. Prima che tu me lo dica, io so quel che pensi. Ti ho sentito parlare e, pur invisibile, ero vicino a te, vicino ai tuoi dubbi; senza farmi vedere, ti ho fatto aspettare, per scrutare meglio la tua impazienza. «Metti il dito nel posto dei chiodi; e non essere più incredulo ma credente».

Allora Tommaso lo tocca, e s'infrange tutta la sua diffidenza; pieno di una fede sincera e di tutto l'amore dovuto al suo Dio, grida: «Mio Signore e mio Dio!» E il Signore gli dice: «Perché mi hai veduto, hai creduto; beati quelli che pur non avendo visto crederanno». Tommaso, porta la novella della mia risurrezione a coloro che non mi hanno visto. Porta tutta la terra a credere non a quello che vede, bensì alla tua parola. Percorri i popoli e le città lontane. Insegna loro a portare la croce sulle spalle invece delle armi. Non fare null'altro che annunciare me: crederanno e mi adoreranno. Non esigeranno altra prova. Di' loro che sono chiamati per grazia, e tu, contempla la loro fede: Beati, in verità, coloro che pur non avendo visto hanno creduto!

Tale è l'esercito che arruola il Signore; tali sono i figli del fonte battesimale, le opere della grazia, la messe dello Spirito. Hanno seguito Cristo, pur senza averlo visto, l'hanno cercato e hanno creduto. L'hanno riconosciuto con gli occhi della fede, non con quelli del corpo. Non hanno messo il dito nel posto dei chiodi, ma si sono attaccati alla sua croce e hanno abbracciato le sue sofferenze. Non hanno visto il costato del Signore ma, per la grazia, si sono uniti alle sue membra e hanno fatto propria questa parola del Signore: «Beati coloro che pur non avendo visto hanno creduto!»
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venerdì 2 luglio 2010

Come vuoi che ti ascoltino?

Corri il grande pericolo di accontentarti di vivere o di pensare che devi vivere come un «bambino buono», che abita in una casa ordinata, senza problemi, e che conosce soltanto la felicità. Questa è una caricatura della casa di Nazaret: Cristo, proprio perché portava la felicità e l'ordine, è uscito per propagare questi tesori fra gli uomini e le donne di tutti i tempi. (Solco, 952)

Mi sembrano molto logiche le tue impazienze perché l'umanità tutta conosca Cristo. Però comincia dalla responsabilità di salvare le anime di coloro che vivono con te, di santificare ogni tuo collega di lavoro o di studio... Questa è la missione principale che il Signore ti ha affidato.(Solco, 953)

Comportati come se da te, ed esclusivamente da te, dipendesse l'ambiente del luogo in cui lavori: ambiente di laboriosità, di allegria, di presenza di Dio, di visione soprannaturale.Non capisco la tua abulia. Se t'imbatti in un gruppo di colleghi un po' difficili che forse sono divenuti difficili per la tua trascuratezza , te ne disinteressi, ti sottrai al carico, e pensi che sono un peso morto, una zavorra in contrasto con le tue ambizioni apostoliche, che non ti capiranno...
Come vuoi che ti ascoltino se, oltre a volergli bene e a servirli con la tua orazione e la tua mortificazione, non gli parli?...
Quante sorprese avrai il giorno in cui ti deciderai a seguirne uno, e poi un altro e ancora un altro! Inoltre, se non cambi, a buon diritto potranno esclamare, segnandoti a dito: «Hominem non habeo!» non ho chi mi aiuti!(Solco, 954)
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San Bernardino Realino

Sacerdote S.J.

B
ernardino Realino è nato il 1° dicembre 1530 in una famiglia illustre di Carpi (MO) che per i suoi primi studi gli faceva venire i maestri in casa.

A 16 anni frequenta l'Accademia di Modena, all’epoca uno dei più illustri centri culturali d’Italia, dove fu fortemente attratto verso gli studi umanistici. Studia, poi, filosofia e medicina all’università di Bologna e, infine, all’età di 26 anni, si laurea in “utruque jure”, cioè sia in Diritto Canonico che Civile.

Suo padre, collaboratore del cardinale Cristoforo Madruzzo che, come vescovo di Trento, è stato il “padrone di casa” del famoso Concilio e uno dei protagonisti, dal 1556 è governatore di Milano per conto del re Filippo II di Spagna.
Sotto la sua protezione, il dotto Bernardino si avvia per la strada dei “pubblici uffici”. Comincia facendo il podestà a Felizzano Monferrato, poi va ad Alessandria come “avvocato fiscale” (una sorta di procuratore della Repubblica).
Dopo altri incarichi in Piemonte, passa al servizio del marchese Francesco Ferdinando d’Avalos, viceré di Sicilia e si trasferisce a Napoli, anch’essa città soggetta alla Spagna col suo regno.

Qui, però, la sua carriera s’interrompe. Bernardino Realino frequenta i Gesuiti, da poco giunti in città, e decide di essere uno di loro, abbandonando codici e carriera. Lo accoglie nel 1564 Alonso Salmeron, uno degli iniziatori della Compagnia di Gesù con Ignazio di Loyola.

Nel 1567 Bernardino è ordinato sacerdote e diventa il maestro dei novizi gesuiti. Sette anni dopo, a Lecce, crea un collegio al quale si dedicherà fino alla morte.
Nello stesso tempo si dedica alla gente di Lecce, ricchi e poveri, istruiti e ignoranti, tutti sbalorditi per la sua irriducibile pazienza nell’occuparsi di situazioni, necessità, miserie, a cui s’ingegna di provvedere con un dinamismo che ha del prodigioso: tant’è che gli si attribuiscono vari miracoli già da vivo.
Padre Bernardino servì la città di Lecce per 42 anni costruendo una chiesa (la Chiesa del Gesù) e un collegio. Nella pratica per la sua beatificazione si legge che fu per Lecce ciò che Filippo Neri fu per Roma.
Il sindaco di Lecce al suo capezzale di morte, chiese a Bernardino di pregare per gli abitanti leccesi e per tutta l'umanità intera ed egli rispose con un filo di voce e ormai allo stremo delle forse: "Signor sì" .
Morì il 2 luglio 1616 a 86 anni. Tutta la cittadinanza lo pianse amaramente.

Bernardino Realino è stato proclamato santo da Pp Pio XII (Eugenio Pacelli), nel 1947.

Significato del nome Bernardo, Bernardino : “ardito come orso” (tedesco).

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A tavola con Gesù

San Beda il Venerabile (circa 673-735), monaco, dottore della Chiesa
Omelie sui vangeli, I, 21 ; CCL 122, 149-151

« Mentre Gesù sedeva a mensa in casa, sopraggiunsero molti pubblicani e peccatori e si misero a tavola con lui e con i suoi discepoli ». Se desideriamo penetrare più a fondo nel significato di ciò che è accaduto, capiremo che Matteo non si limitò ad offrire al Signore un banchetto per il suo corpo nella propria abitazione materiale ma, con la fede e l'amore, gli preparò un convito molto più gradito nell'intimo del suo cuore. Lo afferma colui che dice : « Ecco, sto alla porta e busso. Se qualcuno ascolta la mia voce e mi apre la porta, io verrò da lui, cenerò con lui ed egli con me » (Ap 3, 20).

Gli apriamo la porte per accoglierlo, quando, udita la sua voce, diamo volentieri il nostro assenso ai suoi segreti o palesi inviti e ci applichiamo con impegno nel compito da lui affidatoci. Entra quindi per cenare con noi e noi con lui, perché con la grazia del suo amore, viene ad abitare nei cuori degli eletti, per ristorarli con la luce della sua presenza. Essi così sono in grado di avanzare sempre più nei desideri del cielo. A sua volta, riceve anche lui ristoro mediante il loro amore per le cose celesti, come se gli offrissero vivande gustosissime.
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Messaggio Medjugorje 02/07/2010 (Mirjana)

Ecco il messaggio che Mirjana ha ricevuto oggi, 2 Luglio 2010, trasmessoci da Krizan Brekalo e dato a lui da Milenko Vasilj:

Cari figli, la mia chiamata materna che oggi vi rivolgo è una chiamata di verità e di vita.
Mio Figlio, che è la vita, vi ama e vi conosce nella verità.
Per conoscere e amare voi stessi dovete conoscere mio Figlio, mentre per conoscere ed amare gli altri dovete vedere in essi mio Figlio.
Perciò, figli miei, pregate, pregate per comprendere e abbandonarvi con spirito libero, per trasformarvi completamente ed avere in questo modo il Regno dei Cieli nel vostro cuore sulla terra.
Vi ringrazio.

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giovedì 1 luglio 2010

La gioia, l'ottimismo soprannaturale e umano, sono compatibili con la stanchezza fisica

Non sai se quel che si è impadronito di te è esaurimento fisico oppure una specie di stanchezza interiore, o tutte e due le cose insieme...: lotti senza lotta, senza l'anelito di un autentico e concreto miglioramento, per appiccare la gioia e l'amore di Cristo alle anime. Voglio ricordarti le chiare parole dello Spirito Santo: sarà incoronato soltanto chi avrà combattuto "legitime" veramente, nonostante tutto. (Solco, 163)

La gioia, l'ottimismo soprannaturale e umano, sono compatibili con la stanchezza fisica, col dolore, con le lacrime — perché abbiamo un cuore —, con le difficoltà nella vita interiore o nel lavoro apostolico.Egli, “perfectus Deus, perfectus Homo” — perfetto Dio e perfetto Uomo —, che possedeva tutta la felicità del Cielo, volle provare la fatica e la stanchezza, il pianto e il dolore..., perché comprendessimo che essere soprannaturali implica essere molto umani.(Forgia, 290)

Quando ci stanchiamo — nel lavoro, nello studio, nell'impegno apostolico —, quando ci si restringe l'orizzonte, volgiamo gli occhi a Cristo: al Gesù buono, al Gesù stanco, al Gesù che ha fame e sete. Come ti fai capire bene, Signore! Come ti fai amare! Ti presenti a noi come uno di noi, uguale in tutto, eccetto il peccato: per farci toccare con mano che assieme a te potremo vincere le nostre cattive inclinazioni, le nostre colpe.
Perché né fatica, né fame, né sete, né lacrime contano più... Cristo fu stanco, provò la fame, ebbe sete, pianse. Quello che conta è la lotta — lotta amabile, poiché il Signore resta sempre con noi — per compiere la volontà del Padre che è nei cieli [Cfr Gv 4, 34].(Amici di Dio, 201)
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Beato Ignazio Falzon

Chierico

Ignazio, al secolo Nazju, Falzon nacque a La Valletta (Malta) il 1° luglio 1813. Era di famiglia ricca e anche famosa, in cui l’attività forense era una tradizione. Avvocato era stato il nonno, avvocato era il padre, come anche un fratello.

Vestì l'abito clericale e ricevette la prima tonsura all'età di 15 anni. Prima di conseguire, come era tradizione familiare, la laurea in “utruque jure”, cioè sia in Diritto Canonico che Civile, il che avvenne all'età di 20 anni, aveva ricevuto gli Ordini Minori.
Non ha mai esercitato la professione forense, né mai ha accettato, sentendosene indegno, l'Ordinazione presbiterale. Dedicò la sua vita alla preghiera e all'insegnamento del catechismo. L'adorazione eucaristica e la meditazione furono il suo nutrimento spirituale e il sostegno del suo particolare apostolato: catechizzare, conoscere i catechizzandi e interessarsi a loro.

Ignazio è famoso per lo speciale ambiente nel quale svolse il suo apostolato e offrì la sua testimonianza: tra i militari della numerosa guarnigione britannica di stanza in La Valletta (negli anni di Guerra di Crimea, 1853-1856, erano circa 20.000).
Per entrare in conversazione con loro deve imparare, e anche in fretta, l’inglese. Incominciò con organizzare preghiere e lezioni di catechismo per i cattolici. Stringendo, poi, amicizia con i loro commilitoni non cattolici ed anche non cristiani, ne attirò molti alla fede cattolica: i documenti parlano di oltre 600 conversioni.
Al chierico Ignazio non mancarono doti e capacità di ispirare fiducia anche in quelli che rimanevano nella loro fede non cattolica. Per questo fatto è considerato pioniere e campione del dialogo ecumenico. Svolgeva tale delicata missione con l'aiuto e la cooperazione di amici laici, molti dei quali abbracciarono lo stato clericale.

Muore nel giorno del suo 52° compleanno, il 1° luglio 1865 per un attacco cardiaco e subito è circondato da venerazione, al punto che la causa di beatificazione ebbe inizio nel 1892.

Il Servo di Dio Giovanni Paolo II (Karol Józef Wojtyła), durante il pellegrinaggio sulle orme di S. Paolo, ha presieduto, nella mattina del 9 maggio 2001, la Concelebrazione Eucaristica, nel Piazzale dei Granai Floriana, a Malta, davanti a 150 mila fedeli (quasi la metà dell'intera popolazione maltese).
Durante la Santa Messa, il Papa ha proclamato 3 beati : Don Giorgio Preca, Suor Maria Adeodata Pisani e Ignazio Falzon descrivendolo nei seguenti termini :

« Anche il Servo di Dio Ignazio Falzon aveva una grande passione per la predicazione del Vangelo e per l'insegnamento della fede cattolica. Anch'egli mise i suoi numerosi talenti e la sua formazione intellettuale al servizio dell'opera catechetica. L'Apostolo Paolo scrisse: “Ciascuno dia secondo quanto ha deciso nel suo cuore, non con tristezza né per forza, perché Dio ama chi dona con gioia” (2 Cor 9, 7). Il Beato Ignazio donò abbondantemente e gioiosamente e le persone trovavano in lui non solo un'infinita energia, ma anche gioia e pace profonde. Rinunciò al successo terreno per il quale era stato preparato al fine di servire il bene spirituale degli altri, inclusi i numerosi soldati e marinai britannici di stanza a Malta a quel tempo. Nell'avvicinarsi a loro, alcuni dei quali erano cattolici, anticipò lo spirito ecumenico di rispetto e di dialogo che oggi ci è tanto familiare, ma che a quel tempo non era sempre così diffuso.
Ignazio Falzon trasse forza e ispirazione dall'Eucaristia, dalla preghiera di fronte al Tabernacolo, dalla devozione a Maria e al Rosario e dall'imitazione di S. Giuseppe. Queste sono fonti di grazia alle quali tutti i cristiani possono attingere. Santità e zelo per il Regno di Dio fioriscono in particolare laddove le parrocchie e le comunità incoraggiano la preghiera e la devozione al SS. Sacramento. Vi esorto dunque a prendervi cura delle vostre tradizioni di pietà, purificandole dove necessario e rafforzandole con una catechesi e un'istruzione sane. Non potrebbe esserci modo migliore per onorare la memoria del Beato Ignazio Falzon. »

Significato del nome Ignazio : “di fuoco, igneo” (latino)

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Chi può rimettere i peccati se non Dio solo ?

Isacco della Stella (? - circa 1171), monaco cistercense
Omelie, 11

Due cose spettano a Dio solo: l'onore di ricevere la confessione e il potere di perdonare. Dobbiamo fargli la nostra confessione e aspettarci da lui il perdono. A Dio solo infatti spetta perdonare i peccati; quindi a lui solo conviene confessarli. Ma l'Onnipotente, l'Altissimo, avendo preso una sposa debole e povera, ha fatto di questa serva una regina. Lei rimaneva indietro, e Lui l'ha posta accanto a sé; infatti dal suo costato lei è uscita, e in questo modo egli l'ha unita a sé (Gen 2,22; Gv 19,34). E come tutte le cose del Padre sono del Figlio e tutte le cose del Figlio sono del Padre, per la loro unità di natura (Gv 17,10), così lo Sposo ha dato tutti i suoi beni alla sposa e si è assunto tutto ciò che appartiene alla sposa che ha unita a sé e a suo Padre...

Per questo lo Sposo, che è una cosa sola con il Padre e una cosa sola con la sposa, ha tolto da lei quanto ha trovato in lei di straniero, fissandolo alla croce dove ha portato i suoi peccati sul legno e li ha distrutti per mezzo del legno. Ciò che è naturale e proprio alla sposa, egli l'ha assunto e rivestito; ciò che gli è proprio e divino, l'ha dato alla sposa... Condivide così la debolezza della sposa insieme al suo gemito, e tutto è comune allo Sposo e alla sposa. L'onore di ricevere la confessione e il potere di perdonare. Per questo ha detto: «Va', presentati al sacerdote» (Mc 1,44).
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