Cari figli,
ricordatevi che l’Amore trionferà.
So che molti di voi hanno perso la speranza, perchè intorno a se stessi vedono la sofferenza, il dolore, la gelosia, l’invidia.
Ma Io sono vostra Madre.
Sono nel Regno ma sono anche qui in mezzo a voi.
Mio Figlio mi manda nuovamente per aiutarvi, perciò non perdete la speranza ma seguitemi perché il trionfo del mio Cuore è nel nome di Dio.
Mio Figlio ha amato e pensa a voi come ha pensato sempre.
Credetegli e vivetelo perché Lui è la Vita del mondo.
Figli miei vivere mio Figlio significa vivere il Vangelo e ciò non è facile.
Ciò significa amore, perdono e sacrificio.
Ciò purifica, vi apre la porta verso il Regno.
La preghiera sincera non è solo la parola, ma la preghiera che pronuncia il cuore.
Questa vi aiuterà.
Anche il digiuno perché ciò è ancora più amore, perdono e sacrificio.
Perciò non perdete la speranza ma seguitemi.
Vi invito nuovamente ad amare i vostri pastori, a pregare per i vostri pastori affinché guardino sempre mio Figlio che é stato il primo Pastore del mondo e la sua famiglia è stata tutto il mondo.
Vi ringrazio.
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mercoledì 3 dicembre 2014
lunedì 1 dicembre 2014
Commento al Vangelo del 1-12-2014
+ Dal Vangelo secondo Matteo (8,5-11)
Entrato in Cafàrnao, gli venne incontro un centurione che lo scongiurava e diceva: «Signore, il mio servo è in casa, a letto, paralizzato e soffre terribilmente». Gli disse: «Verrò e lo guarirò». Ma il centurione rispose: «Signore, io non sono degno che tu entri sotto il mio tetto, ma di' sol- tanto una parola e il mio servo sarà guarito. Pur essendo anch'io un subalterno, ho dei soldati sotto di me e dico a uno: «Va'!», ed egli va; e aun altro: «Vieni!», ed egli viene; e al mio servo: «Fa' questo!», ed egli lo fa». Ascoltandolo, Gesù si meravigliò e disse a quelli che lo seguivano: «In verità io vi dico, in I- sraele non ho trovato nessuno con una fede così grande! Ora io vi dico che molti verranno dall'oriente e dall'occidente e siederanno a mensa con Abramo, Isacco e Giacobbe nel regno dei cieli»
Il centurione era il comandante di una centuria, di un gruppo di cento soldati. Egli non chiede nulla per sé, ma prega Gesù per il suo servo gravemente ammalato. Gesù manifesta tutta la sua disponibilità: "Io verrò e lo curerò" (v. 7). Ma il centurione dichiara di non essere degno di ricevere Gesù in casa propria ed è convinto che non occorre che il Signore vada da lui perché lo ritiene capace di comandare anche a distanza sulle potenze del male.
Il centurione è un pagano che crede senza esitazione nel potere della parola di Dio. E la fede nella parola di Dio permette al Signore di agire in noi. Il miracolo è un segno dell’amore di Dio che interviene a nostro favore, perché è infinitamente sensibile al nostro male. Egli vuole donarci tutto e soprattutto sé stesso. Aspetta solo che glielo chiediamo con fede.
La grande fede del centurione rende manifesta la mancanza di fede in Israele. La semplice appartenenza anagrafica al popolo di Dio non dà a nessuno la certezza di essere salvato: a tutti è richiesta la fede che si manifesta nelle opere. L’incontro con il centurione offre a Gesù l’occasione per annunciare l’entrata di tutti i popoli nel regno di Dio. I pagani prenderanno posto alla tavola dei patriarchi nel regno dei cieli.
La Chiesa è costituita da coloro che credono nella parola di Dio e la mettono in pratica. Nel regno di Dio entreranno solo i figli, ossia quelli che sono stati rigenerati "dalla parola di Dio viva ed eterna" (1Pt 1,23), dalla parola del vangelo.
Il futuro eterno lo si prepara giorno per giorno accogliendo o rifiutando la parola di Gesù. La nostra libertà si esprime pienamente nella fede o nella mancanza di fede, nel nostro acconsentire alla comunione con Dio o nel rifiutarla.
In questo brano compare all’orizzonte il pellegrinaggio di tutti i popoli che affluiranno alla casa del Signore, e l’annuncio finale del vangelo di Matteo: "Andate e ammaestrate tutte le nazioni" (28,19).
Padre Lino Pedron
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Entrato in Cafàrnao, gli venne incontro un centurione che lo scongiurava e diceva: «Signore, il mio servo è in casa, a letto, paralizzato e soffre terribilmente». Gli disse: «Verrò e lo guarirò». Ma il centurione rispose: «Signore, io non sono degno che tu entri sotto il mio tetto, ma di' sol- tanto una parola e il mio servo sarà guarito. Pur essendo anch'io un subalterno, ho dei soldati sotto di me e dico a uno: «Va'!», ed egli va; e aun altro: «Vieni!», ed egli viene; e al mio servo: «Fa' questo!», ed egli lo fa». Ascoltandolo, Gesù si meravigliò e disse a quelli che lo seguivano: «In verità io vi dico, in I- sraele non ho trovato nessuno con una fede così grande! Ora io vi dico che molti verranno dall'oriente e dall'occidente e siederanno a mensa con Abramo, Isacco e Giacobbe nel regno dei cieli»
Il centurione era il comandante di una centuria, di un gruppo di cento soldati. Egli non chiede nulla per sé, ma prega Gesù per il suo servo gravemente ammalato. Gesù manifesta tutta la sua disponibilità: "Io verrò e lo curerò" (v. 7). Ma il centurione dichiara di non essere degno di ricevere Gesù in casa propria ed è convinto che non occorre che il Signore vada da lui perché lo ritiene capace di comandare anche a distanza sulle potenze del male.
Il centurione è un pagano che crede senza esitazione nel potere della parola di Dio. E la fede nella parola di Dio permette al Signore di agire in noi. Il miracolo è un segno dell’amore di Dio che interviene a nostro favore, perché è infinitamente sensibile al nostro male. Egli vuole donarci tutto e soprattutto sé stesso. Aspetta solo che glielo chiediamo con fede.
La grande fede del centurione rende manifesta la mancanza di fede in Israele. La semplice appartenenza anagrafica al popolo di Dio non dà a nessuno la certezza di essere salvato: a tutti è richiesta la fede che si manifesta nelle opere. L’incontro con il centurione offre a Gesù l’occasione per annunciare l’entrata di tutti i popoli nel regno di Dio. I pagani prenderanno posto alla tavola dei patriarchi nel regno dei cieli.
La Chiesa è costituita da coloro che credono nella parola di Dio e la mettono in pratica. Nel regno di Dio entreranno solo i figli, ossia quelli che sono stati rigenerati "dalla parola di Dio viva ed eterna" (1Pt 1,23), dalla parola del vangelo.
Il futuro eterno lo si prepara giorno per giorno accogliendo o rifiutando la parola di Gesù. La nostra libertà si esprime pienamente nella fede o nella mancanza di fede, nel nostro acconsentire alla comunione con Dio o nel rifiutarla.
In questo brano compare all’orizzonte il pellegrinaggio di tutti i popoli che affluiranno alla casa del Signore, e l’annuncio finale del vangelo di Matteo: "Andate e ammaestrate tutte le nazioni" (28,19).
Padre Lino Pedron
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domenica 30 novembre 2014
Apertura anno vita consacrata
Cari fratelli e sorelle,
anche se lontano fisicamente a motivo del mio servizio alla Chiesa universale, mi sento intimamente unito a tutti i consacrati e le consacrate all'inizio di questo Anno che ho voluto fosse dedicato alla vita consacrata.
Saluto con affetto tutti i membri della Congregazione per gli Istituti di vita consacrata e le Società di vita apostolica, e tutti coloro che sono presenti nella Basilica di Santa Maria Maggiore, sotto il tenero sguardo della Beata Vergine Salus Populi Romani, per questa Veglia di preghiera.
Con voi saluto anche tutti i consacrati e le consacrate che vivono e operano nel mondo. In questa occasione le mie prime parole sono di gratitudine al Signore per il dono prezioso della vita consacrata alla Chiesa e al mondo.
Questo Anno della Vita Consacrata sia un'occasione affinché tutti i membri del popolo di Dio ringrazino il Signore, dal quale proviene ogni bene, per il dono della vita consacrata, valorizzandola in maniera conveniente. A voi, cari fratelli e sorelle consacrati, va ugualmente la mia gratitudine per ciò che siete e fate nella Chiesa e nel mondo: sia questo un "tempo forte" per celebrare con tutta la Chiesa il dono della vostra vocazione e per ravvivare la vostra missione profetica.
Vi ripeto anche oggi quanto vi ho detto altre volte: «Svegliate il mondo! Svegliate il mondo!». Come? Mettete Cristo al centro della vostra esistenza. Essendo norma fondamentale della vostra vita «seguire Cristo come viene insegnato dal Vangelo» (Perfectae caritatis, 2), la vita consacrata consiste essenzialmente nell'adesione personale a Lui. Cercate, cari consacrati, Cristo costantemente, cercate il suo Volto, occupi Egli il centro della vostra vita in modo da essere trasformati in «memoria vivente del modo di esistere e di agire di Gesù, come Verbo incarnato di fronte al Padre e di fronte ai fratelli» (Vita consecrata, 22).
Come l'apostolo Paolo, lasciatevi conquistare da Lui, assumete i suoi sentimenti e la sua forma di vita (cfr ibid., 18); lasciatevi toccare dalla sua mano, condurre dalla sua voce, sostenere dalla sua grazia (cfr ibid., 40). Non è facile, lasciatevi toccare dalla sua mano, condurre dalla sua voce, sostenere dalla sua grazia. E con Cristo, partite sempre dal Vangelo!
Assumetelo come forma di vita e traducetelo in gesti quotidiani segnati dalla semplicità e dalla coerenza, superando così la tentazione di trasformarlo in una ideologia.
Il Vangelo conserverà "giovane" la vostra vita e missione, e le renderà attuali e attraenti. Sia il Vangelo il terreno solido dove avanzare con coraggio. Chiamati ad essere «esegesi vivente» del Vangelo, sia esso, cari consacrati, il fondamento e il riferimento ultimo della vostra vita e missione. Uscite dal vostro nido verso le periferie dell'uomo e della donna di oggi! Per questo, lasciatevi incontrare da Cristo.
L'incontro con Lui vi spingerà all'incontro con gli altri e vi porterà verso i più bisognosi, i più poveri. Giungete alle periferie che attendono la luce del Vangelo (cfr Evangelii gaudium, 20). Abitate le frontiere. Questo vi chiederà vigilanza per scoprire le novità dello Spirito; lucidità per riconoscere la complessità delle nuove frontiere; discernimento per identificare i limiti e la maniera adeguata di procedere; e immersione nella realtà, «toccando la carne sofferente di Cristo nel popolo» (ibid., 24).
Cari fratelli e sorelle: di fronte a voi si presentano molte sfide, ma queste ci sono per essere superate. «Siamo realisti, ma senza perdere l'allegria, l'audacia e la dedizione piena di speranza!
Non lasciamoci rubare la forza missionaria!» (ibid., 109). Maria, donna in contemplazione del mistero di Dio nel mondo e nella storia, donna diligente nell'aiutare con prontezza gli altri (cfr Lc 1, 39) e per questo modello di ogni discepolo-missionario, ci accompagni in questo Anno della vita consacrata che poniamo sotto il suo sguardo materno.
A tutti voi partecipanti alla Veglia di preghiera a Santa Maria Maggiore e a tutti i consacrati e le consacrate imparto di cuore la Benedizione, e vi chiedo per favore di pregare per me.
Il Signore vi benedica e la Madonna vi custodisca.
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anche se lontano fisicamente a motivo del mio servizio alla Chiesa universale, mi sento intimamente unito a tutti i consacrati e le consacrate all'inizio di questo Anno che ho voluto fosse dedicato alla vita consacrata.
Saluto con affetto tutti i membri della Congregazione per gli Istituti di vita consacrata e le Società di vita apostolica, e tutti coloro che sono presenti nella Basilica di Santa Maria Maggiore, sotto il tenero sguardo della Beata Vergine Salus Populi Romani, per questa Veglia di preghiera.
Con voi saluto anche tutti i consacrati e le consacrate che vivono e operano nel mondo. In questa occasione le mie prime parole sono di gratitudine al Signore per il dono prezioso della vita consacrata alla Chiesa e al mondo.
Questo Anno della Vita Consacrata sia un'occasione affinché tutti i membri del popolo di Dio ringrazino il Signore, dal quale proviene ogni bene, per il dono della vita consacrata, valorizzandola in maniera conveniente. A voi, cari fratelli e sorelle consacrati, va ugualmente la mia gratitudine per ciò che siete e fate nella Chiesa e nel mondo: sia questo un "tempo forte" per celebrare con tutta la Chiesa il dono della vostra vocazione e per ravvivare la vostra missione profetica.
Vi ripeto anche oggi quanto vi ho detto altre volte: «Svegliate il mondo! Svegliate il mondo!». Come? Mettete Cristo al centro della vostra esistenza. Essendo norma fondamentale della vostra vita «seguire Cristo come viene insegnato dal Vangelo» (Perfectae caritatis, 2), la vita consacrata consiste essenzialmente nell'adesione personale a Lui. Cercate, cari consacrati, Cristo costantemente, cercate il suo Volto, occupi Egli il centro della vostra vita in modo da essere trasformati in «memoria vivente del modo di esistere e di agire di Gesù, come Verbo incarnato di fronte al Padre e di fronte ai fratelli» (Vita consecrata, 22).
Come l'apostolo Paolo, lasciatevi conquistare da Lui, assumete i suoi sentimenti e la sua forma di vita (cfr ibid., 18); lasciatevi toccare dalla sua mano, condurre dalla sua voce, sostenere dalla sua grazia (cfr ibid., 40). Non è facile, lasciatevi toccare dalla sua mano, condurre dalla sua voce, sostenere dalla sua grazia. E con Cristo, partite sempre dal Vangelo!
Assumetelo come forma di vita e traducetelo in gesti quotidiani segnati dalla semplicità e dalla coerenza, superando così la tentazione di trasformarlo in una ideologia.
Il Vangelo conserverà "giovane" la vostra vita e missione, e le renderà attuali e attraenti. Sia il Vangelo il terreno solido dove avanzare con coraggio. Chiamati ad essere «esegesi vivente» del Vangelo, sia esso, cari consacrati, il fondamento e il riferimento ultimo della vostra vita e missione. Uscite dal vostro nido verso le periferie dell'uomo e della donna di oggi! Per questo, lasciatevi incontrare da Cristo.
L'incontro con Lui vi spingerà all'incontro con gli altri e vi porterà verso i più bisognosi, i più poveri. Giungete alle periferie che attendono la luce del Vangelo (cfr Evangelii gaudium, 20). Abitate le frontiere. Questo vi chiederà vigilanza per scoprire le novità dello Spirito; lucidità per riconoscere la complessità delle nuove frontiere; discernimento per identificare i limiti e la maniera adeguata di procedere; e immersione nella realtà, «toccando la carne sofferente di Cristo nel popolo» (ibid., 24).
Cari fratelli e sorelle: di fronte a voi si presentano molte sfide, ma queste ci sono per essere superate. «Siamo realisti, ma senza perdere l'allegria, l'audacia e la dedizione piena di speranza!
Non lasciamoci rubare la forza missionaria!» (ibid., 109). Maria, donna in contemplazione del mistero di Dio nel mondo e nella storia, donna diligente nell'aiutare con prontezza gli altri (cfr Lc 1, 39) e per questo modello di ogni discepolo-missionario, ci accompagni in questo Anno della vita consacrata che poniamo sotto il suo sguardo materno.
A tutti voi partecipanti alla Veglia di preghiera a Santa Maria Maggiore e a tutti i consacrati e le consacrate imparto di cuore la Benedizione, e vi chiedo per favore di pregare per me.
Il Signore vi benedica e la Madonna vi custodisca.
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Richiesta di preghiere 29/11/2014
Una bimba di due anni e mezzo è andata ad aumentare la schiera degli Angeli in Paradiso lasciando nel dolore la mamma il papà e tre fratelli.
Preghiamo il Signore affinché porti consolazione a questa famiglia distrutta dal dolore.
Grazie. ardea da Trieste
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Preghiamo il Signore affinché porti consolazione a questa famiglia distrutta dal dolore.
Grazie. ardea da Trieste
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Fate attenzione Vegliate
L'Avvento, tempo con il quale comincia l'Anno Liturgico, ci invita a camminare tutti insieme verso la luce.
Spesso siamo solo preoccupati di andare, ma ci lasciamo sfuggire lo scopo del viaggio. La nostra vita e tutta la storia, non va verso una catastrofe, non sta precipitando verso nulla, ma sta andando verso il compimento, verso un nuovo "capodanno liturgico", dando così inizio alla celebrazione del tempo proprio quando tutto sembrerebbe che esso ci stia sfuggendo di mano.
Proprio mentre la luce diminuisce la Chiesa prepara le lampade dell'attesa, in cui l'olio della speranza e dell'amore riversato nei piccoli orci del nostro cuore "non si svuoterà" (1 Re 17,14).
Attraverso le preghiere e le letture così penetranti di questo tempo di Avvento una goccia di olio ravviverà la lampada della nostra attesa, donandoci più forza e fiducia.
In questo tempo siamo chiamati tutti a chiedere con insistenza: "Signore "venga il tuo Regno", insegnami a pregare, aumenta la mia fede", per poter vivere il nostro viaggio non sotto il peso dell'angoscia e della paura, ma con la fiducia nel Padre che sostiene il mondo e lo accompagna con la sua provvidenza. Maranathà!
Vieni signore Gesù la culla del mio cuore è pronta ad accoglierti!
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Spesso siamo solo preoccupati di andare, ma ci lasciamo sfuggire lo scopo del viaggio. La nostra vita e tutta la storia, non va verso una catastrofe, non sta precipitando verso nulla, ma sta andando verso il compimento, verso un nuovo "capodanno liturgico", dando così inizio alla celebrazione del tempo proprio quando tutto sembrerebbe che esso ci stia sfuggendo di mano.
Proprio mentre la luce diminuisce la Chiesa prepara le lampade dell'attesa, in cui l'olio della speranza e dell'amore riversato nei piccoli orci del nostro cuore "non si svuoterà" (1 Re 17,14).
Attraverso le preghiere e le letture così penetranti di questo tempo di Avvento una goccia di olio ravviverà la lampada della nostra attesa, donandoci più forza e fiducia.
In questo tempo siamo chiamati tutti a chiedere con insistenza: "Signore "venga il tuo Regno", insegnami a pregare, aumenta la mia fede", per poter vivere il nostro viaggio non sotto il peso dell'angoscia e della paura, ma con la fiducia nel Padre che sostiene il mondo e lo accompagna con la sua provvidenza. Maranathà!
Vieni signore Gesù la culla del mio cuore è pronta ad accoglierti!
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venerdì 28 novembre 2014
Preghiera mattutina-28
12-nov-2014
Signore, io ti offro questa mattina l'innumerevole marea di coloro che soffrono, degli indigenti, dei senzatetto, dei senza amore, degli affamati, degli immigrati, dei poveri di ogni condizione.
Non sei tu che hai messo il mondo sottosopra.
Uscito dal tuo cuore nell'armonia, eccolo divenuto un caos.
O Dio, abbi pietà della minoranza che governa l'universo e concedici di partecipare alla loro terribile responsabilità attraverso la preghiera.
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Signore, io ti offro questa mattina l'innumerevole marea di coloro che soffrono, degli indigenti, dei senzatetto, dei senza amore, degli affamati, degli immigrati, dei poveri di ogni condizione.
Non sei tu che hai messo il mondo sottosopra.
Uscito dal tuo cuore nell'armonia, eccolo divenuto un caos.
O Dio, abbi pietà della minoranza che governa l'universo e concedici di partecipare alla loro terribile responsabilità attraverso la preghiera.
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Commento al Vangelo del 28-11-2014
Dal Vangelo secondo Luca (21,29-33)
In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli una parabola: “Guardate il fico e tutte le piante; quando già germogliano, guardandoli capite da voi stessi che ormai l'estate è vicina. Così pure, quando voi vedrete accadere queste cose, sappiate che il regno di Dio è vicino. In verità vi dico: non passerà questa generazione finché tutto ciò sia avvenuto. Il cielo e la terra passeranno, ma le mie parole non passeranno”.
COMMENTO AL VANGELO - P. LINO PEDRON
Quando il Signore tornerà alla fine dei tempi non ci sarà bisogno di messaggeri che annuncino l'approssimarsi del regno di Dio, perché ognuno se ne accorgerà da sé per i fatti che potrà osservare. Nessun uomo, che abbia senno, ha bisogno di essere aiutato a capire che l'estate è vicina quando germogliano gli alberi. Il regno di Dio verrà a noi con la stessa certezza con cui a suo tempo viene l'estate. Gesù non ci comunica una scadenza esatta perché "nessuno conosce il giorno e l'ora, se non il Padre" (Mt 24,36; Mc 13,32). "La parola di Dio dura sempre" (Is 40,8). Dobbiamo fondare su di essa la nostra vita. Questa parola ci dà la certezza che il Signore viene. Viene come è venuto allora; e allo stesso modo verrà alla fine. "Gesù Cristo è lo stesso ieri e oggi e per sempre. Non lasciatevi sviare da dottrine varie e a voi estranee" (Eb 13,8-9).
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In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli una parabola: “Guardate il fico e tutte le piante; quando già germogliano, guardandoli capite da voi stessi che ormai l'estate è vicina. Così pure, quando voi vedrete accadere queste cose, sappiate che il regno di Dio è vicino. In verità vi dico: non passerà questa generazione finché tutto ciò sia avvenuto. Il cielo e la terra passeranno, ma le mie parole non passeranno”.
COMMENTO AL VANGELO - P. LINO PEDRON
Quando il Signore tornerà alla fine dei tempi non ci sarà bisogno di messaggeri che annuncino l'approssimarsi del regno di Dio, perché ognuno se ne accorgerà da sé per i fatti che potrà osservare. Nessun uomo, che abbia senno, ha bisogno di essere aiutato a capire che l'estate è vicina quando germogliano gli alberi. Il regno di Dio verrà a noi con la stessa certezza con cui a suo tempo viene l'estate. Gesù non ci comunica una scadenza esatta perché "nessuno conosce il giorno e l'ora, se non il Padre" (Mt 24,36; Mc 13,32). "La parola di Dio dura sempre" (Is 40,8). Dobbiamo fondare su di essa la nostra vita. Questa parola ci dà la certezza che il Signore viene. Viene come è venuto allora; e allo stesso modo verrà alla fine. "Gesù Cristo è lo stesso ieri e oggi e per sempre. Non lasciatevi sviare da dottrine varie e a voi estranee" (Eb 13,8-9).
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Messaggio di Medjugorje del 25/11/2014
Cari figli!
Oggi in modo particolare vi invito alla preghiera.
Pregate, figlioli, per comprendere chi siete e dove dovete andare.
Siate portatori della Buona Novella e uomini di speranza.
Siate amore per tutti coloro che sono senza amore.
Figlioli, sarete tutto e realizzerete tutto soltanto se pregate e se siete aperti alla volontà di Dio, Dio che desidera guidarvi verso la vita eterna.
Io sono con voi e di giorno in giorno intercedo per voi davanti a mio Figlio Gesù.
Grazie per aver risposto alla mia chiamata.
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Oggi in modo particolare vi invito alla preghiera.
Pregate, figlioli, per comprendere chi siete e dove dovete andare.
Siate portatori della Buona Novella e uomini di speranza.
Siate amore per tutti coloro che sono senza amore.
Figlioli, sarete tutto e realizzerete tutto soltanto se pregate e se siete aperti alla volontà di Dio, Dio che desidera guidarvi verso la vita eterna.
Io sono con voi e di giorno in giorno intercedo per voi davanti a mio Figlio Gesù.
Grazie per aver risposto alla mia chiamata.
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lunedì 24 novembre 2014
Atto di consacrazione del genere umano a Gesù Cristo Re dell’Universo
O Gesù dolcissimo, o Redentore del genere umano, riguarda a noi umilmente prostrati innanzi a Te.
Noi siamo Tuoi e Tuoi vogliamo essere e per vivere a
Te più strettamente congiunti, ecco che ognuno di noi,
oggi spontaneamente si consacra al Tuo Sacratissimo Cuore.
Molti purtroppo non Ti conobbero mai; molti, disprezzando i Tuoi comandamenti, Ti ripudiarono.
O benignissimo Gesù, abbi misericordia e degli uni e degli altri; e tutti quanti attira al Tuo Sacratissimo Cuore. O Signore, sii il Re non solo dei fedeli che non si allontanarono mai da Te, ma anche di quei figli prodighi che Ti abbandonarono; fa che questi, quanto prima ritornino alla casa paterna, per non morire di miseria e di fame.
Sii il Re di coloro che vivono nell'inganno dell’errore, o per discordia da Te separati; richiamali al porto della Verità e all'Unità della Fede affinché in breve si faccia un solo ovile sotto un solo pastore.
Largisci , o Signore, incolumità e libertà sicura alla Tua Chiesa, concedi a tutti i popoli la tranquillità dell’ordine; fa che da un capo all’altro della Terra risuoni quest’unica voce: sia lode a quel Cuore Divino, da cui venne la nostra salute; a Lui si canti gloria e onore nei secoli dei secoli.
Amen .
Leone XIII
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Molti purtroppo non Ti conobbero mai; molti, disprezzando i Tuoi comandamenti, Ti ripudiarono.
O benignissimo Gesù, abbi misericordia e degli uni e degli altri; e tutti quanti attira al Tuo Sacratissimo Cuore. O Signore, sii il Re non solo dei fedeli che non si allontanarono mai da Te, ma anche di quei figli prodighi che Ti abbandonarono; fa che questi, quanto prima ritornino alla casa paterna, per non morire di miseria e di fame.
Sii il Re di coloro che vivono nell'inganno dell’errore, o per discordia da Te separati; richiamali al porto della Verità e all'Unità della Fede affinché in breve si faccia un solo ovile sotto un solo pastore.
Largisci , o Signore, incolumità e libertà sicura alla Tua Chiesa, concedi a tutti i popoli la tranquillità dell’ordine; fa che da un capo all’altro della Terra risuoni quest’unica voce: sia lode a quel Cuore Divino, da cui venne la nostra salute; a Lui si canti gloria e onore nei secoli dei secoli.
Amen .
Leone XIII
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domenica 2 novembre 2014
La preghiera per i defunti
RISPETTO PER I MORTI
Presso tutte le religioni, fin dai tempi più remoti, è diffuso il rispetto e il culto per i defunti. Sono stati costruiti mausolei in loro ricordo; le imbalsamazioni in uso presso certi popoli, le offerte, i riti sacrificali, dimostrano quanto sia sentito il dovere di onorare coloro che ci hanno lasciato per una vita oltre la morte. Per molti è un preciso dovere di gratitudine per il bene ricevuto, a partire dal dono della vita, ai valori intellettuali, morali, materiali con cui i nostri cari ci hanno beneficato durante la vita. Purtroppo sovente questo nobile sentimento viene espresso in maniera errata, con ostentazione di potere e ricchezza che non servono assolutamente al defunto, tanto meno a purificarlo dai peccati commessi durante la vita. Una tomba di marmo pregiato, un funerale sfarzoso... sono il più delle volte spreco inutile di denaro che avrebbe potuto essere devoluto in opere di grande valore sociale e caritativo, di cui il defunto avrebbe goduto un grande beneficio.
SOLIDARIETA' CON I DEFUNTI
La morte non spezza i legami che abbiamo con i defunti. Le "tre" Chiese: peregrinante, purificante, trionfante, rimangono strettamente unite come realtà comunicanti: i beni di una si riversano sulle altre. È una verità di fede che proclamiamo nel simbolo apostolico quando affermiamo: "credo nella comunione dei santi". Con queste differenze. Noi che siamo ancora in vita possiamo con fiducia invocare e ottenere l'aiuto dei beati in cielo, questi sicuramente intercedono per noi, (particolarmente i nostri patroni, i parenti, gli amici, le persone che abbiamo amato). Le anime del Purgatorio invece si trovano in una condizione per la quale non possono più meritare per sé stessi; mentre noi abbiamo possibilità di aiutarli, ad attenuare le loro sofferenze, abbreviando la loro purificazione. Da sempre la Chiesa accompagna i defunti, dopo la morte, con particolari riti e preghiere. La liturgia esequiale onora il corpo del defunto in cui Dio è stato presente mediante la Grazia dei Sacramenti e spinge lo sguardo all'ultimo avvenimento della storia, quando Cristo tornerà glorioso per ridare vita ai corpi e renderli partecipi della sua gloria. Il più grande desiderio dell'uomo è vincere la morte, che trova la risposta certa in Gesù morto e risorto, salito al cielo per preparare un posto per ciascuno di noi. Accomiatandosi dai discepoli Gesù ha promesso: "Vado a prepararvi un posto. Quando sarò andato e vi avrò preparato un posto, ritornerò e vi prenderò con me, perché anche voi siate dove sono io" (Gv 14,2-4). Per questo la liturgia esequiale è una celebrazione pasquale: un momento in cui i fedeli, mentre pregano per il defunto, affidandolo alla misericordia di Dio, ravvivano la propria fede e speranza in Cristo che tutti attende nel suo regno di amore. Una delle preghiere recita: "Dio, Padre misericordioso, tu ci doni la certezza che nei fedeli defunti si compie il mistero del tuo Figlio, morto e risorto: per questa fede che noi professiamo, concedi al nostro fratello che si è addormentato in Cristo, di risvegliarsi con noi nella gioia della risurrezione".
COME AIUTARE I NOSTRI DEFUNTI
La Chiesa, madre e maestra, ci addita parecchi mezzi per suffragare le anime dei nostri cari e aiutarle a raggiungere la pienezza della vita eterna. L'aiuto più efficace è la S. Messa, la Comunione fatta in suffragio dei defunti. La celebrazione Eucaristica, rinnovando il sacrificio di Gesù, è l'atto supremo di adorazione e riparazione che possiamo offrire a Dio per le anime dei defunti. La preghiera è un mezzo sempre efficace, alla portata di tutti, tanto più efficace quando non chiediamo aiuti e beni per noi stessi, ma perdono e salvezza per le anime dei nostri cari. Oltretutto per molti di noi è un dovere di gratitudine per il bene ricevuto da parenti e amici e, insieme, una garanzia perché le anime, giunte in Paradiso, pregheranno per noi. Tra le preghiere tanto raccomandate c'è la recita del Rosario, con l'aggiunta dopo il Gloria, di una invocazione per i defunti: l'Eterno riposo. Oltre la preghiera possiamo suffragare le anime con mortificazioni, sacrifici, penitenze, beneficenza e atti di carità, in riparazione dei peccati commessi mentre erano in vita.
LE INDULGENZE
La ricorrenza della Commemorazione dei Fedeli Defunti, suscita in tutti noi il ricordo di chi ci ha lasciato e il desiderio di rinnovare nella preghiera quegli affetti che ci hanno tenuto uniti ai nostri cari durante la loro vita terrena. È ciò che esprimiamo con il termine suffragio: parola che deriva dal verbo latino suffragari che significa: soccorrere, sostenere aiutare. In vari modi la Chiesa ci insegna che possiamo suffragare le anime dei nostri cari defunti: con la celebrazione di Sante Messe, con i meriti che acquistiamo compiendo le opere di carità, con l'applicazione delle indulgenze. In particolare su questa pratica, ultimamente un po' trascurata, vogliamo soffermare il nostro pensiero.
CHE COSA SONO LE INDULGENZE
Leggiamo dal catechismo la definizione. L'indulgenza è la remissione dinanzi a Dio della pena temporale per i peccati, già rimessi quanto alla colpa, che il fedele, debitamente disposto, e a determinate condizioni, acquista per intervento della Chiesa la quale, come ministra della redenzione, autoritativamente dispensa ed applica il tesoro delle soddisfazioni di Cristo e dei Santi. Al di là del linguaggio, sempre piuttosto tecnico nelle formulazioni ufficiali, cerchiamo di tradurre il tutto in termini più semplici. La teologia cattolica insegna che ogni nostro peccato ha una duplice conseguenza: genera una colpa e comporta una pena. Mentre la colpa, che possiamo concepire come la rottura o il deturpamento dell'amicizia con Dio, è rimessa dall'assoluzione sacramentale nella confessione, (attraverso la quale Dio cancella l'offesa ricevuta), la pena permane anche oltre l'assoluzione. Allontaniamo da noi ogni pensiero che si tratti di una castigo che Dio infligge, analogamente a quanto avviene nel codice penale per i reati commessi contro la legge degli uomini. La pena di cui parliamo è una conseguenza che deriva dalla natura stessa del peccato, che, oltre ad essere offesa a Dio, è anche contaminazione e corruzione dell'uomo. I nostri peccati infatti rendono sempre più faticosa e la ricostruzione, dell'amicizia con Dio e il superare quella inevitabile inclinazione al male che permane anche dopo la remissione sacramentale, come conseguenza del peccato stesso. Semplificando, pensiamo ad una ferita: anche dopo che ha smesso di sanguinare continua a darci dolore, ed è un punto debole: basta un piccolo urto perché riprenda l'emorragia. Il nostro corpo deve faticare per ricostruire il tessuto nella sua integrità e solo allora possiamo dirci veramente guariti. Il peccato è una ferita dell'anima e anche dopo il nostro pentimento e l'assoluzione sacramentale rimane come una debolezza: siamo più fragili, più soggetti a ricadere proprio dove siamo già caduti, rischiamo che quella ferita non pienamente rimarginata, si riapra proprio nello stesso punto.
FUNZIONE DELLE INDULGENZE
Le indulgenze che possiamo acquistare anche per noi stessi (esempio il perdono d'Assisi o le indulgenze dell'Anno Santo) sono come un medicamento cicatrizzante, ci confermano nel proposito di rinnegare il peccato e sanciscono la nostra volontà di aderire pienamente al progetto di Dio. Pensiamo ancora cosa avviene quando l'amicizia tra due viene infranta. Essa si ricostruirà ma con fatica; anche dopo che l'offesa è stata perdonata, rimane come una difficoltà nei rapporti, finché con il tempo e la reciproca buona volontà non si rimuovono completamente le cause e i ricordi del litigio. Ora noi non possiamo certamente dubitare della volontà di Dio di riammetterci alla sua piena comunione, ma dobbiamo dubitare delle nostre capacità a staccarci completamente dal peccato e da ogni affetto malsano; è necessario un lungo cammino di conversione e di purificazione. La pena temporale non è quindi da concepire come una vendetta di Dio ma come il tempo necessario a noi per rigenerare la nostra capacità di amare Dio sopra ogni cosa. Questa pena temporale esige di essere compiuta in questa vita come riparazione, o in Purgatorio come purificazione. Nel cammino terreno il cristiano dovrà quindi cercare quei mezzi di purificazione che facilitano il cammino verso la santità: le varie prove e la sofferenza stessa, l'impegno nelle opere di carità, la preghiera, le varie pratiche di penitenza e, non ultimo, l'acquisto delle indulgenze. Ma poiché difficilmente possiamo presumere che in questa vita riusciremo a giungere a quella perfezione che ci permetterebbe di essere, immediatamente dopo il nostro trapasso, ammessi alla piena comunione con Dio, la Giustizia Divina prevede un tempo di purificazione anche dopo la nostra morte, in quella particolare condizione, (tradizionalmente chiamata Purgatorio), nella quale si troverà la nostra anima al termine del nostro esilio terreno e in attesa di giungere alla piena comunione con Dio. Leggiamo ancora nel Catechismo: "Coloro che muoiono nell'amicizia di Dio, ma imperfettamente purificati, benché sicuri della propria salvezza eterna, vengono sottoposti, dopo la morte, ad una purificazione, al fine di ottenere la santità necessaria per entrare nella gioia di Dio":
COME OTTENERE INDULGENZE PER I DEFUNTI?
L'indulgenza legata alla commemorazione di tutti i defunti, il 2 novembre, è possibile lucrarla mediante: visite alle tombe, celebrazione Eucaristica al cimitero, visita a una Chiesa. Si può lucrare l'indulgenza plenaria a partire dal mezzogiorno del 1° novembre fino a tutto il 2 novembre. Si può lucrare una sola volta ed è applicabile solo ai defunti. Visitando una Chiesa, si reciti almeno un Padre nostro e il Credo. A questa si aggiungono le tre solite condizioni: Confessione, Comunione, preghiera secondo le intenzioni del Papa (Pater, Ave, Gloria). Queste tre condizioni possono essere adempiute anche nei giorni precedenti o seguenti il 2 novembre. Nei giorni dall'1 all'8 novembre chi visita il cimitero e prega per i defunti può lucrare una volta al giorno l'indulgenza plenaria, applicabile ai defunti, alle condizioni di cui sopra.
Maria M.
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Presso tutte le religioni, fin dai tempi più remoti, è diffuso il rispetto e il culto per i defunti. Sono stati costruiti mausolei in loro ricordo; le imbalsamazioni in uso presso certi popoli, le offerte, i riti sacrificali, dimostrano quanto sia sentito il dovere di onorare coloro che ci hanno lasciato per una vita oltre la morte. Per molti è un preciso dovere di gratitudine per il bene ricevuto, a partire dal dono della vita, ai valori intellettuali, morali, materiali con cui i nostri cari ci hanno beneficato durante la vita. Purtroppo sovente questo nobile sentimento viene espresso in maniera errata, con ostentazione di potere e ricchezza che non servono assolutamente al defunto, tanto meno a purificarlo dai peccati commessi durante la vita. Una tomba di marmo pregiato, un funerale sfarzoso... sono il più delle volte spreco inutile di denaro che avrebbe potuto essere devoluto in opere di grande valore sociale e caritativo, di cui il defunto avrebbe goduto un grande beneficio.
SOLIDARIETA' CON I DEFUNTI
La morte non spezza i legami che abbiamo con i defunti. Le "tre" Chiese: peregrinante, purificante, trionfante, rimangono strettamente unite come realtà comunicanti: i beni di una si riversano sulle altre. È una verità di fede che proclamiamo nel simbolo apostolico quando affermiamo: "credo nella comunione dei santi". Con queste differenze. Noi che siamo ancora in vita possiamo con fiducia invocare e ottenere l'aiuto dei beati in cielo, questi sicuramente intercedono per noi, (particolarmente i nostri patroni, i parenti, gli amici, le persone che abbiamo amato). Le anime del Purgatorio invece si trovano in una condizione per la quale non possono più meritare per sé stessi; mentre noi abbiamo possibilità di aiutarli, ad attenuare le loro sofferenze, abbreviando la loro purificazione. Da sempre la Chiesa accompagna i defunti, dopo la morte, con particolari riti e preghiere. La liturgia esequiale onora il corpo del defunto in cui Dio è stato presente mediante la Grazia dei Sacramenti e spinge lo sguardo all'ultimo avvenimento della storia, quando Cristo tornerà glorioso per ridare vita ai corpi e renderli partecipi della sua gloria. Il più grande desiderio dell'uomo è vincere la morte, che trova la risposta certa in Gesù morto e risorto, salito al cielo per preparare un posto per ciascuno di noi. Accomiatandosi dai discepoli Gesù ha promesso: "Vado a prepararvi un posto. Quando sarò andato e vi avrò preparato un posto, ritornerò e vi prenderò con me, perché anche voi siate dove sono io" (Gv 14,2-4). Per questo la liturgia esequiale è una celebrazione pasquale: un momento in cui i fedeli, mentre pregano per il defunto, affidandolo alla misericordia di Dio, ravvivano la propria fede e speranza in Cristo che tutti attende nel suo regno di amore. Una delle preghiere recita: "Dio, Padre misericordioso, tu ci doni la certezza che nei fedeli defunti si compie il mistero del tuo Figlio, morto e risorto: per questa fede che noi professiamo, concedi al nostro fratello che si è addormentato in Cristo, di risvegliarsi con noi nella gioia della risurrezione".
COME AIUTARE I NOSTRI DEFUNTI
La Chiesa, madre e maestra, ci addita parecchi mezzi per suffragare le anime dei nostri cari e aiutarle a raggiungere la pienezza della vita eterna. L'aiuto più efficace è la S. Messa, la Comunione fatta in suffragio dei defunti. La celebrazione Eucaristica, rinnovando il sacrificio di Gesù, è l'atto supremo di adorazione e riparazione che possiamo offrire a Dio per le anime dei defunti. La preghiera è un mezzo sempre efficace, alla portata di tutti, tanto più efficace quando non chiediamo aiuti e beni per noi stessi, ma perdono e salvezza per le anime dei nostri cari. Oltretutto per molti di noi è un dovere di gratitudine per il bene ricevuto da parenti e amici e, insieme, una garanzia perché le anime, giunte in Paradiso, pregheranno per noi. Tra le preghiere tanto raccomandate c'è la recita del Rosario, con l'aggiunta dopo il Gloria, di una invocazione per i defunti: l'Eterno riposo. Oltre la preghiera possiamo suffragare le anime con mortificazioni, sacrifici, penitenze, beneficenza e atti di carità, in riparazione dei peccati commessi mentre erano in vita.
LE INDULGENZE
La ricorrenza della Commemorazione dei Fedeli Defunti, suscita in tutti noi il ricordo di chi ci ha lasciato e il desiderio di rinnovare nella preghiera quegli affetti che ci hanno tenuto uniti ai nostri cari durante la loro vita terrena. È ciò che esprimiamo con il termine suffragio: parola che deriva dal verbo latino suffragari che significa: soccorrere, sostenere aiutare. In vari modi la Chiesa ci insegna che possiamo suffragare le anime dei nostri cari defunti: con la celebrazione di Sante Messe, con i meriti che acquistiamo compiendo le opere di carità, con l'applicazione delle indulgenze. In particolare su questa pratica, ultimamente un po' trascurata, vogliamo soffermare il nostro pensiero.
CHE COSA SONO LE INDULGENZE
Leggiamo dal catechismo la definizione. L'indulgenza è la remissione dinanzi a Dio della pena temporale per i peccati, già rimessi quanto alla colpa, che il fedele, debitamente disposto, e a determinate condizioni, acquista per intervento della Chiesa la quale, come ministra della redenzione, autoritativamente dispensa ed applica il tesoro delle soddisfazioni di Cristo e dei Santi. Al di là del linguaggio, sempre piuttosto tecnico nelle formulazioni ufficiali, cerchiamo di tradurre il tutto in termini più semplici. La teologia cattolica insegna che ogni nostro peccato ha una duplice conseguenza: genera una colpa e comporta una pena. Mentre la colpa, che possiamo concepire come la rottura o il deturpamento dell'amicizia con Dio, è rimessa dall'assoluzione sacramentale nella confessione, (attraverso la quale Dio cancella l'offesa ricevuta), la pena permane anche oltre l'assoluzione. Allontaniamo da noi ogni pensiero che si tratti di una castigo che Dio infligge, analogamente a quanto avviene nel codice penale per i reati commessi contro la legge degli uomini. La pena di cui parliamo è una conseguenza che deriva dalla natura stessa del peccato, che, oltre ad essere offesa a Dio, è anche contaminazione e corruzione dell'uomo. I nostri peccati infatti rendono sempre più faticosa e la ricostruzione, dell'amicizia con Dio e il superare quella inevitabile inclinazione al male che permane anche dopo la remissione sacramentale, come conseguenza del peccato stesso. Semplificando, pensiamo ad una ferita: anche dopo che ha smesso di sanguinare continua a darci dolore, ed è un punto debole: basta un piccolo urto perché riprenda l'emorragia. Il nostro corpo deve faticare per ricostruire il tessuto nella sua integrità e solo allora possiamo dirci veramente guariti. Il peccato è una ferita dell'anima e anche dopo il nostro pentimento e l'assoluzione sacramentale rimane come una debolezza: siamo più fragili, più soggetti a ricadere proprio dove siamo già caduti, rischiamo che quella ferita non pienamente rimarginata, si riapra proprio nello stesso punto.
FUNZIONE DELLE INDULGENZE
Le indulgenze che possiamo acquistare anche per noi stessi (esempio il perdono d'Assisi o le indulgenze dell'Anno Santo) sono come un medicamento cicatrizzante, ci confermano nel proposito di rinnegare il peccato e sanciscono la nostra volontà di aderire pienamente al progetto di Dio. Pensiamo ancora cosa avviene quando l'amicizia tra due viene infranta. Essa si ricostruirà ma con fatica; anche dopo che l'offesa è stata perdonata, rimane come una difficoltà nei rapporti, finché con il tempo e la reciproca buona volontà non si rimuovono completamente le cause e i ricordi del litigio. Ora noi non possiamo certamente dubitare della volontà di Dio di riammetterci alla sua piena comunione, ma dobbiamo dubitare delle nostre capacità a staccarci completamente dal peccato e da ogni affetto malsano; è necessario un lungo cammino di conversione e di purificazione. La pena temporale non è quindi da concepire come una vendetta di Dio ma come il tempo necessario a noi per rigenerare la nostra capacità di amare Dio sopra ogni cosa. Questa pena temporale esige di essere compiuta in questa vita come riparazione, o in Purgatorio come purificazione. Nel cammino terreno il cristiano dovrà quindi cercare quei mezzi di purificazione che facilitano il cammino verso la santità: le varie prove e la sofferenza stessa, l'impegno nelle opere di carità, la preghiera, le varie pratiche di penitenza e, non ultimo, l'acquisto delle indulgenze. Ma poiché difficilmente possiamo presumere che in questa vita riusciremo a giungere a quella perfezione che ci permetterebbe di essere, immediatamente dopo il nostro trapasso, ammessi alla piena comunione con Dio, la Giustizia Divina prevede un tempo di purificazione anche dopo la nostra morte, in quella particolare condizione, (tradizionalmente chiamata Purgatorio), nella quale si troverà la nostra anima al termine del nostro esilio terreno e in attesa di giungere alla piena comunione con Dio. Leggiamo ancora nel Catechismo: "Coloro che muoiono nell'amicizia di Dio, ma imperfettamente purificati, benché sicuri della propria salvezza eterna, vengono sottoposti, dopo la morte, ad una purificazione, al fine di ottenere la santità necessaria per entrare nella gioia di Dio":
COME OTTENERE INDULGENZE PER I DEFUNTI?
L'indulgenza legata alla commemorazione di tutti i defunti, il 2 novembre, è possibile lucrarla mediante: visite alle tombe, celebrazione Eucaristica al cimitero, visita a una Chiesa. Si può lucrare l'indulgenza plenaria a partire dal mezzogiorno del 1° novembre fino a tutto il 2 novembre. Si può lucrare una sola volta ed è applicabile solo ai defunti. Visitando una Chiesa, si reciti almeno un Padre nostro e il Credo. A questa si aggiungono le tre solite condizioni: Confessione, Comunione, preghiera secondo le intenzioni del Papa (Pater, Ave, Gloria). Queste tre condizioni possono essere adempiute anche nei giorni precedenti o seguenti il 2 novembre. Nei giorni dall'1 all'8 novembre chi visita il cimitero e prega per i defunti può lucrare una volta al giorno l'indulgenza plenaria, applicabile ai defunti, alle condizioni di cui sopra.
Maria M.
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Richiesta di preghiere 1/2014
1) André ci chiede di pregare perché sua moglie Tatsiana torni a casa dove lui e i suoi due figli di 5 e 1 anno l'aspettano.
Pour que mon épouse Tatsiana revienne à la maison avec nos enfants Anaïs (5ans) et Alexandre (1an). Merci. André.
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Pour que mon épouse Tatsiana revienne à la maison avec nos enfants Anaïs (5ans) et Alexandre (1an). Merci. André.
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Preghiera per OgniSanti
Signore,
in questa giornata in cui celebriamo la festa di tutti quei Santi che ti hanno onorato e glorificato con la loro vita – uomini e donne di ogni continente che sono per noi di esempio – ti preghiamo di aiutarci a conformare la nostra vita e la nostra fede sempre più a loro.
Perdona le offese che gli uomini ti arrecano ogni giorno e le ferite che ancor oggi infliggono al tuo Sacro Cuore.
Perdona noi credenti per tutte le volte in cui, mancando nei nostri doveri cristiani, non solo non riusciamo a portare la tua luce al mondo ma anzi siamo motivo di scandalo per gli altri: tante e tante volte ti abbiamo deluso e perfino tradito con i nostri peccati e i nostri ammiccamenti al maligno.
Ti preghiamo per tutti coloro che in tutto il mondo, oggi in particolar modo nel Medio Oriente, soffrono e affrontano quotidianamente – con coraggio e fede esemplari – persecuzioni e prove terribili in tuo nome, talvolta al prezzo delle loro stesse vite.
Non permettere che restiamo indifferenti alle loro sofferenze ma aiutaci ad essergli vicini concretamente, anche ma non solo con la preghiera.
Fai che anche qui da noi - in paesi ricchi ma ormai scristianizzati, sempre più votati ad un laicismo anticlericale dove in tanti si illudono di poter fare a meno di Te e della Tua Chiesa - l’annuncio fedele e integrale della Tua Parola trovi sempre orecchie e cuori desiderosi di accoglierla. Preservaci dall'odio montante verso il Vangelo e la Chiesa, fai che gli appelli di Tua Madre in tutto il mondo aprano i cuori induriti dei popoli, mandaci il Tuo Spirito perché – come Ella disse ad Amsterdam – essi “siano preservati dalla corruzione, dalle calamità e dalla Guerra”.
Fai che il Tuo Sacro Cuore e il Cuore Immacolato di Tua Madre trionfino al più presto affinché la Tua Misericordia prevalga e la tua Giustizia non si abbatta sul mondo, come purtroppo la Madonna ha ammonito in molte sue apparizioni.
Mandaci pastori che sappiano essere sempre fedeli al Vangelo e alla Chiesa, che non si facciano condizionare dalla mentalità e dalle aspettative del mondo, accesi di un santo Amore per Te e per le pecore loro affidate.
Grazie per questo gruppo di preghiera – di cui oggi celebriamo il 14° anniversario – , per le persone che ne fanno parte e per quelle che cercano da noi un aiuto di preghiera. Ti preghiamo: proteggile, guidale, sostienile sempre nel cammino verso la santità.
Amen
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Richiesta di preghiere 1/11/2014
Carissimi,
cose molto gravi stanno succedendo nella mia diocesi: un sacerdote anziano assassinato, un altro, giovane, suicida.
La stampa locale che "gode" di questi avvenimenti imbonendo la gente con titoli ed articoli a tutta pagina.
Il Signore abbia pietà e misericordia, conceda la pace ed il perdono ai defunti.
Lo Spirito Santo illumini la mente ed i cuori della gente ed aumenti la fede, soprattutto in questi tragici avvenimenti, che purtroppo portano scompiglio e confusione, specie nelle persone che vivono nel dubbio.
Inoltre conforti i parenti e quanti, in questa tragedia subiscono e vivono il dolore in prima persona.
Grazie. ardea da Trieste
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cose molto gravi stanno succedendo nella mia diocesi: un sacerdote anziano assassinato, un altro, giovane, suicida.
La stampa locale che "gode" di questi avvenimenti imbonendo la gente con titoli ed articoli a tutta pagina.
Il Signore abbia pietà e misericordia, conceda la pace ed il perdono ai defunti.
Lo Spirito Santo illumini la mente ed i cuori della gente ed aumenti la fede, soprattutto in questi tragici avvenimenti, che purtroppo portano scompiglio e confusione, specie nelle persone che vivono nel dubbio.
Inoltre conforti i parenti e quanti, in questa tragedia subiscono e vivono il dolore in prima persona.
Grazie. ardea da Trieste
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venerdì 31 ottobre 2014
Commento al Vangelo del 30-10-2014
Dal Vangelo secondo Luca (13,31-35)
In quel giorno, si avvicinarono a Gesù alcuni farisei a dirgli: “Parti e vattene via di qui, perché Erode ti vuole uccidere”. Egli rispose: “Andate a dire a quella volpe: Ecco, io scaccio i demoni e compio guarigioni oggi e domani; e il terzo giorno avrò finito. Però è necessario che oggi, domani e il giorno seguente io vada per la mia strada, perché non è possibile che un profeta muoia fuori di Gerusalemme. Gerusalemme, Gerusalemme, che uccidi i profeti e lapidi coloro che sono mandati a te, quante volte ho voluto raccogliere i tuoi figli come una gallina la sua covata sotto le ali e voi non avete voluto! Ecco, la vostra casa sta per esservi lasciata deserta! Vi dico infatti che non mi vedrete più fino al tempo in cui direte: Benedetto colui che viene nel nome del Signore!”.
COMMENTO AL VANGELO - P. LINO PEDRON
Probabilmente Erode si serve dei farisei per impaurire Gesù e allontanarlo dal suo territorio. E' meglio che questa persona scomoda si trasferisca nella zona di competenza del suo nemico, Pilato. Questi, a sua volta, glielo invierà e gli restituirà il favore. In tale scambio diverranno amici (Lc 23,6-12). La volpe è un'animale immondo. Con questo titolo Gesù bolla l'immoralità di Erode. Gesù lo tranquillizza, illustrandogli la propria attività. Non entra in concorrenza con lui. Non gli insidia il trono. Il suo potere è quello di servire l'uomo liberandolo dal male interno (demoni) ed esterno (malattie).
Questa è l'attività di Gesù compiuta in pieno giorno. L'attività di Gesù è compiuta nell'"oggi" della sua vita terrena. La sua vita volge al tramonto: darà pensieri ad Erode ancora per poco tempo. Il terzo giorno è quello definitivo della risurrezione. Il viaggio di Gesù non è mosso dalla paura di Erode, ma dalla volontà del Padre che lo vuole a Gerusalemme dove si compirà il mistero della salvezza. La triplice ripetizione del nome di Gerusalemme è l'espressione di un amore e di una tenerezza infiniti. Gesù non piange sulla propria sorte, ma sulla sua città (Lc 19,41; 23,28 ss).Gli reca più dolore il male dell'amata che non la propria uccisione che avviene per mano dell'amata.
E' la manifestazione suprema del suo amore. E' l'amore dello Sposo che piange il male della sposa che l'uccide. E' importante la rivelazione anticipata di questo amore che, pur prevedendo il peggio, si offre senza condizioni. La vista di un Dio che ci ama fino a morire per noi sarà l'offerta estrema d'amore che rende possibile la conversione (Lc 23,48; Gv 12,32).
L'immagine che Gesù dà di sé, paragonandosi a una chioccia, è la più umile e la più bella di tutte. Richiama le parole di Dio del Sal 91,4: "Ti coprirà con le sue penne, sotto le sue ali troverai rifugio". Esprime la forza della sua tenerezza: l'aquila potente che salva (Dt 32,11) qui si fa' chioccia.
L'amore materno di Dio è tanto forte da renderlo debole, tanto sapiente da renderlo stolto, fino a dare la vita per noi: "Egli infatti fu crocifisso per la sua debolezza" (2Cor 13,4).
L'ultima frase di questo capitolo lascia ancora aperta la possibilità al ravvedimento. Queste parole si riferiscono all'ingresso di Gesù in Gerusalemme (Lc 19,38), ma soprattutto all'ultimo ritorno di Cristo alla fine dei tempi. Anche i giudei saluteranno questo ritorno, perché allora saranno convertiti (Rm 11,25-31).
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In quel giorno, si avvicinarono a Gesù alcuni farisei a dirgli: “Parti e vattene via di qui, perché Erode ti vuole uccidere”. Egli rispose: “Andate a dire a quella volpe: Ecco, io scaccio i demoni e compio guarigioni oggi e domani; e il terzo giorno avrò finito. Però è necessario che oggi, domani e il giorno seguente io vada per la mia strada, perché non è possibile che un profeta muoia fuori di Gerusalemme. Gerusalemme, Gerusalemme, che uccidi i profeti e lapidi coloro che sono mandati a te, quante volte ho voluto raccogliere i tuoi figli come una gallina la sua covata sotto le ali e voi non avete voluto! Ecco, la vostra casa sta per esservi lasciata deserta! Vi dico infatti che non mi vedrete più fino al tempo in cui direte: Benedetto colui che viene nel nome del Signore!”.
COMMENTO AL VANGELO - P. LINO PEDRON
Probabilmente Erode si serve dei farisei per impaurire Gesù e allontanarlo dal suo territorio. E' meglio che questa persona scomoda si trasferisca nella zona di competenza del suo nemico, Pilato. Questi, a sua volta, glielo invierà e gli restituirà il favore. In tale scambio diverranno amici (Lc 23,6-12). La volpe è un'animale immondo. Con questo titolo Gesù bolla l'immoralità di Erode. Gesù lo tranquillizza, illustrandogli la propria attività. Non entra in concorrenza con lui. Non gli insidia il trono. Il suo potere è quello di servire l'uomo liberandolo dal male interno (demoni) ed esterno (malattie).
Questa è l'attività di Gesù compiuta in pieno giorno. L'attività di Gesù è compiuta nell'"oggi" della sua vita terrena. La sua vita volge al tramonto: darà pensieri ad Erode ancora per poco tempo. Il terzo giorno è quello definitivo della risurrezione. Il viaggio di Gesù non è mosso dalla paura di Erode, ma dalla volontà del Padre che lo vuole a Gerusalemme dove si compirà il mistero della salvezza. La triplice ripetizione del nome di Gerusalemme è l'espressione di un amore e di una tenerezza infiniti. Gesù non piange sulla propria sorte, ma sulla sua città (Lc 19,41; 23,28 ss).Gli reca più dolore il male dell'amata che non la propria uccisione che avviene per mano dell'amata.
E' la manifestazione suprema del suo amore. E' l'amore dello Sposo che piange il male della sposa che l'uccide. E' importante la rivelazione anticipata di questo amore che, pur prevedendo il peggio, si offre senza condizioni. La vista di un Dio che ci ama fino a morire per noi sarà l'offerta estrema d'amore che rende possibile la conversione (Lc 23,48; Gv 12,32).
L'immagine che Gesù dà di sé, paragonandosi a una chioccia, è la più umile e la più bella di tutte. Richiama le parole di Dio del Sal 91,4: "Ti coprirà con le sue penne, sotto le sue ali troverai rifugio". Esprime la forza della sua tenerezza: l'aquila potente che salva (Dt 32,11) qui si fa' chioccia.
L'amore materno di Dio è tanto forte da renderlo debole, tanto sapiente da renderlo stolto, fino a dare la vita per noi: "Egli infatti fu crocifisso per la sua debolezza" (2Cor 13,4).
L'ultima frase di questo capitolo lascia ancora aperta la possibilità al ravvedimento. Queste parole si riferiscono all'ingresso di Gesù in Gerusalemme (Lc 19,38), ma soprattutto all'ultimo ritorno di Cristo alla fine dei tempi. Anche i giudei saluteranno questo ritorno, perché allora saranno convertiti (Rm 11,25-31).
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meditazione del giorno,
Padre Lino Pedron
martedì 28 ottobre 2014
Manda il Tuo Spirito
Signore Gesù, manda il tuo Spirito, perché mi aiuti a leggere la Scrittura con lo stesso sguardo, con il quale l' hai letta Tu per i discepoli sulla strada di Emmaus.
Con la luce della Parola, scritta nella Bibbia, Tu li aiutasti a scoprire la presenza di Dio negli avvenimenti sconvolgenti della tua condanna e della tua morte. Così, la croce che sembrava essere la fine di ogni speranza, è apparsa loro come sorgente di vita e di risurrezione.
Crea in me il silenzio perché possa ascoltare la Tua voce nella creazione e nella Scrittura, negli avvenimenti e nelle persone, soprattutto nei poveri e sofferenti. La Tua Parola mi orienti, affinché anch'io, come i due discepoli di Emmaus, possa sperimentare la forza della Tua risurrezione e testimoniare agli altri che Tu sei vivo in mezzo a noi come fonte di fraternità, di giustizia e di pace.
Questo noi chiediamo a Te, Gesù, figlio di Maria, che ci riveli il Padre e mandi lo Spirito Santo.
Amen.
Maria M.
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Con la luce della Parola, scritta nella Bibbia, Tu li aiutasti a scoprire la presenza di Dio negli avvenimenti sconvolgenti della tua condanna e della tua morte. Così, la croce che sembrava essere la fine di ogni speranza, è apparsa loro come sorgente di vita e di risurrezione.
Crea in me il silenzio perché possa ascoltare la Tua voce nella creazione e nella Scrittura, negli avvenimenti e nelle persone, soprattutto nei poveri e sofferenti. La Tua Parola mi orienti, affinché anch'io, come i due discepoli di Emmaus, possa sperimentare la forza della Tua risurrezione e testimoniare agli altri che Tu sei vivo in mezzo a noi come fonte di fraternità, di giustizia e di pace.
Questo noi chiediamo a Te, Gesù, figlio di Maria, che ci riveli il Padre e mandi lo Spirito Santo.
Amen.
Maria M.
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Richiesta di preghiere 28/10/2014
Per favore, se potete, dite una preghiera per me, mi hanno trovato un tumore in stato avanzato.
grazie
Lara
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Lara
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Commento al Vangelo del 28-10-2014
+ Dal Vangelo secondo Luca (6,12-19)
In quei giorni, Gesù se ne andò sul monte a pregare e passò tutta la notte pregando Dio. Quando fu giorno, chiamò a sé i suoi discepoli e ne scelse dodici, ai quali diede anche il nome di apostoli: Simone, al quale diede anche il nome di Pietro; Andrea, suo fratello; Giacomo, Giovanni, Filippo, Bartolomeo, Matteo, Tommaso; Giacomo, figlio di Alfeo; Simone, detto Zelota; Giuda, figlio di Giacomo; e Giuda Iscariota, che divenne il traditore. Disceso con loro, si fermò in un luogo pianeggiante. C’era gran folla di suoi discepoli e gran moltitudine di gente da tutta la Giudea, da Gerusalemme e dal litorale di Tiro e di Sidòne, che erano venuti per ascoltarlo ed essere guariti dalle loro malattie; anche quelli che erano tormentati da spiriti impuri venivano guariti. Tutta la folla cercava di toccarlo, perché da Lui usciva una forza che guariva tutti.
COMMENTO AL VANGELO - P. LINO PEDRON
Gesù ha compiuto la sua prima manifestazione, ha avuto il suo primo incontro con il popolo e le autorità religiose del paese; ora ha bisogno di una lunga notte di riflessione, di preghiera e di contatto con il Padre. L'opera che ha avviato è destinata a sopravvivere nel tempo, per questo egli deve scegliere degli uomini che condividano la sua causa e la portino avanti nei secoli.
Secondo il vangelo di Luca, la Chiesa e la sua organizzazione essenziale provengono direttamente da Cristo. Gesù sale sul monte per trovare nell'incontro con il Padre la chiarezza necessaria per scegliere i dodici apostoli. Il numero dodici richiama quello dei patriarchi dell'Antico Testamento. Si delinea così la nascita del nuovo popolo di Dio.
La preghiera sta all'origine di ogni scelta e azione apostolica di Gesù e della Chiesa. Il giorno della Chiesa spunta dalla notte di Gesù passata in comunione col Padre. Ciò non vuole assolutamente dire che le scelte che il Padre e il Figlio fanno, chiamando i dodici e gli altri dopo di loro lungo i secoli, saranno le migliori secondo la nostra logica umana.
La struttura portante della Chiesa è zoppicante fin dall'inizio, sempre aperta al tradimento e al rifiuto del Signore. Pietro e Giuda ne sono le figure emblematiche. E tutto questo non è uno spiacevole imprevisto, ma è una realtà che fa parte del progetto di salvezza. Il motivo che spinge la gente verso Gesù è il bisogno di ascoltare la parola di Dio e di essere guarita. Come la parola del serpente portò il male e la morte (cfr Gen 3), così la parola di Dio guarisce dal male e dà la vita.
C'è infatti una stretta connessione tra l'ascolto della parola di Dio e la guarigione, come tra la disobbedienza alla parola di Dio e la morte (cfr Dt 11,26-32). " Il peccato è entrato nel mondo e con il peccato la morte" (Rm 5,12) perché l'uomo ha ascoltato il serpente. L'uomo diventa ciò che ascolta. Se ascolta Dio diventa figlio di Dio, se ascolta il diavolo diventa figlio del diavolo. Come la gente di allora, anche noi possiamo toccare e sperimentare la potenza di Gesù se ascoltiamo la sua parola.
La parola di Dio infatti "è potenza di Dio per la salvezza di chiunque crede" (Rm 1,16). Infatti "è piaciuto a Dio di salvare i credenti con la stoltezza della predicazione" (1Cor 1,21).
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In quei giorni, Gesù se ne andò sul monte a pregare e passò tutta la notte pregando Dio. Quando fu giorno, chiamò a sé i suoi discepoli e ne scelse dodici, ai quali diede anche il nome di apostoli: Simone, al quale diede anche il nome di Pietro; Andrea, suo fratello; Giacomo, Giovanni, Filippo, Bartolomeo, Matteo, Tommaso; Giacomo, figlio di Alfeo; Simone, detto Zelota; Giuda, figlio di Giacomo; e Giuda Iscariota, che divenne il traditore. Disceso con loro, si fermò in un luogo pianeggiante. C’era gran folla di suoi discepoli e gran moltitudine di gente da tutta la Giudea, da Gerusalemme e dal litorale di Tiro e di Sidòne, che erano venuti per ascoltarlo ed essere guariti dalle loro malattie; anche quelli che erano tormentati da spiriti impuri venivano guariti. Tutta la folla cercava di toccarlo, perché da Lui usciva una forza che guariva tutti.
COMMENTO AL VANGELO - P. LINO PEDRON
Gesù ha compiuto la sua prima manifestazione, ha avuto il suo primo incontro con il popolo e le autorità religiose del paese; ora ha bisogno di una lunga notte di riflessione, di preghiera e di contatto con il Padre. L'opera che ha avviato è destinata a sopravvivere nel tempo, per questo egli deve scegliere degli uomini che condividano la sua causa e la portino avanti nei secoli.
Secondo il vangelo di Luca, la Chiesa e la sua organizzazione essenziale provengono direttamente da Cristo. Gesù sale sul monte per trovare nell'incontro con il Padre la chiarezza necessaria per scegliere i dodici apostoli. Il numero dodici richiama quello dei patriarchi dell'Antico Testamento. Si delinea così la nascita del nuovo popolo di Dio.
La preghiera sta all'origine di ogni scelta e azione apostolica di Gesù e della Chiesa. Il giorno della Chiesa spunta dalla notte di Gesù passata in comunione col Padre. Ciò non vuole assolutamente dire che le scelte che il Padre e il Figlio fanno, chiamando i dodici e gli altri dopo di loro lungo i secoli, saranno le migliori secondo la nostra logica umana.
La struttura portante della Chiesa è zoppicante fin dall'inizio, sempre aperta al tradimento e al rifiuto del Signore. Pietro e Giuda ne sono le figure emblematiche. E tutto questo non è uno spiacevole imprevisto, ma è una realtà che fa parte del progetto di salvezza. Il motivo che spinge la gente verso Gesù è il bisogno di ascoltare la parola di Dio e di essere guarita. Come la parola del serpente portò il male e la morte (cfr Gen 3), così la parola di Dio guarisce dal male e dà la vita.
C'è infatti una stretta connessione tra l'ascolto della parola di Dio e la guarigione, come tra la disobbedienza alla parola di Dio e la morte (cfr Dt 11,26-32). " Il peccato è entrato nel mondo e con il peccato la morte" (Rm 5,12) perché l'uomo ha ascoltato il serpente. L'uomo diventa ciò che ascolta. Se ascolta Dio diventa figlio di Dio, se ascolta il diavolo diventa figlio del diavolo. Come la gente di allora, anche noi possiamo toccare e sperimentare la potenza di Gesù se ascoltiamo la sua parola.
La parola di Dio infatti "è potenza di Dio per la salvezza di chiunque crede" (Rm 1,16). Infatti "è piaciuto a Dio di salvare i credenti con la stoltezza della predicazione" (1Cor 1,21).
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lunedì 27 ottobre 2014
Preghiera mattutina-27
24-feb-2014
La vera saggezza è misericordiosa ed è feconda di opere buone.
Concedici, Signore, il dono della saggezza, affinché anche noi vediamo come vedi tu, pensiamo come pensi tu e soprattutto amiamo come ami tu.
Allora collaboreremo in modo più efficace all'opera della redenzione.
Sapremo cosa hai posto nel nostro cuore e, riconoscendo le nostre debolezze, ricorreremo di più a te, Sapienza eterna del Padre, e comprenderemo così che vi sono demoni che si scacciano solo con la preghiera, con un'unione completa con te.
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La vera saggezza è misericordiosa ed è feconda di opere buone.
Concedici, Signore, il dono della saggezza, affinché anche noi vediamo come vedi tu, pensiamo come pensi tu e soprattutto amiamo come ami tu.
Allora collaboreremo in modo più efficace all'opera della redenzione.
Sapremo cosa hai posto nel nostro cuore e, riconoscendo le nostre debolezze, ricorreremo di più a te, Sapienza eterna del Padre, e comprenderemo così che vi sono demoni che si scacciano solo con la preghiera, con un'unione completa con te.
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Commento al Vangelo del 27-10-2014
Dal Vangelo secondo Luca (13,10-17)
In quel tempo, Gesù stava insegnando in una sinagoga il giorno di sabato. C'era là una donna che aveva da diciotto anni uno spirito che la teneva inferma; era curva e non poteva drizzarsi in nessun modo. Gesù la vide, la chiamò a sé e le disse: “Donna, sei libera dalla tua infermità”, e le impose le mani. Subito quella si raddrizzò e glorificava Dio. Ma il capo della sinagoga, sdegnato perché Gesù aveva operato quella guarigione di sabato, rivolgendosi alla folla disse: “Ci sono sei giorni in cui si deve lavorare; in quelli dunque venite a farvi curare e non in giorno di sabato”. Il Signore replicò: “Ipocriti, non scioglie forse, di sabato, ciascuno di voi il bue o l'asino dalla mangiatoia, per condurlo ad abbeverarsi? E questa figlia di Abramo, che satana ha tenuto legata diciott'anni, non doveva essere sciolta da questo legame in giorno di sabato?”. Quando egli diceva queste cose, tutti i suoi avversari si vergognavano, mentre la folla intera esultava per tutte le meraviglie da lui compiute.
COMMENTO AL VANGELO - P. LINO PEDRON
In questa donna è rappresentata la situazione dell'umanità prima della venuta di Gesù: è sotto il dominio dello spirito maligno, ammalata, rattrappita, tutta piegata verso terra, impossibilitata a rizzarsi e a guardare verso l'alto. Gesù la guarda con compassione, la chiama a sé, le parla, le impone le mani.
Il capo della sinagoga è uno che non sa riconoscere i segni del tempo della salvezza. La sua interpretazione della legge, il suo testardo attaccamento alla tradizione umana, la mancanza di comprensione per l'amore e la misericordia verso una creatura umana ammalata, non gli danno la capacità di comprendere i segni del tempo della salvezza. La sorte di quest'uomo e di tutti gli avversari di Gesù è la vergogna (v.17) davanti al popolo e al tribunale di Dio.
Gesù dà un nuovo significato al sabato, o meglio gli ridà il suo significato originale. La legge del sabato è al servizio dell'uomo, e Dio è glorificato da chiunque usi misericordia verso gli uomini. E in questo brano l'uomo riceve nuovamente da Gesù la sua dignità e la sua giusta considerazione: non può essere considerato meno di un bue o di un asino!
Gesù infrange il dominio di satana che si manifesta nel peccato, nella malattia e nella morte, e libera l'uomo dal peso opprimente della legge. Il sabato diventa il giorno della gioia per tutti. La creazione trova nell'opera salvifica di Gesù la sua perfezione. L'uomo che si apre all'amore di Dio non incontra il giudizio, ma la salvezza e la liberazione definitiva.
L'infermità, secondo la mentalità dell'uomo della Bibbia, non è solo disfunzione del corpo, ma l'invasione di uno spirito malvagio che logora e arresta il corso delle forze della natura. Gesù stende le mani sull'ammalata: è un atteggiamento con il quale trasfonde su di lei il suo Spirito che scaccia lo spirito del male. Il miracolo non lascia indisturbati i presenti. La donna guarita glorifica Dio perché riconosce nell'opera compiuta da Gesù una manifestazione della sua onnipotenza e della sua bontà. Il capo della sinagoga è indignato e scandalizzato per il trambusto avvenuto nel luogo sacro e soprattutto perché proprio nel luogo dove si celebra il sabato viene trasgredito il comandamento del sabato. L'entusiasmo della folla può avere creato qualche inconveniente. Ma ben vengano, e tutti i giorni, inconvenienti come questo!.
Per il capo della sinagoga il miracolo è relegato tra le opere servili che non sono consentite in giorno di sabato: "Ci sono sei giorni in cui si deve lavorare; in quelli dunque venite a farvi curare e non in giorno di sabato" (v.14). Per rispondere a della gente così ignorante Gesù non ricorre a un'argomentazione teologico-biblica, ma fa un esempio pratico come il condurre all'abbeveratoio l'asino o il bue anche di sabato. L'ostilità dei giudei contro Gesù è dunque preconcetta, infondata, ingiusta. Non sono le opere in sé che irritano il capo della sinagoga e tutta la classe dirigente ebraica, ma la risonanza che esse producono. Gesù guadagna terreno presso il popolo e, di conseguenza, essi lo perdono. E' sempre una questione di potere e di quanto dal potere ne consegue.
Nella finale del brano appaiono in scena da una parte gli avversari di Gesù e dall'altra la moltitudine della gente. I primi sono irritati e svergognati, la folla invece è entusiasta e convinta. I primi condannano, disapprovano, rigettano l'opera di Gesù; gli altri la esaltano fino a risalire alla sua sorgente, Dio da cui proviene e a cui sale la gloria causata dalle opere di Cristo. Lo stesso fatto suscita indignazione e vergogna, oppure gloria e gioia. La luce di Dio, che rallegra l'occhio buono, offende quello cattivo. Ma anche questo disagio dei cattivi è in vista della loro conversione.
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In quel tempo, Gesù stava insegnando in una sinagoga il giorno di sabato. C'era là una donna che aveva da diciotto anni uno spirito che la teneva inferma; era curva e non poteva drizzarsi in nessun modo. Gesù la vide, la chiamò a sé e le disse: “Donna, sei libera dalla tua infermità”, e le impose le mani. Subito quella si raddrizzò e glorificava Dio. Ma il capo della sinagoga, sdegnato perché Gesù aveva operato quella guarigione di sabato, rivolgendosi alla folla disse: “Ci sono sei giorni in cui si deve lavorare; in quelli dunque venite a farvi curare e non in giorno di sabato”. Il Signore replicò: “Ipocriti, non scioglie forse, di sabato, ciascuno di voi il bue o l'asino dalla mangiatoia, per condurlo ad abbeverarsi? E questa figlia di Abramo, che satana ha tenuto legata diciott'anni, non doveva essere sciolta da questo legame in giorno di sabato?”. Quando egli diceva queste cose, tutti i suoi avversari si vergognavano, mentre la folla intera esultava per tutte le meraviglie da lui compiute.
COMMENTO AL VANGELO - P. LINO PEDRON
In questa donna è rappresentata la situazione dell'umanità prima della venuta di Gesù: è sotto il dominio dello spirito maligno, ammalata, rattrappita, tutta piegata verso terra, impossibilitata a rizzarsi e a guardare verso l'alto. Gesù la guarda con compassione, la chiama a sé, le parla, le impone le mani.
Il capo della sinagoga è uno che non sa riconoscere i segni del tempo della salvezza. La sua interpretazione della legge, il suo testardo attaccamento alla tradizione umana, la mancanza di comprensione per l'amore e la misericordia verso una creatura umana ammalata, non gli danno la capacità di comprendere i segni del tempo della salvezza. La sorte di quest'uomo e di tutti gli avversari di Gesù è la vergogna (v.17) davanti al popolo e al tribunale di Dio.
Gesù dà un nuovo significato al sabato, o meglio gli ridà il suo significato originale. La legge del sabato è al servizio dell'uomo, e Dio è glorificato da chiunque usi misericordia verso gli uomini. E in questo brano l'uomo riceve nuovamente da Gesù la sua dignità e la sua giusta considerazione: non può essere considerato meno di un bue o di un asino!
Gesù infrange il dominio di satana che si manifesta nel peccato, nella malattia e nella morte, e libera l'uomo dal peso opprimente della legge. Il sabato diventa il giorno della gioia per tutti. La creazione trova nell'opera salvifica di Gesù la sua perfezione. L'uomo che si apre all'amore di Dio non incontra il giudizio, ma la salvezza e la liberazione definitiva.
L'infermità, secondo la mentalità dell'uomo della Bibbia, non è solo disfunzione del corpo, ma l'invasione di uno spirito malvagio che logora e arresta il corso delle forze della natura. Gesù stende le mani sull'ammalata: è un atteggiamento con il quale trasfonde su di lei il suo Spirito che scaccia lo spirito del male. Il miracolo non lascia indisturbati i presenti. La donna guarita glorifica Dio perché riconosce nell'opera compiuta da Gesù una manifestazione della sua onnipotenza e della sua bontà. Il capo della sinagoga è indignato e scandalizzato per il trambusto avvenuto nel luogo sacro e soprattutto perché proprio nel luogo dove si celebra il sabato viene trasgredito il comandamento del sabato. L'entusiasmo della folla può avere creato qualche inconveniente. Ma ben vengano, e tutti i giorni, inconvenienti come questo!.
Per il capo della sinagoga il miracolo è relegato tra le opere servili che non sono consentite in giorno di sabato: "Ci sono sei giorni in cui si deve lavorare; in quelli dunque venite a farvi curare e non in giorno di sabato" (v.14). Per rispondere a della gente così ignorante Gesù non ricorre a un'argomentazione teologico-biblica, ma fa un esempio pratico come il condurre all'abbeveratoio l'asino o il bue anche di sabato. L'ostilità dei giudei contro Gesù è dunque preconcetta, infondata, ingiusta. Non sono le opere in sé che irritano il capo della sinagoga e tutta la classe dirigente ebraica, ma la risonanza che esse producono. Gesù guadagna terreno presso il popolo e, di conseguenza, essi lo perdono. E' sempre una questione di potere e di quanto dal potere ne consegue.
Nella finale del brano appaiono in scena da una parte gli avversari di Gesù e dall'altra la moltitudine della gente. I primi sono irritati e svergognati, la folla invece è entusiasta e convinta. I primi condannano, disapprovano, rigettano l'opera di Gesù; gli altri la esaltano fino a risalire alla sua sorgente, Dio da cui proviene e a cui sale la gloria causata dalle opere di Cristo. Lo stesso fatto suscita indignazione e vergogna, oppure gloria e gioia. La luce di Dio, che rallegra l'occhio buono, offende quello cattivo. Ma anche questo disagio dei cattivi è in vista della loro conversione.
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Commento al Vangelo del 26-10-2014, dom. 30^ t. ord. "A"
Dal Vangelo secondo Matteo (22, 34-40)
In quel tempo, i farisei, avendo udito che Gesù aveva chiuso la bocca ai sadducei, si riunirono insieme e uno di loro, un dottore della Legge, lo interrogò per metterlo alla prova: «Maestro, nella Legge, qual è il grande comandamento?». Gli rispose: «Amerai il Signore tuo Dio con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima e con tutta la tua mente. Questo è il grande e primo comandamento. Il secondo poi è simile a quello: Amerai il tuo prossimo come te stesso. Da questi due comandamenti dipendono tutta la Legge e i Profeti».
COMMENTO AL VANGELO - P. LINO PEDRON
Questa terza controversia tocca un argomento scottante per il giudaismo. I rabbini ripartivano i 613 precetti della Legge in 365 proibizioni (numero dei giorni dell'anno) e in 248 comandamenti (numero delle componenti del corpo umano). Si trattava di sapere qual era il precetto fondamentale.
La risposta di Gesù unisce tra loro l'amore di Dio e l'amore del prossimo (Dt 6,5 e Lv 19,18). Tutta la Legge è adempiuta in questi due amori che diventano un solo amore in Gesù, nel quale Dio e l'uomo si uniscono in una sola persona.
E' nella capacità di tenerli uniti anche nella vita del cristiano che si misura la fede.
L'unione dell'amore di Dio e dell'amore del prossimo come culmine della Legge è un concetto specificamente cristiano e costituisce la sostanza di questo brano e di tutto il vangelo di Gesù. Occorre però ricordare che Gesù ha ridefinito il concetto di prossimo (cfr Lc 10,30-37). L'amore del prossimo ha come presupposto l'amore di se stessi. Ma l'amore evangelico di se stessi!
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In quel tempo, i farisei, avendo udito che Gesù aveva chiuso la bocca ai sadducei, si riunirono insieme e uno di loro, un dottore della Legge, lo interrogò per metterlo alla prova: «Maestro, nella Legge, qual è il grande comandamento?». Gli rispose: «Amerai il Signore tuo Dio con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima e con tutta la tua mente. Questo è il grande e primo comandamento. Il secondo poi è simile a quello: Amerai il tuo prossimo come te stesso. Da questi due comandamenti dipendono tutta la Legge e i Profeti».
COMMENTO AL VANGELO - P. LINO PEDRON
Questa terza controversia tocca un argomento scottante per il giudaismo. I rabbini ripartivano i 613 precetti della Legge in 365 proibizioni (numero dei giorni dell'anno) e in 248 comandamenti (numero delle componenti del corpo umano). Si trattava di sapere qual era il precetto fondamentale.
La risposta di Gesù unisce tra loro l'amore di Dio e l'amore del prossimo (Dt 6,5 e Lv 19,18). Tutta la Legge è adempiuta in questi due amori che diventano un solo amore in Gesù, nel quale Dio e l'uomo si uniscono in una sola persona.
E' nella capacità di tenerli uniti anche nella vita del cristiano che si misura la fede.
L'unione dell'amore di Dio e dell'amore del prossimo come culmine della Legge è un concetto specificamente cristiano e costituisce la sostanza di questo brano e di tutto il vangelo di Gesù. Occorre però ricordare che Gesù ha ridefinito il concetto di prossimo (cfr Lc 10,30-37). L'amore del prossimo ha come presupposto l'amore di se stessi. Ma l'amore evangelico di se stessi!
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domenica 26 ottobre 2014
Messaggio di Medjugorje del 25-10-2014
Cari figli!
Pregate in questo tempo di grazia e chiedete l'intercessione di Tutti i Santi che sono già nella luce.
Loro vi siano d'esempio e d'esortazione di giorno in giorno, sul cammino della vostra conversione.
Figlioli, siate coscienti che la vostra vita è breve e passeggera.
Perciò anelate all'eternità e preparate i vostri cuori nella preghiera.
Io sono con voi ed intercedo presso il mio Figlio per ciascuno di voi, soprattutto per coloro che si sono consacrati a Me ed a mio Figlio.
Grazie per aver risposto alla mia chiamata.
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Pregate in questo tempo di grazia e chiedete l'intercessione di Tutti i Santi che sono già nella luce.
Loro vi siano d'esempio e d'esortazione di giorno in giorno, sul cammino della vostra conversione.
Figlioli, siate coscienti che la vostra vita è breve e passeggera.
Perciò anelate all'eternità e preparate i vostri cuori nella preghiera.
Io sono con voi ed intercedo presso il mio Figlio per ciascuno di voi, soprattutto per coloro che si sono consacrati a Me ed a mio Figlio.
Grazie per aver risposto alla mia chiamata.
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Commento al Vangelo del 25-10-2014
Dal Vangelo secondo Luca (13,1-9)
In quel tempo, si presentarono a Gesù alcuni a riferirgli circa quei Galilei, il cui sangue Pilato aveva mescolato con quello dei loro sacrifici. Prendendo la parola, Gesù rispose: “Credete che quei Galilei fossero più peccatori di tutti i Galilei, per aver subito tale sorte? No, vi dico, ma se non vi convertite, perirete tutti allo stesso modo. O quei diciotto, sopra i quali rovinò la torre di Siloe e li uccise, credete che fossero più colpevoli di tutti gli abitanti di Gerusalemme? No, vi dico, ma se non vi convertite, perirete tutti allo stesso modo”. Disse anche questa parabola: “Un tale aveva un fico piantato nella vigna e venne a cercarvi frutti, ma non ne trovò. Allora disse al vignaiolo: Ecco, son tre anni che vengo a cercare frutti su questo fico, ma non ne trovo. Taglialo. Perché deve sfruttare il terreno? Ma quegli rispose: Padrone, lascialo ancora quest'anno, finché io gli zappi attorno e vi metta il concime e vedremo se porterà frutto per l'avvenire; se no, lo taglierai”.
COMMENTO AL VANGELO - P. LINO PEDRON
Il brano 13,1-5 ci presenta due fatti di cronaca: una uccisione e un incidente. Nel primo caso sono in gioco la libertà e la cattiveria dell'uomo; nel secondo la violenza del creato. Ma il problema è unico: quello della morte che l'uomo vive come un'indebita violenza.
Questi due avvenimenti richiamano in modo esemplare ciò che maggiormente scuote la fede del credente: perché Dio permette i soprusi e le violenze, i disastri e i terremoti?
La storia con le sue ingiustizie, e la natura con la sua insensatezza sembrano dominate dal maligno (cfr Lc 4,6).Il male, continuamente presente nella nostra esistenza, è il problema più rilevante ed è inspiegabile alla ragione. Esso costituisce un problema anche per la fede: la può spegnere o ingigantire. Solo conoscendo i "segni del tempo" possiamo vedere nel male il Signore che viene a salvarci chiamandoci alla conversione. Il problema vero della storia non è l'alternanza al potere del male, ma l'alternativa ad esso. Non basta cambiare i protagonisti: bisogna cambiare il gioco.
Gesù non condanna Pilato, ma non esalta neppure le sue vittime. Egli vuole portarci a un punto di vista superiore: Pilato e le sue vittime sono insieme vittime dello stesso peccato. Infatti hanno tentato lo stesso gioco: i galilei erano i più deboli e hanno perso.
Gesù ha rifiutato come mezzi del Regno quelli del nemico: la ricchezza, il potere e l'orgoglio. La violenza genera sempre altra violenza. L'unica arma per vincere tutti i mali è l'amore. Lo stesso peccato, presente in Pilato e nelle sue vittime, è presente anche negli ascoltatori di Cristo. Al posto di Pilato si sarebbero comportati come Pilato, al posto dei guerriglieri galilei si sarebbero comportati come i guerriglieri galilei. Ma allora dove sta la verità? Essa sta solamente nel conformare i nostri comportamenti a quelli di Cristo che si fa carico del male di tutti.
Le calamità naturali non sono una punizione, ma un richiamo alla conversione. Il peccato che ha guastato l'uomo ha sottoposto all'insensatezza anche la natura che aveva in lui il suo fine Si è rotta l'armonia uomo-mondo e ogni evento insensato ci richiama a cercare nella conversione il senso di una vita che il peccato ha esposto al vuoto, al non senso (cfr Rm 8,20).
Discernere i segni del tempo presente significa leggere ogni fatto come appello a passare dal mondo vecchio al mondo nuovo portato da Cristo. In questo modo il male perde il suo carattere di fatalità e viene dominato dall'uomo che ne sa trarre un bene maggiore: la propria conversione.
Il brano 13,6-9 ci presenta la parabola del fico sterile: Questa ci aiuta a leggere la nostra storia alla luce di quella di Gesù. La parabola è trasparente. Il Padre e il Figlio si prendono cura dell'uomo e si attendono che egli risponda al loro amore. Ma come il fico è sterile, così l'uomo non fa frutti di conversione (cfr Lc 3,8). Ma Dio accorda una proroga all'uomo e prodiga la sua cura perché fruttifichi e non venga tagliato.
Il "quest'anno" del v. 8 indica tutti gli anni e i secoli delle generazioni che verranno. E' l'anno della pazienza e della misericordia di Dio: "Egli usa pazienza verso di voi, non volendo che alcuno perisca, ma che tutti abbiano modo di pentirsi" (2Pt 2,9). Ma non dobbiamo fare come gli "empi che trovano pretesto alla loro dissolutezza nella grazia di Dio" (Gd 4). Non ci si deve prendere gioco della ricchezza della bontà di Dio, della sua tolleranza e della sua pazienza, ma riconoscere che la bontà di Dio ci spinge alla conversione (cfr Rm 2,4).
La parabola pone l'accento sulla bontà di Dio. La cattiveria dell'uomo non può impedire a Dio di essere buono.
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In quel tempo, si presentarono a Gesù alcuni a riferirgli circa quei Galilei, il cui sangue Pilato aveva mescolato con quello dei loro sacrifici. Prendendo la parola, Gesù rispose: “Credete che quei Galilei fossero più peccatori di tutti i Galilei, per aver subito tale sorte? No, vi dico, ma se non vi convertite, perirete tutti allo stesso modo. O quei diciotto, sopra i quali rovinò la torre di Siloe e li uccise, credete che fossero più colpevoli di tutti gli abitanti di Gerusalemme? No, vi dico, ma se non vi convertite, perirete tutti allo stesso modo”. Disse anche questa parabola: “Un tale aveva un fico piantato nella vigna e venne a cercarvi frutti, ma non ne trovò. Allora disse al vignaiolo: Ecco, son tre anni che vengo a cercare frutti su questo fico, ma non ne trovo. Taglialo. Perché deve sfruttare il terreno? Ma quegli rispose: Padrone, lascialo ancora quest'anno, finché io gli zappi attorno e vi metta il concime e vedremo se porterà frutto per l'avvenire; se no, lo taglierai”.
COMMENTO AL VANGELO - P. LINO PEDRON
Il brano 13,1-5 ci presenta due fatti di cronaca: una uccisione e un incidente. Nel primo caso sono in gioco la libertà e la cattiveria dell'uomo; nel secondo la violenza del creato. Ma il problema è unico: quello della morte che l'uomo vive come un'indebita violenza.
Questi due avvenimenti richiamano in modo esemplare ciò che maggiormente scuote la fede del credente: perché Dio permette i soprusi e le violenze, i disastri e i terremoti?
La storia con le sue ingiustizie, e la natura con la sua insensatezza sembrano dominate dal maligno (cfr Lc 4,6).Il male, continuamente presente nella nostra esistenza, è il problema più rilevante ed è inspiegabile alla ragione. Esso costituisce un problema anche per la fede: la può spegnere o ingigantire. Solo conoscendo i "segni del tempo" possiamo vedere nel male il Signore che viene a salvarci chiamandoci alla conversione. Il problema vero della storia non è l'alternanza al potere del male, ma l'alternativa ad esso. Non basta cambiare i protagonisti: bisogna cambiare il gioco.
Gesù non condanna Pilato, ma non esalta neppure le sue vittime. Egli vuole portarci a un punto di vista superiore: Pilato e le sue vittime sono insieme vittime dello stesso peccato. Infatti hanno tentato lo stesso gioco: i galilei erano i più deboli e hanno perso.
Gesù ha rifiutato come mezzi del Regno quelli del nemico: la ricchezza, il potere e l'orgoglio. La violenza genera sempre altra violenza. L'unica arma per vincere tutti i mali è l'amore. Lo stesso peccato, presente in Pilato e nelle sue vittime, è presente anche negli ascoltatori di Cristo. Al posto di Pilato si sarebbero comportati come Pilato, al posto dei guerriglieri galilei si sarebbero comportati come i guerriglieri galilei. Ma allora dove sta la verità? Essa sta solamente nel conformare i nostri comportamenti a quelli di Cristo che si fa carico del male di tutti.
Le calamità naturali non sono una punizione, ma un richiamo alla conversione. Il peccato che ha guastato l'uomo ha sottoposto all'insensatezza anche la natura che aveva in lui il suo fine Si è rotta l'armonia uomo-mondo e ogni evento insensato ci richiama a cercare nella conversione il senso di una vita che il peccato ha esposto al vuoto, al non senso (cfr Rm 8,20).
Discernere i segni del tempo presente significa leggere ogni fatto come appello a passare dal mondo vecchio al mondo nuovo portato da Cristo. In questo modo il male perde il suo carattere di fatalità e viene dominato dall'uomo che ne sa trarre un bene maggiore: la propria conversione.
Il brano 13,6-9 ci presenta la parabola del fico sterile: Questa ci aiuta a leggere la nostra storia alla luce di quella di Gesù. La parabola è trasparente. Il Padre e il Figlio si prendono cura dell'uomo e si attendono che egli risponda al loro amore. Ma come il fico è sterile, così l'uomo non fa frutti di conversione (cfr Lc 3,8). Ma Dio accorda una proroga all'uomo e prodiga la sua cura perché fruttifichi e non venga tagliato.
Il "quest'anno" del v. 8 indica tutti gli anni e i secoli delle generazioni che verranno. E' l'anno della pazienza e della misericordia di Dio: "Egli usa pazienza verso di voi, non volendo che alcuno perisca, ma che tutti abbiano modo di pentirsi" (2Pt 2,9). Ma non dobbiamo fare come gli "empi che trovano pretesto alla loro dissolutezza nella grazia di Dio" (Gd 4). Non ci si deve prendere gioco della ricchezza della bontà di Dio, della sua tolleranza e della sua pazienza, ma riconoscere che la bontà di Dio ci spinge alla conversione (cfr Rm 2,4).
La parabola pone l'accento sulla bontà di Dio. La cattiveria dell'uomo non può impedire a Dio di essere buono.
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martedì 21 ottobre 2014
All'inizio del cielo
MEDITAZIONE MATTUTINA NELLA CAPPELLA DELLA
DOMUS SANCTAE MARTHAE
Venerdì, 17 ottobre 2014 (da: L'Osservatore Romano, ed. quotidiana, Anno CLIV, n.238, Sab. 18/10/2014)
Il cristiano non può permettersi di «essere tiepido»: ha un’identità precisa che è data dal sigillo dello Spirito Santo. Torna la riflessione sull'inizio della lettera agli Efesini e sui cristiani «scelti dal Signore prima della creazione del mondo» durante la messa celebrata da Papa Francesco questa mattina, venerdì 17 ottobre, nella cappella di Santa Marta. Tra i presenti anche Enzo Camerino, sopravvissuto alla Shoah, che già aveva incontrato il Pontefice il 16 ottobre 2013, nel settantesimo anniversario del rastrellamento del ghetto di Roma. «Il Signore — ha detto il Pontefice all'omelia richiamando le parole di san Paolo — non solo ci ha scelti», ma anche «ci ha dato un’identità». E, ha spiegato, non abbiamo ricevuto in eredità semplicemente un nome, «ma un’identità, un modo di vivere, che non è soltanto un elenco di abitudini, è di più: è proprio un’identità». E come siamo stati “segnati” così profondamente? Lo scrive l’apostolo: «Avete ricevuto il sigillo dello Spirito Santo».
La nostra identità, ha detto il vescovo di Roma, «è proprio questo sigillo, questa forza dello Spirito Santo, che tutti noi abbiamo ricevuto nel battesimo». E giacché lo Spirito Santo che ci era stato promesso da Gesù, «ha sigillato il nostro cuore» e, di più, «cammina con noi» non solo ci dà l’identità, ma, anche, «è caparra della nostra eredità. Con lui il cielo incomincia». Ecco allora che il cristiano agisce nella vita terrena ma vive già nella prospettiva della «eternità». Ha ribadito Papa Francesco: «Noi abbiamo il cielo in mano con questo sigillo». Ma la vita quotidiana è costellata di tentazioni, prima di tutto quella di «non rendersi conto di questa bellezza, che noi abbiamo ricevuto». Quando questo accade, lo Spirito, per usare un’espressione paolina, «si rattrista»: succede, ha sottolineato, «quando noi vogliamo, non dico cancellare l’identità, ma renderla opaca». È il caso del «cristiano tiepido», quello che «va a messa la domenica, sì, ma nella sua vita l’identità non si vede», quello che pur essendo un cristiano, sostanzialmente «vive come un pagano». C’è poi un altro rischio, l’altro peccato «di cui Gesù parlava ai discepoli» quando li avvisava: «Guardatevi bene dal lievito dei farisei, che è l’ipocrisia».
Succede, ha ricordato il Papa, che si «faccia finta di essere cristiani», che manchi la “trasparenza” dell’agire, che a parole si professi una cosa ma nei fatti si agisca diversamente. «E questo — ha aggiunto — è quello che facevano i dottori della legge», è il lievito dell’«ipocrisia» che rischia di crescere dentro di noi. Rendere opaca la nostra identità e tradirla nei fatti sono «due peccati contro questo sigillo» che «è un bel dono di Dio, lo Spirito» ed è «caparra di quello che ci aspetta, che ci è stato promesso». Per questo possiamo dire che «abbiamo il cielo in mano».
Qual è, allora, si è chiesto il Pontefice «l’atteggiamento vero di un cristiano?». Lo impariamo dallo stesso Paolo: «Il frutto dello Spirito, quello che viene dalla nostra identità, è amore, gioia, pace, magnanimità, benevolenza, bontà, fedeltà, mitezza, dominio di sé».
È questa, ha concluso Papa Francesco, «la nostra strada verso il cielo».
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Venerdì, 17 ottobre 2014 (da: L'Osservatore Romano, ed. quotidiana, Anno CLIV, n.238, Sab. 18/10/2014)
Il cristiano non può permettersi di «essere tiepido»: ha un’identità precisa che è data dal sigillo dello Spirito Santo. Torna la riflessione sull'inizio della lettera agli Efesini e sui cristiani «scelti dal Signore prima della creazione del mondo» durante la messa celebrata da Papa Francesco questa mattina, venerdì 17 ottobre, nella cappella di Santa Marta. Tra i presenti anche Enzo Camerino, sopravvissuto alla Shoah, che già aveva incontrato il Pontefice il 16 ottobre 2013, nel settantesimo anniversario del rastrellamento del ghetto di Roma. «Il Signore — ha detto il Pontefice all'omelia richiamando le parole di san Paolo — non solo ci ha scelti», ma anche «ci ha dato un’identità». E, ha spiegato, non abbiamo ricevuto in eredità semplicemente un nome, «ma un’identità, un modo di vivere, che non è soltanto un elenco di abitudini, è di più: è proprio un’identità». E come siamo stati “segnati” così profondamente? Lo scrive l’apostolo: «Avete ricevuto il sigillo dello Spirito Santo».
La nostra identità, ha detto il vescovo di Roma, «è proprio questo sigillo, questa forza dello Spirito Santo, che tutti noi abbiamo ricevuto nel battesimo». E giacché lo Spirito Santo che ci era stato promesso da Gesù, «ha sigillato il nostro cuore» e, di più, «cammina con noi» non solo ci dà l’identità, ma, anche, «è caparra della nostra eredità. Con lui il cielo incomincia». Ecco allora che il cristiano agisce nella vita terrena ma vive già nella prospettiva della «eternità». Ha ribadito Papa Francesco: «Noi abbiamo il cielo in mano con questo sigillo». Ma la vita quotidiana è costellata di tentazioni, prima di tutto quella di «non rendersi conto di questa bellezza, che noi abbiamo ricevuto». Quando questo accade, lo Spirito, per usare un’espressione paolina, «si rattrista»: succede, ha sottolineato, «quando noi vogliamo, non dico cancellare l’identità, ma renderla opaca». È il caso del «cristiano tiepido», quello che «va a messa la domenica, sì, ma nella sua vita l’identità non si vede», quello che pur essendo un cristiano, sostanzialmente «vive come un pagano». C’è poi un altro rischio, l’altro peccato «di cui Gesù parlava ai discepoli» quando li avvisava: «Guardatevi bene dal lievito dei farisei, che è l’ipocrisia».
Succede, ha ricordato il Papa, che si «faccia finta di essere cristiani», che manchi la “trasparenza” dell’agire, che a parole si professi una cosa ma nei fatti si agisca diversamente. «E questo — ha aggiunto — è quello che facevano i dottori della legge», è il lievito dell’«ipocrisia» che rischia di crescere dentro di noi. Rendere opaca la nostra identità e tradirla nei fatti sono «due peccati contro questo sigillo» che «è un bel dono di Dio, lo Spirito» ed è «caparra di quello che ci aspetta, che ci è stato promesso». Per questo possiamo dire che «abbiamo il cielo in mano».
Qual è, allora, si è chiesto il Pontefice «l’atteggiamento vero di un cristiano?». Lo impariamo dallo stesso Paolo: «Il frutto dello Spirito, quello che viene dalla nostra identità, è amore, gioia, pace, magnanimità, benevolenza, bontà, fedeltà, mitezza, dominio di sé».
È questa, ha concluso Papa Francesco, «la nostra strada verso il cielo».
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Commento al Vangelo del 21-10-2014
Dal Vangelo secondo Luca (12,35-38)
Siate pronti, con le vesti strette ai fianchi e le lampade accese; siate simili a quelli che aspettano il loro padrone quando torna dalle nozze, in modo che, quando arriva e bussa, gli apra- no subito. Beati quei servi che il padrone al suo ritorno troverà ancora svegli; in verità io vi dico, si stringerà le vesti ai fianchi, li farà mettere a tavola e passerà a servirli. E se, giungendo nel mezzo della notte o prima dell'alba, li troverà così, beati loro!
L’insegnamento sulla fugacità e insicurezza dei beni terreni del brano evangelico di ieri ha riportato l’attenzione verso il regno di Dio e i tesori del cielo. I cristiani devono tenersi pronti per la venuta inattesa e improvvisa di Gesù. Essa è prospettata ad essi come un punto di costante riferimento per tenere sveglie le loro re sponsabilità e la loro dedizione al regno del Signore. Gesù è la guida invisibile della Chiesa; nessuno sa quando si manifesterà apertamente, ma tutti sanno che è presente e sollecita la massima collaborazione da parte di ognuno.
L ’insicurezza del ritorno del Signore deve tenere costantemente desta l’attenzione e l’operosità dei suoi cristiani. Il servo fedele deve dare prova di aspettare il suo padrone anche nelle ore insolite, quando normalmente tutti dormono. Il sacrificio può apparire grande, ma la ricompensa sarà ancora più grande.
Il richiamo alla venuta del Signore è essenziale nel vangelo. La vita del cristiano è un’a ttesa del Signore che viene. Il credente è colui che sa aspettarlo e sta ad aspettarlo. Egli veglia nella notte del mondo per far risplendere con le sue opere la luce di Dio. La cintura ai fianchi è la tenuta di lavoro, di servizio e di viaggio prescritta per la cena pasquale (cfr Es 12,11). Questo è l’atteggiamento corretto per attendere il Signore. N on bisogna guardarlo in cielo, ma testimoniarlo sulla ter- ra (cfr At 1,11). Il Signore che viene e bussa alla porta è un’allusione all’eucaristia; il Signore si invita a cena a casa nostra: "Ecco, sto alla porta e busso. Se qualcuno ascolta la mia voce e mi apre la porta, io verrò da lui, cenerò con lui ed egli con me" (Ap 3,20).
La sua venuta finale è vissu ta quotidianamente nella cena eucaristica. La beatitudine del cristiano è vivere una vita pasquale, di cui la sorgente è l’e ucaristia (cfr Lc 14,15), dove la storia di Gesù si fa no- stro presente e ci introduce nel nostro futuro. L’esistenza cristiana è attesa dello Sposo che viene per prenderci definitivamente con sé. Il cristiano non ha qui la sua patria. La casa della sua nostalgia è altrove. St raniero e pellegrino sulla terra (cfr 1Pt 2,11) non ha quaggiù una città stabile, ma cerca quella futura ( cfr Eb 13,14). "La nostra patria è nei cieli e di là aspettiamo come salvatore il Signore Gesù Cristo (Fil 3,20). Il suo ritorno sarà nella notte, figura della morte personale. Il credente, giorno dopo giorno, non si stanca del rita rdo del suo Signore, non si distrae, non perde la fiducia dell’incontro beatificante con lui.
Padre Lino Pedron
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Siate pronti, con le vesti strette ai fianchi e le lampade accese; siate simili a quelli che aspettano il loro padrone quando torna dalle nozze, in modo che, quando arriva e bussa, gli apra- no subito. Beati quei servi che il padrone al suo ritorno troverà ancora svegli; in verità io vi dico, si stringerà le vesti ai fianchi, li farà mettere a tavola e passerà a servirli. E se, giungendo nel mezzo della notte o prima dell'alba, li troverà così, beati loro!
L’insegnamento sulla fugacità e insicurezza dei beni terreni del brano evangelico di ieri ha riportato l’attenzione verso il regno di Dio e i tesori del cielo. I cristiani devono tenersi pronti per la venuta inattesa e improvvisa di Gesù. Essa è prospettata ad essi come un punto di costante riferimento per tenere sveglie le loro re sponsabilità e la loro dedizione al regno del Signore. Gesù è la guida invisibile della Chiesa; nessuno sa quando si manifesterà apertamente, ma tutti sanno che è presente e sollecita la massima collaborazione da parte di ognuno.
L ’insicurezza del ritorno del Signore deve tenere costantemente desta l’attenzione e l’operosità dei suoi cristiani. Il servo fedele deve dare prova di aspettare il suo padrone anche nelle ore insolite, quando normalmente tutti dormono. Il sacrificio può apparire grande, ma la ricompensa sarà ancora più grande.
Il richiamo alla venuta del Signore è essenziale nel vangelo. La vita del cristiano è un’a ttesa del Signore che viene. Il credente è colui che sa aspettarlo e sta ad aspettarlo. Egli veglia nella notte del mondo per far risplendere con le sue opere la luce di Dio. La cintura ai fianchi è la tenuta di lavoro, di servizio e di viaggio prescritta per la cena pasquale (cfr Es 12,11). Questo è l’atteggiamento corretto per attendere il Signore. N on bisogna guardarlo in cielo, ma testimoniarlo sulla ter- ra (cfr At 1,11). Il Signore che viene e bussa alla porta è un’allusione all’eucaristia; il Signore si invita a cena a casa nostra: "Ecco, sto alla porta e busso. Se qualcuno ascolta la mia voce e mi apre la porta, io verrò da lui, cenerò con lui ed egli con me" (Ap 3,20).
La sua venuta finale è vissu ta quotidianamente nella cena eucaristica. La beatitudine del cristiano è vivere una vita pasquale, di cui la sorgente è l’e ucaristia (cfr Lc 14,15), dove la storia di Gesù si fa no- stro presente e ci introduce nel nostro futuro. L’esistenza cristiana è attesa dello Sposo che viene per prenderci definitivamente con sé. Il cristiano non ha qui la sua patria. La casa della sua nostalgia è altrove. St raniero e pellegrino sulla terra (cfr 1Pt 2,11) non ha quaggiù una città stabile, ma cerca quella futura ( cfr Eb 13,14). "La nostra patria è nei cieli e di là aspettiamo come salvatore il Signore Gesù Cristo (Fil 3,20). Il suo ritorno sarà nella notte, figura della morte personale. Il credente, giorno dopo giorno, non si stanca del rita rdo del suo Signore, non si distrae, non perde la fiducia dell’incontro beatificante con lui.
Padre Lino Pedron
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Padre Lino Pedron
Commento al Vangelo del 20-10-2014
Dal Vangelo secondo Luca (12, 13-21)
In quel tempo, uno della folla disse a Gesù: “Maestro, di' a mio fratello che divida con me l'eredità”. Ma egli rispose: “O uomo, chi mi ha costituito giudice o mediatore sopra di voi?”. E disse loro: “Guardatevi e tenetevi lontano da ogni cupidigia, perché anche se uno è nell'abbondanza, la sua vita non dipende dai suoi beni”. Disse poi una parabola: “La campagna di un uomo ricco aveva dato un buon raccolto. Egli ragionava tra sé: Che farò, poiché non ho dove riporre i miei raccolti? E disse: Farò così: demolirò i miei magazzini e ne costruirò di più grandi e vi raccoglierò tutto il grano e i miei beni. Poi dirò a me stesso: Anima mia, hai a disposizione molti beni, per molti anni; riposati, mangia, bevi e datti alla gioia. Ma Dio gli disse: Stolto, questa notte stessa ti sarà richiesta la tua vita. E quello che hai preparato di chi sarà? Così è di chi accumula tesori per sé, e non arricchisce davanti a Dio”.
COMMENTO AL VANGELO - P. LINO PEDRON
Questa parabola descrive l'uomo che fa consistere la propria sicurezza nell'accumulo dei beni. Cristo e i suoi discepoli, invece, pongono la loro sicurezza nell'amore del Padre. La loro vita non sta nei beni, ma in colui che li dona: Dio. I beni di questo mondo non devono essere né adorati né demonizzati: vanno usati secondo la volontà del Donatore. Con l'accumulo dei beni l'uomo crede di essersi assicurate la felicità e una lunga vita. Ma così facendo si rivela stolto, perché non ha messo nel conto l'incognita della morte. Ha ragionato come se fosse padrone della propria vita, allo stesso modo che si sente padrone del suo raccolto. La drammaticità della situazione sta appunto nell'estrema insicurezza della vita. Accanto ai granai si possono mettere tutti gli altri beni: la salute, il potere, il denaro. Non contano nulla per vivere bene, per vivere a lungo, perché la durata della vita non dipende da queste cose. Il problema suscitato da questo tale diventa un'occasione di insegnamento per tutti, perché tutti siamo vittime dello stesso male.
Ciò che divide i fratelli è la spartizione di ciò che di per sé dovrebbe unirli: i beni della terra, che sono doni di Dio per la fraternità e la condivisione nell'amore. Questa è la causa di tutte le guerre, di tutte le lotte sindacali e sociali e di tutte le inimicizie familiari che sorgono in occasione delle divisioni dell'eredità. L'amore per le cose di cui appropriarsi sostituisce quello per il Padre e per i fratelli. Questo litigio per l'eredità è l'emblema della situazione umana: dimenticando il Padre, gli uomini litigano per arraffare la roba. L'avidità di vita, nata dalla paura della morte, trasforma in causa di odio e di morte ciò che in realtà è dono di amore. In questo modo è stravolto tutto il senso della creazione. La controproposta che Gesù fa è ugualmente incentrata sull'accumulare tesori, ma non per sé, ma per arricchire davanti a Dio (v.21). La ricchezza che conta è quella accumulata nei cieli ed è costituita dai beni dello spirito, dalla rettitudine, dalla giustizia, dalla carità. Nel capitolo 16 di questo vangelo Gesù ci insegna: "Procuratevi amici con la disonesta ricchezza, perché, quand'essa verrà a mancare, vi accolgano nelle dimore eterne" (v.9). In definitiva si è ricchi solo di ciò che si dà. Il destino dell'uomo dipende dall'uso corretto delle creature: o sono mezzi per amare Dio e il prossimo o diventano fine e surrogato di Dio.
Il progetto dell'uomo che non conosce l'amore del Padre è ingrandire il proprio granaio per avere sempre di più. Più uno ha e più aumenta il desiderio di avere. La stoltezza poi arriva al culmine quando ci si compiace dei beni, facendo di essi la propria vita e la propria sicurezza. Dall'uso delle cose materiali deriva la realizzazione o il fallimento dell'uomo. I beni del mondo danno la morte quando sono accumulati per paura della morte; danno la vita quando sono condivisi coi fratelli per amore del Padre.
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In quel tempo, uno della folla disse a Gesù: “Maestro, di' a mio fratello che divida con me l'eredità”. Ma egli rispose: “O uomo, chi mi ha costituito giudice o mediatore sopra di voi?”. E disse loro: “Guardatevi e tenetevi lontano da ogni cupidigia, perché anche se uno è nell'abbondanza, la sua vita non dipende dai suoi beni”. Disse poi una parabola: “La campagna di un uomo ricco aveva dato un buon raccolto. Egli ragionava tra sé: Che farò, poiché non ho dove riporre i miei raccolti? E disse: Farò così: demolirò i miei magazzini e ne costruirò di più grandi e vi raccoglierò tutto il grano e i miei beni. Poi dirò a me stesso: Anima mia, hai a disposizione molti beni, per molti anni; riposati, mangia, bevi e datti alla gioia. Ma Dio gli disse: Stolto, questa notte stessa ti sarà richiesta la tua vita. E quello che hai preparato di chi sarà? Così è di chi accumula tesori per sé, e non arricchisce davanti a Dio”.
COMMENTO AL VANGELO - P. LINO PEDRON
Questa parabola descrive l'uomo che fa consistere la propria sicurezza nell'accumulo dei beni. Cristo e i suoi discepoli, invece, pongono la loro sicurezza nell'amore del Padre. La loro vita non sta nei beni, ma in colui che li dona: Dio. I beni di questo mondo non devono essere né adorati né demonizzati: vanno usati secondo la volontà del Donatore. Con l'accumulo dei beni l'uomo crede di essersi assicurate la felicità e una lunga vita. Ma così facendo si rivela stolto, perché non ha messo nel conto l'incognita della morte. Ha ragionato come se fosse padrone della propria vita, allo stesso modo che si sente padrone del suo raccolto. La drammaticità della situazione sta appunto nell'estrema insicurezza della vita. Accanto ai granai si possono mettere tutti gli altri beni: la salute, il potere, il denaro. Non contano nulla per vivere bene, per vivere a lungo, perché la durata della vita non dipende da queste cose. Il problema suscitato da questo tale diventa un'occasione di insegnamento per tutti, perché tutti siamo vittime dello stesso male.
Ciò che divide i fratelli è la spartizione di ciò che di per sé dovrebbe unirli: i beni della terra, che sono doni di Dio per la fraternità e la condivisione nell'amore. Questa è la causa di tutte le guerre, di tutte le lotte sindacali e sociali e di tutte le inimicizie familiari che sorgono in occasione delle divisioni dell'eredità. L'amore per le cose di cui appropriarsi sostituisce quello per il Padre e per i fratelli. Questo litigio per l'eredità è l'emblema della situazione umana: dimenticando il Padre, gli uomini litigano per arraffare la roba. L'avidità di vita, nata dalla paura della morte, trasforma in causa di odio e di morte ciò che in realtà è dono di amore. In questo modo è stravolto tutto il senso della creazione. La controproposta che Gesù fa è ugualmente incentrata sull'accumulare tesori, ma non per sé, ma per arricchire davanti a Dio (v.21). La ricchezza che conta è quella accumulata nei cieli ed è costituita dai beni dello spirito, dalla rettitudine, dalla giustizia, dalla carità. Nel capitolo 16 di questo vangelo Gesù ci insegna: "Procuratevi amici con la disonesta ricchezza, perché, quand'essa verrà a mancare, vi accolgano nelle dimore eterne" (v.9). In definitiva si è ricchi solo di ciò che si dà. Il destino dell'uomo dipende dall'uso corretto delle creature: o sono mezzi per amare Dio e il prossimo o diventano fine e surrogato di Dio.
Il progetto dell'uomo che non conosce l'amore del Padre è ingrandire il proprio granaio per avere sempre di più. Più uno ha e più aumenta il desiderio di avere. La stoltezza poi arriva al culmine quando ci si compiace dei beni, facendo di essi la propria vita e la propria sicurezza. Dall'uso delle cose materiali deriva la realizzazione o il fallimento dell'uomo. I beni del mondo danno la morte quando sono accumulati per paura della morte; danno la vita quando sono condivisi coi fratelli per amore del Padre.
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Beatificazione Paolo VI. Francesco: un testimone umile e profetico dell'amore a Cristo
Due grandi eventi per la Chiesa universale sono stati suggellati dalla Messa celebrata stamane da Papa Francesco in Piazza San Pietro, affollata da 70 mila fedeli di ogni parte del mondo, presente sul sagrato il Papa emerito Benedetto XVI: la conclusione del Sinodo straordinario dei vescovi sulla famiglia e la Beatificazione del Servo di Dio, Paolo VI, al secolo Giovanni Battista Montini. Per dono dello Spirito Santo - ha detto Francesco nell’omelia - si è lavorato nel Sinodo con “vera libertà e umile creatività”, per “riaccendere la speranza in tanta gente senza speranza”. Poi un grazie ripetuto a Paolo VI, per il suo ministero coraggioso, saggio e lungimirante. All’Angelus il richiamo all’odierna Giornata missionaria mondiale.
“Rendete a Cesare quello che è di Cesare e a Dio quello che è di Dio”: con “questa frase ironica e geniale - ha esordito il Papa nell’omelia, ispirato dal Vangelo domenicale – Gesù risponde “alla provocazione dei farisei che, per cosi dire, volevano fargli l’esame di religione e condurlo in errore"
“È una risposta ad effetto che il Signore consegna a tutti coloro che si pongono problemi di coscienza, soprattutto quando entrano in gioco le loro convenienze, le loro ricchezze, il loro prestigio, il loro potere e la loro fama. E questo succede in ogni tempo, da sempre”.
Rendere a Dio quello che è di Dio, “significa - ha spiegato Francesco - riconoscere e professare di fronte a qualunque tipo di potere - che Dio solo è il Signore dell'uomo”, significa “aprirsi alla sua volontà”, e “cooperare al suo Regno di misericordia, di amore, di pace”:
“Questa è la novità perenne da riscoprire ogni giorno, vincendo il timore che spesso proviamo di fronte alle sorprese di Dio”.
Dio invece “non ha paura delle novità!” Lui “ci fa ‘nuovi’ continuamente” e “continuamente ci sorprende, aprendoci a vie impensate”:
“Qui sta la nostra vera forza, il fermento che la fa lievitare e il sale che dà sapore ad ogni sforzo umano contro il pessimismo prevalente che ci propone il mondo. Qui sta la nostra speranza perché la speranza in Dio non è quindi una fuga dalla realtà, non è un alibi”:
Anzi “è rispondere, con coraggio, alla innumerevole sfide nuove”, cosi come è stato - ha sottolineato Francesco - durante il Sinodo straordinario dei vescovi, che ha visto “pastori e laici di ogni parte del mondo” portare a Roma “la voce delle loro Chiese particolari per aiutare le famiglie di oggi a camminare sulla via del Vangelo, con lo sguardo fisso su Gesù”:
“È stata una grande esperienza nella quale abbiamo vissuto la sinodalità e la collegialità, e abbiamo sentito la forza dello Spirito Santo che guida e rinnova sempre la Chiesa chiamata, senza indugio, a prendersi cura delle ferite che sanguinano e a riaccendere la speranza per tanta gente senza speranza”.
E lo Spirito Santo, ha invocato il Papa, che ha permesso al Sinodo di “lavorare generosamente con vera libertà e umile creatività”, “accompagni ancora il cammino che, nelle Chiese di tutta la terra”, “prepara al Sinodo ordinario dei vescovi del prossimo ottobre 2015”:
“Abbiamo seminato e continueremo a seminare con pazienza e perseveranza, nella certezza che è il Signore a far crescere quanto abbiamo seminato.”
(Musica)
Quindi l’omaggio a Paolo VI, oggi beatificato, e la memoria delle sue parole con le quali istituiva il Sinodo dei vescovi, il 15 settembre 1965:
“…scrutando attentamente i segni dei tempi, cerchiamo di adattare le vie ed i metodi ... alle accresciute necessità dei nostri giorni ed alle mutate condizioni della società…”
Giovanni Battista Montini, “grande Papa”, “coraggioso cristiano”, “instancabile apostolo”; “davanti a Dio oggi - ha detto Francesco - non possiamo che dire una parola tanto semplice quanto sincera ed importante”:
“Grazie! Grazie nostro caro e amato Papa Paolo VI! Grazie per la tua umile e profetica testimonianza di amore a Cristo e alla sua Chiesa!”
“Grande timoniere” del Concilio Vaticano II, Paolo VI annotava nel suo diario, che forse il Signore lo aveva chiamato a quel compito non tanto perché governasse o salvasse la Chiesa dalle difficoltà allora presenti, perché a Dio spetta di farlo, ma perché lui soffrisse qualche cosa per la Chiesa.
“In questa umiltà risplende la grandezza del Beato Paolo VI che, mentre si profilava una società secolarizzata e ostile, ha saputo condurre con saggezza lungimirante - e talvolta in solitudine - il timone della barca di Pietro senza perdere mai la gioia e la fiducia nel Signore”.
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Commento al Vangelo del 19-10-2014, dom. 29^ t. ord. "A"
A Cesare quel che è di Cesare,
a Dio quel che è di Dio
I farisei, temendo, col porre le mani addosso a Gesù, di suscitare nel popolo una rivolta, si consultarono insieme per trovare il modo di farlo capitare tra le mani dell’autorità romana. Ordirono, perciò, un inganno ben architettato, e lusingando Gesù sulla sua veridicità e lealtà, e sulla sua ferma intransigenza di fronte alla verità e al dovere, gli domandarono, per mezzo dei loro discepoli, se era lecito o no pagare il tributo a Cesare. Dopo l’occupazione romana della Palestina, ogni ebreo era costretto a pagare il tributo all’imperatore che, con nome generale, veniva chiamato Cesare. Questo tributo era odiosissimo per gli Ebrei, essendo il segno palese della perdita della loro indipendenza. Si pagava in moneta romana, sulla quale c’era l’effigie di Tiberio.
I farisei, sapendo che Gesù si proclamava il Messia, erano certi che egli avrebbe biasimato il pagamento del tributo; supponevano che il Messia dovesse essere un restauratore dell’indipendenza nazionale, e credevano che Gesù non potesse approvare il pagamento del tributo, senza rinnegare la sua qualità di Messia, alla quale credevano che tenesse per fanatismo e per illusione. D’altra parte pensarono che se Egli l’avesse approvato, sarebbe riuscito inviso al popolo, e che in ogni caso l’avrebbero costretto a smetterla. Per tutto questo insieme subdolo, Gesù, rispondendo, li chiamò ipocriti, smascherandoli così nelle loro intenzioni maligne. Per confonderli, poi, domandò che gli mostrassero la moneta del tributo e, dopo che l’ebbero mostrata, chiese di chi era quell’immagine e quell’iscrizione. Alla loro risposta che era di Cesare, disse quelle memorande parole che li lasciarono stupefatti: Rendete dunque a Cesare ciò che è di Cesare e a Dio ciò che è di Dio.
Circolando nel popolo la moneta imperiale di Roma, era evidente che la nazione sottostava di fatto a Cesare; il tributo si dava come concorso alle spese di amministrazione e, permanendo l’impero di Cesare, era giusto darlo a lui. Sotto qualunque sovranità, infatti, si pagano le tasse, perché esse sono parte dell’amministrazione comune e contributo ai vantaggi comuni che ne derivano; pagare le tasse non significa giustificare un sopruso, ma sottostare a una situazione di fatto; non si trattava di sapere se si poteva o non pagare, perché si doveva pagare; era dunque logico che si rendesse a Cesare ciò che era di Cesare, cioè che si sottostesse a uno stato di fatto che non riguardava la coscienza, ma una necessità fiscale imprescindibile. Gesù soggiunse subito: Rendete a Dio ciò che è di Dio, per far riflettere al popolo che per non essere stato fedele al Signore, aveva avuto, come castigo, la dominazione straniera, e che, invece di pensare a ribellarsi a Cesare, dovevano piuttosto pensare a riconciliarsi con Dio.
Sotto qualunque dominazione, l’anima deve essere di Dio, e tributargli l’amore e l’onore che gli è dovuto; le condizioni politiche della nazione nella quale si vive non possono in nessun modo dispensare da questo dovere che è il principale; pagare o non pagare il tributo, dunque, non era una questione essenziale, ma era imprescindibile dare a Dio ciò che è di Dio, anche se si fosse dovuto urtare l’autorità di Cesare.
Il potere civile e religioso
Le parole di Gesù Cristo sono state in ogni tempo la regola dell’armonia del potere civile e di quello religioso; il potere civile ha le sue attribuzioni, ma esse sono limitate a ciò che è temporale, e sempre subordinatamente a quello che è spirituale. Il potere civile, strettamente parlando, non domina ma serve, perché è ordinato al bene comune e al bene individuale di quelli che formano la nazione; dovrebbe rappresentare un potere paterno in mezzo alla famiglia umana, con tutte le prerogative della potestà paterna. Ogni potestà viene da Dio, ed è assurdo pretendere che venga dal popolo; il potere civile rappresenta la divina provvidenza negli affari temporali, in quanto questi sono ordinati alla vita presente e a quella futura, il potere religioso rappresenta la divina autorità che domina tutto nell’amore, e guida le anime alla vita eterna, pur non prescindendo dalla loro condizione di vita sulla terra. Il potere religioso che è uno solo, di diritto divino, quello della Chiesa Cattolica, Apostolica, Romana è immensamente superiore a quello civile, e deve moderarlo nel suo esercizio, affinché non esorbiti e non diventi tiranno.
Rendere a Cesare ciò che è di Cesare, non significa riconoscere a Cesare un potere indipendente dal controllo materno della Chiesa, e tanto meno significa ammettere un’autorità che possa esigere di controllare la Chiesa, ma comporta solo il dovere di dare all’autorità civile il contributo che le spetta per l’amministrazione dello Stato, e di conseguenza osservarne le giuste leggi. Estendere le parole di Gesù oltre questi limiti significa alterarne il senso. Anche nel campo della legislazione, lo Stato non può superare i limiti dell’amministrazione temporale, di modo che è assurdo che esso presuma di dettare leggi che riguardano direttamente o indirettamente i valori morali o religiosi. È invalsa troppo la mania, spesso delittuosa, di presentare come legge qualunque capriccio o qualunque sopruso di chi governa. La legge non può ispirarsi che a quella di Dio, e non può prescindere dalle supreme direttive della Chiesa. Per questo nell’antico patto non fu Mosè che legiferò, ma fu Dio che gli dettò le leggi. I tempi sono mutati, la società si è confusa, le teste si sono annebbiate, ma questo non significa che si siano mutate le basi che reggono l’umanità. Cesare amministra, non crea e, come amministratore, deve sottostare alle supreme leggi di Dio, Creatore e Padrone di tutto, rispettare la Chiesa che lo rappresenta.
Si deve notare che i farisei non andarono direttamente a domandare a Gesù se era lecito pagare il tributo a Cesare, ma fecero andare da lui alcuni dei loro discepoli insieme a parecchi rappresentanti della setta degli erodiani, favorevoli al dominio di Roma, affinché Egli avesse parlato innanzi a testimoni già ammaestrati, i quali avrebbero potuto riferire alle autorità romane la sua risposta e comprometterlo. Era dunque una mossa politica la loro, una di quelle mosse delle quali purtroppo è intessuta la politica moderna. La menzogna anche sfacciata, l’inganno, la turlupinatura, e la miseria morale sono spesso la base della politica, e da questo si può misurare quanto essa è lontana da Dio; perciò, invece di idolatrare lo Stato, fino a crederlo unica autorità suprema, bisogna pensare, prima di tutto e sopra di tutto, a rendere a Dio ciò che è di Dio, prestando ossequio all’autorità della Chiesa. Questo è tanto più necessario oggi che dall’idolatria del cosiddetto popolo sovrano si sta passando all’idolatria dei dittatori e degli Stati totalitari, con immenso danno delle anime e specialmente della gioventù. Rendiamo a Dio quel che è di Dio, diamogli tutto il nostro cuore e tutta la nostra vita, perché tutto è suo, e tendiamo, con tutta l’anima nostra, alla vita eterna
Padre Dolindo Ruotolo
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I farisei, temendo, col porre le mani addosso a Gesù, di suscitare nel popolo una rivolta, si consultarono insieme per trovare il modo di farlo capitare tra le mani dell’autorità romana. Ordirono, perciò, un inganno ben architettato, e lusingando Gesù sulla sua veridicità e lealtà, e sulla sua ferma intransigenza di fronte alla verità e al dovere, gli domandarono, per mezzo dei loro discepoli, se era lecito o no pagare il tributo a Cesare. Dopo l’occupazione romana della Palestina, ogni ebreo era costretto a pagare il tributo all’imperatore che, con nome generale, veniva chiamato Cesare. Questo tributo era odiosissimo per gli Ebrei, essendo il segno palese della perdita della loro indipendenza. Si pagava in moneta romana, sulla quale c’era l’effigie di Tiberio.
I farisei, sapendo che Gesù si proclamava il Messia, erano certi che egli avrebbe biasimato il pagamento del tributo; supponevano che il Messia dovesse essere un restauratore dell’indipendenza nazionale, e credevano che Gesù non potesse approvare il pagamento del tributo, senza rinnegare la sua qualità di Messia, alla quale credevano che tenesse per fanatismo e per illusione. D’altra parte pensarono che se Egli l’avesse approvato, sarebbe riuscito inviso al popolo, e che in ogni caso l’avrebbero costretto a smetterla. Per tutto questo insieme subdolo, Gesù, rispondendo, li chiamò ipocriti, smascherandoli così nelle loro intenzioni maligne. Per confonderli, poi, domandò che gli mostrassero la moneta del tributo e, dopo che l’ebbero mostrata, chiese di chi era quell’immagine e quell’iscrizione. Alla loro risposta che era di Cesare, disse quelle memorande parole che li lasciarono stupefatti: Rendete dunque a Cesare ciò che è di Cesare e a Dio ciò che è di Dio.
Circolando nel popolo la moneta imperiale di Roma, era evidente che la nazione sottostava di fatto a Cesare; il tributo si dava come concorso alle spese di amministrazione e, permanendo l’impero di Cesare, era giusto darlo a lui. Sotto qualunque sovranità, infatti, si pagano le tasse, perché esse sono parte dell’amministrazione comune e contributo ai vantaggi comuni che ne derivano; pagare le tasse non significa giustificare un sopruso, ma sottostare a una situazione di fatto; non si trattava di sapere se si poteva o non pagare, perché si doveva pagare; era dunque logico che si rendesse a Cesare ciò che era di Cesare, cioè che si sottostesse a uno stato di fatto che non riguardava la coscienza, ma una necessità fiscale imprescindibile. Gesù soggiunse subito: Rendete a Dio ciò che è di Dio, per far riflettere al popolo che per non essere stato fedele al Signore, aveva avuto, come castigo, la dominazione straniera, e che, invece di pensare a ribellarsi a Cesare, dovevano piuttosto pensare a riconciliarsi con Dio.
Sotto qualunque dominazione, l’anima deve essere di Dio, e tributargli l’amore e l’onore che gli è dovuto; le condizioni politiche della nazione nella quale si vive non possono in nessun modo dispensare da questo dovere che è il principale; pagare o non pagare il tributo, dunque, non era una questione essenziale, ma era imprescindibile dare a Dio ciò che è di Dio, anche se si fosse dovuto urtare l’autorità di Cesare.
Il potere civile e religioso
Le parole di Gesù Cristo sono state in ogni tempo la regola dell’armonia del potere civile e di quello religioso; il potere civile ha le sue attribuzioni, ma esse sono limitate a ciò che è temporale, e sempre subordinatamente a quello che è spirituale. Il potere civile, strettamente parlando, non domina ma serve, perché è ordinato al bene comune e al bene individuale di quelli che formano la nazione; dovrebbe rappresentare un potere paterno in mezzo alla famiglia umana, con tutte le prerogative della potestà paterna. Ogni potestà viene da Dio, ed è assurdo pretendere che venga dal popolo; il potere civile rappresenta la divina provvidenza negli affari temporali, in quanto questi sono ordinati alla vita presente e a quella futura, il potere religioso rappresenta la divina autorità che domina tutto nell’amore, e guida le anime alla vita eterna, pur non prescindendo dalla loro condizione di vita sulla terra. Il potere religioso che è uno solo, di diritto divino, quello della Chiesa Cattolica, Apostolica, Romana è immensamente superiore a quello civile, e deve moderarlo nel suo esercizio, affinché non esorbiti e non diventi tiranno.
Rendere a Cesare ciò che è di Cesare, non significa riconoscere a Cesare un potere indipendente dal controllo materno della Chiesa, e tanto meno significa ammettere un’autorità che possa esigere di controllare la Chiesa, ma comporta solo il dovere di dare all’autorità civile il contributo che le spetta per l’amministrazione dello Stato, e di conseguenza osservarne le giuste leggi. Estendere le parole di Gesù oltre questi limiti significa alterarne il senso. Anche nel campo della legislazione, lo Stato non può superare i limiti dell’amministrazione temporale, di modo che è assurdo che esso presuma di dettare leggi che riguardano direttamente o indirettamente i valori morali o religiosi. È invalsa troppo la mania, spesso delittuosa, di presentare come legge qualunque capriccio o qualunque sopruso di chi governa. La legge non può ispirarsi che a quella di Dio, e non può prescindere dalle supreme direttive della Chiesa. Per questo nell’antico patto non fu Mosè che legiferò, ma fu Dio che gli dettò le leggi. I tempi sono mutati, la società si è confusa, le teste si sono annebbiate, ma questo non significa che si siano mutate le basi che reggono l’umanità. Cesare amministra, non crea e, come amministratore, deve sottostare alle supreme leggi di Dio, Creatore e Padrone di tutto, rispettare la Chiesa che lo rappresenta.
Si deve notare che i farisei non andarono direttamente a domandare a Gesù se era lecito pagare il tributo a Cesare, ma fecero andare da lui alcuni dei loro discepoli insieme a parecchi rappresentanti della setta degli erodiani, favorevoli al dominio di Roma, affinché Egli avesse parlato innanzi a testimoni già ammaestrati, i quali avrebbero potuto riferire alle autorità romane la sua risposta e comprometterlo. Era dunque una mossa politica la loro, una di quelle mosse delle quali purtroppo è intessuta la politica moderna. La menzogna anche sfacciata, l’inganno, la turlupinatura, e la miseria morale sono spesso la base della politica, e da questo si può misurare quanto essa è lontana da Dio; perciò, invece di idolatrare lo Stato, fino a crederlo unica autorità suprema, bisogna pensare, prima di tutto e sopra di tutto, a rendere a Dio ciò che è di Dio, prestando ossequio all’autorità della Chiesa. Questo è tanto più necessario oggi che dall’idolatria del cosiddetto popolo sovrano si sta passando all’idolatria dei dittatori e degli Stati totalitari, con immenso danno delle anime e specialmente della gioventù. Rendiamo a Dio quel che è di Dio, diamogli tutto il nostro cuore e tutta la nostra vita, perché tutto è suo, e tendiamo, con tutta l’anima nostra, alla vita eterna
Padre Dolindo Ruotolo
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venerdì 17 ottobre 2014
Commento al Vangelo del 17-10-2014
Dal Vangelo secondo Luca (12,1-7)
In quel tempo, radunatesi migliaia di persone a tal punto che si calpestavano a vicenda, Gesù cominciò a dire anzitutto ai discepoli: “Guardatevi dal lievito dei farisei, che è l'ipocrisia. Non c'è nulla di nascosto che non sarà svelato, né di segreto che non sarà conosciuto. Pertanto ciò che avrete detto nelle tenebre, sarà udito in piena luce; e ciò che avrete detto all'orecchio nelle stanze più interne, sarà annunziato sui tetti. A voi miei amici, dico: Non temete coloro che uccidono il corpo e dopo non possono far più nulla. Vi mostrerò invece chi dovete temere: temete Colui che, dopo aver ucciso, ha il potere di gettare nella Geenna. Sì, ve lo dico, temete Costui. Cinque passeri non si vendono forse per due soldi? Eppure nemmeno uno di essi è dimenticato davanti a Dio. Anche i capelli del vostro capo sono tutti contati. Non temete, voi valete più di molti passeri”.
COMMENTO AL VANGELO - P. LINO PEDRON
La nota più spiccata dei farisei, e che meglio li caratterizza, è l'ipocrisia. Il termine indica la capacità di recitare in teatro. Gli ipocriti sono gli attori, i commedianti. Alla radice dei comportamenti dell'ipocrisia sta il protagonismo. Sopra il volto degli uomini c'è questa maschera da commedianti che impedisce loro di riconoscersi creature di Dio: essi scambiano la vita per una recita da teatro e credono di essere il personaggio interpretato sul palcoscenico.
I farisei recitano molto bene la parte dei giusti e dei santi, ovviamente, senza esserlo. Il loro inganno, presto o tardi, viene alla luce. Il cristiano è chiamato a discernere il lievito che muove la sua vita: è il timore della morte, che porta all'ipocrisia e all'accumulo dei beni, o il timore di Dio, che porta alla verità e alla libertà nella misericordia? Il primo è il regno della morte, il secondo è il regno di Dio.
La paura fondamentale da vincere è quella della morte, con la quale satana domina il mondo (cfr Eb 2, 14-15). Per sfuggire alla morte la soluzione non è quella di rinnegare Cristo nel tempo della persecuzione, ma quella di relativizzare la sua gravità. La morte fisica è superficiale, non tocca la realtà più profonda dell'uomo, non lo priva della vera vita (v.4). I persecutori possono colpire solo la vita fisica dell'uomo. La vita vera non la raggiungono; non possono privare l'uomo della sua vera esistenza. Per questo non sono da temere. L'unico da temere è Dio. Il discorso del timore di Dio è il più arduo da conciliare con il messaggio evangelico.
L'immagine di Dio che punisce con la dannazione eterna è la più contraria alla predicazione di Gesù, imperniata sulla rivelazione di Dio Padre, pieno di amore e di misericordia con i giusti e con gli ingiusti. Temere Dio significa accettare concretamente la verità che Dio è Dio, e non volerlo perdere perché lui è la nostra vita (Dt 30, 20). Se l'uomo non vuole la morte come suo Dio, tema solo Dio come Signore della sua vita. Il vangelo parla dell'inferno non per terrorizzare l'uomo, ma per renderlo cosciente del male che fa a se stesso quando segue come guida la paura della morte, che è sempre una cattiva consigliera: essa, mentre suggerisce di cercare ogni briciola di vita, fa cadere nell'egoismo che distrugge totalmente la vita. La paura dell'inferno non deve portare ad avere paura di Dio, ma del male che ci allontana da Dio. Qui concretamente il vangelo dice di temere il giudizio di Dio più di quello degli uomini. Il timore deriva dalla coscienza della nostra piccolezza e, soprattutto, dalla consapevolezza del nostro peccato.
Ma Dio è amore e misericordia e si prende cura dei suoi piccoli e dei suoi poveri. Anche i capelli del nostro capo sono tutti contati (v.7). Al di sopra dei persecutori e dei tiranni c'è Dio che veglia e si prende cura delle sue creature. E la conoscenza che Dio ha delle sue creature è benevolenza e amore. La conclusione perciò è che i discepoli non devono avere alcun timore (v.7). Anche se nel tempo delle persecuzioni i discepoli possono annunciare il vangelo solo nelle ore notturne o nel segreto delle case private, devono avere la certezza che la parola di Dio è potente e riesce sempre a venire alla luce, e che non può essere repressa da nessuna forza del mondo.
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In quel tempo, radunatesi migliaia di persone a tal punto che si calpestavano a vicenda, Gesù cominciò a dire anzitutto ai discepoli: “Guardatevi dal lievito dei farisei, che è l'ipocrisia. Non c'è nulla di nascosto che non sarà svelato, né di segreto che non sarà conosciuto. Pertanto ciò che avrete detto nelle tenebre, sarà udito in piena luce; e ciò che avrete detto all'orecchio nelle stanze più interne, sarà annunziato sui tetti. A voi miei amici, dico: Non temete coloro che uccidono il corpo e dopo non possono far più nulla. Vi mostrerò invece chi dovete temere: temete Colui che, dopo aver ucciso, ha il potere di gettare nella Geenna. Sì, ve lo dico, temete Costui. Cinque passeri non si vendono forse per due soldi? Eppure nemmeno uno di essi è dimenticato davanti a Dio. Anche i capelli del vostro capo sono tutti contati. Non temete, voi valete più di molti passeri”.
COMMENTO AL VANGELO - P. LINO PEDRON
La nota più spiccata dei farisei, e che meglio li caratterizza, è l'ipocrisia. Il termine indica la capacità di recitare in teatro. Gli ipocriti sono gli attori, i commedianti. Alla radice dei comportamenti dell'ipocrisia sta il protagonismo. Sopra il volto degli uomini c'è questa maschera da commedianti che impedisce loro di riconoscersi creature di Dio: essi scambiano la vita per una recita da teatro e credono di essere il personaggio interpretato sul palcoscenico.
I farisei recitano molto bene la parte dei giusti e dei santi, ovviamente, senza esserlo. Il loro inganno, presto o tardi, viene alla luce. Il cristiano è chiamato a discernere il lievito che muove la sua vita: è il timore della morte, che porta all'ipocrisia e all'accumulo dei beni, o il timore di Dio, che porta alla verità e alla libertà nella misericordia? Il primo è il regno della morte, il secondo è il regno di Dio.
La paura fondamentale da vincere è quella della morte, con la quale satana domina il mondo (cfr Eb 2, 14-15). Per sfuggire alla morte la soluzione non è quella di rinnegare Cristo nel tempo della persecuzione, ma quella di relativizzare la sua gravità. La morte fisica è superficiale, non tocca la realtà più profonda dell'uomo, non lo priva della vera vita (v.4). I persecutori possono colpire solo la vita fisica dell'uomo. La vita vera non la raggiungono; non possono privare l'uomo della sua vera esistenza. Per questo non sono da temere. L'unico da temere è Dio. Il discorso del timore di Dio è il più arduo da conciliare con il messaggio evangelico.
L'immagine di Dio che punisce con la dannazione eterna è la più contraria alla predicazione di Gesù, imperniata sulla rivelazione di Dio Padre, pieno di amore e di misericordia con i giusti e con gli ingiusti. Temere Dio significa accettare concretamente la verità che Dio è Dio, e non volerlo perdere perché lui è la nostra vita (Dt 30, 20). Se l'uomo non vuole la morte come suo Dio, tema solo Dio come Signore della sua vita. Il vangelo parla dell'inferno non per terrorizzare l'uomo, ma per renderlo cosciente del male che fa a se stesso quando segue come guida la paura della morte, che è sempre una cattiva consigliera: essa, mentre suggerisce di cercare ogni briciola di vita, fa cadere nell'egoismo che distrugge totalmente la vita. La paura dell'inferno non deve portare ad avere paura di Dio, ma del male che ci allontana da Dio. Qui concretamente il vangelo dice di temere il giudizio di Dio più di quello degli uomini. Il timore deriva dalla coscienza della nostra piccolezza e, soprattutto, dalla consapevolezza del nostro peccato.
Ma Dio è amore e misericordia e si prende cura dei suoi piccoli e dei suoi poveri. Anche i capelli del nostro capo sono tutti contati (v.7). Al di sopra dei persecutori e dei tiranni c'è Dio che veglia e si prende cura delle sue creature. E la conoscenza che Dio ha delle sue creature è benevolenza e amore. La conclusione perciò è che i discepoli non devono avere alcun timore (v.7). Anche se nel tempo delle persecuzioni i discepoli possono annunciare il vangelo solo nelle ore notturne o nel segreto delle case private, devono avere la certezza che la parola di Dio è potente e riesce sempre a venire alla luce, e che non può essere repressa da nessuna forza del mondo.
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