domenica 8 marzo 2015

Commento al Vangelo del 8-3-2015 III domenica di Quaresima

Da Cana di Galilea Gesù, insieme con la Madre, i suoi parenti e i suoi discepoli, scese a Cafarnao che si trovava a un livello più basso, e vi rimase alcuni giorni, per unirsi al pellegrinaggio che si recava in Gerusalemme per la solennità della Pasqua. Egli non aveva ancora stabilito a Cafarnao la sua dimora. Andato a Gerusalemme si recò al tempio per adorare il Padre, e vi notò un gravissimo sconcio, contro il quale insorse con tutto l’impeto del suo zelo e il fulgore della sua divina maestà.
Nell’atrio o cortile detto dei pagani, si era formato un vero mercato di animali atti ai sacrifici cruenti, e di ciò che poteva servire per le offerte sacre. Data l’imminenza della Pasqua, il traffico era grande e, per facilitare il cambio delle monete greche o romane che non potevano essere introdotte nel tempio a causa dei loro simboli pagani, si erano stabiliti nell’atrio sacro anche dei cambiavalute, pronti a cambiare con interesse, ad usura, le monete in sicli ebraici d’argento. La baraonda e il vociare dei trafficanti, unito alle voci degli animali e al sudiciume che vi lasciavano, avevano ridotto il luogo sacro in uno stato obbrobrioso; i sacerdoti e i leviti lasciavano fare, perché ricavavano lauti profitti da quel commercio.
Nel tempo della sua vita nascosta, Gesù aveva notato il sacrilego sconcio ogni volta che era andato a Gerusalemme, ma aveva taciuto, perché non era giunto il tempo di rivelarsi; ora, però, Egli iniziava la sua vita pubblica e, operando da padrone, ripieno com’era d’amore per il Padre, avvampò di santo sdegno e, prese alcune cordicelle, forse di quelle che servivano a tener legati gli animali, ne formò come una sferza e cominciò a cacciare fuori gli animali, e con essi gli uomini che li custodivano o li vendevano. I banchieri, i più freddi e insensibili al divino rimprovero, non si mossero, anzi, dovettero aggrapparsi ai loro banchi per difenderli dall’urto degli animali che fuggivano in ogni direzione, ma Gesù, avvicinatosi ai banchi, li rovesciò con impeto divino, gettando per terra le loro monete. Solo verso i venditori di colombe fu più pacato, perché essi le vendevano ai poveri e le avevano in gabbia, e li esortò a togliere di là quella roba, gridando ad essi e a tutti di non cambiare la casa del Padre suo in una bottega di traffico. Nessuno osò reagire a quell’impeto divino, e ne fu tanta la maestà amorosa che gli apostoli, benché ancora novellini nelle vie di Dio, si ricordarono che nel salmo 68,10 era predetto del Messia che lo zelo della Casa di Dio lo avrebbe consumato, e videro spontaneamente, in quell’atto, il compimento della profezia.
La Vergine Santissima, ottenendo a Cana il miracolo dell’acqua mutata in vino, aveva anticipato l’ora di Gesù, cioè il tempo della sua manifestazione pubblica come Messia e Salvatore del mondo, e il primo atto del ministero di Lui fu quello di cacciare dal tempio i profanatori che lo avevano ridotto ad una bottega.

Non è sacro solo il tempio di Dio, ma tutto ciò che vi ha attinenza
I profanatori non stavano propriamente nel tempio, ma nel cortile più esterno dov’era lecito anche ai pagani di penetrare; era uno dei cortili, non era il santo né tanto meno il Santo dei Santi, e ciononostante, Gesù ne cacciò fuori i profanatori con grande impeto.
È una lezione per i ministri dell’altare, per l’anima e per il mondo medesimo. Non è sacro solo il tempio di Dio, ma tutto ciò che vi ha attinenza, o che ne è complemento: la sacrestia, le sale annesse per le associazioni cattoliche, e quello che serve al culto.
Non si può profanare in nessun modo con traffico o avidità di guadagno, o mancanza di giustizia e di carità, quello che appartiene a Dio.
La sacrestia è vestibolo del tempio, il portico esterno o la piazza ne è come il cortile, la compravendita di ciò che serve al culto è, indirettamente, un atto di culto, e non può ridursi ad un traffico qualunque.
Chi vende deve ricordarsi che vende per onorare Dio, e chi compra deve evitare tutto ciò che sa di avarizia o di mancanza di carità. Il Signore retribuisce al centuplo sia chi vende con generosità, per suo amore, sia chi compra con carità.
È poi degno della sferza di Dio ogni profanazione del luogo sacro propriamente detto; le sacrestie sono luoghi di raccolta preparazione ai Sacri Misteri; non sono luoghi di contrattazioni o, peggio, di alterchi, di mormorazioni e di mancanze di carità; il tempio è luogo di orazione, e non vi si può chiacchierare, trattandovi affari temporali e mondani, quasi fosse il luogo di convegni, di appuntamenti o di conversazioni.
La profanazione della Casa di Dio attira i flagelli nazionali e sociali sui popoli.
Quando scoppiano le guerre o le rivoluzioni devastatrici, è la mano del Signore che caccia i profanatori, e fa sentire loro che non è lecito offendere la divina maestà.

Il rimprovero dei Giudei a Gesù e la sua assoluta padronanza
Il frastuono prodotto dall’uscire precipitoso dei venditori e degli animali dal cortile del tempio fece intervenire intorno a Gesù, di furia, i Giudei, cioè le autorità del santuario, decise a mettere a posto il disturbatore del loro traffico indegno, e di espellere, a loro volta, dal luogo santo, colui che, a loro giudizio, si arrogava un potere che non aveva; ma quando si trovarono innanzi al Signore furono così conquisi dalla sua divina maestà che non osarono rimproverarlo e tanto meno cacciarlo; videro, nel suo atteggiamento, qualcosa di straordinario, e vollero accertarsene, domandandogli un miracolo come conferma.
La loro pretesa poteva essere anche legittima, se avessero fatto quella domanda per accertarsi della missione di Lui; ma essi, in realtà, benché conquisi della sua maestà, crederono di metterlo in imbarazzo, costringendolo a riconoscere di non avere il potere di sostituirsi a loro nella custodia del luogo santo. Lo sdegno, poi, che sentivano per il mancato lucro che veniva ad essi da quell’indegno mercato dovette farli avvampare d’ira, e far loro desiderare fin d’allora di disfarsi di Lui.
Egli, perciò, riaffermando con i fatti la sua divina potestà e padronanza che non doveva dar conto a nessuno nel tutelare l’onore del Padre, rispose enigmaticamente: Distruggete questo tempio, e io in tre giorni lo riedificherò.
La frase sembrò un assurdo, data la mole del tempio e la sontuosità della fabbrica.
L’edificio, cominciato da Erode il Grande nell’anno 18° del suo regno, e quindi molto tempo prima della nascita di Gesù, non era terminato ancora nei suoi particolari, benché ci si lavorasse da 46 anni. Fu terminato solo nel 64 dell’era nostra, poco prima della sua distruzione per opera dei Romani, il 70 dell’era volgare. I Giudei, perciò, dissero a Gesù in tono ironico: Questo tempio fu edificato in quarantasei anni, e tu lo rimetterai in piedi in tre giorni? Gesù, invece, – soggiunge l’evangelista –, parlava del tempio del suo corpo, e quindi alludeva alla sua morte ed alla sua risurrezione. I suoi apostoli lo constatarono quando Egli risorse, si ricordarono che la Scrittura in più luoghi aveva predetto la sua risurrezione (cf Sal 15,10; Is 53,10-12) e crederono alle sue parole.
Nonostante che la promessa di Gesù avesse avuto il carattere di un paradosso, gli Ebrei non osarono reagire violentemente contro di Lui; sentirono, loro malgrado, che era la verità, benché non sapessero spiegarlo. Alcuni suppongono che Gesù, nel dire quelle parole, avesse fatto cenno con la mano al suo corpo, toccandosi il petto ma, pur facendo questo gesto, Egli non avrebbe potuto farsi intendere da quelli che ignoravano i prossimi misteri della sua morte e della sua risurrezione. Con profondissimo pensiero, Egli accennò all’argomento fondamentale della verità di tutta la sua opera, e parlò con piena padronanza, precorrendo i tempi. Se pur avesse fatto un miracolo in quel momento, come ne aveva già fatto molti in Gerusalemme (versetto 23), i Giudei non gli avrebbero creduto; Egli, invece, li tacitò con una risposta enigmatica, detta in tutta la pienezza della sua maestà. Mettendoli così a tacere, non diceva una cosa paradossale, se si riguarda la sua affermazione nella luce divina.
Quel tempio maestoso, infatti, era figura e ombra del suo Corpo divino; all’apparenza sembrava immensamente più grande, ma, in realtà, era infinitamente più piccolo. Per distruggere il tempio materiale ci sarebbero voluti elementi umani, determinati e mossi dalla volontà umana; per uccidere, invece, il suo corpo era necessario un permesso della divina volontà, e occorreva il concorso del suo amore che si donava.
Era un prodigio di misericordia il permesso dell’immolazione della Vittima divina, com’era un prodigio di onnipotenza la sua risurrezione dalla morte.
Il tempio stava dunque al suo Corpo come lo schizzo di una fabbrica sta alla fabbrica stessa; Gesù, quindi, non si servì d’un paragone improprio né disse una parola vana ma la sua fu una parola profondissima.

Un enigma penoso per gli apostoli
Dal contesto si rileva che per gli apostoli l’affermazione di Gesù dovette costituire sempre un enigma penoso e un’oscurità in mezzo alla luce che pur vedevano intensa; è per questo che l’evangelista soggiunge che essi, dopo la risurrezione di Gesù si ricordarono di quelle parole, e crederono alle Scritture e a ciò che aveva detto il Signore. Si spiegarono solo allora un mistero incomprensibile che aveva per essi l’apparenza di un assurdo.
Così avviene nelle grandi manifestazioni della potenza, della sapienza e dell’amore di Dio; accanto alla luce ci sono pure le ombre e le tenebre misteriose; perché non tutto ciò che dice o opera il Signore si riferisce ai nostri piccoli pensieri o al tempo presente.
Quando si vede la luce da un lato, le oscurità non sono tenebre di falsità ma un’oscurità e ombra di un mistero che può chiarificarsi dopo anni di attesa, e che può attendere la sua luce anche nell’eternità.
Nel tempo nel quale Gesù stette a Gerusalemme per la Pasqua – soggiunge l’evangelista –, molti crederono in Lui per i miracoli che Egli faceva, ma la loro fede era superficiale, benché esternamente sembrasse entusiasta, e Gesù non si fidava di loro, perché li conosceva nell’intimo del cuore, e non aveva bisogno che altri rendesse testimonianza di loro.
San Giovanni, con queste parole, vuol far notare che Gesù era Dio, e considerava le sue creature non attraverso le apparenze esterne, ma scrutandone il cuore e conoscendone gl’intimi pensieri.
Innanzi a questo sguardo divino non possiamo presumere di noi né fidarci della nostra giustizia, perché Egli può vedere ciò che noi non vediamo.
A volte ci sentiamo soddisfatti della nostra bontà e ci inorgogliamo, spesso paragonandoci agli altri che crediamo a noi inferiori.
Umiliamoci profondamente e pensiamo che Dio forse non può fidarsi di noi, umiliamoci pensando che innanzi a Lui compaiono le nostre responsabilità anche occulte. Quante angustie nella vita che ci sembrano immeritate sono effetto dei nostri peccati nascosti, quante tribolazioni ci colpiscono per purificarci di miserie che noi non scorgiamo! Quante risoluzioni di bene facciamo che poi miseramente svaniscono!
Tu non puoi fidarti di me, o Signore, ma io confido nella tua misericordia, e sono sicuro della tua bontà.

Apri dunque le braccia e accoglimi, rendi ferma in te la mia volontà e fa’ che io ti sia fedele fino alla morte.

Don Dolindo Ruotolo
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lunedì 2 marzo 2015

Messaggio di Medjugurje a Mirjana del 2/3/2015

Cari figli, voi siete la mia forza. 
Voi, apostoli miei, che, con il vostro amore, l’umiltà ed il silenzio della preghiera, fate in modo che mio Figlio venga conosciuto. 
Voi vivete in me. 
Voi portate me nel vostro cuore. 
Voi sapete di avere una Madre che vi ama e che è venuta a portare amore. 
Vi guardo nel Padre Celeste, guardo i vostri pensieri, i vostri dolori, le vostre sofferenze e le porto a mio Figlio. 
Non abbiate paura! 
Non perdete la speranza, perché mio Figlio ascolta sua Madre. 
Egli ama fin da quando è nato, ed io desidero che tutti i miei figli conoscano questo amore; che ritornino a lui coloro che, a causa del loro dolore e di incomprensioni, l’hanno abbandonato e che lo conoscano tutti coloro che non l’hanno mai conosciuto. 
Per questo voi siete qui, apostoli miei, ed anch'io con voi come Madre. 
Pregate per avere la saldezza della fede, perché amore e misericordia vengono da una fede salda. 
Per mezzo dell’amore e della misericordia aiuterete tutti coloro che non sono coscienti di scegliere le tenebre al posto della luce. 
Pregate per i vostri pastori, perché essi sono la forza della Chiesa che mio Figlio vi ha lasciato. 
Per mezzo di mio Figlio essi sono i pastori delle anime. 
Vi ringrazio!
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Commento al Vangelo del 2-3-2015

Dal Vangelo secondo Luca (6,36-38) 
In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: « Siate misericordiosi, come è misericordioso il Padre vostro. Non giudicate e non sarete giudicati; non condannate e non sarete condannati; perdonate e vi sarà perdonato; date e vi sarà dato; una buona misura, pigiata, scossa e traboccante vi sarà versata nel grembo, perché con la misura con cui misurate, sarà misurato a voi in cambio ». Siate misericordiosi, come è misericordioso il Padre vostro” 

In Cristo ci sono in una sola persona due nature, una secondo la quale è sempre esistito, l’altra in cui ha cominciato ad esistere. Secondo il suo essere eterno, egli conosce da sempre tutto, ma, in quanto nato nel tempo, egli ha imparato molte cose. Perciò, quando ha cominciato la sua esistenza nel tempo, fatto carne, ha iniziato a conoscere le miserie della carne, a conoscerle secondo quella conoscenza che deriva dalla debolezza della carne. 
Sarebbe stato meglio e più saggio per i nostri progenitori non arrivare a possedere questa conoscenza, poiché per possederla hanno dovuto passare per la follia e la disgrazia. Ma Dio loro creatore è venuto a cercare ciò che era perduto, ha avuto pietà della sua opera ed è venuto a trovarli: con la sua misericordia è disceso lui stesso fin dove erano miseramente caduti. 
Ha voluto provare nella sua persona ciò che essi soffrivano a causa dell’aver agito contro di lui, non spinto certo dalla curiosità, come loro, ma da una infinita carità; non per restare nella disgrazia con loro, ma, diventato misericordioso, per liberarli dalla loro miseria. 
Cristo è dunque diventato misericordioso, non con la misericordia che già possedeva nella beatitudine da tutta l’eternità, ma con quella che ha acquistato nella nostra stessa carne, sperimentando la nostra stessa miseria. 
San Bernardo
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Commento al Vangelo del 1-3-2015 II domenica di Quaresima

Dal Vangelo secondo Marco (9,2-10)
Dopo sei giorni, Gesù prese con sé Pietro, Giacomo e Giovanni e li portò sopra un monte alto, in un luogo appartato, loro soli. Si trasfigurò davanti a loro e le sue vesti divennero splendenti, bianchissime: nessun lavandaio sulla terra potrebbe renderle così bianche. E apparve loro Elia con Mosè e discorrevano con Gesù. Prendendo allora la parola, Pietro disse a Gesù: «Maestro, è bello per noi stare qui; facciamo tre tende, una per te, una per Mosè e una per Elia!». Non sapeva infatti che cosa dire, poiché erano stati presi dallo spavento. Poi si formò una nube che li avvolse nell'ombra e uscì una voce dalla nube: «Questi è il Figlio mio prediletto; ascoltatelo!». E subito guardandosi attorno, non videro più nessuno, se non Gesù solo con loro. Mentre scendevano dal monte, ordinò loro di non raccontare a nessuno ciò che avevano visto, se non dopo che il Figlio dell'uomo fosse risuscitato dai morti. Ed essi tennero per sé la cosa, domandandosi però che cosa volesse dire risuscitare dai morti. « Gesù ordinò loro di non raccontare a nessuno ciò che avevano visto, se non dopo che il Figlio dell’uomo fosse risuscitato dai morti » 

Gesù voleva armare i suoi discepoli con forza d’animo e costanza tali che avrebbe permesso loro di prendere senza timore la croce, malgrado la sua rudezza. Voleva anche che non arrossissero del suo supplizio, che non ritenessero una vergogna la pazienza con la quale egli avrebbe dovuto sopportare una Passione così crudele, pur senza perdere in nulla la gloria della sua potenza. Gesù “prese con sé Pietro, Giacomo e Giovanni e li portò sopra un monte alto”, e là manifestò loro lo splendore della sua gloria. Anche se essi avevano capito che la maestà divina dimorava in lui, ignoravano ancora la potenza che c’era in quel corpo che velava la divinità... 
Il Signore manifesta dunque la sua gloria alla presenza di testimoni scelti e fa risplendere quel corpo, che gli è comune con tutti gli uomini, di tanto splendore, che “la sua faccia diventa simile al fulgore del sole e le sue vesti uguagliano il candore della neve”. Questa trasfigurazione, senza dubbio, mirava soprattutto a rimuovere dall’animo dei discepoli lo scandalo della croce, perché l’umiliazione della Passione, volontariamente accettata, non facesse tremare la loro fede... 
Ma questa rivelazione dava anche un fondamento solido alla speranza che doveva sostenere la Chiesa. Tutte le membra della Chiesa, il suo Corpo, avrebbero preso coscienza di quale trasformazione sarebbero stati oggetto un giorno, perché c’è la promessa che anche le membra parteciperanno a quella gloria, brillata nel Capo. Lo stesso Signore, parlando della maestà della sua seconda venuta, aveva detto: “Allora i giusti splenderanno come il sole nel regno del Padre loro” (Mt 13,43). La stessa cosa affermava anche l’apostolo Paolo dicendo: “Io ritengo che le sofferenze del momento presente non sono paragonabili alla gloria futura, che dovrà essere rivelata in noi” (Rm 8,18)... 
In un altro passo dice ancora: “Voi infatti siete morti e la vostra vita è ormai nascosta con Cristo in Dio. Quando si manifesterà Cristo, vostra vita, allora anche voi sarete manifestati con lui nella gloria” (Col 3, 3-4). 
San Leone Magno (?-ca 461), papa e dottore della Chiesa 
Discorso 51 sulla Trasfigurazione, SC 74 bis
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venerdì 27 febbraio 2015

Commento al Vangelo del 27-2-2015

Mt 5,20-26
Io vi dico infatti: se la vostra giustizia non supererà quella degli scribi e dei farisei, non entrerete nel regno dei cieli. Avete inteso che fu detto agli antichi: Non ucciderai; chi avrà ucciso dovrà essere sottoposto al giudizio. Ma io vi dico: chiunque si adira con il proprio fratello dovrà essere sottoposto al giudizio.Chi poi dice al fratello: «Stupido», dovrà essere sottoposto al sinedrio; e chi gli dice: «Pazzo», sarà destinato al fuoco della Geènna. Se dunque tu presenti la tua offerta all'altare e lì ti ricordi che tuo fratello ha qualche cosa contro di te, lascia lì il tuo dono davanti all'altare, va' prima a riconciliarti con il tuo fratello e poi torna a offrire il tuo dono. Mettiti presto d'accordo con il tuo avversario mentre sei in cammino con lui, perché l'avversario non ti consegni al giudice e il giudice alla guardia, e tu venga gettato in prigione. In verità io ti dico: non uscirai di là finché non avrai pagato fino all'ultimo spicciolo!

La concezione della giustizia secondo Matteo non può essere confusa con quella di Paolo. Per Paolo la giustizia è la giustificazione di Dio concessa per grazia all'uomo; per Matteo è il retto agire richiesto da Dio all'uomo.
Gesù ha rimesso in vigore la Legge come legge di Dio e documento dell’alleanza, ripulita da tutte le storture e le aggiunte delle tradizioni umane e delle incrostazioni depositate dai secoli.
La migliore giustizia, che deve superare quella degli scribi e dei farisei, richiesta da Cristo ai suoi discepoli sta anche nel fatto che Gesù ha ricondotto i singoli precetti a un principio dominante: l’esigenza dell’amore di Dio e del
prossimo, da cui dipendono la Legge e i Profeti.
Gesù non propone una legge diversa, come appare chiaro in Mt 5,17: "Non pensate che io sia venuto ad abolire la Legge o i Profeti; non sono venuto per abolire, ma per dare compimento".
Gesù parla con autorità pari a quella di Dio che diede i Dieci Comandamenti. "Ma io vi dico" non contraddice quanto è stato detto, ma lo chiarisce, lo modifica in ciò che suona concessione, e passa dalle semplici azioni ai desideri del cuore, da cui tutto promana.
"Ma io vi dico" non è un’antitesi, ma un completamento: l’uccisione fisica viene da un’uccisione interna dell’altro: dall'ira, dal disprezzo, dalla rottura della fraternità nei suoi confronti. L’ira è l’uccisione dell’altro nel proprio cuore. Il
disprezzo è l’uccisione interiore che prepara e permette quella esteriore.
Tutte le guerre sono precedute da una campagna denigratoria del nemico, considerato indegno di vivere e meritevole della morte: di conseguenza, ucciderlo è un dovere; anzi, è un’opera gradita a Dio, come ci ha detto Gesù:
"Verrà l’ora in cui chiunque vi ucciderà crederà di rendere culto a Dio" (Gv 16,2).
Il comandamento dell’amore del prossimo è superiore anche a quello del culto. La pace con il fratello è condizione indispensabile per la pace e l’incontro con il Padre. Ciò che impedisce il contatto con i fratelli impedisce anche il contatto con Dio.
Non solo chi ha offeso, ma anche chi è stato offeso, deve riconciliarsi col fratello prima di prendere parte a un atto di culto. Non è questione di ragione o di torto; quando c’è qualcosa che divide due membri della stessa comunità,
tale ostacolo deve scomparire per poter comunicare con Dio.
La vita è un cammino di riconciliazione con gli altri. Non importa se si ha torto o ragione: se non si va d’accordo con i fratelli, non si è figli di Dio. La realtà di figli di Dio si manifesta necessariamente nel vivere da fratelli in Cristo.
Se non si passa dalla logica del debito a quella del dono e del perdono, si perde la vita di figli del Padre (cfr Mt 18,21-35).
Padre Lino Pedron
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Messaggio Medjugorje del 25 febbraio 2015

Cari figli! 
In questo tempo di grazia vi invito tutti: pregate di più e parlate di meno. 
Nella preghiera cercate la volontà di Dio e vivetela secondo i comandamenti ai quali Dio vi invita. 
Io sono con voi e prego con voi. 
Grazie per aver risposto alla mia chiamata.
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domenica 22 febbraio 2015

Richieste di preghiere 19-21/2/2015

Cari amici,
   raccomando alle nostre preghiere Oleg, un mio caro amico russo, che da un po' di tempo ha problemi di salute, non capisco bene se solo fisica o anche psichica. Gli succedono fra l'altro delle cose strane, come apparizioni di morti e anche di vivi, che gl'impongono di non raccontare quel che gli dicono. Ultimamente è uscito per istrada, in preda a queste – come devo dire? – visioni, è svenuto e è stato portato in ospedale. Vi confido un mio timore, che sarà forse sciocco o esagerato, ma... non si sa mai: che ci possa entrare qualche forma d'ossessione o persecuzione diabolica. Il mio amico è una persona buona, e anche molto colta (è professore d'università), ma non è molto equilibrato; però non è certo matto, e non credo abbia mai avuto problemi psichiatrici. Io gli dico e insisto che le sue sono allucinazioni, ma lui è convinto che siano fatti reali. Da un po' di tempo quasi non dorme la notte, e per mesi non ha mangiato quasi nulla (un fatto che può forse spiegare le allucinazioni, chissà; ma io non sono un medico, e non ci capisco granché).
   Preghiamo anche per altri due miei amici, Arturo e Roberto: il primo è molto confuso e irrequieto, e tutt'e due han molto bisogno del sostegno del Signore per le importanti scelte che devon fare, per la loro vita.
   Vi chiedo infine la carità di pregare la Madonna anche per me, perché il Signore mi dia la grazia di servirlo sempre, nonostante i miei tanti peccati e gli altri miei limiti, nei fratelli che lui mette sulla mia strada.
   Grazie di cuore, e che il Signore vi rimeriti, su questa terra e in paradiso.  Tommaso

Carissimi vi chiedo preghiere per don Giovanni Trusina (63 anni) un sacerdote della mia diocesi, ma anche mio amico, che è stato colpito da ischemia cerebrale ed è in coma. Preghiamo il Signore affinchè lo guarisca e lo restituisca alla sua parrocchia a continuare il suo ministero sacerdotale. Grazie. Ardea da Trieste.

Carissimi fratelli e sorelle, vi chiedo preghiere per la mia nipotina Laura che oggi compie 10 anni. Il Signore la preservi dal male e soprattutto le conceda la gioia della fede. Una preghiera anche per i suoi genitori Gabriele e Tiziana. Grazie. ardea da Trieste
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Commento al Vangelo del 22/2/2015: I domenica di Quaresima

(Mc1,12-15)


San Marco sintetizza i discorsi di Gesù Cristo in poche parole: È compiuto il tempo e si avvicina il regno di Dio; fate penitenza e credete al Vangelo.
Egli mostrava che, secondo le profezie, era proprio quello il tempo nel quale doveva venire il Messia, e che, quindi, si avvicinava il regno di Dio, cioè la glorificazione di Dio nel cuore degli uomini e sulla terra. Con questo, risuscitava, nei cuori, la fede e la speranza nelle divine promesse, il desiderio di una vita migliore, condizione indispensabile per accogliere la grazia di Dio. Per questo soggiungeva: Fate penitenza, e credete al Vangelo. La penitenza era il rinnovamento interiore, nel rammarico di aver peccato, nel desiderio di riparare le proprie colpe, e nell’imposizione e nell’accettazione, liberamente fatta, di opere penose, in riparazione dei peccati.
La penitenza era il nuovo orientamento dell’anima al Signore, nel riconoscimento della divina Maestà, nell’umiliazione profonda al suo cospetto, nel desiderio di amarlo con tutto il cuore e sopra tutte le cose.
Lo spirito di vera penitenza
Gesù Cristo non predicava una penitenza esteriore, come quella dei farisei, ma voleva che l’anima si pentisse, si umiliasse, riparasse, e si presentasse al cospetto di Dio pura, fiduciosa, umile e confidente, vivendo una vita nuova. La penitenza corporale, del resto, non è tale se non in quanto produce o aiuta a produrre gli atti interni. Un rigore tutto materiale è fachirismo, non è amore; l’anima non punisce il corpo per mostrare in esso una forza di resistenza fisica, ma per contenerlo nei limiti, e aprire libero il varco allo spirito; non lo priva di un cibo per severità, ma perché sia minore il frastuono dei sensi, non lo percuote per sadismo, ma per scuotere attraverso la pena il torpore spirituale, e per unirsi alla Passione di Gesù Cristo; non gli inibisce la comunicazione col mondo per mancanza di gentilezza, ma proprio per non rendersi scortese col suo Signore. La penitenza è purificazione, ordine, disciplina dello spirito che produce nell’anima e nel medesimo tratto esterno una soavità gentilissima, facendo, per così dire, affiorare sul corpo stesso la luminosità interiore.


Era questa la penitenza che Gesù predicava, e perciò non impose ai suoi apostoli alcun rigore di vita, volendo che il loro cuore si formasse a mano a mano e si orientasse a Dio in una vita totalmente nuova. Egli esortava, pertanto, tutti a credere al Vangelo, cioè a prestare attenzione alla sua predicazione, e metterla in pratica, poiché, dalla sua parola, doveva venire l’indirizzo ad una vita nuova, e i suoi insegnamenti dovevano demolire tutto quello che di falso o di arbitrario gli scribi e i farisei avevano preteso aggiungere alla divina Parola.
Padre Dolindo Ruotolo
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domenica 8 febbraio 2015

Commento al Vangelo del 8-2-2015, dom. V t.ord. "B"

In casa di Simon Pietro 
Terminata l’istruzione nella sinagoga, Gesù andò in casa di Simone insieme agli altri tre apostoli; Egli aveva già in considerazione Simone, detto poi Pietro, e andò in casa di lui, quasi fosse la sua propria abitazione. Ora, la suocera di san Pietro era a letto con febbre; doveva essere non una semplice indisposizione momentanea, ma una febbre preoccupante, perché, appena Gesù fu in casa, gli parlarono dell’inferma, supplicandolo che si fosse degnato di guarirla. Gesù si avvicinò al letto, la prese per mano e l’alzò, comandandole, con questo gesto, di guarire. La febbre la lasciò immediatamente, ed ella, interamente risanata, incominciò a servire la comitiva. 
Era un giorno di sabato, e il desinare era stato già preparato il giorno prima; la suocera di san Pietro, quindi, dovette solo ministrare ciò che era stato approntato. Questa circostanza, benché minima, mostra la verità del racconto e, diremmo, il colore locale della terra dove il fatto avveniva. La notizia della guarigione della suocera di san Pietro si sparse subito in città, e una folla immensa si accalcò alla porta della casa per presentare a Gesù gli infermi e gli indemoniati, e implorarne la guarigione. 
Egli, nel suo immenso amore, consolò tutti con parole di vita, curò molti infermi e liberò molti indemoniati, imponendo agli spiriti perversi di tacere. Non curò tutti gli infermi che gli furono presentati, perché per molti non sarebbe stato opportuno, e parecchi, forse, mancavano di fede per avere il miracolo. Il Signore non sempre può esaudirci nelle preghiere che gli rivolgiamo per ottenere grazie temporali, perché a volte esse possono essere di ostacolo a quelle spirituali. Dio non guarda solo il momento presente, ma guarda i nostri tempi futuri e l’eternità, e proporziona le sue misericordie al nostro vero bene. Che cosa ci gioverebbe riacquistare la salute se dovesse, poi, servirci a subire nuove pene temporali e a farci pericolare nell’anima? Anche nei celebri santuari dove si operano guarigioni ammirabili, non tutti vengono esauditi nelle preghiere fatte per il corpo, ma può dirsi che tutti vengono consolati nell’anima, come mostra l’esperienza. 
Sappiamo abbandonarci alla divina volontà, e sappiamo essere sicuri di Dio. Egli è infinita Carità, infinita Bontà, infinita Potenza, e non può volere che il nostro vero bene; tutto quello che ci può sembrare storto non deve turbarci, ma deve farci adorare profondamente la divina maestà. Mettiamoci al caldo dell’infinita bontà di Dio, e riposiamo tra le sue braccia; amiamolo con maggiore amore nelle tribolazioni, baciamo le sue mani soavissime, testimoniamogli una fedeltà piena, piena, incrollabile e teneramente filiale. Gesù Cristo guarì gl’infermi nella casa di san Pietro, dove commosse tutta la moltitudine; Egli continua a guarire l’inferma umanità dalla cattedra pontificia, poiché là Egli vive, dimora e manifesta la sua potenza. Nella casa di san Pietro c’era la suocera con la febbre, e Gesù, prima di operare i miracoli a beneficio di tutti, sanò la buona donna; Egli volle mostrare, così, che nella casa di Pietro può esservi anche la debolezza delle infermità umane e la febbre delle miserie umane ma che Egli cura queste miserie e le permette per mutarle in servizio dei disegni di Dio. Andiamo alla cattedra di san Pietro con piena fede, e rifugiamoci nelle braccia della Chiesa, mirabile ospizio d’amore, dove ogni giorno avvengono innumerevoli miracoli di misericordia e di grazia. Se intendessimo che cos’è la Chiesa, e che cos’è il suo centro vitale, il Papa, non saremmo così stolti da impressionarci delle calunnie che gli empi gettano sulla nostra madre benedetta, e le saremmo fedeli fino al martirio. 
Don Dolindo Ruotolo
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giovedì 5 febbraio 2015

Commento al Vangelo del 4-2-2015

Mc 6,7-13 
Chiamò a sé i Dodici e prese a mandarli a due a due e dava loro potere sugli spiriti impuri. E ordinò loro di non prendere per il viaggio nient'altro che un bastone: né pane, né sacca, né denaro nella cintura; ma di calzare sandali e di non portare due tuniche. E diceva loro: «Dovunque entriate in una casa, rimanetevi finché non sarete partiti di lì. Se in qualche luogo non vi accogliessero e non vi ascoltassero, andatevene e scuotete la polvere sotto i vostri piedi come testimonianza per loro». Ed essi, partiti, proclamarono che la gente si convertisse, scacciavano molti demòni, ungevano con olio molti infermi e li guarivano. 

I Dodici erano stati scelti da Gesù perché "stessero con lui e anche per mandarli a predicare e perché avessero il potere di scacciare i demoni" (Mc 3,14-15). Nei capitoli precedenti li abbiamo visti stare con lui, ascoltare e imparare, ora Marco ci mostra la seconda dimensione del discepolo, quella missionaria. 
Per descrivere la missione degli apostoli, Marco usa le medesime parole con cui ha descritto la missione di Gesù: predicavano la conversione, guarivano i malati e scacciavano i demoni. L'invio dei discepoli avviene "a due a due", sia in riferimento alla duplice testimonianza (Dt 17,6; 19,15; Nm 35,40), sia secondo il consiglio del saggio Qoèlet (4,9-12) adottato poi anche dalla comunità cristiana di Gerusalemme (At 13,2). 
Gli ordini che Gesù dà ai suoi inviati riguardano, anzitutto, la povertà e la rinuncia: senza alcun aiuto umano, i discepoli hanno come appoggio solo la fede in colui che li manda. Queste parole condannano il trionfalismo e la ricchezza e impongono la povertà e la discrezione, L'apostolo non deve usare i mezzi del mondo (denaro, potere e forza) per conquistare l'adesione dei suoi ascoltatori. Il vero apostolo non compera nessuno e non si lascia comperare da nessuno: forse sarà venduto a poco prezzo come il suo Maestro (Mc 14,10-11). La povertà è una condizione indispensabile per la missione: i missionari devono essere "truppe leggere". Questa povertà è fede, libertà e leggerezza. Un discepolo appesantito dai bagagli diventa sedentario, conservatore, incapace di cogliere la novità di Dio, abilissimo nel trovare mille ragioni di comodo. La povertà è fede concreta di chi non confida in sé stesso e nei propri mezzi, ma nell'assistenza e nella provvidenza di chi l'ha mandato. 
L'annuncio del vangelo deve sempre essere in povertà, perché proclama la croce che ha salvato il mondo. Più che ciò che dobbiamo dire, Gesù ci insegna ciò che dobbiamo essere. Ciò che siamo grida più forte di ciò che diciamo. Finché non siamo poveri, ogni cosa che diamo o che diciamo non è dono, ma solo esercizio di potere sugli altri. Già nell'Antico Testamento, povertà, piccolezza e impotenza sono i mezzi che Dio sceglie per vincere (cfr 1Sam 2,1-10; Es 3,11; 4,10; Gdc 7,2). 
Infatti "Dio ha scelto ciò che nel mondo è stolto per confondere i sapienti, Dio ha scelto ciò che nel mondo è debole per confondere i forti. Dio ha scelto ciò che nel mondo è ignobile e disprezzato e ciò che è nulla per ridurre al nulla le cose che sono, perché nessun uomo possa gloriarsi davanti a Dio" (1Cor 1,27-29). Questa lezione l'aveva imparata bene Pietro, quando compì il primo miracolo. Egli disse allo storpio: "Non possiedo né argento né oro, ma quello che ho te lo do: nel nome di Gesù Cristo, il Nazareno, cammina" (At 3,6). Se Pietro e Giovanni avessero avuto argento e oro, avrebbero fatto un'opera buona, forse avrebbero fondato un istituto per portatori di handicap, avrebbero dato dei soldi, ma non avrebbero pensato che dovevano dare Gesù, il salvatore. La salvezza viene dalla croce, svuotamento che rivela Dio. Guai se la nostra potenza o sapienza la vanifica: "Cristo mi ha mandato a predicare il vangelo; non però con un discorso sapiente, perché non venga resa vana la croce di Cristo" (1Cor 1,17). Gesù invia i suoi in povertà, come il Padre aveva mandato lui in povertà. I discepoli, mediante la missione, sono chiamati alla forma più alta di vita cristiana: sono pienamente associati al Figlio, che conoscendo l'amore del Padre, è spinto verso tutti i fratelli. 
I Dodici possono annunciare agli altri la conversione mostrando di essere loro stessi convertiti perché sono e vivono come Gesù. Il vangelo parla anche della possibilità, tutt'altro che teorica, vista la sorte toccata a Gesù, che i discepoli non siano accolti e ascoltati. È una sofferenza che il discepolo deve affrontare senza perdersi d'animo. A lui è stato affidato un compito, non garantito il successo. 
Sulla attività dei Dodici, Marco non dà alcuna indicazione di tempo e di luogo; gli basta segnalare che essi realizzano esattamente ciò che aveva detto e fatto il Maestro: proclamare la conversione e operare esorcismi e guarigioni.
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L' Amore è come un tesoro e va custodito

L'Amore è puro quando è veramente radicato nell'anima e distrugge in essa qualunque cosa che la oscura; e se noi non sentiamo il fuoco di questi effetti divini è perché non utilizziamo i mezzi necessari per poterlo accendere nel nostro cuore. 
L'amore è come un tesoro, deve essere custodito e preservato da tutte le cose vane, viene perfezionato nel sacrificio, si consuma sulla croce. 
Impariamo da Maria il segreto di mettere tutto il cuore nelle cose che facciamo per Dio e per i fratelli, affinché anche le azioni più semplici diventino preziosi agli occhi di Dio.
(Maria M.)
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Ti adoro mio Dio

Ti adoro mio Dio e Ti ringrazio per il Tuo amore. 
Chiedo nella Tua infinita Misericordia, la luce per vedere me stessa come tu mi vedi. 
Amen
(Maria M.)
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Richiesta di preghiere 1/2015

Dominique, che scrive dal Belgio, chiede preghiere per suo padre Roger e per suo zio, entrambi gravemente ammalati. Vorrebbe anche estendere questa richiesta di preghiere a tutti gli ammalati che soffrono. 
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Bonjour, Pourriez vous prier pour mon papa Roger de Belgique ainsi que pour mon oncle tout deux très gravement malade ? Pour qu’ils puissent vivre et guérir. Qu’ils aient aussi la force et le courage de se battre. 
J’aimerais étendre cette prière à tous les malades ainsi qu’à tous ceux qui souffrent sur la Terre. Merci infiniment En union de prières, Dominique.
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martedì 3 febbraio 2015

Richiesta di preghiere 2/2/2015

Carissimi, il mio gruppo del Rinnovamento nello Spirito, Effata, ha indetto dal 27 febbraio al 27 marzo un Seminario di Vita Nuova presso una parrocchia della nostra città. 
Preghiamo affinché lo Spirito Santo assista le persone che dovranno condurre questo Seminario ed apra la mente ed il cuore a quelli che vorranno aderire. Si concluderà poi il 29 marzo con la Nuova Effusione dello Spirito su quanti ne faranno richiesta. 
Grazie. ardea da Trieste
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Messaggio Medjugorje a Mirjana del 2 febbraio 2015

Cari figli, eccomi sono qui in mezzo a voi. Vi guardo, vi sorrido e vi amo come solo una madre può fare. Attraverso lo Spirito Santo che viene per mezzo della mia purezza, vedo i vostri cuori e li offro a mio Figlio. Già da tanto tempo vi chiedo di essere miei apostoli, di pregare per coloro che non hanno conosciuto l’amore di Dio. Chiedo la preghiera fatta con l’amore, la preghiera che fa opere e sacrifici. Non perdete tempo a capire se siete degni di essere miei apostoli, il Padre Celeste giudicherà tutti, ma voi amatelo ed ascoltatelo. So che tutte queste cose vi confondono, anche la mia venuta in mezzo a voi, ma accettatela con gioia e pregate per comprendere che siete degni di operare per il cielo. Il mio amore è su di voi. Pregate affinché il mio amore vinca in ogni cuore, perché questo amore che perdona si dona e non cessa mai. Vi ringrazio.
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domenica 25 gennaio 2015

Messaggio di Medjugorje del 25 gennaio 2015

Cari figli! 
Anche oggi vi invito: vivete nella preghiera la vostra vocazione. 
Adesso, come mai prima, Satana desidera soffocare con il suo vento contagioso dell’odio e dell’inquietudine l’uomo e la sua anima. 
In tanti cuori non c’è gioia perché non c’è Dio né la preghiera. 
L’odio e la guerra crescono di giorno in giorno. 
Vi invito, figlioli, iniziate di nuovo con entusiasmo il cammino della santità e dell’amore perché io sono venuta in mezzo a voi per questo. 
Siamo insieme amore e perdono per tutti coloro che sanno e vogliono amare soltanto con l’amore umano e non con quell’immenso amore di Dio al quale Dio vi invita. 
Figlioli, la speranza in un domani migliore sia sempre nel vostro cuore. 
Grazie per aver risposto alla mia chiamata.
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domenica 11 gennaio 2015

Richiesta di preghiere 10/1/2015

Cari fratelli e sorelle in Cristo e nel cuore Immacolato di Maria, supplico un vostro intervento di preghiera per Simona, madre di un bimbo di 4 anni, vedova, ammalata di tumore all'intestino. 
Grazie a tutti coloro che si renderanno disponibile alla preghiera. 
Vi abbraccio nel nome di Gesù. Sergio.
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La voce del Padre nel Giordano

San Marco sintetizza, in brevi parole, due grandi avvenimenti della vita di Gesù Cristo; il suo battesimo nel Giordano e la sua tentazione nel deserto. Avendo parlato della voce che gridava nel deserto per preparare la via del Signore, è attratto dal ricordo della voce del Padre che risuonò sul Giordano, e accenna appena alla voce di satana che tentò troncare la missione del Redentore. Una voce la preparava, una voce la proclamava, una voce tentava arrestarla. Le circostanze di questi fatti sono quasi accidentali, e l’evangelista vi si trattiene poco. Giovanni aveva detto che il Redentore avrebbe battezzato nello Spirito Santo, e Gesù Cristo volle consolarlo, iniziando quel battesimo proprio per le mani di lui. 
Andò a ricevere il battesimo della penitenza per accogliere su di sé i nostri peccati, e andò a santificare le acque con la sua presenza e con quella del Padre e dello Spirito Santo, perché si fossero mutate in lavacro di rigenerazione e di grazia. Scese nelle acque come novello Mosè, e aprì il mare della divina misericordia con la sua potenza d’amore, attraendo sulla terra lo sguardo del Padre; i cieli si aprirono e discese visibilmente lo Spirito Santo, come discese al principio del mondo sulle acque per fecondarle nella vita; si compiva solennemente quello che era stato un lontano e misterioso annuncio nella creazione, poiché il Verbo fatto uomo discendeva nell'acqua per rigenerare tutto in Lui, lo Spirito Santo discendeva sul Verbo fatto Vittima, per fecondare l’opera sua, e il Padre faceva sentire la sua voce, compiacendosi del Figlio divino che lo amava, e amandolo nella fiamma dell’infinito Amore. 
Fu un momento solenne, nel quale la gloria della Santissima Trinità illuminò nuovamente la terra; il Redentore si umiliò discendendo nell'acqua e, in quell'atto di umiliazione, riconobbe la gloria di Dio, esaltandolo sopra tutte le cose; alla voce del suo amore si aprirono i cieli, cioè sparirono quasi nella immensa luce che si diffondeva, e dalle profondità luminosissime venne come una candida fiamma che sembrava una colomba; era l’infinito Amore che rispondeva all'Amore del Verbo Incarnato, era la compiacenza del Padre che spirava col Verbo l’infinito Amore, era la testimonianza del Cielo che si univa a quella della terra, e confermava la voce di Giovanni. Si deve notare che l’evangelista descrive la scena in poche parole, perché essa fu quasi come un lampo di luce sfolgorante; in un attimo avvolse tutta la terra, poiché per tutta la terra si diffuse la voce placida e potente della divina Bontà che abbracciò le sue creature, rappresentate dal Redentore, oggetto della sua infinita compiacenza. Nel mondo, però, satana non era stato ancora sconfitto, e nella gloriosa manifestazione del Giordano aveva dovuto sogghignare beffardamente, perché aveva ancora la preda fra gli artigli, e si riprometteva, nel suo orgoglio, di non farsela sfuggire. 
Ecco perché subito lo Spirito Santo che aveva santificato tutta l’umanità del Redentore con nuovi doni, lo spinse nel deserto perché avesse dato a satana la prima sconfitta, digiunando e ricacciandolo nell'abisso. San Marco non racconta minutamente la tentazione di satana: non aveva bisogno di farlo; gli importava opporre al primo Adamo il secondo, al peccatore il Riparatore, al ricercatore del godimento il Penitente divino che, spinto dall'amore per il Padre, va nel deserto invece che nell'Eden; digiuna invece di appetire il frutto proibito; ricaccia satana che lo tenta invece di farsi lusingare dalla sua voce infernale; rimane con le fiere invece di cercare il seducente sorriso di Eva, come fece Adamo, compiacendola, e fu servito dagli angeli, perché, proprio in questo, elevò la natura umana, rendendola compagna degli angeli di Dio. 
Ecco tracciato il nostro cammino di resistenza allo spirito infernale. Dobbiamo umiliarci, riconoscendoci peccatori, sottomettendoci agli altri, e cercando unicamente la gloria di Dio. Dobbiamo offrire al Signore un cuore puro, perché la grazia dello Spirito Santo lo inondi e lo renda compiacenza di Dio. Quello che impedisce l’effondersi della grazia in noi è proprio l’impurità, figlia dell’orgoglio e l’orgoglio maledetto della carne. Non è necessario cadere nel baratro per essere chiusi alla grazia, bastano anche quelle miserie volontarie che distraggono vanamente l’anima nelle creature. La curiosità morbosa che ci ferma esternamente nell'ammirazione della forma estetica, e che internamente ci attrae al senso con vane compiacenze e con desideri di male spesso semicoscienti, è una barriera che si frappone tra noi e la grazia, e può da sola renderci infecondi spiritualmente, e sospingerci verso gli abissi del male. Ritiriamoci nel deserto con la modestia degli sguardi, e formiamo in noi la solitudine, impedendo che il mondo ci si avvicini attraverso quegli spettri che si formano in noi per gli sguardi dissipati. 
Non crediamo che sia poi un male, magari, il non vedere un oggetto che ci può sembrare d’arte; non ci facciamo illudere dalla necessità di osservare o dal bisogno di ammirare ciò che è bello; tutte queste scuse non impediscono di respirare l’aria mefitica della carne, e ci attraggono pesantemente nelle sfere dei sensi. Quando l’aeroplano gira su se stesso, si avvita – come si dice in termine tecnico –, e quando si avvita fa precipitare nel vortice della morte; similmente, quando ci rivolgiamo su di noi o sulle creature, la carne ci avvita, e precipitiamo facilmente nella mota, dove la divina Colomba non può fermarsi. Andiamo nella solitudine, appartandoci da tutto ciò che è vano e curioso, da tutto ciò che ci distrae nell'ansietà di voler vedere, osservare, ammirare; lo diciamo proprio per la salvezza e la santificazione delle anime, e per renderle oggetto di compiacenza innanzi a Dio; amiamo la solitudine interiore, facciamolo almeno per prova; rifuggiamo dagli sguardi che fanno giungere a noi le voci di satana, alimentiamo l’anima nelle placide visioni del Cielo, e sentiremo nel cuore e nei sensi una libertà dolcissima che ci farà volare fino a Dio, e ci farà conversare con gli angeli. 
Padre Dolindo Ruotolo
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lunedì 5 gennaio 2015

Ricostruire dalle rovine

Condivido con voi questo prezioso monologo tra Monsignor Enrico Bartoletti e Cristo. Leggetelo attentamente e ne trarrete benefici, perché tutti se ci convertiamo possiamo ricostruire le proprie rovine. Un bacio. Maria M.

Signore, parlo con Te. 
Non sei un'idea: sei il Vivente, Cristo, mio Dio. Sei il Cristo, che gli uomini hanno avvicinato e amato, come si ama un altro uomo. Sei la realtà vera a cui è legata tutta la mia vita, il mio lavoro, i miei ideali. 
Torno a Te, Cristo Signore, per sentirmi ancora qualcuno, per ricostruirmi. O, lo sai bene, non ti porto un edificio ben lavorato, un'opera compiuta; ma un ordigno prezioso, divenuto briciole, anche se briciole d'oro. Lo riporto a Te perché lo ricostruisca in unità. 
Che cosa ho fatto, Signore, da un pezzo in qua?...” Verba, verba, praetereaque nihil” (1). Eppure Tu mi sei passato accanto tante volte; e mi hai messo nel cuore, vivo insistente, il bisogno tormentoso di Te. La morte mi ha sfiorato, e ho sentito pungente il desiderio di finirla con gli uomini e le cose, e ricongiungermi a Te. Ma poi, tornato alla vita, son diventato ancora una volta mediocre, terreno, sciocco. Ho dimenticato Te. Son diventato nell'intimo uno dei tanti. 
Quante anime mi si sono avvicinate! E mi hanno chiesto appassionatamente di portarle a Te, di sacrificarti la loro giovinezza, di imparare ad amare. Ed io le ho mandate innanzi, le ho spinte verso la suprema generosità del dono di sé; mi son sentito padre e fratello con loro. Ma poi le ho tradite, perché la mia vita, tornata solitaria, ha rivisto tutte, ad una ad una, le mie meschinità. 
Gli altri non sanno; ma tu vedi e tu sai, o Signore! Mi hai chiesto il sacrificio, facendomi capire che “vi sono dei momenti in cui si ha la voglia di farla finita con gli uomini; e non c'è che due maniere per farla finita: o amare o morire”. 
Ed io ho accettato : ho chiesto che la vita fosse davvero un silenzioso dolore, tutta volta al dare e non al chiedere, perché è “meglio che ricevere”. Ma poi, quando è venuto il dolore mi sono abbattuto, e l'ho sciupato, manifestandolo, come si sciupa una bottiglia di vino vecchio, stappandola. Ho cercato me; ho voluto la poesia del dolore, non il dolore soltanto. 
Soprattutto, o Signore, ho sciupato la mia vita interiore, ho spezzato la mia vita di prete: nessuna importanza all'Opus Dei, perdendo anche la viva coscienza del mio dovere. Quante volte mi sono addormentato senza aver terminato l'Ufficio! E la lettura spirituale? E le pratiche di pietà ordinarie?...E' vero: molto si è salvato, perché in fondo ho parlato di Te e vissuto di Te...Ma a lungo andare, mi espongo all'esaurimento; corro (il) pericolo di far rovinare l'edificio soprannaturale e con quello anche la coscienza morale dell'uomo puro e semplice. 
Mio Dio, pietà. Sono ancora e soprattutto ora il figliol prodigo che ritorna a Te! Uno sguardo di compassione, Cristo mio Dio, sulla mia miseria e mediocrità: un tuo sguardo profondo e indagatore, come inesorabile giudice, sul mio rovinio interiore. Da Te lo prendo volentieri, Signore, anche se punge, e sconvolge; perché so che è uno sguardo vivificatore. Mi metto, dunque, Signore, alla tua presenza, per ascoltarti e parlare; per piangere e agire: per ritornare. Lo fo per me, Signore; ché non posso più vivere in questa continua menzogna vitale, in questo alterno contrasto del fare e del dire; lo fo per i miei ragazzi, che aspettano, fuori, affollandosi coi loro intimi contrasti e bisogni. E son babbo per loro; e non posso dare uno scorpione per un uovo, un serpente per un pesce. Lo fo per Te, Cristo mio Dio, perché sono e voglio essere tuo: tua gloria, Signore, tua conquista, tua corona. ” Apostoli gloria Christi” (2)
Perché per me è ormai il giuoco dell'ultima carta, quello che gioco nella vita, con Te. Ascolto, Gesù. Parla e ricostruisci. 
3 gennaio 1945 
Monsignor Enrico Bartoletti 
1) " Parole, parole e nient'altro" 
2) " Sono gli apostoli delle Chiese e la gloria di Cristo" 

Tratto da : In Spe Fortitudo Diario Spirituale 1933 – 1975 di Enrico Bartoletti
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Il Verbo e il Logos

Commento al Vangelo – II Domenica dopo Natale 2015 (Gv 1,1-18) 

L’evangelista intende stabilire bene il fondamento della nostra fede in Gesù Cristo, vero Dio e vero uomo, affinché non si fosse potuto formare un Cristo arbitrario né si fosse potuto confondere il Verbo eterno, consustanziale al Padre con la povera ombra intuita da Platone nel tentare, con i lumi della sola ragione, di scrutare le profondità di Dio. 
San Giovanni scrisse il suo Vangelo ad Efeso, centro di cultura, dove era conosciuto il famoso logos di Platone, prima, lontana intuizione imperfetta del Verbo di Dio, avuta da Platone certamente per un lume di grazia naturale, quasi per preparare le menti alla sublime rivelazione della fede. Platone, considerando Dio come infinitamente intelligente, lo chiamò mente, e la sua intellezione la chiamò logos, cioè idea della mente divina, secondo la quale Egli creò tutte le cose, e ne rifletté in sé l’ardore, perché creò il mondo per amore di sé, onde quel detto famoso del filosofo che sembra un’ombra lontana della Trinità. 
Il logos di Platone era ben lungi dalla concezione del Verbo di Dio, consustanziale al Padre e Persona distinta da Lui, ma san Giovanni designò il Verbo eterno con la stessa parola, sia perché gli eretici avevano dovuto già cominciare ad abusarne, e sia perché non si fosse confuso con l’idea di Platone; per questo, dopo aver detto che il Verbo era eterno, era Persona distinta dal Padre, era Dio Egli stesso, soggiunge che Egli era nel principio presso Dio, cioè non era solo un’intellezione transeunte della mente di Dio, come è transeunte un atto della nostra mente, ma era eterna conoscenza del Padre, eternamente presso il Padre, cioè sussistente ed eternamente distinto da Lui. Non era solo un’idea della mente divina, secondo la quale furono create le cose, ma era onnipotente come il Padre e per Lui furono fatte tutte le cose, e senza di Lui nulla fu fatto di ciò che è stato fatto. 
Il Verbo era presso Dio, in greco omoúsion, cioè uguale al Padre; non era, dunque, il logos di Platone, concepito come prima creatura di Dio, ma era Dio come il Padre, Dio onnipotente e Creatore, per cui furono fatte tutte le cose, e senza di Lui nulla fu fatto di ciò che è stato fatto o, secondo il greco, neppure una cosa di ciò che è stato fatto; Egli non era la creatura prima fra le creature, secondo il concetto di Platone che presiedeva alla creazione delle altre; era il Verbo eterno per cui tutto fu fatto. Non era ministro della creazione, ma ne era causa col Padre e lo Spirito Santo. L’evangelista dice che tutto fu fatto per mezzo di Lui, perché nel Verbo eterno sono i prototipi di tutte le cose create. L’artefice fa tutto per la sua idea, per la sapienza che ha e per il concetto che si forma di ciò che vuol fare, cioè fa tutto attraverso il Verbo della sua mente; Dio crea secondo i prototipi della sua mente infinita, e i prototipi sono nel Verbo a Lui consustanziale, sua conoscenza sussistente, Figlio suo generato da Lui ab aeterno. Il Verbo riceve dal Padre, con l’essenza divina, l’onnipotenza e l’azione, la stessa del Padre, col quale e con lo Spirito Santo crea tutto. 

Dall’eternità al tempo 
San Giovanni passa perciò dall’eternità al tempo, e accenna alla creazione di tutto attraverso l’eterna e increata sapienza. Mosè disse: In principio Dio creò il cielo e la terra, e non poté sondare il grande mistero nella sua fonte, ma udì la parola creatrice di Dio che popolava il tempo e lo spazio di meraviglie; san Giovanni penetrò più in fondo l’arduo mistero e, in quella Parola onnipotente che risuonò prima sul vuoto del nulla e poi sulla informe massa del caos, ravvisò l’infinita potenza creatrice di Dio che, attraverso il suo Verbo, creava tutte le cose. Chi può scrutare quell'arcano momento nel quale venne fuori la creazione, e chi può intendere la grandiosa, immensa poesia di quella settimana di giorni, di anni, di secoli, di miliardi di secoli che vide sorgere ad una ad una tutte le meraviglie dell’universo? Chi può, anche lontanamente, intuire che cosa grande fu il passaggio repentino dal non essere all'essere? Ne abbiamo un’idea nella potenza delle parole della Consacrazione eucaristica, poiché il Verbo Incarnato le dice, attraverso il sacerdote, sul pane e sul vino, realizzando, con poche parole, il più grande miracolo, ma i nostri sensi non ne percepiscono nulla. La Chiesa, nel suo ammirabile linguaggio, quasi dimentica della parola dogmatica che designa questo arcano prodigio d’amore, transustanziazione, lo riguarda, per così dire, come una nuova formazione del Corpo e del Sangue di Gesù Cristo, e fa dire al sacerdote: Ego volo celebrare Missam, et confìcere Corpus et Sanguinem Domini nostri Jesu Christi. 
Il sacerdote non produce certo il Corpo e il Sangue di Gesù, ma produce la transustanziazione del pane e del vino nel Corpo e nel Sangue di Gesù Cristo; le sacre parole, perciò, hanno una potenza produttiva che dà un’idea della potenza creatrice del Verbo di Dio nell’atto in cui chiamò all’essere e all’ordine le creature. In Dio, tutto è in atto, poiché Egli è Atto purissimo, tutto è presente perché Egli è eterno; la creazione era già tutta nei prototipi della sua mente infinita e, diremmo con frase ardita, Egli, nel diffondere la sua bontà, anziché accrescerla di una grandiosa manifestazione della sua potenza, della sua sapienza e del suo amore, dovette quasi ridurla amorosamente, per proporzionarla alle creature alle quali voleva dare l’essere. Avrebbe potuto e può creare milioni e miliardi di mondi e di meraviglie, ma limitò la sua creazione secondo i fini di gloria e di amore che, nei suoi arcani disegni, voleva raggiungere nelle creature. Il Verbo eterno, sua glorificazione infinita, diffuse la sua bontà per partecipare la vita e la felicità alle creature, per renderle glorificazione del Padre, e per effondere in esse la sua stessa voce di glorificazione; ma, nel diffondere l’infinita bontà, limitò il numero delle creature. Ad extra produsse un’immensa armonia di glorificazione ma, nella profondità di Dio, Egli fu solo voce d’infinita glorificazione, e per questo volle effondere questa voce di gloria in tutte le creature; e riparò la deficienza di quelle senz’anima e le miserie di quelle ragionevoli, incarnandosi. Si fece uomo e si donò all’uomo, arricchendolo di preziosissimi doni, perché egli avesse potuto lodare Dio degnamente, attraverso le stesse opere della creazione. Per questo san Giovanni soggiunge che in Lui era la vita, e la vita era la luce degli uomini. Il momento della creazione è un mistero che dà le vertigini; ma l’evangelista ci dà in mano la chiave per vederlo almeno in sintesi, dicendo: Per mezzo di Lui furono fatte tutte le cose. Elèvati anima mia in alto e contempla. Ecco Dio, ecco Dio, Uno e Trino, tutto in sé, tutto compiaciuto di sé, in umiltà divina, oserei dire, perché se l’umiltà è verità, nessuna umiltà è più profonda quanto quella della verità eterna che conosce Se stessa infinitamente, generando l’eterno Verbo. 
Conoscendosi, Dio si ama, infinitamente si ama, e l’amor suo è sussistente, è Persona distinta, è diffusione infinita del Padre al Figlio e del Figlio al Padre, è Fiamma d’eterno ardore che, unendo il Padre al Figlio e il Figlio al Padre, rende Dio tutto fiamma d’amore, lo rende carità: Deus charitas est. Dio, conoscendo se stesso, conosce la sua onnipotenza, e conosce i prototipi della sua infinita mente, secondo i quali la sua onnipotenza può diffondersi ad extra, li conosce nel Verbo che è sussistente conoscenza di sé. È una conoscenza semplicissima e tutta in atto, ma noi dobbiamo immaginarla come successiva per averne una lontana idea, dobbiamo paragonarla, per lontana analogia, alla mente di un artista che contempla in sé gli ideali che ha, e che li vede quasi in atto nel suo pensiero. 
 Dio solo compie le sue opere secondo i suoi prototipi, le vede e se ne compiace, perché sono buone: Vidit Deus quod esset bonum; e anche quando esse, per la malizia della creatura ragionevole, si disordinano, Egli cava dal disordine una nuova armonia, e dalle rovine una nuova fioritura di bene. Egli, quindi, non fallisce mai nei suoi disegni, pur lasciando alle sue creature la piena libertà; Egli tutto prevede e ordina le sue opere a quello che vuole. 
Servo di Dio Don Dolindo Ruotolo
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venerdì 2 gennaio 2015

Messaggio di Medjugorje a Mirjana del 2 gennaio 2015

Cari figli, 
sono qui in mezzo a voi come Madre che vuole aiutarvi a conoscere la verità. 
Mentre vivevo la vostra vita sulla terra, io avevo la conoscenza della verità e con ciò un pezzetto di Paradiso sulla terra. 
Perciò per voi, miei figli, desidero la stessa cosa. 
Il Padre Celeste desidera cuori puri, colmi di conoscenza della verità. 
Desidera che amiate tutti coloro che incontrate, perché anch'io amo mio Figlio in tutti voi. 
Questo è l’inizio della conoscenza della verità. 
Vi vengono offerte molte false verità. Le supererete con un cuore purificato dal digiuno, dalla preghiera, dalla penitenza e dal Vangelo. 
Questa è l’unica verità ed è quella che mio Figlio vi ha lasciato. 
Non dovete esaminarla molto: vi è chiesto di amare e di dare, come ho fatto anch'io. 
Figli miei, se amate, il vostro cuore sarà una dimora per mio Figlio e per me, e le parole di mio Figlio saranno la guida della vostra vita. 
Figli miei, mi servirò di voi, apostoli dell’amore, per aiutare tutti i miei figli a conoscere la verità. 
Figli miei, io ho sempre pregato per la Chiesa di mio Figlio, perciò prego anche voi di fare lo stesso. 
Pregate affinché i vostri pastori risplendano dell’amore di mio Figlio. 
Vi ringrazio!
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Commento al Vangelo del 2-1-2015

Dal Vangelo di Gesù Cristo secondo Giovanni (1,19-28)
Questa è la testimonianza di Giovanni, quando i Giudei gli inviarono da Gerusalemme sacerdoti e leviti a interrogarlo: «Chi sei tu?». Egli confessò e non negò, e confessò: «Io non sono il Cristo». Allora gli chiesero: «Che cosa dunque? Sei Elia?». Rispose: «Non lo sono». «Sei tu il profeta?». Rispose: «No». Gli dissero dunque: «Chi sei? Perché possiamo dare una risposta a coloro che ci hanno mandato. Che cosa dici di te stesso?». Rispose: «Io sono voce di uno che grida nel deserto: Preparate la via del Signore, come disse il profeta Isaia». Essi erano stati mandati da parte dei farisei. Lo interrogarono e gli dissero: «Perché dunque battezzi se tu non sei il Cristo, né Elia, né il profeta?». Giovanni rispose loro: «Io battezzo con acqua, ma in mezzo a voi sta uno che voi non conoscete, uno che viene dopo di me, al quale io non son degno di sciogliere il legaccio del sandalo». Questo avvenne in Betània, al di là del Giordano, dove Giovanni stava battezzando. 

« Io non sono il Messia » 
Onoriamo con rispetto la compassione di un Dio venuto a salvare e non a giudicare il mondo. Giovanni, il precursore del Maestro, che fino a quel momento non conosceva questo mistero, gridò a quanti venivano per farsi battezzare da lui: "Razza di vipere (Mt 3,6), perché mi guardate con tanta insistenza? Non sono io il Cristo. 
Sono un servo e non il Padrone. Sono un suddito e non il re. Sono una pecora, e non il pastore. Sono un uomo e non un Dio. 
Ho guarito la sterilità di mia madre, venendo al mondo, ma non le ho lasciato la sua verginità. Sono stato tirato dal basso, non sono venuto dall'alto. Ho sciolto la lingua di mio padre (Lc 1,20), non ho elargito la grazia divina. …Sono spregevole e piccolo, ma dopo di me viene uno che era prima di me (Gv 1,30). 
Viene dopo, nel tempo; prima era nella luce inaccessibile e ineffabile della divinità. «Viene uno che è più forte di me e io non sono degno neanche di portagli i sandali. Egli vi battezzerà in Spirito Santo e fuoco» (Mt 3,11). Io sono sottomesso; lui è libero. Io sono assoggettato al peccato; lui ha distrutto il peccato. Io insegno la legge; lui porta la luce della grazia. 
Io predico da schiavo; lui detta la legge da maestro. Io come giaciglio, ho il suolo, lui il cielo. Io battezzo con un battesimo di conversione; lui dona la grazia dell'adozione. "Egli vi battezzerà in Spirito Santo e fuoco". Perché venerarmi? Io non sono il Cristo." 
Discorso attribuito a Sant'Ippolito di Roma (?-ca 235), sacerdote e martire Omelia del 4° secolo per l’Epifania, la Santa Teofania; PG 10, 852
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