mercoledì 8 gennaio 2014

Moltiplicando i pani, Gesù si manifesta profeta

Mc 6,34-44 34 
Sceso dalla barca, egli vide una grande folla, ebbe compassione di loro, perché erano come pecore che non hanno pastore, e si mise a insegnare loro molte cose. Essendosi ormai fatto tardi, gli si avvicinarono i suoi discepoli dicendo: «Il luogo è deserto ed è ormai tardi; congedali, in modo che, andando per le campagne e i villaggi dei dintorni, possano comprarsi da mangiare». Ma egli rispose loro: «Voi stessi date loro da mangiare». Gli dissero: «Dobbiamo andare a comprare duecento denari di pane e dare loro da mangiare?». Ma egli disse loro: «Quanti pani avete? Andate a vedere». Si in- formarono e dissero: «Cinque, e due pesci». E ordinò loro di farli sedere tutti, a gruppi, sull'erba verde. E sedettero, a gruppi di cento e di cinquanta. Prese i cinque pani e i due pesci, alzò gli occhi al cielo, recitò la benedizione, spezzò i pani e li dava ai suoi discepoli perché li distribuissero a loro; e divise i due pesci fra tutti. Tutti mangiarono a sazietà, e dei pezzi di pane portarono via dodici ceste piene e quanto restava dei pesci. Quelli che avevano mangiato i pani erano cinquemila uomini. 

Dopo le guarigioni descritte nel primo capitolo di questo vangelo, Gesù si era ritirato in un luogo deserto a pregare (1,35) e alla provocante espressione: "Tutti ti cercano" (1,37) aveva risposto con un atteggiamento, umanamente parlando, poco intelligente: "Andiamocene altrove!" (1,38). 
Gesù non sfrutta mai le occasioni favorevoli della popolarità e dell'entusiasmo viscerale: ci vuol ben altro per recidere alla radice il peccato del mondo e per immettere la novità di Dio in un'umanità così malandata. In questo brano, l'entusiasmo della folla è per i discepoli oltre che per Gesù. In questa cornice, la parola di Gesù: "Venite in disparte, in un luogo solitario, e riposatevi un po'" (v. 31) acquista il suo giusto valore. 
Gesù li vuole sfebbrare (cfr Lc 10,17-20). L'entusiasmo è pericoloso: per la folla e per i discepoli. L'insegnamento è chiaro: se vogliamo evitare i pericoli della popolarità, non dobbiamo lasciarci travolgere dall'entusiasmo viscerale e acritico che fa perdere il senso del limite e dà i fumi alla testa. L'antidoto è la solitudine e la preghiera. 
Gesù ha pietà della folla perché è disorganizzata. Non c 'è nessuno che si occupi di essa ed è abbandonata a sé stessa: non forma un popolo ma un'accozzaglia. La pietà di Gesù si traduce in insegnamento. Nel vangelo di Marco, quando Gesù si trova con la folla, si può stare certi che non perderà l'occasione per istruirla. Il seguito del vangelo ribadirà, con maggiore forza, questa costante di Gesù : "La folla accorse di nuovo a lui e di nuovo egli l'ammaestrava, come era solito fare" (Mc 10,1). 
Il legame che Marco instaura tra insegnamento e formazione di un popolo non è artificiale. Siamo davanti a un gregge senza pastore, un gregge disperso: solo la parola di Gesù può radunare e riunire gli smarriti e i dispersi. E dopo la parola, il pane; parola e pane che saziano la fame integrale delle folle: come nelle nostre Eucaristie. 
Viene in mente l'inquietudine di Mosè, ormai prossimo alla morte, quando chiese a Dio di provvedere alla sua successione dando un capo alla comunità radunata nel de serto (Nm 27,15-17). Anche Ezechiele confidava ai suoi ascoltatori la speranza che Dio si sarebbe preso personalmente cura del proprio gregge procurandogli un buon pasto e dandogli come pastore un nuovo Davide per porre fine al suo errare (Ez 34). 
Il salmo 23 aveva ripreso questo tema del Dio-pastore che offre al suo popolo il riposo per rinfrancarlo e apparecchiargli la mensa. Il riposo dei discepoli consiste nel bere alla fonte della misericordia divina, incarnata in Gesù, e nel fare propria la tenerezza di Dio per il suo popolo: così si impara a diventare apostoli. 
Gesù li invita a fare propria la sua ansia per le folle: ciò implica il preciso impegno di istruirle e di nutrirle (6,37-41) prima di concedersi il tempo per mangia- re e riposarsi (6,31). Assumendo la sua missione di Pastore-Messia annunciato dai profeti (Es 34,23-25; 37,24) e invocato dalla pre- ghiera del popolo ebraico (Sal 74,1; 77, 21; 78,52-53.70-72, 80,1), Gesù comincia ad insegnare loro molte cose (v. 34). 
Marco, che attribuisce sempre molta importanza all'insegnamento di Gesù, non ne specifica mai il contenuto, come se volesse far capire che questo contenuto è la persona stessa di Gesù. 
La prima moltiplicazione dei pani (vv. 33-34) ha sicuramente l'intento di presentarci Gesù come pastore d'Israele che, in luogo deserto, dona il pane al popolo della prima alleanza, agli ebrei. Il racconto viene descritto sul modello del miracolo operato dal profeta Eliseo (2Re 4,42-44) , mettendo però in risalto il divario tra i due (venti pani per cento persone in 2Re 4, cinque pani per cinquemila uomini in Marco), in modo che emerga la maggiore grandezza di Gesù rispetto al profeta. 
Questa prima moltiplicazione, secondo Marco, avviene in terra d'Israele, sulla riva occidentale del lago. Inoltre, le cifre riportate sembrano avere anche un significato sim bolico: i cinque pani moltiplicati ricordano i cinque libri del- la Legge di cui Gesù era Maestro; i dodici canestri avanzati appaiono come una destinazione del pane alle dodici tribù d'Israele, e la distribuzione per gruppi, certamente , riguarda soltanto il popolo eletto nell'ordine operato da Mosè nel deserto (Es 18,24-26; Dt 1,15). 
Tutte queste particolarità indicano la prima moltiplicazione dei pani come azione destinata anzitutto ai giudei e come prefigurazione dell'Eucaristia riservata prima ad essi, quale garanzia del compimento delle promesse dell'Antico Testamento. Lo ricorderà ben presto Gesù alla donna siro-fenicia: "Lascia prima che si sfamino i figli" (Mc 7,27). Questo brano è iniziato svelando la sorgente del dono del Signore: "vide molta folla e si commosse per loro" (v. 34). 
La compassione è l'essenza nascosta di Dio, che lo porterà a dare la vita per noi. Il banchetto che Gesù imbandisce nel deserto è ben diverso da quello di Erode nel palazzo (Mc 6,21-29). 
Partecipando alla mensa di Cristo, il discepolo passa dall'egoismo e dalla brama dell'avere, del potere e dell'apparire, a una vita nuova nell'amore sotto il segno del dono e del servizio in umiltà. 
Entra a far parte di un popolo nuovo che ha le caratteristiche del pane che mangia. Perché l'uomo è ciò che mangia. Gesù ha detto: "Chi mangia di me, vi- vrà per me" (Gv 6,57). 
Padre Lino Pedron
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Preghiera del mattino 8/I/2014

"In questo sta l'amore: non siamo stati noi ad amare Dio, ma è lui che ha amato noi". 
Oh, lo strano potere di attrazione dell'amore che attira a sé tutto ciò che non è amabile. Dio-Amore, tu hai detto: "Quando sarò innalzato da terra (nella tua grande dichiarazione di amore della croce) attirerò tutti a me". Potere di attrazione dell'amore, perché il tuo neonato Figlio attirò a sé i più sapienti della terra. 
Dio mio, abita in me con la tua incarnazione affinché io possa attirare al tuo amore i miei fratelli.
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martedì 7 gennaio 2014

Preghiamo 7-1-2014

Noi confessiamo te, o Dio che ami gli uomini  e ti presentiamo la nostra debolezza, pregandoti di essere tu la nostra forza. 

Perdonando i peccati passati, rimettici le colpe di un tempo, fa' di noi uomini nuovi. 
(Serapione)

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Madre Teresa di Calcutta/60

La sofferenza in se stessa non è nulla, ma associata alla Passione di Cristo, si converte in un dono prezioso. Il dono più prezioso che possiede la creatura umana è quello di poter partecipare alla Passione e Redenzione di Cristo. Sì, è un dono e una dimostrazione del suo amore.
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Angelo Custode/72

Per lodare Dio, prendi un “salmo di lode”, uscito dal cuore di uno dei grandi uomini di preghiera dell’Antico Testamento; oppure fa’ sgorgare dal tuo cuore, per un breve istante, qualche parola che esprima il tuo amore per Dio e la tua meraviglia dinanzi alla creazione. Che la tua lode sia sempre di riconoscenza per il dono della vita e per quello della fede cristiana. È Gesù che ti ha scelto. Mostrati degno di questa elezione divina.
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Il regno dei cieli è vicino

Mt 4,12-17.23-25 
Quando Gesù seppe che Giovanni era stato arrestato, si ritirò nella Galilea, lasciò Nàzaret e andò ad abitare a Cafàrnao, sulla riva del mare, nel territorio di Zàbulon e di Nèftali, perché si compisse ciò che era stato detto per mezzo del profeta Isaia: Terra di Zàbulon e terra di Nèftali, sulla via del mare, oltre il Giordano, Galilea delle genti! ll popolo che abitava nelle tenebre vide una grande luce, per quelli che abitavano in regione e ombra di morte una luce è sorta. Da allora Gesù cominciò a predicare e a dire: «Convertitevi, perché il regno dei cieli è vicino». Gesù percorreva tutta la Galilea, insegnando nelle loro sinagoghe, annunciando il vangelo del Regno e guarendo ogni sorta di malattie e di infermità nel popolo. La sua fama si diffuse per tutta la Siria e conducevano a lui tutti i malati, tormentati da varie malattie e dolori, indemoniati, epilettici e paralitici; ed egli li guarì. Grandi folle cominciarono a seguirlo dalla Galilea, dalla Decàpoli, da Gerusalemme, dalla Giudea e da oltre il Giordano. 

Matteo vede il trasferimento di Gesù da Nazaret a Cafàrnao come realizzazione di Is 8,23-24 e quindi come volontà di Dio. 
Isaia aveva annunciato il passaggio da un tempo d’oppres sione ad un tempo di salvezza. Il tempo della sventura ricorda probabilmente la conquista dei territori del nord, ab itati da tribù del popolo d’Israele, da parte del re assiro Tiglat-Pileser (cf. 2Re 15,29) nel 734 a.C. 
Quest’invasione portò ad una notevole fusione della popolazione ebraica con i pagani. Per questo il territorio fu chiamato "provincia dei pagani" ( Galìl haggojìm ) da cui è derivato il nome di Galilea. 
Sia in Mt 4,5 sia in 12,18-21 la salvezza dei pagani è presentata con una citazione d’Isaia, perché la salvezza universale è l’adempimento di una promessa dell’Antico Testamento. 
La luce è simbolo della presenza di Dio che salva. Essa sconfigge le tenebre della perdizione e della morte. Il v. 17 è un breve sommario che riguarda la proclamazione del regno dei cieli. 
Non è data alcun’indicazione precisa né del luogo né degli ascoltatori per indicare che quest’ annuncio è rivolto a tutti gli uomini di tutti i tempi e di tutti i luoghi. 
Da questo momento la proclamazione del regno dei cieli non cesserà più. Essa continuerà nella predi- cazione dei discepoli che sono inviati a diffondere il vangelo del regno in tutto il mondo (Mt 24,14; 26,13). D’ora in avanti è per tutti tempo di decisione e di conversione. 
La conversione è il punto di partenza della vita cristiana: i racconti di chiamata che seguono devono essere letti come esempi di ciò che la conversione può esigere dall'uomo. La conversione al regno dei cieli si realizza nel seguire Gesù e nell'entrare nella comunità dei discepoli che si stanno raccogliendo attorno a lui. 
Le folle che seguono Gesù formano l’uditorio del discorso della montagna che segue nei cap. 5-7. 
Matteo ci presenta Gesù come il primo missionario e l’esempio di tutti i futuri missionari. In lui parola e azione procedono insieme. Il suo annuncio riguarda sempre il regno dei cieli, ossia ciò che Dio ha fatto e farà per la salvezza degli uomini. 
L’attività intensa svolta da Gesù in Galilea consegue un triplice risultato: la sua fama si diffonde, la gente porta a lui i suoi malati, affluiscono grandi folle. 
Tutta la miseria del suo popolo sta lì davanti a lui ed egli offre la sua salvezza a tutti i bisognosi. 
L’annuncio del vangelo del regno dei cieli è soprattutto a favore dei poveri e dei sofferenti. Gesù s’impegna totalmente nella liberazione dell’uomo da tutte le sue miserie. 
Padre Lino Pedron
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Preghiera del mattino 7/I/2014

Signore, quale luce hanno contemplato i Magi? 
Hanno visto qualcosa di più luminoso dello scintillare degli astri nel loro meraviglioso movimento, per prostrarsi davanti al bambino e adorarlo, deponendo ai suoi piedi tutti i tesori dell'Oriente? "
Donne, che cosa avete visto per via?", verrà chiesto alle prime testimoni della risurrezione. 
E voi, Magi, che scrutate i misteri leggendoli nell'infinito del cielo, che cosa 
avete visto a Betlemme se non l'incomparabile biancore del Figlio che è l'Agnello di Dio? 
Innocenza infinitamente più splendente della più splendente delle stelle.
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lunedì 6 gennaio 2014

Preghiamo 6-1-2014

Signore, alcune volte la tua stella scompare e noi ci troviamo nel buio. 

Non sappiamo più dove cercarti e ci smarriamo in palazzi scintillanti, davanti a sovrani malvagi. 

Dacci la capacità di sollevare il nostro sguardo verso il tuo cielo, per cercare ancora la tua luce, l'unica che può rischiarare il nostro cammino.

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Madre Teresa di Calcutta/59

“La gente ha bisogno di sentirsi amata, che siano alcolizzati, drogati, prostitute, pazienti di aids. Senza l’amore, l’uomo muore di solitudine. Guardi intorno a lei, e si renderà conto che esiste una povertà più profonda della mancanza di cibo”.
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Angelo Custode/71

Che la lode sia spesso sulle tue labbra. Inizia la tua giornata con la lode e terminala anche con essa, poiché sei stato creato per questo. La lode è l’alta espressione del tuo amore. Noi, gli Angeli, lodiamo senza sosta il Signore; lodalo per la sua infinita maestà, per il suo amore e la sua tenerezza, per la sua misericordia e il suo perdono.
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Siamo venuti dall'oriente per adorare il re

Mt 2,1-12 
Nato Gesù a Betlemme di Giudea, al tempo del re Erode, ecco, alcuni Magi vennero da oriente a Gerusalemme e dicevano: «Dov'è colui che è nato, il re dei Giudei? Abbiamo visto spuntare la sua stella e siamo venuti ad adorarlo». All'udire questo, il re Erode restò turbato e con lui tutta Gerusalemme. Riuniti tutti i capi dei sacerdoti e gli scribi del popolo, si informava da loro sul luogo in cui doveva nascere il Cristo. Gli risposero: «A Betlemme di Giudea, perché così è scritto per mezzo del profeta: E tu, Betlemme, terra di Giuda, non sei davvero l'ultima delle città principali di Giuda: da te infatti uscirà un capo che sarà il pastore del mio popolo, Israele». Allora Erode, chiamati segretamente i Magi, si fece dire da loro con esattezza il tempo in cui era apparsa la stella e li inviò a Betlemme dicendo: «Andate e informatevi accuratamente sul bambino e, quando l'avrete trovato, fatemelo sapere, perché anch'io venga ad adorarlo». Udito il re, essi partirono. Ed ecco, la stella, che avevano visto spuntare, li precedeva, finché giunse e si fermò sopra il luogo dove si trovava il bambino. Al vedere la stella, provarono una gioia grandissima. Entrati nella casa, videro il bambino con Maria sua madre, si prostrarono e lo adorarono. Poi aprirono i loro scrigni e gli offrirono in dono oro, incenso e mirra. Avvertiti in sogno di non tornare da Erode, per un'altra strada fecero ritorno al loro paese. 

La domanda dei magi: "Dov'è colui che è nato, il re dei giudei ?" (v. 2) costituisce, forse, il tema principale del brano. Ciò che più meraviglia è il fatto che essa è formulata da persone estranee al popolo d’Israele, ancora lontane dalla salvezza, ma che presto prenderanno il posto del popolo eletto. I magi erano gli appartenenti alla casta sacerdotale della Persia. Più tardi, con questo nome furono designati i teologi, i filosofi e gli scienziati orientali. Essi con il loro viaggio a Betlemme anticipano e preannunciano la venuta dei popoli pagani al Vangelo. 
Il valore cristologico di questo brano (Cristo, salvezza dei popoli) è il significato centrale che va salvaguardato sempre. Le altre spiegazioni moraleggianti o allegoriche, in particolare a proposito dei doni e del loro significato, valgono quello che valgono. 7 Sono i pagani che, per primi, si muovono per la nascita del "re dei giudei" e vanno a cercarlo. Essi giungono naturalmente a Gerusalemme (cf. Is 60,3-6). Lì i magi incontrano e interrogano gli ebrei e la loro storia sacra. 
Questi attestano con sicurezza che le Scritture annunciano il Messia, ma non sono in grado di riconoscerlo nel Bambino di Betlemme. I giudei sono capaci di scrutare le Scritture e di scoprire il luogo della nascita del Messia predetto dal profeta, ma non fanno un passo per trovarlo, per mettersi almeno al seguito degli adoratori stranieri. 
Il loro raduno nella reggia d’Erode sembra piuttosto un consiglio di guerra che una serena ricerca della volontà di Dio. La capitale messianica, la piccola Betlemme, minima tra le città di Giuda, fa ombra alla grande Gerusalemme; questa si lancerà con tutte le sue forze contro di lei, ma inutilmente: il Messia sfuggirà ai suoi attacchi. 
Il comportamento d’Erode, dei sacerdoti, degli scribi e del popolo contro Gesù è lo stesso che le autorità e il popolo di Gerusalemme assumeranno contro il Cristo durante gli anni della sua vita pubblica e nei giorni della sua passione, morte e risurrezione. E lo stesso atteggiamento assumeranno contro i predicatori del vangelo e i continuatori della sua opera. 
Un doppio movimento antitetico percorre questo racconto: quello del rifiuto degli ebrei e quello dell’accoglienza dei pagani. Ritroveremo questa contrapposizione lungo tutto il vangelo. La salvezza dei pagani è una verità presente nell’Antico Testamento e nella tradizione giudaica (cf. Gen 12,3; Is 2,2-5; Sal 47), 
Se ad Israele è dato di scoprire Dio attraverso la loro storia, i pagani devono venire a lui attraverso gli splendori della creazione (cf. Dt 4,15-20): gli astri narrano la gloria dell’unico Dio (cf. Sal 19,2-7) e rivelano la potenza del loro creatore (cf. Sap 13,1-9). 
Pare che qui Matteo si riferisca al racconto di Nm 22-24 e ne faccia un commento alla maniera dei targumim palestinesi, che sono traduzioni spiegate dell’Antico Testamento. Sia nel Libro dei Numeri che in questo brano di Mat- teo, dei magi pagani incontrano un re st raniero: Balac che vuole maledire il popolo di Dio (cf. Nm 22,11; 23,7), Erode che vuol far morire il re dei giudei (Mt 2,8). I magi però, nei due casi, assumono un atteggiamento contrario alla volontà dei due re, benedicendo e adorando colui che dovevano condannare (cf. Nm22,18; 23,8-9; Mt 2,11); inoltre annunciano una stella luminosa (cf. Nm 24,17; Mt 2,2) e se ne tornano ai loro paesi tranquilli e contenti (cf. Nm 24,25; Mt 2,12). 
Matteo vuole associare i pagani, fin dall’inizio della vita di Gesù, all’instaurazione del regno universale di Dio. Gesù è la luce che illumina i popoli (cf. Is 9,1-5; 60,1-6) ; è la sapienza che sorpassa quella di Salomone e attira a sé tutti i re e i sapienti della terra (cf. 1Re 10,1-13; 4,14). 
La venuta dei pagani comporta il riconoscimento del domini o universale del Cristo. Ma come si è già detto, per Matteo è importante il contrasto che la venuta dei magi crea con il rifiuto degli ebrei: la salvezza accettata da chi viene da lontano, è trascurata dai vicini (cf Mt 8,11-12; 22,1-14). 
I magi ricevono in sogno l’avvertimento di non tornare pi ù da Erode. Essi sono esperti anche nell’interpretazione dei sogni. Questi uomini di Dio, ubbidienti, "per un’altra strada fecero ritorno al loro paese" (v. 12). 
Padre Lino Pedron
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Preghiera del mattino 6/I/2014

Gesù, nostro Salvatore, allontana ogni ostacolo dal cammino di coloro che ti cercano e concedi loro, dopo che ti hanno trovato e dopo che hanno ricevuto la tua luce, la santa gioia di offrire ad altri ciò che hanno ricevuto.
A noi che ti preghiamo all'inizio di questa giornata concedi la grazia di avere sempre per stella la Madre di Dio: Maria ci guidi verso di te, che sei la luce eterna.
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domenica 5 gennaio 2014

Il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi

Gv 1, 1-18 
In principio era il Verbo, e il Verbo era presso Dio e il Verbo era Dio. Egli era, in principio, presso Dio: tutto è stato fatto per mezzo di lui e senza di lui nulla è stato fatto di ciò che esiste. In lui era la vita e la vita era la luce degli uomini; la luce splende nelle tenebre e le tenebre non l'hanno vinta. Venne un uomo mandato da Dio: il suo nome era Giovanni. Egli venne come testimone per dare testimonianza alla luce, perché tutti credessero per mezzo di lui. Non era lui la luce, ma doveva dare testimonianza alla luce. Veniva nel mondo la luce vera, quella che illumina ogni uomo. Era nel mondo e il mondo è stato fatto per mezzo di lui; eppure il mondo non lo ha riconosciuto. Venne fra i suoi, e i suoi non lo hanno accolto. A quanti però lo hanno accolto ha dato potere di diventare figli di Dio: a quelli che credono nel suo nome, i quali, non da sangue né da volere di carne né da volere di uomo, ma da Dio sono stati generati. E il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi; e noi abbiamo contemplato la sua gloria, gloria come del Figlio unigenito che viene dal Padre, pieno di grazia e di verità. Giovanni gli dà testimonianza e proclama: «Era di lui che io dissi: Colui che viene dopo di me è avanti a me, perché era prima di me». Dalla sua pienezza noi tutti abbiamo ricevuto: grazia su grazia. Perché la Legge fu data per mezzo di Mosè, la grazia e la verità vennero per mezzo di Gesù Cristo. Dio, nessuno lo ha mai visto: il Figlio unigenito, che è Dio ed è nel seno del Padre, è lui che lo ha rivelato. 

Il vangelo di Giovanni è la più acuta interpretazione dell’evento-Gesù, che gli ha fatto meritare il nome di "vangelo spirituale" (Eusebio). Il prologo, o introduzione, che oggi leggiamo, descrive, in forma poetica, l’opera di Gesù- Verbo e persona divina nell'ampio orizzonte biblico del piano della salvezza, che Dio ha tracciato per l’uomo. Il prologo è il riassunto concentrato del contenuto del vangelo di Giovanni, che può essere paragonato al tema che viene dato all'inizio di un’opera musicale. Il prologo del vangelo secondo Giovanni è un inno cristiano primitivo, che è stato adattato per servire da introduzione al racconto evangelico della vita della Parola incarnata. A differenza di Matteo e Luca, i quali danno inizio al loro vangelo con la storia della nascita di Gesù nel tempo, Giovanni prende le mosse molto più da lontano e ricorda ai suoi lettori che l'origine vera della sua mirabile vita è nelle profondità dell'esistenza eterna di Dio. In questa prima pagina del vangelo, Giovanni canta l'opera della Parola, persona divina, che è luce e vita dell'umanità, diventata uomo per rivelare al mondo la salvezza piena e perfetta, comunicandola a quanti credono in lui, l'Unigenito del Padre. Egli è l'unico rivelatore definitivo di Dio perché è l'unica persona che vede Dio e vive rivolto presso il Padre. L'importanza di questo brano poetico è eccezionale per l'intera teologia cristiana. È una delle pagine più sublimi di tutta la letteratura del Nuovo Testamento. È una delle perle più preziose di tutta la Bibbia. Giovanni colloca il Verbo in Dio, presentandone la preesistenza eterna, l'intimità di vita con il Padre e la sua natura divina. Il termine "Verbo" ha come sottofondo la letteratura sapienziale e il tema biblico della parola di Dio nell'Antico Testamento, dove sia la Sapienza che la Paro la vengono presentate come " persona" legata a Dio e mandata da Dio nel mondo per orientarlo verso la vita. Il Verbo è forza che crea, rivelazione che illumina, persona che comunica la vita di Dio. Il Verbo non solo è vicino al Padre, ma rivolto verso il Padre in atteggiamento di ascolto e di obbedienza. Giovanni afferma con chiarezza, fin dalle prime parole del suo vangelo, che nel Dio unico esiste una pluralità di persone. Per l'uomo della Bibbia "la parola" è l'espressione più profonda e intima di una persona, e lo stesso Dio non sarebbe Dio se non comunicasse la sua Parola dal fondo del suo essere. Anche per l'evangelista Giovanni è così. Il Verbo è generato eternamente dal profondo del seno del Dio-Amore; egli è il volto del Padre, è l'uguaglianza nella diversità delle due persone che si amano e si comunicano. Con questi primi versetti Giovanni ci introduce nel mistero della rivelazione eterna di Cristo. 
Dopo i primi due versetti introduttivi, Giovanni ci presenta il ruolo del Verbo nella creazione dell'universo e nella storia della salvezza: "Tutto accadde per mezzo di lui e senza di lui non accadde nulla (v. 3). Il Verbo spinge tutte le cose all'essere e alla salvezza in quanto esse partecipano alla comunione di vita con lui. 
Tutta la storia appartiene a lui. Tutte le cose sono opera del Figlio di Dio, di Gesù di Nazaret. Ogni uomo è fatto per la luce ed è chiamato ad essere illuminato dal Verbo con la luce eterna di Dio, che è la vi- ta stessa del Padre donata al Figlio. La luce di Cristo splende su ogni uomo che viene nel mondo e le tenebre lottano per eliminarla. 
Tuttavia l'ambiente del male, che si oppone alla luce di Dio e alla parola di Gesù-Verbo, non riesce ad avere il sopravvento e a vincere. La luce venuta nel mondo è preceduta da un testimone, Giovanni il Battista, che ha la missione di parlare a favore della luce. Questo uomo mandato da Dio ha un compito ben definito nel piano della salvezza, e lo stesso suo nome "Giovanni" lo rivela: annunciare che "Dio è pieno di amore misericordioso" per tutta l'umanità. Il ruolo del Battista è unico: "venne come testimone, per dare testimonianza alla luce, affinché tutti credessero per mezzo suo" (v. 7). Giovanni è il testimone di Gesù che riceve la testimonianza che il Padre dà al Figlio nel battesimo e che vede lo Spirito scendere e rimanere su Gesù (Gv 1,32-34). Egli è colui che conduce l'uomo alla fede in Gesù-Luce. 
Gesù è la luce autentica e perfetta che appaga le aspirazioni umane; la sola che dà senso a tutte le altre luci che appaiono nella scena del mondo. Questa luce divina illumina ogni uomo che nasce in questo mondo. È la luce che si offre nell'intimo di ogni essere come presenza, stimolo e salvezza. Gesù-Verbo, presente tra gli uomini con la sua venuta , è vicino ad ogni uomo. Benché fosse già nel mondo come creatore e come centro della storia, "il mondo non lo riconobbe" (v. 10), cioè gli uomini non hanno creduto nel Verbo incarnato e nella sua missione di salvatore. Al rifiuto del mondo, Giovanni ne aggiunge un altro ancora più grave: "È venuto tra la sua gente e i suoi non l'hanno accolto" (v. 11). In altri termini: la Parola del Signore è venuta nel popolo ebraico, ma Israele l'ha respinta. È presente qui il lungo cammino dell'umanità che, nonostante il progetto di amore e di vita voluto da Dio, ha perso col peccato l'orientamento di tutto il suo essere e non ha riconosciuto il piano amoroso e salvifico di Dio. 
Se il comportamento dell'umanità, e in particolare quello d'Israele, è stato di netto rifiuto di Gesù-Verbo, tuttavia, un gruppo di persone, un "resto di Israele", l'ha accolto e ha dato una risposta positiva al suo messaggio, stabilendo un nuovo rapporto con Dio: "A quanti l'hanno accolto, ha dato il potere di diventare figli di Dio" (v. 12). 
Solo coloro che accolgono il Verbo e credono nella sua persona divi na diventano figli di Dio, perché sono nati da Dio e non da elementi umani. Questo dono della figliolanza divina si accoglie credendo nel Cristo e approfondendo la nostra vita di fede in lui. Accogliere il Verbo significa "credere nel nome" di Gesù , ossia aderire pienamente alla sua persona, impegnare la propria vita al suo servizio. Il versetto 14 è come la sintesi di tutto l'inno: si afferma solennemente l'incarnazione del Figlio di Dio. Il vangelo afferma che "il Verbo divenne carne", cioè che la Parola si è fatta uomo, nella sua fr agilità e impotenza come ogni creatura, nascendo da una donna, Maria. 
È questo l'annuncio da credere per essere salvati: "Ogni spirito che riconosce Gesù Cristo venuto nella carne, è da Dio; ogni spirito che non riconosce Gesù, non è da Dio" (1Gv 4,2-3). L'espressione "e pose la sua tenda in mezzo a noi" sottolinea lo scopo dell'incarnazione: Dio dimora con il suo popolo stabilmente e per sempre (cf. Ap 7,15). La sua presenza è nella vita stessa dell'uomo e nella carne visibile di Gesù (cf. Gv 2,19-22). I discepoli hanno contemplato nella fede il mistero di Gesù-Verbo, cioè la gloria che egli possiede come Unigenito venuto da presso il Padre (v. 14). 
Gesù è la rivelazione di Dio, ma in un modo nascosto e umile. Nel vangelo di Giovanni la gloria del Signore è qualcosa di interiore che solo l'uomo di fede può comprendere. La "gloria" di Cristo è la verità del suo mistero: la rivelazione nell'uomo-Gesù del Figlio di Dio venuto da presso il Padre. 
La "grazia della verità" (v. 14) nel linguaggio biblico è il dono della rivelazione che Dio ha offerto all'uomo. La ve- rità, in Giovanni, indica la rivelazione piena e perfetta della vita divina. Il Verbo incarnato è "pieno della verità", os- sia è tutto quanto rivelazione. Gesù è "la verità" (Gv 14,6) ossia la rivelazione definitiva e totale. 
E questa verità è la "grazia" del Padre, il dono supremo che ci ha fatto il Padre. Tutta la vita di Gesù è manifestazione di Dio, ma per l'evangelista il momento centrale in cui si manifesta la glo- ria di Dio in tutta la sua potenza è la croce: l'innalzamento di Gesù è la sua glorificazione. 
Può sembrare paradossale dire che la croce è la glorificazione, ma tutto diventa luminoso se pensiamo che Dio è amore (1Gv 4), e la sua manifestazione è dunque là dove appare l'Amore. È sulla croce che l'amore di Dio rifulge in tutta la sua penetrante luce e pienezza. I credenti sono coloro che hanno ricevuto "dalla pienezza" (v. 16) di Gesù-Verbo il dono della rivelazione, che sostituisce ormai quella della legge antica. 
Ogni credente può attingere a piene mani da questa fonte di vita ed essere partecipe del dono della verità che è in Gesù. La vita di figlio di Dio entra nell'uomo mediante la fede. Il Figlio di Dio infatti si è fatto uomo per rendere tutti gli uomini partecipi della sua realtà di Figlio e introdurli nella vita di Dio . "Dalla sua pienezza noi tutti abbiamo ricevuto una grazia al posto di un'altra grazia" (v. 16). 
Quali sono le due grazie di cui si parla? 
Il v. 17 ci aiuta a comprenderne il se nso. Le due grazie sono la legge di Mosè e quella di Cristo. Per Giovanni, la storia della salvezza abbraccia due momenti fondamentali: il dono della legge nella rivelazione provvisoria del Sinai e "la grazia della verità" nella rivelazione definitiva di Gesù. 
Le due tappe della rivelazione non sono in contrasto tra loro: Mosè è il rivelatore imperfetto della legge e il mediatore umano tra Dio e Israele, Gesù invece è il Rivelatore perfetto e definitivo della Parola e il Mediatore umano-divino tra il Padre e l'umanità. 
Infine il versetto finale del prologo offre un'ulteriore spiegazione del perché Gesù è il compimento della legge di Mosè: perché Dio si rivela in Gesù. Solo il Figlio unigenito ha potuto rivelare il Padre perché nessuno ha mai visto Dio se non il Figlio unigenito che ce l'ha rivelato (v. 18). 
Il "seno" del Padre nel linguaggio biblico è l'immagine tipica dell'amore e dell'intimità: tutta la vita di Gesù si svolse come vita filiale in un atteggiamento di ascolto e di obbedienza al Padre, in un rapporto di amore con il Padre e come manifestazione del Padre. 
Padre Lino Pedron
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Preghiamo 5-1-2014

Dio, Creatore del cielo e della terra, Padre di Gesù e Padre nostro, nella tua infinita misericordia ti sei chinato sulla miseria dell'uomo e ci hai donato Gesù, tuo Figlio, nostro salvatore e amico, fratello e redentore. A te, Padre, la nostra lode perenne! 
Giovanni Paolo II 

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Madre Teresa di Calcutta/58

La santità non è un privilegio destinato a pochi, bensì un obbligo per tutti. I peccati e gli errori della Chiesa sono i nostri stessi peccati e i nostri errori.
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Angelo Custode/70

Più la nostra unione è stretta, più chiaramente puoi percepire i miei consigli. La preghiera vi provvede, così come una coscienza sempre più viva della mia presenza accanto a te, del mio amore e della mia totale devozione.
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Preghiera del mattino 5/I/2014

Mio Dio, Padre di infinita potenza, ti ringrazio perché mi hai svegliato a celebrare il tuo amore che si rivela nell'Incarnazione del tuo Figlio unigenito. 
Verbo incarnato per amore: che questo giorno sia una lode perenne della tua umiltà. Nello Spirito Santo, che in te, divenuto carne, si è abituato a riposare nel cuore umano.
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sabato 4 gennaio 2014

Abbiamo trovato il Messia

Gv 1,35-42 
Il giorno dopo Giovanni stava ancora là con due dei suoi discepoli e, fissando lo sguardo su Gesù che passava, di sse: «Ecco l'agnello di Dio!». E i suoi due discepoli,sentendolo parlare così, seguirono Gesù. Gesù allora si voltò e, osservando che essi lo seguivano, disse loro: «Che cosa cercate?». Gli risposero: «Rabbì - che, tradotto, significa Maestro -, dove dimori?». Disse loro: «Venite e vedrete». Andarono dunque e videro dove egli dimorava e quel giorno rimasero con lui; erano circa le quattro del pomeriggio. Uno dei due che avevano udito le parole di Giovanni e lo avevano seguito, era Andrea, fratello di Simon Pietro. Egli incontrò per primo suo fratello Simone e gli disse: «Abbiamo trovato il Messia» - che si traduce Cristo - e lo condusse da Gesù. Fissando lo sguardo su di lui, Gesù disse: «Tu sei Simone, il figlio di Giovanni; sarai chiamato Cefa» - che significa Pietro. 

Chi legge il vangelo di Giovanni rimane colpito fin dall'inizio dal mistero della persona di Gesù e della sua gran- de umanità, che colma e soddisfa le aspirazioni fondamentali dell'uomo. Gesù, come ogni uomo, è conoscibile soprattutto dalle relazioni che si instaurano con lui e dal rapporto che egli ha con la singola persona. 
Il brano di oggi mette in luce il rapporto tra Gesù e i primi discepoli. Il testo presenta il fatto storico della loro chiamata e il messaggio teologico sulla fede che porta a seguire Gesù. Giovanni vuole offrire ai suoi lettori i tratti caratteristici dell'essere discepolo, cioè la fede come esperienza vissuta nell'incontro e nell'adesione alla persona del Cristo. 
Gesù è il Rivelatore che il discepolo accoglie nella fede (cf. Gv 1,12; 20,29-31). 
Il Battista vede Gesù che cammina e, penetrando nell'intimo del cuore del Signore, lo indica ai suoi. La sua missione di precursore sta ormai per finire. Quando arriva lo sposo, l'amico delle sposo si deve ritirare (cf. Gv 3,29-30). Il passaggio di Gesù indica al Battista che per lui è arrivata l'ora di fermarsi per lasciare il posto al Cristo. I due discepoli del Battista diventano discepoli di Gesù e si assumono anch'essi il compito di rendergli testimo- nianza, camminando dietro a lui. Essi rappresentano il passaggio dall'epoca dell'Antico Testamento, che ha il suo vertice e compimento nel Battista, al Nuovo Testamento, dove il regno di Dio arriva con Gesù. 
Le prime parole che Gesù pronuncia nel vangelo di Giovanni sono la prima e fondamentale domanda che è ri- volta ad ogni uomo che intenda seguire il Cristo: "Che cercate?" (v. 38; cf. 18,4; 20,15). 
Sono un invito per il discepolo a chiarire a sé stesso che cosa cerca realmente nella vita. Con questa semplice domanda, Gesù scava nel cuore degli uomini, fa appello ai loro profondi desideri e fa emergere i loro pensieri più veri. 
Gesù bisogna cercarlo, perché egli si concede solo a chi lo cerca impegnando tutto sé stesso. Il venire a Gesù, il vedere dove sta per rimanere con lui sono espressioni che contengono l'invito a fare una diretta esperienza personale con lui e descrivono un vero cammino di fede. 
È essenziale sapere dove Gesù "vive", perché là dove Gesù è a casa sua, anche il discepolo troverà la propria dimora. Il "luogo" dove sta Gesù è il Padre (cf. Gv 1,18; 12,45; 14,3-9; 17,6-11). Anche il discepolo deve collocarsi a partire da questo luogo (cf. Gv 12,26); deve "dimorare" presso Gesù. L'uso del verbo "dimorare" nel vangelo di Giovanni indica la c ondizione essenziale per entrare gradualmente nel mistero di Cristo. 
L'incontro dei primi discepoli con Gesù è decisivo e avvia una presenza durevole, indicata dall'ora decima, che è "l'ora perfetta della storia del mondo" (cf. Filone, Vita di Mosè 1,96), l'ora del compimento, in cui si conclude la ricerca dei discepoli: l'incontro con Gesù. I discepoli ora seguono Gesù non per impulso di altri, ma perché affascinati da un'esperienza personale. Da questo momento, essi incominciano a chiamare altri a seguirl o. Il loro annuncio è la comunicazione di una certezza: Gesù è il Messia. Ogni chiamata riproduce sempre il loro itinerario spirituale di vita: annuncio, conoscenza ed esperienza diretta di Gesù. Così Andrea si fa guida del fratello Simone verso Gesù. Egli, prima testimonia la sua fede, comunicando l'esperienza avuta con il Messia, poi stimola il fratello a vivere in prima persona l'esperienza che lui ha vissuto. Lo sguardo con cui il Maestro accoglie Simone è così pr ofondo che basta a capovolgerne la vita. Simone riceve il nome di Pietro dalla "Pietra spirituale" che è Cristo (cf 1Cor 10,4). 
Padre Lino Pedron
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Preghiera del mattino 4/I/2014

Signore Gesù, ti sto cercando. 
Nella mia vita di dubbi e di incertezze, desidero vedere il tuo volto, percepire la tua presenza. 
Aprimi gli orecchi, perché senta la tua voce che mi chiama, aprimi il cuore, perché percepisca il tuo amore, e veda quale spazio tu occupi nel mio cuore e possa gioire della tua presenza.
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venerdì 3 gennaio 2014

Messaggio Medjugorje a Mirjana 2/1/2014

Cari figli, 
per poter essere miei apostoli e per poter aiutare tutti coloro che sono nella tenebra a conoscere la luce dell’amore di mio Figlio, dovete avere cuori puri ed umili. 
Non potete essere d’aiuto affinché mio Figlio nasca e regni nei cuori di coloro che non lo conoscono, se Egli non regna, se non è il Re nel vostro cuore. Io sono con voi, cammino con voi come Madre, busso ai vostri cuori: non possono aprirsi, perché non sono umili. 
Io prego - ma pregate anche voi, figli miei amati, - affinché possiate aprire a mio Figlio cuori puri ed umili e ricevere i doni che vi ha promesso. 
Allora sarete guidati dall'amore e dalla forza di mio Figlio. 
Allora sarete miei apostoli, che diffonderanno ovunque attorno a loro i frutti dell’amore di Dio. 
A partire da voi e attraverso di voi agirà mio Figlio, perché sarete una cosa sola. 
A questo anela il mio Cuore materno: all'unità di tutti i miei figli per mezzo di mio Figlio. 
Con grande amore benedico e prego per gli eletti di mio Figlio: per i vostri pastori. 
Vi ringrazio.
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Ecco l’agnello di Dio

Gv 1,29-34 
Il giorno dopo, vedendo Gesù venire verso di lui, disse: «Ecco l'agnello di Dio, colui che toglie il peccato del mondo! Egli è colui del quale ho detto: «Dopo di me viene un uomo che è avanti a me, perché era prima di me». Io non lo conoscevo, ma sono venuto a battezzare nell'acqua, perché egli fosse manifestato a Israele». Giovanni testimoniò dicendo: «Ho contemplato lo Spirito discendere come una colomba dal cielo e rimanere su di lui. Io non lo conoscevo, ma proprio colui che mi ha inviato a battezzare nell'acqua mi disse: «Colui sul quale vedrai discendere e rimanere lo Spirito, è lui che battezza nello Spirito Santo». E io ho visto e ho testimoniato che questi è il Figlio di Dio». 

Per comprendere bene la testimonianza di Giovanni Battista, bisogna chiarire cosa significa il termine "giudei". Nel linguaggio del Vangelo di Giovanni, essi sono i capi religiosi che entrano in polemica con Gesù, sono gli avversari di Gesù e di Giovanni Battista, sono i rappresentanti del mondo che non crede. Essi vanno distinti dagli "israeliti", che sono invece quelli che ascoltano la parola di Gesù (cfr Gv 1,47) e sono i "poveri di Dio", il "resto d’Israele" che attende il Messia. 
La delegazione, composta da persone autorevoli, come sacerdoti e leviti, pone al Battista la fondamentale do- manda della sua identità: "Tu chi sei?". Giovanni confessa con schiettezza di non essere il Cristo, il Salvatore atte- so da Israele. A questa prima risposta negativa seguono altre domande deg li inviati: "Chi sei allora, sei Elia?...Sei tu il profeta?" (v. 21). Il Battista risponde con prontezza e decision e anche a queste domande. Egli non è Elia o il Profeta, personaggi attesi per il tempo messianico. Il disorientamento dei suoi interlocutori è grande. Agli inviati, che ancora una volta cercano una spiegazione sul- la sua identità, presenta sé stesso con le parole d’Isaia: "Voce di uno che grida nel deserto" (v. 23), e prepara la via al Cristo, vera salvezza. 
Egli è la voce che invita a ritornare nel deserto per preparare spiritualmente il cammino al Messia. Egli non richiama l’attenzione su di sé, ma su colui che sta per arrivare. I giudei, però, non sono soddisfatti delle sue risposte e gli domandano ancora: "Perché dunque battezzi, se tu non sei il Cristo, né Elia, né il Profeta?" (v. 24). Ed egli con la sua precisa risposta giustifica il suo operato e la sua missione: "Io battezzo con acqua" (v. 26). Giovanni prat ica questo rito perché ogni uomo si disponga ad accogliere la rivelazione del salvatore d’Israele. 
La definitiva conferma che egli non è il Messia, Giovanni la dà ai suoi interlocutori affermando che il Cristo è già presente in mezzo al popolo. Egli non accosta la sua persona a quella del Salvatore per fare un confronto, ma solo per mettere in risalto la grandezza e la dignità del Cristo . La sua vita ha dimensioni d’eternità e Giovanni non è de- gno di rendergli il più umile dei servizi, come quello di slacciare i sandali, che pure era un compito riservato agli schiavi. 
La subordinazione del Battista a Gesù è totale. Con la parola e con la vita egli offre al Messia una testimonianza che cerca di suscitare la fede di tutti verso il grande scono sciuto che vive tra gli uomini e che essi non conoscono. La sua umiltà e la sua fedeltà sono esemplari: egli allontana sempre più l’attenzione e lo sguardo da sé per orienta- re tutti verso il suo Signore. 
Padre Lino Pedron
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Preghiera del mattino 3/I/2014

Gesù, Agnello di Dio, come è possibile che il Battista ti abbia riconosciuto in mezzo alla folla? 
Senza dubbio è potuto accadere grazie alla straordinarietà della sua visione. 
Dal momento in cui sussultò di gioia nel grembo della madre, Giovanni Battista visse solo per essere al tuo servizio. 
Tale devozione totale potrebbe spaventarci; eppure lui ci assicura che in essa è la vera gioia. 
Fa' che la gioia, il coraggio e la perseveranza di Giovanni Battista ci aiutino a seguirti anche verso mete sconosciute ed imprevedibili.
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giovedì 2 gennaio 2014

Preghiamo 2-1-2014

Signore Gesù Cristo, Eterno Figlio dell'Eterno Padre, nato dalla Vergine Maria, noi ti chiediamo di continuare a rivelarci il mistero di Dio! 
Donaci di riconoscere in te ``l'immagine del Dio invisibile'', affinché possiamo trovarlo in te, nella tua divina Persona, nel calore della tua umanità, nell'amore del tuo Cuore. 
Giovanni Paolo II

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Madre Teresa di Calcutta/57

“Che cosa faccio per essere felice? Molto semplice. Prego e lavoro per Gesù, con Gesù e per mezzo di Gesù. Lo servo con le mie mani. Porto nel cuore i poveri, e servendo ed amando i poveri, servo ed amo Gesù”.
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Angelo Custode/69

Io sono accanto a te per servirti. Utilizzami. Puoi inviarmi per una missione precisa presso l’Angelo custode di tutte le persone. Giovanni XXIII inviava spesso il suo Angelo custode in missione, come Pio XI. Io provo una grande gioia nel servirti, come nel vederti crescere interiormente. La tua anima ha un valore infinito per il Signore.
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Preghiera di capodanno

Accogli o Padre Santo, Dio eterno e onnipotente.
Accogli questo Anno che oggi incominciamo.
Sin dal primo giorno, sin dalle prime ore, desideriamo offrire a Te, che sei senza inizio, questo nuovo inizio.
Questa data ci accompagnerà nel corso di molte ore, giorni, settimane e mesi.
Giorno dopo giorno apparirà davanti a ciascuno di noi come un nuovo frammento del futuro, che subito dopo cadrà nel passato così come del passato fa ora parte l'intero anno trascorso.
L'anno Nuovo appare davanti a noi, come una grande incognita, come uno spazio che dovremo riempire con un contenuto, come una prospettiva di avvenimenti sconosciuti e di decisioni da prendere.
Come una nuova tappa e un nuovo spazio della lotta di ogni essere umano e insieme a livello della famiglia, della società, delle nazioni... dell'umanità intera.
Giovanni Paolo II - 2 gennaio 1986
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Dopo di me verrà uno che è prima di me

Gv 1,19-28 
Questa è la testimonianza di Giovanni, quando i Giudei gli inviarono da Gerusalemme sacerdoti e leviti a interrogarlo: «Tu, chi sei?». Egli confessò e non negò. Confessò: «Io non sono il Cristo». Allora gli chiesero: «Chi sei, dunque? Sei tu Elia?». «Non lo sono», disse. «Sei tu il profeta?». «No», rispose. Gli dissero allora: «Chi sei? Perché possiamo dare una risposta a coloro che ci hanno mandato. Che cosa dici di te stesso?». Rispose: «Io sono voce di uno che grida nel deserto: Rendete diritta la via del Signore, come disse il profeta Isaia». Quelli che erano stati inviati venivano dai farisei. Essi lo interrogarono e gli dissero: «Perché dunque tu battezzi, se non sei il Cristo, né Elia, né il profeta?». Giovanni rispose loro: «Io battezzo nell'acqua. In mezzo a voi sta uno che voi non conoscete, colui che viene dopo di me: a lui io non sono degno di slegare il laccio del sandalo». Questo avvenne in Betània, al di là di Giordano, dove Giovanni stava battezzando. 

Per comprendere bene la testimonianza di Giovanni Battista, bisogna chiarire cosa significa il termine "giudei". Nel linguaggio del Vangelo di Giovanni, essi sono i capi religiosi che entrano in polemica con Gesù, sono gli avver- sari di Gesù e di Giovanni Battista, sono i rappresentant i del mondo che non crede. Essi vanno distinti dagli "israe- liti", che sono invece quelli che ascoltano la parola di Gesù (cfr Gv 1,47) e sono i "poveri di Dio", il "resto d’Israele" che attende il Messia. La delegazione, composta da persone autorevoli, come sacerdoti e leviti, pone al Battista la fondamentale do- manda della sua identità: "Tu chi sei?". Giovanni confessa con schiettezza di non essere il Cristo, il Salvatore atte- so da Israele. 
A questa prima risposta negativa seguono altre domande deg li inviati: "Chi sei allora, sei Elia?...Sei tu il profeta?" (v. 21). Il Battista risponde con prontezza e decision e anche a queste domande. Egli non è Elia o il Profeta, personaggi attesi per il tempo messianico. Il disorientamento dei suoi interlocutori è grande. Agli inviati, che ancora una volta cercano una spiegazione sulla sua identità, presenta sé stesso con le parole d’Isaia: "Voce di uno che grida nel deserto" (v. 23), e prepara la via al Cristo, vera salvezza. Egli è la voce che invita a ritornare nel deserto per preparare spiritualmente il cammino al Messia. 
Egli non richiama l’attenzione su di sé, ma su colui che sta per arrivare. I giudei, però, non sono soddisfatti delle sue risposte e gli domandano ancora: "Perché dunque battezzi, se tu non sei il Cristo, né Elia, né il Profeta?" (v. 24). Ed egli con la sua precisa risposta giustifica il suo operato e la sua missione: "Io battezzo con acqua" (v. 26). 
Giovanni pratica questo rito perché ogni uomo si disponga ad accogliere la rivelazione del salvatore d’Israele. 
La definitiva conferma che egli non è il Messia, Giovanni la dà ai suoi interlocutori affermando che il Cristo è già presente in mezzo al popolo. Egli non accosta la sua persona a quella del Salvatore per fare un confronto, ma solo per mettere in risalto la grandezza e la dignità del Cristo . La sua vita ha dimensioni d’eternità e Giovanni non è degno di rendergli il più umile dei servizi, come quello di slacciare i sandali, che pure era un compito riservato agli schiavi. 
La subordinazione del Battista a Gesù è totale. 
Con la parola e con la vita egli offre al Messia una testimonianza che cerca di suscitare la fede di tutti verso il grande scono sciuto che vive tra gli uomini e che essi non conoscono. 
La sua umiltà e la sua fedeltà sono esemplari: egli allontana sempre più l’attenzione e lo sguardo da sé per orienta- re tutti verso il suo Signore. 
Padre Lino Pedron
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mercoledì 1 gennaio 2014

Richieste di preghiere 1 gen 2014

Cari amici, scusate se mi permetto di chiedervi di pregare per me: è un periodo che sono stanco, abbattuto e peggio; faccio una gran fatica a lavorare, non me ne va bene una e insomma non riesco a cavare un ragno dal buco.
Offro il mio disagio per tutte le intenzioni di questo gruppo, ma vi chiedo d'aiutarmi perché son tentato di sfiducia e di paura.
Che il Signore, per le preghiere della Madonna del rosario, mi sostenga, e ci sostenga tutti, colla sua santa grazia. "Giacché la tua grazia val più della vita, le mie labbra diranno la tua lode."
Grazie di cuore, e che Dio vi benedica tutti.
Sempre uniti nella preghiera. Tommaso 

Vi chiedo una preghiera per due fratelli che non riescono ad andare d'accordo. Grazie. Laura
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