Grazie per il pane, il vento, la terra e l'acqua.
Grazie per la musica e per il silenzio.
Grazie per il miracolo di ogni nuovo giorno.
Grazie per i gesti e le parole di tenerezza.
Grazie per le risate e per i sorrisi.
Grazie per tutto ciò che mi aiuta a vivere, nonostante le sofferenze e lo sconforto.
Grazie a tutti quelli che amo e che mi amano.
E che questi mille ringraziamenti si trasformino in un\'immensa azione di grazie quando mi rivolgo a Te, fonte di ogni grazia e roccia della mia vita.
Grazie per il Tuo amore senza confini.
Grazie per il pane dell'Eucarestia.
Grazie per la pace che viene da Te.
Grazie per la libertà che Tu ci dai.
Con i miei fratelli io proclamo la Tua lode per la nostra vita che è nelle Tue mani e per le nostre anime che Ti sono affidate.
Per i favori di cui Tu ci inondi e che non sempre sappiamo riconoscere.
Dio buono e misericordioso, che il Tuo nome sia benedetto, sempre.
Jean-Pierre Dubois-Dumée
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lunedì 9 dicembre 2013
Oggi abbiamo visto cose prodigiose
Lc 5,17-26
Un giorno stava insegnando. Sedevano là anche dei farisei e maestri della Legge, venuti da ogni villaggio della Galilea e della Giudea, e da Gerusalemme. E la potenza del Signore gli faceva operare guarigioni. Ed ecco, alcuni uomini, portando su un letto un uomo che era paralizzato, cercavano di farlo entrare e di metterlo davanti a lui. Non trovando da quale parte farlo entrare a causa della folla, salirono sul tetto e, attraverso le tegole, lo calarono con il lettuccio davanti a Gesù nel mezzo della stanza. Vedendo la loro fede, disse: «Uomo, ti sono perdonati i tuoi peccati». Gli scribi e i farisei cominciarono a discutere, dicendo: «Chi è costui che dice bestemmie? Chi può perdonare i peccati, se non Dio soltanto?». Ma Gesù, conosciuti i loro ragionamenti, rispose: «Perché pensate così nel vostro cuore? Che cosa è più facile: dire «Ti sono perdonati i tuoi peccati», oppure dire «Àlzati e cammina»? Ora, perché sappiate che il Figlio dell'uomo ha il potere sulla terra di perdonare i peccati, dico a te - disse al paralitico -: àlzati, prendi il tuo lettuccio e torna a casa tua». Subito egli si alzò davanti a loro, prese il lettuccio su cui era disteso e andò a casa sua, glorificando Dio. Tutti furono colti da stupore e davano gloria a Dio; pieni di timore dicevano: «Oggi abbiamo visto cose prodigiose».
L’insegnare e il guarire costituiscono l’attività di Gesù. La fama delle sue guarigioni e della sua dottrina si è diffusa in tutta la Palestina. In questa occasione Gesù opera in una casa. La folla è così numerosa che è impossibile giungere da lui passando per la porta di casa. Ma la fede dei credenti che portano il malato da Gesù non si lascia scoraggiare da questo inconveniente, anzi, la difficoltà aguzza l’ingegno.
La fede vera si fa carico anche delle difficoltà e degli ostacoli, ha perseveranza, coraggio e fantasia, non cerca scuse per desistere, ma sfida le difficoltà. Il malato viene calato all’interno della casa attraverso il tetto scoperchiato. Coloro che portano il paralitico da Gesù non chiedono niente, ma il gesto da loro compiuto è più eloquente di qualunque supplica. Gesù l’interpreta come una dimostrazione di fiducia in lui, accoglie la loro tacita richiesta e dice al paralitico: "Uomo, i tuoi peccati ti sono rimessi" (v. 20). La paralisi è simbolo del peccato che immobilizza l’uomo nel suo cammino verso Dio.
Questo paralitico rappresenta tutta l’umanità incapace di muoversi verso il proprio fine. Sembra che l’accesso a Gesù sia impedito dagli scribi e dai farisei. È forse un’allusione alle difficoltà che incontrano gli esclusi, i peccatori e i pagani per arrivare a Cristo a causa dei farisei di allora e di tutti i tempi. Gli scribi e i farisei sono i rappresentanti e i custodi della legge. E la legge non perdona il peccato: lo evidenzia. Il perdono è una "bestemmia" per qualunque legge perché è contro la sostanza stessa della legge.
Quando la legge viene assolutizzata e assume il valore stesso di Dio, diventa un idolo impersonale, cieco e spietato, presso il quale non esiste tribunale d’appello.
L’uomo è liberato dalla maledizione della legge così intesa, solo se accetta il dono di Dio che è gratuito, cioè l’amore e il perdono, offerti come grazia. Per i farisei è più difficile perdonare i peccati che far camminare un paralitico. Gesù fa le due cose: guarisce il corpo e perdona i peccati. In Gesù è presente sulla terra la potenza di Dio che sana e perdona i peccati. Il paralitico ora cammina sulla via di casa sua e nello stesso tempo ha ripreso a camminare verso la casa del Padre con il quale è stato riconciliato per mezzo del perdono. Ritornando a Dio, l’uomo ritrova veramente sé stesso.
È l’esperienza di risurrezione di tutti coloro che incontrano Gesù. È l’esperienza del battezzato che è risorto a vita nuova e può camminare verso Dio, cantando la sua gioia e la sua riconoscenza.
Padre Lino Pedron
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Un giorno stava insegnando. Sedevano là anche dei farisei e maestri della Legge, venuti da ogni villaggio della Galilea e della Giudea, e da Gerusalemme. E la potenza del Signore gli faceva operare guarigioni. Ed ecco, alcuni uomini, portando su un letto un uomo che era paralizzato, cercavano di farlo entrare e di metterlo davanti a lui. Non trovando da quale parte farlo entrare a causa della folla, salirono sul tetto e, attraverso le tegole, lo calarono con il lettuccio davanti a Gesù nel mezzo della stanza. Vedendo la loro fede, disse: «Uomo, ti sono perdonati i tuoi peccati». Gli scribi e i farisei cominciarono a discutere, dicendo: «Chi è costui che dice bestemmie? Chi può perdonare i peccati, se non Dio soltanto?». Ma Gesù, conosciuti i loro ragionamenti, rispose: «Perché pensate così nel vostro cuore? Che cosa è più facile: dire «Ti sono perdonati i tuoi peccati», oppure dire «Àlzati e cammina»? Ora, perché sappiate che il Figlio dell'uomo ha il potere sulla terra di perdonare i peccati, dico a te - disse al paralitico -: àlzati, prendi il tuo lettuccio e torna a casa tua». Subito egli si alzò davanti a loro, prese il lettuccio su cui era disteso e andò a casa sua, glorificando Dio. Tutti furono colti da stupore e davano gloria a Dio; pieni di timore dicevano: «Oggi abbiamo visto cose prodigiose».
L’insegnare e il guarire costituiscono l’attività di Gesù. La fama delle sue guarigioni e della sua dottrina si è diffusa in tutta la Palestina. In questa occasione Gesù opera in una casa. La folla è così numerosa che è impossibile giungere da lui passando per la porta di casa. Ma la fede dei credenti che portano il malato da Gesù non si lascia scoraggiare da questo inconveniente, anzi, la difficoltà aguzza l’ingegno.
La fede vera si fa carico anche delle difficoltà e degli ostacoli, ha perseveranza, coraggio e fantasia, non cerca scuse per desistere, ma sfida le difficoltà. Il malato viene calato all’interno della casa attraverso il tetto scoperchiato. Coloro che portano il paralitico da Gesù non chiedono niente, ma il gesto da loro compiuto è più eloquente di qualunque supplica. Gesù l’interpreta come una dimostrazione di fiducia in lui, accoglie la loro tacita richiesta e dice al paralitico: "Uomo, i tuoi peccati ti sono rimessi" (v. 20). La paralisi è simbolo del peccato che immobilizza l’uomo nel suo cammino verso Dio.
Questo paralitico rappresenta tutta l’umanità incapace di muoversi verso il proprio fine. Sembra che l’accesso a Gesù sia impedito dagli scribi e dai farisei. È forse un’allusione alle difficoltà che incontrano gli esclusi, i peccatori e i pagani per arrivare a Cristo a causa dei farisei di allora e di tutti i tempi. Gli scribi e i farisei sono i rappresentanti e i custodi della legge. E la legge non perdona il peccato: lo evidenzia. Il perdono è una "bestemmia" per qualunque legge perché è contro la sostanza stessa della legge.
Quando la legge viene assolutizzata e assume il valore stesso di Dio, diventa un idolo impersonale, cieco e spietato, presso il quale non esiste tribunale d’appello.
L’uomo è liberato dalla maledizione della legge così intesa, solo se accetta il dono di Dio che è gratuito, cioè l’amore e il perdono, offerti come grazia. Per i farisei è più difficile perdonare i peccati che far camminare un paralitico. Gesù fa le due cose: guarisce il corpo e perdona i peccati. In Gesù è presente sulla terra la potenza di Dio che sana e perdona i peccati. Il paralitico ora cammina sulla via di casa sua e nello stesso tempo ha ripreso a camminare verso la casa del Padre con il quale è stato riconciliato per mezzo del perdono. Ritornando a Dio, l’uomo ritrova veramente sé stesso.
È l’esperienza di risurrezione di tutti coloro che incontrano Gesù. È l’esperienza del battezzato che è risorto a vita nuova e può camminare verso Dio, cantando la sua gioia e la sua riconoscenza.
Padre Lino Pedron
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meditazione del giorno,
Padre Lino Pedron
domenica 8 dicembre 2013
Madre Teresa di Calcutta/51
“Dobbiamo fare del nostro meglio per tenere lo sguardo libero e sgombro dalle cose di questo mondo, cosicché il nostro servizio al povero possa diventare un unico, generoso atto d’amore. Fu proprio questo “saper vedere” che rese padre Damiano l’apostolo dei lebbrosi, che fece di san Vincenzo de’ Paoli il padre dei poveri, che fece sì che ciascuno di noi abbandonasse ogni cosa per servire i poveri”.
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Angelo Custode/64
L’uomo spesso è diviso tra pensieri diritti e un cuore semplice e pensieri tormentosi, che meditano il male. I primi sono propri di un corpo abitato dalla grazia, gli altri di un corpo asservito al peccato. Come il giardiniere è afflitto dall’erbaccia cattiva che rischia di soffocare il giardino e il raccolto, così estirpa dal tuo cuore ogni pensiero tortuoso che vi potrebbe germo-gliare. Non mettere mai in pericolo lo Spirito Santo che vive in te. E il tuo educatore, lasciati guidare da Lui. Egli lo fa con così tanto amore! La tua docilità gli fa mormorare dolcemente in te “Abba”. Cerca sempre la pienezza in Lui, solo così sarai un essere libero, poiché “dov’è lo Spirito del Signore, là è la libertà” (2 Cor 3,17). Lo Spirito Santo abita in te, non rattristarlo mai più.
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Vergine e Madre
Vergine e Madre Maria, tu che, mossa dallo Spirito, hai accolto il Verbo della vita nella profondità della tua umile fede, totalmente donata all'Eterno,aiutaci a dire il nostro “sì” nell'urgenza, più imperiosa che mai, di far risuonare la Buona Notizia di Gesù.
Tu, ricolma della presenza di Cristo, hai portato la gioia a Giovanni il Battista,
facendolo esultare nel seno di sua madre. Tu, trasalendo di giubilo,hai cantato le meraviglie del Signore.Tu, che rimanesti ferma davanti alla Croce con una fede incrollabile,e ricevesti la gioiosa consolazione della risurrezione,hai radunato i discepoli nell'attesa dello Spirito perché nascesse la Chiesa evangelizzatrice.
Ottienici ora un nuovo ardore di risorti per portare a tutti il Vangelo della vita
che vince la morte. Dacci la santa audacia di cercare nuove strade perché giunga a tutti il dono della bellezza che non si spegne.
Tu, Vergine dell’ascolto e della contemplazione,madre dell’amore, sposa delle nozze eterne, intercedi per la Chiesa, della quale sei l’icona purissima, perché mai si rinchiuda e mai si fermi nella sua passione per instaurare il Regno.
Stella della nuova evangelizzazione, aiutaci a risplendere nella testimonianza della comunione, del servizio, della fede ardente e generosa, della giustizia e dell’amore verso i poveri, perché la gioia del Vangelo giunga sino ai confini della terra e nessuna periferia sia priva della sua luce.
Madre del Vangelo vivente, sorgente di gioia per i piccoli, prega per noi.
Amen. Alleluia.
Papa FRANCESCO
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Tu, ricolma della presenza di Cristo, hai portato la gioia a Giovanni il Battista,
facendolo esultare nel seno di sua madre. Tu, trasalendo di giubilo,hai cantato le meraviglie del Signore.Tu, che rimanesti ferma davanti alla Croce con una fede incrollabile,e ricevesti la gioiosa consolazione della risurrezione,hai radunato i discepoli nell'attesa dello Spirito perché nascesse la Chiesa evangelizzatrice.
Ottienici ora un nuovo ardore di risorti per portare a tutti il Vangelo della vita
che vince la morte. Dacci la santa audacia di cercare nuove strade perché giunga a tutti il dono della bellezza che non si spegne.
Tu, Vergine dell’ascolto e della contemplazione,madre dell’amore, sposa delle nozze eterne, intercedi per la Chiesa, della quale sei l’icona purissima, perché mai si rinchiuda e mai si fermi nella sua passione per instaurare il Regno.
Stella della nuova evangelizzazione, aiutaci a risplendere nella testimonianza della comunione, del servizio, della fede ardente e generosa, della giustizia e dell’amore verso i poveri, perché la gioia del Vangelo giunga sino ai confini della terra e nessuna periferia sia priva della sua luce.
Madre del Vangelo vivente, sorgente di gioia per i piccoli, prega per noi.
Amen. Alleluia.
Papa FRANCESCO
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Solennità dell’Immacolata Concezione della Beata Vergine Maria
Quand'ecco giunse un angelo di Dio
Quand'ecco una gran luce invase la stanzetta e la fece trasalire. In quella luce splendeva più fulgido un angelo di Dio.
Maria non si turbò e non temette, perché era abituata alla compagnia degli angeli; ma si accorse che quel celeste messaggero non era come gli altri, in quel momento. Non aveva un aspetto di maestà, ma sembrava prostrato in riverente ossequio; rifulgeva di luce più grande, poiché portava il più grande messaggio che sia stato mai portato dal Cielo in terra; ma la sua grandezza era velata dall'umiltà.
Sostò per un momento, si curvò e, ammirando il capolavoro di Dio, escla-mò: Ti saluto, o piena di grazia, il Signore è con te; benedetta tu fra le donne. E si fermò adorando Dio che l’aveva fatta così bella, poiché in Lei vedeva i riflessi più luminosi dell’infinita santità.
Maria, l’umilissima Maria si sentiva salutata con parole grandi che per Lei erano incomprensibili; allora si turbò perché quelle parole non avevano eco nel suo Cuore, abituato ad impiccolirsi; erano come un linguaggio sconosciuto per Lei, e pensò che cosa potessero significare. Non sospettò che fossero un elogio, ma temette che fossero un rimprovero, un segno dello scontento di Dio. Si rileva chiaramente da ciò che l’angelo soggiunse: Non temere, perché hai trovato grazia innanzi a Dio.
Si direbbe: è la psicologia delle anime veramente umili; esse si turbano negli elogi, perché sembrano loro un assurdo, e li riguardano come un traviamento del loro cuore, perché ad esse sembrano che manomettano la gloria di Dio.
Maria non si turbò nella visione dell’angelo, come suppongono alcuni, ma nelle sue parole – come dice esplicitamente il Sacro Testo – e, non sapendone intendere il significato, come chi ascolta una lingua sconosciuta, mostrò fino a qual punto giungeva la sua umiltà! Fu in quel momento di abbassamento interiore che l’angelo la preconizzò Madre di Dio: Ecco, concepirai nel tuo seno un figlio e lo chiamerai Gesù. Questi sarà grande e sarà chiamato Figlio dell’Altissimo. Il Signore gli darà la sede di Davide, suo padre, e regnerà in eterno nella casa di Giacobbe, e il suo regno non avrà mai fine. L’angelo disse: Concepirai nel tuo seno e partorirai; dunque, doveva diventare veramente madre; doveva dare nome al suo Figlio Gesù, Salvatore; dunque si compivano i vaticini che annunciarono la salvezza d’Israele e del mondo; il Figlio sarebbe chiamato Figlio dell’Altissimo; e quindi Ella sarebbe stata la Madre di Dio. Avrebbe avuto il regno di Davide in eterno, il vero regno promesso al santo re, il regno della grazia e dell’amore che sarebbe durato in eterno.
Maria rimase pensosa. Ella era sposata a san Giuseppe; aveva promesso a Dio il fiore verginale, e sapeva che l’aveva promesso anche Giuseppe; che cosa doveva fare? Desiderosa solo di compiere la divina volontà voleva sapere come doveva compierla. Maria, in quel momento, fece un atto di virtù più grande di quello di Abramo e, invece di mostrarsi pronta a immolare il proprio figlio, si mostrò pronta anche a rinunciare alla sua verginale integrità, se così a Dio fosse piaciuto. Non è esatto supporre e dire che Maria avrebbe rinunciato alla divina Maternità per non rinunciare alla verginità; questo non sembrerebbe consono alla piena sottomissione di Maria al volere di Dio. La Vergine espose solo la sua particolare condizione, e implicitamente quella di san Giuseppe: Ella non cono-sceva uomo e, dato il suo voto, non poteva conoscerlo se Dio l’avesse voluto, Ella aveva uno sposo vergine che per la sua consacrazione apparteneva a Dio solo; come sarebbe avvenuta la concezione? Ella non poteva rompere il legame che san Giuseppe aveva stretto con Dio, e domandava come sarebbe potuto avvenire il concepimento. Ma l’angelo subito la rassicurò; Ella avrebbe concepito per opera dello Spirito Santo, e la sua verginità, come quella di san Giuseppe, sarebbe rimasta integra.
Le parole dell’angelo non furono una semplice affermazione, furono una gran luce, poiché egli parlava in nome di Dio. Nessuno può capire con quale amoroso rispetto un angelo pronuncia il Nome di Dio, dal quale tutto riceve e nel quale si bea. Gabriele, nel nominare lo Spirito Santo, rifulse d’amore, fruendo dell’eterno Amore e, nell’accennare alla virtù dell’Altissimo, mostrò nel suo volto il suo riverente timore per l’onnipotenza divina. Era fulgido d’amore e prono in adorazione talmente profonda, da far apprezzare l’infinita distanza che sussiste tra la potenza della creatura e quella del Creatore. Maria in quel momento contemplò la potenza di Dio e vi si abbandonò con un atto di fede illimitata. Non aveva bisogno di sapere altro, non aveva bisogno di scrutare, non volle pensare alle conseguenze esterne di una sua concezione miracolosa; curvò l’intelletto e credé, piegò la volontà e si donò, aprì il cuore e amò d’intenso amore Dio.
L’angelo soggiunse che anche Elisabetta, benché sterile, aveva miracolo-samente concepito un figlio, e stava già al sesto mese, perché niente era impossibile a Dio. Era questa la prova umana che dava alla ragione di Maria, perché Dio, nelle sue grandi opere e nelle sue rivelazioni, ha sempre un riguardo delicato per la ragione umana. La fede piena in Lui è in tal modo sostenuta, ed ha una maggiore facilità nel suo slancio. La luce, nella ragione, è come la spinta della catapulta all’aeroplano che deve spingersi al volo senza motore, e lo lancia d’un colpo nell’azzurro del cielo.
Fede e ragione
Si crede prima e poi si ha la luce nella stessa ragione, poiché dall’altezza si può contemplare la valle e misurare l’altezza, mentre dalla valle non può con-templarsi l’orizzonte dell’altezza. È una cosa di grande importanza: non si va alla fede scrutando, ma si può scrutare quando si crede, per amare, contemplare e credere maggiormente.
Gli sforzi della ragione umana precedenti la fede sono utili solo a spingerci a Dio, ricercando da Lui la fede; ma questa è luce trascendente e vivificante che non si trova nelle povere caverne della ragione, appena fosforescenti. È più bello illuminare la ragione col sole della fede che pretendere di far luce col lucignolo della ragione. Noi non ponderiamo quanto è meschina questa nostra ragione di fronte alla luce ineffabile di Dio; per questo le diamo tanta importanza. I santi semplici che si sono abbandonati alla luce di Dio, hanno avuto sempre una ragione illuminata immensamente più di quella dei grandi pensatori della nostra povera terra.
Maria credé: «Ecco la serva del Signore…»
Maria credé al grande mistero che le si annunciò e credé all’effusione dello Spirito Santo in Lei. Curvò la fronte con immensa umiltà, aprì il cuore con piena dedizione, e pronunciò quelle ammirabili parole che dovevano far compiere il grande mistero dell’Incarnazione del Verbo: Ecco la serva del Signore, sia fatto di me secondo la tua parola. Fu un momento solenne che la povera penna non sa rendere; fu il momento delle nozze d’una creatura con l’eterno Amore, e della discesa del Verbo nel suo immacolato seno. Si direbbe che questa discesa d’amore fu come l’immenso peso che fece traboccare la bilancia della misericordia, e sollevò Maria fin là dove il Verbo era disceso, fino alle altezze eterne. Maria si raccolse in silenzio, s’inabissò in Dio, si donò a Lui interamente, umiliandosi fino alla polvere del proprio nulla. Sparì quasi in questo atto di profondissima umiltà, e pregò ardentemente. Avvertì una grande pace, e sentì rifluire nella sua vita una corrente di purezza sterminata.
Il suo corpo sembrava fosse diventato spirito, tanto era luminoso e diafano in quella gran luce che l’adombrava. Fu tutta come un cantico vivente d’amore: cantavano le sue potenze nell’armonia dei doni dello Spirito Santo, rifulgeva l’intelletto di sapienza divina, rifulgeva la volontà tutta unita a quella di Dio, l’inondava una luce immensa di scienza celeste per la quale conversava nei cieli, anzi nella pace amorosa della Santissima Trinità, poiché da quel momento Dio la chiamava quasi nel divino consesso: era infatti la Figlia, la Sposa, la Madre di Dio, aveva in sé l’immagine più grande della Santissima Trinità, era principio generante del Verbo Incarnato, l’aveva nel suo seno, congiunto a sé per l’eterno Amore, e poteva rispondere, come eco, alle eterne parole: Ex utero ante luciferum genui te, dette da Dio Padre, con le parole del suo amore materno: Dal mio seno, nella luce di Dio ti ho generato. È mirabile! Dio parlando della generazione eterna del Figlio paragonò il suo eterno seno all’utero verginale, perché non fosse sembrato strano che da una Vergine un giorno potesse essere concepito il Verbo Incarnato, e Maria poteva paragonare il suo utero al seno eterno di Dio Padre!
Padre Dolindo Ruotolo
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Don Dolindo Ruotolo,
Immacolata
sabato 7 dicembre 2013
Richieste di preghiere 7-12-2013
Carissimi, Sara di 89 anni si è rotta la cuffia della spalla e, vista la sua età difficilmente potrà essere operata. La raccomando alle vostre preghiere, come pure raccomando alle vostre preghiere sua nipote Lux che soffre per questa zia che per tanti anni le ha fatto da mamma, Grazie. Ardea da Trieste
Carissimi, Sara di 89 anni si è rotta la cuffia della spalla e, vista la sua età difficilmente potrà essere operata. La raccomando alle vostre preghiere, come pure raccomando alle vostre preghiere sua nipote Lux che soffre per questa zia che per tanti anni le ha fatto da mamma, Grazie. Ardea da Trieste
Domani, festa di Maria Immacolata, Andrea dirà il suo sì alla chiamata del Signore e riceverà dalle mani del Vescovo, il diaconato. Ringraziamo il Signore per questa chiamata, e per la risposta generosa di Andrea. Questa sera il Rinnovamento nello Spirito di Trieste, si stringerà in preghiera assieme ad Andrea per ringraziare Il Signore della chiamata, e per la risposta generosa di Andrea ed implorare su di lui ogni grazia necessaria per il proseguimento del cammino che lo porterà a diventare sacerdote. Grazie. Ardea da Trieste.
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Carissimi, Sara di 89 anni si è rotta la cuffia della spalla e, vista la sua età difficilmente potrà essere operata. La raccomando alle vostre preghiere, come pure raccomando alle vostre preghiere sua nipote Lux che soffre per questa zia che per tanti anni le ha fatto da mamma, Grazie. Ardea da Trieste
Domani, festa di Maria Immacolata, Andrea dirà il suo sì alla chiamata del Signore e riceverà dalle mani del Vescovo, il diaconato. Ringraziamo il Signore per questa chiamata, e per la risposta generosa di Andrea. Questa sera il Rinnovamento nello Spirito di Trieste, si stringerà in preghiera assieme ad Andrea per ringraziare Il Signore della chiamata, e per la risposta generosa di Andrea ed implorare su di lui ogni grazia necessaria per il proseguimento del cammino che lo porterà a diventare sacerdote. Grazie. Ardea da Trieste.
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Vedendo le folle, ne sentì compassione
Mt 9,35-10,1.6-8
Gesù percorreva tutte le città e i villaggi, insegnando nelle loro sinagoghe, annunciando il vangelo del Regno e guarendo ogni malattia e ogni infermità. Vedendo le folle, ne sentì compassione, perché erano stanche e sfinite come pecore che non hanno pastore. Allora disse ai suoi discepoli: «La messe è abbondante, ma sono pochi gli operai! Pregate dunque il signore della messe, perché mandi operai nella sua messe!». Chiamati a sé i suoi dodici discepoli, diede loro potere sugli spiriti impuri per scacciarli e guarire ogni malattia e ogni infermità. E li inviò ordinando loro: «Rivolgetevi [piuttosto] alle pecore perdute della casa d'Israele. Strada facendo, predicate, dicendo che il regno dei cieli è vicino. Guarite gli infermi, risuscitate i morti, purificate i lebbrosi, scacciate i demòni. Gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date.
Nel v. 35 Matteo introduce il secondo dei suoi cinque discorsi, quello missionario, dandoci una sintesi dell’attività di Gesù per insegnarci che la missione dei discepoli sarà la continuazione di quella del Maestro. Lo slancio della missione di Gesù e dei discepoli nasce dal vedere le folle «stanche e sfinite come pecore senza pastore» e la messe abbondante a cui fa riscontro la scarsità degli operai.
L’attività di Gesù che «andava per tutte le città e i villaggi» per raggiungere tutti e salvare tutti è l’esempio che i discepoli inviati in missione devono tenere sempre davanti agli occhi. La missione di Gesù viene riassunta nei tre verbi insegnare, predicare e curare. Tale sarà anche l’attività dei missionari che egli sta per mandare «alle pecore perdute della casa d’Israele». L’immagine del gregge senza pastore è molto conosciuta nell’Antico Testamento (Nm 27,17; Zc 13,7; Ez 34).
Subito dopo Gesù ricorre ad un’altra immagine dei profeti: la messe (Gl 4,13). Gesù rivolge l’accusa ai pastori d’Israele del suo tempo (Mt 11,28). Egli intende essere il buon pastore del suo popolo (Gv 10), e i suoi discepoli dovranno continuare la sua opera con dedizione e amore gratuito (Mt 10,8; 1Pt 5,1-4).
Come Giosuè prese il posto di Mosè «affinché la comunità del Signore non fosse come un gregge senza pastore » (Nm 27,17), così gli apostoli continueranno la missione di Gesù buon pastore. I discepoli ricevono il duplice comandamento di pregare il padrone della messe e di andare a lavorare nella messe (Mt 9,38; 10,5; cf. Lc 10,2-3). La preghiera è adesione al piano di salvezza di Dio e presa di coscienza della chiamata a collaborare responsabilmente per la sua realizzazione. Nel cap. 10 incontriamo per la prima volta il gruppo dei dodici. Matteo non distingue la chiamata degli apostoli dalla loro missione: la loro principale fisionomia è di essere continuatori della missione del Maestro. E Gesù li invia con l’ordine di limitarsi “alle pecore perdute della casa d’Israele” (v. 6). Solo dopo la sua risurrezione (28, 10-20) li manderà a predicare ad ogni creatura. Il numero dodici ricorda i dodici patriarchi delle tribù d’Israele e quindi ci presenta i dodici discepoli come i capostipiti spirituali del popolo di Dio che Gesù sta per ricostituire.
La principale fisionomia dei dodici è quella di essere i continuatori dell’opera di Gesù, quasi il prolungamento della sua persona. Il gruppo radunato da Gesù non sembra molto omogeneo e comprende anche il traditore Giuda. Nella loro identità e nella loro missione ogni cristiano deve scoprire il senso della propria vocazione. Il potere conferito ai dodici discepoli è quello di cacciare i demoni e guarire tutte le malattie, quindi di eliminare ogni sofferenza umana. Dobbiamo però ricordare con forza che in 10,7-8 il comando di predicare il vangelo del regno di Dio precede nell’ordine tutti gli altri e li supera per importanza. Nel capitolo precedente le folle «erano stanche e sfinite come pecore senza pastore» (9,36). Ora Gesù dice che sono «pecore perdute» cioè disperse, fuori dall’ovile. È volontà del Padre che il vangelo del regno dei cieli sia annunziato prima al popolo d’Israele.
La delimitazione dell’ambito in cui vengono mandati i dodici è quella stessa del Cristo, inviato esclusivamente a Israele (Mt 15,21-28). Solo con la sua risurrezione Gesù riceve dal Padre il potere illimitato in cielo e in terra e quindi dà l’avvio definitivo alla missione universale dei suoi discepoli (Mt 28,18-20). La predicazione degli apostoli riprende e continua l’annuncio del regno dei cieli fatto da Gesù (4,17) e dal Battista (3,2). Tale annuncio viene fatto con la parola (v. 7), con le azioni di bene (v. 8a) e con la testimonianza della vita (vv. 8a-10). Andare in missione è ancora oggi il grande ideale della Chiesa, un ideale che coinvolge tutti, chi va e chi resta.
Padre Lino Pedron
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Gesù percorreva tutte le città e i villaggi, insegnando nelle loro sinagoghe, annunciando il vangelo del Regno e guarendo ogni malattia e ogni infermità. Vedendo le folle, ne sentì compassione, perché erano stanche e sfinite come pecore che non hanno pastore. Allora disse ai suoi discepoli: «La messe è abbondante, ma sono pochi gli operai! Pregate dunque il signore della messe, perché mandi operai nella sua messe!». Chiamati a sé i suoi dodici discepoli, diede loro potere sugli spiriti impuri per scacciarli e guarire ogni malattia e ogni infermità. E li inviò ordinando loro: «Rivolgetevi [piuttosto] alle pecore perdute della casa d'Israele. Strada facendo, predicate, dicendo che il regno dei cieli è vicino. Guarite gli infermi, risuscitate i morti, purificate i lebbrosi, scacciate i demòni. Gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date.
Nel v. 35 Matteo introduce il secondo dei suoi cinque discorsi, quello missionario, dandoci una sintesi dell’attività di Gesù per insegnarci che la missione dei discepoli sarà la continuazione di quella del Maestro. Lo slancio della missione di Gesù e dei discepoli nasce dal vedere le folle «stanche e sfinite come pecore senza pastore» e la messe abbondante a cui fa riscontro la scarsità degli operai.
L’attività di Gesù che «andava per tutte le città e i villaggi» per raggiungere tutti e salvare tutti è l’esempio che i discepoli inviati in missione devono tenere sempre davanti agli occhi. La missione di Gesù viene riassunta nei tre verbi insegnare, predicare e curare. Tale sarà anche l’attività dei missionari che egli sta per mandare «alle pecore perdute della casa d’Israele». L’immagine del gregge senza pastore è molto conosciuta nell’Antico Testamento (Nm 27,17; Zc 13,7; Ez 34).
Subito dopo Gesù ricorre ad un’altra immagine dei profeti: la messe (Gl 4,13). Gesù rivolge l’accusa ai pastori d’Israele del suo tempo (Mt 11,28). Egli intende essere il buon pastore del suo popolo (Gv 10), e i suoi discepoli dovranno continuare la sua opera con dedizione e amore gratuito (Mt 10,8; 1Pt 5,1-4).
Come Giosuè prese il posto di Mosè «affinché la comunità del Signore non fosse come un gregge senza pastore » (Nm 27,17), così gli apostoli continueranno la missione di Gesù buon pastore. I discepoli ricevono il duplice comandamento di pregare il padrone della messe e di andare a lavorare nella messe (Mt 9,38; 10,5; cf. Lc 10,2-3). La preghiera è adesione al piano di salvezza di Dio e presa di coscienza della chiamata a collaborare responsabilmente per la sua realizzazione. Nel cap. 10 incontriamo per la prima volta il gruppo dei dodici. Matteo non distingue la chiamata degli apostoli dalla loro missione: la loro principale fisionomia è di essere continuatori della missione del Maestro. E Gesù li invia con l’ordine di limitarsi “alle pecore perdute della casa d’Israele” (v. 6). Solo dopo la sua risurrezione (28, 10-20) li manderà a predicare ad ogni creatura. Il numero dodici ricorda i dodici patriarchi delle tribù d’Israele e quindi ci presenta i dodici discepoli come i capostipiti spirituali del popolo di Dio che Gesù sta per ricostituire.
La principale fisionomia dei dodici è quella di essere i continuatori dell’opera di Gesù, quasi il prolungamento della sua persona. Il gruppo radunato da Gesù non sembra molto omogeneo e comprende anche il traditore Giuda. Nella loro identità e nella loro missione ogni cristiano deve scoprire il senso della propria vocazione. Il potere conferito ai dodici discepoli è quello di cacciare i demoni e guarire tutte le malattie, quindi di eliminare ogni sofferenza umana. Dobbiamo però ricordare con forza che in 10,7-8 il comando di predicare il vangelo del regno di Dio precede nell’ordine tutti gli altri e li supera per importanza. Nel capitolo precedente le folle «erano stanche e sfinite come pecore senza pastore» (9,36). Ora Gesù dice che sono «pecore perdute» cioè disperse, fuori dall’ovile. È volontà del Padre che il vangelo del regno dei cieli sia annunziato prima al popolo d’Israele.
La delimitazione dell’ambito in cui vengono mandati i dodici è quella stessa del Cristo, inviato esclusivamente a Israele (Mt 15,21-28). Solo con la sua risurrezione Gesù riceve dal Padre il potere illimitato in cielo e in terra e quindi dà l’avvio definitivo alla missione universale dei suoi discepoli (Mt 28,18-20). La predicazione degli apostoli riprende e continua l’annuncio del regno dei cieli fatto da Gesù (4,17) e dal Battista (3,2). Tale annuncio viene fatto con la parola (v. 7), con le azioni di bene (v. 8a) e con la testimonianza della vita (vv. 8a-10). Andare in missione è ancora oggi il grande ideale della Chiesa, un ideale che coinvolge tutti, chi va e chi resta.
Padre Lino Pedron
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Padre Lino Pedron
Pensiero del giorno di Giovedì 5 Dicembre 2013 (servi della sofferenza)
Il demonio non si stanca mai. La sconfitta è l’unica stanchezza di satana. Le tue vittorie siano ininterrotte, perché basta poco al demonio per riprendere le forze e insultarti peggio di prima. Il tuo riposo non sia perdita di tempo, ma recupero delle forze, per continuare a lottare e vincere.
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Preghiera del mattino 7/XII/2013
Padre che sei nei cieli, voglio cominciare questo nuovo giorno invocando il tuo nome.
Dammi oggi gli stessi sentimenti di tuo Figlio, e l'energia del tuo Santo Spirito.
Donami la grazia della compassione per tutti coloro che non ti conoscono e hanno bisogno della tua guida.
Mandami come operaio nella tua messe e dammi il coraggio di lavorare senza pigrizia e senza lamento.
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Dammi oggi gli stessi sentimenti di tuo Figlio, e l'energia del tuo Santo Spirito.
Donami la grazia della compassione per tutti coloro che non ti conoscono e hanno bisogno della tua guida.
Mandami come operaio nella tua messe e dammi il coraggio di lavorare senza pigrizia e senza lamento.
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venerdì 6 dicembre 2013
Gesù guarisce due ciechi che credono in lui
Mt 9,27-31
Mentre Gesù si allontanava di là, due ciechi lo seguirono gridando: «Figlio di Davide, abbi pietà di noi!». Entrato in casa, i ciechi gli si avvicinarono e Gesù disse loro: «Credete che io possa fare questo?». Gli risposero: «Sì, o Signore!». Allora toccò loro gli occhi e disse: «Avvenga per voi secondo la vostra fede». E si aprirono loro gli occhi. Quindi Gesù li ammonì dicendo: «Badate che nessuno lo sappia!». Ma essi, appena usciti, ne diffusero la notizia in tutta quella regione.
La guarigione di questi due ciechi è concessa loro a motivo della loro fede. Essi invocano Gesù chiamandolo figlio di Davide.
Dal Messia, figlio di Davide, il popolo d'Israele aspettava soprattutto aiuto e salvezza. I due ciechi gli ricordano questo suo compito.
Isaia aveva elencato così i prodigi che avrebbero accompagnato la venuta di Dio salvatore: "Allora si apriranno gli occhi ai ciechi e si schiuderanno gli orecchi ai sordi. Allora lo zoppo salterà come un cervo, griderà di gioia la lingua del muto" (Is 35,5-6).
Qui, come in tanti altri racconti di miracoli, la fede si esprime nella preghiera e il miracolo viene concesso come risposta alla preghiera fatta con fede. Il severo ammonimento dato da Gesù ai due ciechi guariti: "Badate che nessuno lo sappia!" doveva servire per evitare un'errata presentazione dell'identità del Cristo: egli non è solo il figlio di Davide, ma è anche il Figlio di Dio; non è venuto per instaurare il regno di Israele, ma il regno dei cieli.
Padre Lino Pedron
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Mentre Gesù si allontanava di là, due ciechi lo seguirono gridando: «Figlio di Davide, abbi pietà di noi!». Entrato in casa, i ciechi gli si avvicinarono e Gesù disse loro: «Credete che io possa fare questo?». Gli risposero: «Sì, o Signore!». Allora toccò loro gli occhi e disse: «Avvenga per voi secondo la vostra fede». E si aprirono loro gli occhi. Quindi Gesù li ammonì dicendo: «Badate che nessuno lo sappia!». Ma essi, appena usciti, ne diffusero la notizia in tutta quella regione.
La guarigione di questi due ciechi è concessa loro a motivo della loro fede. Essi invocano Gesù chiamandolo figlio di Davide.
Dal Messia, figlio di Davide, il popolo d'Israele aspettava soprattutto aiuto e salvezza. I due ciechi gli ricordano questo suo compito.
Isaia aveva elencato così i prodigi che avrebbero accompagnato la venuta di Dio salvatore: "Allora si apriranno gli occhi ai ciechi e si schiuderanno gli orecchi ai sordi. Allora lo zoppo salterà come un cervo, griderà di gioia la lingua del muto" (Is 35,5-6).
Qui, come in tanti altri racconti di miracoli, la fede si esprime nella preghiera e il miracolo viene concesso come risposta alla preghiera fatta con fede. Il severo ammonimento dato da Gesù ai due ciechi guariti: "Badate che nessuno lo sappia!" doveva servire per evitare un'errata presentazione dell'identità del Cristo: egli non è solo il figlio di Davide, ma è anche il Figlio di Dio; non è venuto per instaurare il regno di Israele, ma il regno dei cieli.
Padre Lino Pedron
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Padre Lino Pedron
Preghiera del mattino 6/XII/2013
Signore, che sei la fonte della luce e della sapienza, infondi sulle tenebre del mio intelletto il raggio del tuo splendore.
Liberami dal peccato e dall'ignoranza.
Disponi l'inizio, dirigi il progredire: portami sino al compimento.
Amen
(Liberamente tradotta dalla "Preghiera prima dello studio" di san Tommaso)
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Liberami dal peccato e dall'ignoranza.
Disponi l'inizio, dirigi il progredire: portami sino al compimento.
Amen
(Liberamente tradotta dalla "Preghiera prima dello studio" di san Tommaso)
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giovedì 5 dicembre 2013
Accompagnaci o Dio
Accompagnaci in vie che solo Tu conosci e sarà libero il passo, fa di noi il Tuo presente.
Giorni pieni di speranza, in albe nuove luminose se al fianco Ti sentiamo pronto a darci la Tua mano.
Tu sei il Dio dell'amore, Padre della nostra vita, grande sei nell'avvenire che noi andiamo a vivere.
E sarà la gioia di amarTi nel dovere di ascoltarTi e le sere dei nostri giorni le chiuderemo assieme.
Avremo in nuovi volti il Tuo sorriso atteso, saremo noi a donarTi fra gli uomini la presenza.
Luigi Ederle
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Giorni pieni di speranza, in albe nuove luminose se al fianco Ti sentiamo pronto a darci la Tua mano.
Tu sei il Dio dell'amore, Padre della nostra vita, grande sei nell'avvenire che noi andiamo a vivere.
E sarà la gioia di amarTi nel dovere di ascoltarTi e le sere dei nostri giorni le chiuderemo assieme.
Avremo in nuovi volti il Tuo sorriso atteso, saremo noi a donarTi fra gli uomini la presenza.
Luigi Ederle
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Madre Teresa di Calcutta/50
“Guardate il tabernacolo... capite il significato, ora, di questo amore. Chiedetevi: lo capisco? Il mio cuore è così pulito che vi posso vedere dentro Gesù? Perché fosse semplice per me e per voi vedere Gesù, Egli si è fatto Pane di vita, così che possiamo ricevere la vita, così che possiamo avere una vita di pace, una vita di gioia. Trovate Gesù e troverete la pace”.
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Angelo Custode/63
Tu adori un Dio geloso, che esige da te un attaccamento senza fine. Coloro che ami in terra, amali in Dio. Potrai così pregare con il salmista: “Tu sei il mio Dio, non ho altra felicità al di fuori di te” (Sal 15,2). Tutto il tuo vero amore trova la sua sorgente in Dio, quanta gioia nel poter offrire questa felicità, la tua felicità all'Onnipotente, al Tutto Amore!
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Preghiera del mattino 5/XII/2013
Gesù, sei la mia roccia, la mia forza, il mio baluardo, il mio scudo.
Tutto ciò che è in me ti loda poiché tu ci hai fatto passare dalle tenebre alla tua luce mirabile.
Benedetto sei tu per la tua Chiesa, fondata sulla pietra ferita del tuo corpo che emette sangue ed acqua.
Sii lodato per questa ferita, per questa debolezza che ci comunica la forza e la vitalità.
Anche oggi, nel deserto torrido della modernità, tu sei la roccia del tuo popolo.
Tu accompagni il tuo popolo errante affinché possa gustare la dolcezza del tuo amore e non l'amarezza delle acque.
Benedetti siano i successori di Pietro, le pietre su cui fondasti la tua Chiesa, affinché estendessero il tuo Corpo ovunque sulla terra.
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Tutto ciò che è in me ti loda poiché tu ci hai fatto passare dalle tenebre alla tua luce mirabile.
Benedetto sei tu per la tua Chiesa, fondata sulla pietra ferita del tuo corpo che emette sangue ed acqua.
Sii lodato per questa ferita, per questa debolezza che ci comunica la forza e la vitalità.
Anche oggi, nel deserto torrido della modernità, tu sei la roccia del tuo popolo.
Tu accompagni il tuo popolo errante affinché possa gustare la dolcezza del tuo amore e non l'amarezza delle acque.
Benedetti siano i successori di Pietro, le pietre su cui fondasti la tua Chiesa, affinché estendessero il tuo Corpo ovunque sulla terra.
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mercoledì 4 dicembre 2013
Madre Teresa di Calcutta/49
“La confessione rafforza l’anima perché una confessione veramente ben fatta — la confessione di un figlio in peccato che ritorna al Padre — genera sempre umiltà e l’umiltà è forza. Potremmo recarci alla confessione tutte le volte che vogliamo e scegliere chi vogliamo, ma non per questo sentirci incoraggiati a cercare una direzione spirituale da qualsiasi fonte. Il confessionale non è luogo per conversazioni inutili o per il pettegolezzo. L’argomento deve essere i miei peccati, il mio dolore, il perdono, come vincere le tentazioni, come praticare la virtù, come aumentare l’amore di Dio”.
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Lia Laus,
Teresa di Calcutta
Angelo Custode/62
Tu sei un abitante della “nuova Gerusalemme che è discesa dal Cielo, da Dio” (Ap 21,10). È in Gesù che è nata, e continua a brillare della gloria stessa di Dio. Riesci a misurare la felicità di poterla abitare? Immagini un istante privo di fede cristiana? Che sarebbe la tua vita! Ringrazia spesso il Cielo per questo dono regale che non puoi apprezzare col suo giusto valore, tanto è immenso. Ed avviene per pura grazia, sembra il dono di un sontuoso giardino fecondo; è sufficiente coltivare per raccogliere il nutrimento. E secondo il Vangelo anche tu puoi essere strumento per una moltiplicazione feconda.
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Padre, mi abbandono a Te
Padre, mi abbandono a Te, fa' di me ciò che ti piace.
Qualsiasi cosa tu faccia di me, ti ringrazio.
Sono pronto a tutto, accetto tutto,
purché la tua volontà si compia in me, e in tutte le tue creature:
non desidero nient'altro, mio Dio.
Rimetto l'anima mia nelle tue mani,
te la dono, mio Dio, con tutto l'amore del mio cuore, perché ti amo.
È per me un'esigenza di amore, il donarmi a Te,
l'affidarmi alle tue mani, senza misura, con infinita fiducia:
perché Tu sei mio Padre.
Charles De Foucald
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Qualsiasi cosa tu faccia di me, ti ringrazio.
Sono pronto a tutto, accetto tutto,
purché la tua volontà si compia in me, e in tutte le tue creature:
non desidero nient'altro, mio Dio.
Rimetto l'anima mia nelle tue mani,
te la dono, mio Dio, con tutto l'amore del mio cuore, perché ti amo.
È per me un'esigenza di amore, il donarmi a Te,
l'affidarmi alle tue mani, senza misura, con infinita fiducia:
perché Tu sei mio Padre.
Charles De Foucald
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Preghiera del mattino 4/XII/2013
All'inizio di questa giornata, ti prego, o Signore, che ogni mio sentimento e ogni mia azione si esprima secondo il disegno di salvezza che mi hai affidato.
La consapevolezza della mia incapacità non diventi la morsa che frena il mio anelito a te.
Fa' che abbia sempre fiducia nel soccorso del tuo aiuto e della tua grazia.
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La consapevolezza della mia incapacità non diventi la morsa che frena il mio anelito a te.
Fa' che abbia sempre fiducia nel soccorso del tuo aiuto e della tua grazia.
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martedì 3 dicembre 2013
Perchè sono nato, dice Dio
Sono nato nudo, dice Dio, perché tu sappia spogliarti di te stesso.
Sono nato povero perché tu possa considerarmi l'unica ricchezza.
Sono nato in una stalla perché tu impari a santificare ogni ambiente.
Sono nato debole, dice Dio, perché tu non abbia mai paura di me.
Sono nato per amore perché tu non dubiti mai del mio amore.
Sono nato di notte perché tu creda che posso illuminare qualsiasi realtà.
Sono nato persona, dice Dio, perché tu non abbia mai a vergognarti di essere te stesso.
Sono nato uomo perché tu possa essere ``dio''.
Sono nato perseguitato perché tu sappia accettare le difficoltà.
Sono nato nella semplicità perché tu smetta di essere complicato.
Sono nato nella tua vita, dice Dio, per portare tutti alla casa del Padre.
Sono nato povero perché tu possa considerarmi l'unica ricchezza.
Sono nato in una stalla perché tu impari a santificare ogni ambiente.
Sono nato debole, dice Dio, perché tu non abbia mai paura di me.
Sono nato per amore perché tu non dubiti mai del mio amore.
Sono nato di notte perché tu creda che posso illuminare qualsiasi realtà.
Sono nato persona, dice Dio, perché tu non abbia mai a vergognarti di essere te stesso.
Sono nato uomo perché tu possa essere ``dio''.
Sono nato perseguitato perché tu sappia accettare le difficoltà.
Sono nato nella semplicità perché tu smetta di essere complicato.
Sono nato nella tua vita, dice Dio, per portare tutti alla casa del Padre.
Lambert Nolen
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Angelo Custode/61
Non dimenticare mai che sei guidato dallo Spirito Santo, che ti conduce verso pascoli verdeggianti; anch’io ti accompagno su questo cammino festoso dove tutte le cose sono rese nuove. Gusta ogni istante, offrilo al Signore. La tua gioia aumenta la sua, è uno scambio tra amici. Egli ha elevato i suoi discepoli al rango di amici, alla fine del suo cammino pasquale (cfr. Gv 15,15). Tu sei amico di Dio!
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Gesù esultò nello Spirito Santo
Lc 10,21-24
In quella stessa ora Gesù esultò di gioia nello Spirito Santo e disse: «Ti rendo lode, o Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai nascosto queste cose ai sapienti e ai dotti e le hai rivelate ai piccoli. Sì, o Padre, perché così hai deciso nella tua benevolenza. Tutto è stato dato a me dal Padre mio e nessuno sa chi è il Figlio se non il Padre, né chi è il Padre se non il Figlio e colui al quale il Figlio vorrà rivelarlo». E, rivolto ai discepoli, in disparte, disse: «Beati gli occhi che vedono ciò che voi vedete. Io vi dico che molti profeti e re hanno voluto vedere ciò che voi guardate, ma non lo videro, e ascoltare ciò che voi ascoltate, ma non lo ascoltarono».
Al ritorno dei 72 discepoli, che aveva mandato in missione, Gesù rivela il senso ultimo dell'attività missionaria. Essa non è soltanto vittoria sul male e ritorno al paradiso terrestre, ma è soprattutto iscrizione nel libro della vita, nell'elenco di coloro che fanno parte della famiglia di Dio, nello stato di famiglia di Dio.
Tutti coloro che accolgono la parola di Dio partecipano al rapporto ineffabile del Figlio di Dio con il Padre. Non solo sono chiamati figli di Dio, ma lo sono realmente (cf 1Gv 3,1). Gesù dice ai suoi discepoli: "Rallegratevi", perché sono entrati insieme con lui nel seno del Padre e possono dire a Dio in tutta verità: "Abbà", papà, babbo.
Questo è il fine ultimo della missione.
L'uomo è fatto per la gioia, perché è fatto per Dio. Diversamente è triste fino a detestare la vita. Ma dove può trovare la gioia vera? I 72 discepoli l'hanno trovata nell'andare in missione, nello sconfiggere il demonio, nel diventare realmente figli di Dio di nome e di fatto.
E noi dove la cerchiamo? Il cristianesimo riconosce il male che era nell'uomo e che rimane in tutti come possibilità e tentazione. Ma proclama con forza che Dio "ci ha liberati dal potere delle tenebre e ci ha trasferiti nel regno del suo Figlio diletto" (Col 1,13) e ci ha "liberati dalle mani dei nemici per servirlo senza timore in santità e giustizia" (Lc 1,75).
La fede nella parola di Dio ci sottrae dal potere della menzogna diabolica. L'annuncio del vangelo ci rende liberi e responsabili. Questa caduta di satana dall'alto ridona all'uomo la possibilità di vedere finalmente il vero volto di Dio. Il maligno si era frapposto tra noi e Dio e aveva cercato di sovrapporre la sua immagine a quella di Dio. Questa menzogna, che presenta Dio con il volto del maligno sta all'origine di ogni peccato. Nella predicazione della parola di Dio, satana cade dal cielo e Dio torna ad apparire all'uomo con il suo vero volto, quello dell'amore (cf 1Gv 4,8.16).
La gioia dei discepoli per il successo della loro missione provoca un sussulto di esultanza anche in Gesù. Non è solo una gioia fisica, ma soprattutto interiore, spirituale. È ridondanza dello Spirito Santo che abita in lui fin dal suo concepimento (Lc 1,35), dal battesimo (Lc 3,22), dall'investitura ricevuta nella sinagoga di Nazaret (Lc 4,18). Egli si rivolge a Dio chiamandolo Abbà, termine che nella famiglia ebraica era usato normalmente dai figli più piccoli per chiamare il proprio papà. Gesù lo usa per sottolineare il grado di intimità che lo lega a Dio. Il Papà di Gesù è il Creatore del cielo e della terra, ma nei confronti dell'uomo è un carissimo amico, un familiare, il papà. Anche in questa circostanza Gesù si impegna a liberare l'uomo dal terrore di Dio. La gioia di Gesù è motivata dal criterio che Dio ha scelto nella manifestazione dei suoi misteri.
Li ha nascosti ai sapienti e agli intelligenti e li ha rivelati ai piccoli. Cristo e il suo messaggio non sono stati accettati da persone colte e istruite come le autorità del popolo giudaico, ma sono stati capiti e accolti dalle persone semplici, povere e umili. La sapienza di Dio, espressione del suo amore, è stupidità e debolezza di uno che ama fino alla morte di croce (1Cor 1-2). È esattamente il contrario della sapienza umana, manifestazione dell'egoismo, che cerca di salvarsi a tutti i costi dalla morte. Queste due sapienze si oppongono come menzogna e verità, paura e fiducia, egoismo e amore, possesso e dono, morte e vita. Dio, nel suo sapiente disegno, distrugge la sapienza dei sapienti e annulla l'intelligenza degli intelligenti (cf. 1Cor 1,19-21; Is 29,14). La rivelazione della paternità di Dio è la salvezza dell'uomo: "Questa è la vita eterna: che conoscano te, l'unico vero Dio, e colui che hai mandato, Gesù Cristo" (Gv 17,3). Il tutto che il Padre dona al Figlio è la vita eterna. Il mistero del Padre è nel Figlio. Egli ci rivela chi è Dio e chi siamo noi per lui. Ci dona la sua stessa conoscenza del Padre, perché lo amiamo con il suo stesso amore. I discepoli devono essere pieni di gioia perché vedono Gesù. In lui possono vedere ciò che i profeti, i re e l'intero popolo di Dio hanno desiderato vedere e non hanno visto. Tutto Israele è vissuto nell'attesa di questo giorno, e solo loro, i pochi discepoli di Gesù, possono vedere la realizzazione delle promesse di Dio e ascoltare il vangelo della salvezza.
Padre Lino Pedron
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In quella stessa ora Gesù esultò di gioia nello Spirito Santo e disse: «Ti rendo lode, o Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai nascosto queste cose ai sapienti e ai dotti e le hai rivelate ai piccoli. Sì, o Padre, perché così hai deciso nella tua benevolenza. Tutto è stato dato a me dal Padre mio e nessuno sa chi è il Figlio se non il Padre, né chi è il Padre se non il Figlio e colui al quale il Figlio vorrà rivelarlo». E, rivolto ai discepoli, in disparte, disse: «Beati gli occhi che vedono ciò che voi vedete. Io vi dico che molti profeti e re hanno voluto vedere ciò che voi guardate, ma non lo videro, e ascoltare ciò che voi ascoltate, ma non lo ascoltarono».
Al ritorno dei 72 discepoli, che aveva mandato in missione, Gesù rivela il senso ultimo dell'attività missionaria. Essa non è soltanto vittoria sul male e ritorno al paradiso terrestre, ma è soprattutto iscrizione nel libro della vita, nell'elenco di coloro che fanno parte della famiglia di Dio, nello stato di famiglia di Dio.
Tutti coloro che accolgono la parola di Dio partecipano al rapporto ineffabile del Figlio di Dio con il Padre. Non solo sono chiamati figli di Dio, ma lo sono realmente (cf 1Gv 3,1). Gesù dice ai suoi discepoli: "Rallegratevi", perché sono entrati insieme con lui nel seno del Padre e possono dire a Dio in tutta verità: "Abbà", papà, babbo.
Questo è il fine ultimo della missione.
L'uomo è fatto per la gioia, perché è fatto per Dio. Diversamente è triste fino a detestare la vita. Ma dove può trovare la gioia vera? I 72 discepoli l'hanno trovata nell'andare in missione, nello sconfiggere il demonio, nel diventare realmente figli di Dio di nome e di fatto.
E noi dove la cerchiamo? Il cristianesimo riconosce il male che era nell'uomo e che rimane in tutti come possibilità e tentazione. Ma proclama con forza che Dio "ci ha liberati dal potere delle tenebre e ci ha trasferiti nel regno del suo Figlio diletto" (Col 1,13) e ci ha "liberati dalle mani dei nemici per servirlo senza timore in santità e giustizia" (Lc 1,75).
La fede nella parola di Dio ci sottrae dal potere della menzogna diabolica. L'annuncio del vangelo ci rende liberi e responsabili. Questa caduta di satana dall'alto ridona all'uomo la possibilità di vedere finalmente il vero volto di Dio. Il maligno si era frapposto tra noi e Dio e aveva cercato di sovrapporre la sua immagine a quella di Dio. Questa menzogna, che presenta Dio con il volto del maligno sta all'origine di ogni peccato. Nella predicazione della parola di Dio, satana cade dal cielo e Dio torna ad apparire all'uomo con il suo vero volto, quello dell'amore (cf 1Gv 4,8.16).
La gioia dei discepoli per il successo della loro missione provoca un sussulto di esultanza anche in Gesù. Non è solo una gioia fisica, ma soprattutto interiore, spirituale. È ridondanza dello Spirito Santo che abita in lui fin dal suo concepimento (Lc 1,35), dal battesimo (Lc 3,22), dall'investitura ricevuta nella sinagoga di Nazaret (Lc 4,18). Egli si rivolge a Dio chiamandolo Abbà, termine che nella famiglia ebraica era usato normalmente dai figli più piccoli per chiamare il proprio papà. Gesù lo usa per sottolineare il grado di intimità che lo lega a Dio. Il Papà di Gesù è il Creatore del cielo e della terra, ma nei confronti dell'uomo è un carissimo amico, un familiare, il papà. Anche in questa circostanza Gesù si impegna a liberare l'uomo dal terrore di Dio. La gioia di Gesù è motivata dal criterio che Dio ha scelto nella manifestazione dei suoi misteri.
Li ha nascosti ai sapienti e agli intelligenti e li ha rivelati ai piccoli. Cristo e il suo messaggio non sono stati accettati da persone colte e istruite come le autorità del popolo giudaico, ma sono stati capiti e accolti dalle persone semplici, povere e umili. La sapienza di Dio, espressione del suo amore, è stupidità e debolezza di uno che ama fino alla morte di croce (1Cor 1-2). È esattamente il contrario della sapienza umana, manifestazione dell'egoismo, che cerca di salvarsi a tutti i costi dalla morte. Queste due sapienze si oppongono come menzogna e verità, paura e fiducia, egoismo e amore, possesso e dono, morte e vita. Dio, nel suo sapiente disegno, distrugge la sapienza dei sapienti e annulla l'intelligenza degli intelligenti (cf. 1Cor 1,19-21; Is 29,14). La rivelazione della paternità di Dio è la salvezza dell'uomo: "Questa è la vita eterna: che conoscano te, l'unico vero Dio, e colui che hai mandato, Gesù Cristo" (Gv 17,3). Il tutto che il Padre dona al Figlio è la vita eterna. Il mistero del Padre è nel Figlio. Egli ci rivela chi è Dio e chi siamo noi per lui. Ci dona la sua stessa conoscenza del Padre, perché lo amiamo con il suo stesso amore. I discepoli devono essere pieni di gioia perché vedono Gesù. In lui possono vedere ciò che i profeti, i re e l'intero popolo di Dio hanno desiderato vedere e non hanno visto. Tutto Israele è vissuto nell'attesa di questo giorno, e solo loro, i pochi discepoli di Gesù, possono vedere la realizzazione delle promesse di Dio e ascoltare il vangelo della salvezza.
Padre Lino Pedron
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lunedì 2 dicembre 2013
Messaggio Medjugorje a Mirjana del 2 dicembre 2013
Cari figli,
con amore e pazienza materna, guardo al vostro immenso vagare e a quanto siete persi: per questo sono con voi.
Desidero prima di tutto che troviate e conosciate voi stessi, affinché possiate capire tutto ciò che non vi permette di comprendere appieno l’amore del Padre celeste.
Figli miei, il Padre si conosce tramite la Croce, perciò non rifiutatela, col mio aiuto provate ad accettarla e quando l’avrete accettata, capirete l’amore del Padre Celeste, camminerete con mio Figlio e con me, sarete differenti da quelli che non hanno conosciuto l’amore di Dio, da coloro che non l’ascoltano e non lo comprendono, da quelli che non camminano con Lui e non arrivano a conoscerlo.
Desidero che comprendiate la verità di mio Figlio e siate miei apostoli, che, come figli di Dio, vi innalziate sopra l’opinione dell’uomo e sempre ed in tutto, cerchiate l’opinione di Dio.
Figli miei pregate e digiunate per poter capire tutto quello che cerco da voi.
Pregate per i vostri pastori e desiderate che, nella comunione con loro, conosciate l’amore di Dio.
Grazie.
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Molti dall’oriente e dall’occidente verranno nel regno dei cieli
Mt 8,5-11
Entrato in Cafàrnao, gli venne incontro un centurione che lo scongiurava e diceva: «Signore, il mio servo è in casa, a letto, paralizzato e soffre terribilmente». Gli disse: «Verrò e lo guarirò». Ma il centurione rispose: «Signore, io non sono degno che tu entri sotto il mio tetto, ma di' soltanto una parola e il mio servo sarà guarito. Pur essendo anch'io un subalterno, ho dei soldati sotto di me e dico a uno: «Va'!», ed egli va; e a un altro: «Vieni!», ed egli viene; e al mio servo: «Fa' questo!», ed egli lo fa». Ascoltandolo, Gesù si meravigliò e disse a quelli che lo seguivano: «In verità io vi dico, in Israele non ho trovato nessuno con una fede così grande! Ora io vi dico che molti verranno dall'oriente e dall'occidente e siederanno a mensa con Abramo, Isacco e Giacobbe nel regno dei cieli.
Il centurione era il comandante di una centuria, di un gruppo di cento soldati. Egli non chiede nulla per sé, ma prega Gesù per il suo servo gravemente ammalato. Gesù manifesta tutta la sua disponibilità: "Io verrò e lo curerò" (v. 7).
Ma il centurione dichiara di non essere degno di ricevere Gesù in casa propria ed è convinto che non occorre 2 che il Signore vada da lui perché lo ritiene capace di comandare anche a distanza sulle potenze del male. Il centurione è un pagano che crede senza esitazione nel potere della parola di Dio. E la fede nella parola di Dio permette al Signore di agire in noi. Il miracolo è un segno dell'amore di Dio che interviene a nostro favore, perché è infinitamente sensibile al nostro male. Egli vuole donarci tutto e soprattutto sé stesso. Aspetta solo che glielo chiediamo con fede.
La grande fede del centurione rende manifesta la mancanza di fede in Israele. La semplice appartenenza anagrafica al popolo di Dio non dà a nessuno la certezza di essere salvato: a tutti è richiesta la fede che si manifesta nelle opere. L'incontro con il centurione offre a Gesù l'occasione per annunciare l'entrata di tutti i popoli nel regno di Dio. I pagani prenderanno posto alla tavola dei patriarchi nel regno dei cieli. La Chiesa è costituita da coloro che credono nella parola di Dio e la mettono in pratica. Nel regno di Dio entreranno solo i figli, ossia quelli che sono stati rigenerati "dalla parola di Dio viva ed eterna" (1Pt 1,23), dalla parola del vangelo.
Il futuro eterno lo si prepara giorno per giorno accogliendo o rifiutando la parola di Gesù. La nostra libertà si esprime pienamente nella fede o nella mancanza di fede, nel nostro acconsentire alla comunione con Dio o nel rifiutarla. Solo con il detto minaccioso del v. 12 la provocazione raggiunge il suo culmine. È colpita la generazione dei giudei contemporanea di Matteo, il giudaismo guidato dai farisei. La causa della sua esclusione è il rifiuto della parola di Gesù, che è decisiva ai fini della salvezza. Le tenebre significano il luogo più lontano da Cristo, che è la luce (cf. Mt 416) e la salvezza. Il pianto e lo stridore di denti indica il furore smisurato (cf. Sal 3516; 3712; 112,10). La frase conclusiva del v. 13 ritorna a parlare del servo malato.
La precisazione "in quell'istante" significa che la guarigione è avvenuta nel momento in cui Gesù ha pronunciato la sua parola. In questo brano compare all'orizzonte il pellegrinaggio di tutti i popoli che affluiranno alla casa del Signore, e l'annuncio finale del vangelo di Matteo: "Andate e ammaestrate tutte le nazioni" (28,19).
Padre Lino Pedron
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Entrato in Cafàrnao, gli venne incontro un centurione che lo scongiurava e diceva: «Signore, il mio servo è in casa, a letto, paralizzato e soffre terribilmente». Gli disse: «Verrò e lo guarirò». Ma il centurione rispose: «Signore, io non sono degno che tu entri sotto il mio tetto, ma di' soltanto una parola e il mio servo sarà guarito. Pur essendo anch'io un subalterno, ho dei soldati sotto di me e dico a uno: «Va'!», ed egli va; e a un altro: «Vieni!», ed egli viene; e al mio servo: «Fa' questo!», ed egli lo fa». Ascoltandolo, Gesù si meravigliò e disse a quelli che lo seguivano: «In verità io vi dico, in Israele non ho trovato nessuno con una fede così grande! Ora io vi dico che molti verranno dall'oriente e dall'occidente e siederanno a mensa con Abramo, Isacco e Giacobbe nel regno dei cieli.
Il centurione era il comandante di una centuria, di un gruppo di cento soldati. Egli non chiede nulla per sé, ma prega Gesù per il suo servo gravemente ammalato. Gesù manifesta tutta la sua disponibilità: "Io verrò e lo curerò" (v. 7).
Ma il centurione dichiara di non essere degno di ricevere Gesù in casa propria ed è convinto che non occorre 2 che il Signore vada da lui perché lo ritiene capace di comandare anche a distanza sulle potenze del male. Il centurione è un pagano che crede senza esitazione nel potere della parola di Dio. E la fede nella parola di Dio permette al Signore di agire in noi. Il miracolo è un segno dell'amore di Dio che interviene a nostro favore, perché è infinitamente sensibile al nostro male. Egli vuole donarci tutto e soprattutto sé stesso. Aspetta solo che glielo chiediamo con fede.
La grande fede del centurione rende manifesta la mancanza di fede in Israele. La semplice appartenenza anagrafica al popolo di Dio non dà a nessuno la certezza di essere salvato: a tutti è richiesta la fede che si manifesta nelle opere. L'incontro con il centurione offre a Gesù l'occasione per annunciare l'entrata di tutti i popoli nel regno di Dio. I pagani prenderanno posto alla tavola dei patriarchi nel regno dei cieli. La Chiesa è costituita da coloro che credono nella parola di Dio e la mettono in pratica. Nel regno di Dio entreranno solo i figli, ossia quelli che sono stati rigenerati "dalla parola di Dio viva ed eterna" (1Pt 1,23), dalla parola del vangelo.
Il futuro eterno lo si prepara giorno per giorno accogliendo o rifiutando la parola di Gesù. La nostra libertà si esprime pienamente nella fede o nella mancanza di fede, nel nostro acconsentire alla comunione con Dio o nel rifiutarla. Solo con il detto minaccioso del v. 12 la provocazione raggiunge il suo culmine. È colpita la generazione dei giudei contemporanea di Matteo, il giudaismo guidato dai farisei. La causa della sua esclusione è il rifiuto della parola di Gesù, che è decisiva ai fini della salvezza. Le tenebre significano il luogo più lontano da Cristo, che è la luce (cf. Mt 416) e la salvezza. Il pianto e lo stridore di denti indica il furore smisurato (cf. Sal 3516; 3712; 112,10). La frase conclusiva del v. 13 ritorna a parlare del servo malato.
La precisazione "in quell'istante" significa che la guarigione è avvenuta nel momento in cui Gesù ha pronunciato la sua parola. In questo brano compare all'orizzonte il pellegrinaggio di tutti i popoli che affluiranno alla casa del Signore, e l'annuncio finale del vangelo di Matteo: "Andate e ammaestrate tutte le nazioni" (28,19).
Padre Lino Pedron
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Padre Lino Pedron
Preghiera del mattino 2/XII/2013
Signore, tu vieni per un nuovo Avvento, per una nuova venuta, un avvenimento che forse sarà l'ultimo.
Possa essere l'ultimo affinché tutte le famiglie della terra ti riconoscano e camminino nella tua luce.
Concedimi oggi di riconoscere il cammino che conduce al tuo tempio perché tu sei venuto e tu vieni in modo da non colpire gli sguardi: tu bussi alla porta del cuore; concedimi di sentire la tua voce e di aprirti senza timore e senza riserve la stalla misera che è la mia anima, affinché ti accolga nella tua umiltà, nella tua umile venuta nel nostro mondo.
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Possa essere l'ultimo affinché tutte le famiglie della terra ti riconoscano e camminino nella tua luce.
Concedimi oggi di riconoscere il cammino che conduce al tuo tempio perché tu sei venuto e tu vieni in modo da non colpire gli sguardi: tu bussi alla porta del cuore; concedimi di sentire la tua voce e di aprirti senza timore e senza riserve la stalla misera che è la mia anima, affinché ti accolga nella tua umiltà, nella tua umile venuta nel nostro mondo.
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domenica 1 dicembre 2013
Vegliate, per essere pronti al suo arrivo
Mt 24,37-44
Come furono i giorni di Noè, così sarà la venuta del Figlio dell'uomo. Infatti, come nei giorni che precedettero il diluvio mangiavano e bevevano, rendevano moglie e prendevano marito, fino al giorno in cui Noè entrò nell'arca, e non si accorsero di nulla finché venne il diluvio e travolse tutti: così sarà anche la venuta del Figlio dell'uomo. Allora due uomini saranno nel campo: uno verrà portato via e l'altro lasciato. Due donne macineranno alla mola: una verrà portata via e l'altra lasciata. Vegliate dunque, perché non sapete in quale giorno il Signore vostro verrà. Cercate di capire questo: se il padrone di casa sapesse a quale ora della notte viene il ladro, veglierebbe e non si lascerebbe scassinare la casa. Perciò anche voi tenetevi pronti perché, nell'ora che non immaginate, viene il Figlio dell'uomo.
I vv. 37-44 prolungano ed esplicitano il v. 36: «Quanto a quel giorno e a quell'ora però, nessuno lo sa, neanche gli angeli del cielo e neppure il Figlio, ma solo il Padre».
La venuta del Signore è imprevedibile: è quindi necessaria una vigilanza continua. Come ai tempi di Noè, così la gente di tutti i tempi pensa ai propri affari e dimentica che il presente è inserito in un piano di Dio, il quale chiama l'uno e lascia l'altro secondo la sua volontà che non corrisponde alla nostra logica. La morte arriva imprevedibile per noi, ma al momento esatto previsto da Dio.
Perché vigilare? Per essere trovati pronti; per non essere esclusi dalla sala delle nozze eterne.
Questa ignoranza dell'ora si iscrive nella nostra natura: la nostra vita ci sfugge, siamo un mistero per noi stessi, non ci possediamo, siamo del Signore. Vigilare, essere pronti significa porsi di fronte al Signore sempre presente e vivere coerentemente secondo questa fede.
Il giudizio irromperà sugli uomini che non l'aspettano affatto. Nella loro indifferenza essi hanno smarrito qualsiasi capacità di discernimento.
Il giudizio separerà gli uomini e rivelerà chi è pronto.
La divisione avverrà spaccando in due anche i legami di convivenza. Vigilare significa non farsi sorprendere dall'indeterminatezza del giorno in cui verrà il Signore, ma implica anche la prontezza alla sofferenza.
Questo aspetto risulterà più chiaro nel racconto della passione (Mt 26,38-41). La sofferenza e la morte non giungono mai con preavviso e il ladro non si fa annunciare. Allo stesso modo anche la venuta del Signore è imprevedibile e inarrestabile.
Si tratta solo di affrontarla con la testimonianza di una buona condotta.
Padre Lino Pedron
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Come furono i giorni di Noè, così sarà la venuta del Figlio dell'uomo. Infatti, come nei giorni che precedettero il diluvio mangiavano e bevevano, rendevano moglie e prendevano marito, fino al giorno in cui Noè entrò nell'arca, e non si accorsero di nulla finché venne il diluvio e travolse tutti: così sarà anche la venuta del Figlio dell'uomo. Allora due uomini saranno nel campo: uno verrà portato via e l'altro lasciato. Due donne macineranno alla mola: una verrà portata via e l'altra lasciata. Vegliate dunque, perché non sapete in quale giorno il Signore vostro verrà. Cercate di capire questo: se il padrone di casa sapesse a quale ora della notte viene il ladro, veglierebbe e non si lascerebbe scassinare la casa. Perciò anche voi tenetevi pronti perché, nell'ora che non immaginate, viene il Figlio dell'uomo.
I vv. 37-44 prolungano ed esplicitano il v. 36: «Quanto a quel giorno e a quell'ora però, nessuno lo sa, neanche gli angeli del cielo e neppure il Figlio, ma solo il Padre».
La venuta del Signore è imprevedibile: è quindi necessaria una vigilanza continua. Come ai tempi di Noè, così la gente di tutti i tempi pensa ai propri affari e dimentica che il presente è inserito in un piano di Dio, il quale chiama l'uno e lascia l'altro secondo la sua volontà che non corrisponde alla nostra logica. La morte arriva imprevedibile per noi, ma al momento esatto previsto da Dio.
Perché vigilare? Per essere trovati pronti; per non essere esclusi dalla sala delle nozze eterne.
Questa ignoranza dell'ora si iscrive nella nostra natura: la nostra vita ci sfugge, siamo un mistero per noi stessi, non ci possediamo, siamo del Signore. Vigilare, essere pronti significa porsi di fronte al Signore sempre presente e vivere coerentemente secondo questa fede.
Il giudizio irromperà sugli uomini che non l'aspettano affatto. Nella loro indifferenza essi hanno smarrito qualsiasi capacità di discernimento.
Il giudizio separerà gli uomini e rivelerà chi è pronto.
La divisione avverrà spaccando in due anche i legami di convivenza. Vigilare significa non farsi sorprendere dall'indeterminatezza del giorno in cui verrà il Signore, ma implica anche la prontezza alla sofferenza.
Questo aspetto risulterà più chiaro nel racconto della passione (Mt 26,38-41). La sofferenza e la morte non giungono mai con preavviso e il ladro non si fa annunciare. Allo stesso modo anche la venuta del Signore è imprevedibile e inarrestabile.
Si tratta solo di affrontarla con la testimonianza di una buona condotta.
Padre Lino Pedron
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Padre Lino Pedron
L'Avvento
L'Avvento, tempo con il quale comincia l'Anno Liturgico, ci invita a camminare tutti insieme verso la luce. Spesso siamo solo preoccupati di andare, ma ci lasciamo sfuggire lo scopo del viaggio.
La nostra vita e tutta la storia, non va verso una catastrofe, non sta precipitando verso nulla, ma sta andando verso il compimento, verso un nuovo "capodanno liturgico", dando così inizio alla celebrazione del tempo proprio quando tutto sembrerebbe che esso ci stia sfuggendo di mano.
Proprio mentre la luce diminuisce la Chiesa prepara le lampade dell'attesa, in cui l'olio della speranza e dell'amore riversato nei piccoli orci del nostro cuore "non si svuoterà" (1 Re 17,14).
Attraverso le preghiere e le letture così penetranti di questo tempo di Avvento una goccia di olio ravviverà la lampada della nostra attesa, donandoci più forza e fiducia. In questo tempo siamo chiamati tutti a chiedere con insistenza: "Signore "venga il tuo Regno", insegnami a pregare, aumenta la mia fede", per poter vivere il nostro viaggio non sotto il peso dell'angoscia e della paura, ma con la fiducia nel Padre che sostiene il mondo e lo accompagna con la sua provvidenza.
Maranathà! Vieni signore Gesù la culla del mio cuore è pronta ad accoglierti!
Maria M.
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La nostra vita e tutta la storia, non va verso una catastrofe, non sta precipitando verso nulla, ma sta andando verso il compimento, verso un nuovo "capodanno liturgico", dando così inizio alla celebrazione del tempo proprio quando tutto sembrerebbe che esso ci stia sfuggendo di mano.
Proprio mentre la luce diminuisce la Chiesa prepara le lampade dell'attesa, in cui l'olio della speranza e dell'amore riversato nei piccoli orci del nostro cuore "non si svuoterà" (1 Re 17,14).
Attraverso le preghiere e le letture così penetranti di questo tempo di Avvento una goccia di olio ravviverà la lampada della nostra attesa, donandoci più forza e fiducia. In questo tempo siamo chiamati tutti a chiedere con insistenza: "Signore "venga il tuo Regno", insegnami a pregare, aumenta la mia fede", per poter vivere il nostro viaggio non sotto il peso dell'angoscia e della paura, ma con la fiducia nel Padre che sostiene il mondo e lo accompagna con la sua provvidenza.
Maranathà! Vieni signore Gesù la culla del mio cuore è pronta ad accoglierti!
Maria M.
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