mercoledì 11 maggio 2011
232 - Servire, figli miei, servire è il nostro compito
Servire, figli miei, servire è il nostro compito; essere servitori di tutti perché si accresca in numero e in virtù il popolo fedele [Orazione super populum].
Guardate Maria. Mai creatura si è data con più umiltà alla volontà di Dio. L'umiltà dell'ancilla Domini [Lc 1, 38] della serva del Signore, è il motivo per cui l'invochiamo come causa nostrae laetitiae, causa della nostra gioia. Eva, dopo aver peccato, per volere nella sua follia farsi simile a Dio, si nascondeva davanti al Signore, piena di vergogna: era triste. Maria, proclamandosi serva del Signore, diviene Madre del Verbo divino, e si riempie di letizia. Che la sua gioia di Madre buona metta radici in noi tutti; cerchiamo, come figli, di assomigliarle, e così assomiglieremo di più a Cristo. (Amici di Dio, 108-109)
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231 - Questa è la volontà del Padre: che chiunque vede il Figlio e crede in lui abbia la vita eterna
L’incomprensione da parte dei giudei porta Gesù ad affrontare più esplicitamente l’argomento della sua identità con parole chiare che mettono tutti davanti a scelte concrete. È lui il pane venuto dal cielo per nutrire e sostenere il nuovo popolo di Dio. È lui il dono d’amore fatto dal Padre ad ogni uomo pellegrino nel deserto del mondo. È lui la Parola che dà la vita eterna. Gesù denuncia la mancanza di fede dei giudei. Essi hanno ascoltato le sue parole e hanno visto i segni operati da lui, ma rifiutano di aderire a lui. In questo brano Gesù spiega il motivo ultimo dell’incredulità dei giudei: essi non fanno parte del gruppo di coloro che il Padre ha dato a suo Figlio. Il Padre vuole la salvezza completa e perfetta di tutte le persone affidate al Figlio, e questa salvezza è la risurrezione nell’ultimo giorno. Il dono della vita eterna e della risurrezione nell’ultimo giorno è legato a una condizione: contemplare il Figlio e credere in lui. Si tratta dello sguardo contemplativo di una fede profonda che orienta tutta l’esistenza verso la persona di Gesù.
Padre Lino Pedron
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martedì 10 maggio 2011
230 - Maria cerca il Figlio smarrito
Quale dolore per sua Madre e per san Giuseppe, quando — di ritorno da Gerusalemme — non lo ritrovano tra i parenti e gli amici! E che gioia quando lo scorgono, già da lontano, mentre istruisce i maestri di Israele! Ma fate attenzione alle parole, apparentemente dure, che escono dalle labbra del Figlio, nel rispondere a sua Madre: Perché mi cercavate? [Lc 2, 49].
Non era ragionevole che lo cercassero? Le anime che sanno che cosa significa perdere Cristo e ritrovarlo, possono capirlo... Perché mi cercavate? Non sapevate che io devo occuparmi delle cose del Padre mio? [Lc 2, 49]. Non sapevate forse che io devo dedicare totalmente il mio tempo al Padre celeste?
Ecco il frutto dell'orazione di oggi: persuaderci che il nostro cammino sulla terra — in ogni occasione e in ogni tempo — è per Iddio, è un tesoro di gloria, un'immagine del Cielo; è, in mano nostra, una cosa preziosa che dobbiamo amministrare, con senso di responsabilità di fronte agli uomini e di fronte a Dio: senza che, per far ciò, sia necessario cambiare di stato, bensì nel bel mezzo della strada, santificando la propria professione o il proprio mestiere; santificando la vita di famiglia, le relazioni sociali, e ogni altra attività in apparenza esclusivamente terrena. (Amici di Dio, 53-54)
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229 - Non Mosè, ma il Padre mio vi dà il pane dal cielo
I giudei pretendono di fondare la loro fede sull’esperienza di prodigi straordinari. Nella mentalità giudaica i segni sono visti nella linea delle opere e devono essere simili a quelli operati da Mosè quando liberò Israele dalla schiavitù dell’Egitto.
I galilei citano uno dei prodigi dell’esodo per indicare a Gesù in quale direzione deva operare i suoi segni per esigere la loro fede. Egli deve compiere un prodigio simile a quello della manna. Il testo più vicino alla citazione è il Sal 78,24: "Fece piovere loro la manna da mangiare e diede loro il pane del cielo".
Il cibo divino della rivelazione escatologica piena e perfetta non è dono di Mosè, ma è offerto dal Padre nel dono del suo Figlio. Questo pane dal cielo è chiamato veritiero perché contiene la verità, cioè la rivelazione definitiva della vita divina che si identifica con la persona di Gesù. Questo pane dal cielo è dunque una persona: è Gesù che dà la vita al mondo. Tutti gli uomini possono trovare vita e salvezza nel Figlio di Dio.
La replica finale dei giudei (v. 34) sembra piena di fede. In realtà non credono affatto in Gesù e intendono il pane dal cielo come alimento terreno; non hanno afferrato per nulla il senso della rivelazione del Verbo incarnato nella sua persona divina. Appena il Maestro chiarirà ulteriormente il suo pensiero, proclamandosi come il pane della vita disceso dal cielo (vv. 36ss), i giudei manifesteranno la loro incredulità (Gv 6,41-42).
Gesù chiarisce il suo pensiero dichiarando esplicitamente di essere il pane di Dio, fonte della vita. Ora non ci sono più equivoci: il pane di Dio, disceso dal cielo per dare la vita all’umanità, è Gesù.
La frase: "Io sono il pane della vita" confrontata con "Io sono… la verità e la vita" (Gv 14,6) ci fa comprendere che il pane dal cielo è la parola, la rivelazione di Gesù, ossia la verità. Gesù è la verità della vita eterna, manifesta e comunica la vita di Dio.
Il Verbo incarnato è l’unica persona che può spegnere la fame e la sete di vita e di salvezza. Per questo motivo esorta tutti ad andare da lui per appagare il bisogno di felicità (Gv 7,37).
"Chi viene a me" e "Chi crede in me" sono espressioni dell’unico atteggiamento di fede. La fede è l’orientamento della vita verso la persona di Gesù.
Padre Lino Pedron
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lunedì 9 maggio 2011
228 - Novena a Santa Rita
(da recitarsi dal 13 al 21 Maggio )PRIMO GIORNO (13/5)
O santa Rita, noi vogliamo unirci a Te nel lodare Dio con spirito di riconoscenza per tutti i benefici che ci ha dato: la vita naturale per la quale siamo uniti a tutte le creature che magnificano il Signore; la vita soprannaturale per la quale siamo figli di Dio e fratelli di Gesù nella santa Chiesa.
Lo vogliamo lodare nella gioia e nella sofferenza, perché siamo certi che Egli ci dà tutto con amore e per il nostro bene. Lo vogliamo lodare anche per la nostra morte corporale che ci apre le porte della partecipazione eterna alla sua felicità insieme con Te e con tutti i Beati. Amen.
Padre nostro. . . Ave Maria. . . Gloria al Padre. . .
SECONDO GIORNO (14/5)
O santa Rita, aiutaci ad essere fedeli ai nostri doveri quotidiani: al dovere della adorazione che è la prima necessità per la nostra vita spirituale; al dovere che ci unisce agli altri, ai doveri particolari della nostra vocazione, al dovere della carità materiale e spirituale, consapevoli che il dialogo con Dio è soprattutto nel fare la sua volontà e che il dialogo con il prossimo è soprattutto nel compimento dei nostri doveri quotidiani con spirito di fede e di carità. Amen.
Padre nostro. . .Ave Maria. . . Gloria al Padre. . .
TERZO GIORNO (15/5)
O santa Rita, che hai affrontato con coraggio cristiano e con perseverante fiducia nella Provvidenza, gli impegni, le incomprensioni e le sofferenze di sposa e di madre, mantenendoti sempre fedele alle tue promesse e al tuo dovere di amore, prega il Signore che protegga gli sposi cristiani e dia loro la forza di mantenersi fedeli al Sacramento del matrimonio per il quale si sono uniti come Gesù è unito alla Chiesa e siano esempio costante di vita cristiana per i figli del loro amore santificato. Amen.
Padre Nostro. . .Ave Maria. . . Gloria al Padre. . . .
QUARTO GIORNO (16/5)
O santa Rita, noi ammiriamo il tuo coraggio e la tua costanza nel imitare Gesù nella testimonianza della fede e della carità, sia assolvendo fedelmente i tuoi impegni quotidiani sia affrontando con fede e speranza anche le situazioni più difficili; e sentiamo vergogna per le nostre frequenti incertezze, per la nostra pigrizia e per la nostra incoerenza: aiutaci a diventare pienamente responsabili del dono della fede e quindi ad operare sempre il bene con lo spirito cristiano, affinchè il nostro prossimo possa più facilmente unirsi a noi nel lodare il Padre. Amen.
Padre nostro. . . Ave Maria. . . Gloria al Padre. .
QUINTO GIORNO (17/5)
O santa Rita, tu hai amato Gesù da chiedere ed ottenere la partecipazione ai dolori della sua Passione: aiutaci a capire che nel mistero della nostra salvezza è essenziale la sofferenza e che lo sforzo per stare bene e per sfuggire ai dolori ci impedisce di seguire Gesù e quindi di entrare nella gloria che ha promesso a chi prende la sua croce e lo segue: aiutaci a superare la inquietudine delle gioie cercate senza Gesù e a vincere l egoismo che rende anche insensibili alle sofferenze degli altri. Amen.
Padre nostro. . . Ave Maria. . . Gloria al Padre. . . .
SESTO GIORNO (18/5)
O santa Rita, che hai imitato Gesù nel perdonare gli assassini del tuo sposo, aiutaci a vincere l orgoglio che ci fa deboli e vili, fino a renderci impossibile il perdono: insegnaci a cercare la vera giustizia e a voler essere simili al Padre del cielo che ama e aiuta anche i peccatori, che ama e aiuta anche noi che lo offendiamo tanto spesso con la nostra indifferenza e con la nostra ingratitudine: insegnaci che il perdonare le offese non è un sopra più, ma un dovere cristiano che ci rende degni della misericordia di Dio; insegnaci a pregare per chi ci offende e a fare del bene ai nostri nemici. Amen.
Padre nostro. . .Ave Maria. . .Gloria al Padre. . .
SETTIMO GIORNO (19/5)
O santa Rita, che, seguendo l esempio dei tuoi genitori, sei sempre vissuta in pace con Dio e hai operato per la pace nella tua famiglia e tra coloro che seguivano l abitudine del odio e della vendetta e solo dopo aver persuaso al vicendevole perdono le famiglie divise dal assassinio del tuo sposo, sei entrata in monastero: aiutaci a custodire la pace del Signore, a essere tolleranti ed in pace con tutti, affinchè la nostra preghiera e la nostra partecipazione al sacrificio Eucaristico siano gradite a Dio e ci ottengano anche quei beni che senza la pace interiore ed esteriore non si possono ricevere. Amen.
Padre nostro. . Ave Maria. . . Gloria al Padre. . .
OTTAVO GIORNO (20/5)
O santa Rita, tu hai sempre unito la preghiera alla carità e, prima di partecipare alla Passione di Gesù, hai imparato pazientemente a portare la tua croce e a partecipare alla passione del tuo prossimo, attuando sempre, con spirito di carità, le opere di misericordia: invece noi pensiamo molto al nostro benessere, a stare bene più che fare bene e così siamo indifferenti ai bisogni ed alle sofferenze altrui. Aiutaci ad essere cristiani coerenti e decisi, imploraci il coraggio e conforto nelle tribolazioni; implora per tutti i sofferenti piena fiducia al Padre celeste che li unisce alla Passione del suo Figlio per la salvezza del mondo. Amen.
Padre nostro. . .Ave Maria. . . Gloria al Padre. . .
NONO GIORNO (21/5)
O santa Rita, che hai vissuto intensamente la tua vocazione cristiana anche nella pratica della povertà, della obbedienza e della castità nel Ordine Agostiniano e hai sempre lavorato per il Regno di Dio, unisci le tue suppliche alle nostre, affinchè il Padre celeste, per i meriti del Signore Gesù, chiami molti cristiani alla vita sacerdotale e religiosa; dia ai chiamati il perseverante coraggio di una risposta generosa e fedele; benedica i sacrifici dei missionari e di tutti coloro che sono generosi testimoni della fede e della carità, cosi che possa giungere a tutti gli uomini, ma specialmente ai piccoli e ai poveri in spirito, la Parola salvatrice di Gesù e della sua Chiesa. Amen.
Padre nostro. . Ave Maria. . Gloria al Padre. . .
227 - Magnificat anima mea Dominum!
La nostra fede non è un peso, non è una limitazione. Che povera idea della verità cristiana dimostrerebbe chi non ne fosse convinto! Scegliendo Dio non perdiamo nulla, guadagniamo tutto: chi, a scapito della propria anima, avrà trovato la sua vita, la perderà; e chi avrà perduto la sua vita per causa mia, la troverà [Mt 10, 39].
Abbiamo in mano la carta vincente, il primo premio. Se qualcosa ci impedisce di vedere chiaramente questa verità, esaminiamo il fondo della nostra anima: forse c'è poca fede, poco rapporto personale con Dio, poca vita di preghiera. Dobbiamo chiedere al Signore — per mezzo di sua Madre, che è anche Madre nostra — di farci crescere nel suo amore, di concederci di gustare la dolcezza della sua presenza; perché soltanto quando si ama si giunge alla libertà più piena: la libertà di non voler mai abbandonare, per tutta l'eternità, l'oggetto del nostro amore. (Amici di Dio, 38)
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226 - Datevi da fare non per il cibo che non dura, ma per il cibo che rimane per la vita eterna
Gesù rispose loro: «In verità, in verità io vi dico: voi mi cercate non perché avete visto dei segni, ma perché avete mangiato di quei pani e vi siete saziati. Datevi da fare non per il cibo che non dura, ma per il cibo che rimane per la vita eterna e che il Figlio dell'uomo vi darà. Perché su di lui il Padre, Dio, ha messo il suo sigillo». Gli dissero allora: «Che cosa dobbiamo compiere per fare le opere di Dio?». Gesù rispose loro: «Questa è l'opera di Dio: che crediate in colui che egli ha mandato».
Questa gente che cerca Gesù sembra piena di fede, ma in realtà essa non crede nel Cristo. La loro non è fede, ma solo curiosità e simpatia superficiale, come risulterà nel seguito del racconto.
Gesù denuncia il vero motivo del loro interesse per la sua persona e li invita a una ricerca meno egoistica e più spirituale. Egli li rimprovera per la loro superficialità: nella moltiplicazione dei pani non avevano riconosciuto Gesù come Dio.
Il Cristo biasima la loro ricerca affannosa per il cibo che perisce, ossia per il pane che sfama il corpo, e li esorta a cercare il cibo che dura per la vita eterna. Questo cibo dev’essere qualcosa che assomiglia all’acqua viva che zampilla per la vita eterna (Gv 4,14). Si tratta quindi della rivelazione del Verbo incarnato, assimilata con una vita di fede profondissima che conduce alla vita eterna.
In questa prima fase del discorso, il cibo che Gesù darà rimane misterioso. In 6, 51 l’evangelista specificherà che si tratta della persona del Figlio di Dio, sacrificata per l’umanità con la passione e la morte, e donata in cibo.
L’azione del Padre che pone il suo sigillo indelebile sul Figlio è la consacrazione solenne dell’uomo Cristo Gesù fin dal primo istante della sua incarnazione e nel suo battesimo al Giordano.
"Che cosa dobbiamo fare per compiere le opere di Dio?" (v. 28). In questa domanda appare chiaramente la mentalità giudaica legata al valore delle opere. Gesù si oppone a questa mentalità e presenta necessaria per il possesso del regno di Dio una sola opera: la fede nella sua persona.
In questo brano sembra riecheggiare la polemica di Paolo contro le opere della legge a favore della fede: con le opere della legge nessun uomo può essere giustificato davanti a Dio (Rm 3,20); infatti si è giustificati non dalle opere, ma dalla fede, indipendentemente dalle opere (Rm 3,27-28; Gal 2,16; 3,5).
L’oggetto di questa fede è colui che Dio ha inviato, Gesù. L’unica opera che l’uomo deve compiere è credere nell’inviato di Dio. La fede di cui parla il vangelo è dono di Dio. L’uomo ha però la sua responsabilità perché può anche rifiutare questo dono. Quindi la fede è anche opera dell’uomo.
Padre Lino Pedron
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domenica 8 maggio 2011
225 - Maria, Maestra della dedizione senza limiti
Vuoi considerare — anch'io mi sto esaminando — se mantieni immutabile e ferma la tua scelta per la vita? Se rispondi liberamente di sì alla voce di Dio, amabilissima, che ti stimola alla santità? Rivolgiamo lo sguardo a Gesù, mentre parlava alla folla nelle città e nelle campagne di Palestina. Non vuole imporsi. Se vuoi essere perfetto... [Mt 19, 21], dice al giovane ricco. Quel ragazzo respinse l'invito e, dice il Vangelo, abiit tristis [Mt 19, 22], se ne andò triste. Aveva perso la gioia, perché aveva rifiutato di dare a Dio la sua libertà.
Pensate invece al momento sublime in cui l'arcangelo Gabriele annuncia a Maria il disegno dell'Altissimo. La Madonna ascolta, fa una domanda per capire meglio che cosa il Signore le chiede; poi, la risposta sicura: fiat! [Lc 1, 38] — avvenga di me quello che hai detto —, frutto della migliore libertà: quella di scegliere Dio.(Amici di Dio, 25)
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224 - Commento al Vangelo del 8/5/2011
È il mese di aprile dell’anno 30 d.C..
Due discepoli di Gesù si sono recati a Gerusalemme per celebrare la Pasqua e sono stati testimoni di fatti drammatici: il loro Maestro, profeta potente in opere ed in parole, è stato giustiziato.
Passati i giorni di quella triste festa, si preparano a tornare a Emmaus quando, di buon mattino, qualcuno corre da loro con notizie a dir poco sconvolgenti: il sepolcro è stato trovato vuoto, alcune donne sostengono di aver avuto una visione di angeli e si dice che Gesù sia vivo. A casa però hanno le famiglie ad attenderli, è primavera, è il tempo della raccolta dell’orzo e devono partire. Lungo il cammino si affianca loro un viandante: li accompagna e alla sera accade qualcosa di straordinario.
Il racconto dei discepoli di Emmaus è una delle pagine più belle dei vangeli. Introduce in un mondo celestiale, dove il sogno, invece di dissolversi, si tramuta in realtà. Dopo questa prima impressione incantevole, sorgono però perplessità e interrogativi: dove si trova Emmaus? C’era, sì, ma a 30 chilometri da Gerusalemme, non a una decina come dice il testo (Lc 24,13). Alcuni manoscritti antichi, probabilmente proprio per ovviare a questa difficoltà, parlano di 160 stadi (una trentina di chilometri), ma così ne creano un’altra: trasformano i due discepoli in maratoneti.
È anche inverosimile che, dopo aver udito che era accaduto qualcosa di straordinario (vv. 21-24), i due siano partiti, senza aver prima verificato ciò che poteva essere realmente successo (la storia della famiglia che li aspettava e dei campi da mietere l’ho inventata io, per dare un minimo di logicità alla loro decisione).
Come mai non riuscivano a riconoscere Gesù nel viandante? Che senso ha un miracolo di questo tipo: serve a creare suspence? Si noti che il testo non dice che Gesù si era dissimulato sotto false sembianze, ma che i loro occhi erano incapaci di riconoscerlo.. e sarà importante stabilire la ragione di questa cecità.
Perché non ci viene detto il nome anche del secondo discepolo? Luca non lo ricordava più?
Tornati a Gerusalemme, i due raccontano agli apostoli l’esperienza che hanno fatto del Risorto e vengono informati che il Signore è apparso anche a Simone (vv. 33-35). Poi il racconto continua: mentre sono riuniti e stanno parlando di queste cose, Gesù compare in mezzo a loro. Rimangono stupiti e spaventati, sono convinti di vedere un fantasma, non riescono a credere che egli sia vivo. Per convincerli, Gesù deve mangiare del pane e del pesce davanti a loro (Lc 24,36-42). La reazione dei discepoli è davvero inspiegabile: sembrano colti di sorpresa, come se nulla fosse accaduto prima.
Queste sono solo alcune delle difficoltà che vengono sollevate da un’interpretazione letterale del testo. Ma alcuni indizi ci orientano verso una lettura meno superficiale. Come non notare ad esempio che la frase: “Quando fu a tavola con loro, prese il pane, disse la benedizione, lo spezzò e lo diede loro” richiama in modo esplicito la celebrazione dell’eucaristia? E, prima di sedersi a tavola, il misterioso viandante presiede anche ad una solenne liturgia della Parola con le sue tre letture (“E cominciando da Mosè e da tutti i profeti spiegò loro in tutte le Scritture...”; v. 27) e la sua brava omelia (“Non si andava forse riscaldando il nostro cuore quando ci apriva le Scritture”; v. 32). Insomma… ha officiato una liturgia in piena regola.
Poi ancora: la frase “Non bisognava che il Cristo sopportasse queste sofferenze per entrar nella sua gloria?” (v. 26) è la prova inoppugnabile che colui che sta parlando è il Gesù già asceso al cielo. Questa situazione, più che a quella dei due di Emmaus, assomiglia a quella dei cristiani delle comunità di Luca. Proviamo a ricostruirla.
Siamo in Asia Minore negli anni 80-90. Quasi tutti i testimoni del Risorto sono ormai scomparsi e i cristiani della terza generazione si chiedono: sarà possibile per noi incontrare il Signore? Come attestare che egli è vivo se non lo abbiamo mai visto con i nostri occhi, né toccato con le nostre mani, né mai ci siamo seduti a mensa con lui? Saremo indotti a credere solo da ciò che altri ci hanno raccontato, come accade nei tribunali dove i giudici si fidano dei testimoni attendibili? Questa però non può essere chiamata una scelta di fede, ma è la conclusione di un ragionamento di buon senso. Vorremmo anche noi incontrare realmente il Risorto.
Proviamo a rileggere il racconto di Luca come una risposta agli aneliti e alle attese di questi cristiani.
Iniziamo dal nome. Uno dei due si chiama Cleopa (un personaggio molto noto nella Chiesa primitiva perché era il fratello di Giuseppe, il “padre” del Signore) e l’altro? L’altro… potrebbe essere un invito rivolto ad ogni lettore a inserire il proprio nome, un invito a percorrere assieme a Cleopa il cammino che porta a riconoscere il Risorto presente là dove due sono riuniti nel suo nome.
I due discepoli sono tristi: hanno visto crollare i loro sogni, fallire i loro progetti. Si attendevano un messia glorioso, un re potente e vincitore e si sono trovati davanti uno sconfitto. I rabbini insegnavano che il messia sarebbe vissuto mille anni e Gesù invece era morto.
È la storia dei cristiani delle comunità di Luca! Sono perseguitati, sono vittime di soprusi, vedono trionfare le opere della morte, i malvagi hanno la meglio sui puri di cuore: si trovano nelle stesse condizioni di spirito dei discepoli di Emmaus. Anch’essi si fermano, col volto triste.
È la nostra storia. Anche noi ci troviamo a volte nella stessa condizione di spirito. Succede quando dobbiamo ammettere che la furbizia prevale sull’onestà; quando siamo costretti a prendere atto che la menzogna diviene la verità ufficiale, imposta da chi detiene il potere; quando vediamo i profeti messi a tacere o essere uccisi. Anche noi ci fermiamo, col volto triste, rassegnati di fronte a una realtà ineluttabile, costretti ad ammettere che il mondo nuovo annunciato da Gesù forse non si realizzerà mai.
Ma una comunità nata dalla fede nel Risorto può abbandonarsi a questi pensieri di morte e cedere alla tristezza? Hanno senso le facce non solo assonnate e distratte, ma deluse di tanti partecipanti alle nostre assemblee domenicali? Sono segno della certezza nella vittoria della vita o testimoniano sconforto e abbattimento?
I due di Emmaus conoscono molto bene la vita di Gesù. Ne fanno un riassunto perfetto, identico a quello insegnato nella catechesi della Chiesa primitiva (vv. 19-20), ma la loro sintesi ha un grave difetto: si ferma alla constatazione della vittoria della morte: “I nostri capi – spiega Cleopa – lo hanno consegnato per essere condannato a morte e poi lo hanno ucciso” (v. 20) ed essendo già passati tre giorni, questa morte è da considerarsi definitiva.
Luca pone volutamente sulla loro bocca i pensieri di molti cristiani delle sue comunità. Essi conoscono bene ciò che Gesù ha fatto e insegnato, lo considerano un uomo saggio, uno che, con il suo messaggio di pace e di amore, ha cambiato il cuore di tanta gente... ma alla fine è morto, come tutti.
Chi pensa in questo modo scopre solo l’aspetto esteriore, l’evento storicamente verificabile della vita di Gesù, ma non giunge alla fede in lui perché non crede nella sua risurrezione, che non può essere constatata e dimostrata. La conseguenza di questa conoscenza incompleta è la tristezza. Senza la fede nella risurrezione, le sconfitte rimangono sconfitte, la vita termina con la morte, è una tragedia senza senso.
Come si arriva a questa situazione disperata?
I due di Emmaus hanno delle responsabilità, hanno commesso errori.
Anzitutto hanno abbandonato la comunità, il gruppo di coloro che hanno continuato a cercare una risposta a quanto era accaduto. Hanno preferito andarsene da soli, convinti che a certi drammi nessuno saprà mai dare un senso.
Non hanno verificato se l’esperienza fatta dalle donne poteva essere illuminante anche per loro.
Così si stavano comportando molti cristiani del tempo di Luca: di fronte alle difficoltà e alle persecuzioni alcuni abbandonavano la loro comunità; altri, quasi per principio, rifiutavano le risposte che venivano dalla fede, non verificavano nemmeno se potevano avere una logica e un senso.
Un terzo errore: i due di Emmaus non hanno avuto il minimo dubbio che le loro idee sul messia trionfatore potessero essere errate. Erano testardamente aggrappati alla tradizione, a ciò che era stato loro insegnato, erano impermeabili alle sorprese e alle novità di Dio.
Gesù non abbandona gli uomini che scelgono le strade che conducono alla tristezza. Egli si fa loro compagno di viaggio.
Come sempre accade, il Risorto non è riconoscibile (qualcuno crede di vedere un fantasma, la Maddalena lo prende per un ortolano, sul lago viene considerato un abile pescatore...). Non si tratta di miracoli. È un modo per presentare la situazione nuova di colui che è entrato nella gloria di Dio: è una condizione completamente diversa da quella di questo mondo. La vita dei risorti non è un prolungamento migliorato della vita presente e gli occhi dell’uomo non possono coglierla. Ecco la ragione per cui gli evangelisti dicono che Gesù era lui, ma non era più lo stesso; era Gesù che avevano toccato, con cui avevano mangiato e bevuto, era colui che era morto – “Guardate le mie mani e i miei piedi: sono io!” (Lc 24,39) – ma era completamente diverso.
Come arrivano Cleopa e il discepolo senza nome a scoprire che Gesù, lo sconfitto, è il messia? Come possono capire che la vita nasce dalla morte?
Il cammino che il Risorto fa loro percorrere è quello delle Scritture: è la parola di Dio che svela il mistero.
Non avendo capito la Bibbia, i due discepoli ragionano da uomini, non vedono ciò che è accaduto con lo sguardo di Dio, per questo Gesù li richiama: “O insensati e duri di cuore nel credere alla parola dei profeti! Non bisognava che il Messia passasse attraverso il dono della vita, per entrare nella sua gloria?” (vv. 25-26).
Il cammino della croce è inconcepibile e assurdo per gli uomini; solo chi legge le Scritture scopre che Dio è tanto grande da saper ricavare dal maggior crimine degli uomini il suo capolavoro di salvezza. Non basta leggere la parola di Dio, bisogna anche capirla, per questo è necessario che qualcuno la spieghi e, possibilmente, lo faccia non come chi trasmette arida cultura teologica, ma “scaldando il cuore”.
Alla sera di quella prima “domenica”, i discepoli giungono a casa e Gesù è con loro. Quando sono seduti a tavola, egli “prende il pane, pronuncia la benedizione, lo spezza e lo dà loro” (v. 30). È facile comprendere ciò che Luca vuole insegnare: gli occhi del cristiano si aprono e riconoscono il Risorto durante la celebrazione liturgica domenicale.
Nel racconto dei discepoli di Emmaus sono presenti tutti gli elementi della celebrazione eucaristica: c’è l’entrata del celebrante, poi la liturgia della Parola con l’omelia, infine “lo spezzar del pane”.
Solo al momento della comunione eucaristica gli occhi si aprono e i discepoli si rendono conto che il Risorto è in mezzo a loro, ma senza la Parola non sarebbero arrivati a scoprire il Signore nel pane eucaristico.
Tutti devono fare l’esperienza dell’incontro con il Risorto.
Nella celebrazione comunitaria lo possono contemplare attraverso i segni sacramentali; ma nel momento in cui lo riconoscono... ecco che egli già non è più visibile; non è scomparso, ma gli occhi materiali non lo possono vedere.
Un ultimo elemento importante di questo brano: i discepoli di Emmaus, non appena hanno riconosciuto il Signore, corrono ad annunciare la loro scoperta ai fratelli e con loro proclamano la fede: “Davvero il Signore è risorto”... È questo, potremmo dire, il canto finale con cui si conclude la celebrazione domenicale. Le sue note accompagnano i discepoli per tutto il resto della settimana, sono l’espressione della gioia che essi vanno a portare a tutti gli uomini.
Fernando Armellini (biblista)
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223 - Richiesta di preghiere 21/2011
Cari fratelli, pregate per tutte le mie intenzioni che chiedo al Padre con il Rosario, specialmente per il dono di una compagna di vita, grazie e che Dio vi benedica per quello che fate.
53) Giusy:
chiedo preghiere per me ,dall estate improvvisamente mi assalgono momenti di ansia ed angoscia e poi panico.sono sempre stata ansiosa ma questi momenti mi lasciano una bruttissima sensazione e non so come guarire,mi affido a Colui che tutto può
54) Giampietro dal Veneto:
chiedo una preghiera per me ,sto passandio ,un momento molto critico......grazie mille
55) Davide dalla Calabria:
Salve, mi chiamo Davide, ho quasi 28 anni, sono stato un seminarista missionario per vari anni. Da due anni sono stato fidanzato con una ragazza meravigliosa che si chiama Alessandra, una ragazza di fede come me. Purtroppo qualche giorno fa ci siamo lasciati, io di sicuro in qualcosa l'avrò trascurata e lei non ha capito alcune mie esigenze.vi chiedo di intercedere presso il Padre, perchè se è Sua volontà, possiamo tornare insieme e sposarci
56) Antonio:
perché riesca a capire il piano di Dio per la mia vita e trovi la forza e il coraggio per fare sempre la Sua volontà;perché le difficoltà psicologiche di questi ultimi tempi spariscano e torni a rapportarmi agli altri con serenità per essere un testimone di Cristo credibile; per la protezione mia e della mia famiglia dagli attacchi del demonio.
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sabato 7 maggio 2011
222 - Maria, maestra di orazione
Ama la Madonna. E Lei ti otterrà grazia abbondante per vincere in questa lotta quotidiana. —E non serviranno a nulla al maligno quelle cose perverse che salgono, salgono, ribollendo dentro di te, per cercare di annegare nel loro putridume odoroso i grandi ideali, i comandamenti sublimi che Cristo stesso ha messo nel tuo cuore. —Serviamo! (Cammino, 493)
A Gesù si va e si “ritorna” sempre per Maria.(Cammino, 495)
Maria, maestra di orazione.
—Guarda come prega suo Figlio, a Cana. E come insiste, senza perdersi d'animo, con perseveranza.
—E come ottiene.
—Impara.
(Cammino, 502)
Non si può condurre una vita pura senza l'aiuto divino. Dio vuole la nostra umiltà, vuole che chiediamo il suo aiuto, attraverso la Madre nostra e sua.
Devi dire alla Vergine, proprio adesso, nella solitudine piena di compagnia del tuo cuore, parlando senza rumore di parole: Madre mia, questo mio povero cuore qualche volta si ribella... Ma se tu mi aiuti... — E ti aiuterà, affinché tu lo custodisca puro e prosegua per il cammino a cui Dio ti ha chiamato: la Vergine ti aiuterà sempre a compiere la Volontà di Dio.(Forgia, 315)
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221 - Videro Gesù che camminava sul mare
Dopo la moltiplicazione dei pani, i discepoli, come la folla, avevano acclamato Gesù re, ma la loro speranza era stata delusa. Ora scendono al lago e, sconsolati, dirigono la barca verso Cafàrnao per ritornare a casa loro e al loro lavoro. Giovanni sottolinea questa incomprensione dei discepoli con l’immagine della notte e della tenebra (vv. 16-17). Il separarsi da Gesù e il non seguire la sua parola è entrare nella tenebra e nella cecità più profonda. La confusione interiore del loro cuore, simboleggiata dal forte vento che scuote la barca, li induce ad abbandonare il Maestro.
L’annotazione dell’evangelista: "Gesù non era ancora venuto da loro" (v. 17) prepara la sua rivelazione ai discepoli. Lontani dalla spiaggia circa cinque o sei chilometri essi videro Gesù che camminava sulle acque. Egli si presenta come Dio che può camminare sulle grandi acque e sul mare (Sal 77,20; 107,4-30; ecc.). Con le parole: "Sono io, non temete!" Gesù si fa conoscere loro e si rivela come il Signore in cui è presente la potenza di salvezza di Dio. Le forze della natura, anche le più violente, non possono ostacolare l’azione del Figlio di Dio. Egli si rivela ai discepoli non solo come Messia, che sazia la loro fame, ma ancor più come Dio che ancora una volta va loro incontro con amore.
Padre Lino Pedron
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venerdì 6 maggio 2011
220 - Il Santo Rosario è un'arma potente
Anche i nostri rapporti con la Madre del Cielo richiedono norme di pietà filiale che guidino il nostro comportamento verso di Lei. Molti cristiani adottano l'antica consuetudine dello scapolare, o usano salutare — non c'è bisogno di parole, basta un pensiero — le immagini di Maria che si trovano in ogni casa cristiana o che adornano le strade in tante città. Altri vivono quella preghiera meravigliosa che è il santo Rosario, nel quale l'anima non si stanca di ripetere le stesse cose, come non se ne stancano gli innamorati che si amano veramente, e in cui si impara a rivivere i momenti centrali della vita del Signore. Altri ancora si sono abituati a dedicare alla Madonna un giorno della settimana — proprio il giorno in cui siamo oggi riuniti, il sabato — come un'occasione per offrirle qualche piccola attenzione e per meditare più intensamente sulla sua maternità.Ci sono molte altre devozioni mariane che non è necessario ricordare in questo momento. Certamente non si tratta di praticarle tutte insieme — crescere nella vita soprannaturale è cosa ben diversa dal fare accumulo di devozioni —: devo però dire che non possiede la pienezza della fede chi non ne vive nessuna, chi non manifesta in qualche modo il suo amore a Maria.(E' Gesù che passa, 142)
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219 - Gesù distribuì i pani a quelli che erano seduti, quanto ne volevano
Allora Gesù, alzàti gli occhi, vide che una grande folla veniva da lui e disse a Filippo: «Dove potremo comprare il pane perché costoro abbiano da mangiare?». Diceva così per metterlo alla prova; egli infatti sapeva quello che stava per compiere. Gli rispose Filippo: «Duecento denari di pane non sono sufficienti neppure perché ognuno possa riceverne un pezzo». Gli disse allora uno dei suoi discepoli, Andrea, fratello di Simon Pietro: «C'è qui un ragazzo che ha cinque pani d'orzo e due pesci; ma che cos'è questo per tanta gente?».
Rispose Gesù: «Fateli sedere». C'era molta erba in quel luogo. Si misero dunque a sedere ed erano circa cinquemila uomini. Allora Gesù prese i pani e, dopo aver reso grazie, li diede a quelli che erano seduti, e lo stesso fece dei pesci, quanto ne volevano.
E quando furono saziati, disse ai suoi discepoli: «Raccogliete i pezzi avanzati, perché nulla vada perduto». Li raccolsero e riempirono dodici canestri con i pezzi dei cinque pani d'orzo, avanzati a coloro che avevano mangiato. Allora la gente, visto il segno che egli aveva compiuto, diceva: «Questi è davvero il profeta, colui che viene nel mondo!». Ma Gesù, sapendo che venivano a prenderlo per farlo re, si ritirò di nuovo sul monte, lui da solo.
Il miracolo della moltiplicazione dei pani ci introduce al grande discorso sul pane della vita, anticipandone i temi principali. Il racconto è importante perché tutti gli evangelisti lo riportano e lo mettono al centro dell’attività pubblica di Gesù.
Il brano rivela un preciso significato cristologico e sacramentale, che non è tanto quello di sfamare la folla, ma di rivelare la gloria di Dio in Gesù, Parola fatta carne.
Il lago di Galilea è chiamato mare di Tiberiade dal nome della città costruita negli anni 14-36 d. C. dal tetrarca Erode Antipa in onore dell’imperatore Tiberio.
La grande folla che segue Gesù e parteciperà al prodigio straordinario della moltiplicazione dei pani, il giorno dopo rifiuterà la rivelazione del Figlio di Dio. Il seguire Gesù per vedere dei miracoli non è indice di una fede autentica.
Nella tradizione biblica Dio si è rivelato soprattutto su un monte: il Sinai (Es 19-20). Anche il rivelatore definitivo di Dio, Gesù, si manifesta sopra un monte. Questa specificazione ha soprattutto un valore teologico.
Prima di dare inizio al segno-miracolo, Giovanni precisa che "era vicina la Pasqua, la festa dei giudei" (v. 4). Per l’evangelista e la comunità cristiana, che rilegge il fatto alla luce della risurrezione, questa precisazione cronologica serve come richiamo alla Pasqua cristiana, simboleggiata dal pane spezzato, che affonda le sue radici nel ricordo della Pasqua ebraica e nei miracoli che l’accompagnarono. In Gesù si compie il passato e si realizza ogni speranza di Israele. Il pane che egli sta per donare al popolo porta a perfezione la Pasqua ebraica facendola confluire nel grande banchetto eucaristico cristiano.
Con le parole di Gesù a Filippo: "Dove possiamo comprare il pane perché costoro abbiano da mangiare?", l’evangelista sembra ispirarsi alle parole che Mosè rivolse al Signore: "Da dove prenderei la carne da dare a tutto questo popolo?" (Nm 11,13).
Gesù rivolge questa domanda a Filippo per metterlo alla prova. Si presenta fin dall’inizio il tema della fede, di cui è permeato tutto il capitolo sesto. La risposta di Filippo mette in evidenza che perfino un acquisto rilevante di pane sarebbe stato insufficiente per sfamare tante persone. La soluzione umana non basta a saziare i bisogni dell’uomo.
È Gesù che appaga in pienezza ogni necessità e aspirazione: con cinque pani sfama cinquemila persone e ne avanzano dodici ceste (v. 13).
Giovanni specifica che i pani erano di orzo per indicare che si tratta del pane dei poveri e per rievocare l’analogo prodigio operato da Dio per mezzo del profeta Eliseo (2Re 4,42ss).
Tutti mangiarono a sazietà. La frase: "Raccogliete i pezzi avanzati, perché nulla vada perduto" vuole sottolineare il carattere sacro del pane avanzato, perché viene visto in prospettiva eucaristica, come segno della carne di Cristo.
Il pane di Gesù, a differenza della manna nel deserto (cfr. Es 16,20), viene raccolto perché non si corrompa.
Il numero dodici potrebbe essere riferito agli apostoli: ne raccolsero una cesta ciascuno; ma più probabilmente indica la perfezione e la completezza del pane eucaristico, che può saziare la fame spirituale non solo dei cinquemila ma di tutti gli uomini.
La folla riconosce Gesù come il profeta atteso per la fine dei tempi (Es 4,1-9). Ma il testo fa capire che l’entusiasmo della folla è di carattere politico. E poiché la sua regalità è fraintesa dalla folla, Gesù si ritira da solo sul monte. Da questo momento ha inizio il progressivo ridursi della folla narrato in questo capitolo, finché Gesù non rimane solo con i Dodici.
Padre Lino Pedron
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giovedì 5 maggio 2011
218 - Madre! —Chiamala forte, forte
Per capire il ruolo di Maria nella vita cristiana, per sentirci attratti verso di Lei, per cercare con affetto filiale la sua amorevole compagnia, non occorrono lunghe disquisizioni, anche se il mistero della maternità divina ha una ricchezza di contenuto su cui non si rifletterà mai abbastanza.
Dobbiamo amare Dio con lo stesso cuore col quale amiamo i nostri genitori, i nostri fratelli, le altre persone della nostra famiglia, i nostri amici: abbiamo un cuore solo. Con questo solo cuore dobbiamo rivolgerci a Maria.
Come si comporta un figlio con sua madre? In tanti modi diversi, ma sempre con affetto e fiducia. Con un affetto che si manifesterà di volta in volta secondo le occasioni tracciate dalla vita stessa. Lungi da ogni freddezza, si creano cosìo tenere e intime consuetudini domestiche fatte di piccole attenzioni quotidiane che il figlio sente il bisogno di rivolgere alla madre e di cui la madre sente la mancanza se il figlio le dimentica: un bacio, una carezza uscendo o entrando in casa, un piccolo regalo, qualche parola intensa ed espressiva.(E' Gesù che passa, 142)
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217 - Il Padre ama il Figlio e gli ha dato in mano ogni cosa
"Chi viene dall’alto è al di sopra di tutti". Queste parole spiegano perché nessuno dev’essere geloso della superiorità di Gesù: egli viene dall’alto, da Dio; il Battista e tutti gli altri vengono dalla terra. Il Figlio incarnato rende testimonianza delle realtà celesti che continuamente vede, perché vive in continuo rapporto d’amore con il Padre (cfr. Gv 1,18).
"Egli attesta ciò che ha visto e udito, eppure nessuno accetta la sua testimonianza" (v. 33). L’evangelista ripete quanto aveva già detto Gesù in 3,11: "Voi non accogliete la nostra testimonianza". Ma l’orizzonte dell’incredulità è allargato, perché si afferma che nessuno accoglie la testimonianza di Gesù. Questa generalizzazione è esagerata, ma vuol dire che tutti dovrebbero credere in Gesù e invece non ci crede quasi nessuno.
Il v. 33 riprende in senso positivo le precedenti affermazioni negative sulla mancata accoglienza della rivelazione di Gesù. La fede dei discepoli offre la prova che Dio è veritiero. "Accogliere la testimonianza del rivelatore che viene dall’alto è dare, attraverso di lui, l’assenso a Dio stesso, è riconoscere la veracità divina nella parola stessa dell’inviato: Dio infatti parla in lui; egli coinvolge automaticamente Dio" (Mollat).
Il v. 34 spiega le precedenti affermazioni sull’autenticità della rivelazione di Gesù. Egli è l’unico autentico rivelatore definitivo inviato dal Padre. Chi accoglie la sua testimonianza costituisce la prova irrefutabile che Dio è veritiero, ossia si rivela veramente e autenticamente nel suo Figlio. L’inviato del Padre rivela la parola di Dio e comunica la salvezza perché egli solo può comunicare lo Spirito senza misura.
Il v. 35 spiega perché Gesù può donare lo Spirito: "Il Padre ama il Figlio e gli ha dato in mano ogni cosa". Questo amore del Padre per il Figlio è lo Spirito Santo.
Sant’Agostino commenta: "Il Padre ama il Figlio, ma lo ama come Padre il Figlio, non come padrone il servo; lo ama come Figlio Unigenito, non come figlio adottivo. Per questo gli ha dato tutto in mano. Cosa vuol dire tutto? Vuol dire che il Figlio è potente quanto il Padre… Essendosi dunque degnato di mandare il Figlio, non pensiamo che ci sia stato mandato un inferiore al Padre; mandando il Figlio, il Padre ci ha dato un altro se stesso" (PL 35,1509).
Nel v. 36 si sviluppa la tematica della fede e dell’incredulità e si prospetta la situazione di chi crede e di chi non crede. Chi crede nel Figlio ha la vita eterna. Chi non crede nel Figlio non partecipa alla vita eterna. Nella prima Lettera di Giovanni leggiamo: "Dio ci ha dato la vita eterna e questa vita è nel suo Figlio. Chi ha il Figlio, ha la vita; chi non ha il Figlio di Dio, non ha la vita. Questo io vi ho scritto perché sappiate che possedete la vita eterna, voi che credete nel nome del Figlio di Dio" (5,11-13).
Padre Lino Pedron
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mercoledì 4 maggio 2011
216 - Con Maria, com'è facile !
I figli, specialmente quando sono ancora piccoli, tendono a chiedersi che cosa i genitori dovrebbero fare per loro, dimenticando invece i loro doveri di pietà filiale. Noi figli, di solito, siamo molto interessati, anche se questo modo di fare — l'abbiamo già rilevato — non sembra importare molto alle mamme, perché hanno abbastanza amore nei loro cuori, e amano con l'affetto migliore: quello di chi si dona senza attendere il contraccambio.
Altrettanto avviene con la Madonna. (...) Ci devono addolorare, se ci sono, le nostre mancanze di delicatezza verso la Madre buona. Vi chiedo — e mi chiedo —: come la onoriamo?
Ritorniamo all'esperienza quotidiana, alla consuetudine con le nostre madri terrene. Che cosa desiderano più di tutto le mamme dai loro figli, da coloro che sono carne della loro carne e sangue del loro sangue? La loro massima aspirazione è di averli vicino. Quando i figli crescono e non è più possibile averli accanto, attendono con impazienza le loro notizie, si emozionano per tutto ciò che succede loro: dal più piccolo malessere agli avvenimenti più importanti.
Guardate: per Maria, nostra Madre, saremo sempre piccoli, perché la Madonna ci apre la strada del Regno dei Cieli, che sarà donato a chi si fa bambino [Cfr Mt 19, 14]. Dalla Madonna non ci dobbiamo mai separare. E come le renderemo onore? Frequentandola, parlandole, esprimendole il nostro affetto, meditando nel nostro cuore le scene della sua vita terrena, raccontandole le nostre lotte, i nostri successi e i nostri insuccessi. (Amici di Dio, nn. 289-290)
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215 - Maria, maestra di speranza
Maestra di speranza. Maria annuncia che tutte le generazioni la chiameranno beata [Cfr Lc 1, 48]. Umanamente parlando, su quali motivi poggiava questa speranza? Chi era Lei, per gli uomini e per le donne del suo tempo? Le grandi eroine del Vecchio Testamento — Giuditta, Ester, Debora — ebbero già su questa terra una gloria umana, furono acclamate dal popolo, esaltate. Il trono di Maria, come quello di suo Figlio, è la Croce. E per tutto il resto della sua vita, fino a quando è assunta in Cielo in corpo e anima, è la sua silenziosa presenza a impressionarci. San Luca, che la conosceva bene, annota che la Madonna è accanto ai primi discepoli, in preghiera. Così conclude i suoi giorni terreni colei che doveva essere lodata da tutte le creature per l'eternità.
Quale contrasto tra la speranza della Madonna e la nostra impazienza! Spesso reclamiamo a Dio l'immediato pagamento del poco bene che abbiamo compiuto. Appena sorge la prima difficoltà, ci lamentiamo. Siamo, molto sovente, incapaci di reggere lo sforzo, di mantenere la speranza. Perché non abbiamo fede: Beata colei che ha creduto! Perché si compiranno le cose predette dal Signore [Lc 1, 45]. (Amici di Dio, 286)
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214 - Messaggio Medjugorje 2/5//2011
Io prego particolarmente per i pastori, perché Dio li aiuti ad essere accanto a voi con tutto il cuore".
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213 - Cadavere di Cristo
Avrete osservato che certe madri, mosse da legittimo orgoglio, si affrettano a mettersi accanto ai loro figli quando sono festeggiati, quando ricevono un pubblico riconoscimento. Altre, invece, anche in questi momenti restano in secondo piano, amando in silenzio. Maria era così, e Gesù lo sapeva.
Adesso, invece, nello scandalo del sacrificio della Croce, Maria è presente, ad ascoltare con tristezza coloro che passavano di là e lo insultavano scuotendo il capo e dicendo: «Tu che distruggi il tempio e lo ricostruisci in tre giorni, salva te stesso! Se tu sei Figlio di Dio, scendi dalla Croce!» [Mt 27, 39-40]. La Madonna ascolta le parole di suo Figlio, e si unisce al suo dolore: Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato? [Mt 27, 46]. Che cosa poteva fare? Fondersi con l'Amore redentore di suo Figlio, offrire al Padre il dolore immenso — come una spada tagliente — che trapassava il suo purissimo cuore.
Ancora una volta, Gesù si sente consolato dalla presenza discreta e amorosa di sua Madre. Maria non grida, non si agita affannosamente. Stabat: sta in piedi, accanto al Figlio. È allora che Gesù fissa su di Lei lo sguardo, per poi rivolgerlo a Giovanni, ed esclamare: «Donna, ecco il tuo figlio!». Poi disse al discepolo: «Ecco la tua madre!» [Gv 19, 26-27]. In Giovanni, Cristo affida a sua Madre tutti gli uomini, e specialmente i suoi discepoli: coloro che avrebbero creduto in Lui.
Felix culpa [Preconio nella Veglia pasquale], canta la Chiesa: colpa felice, perché ci ha fatto ottenere un così grande Redentore. Colpa felice, possiamo anche aggiungere, che ci ha meritato di ricevere per Madre la Madonna. Ormai non abbiamo più nulla da temere, niente ci deve preoccupare: perché la Madonna, incoronata Regina del cielo e della terra, è l'onnipotenza supplicante davanti a Dio. Gesù non può negare nulla a Maria, e neppure a noi, figli della sua stessa Madre. (Amici di Dio, nn. 287-288)
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martedì 3 maggio 2011
212 - Da tanto tempo sono con voi e tu non mi hai conosciuto, Filippo?
compie le sue opere. Credete a me: io sono nel Padre e il Padre è in me. Se non altro, credetelo per le opere stesse. In verità, in verità io vi dico: chi crede in me, anch'egli compirà le opere che io compio e ne compirà di più grandi di queste, perché io vado al Padre. E qualunque cosa chiederete nel mio nome, la farò, perché il Padre sia glorificato nel Figlio. Se mi chiederete qualche cosa nel mio nome, io la farò.
Dal tema del viaggio verso la casa del Padre, Gesù, con naturalezza, passa a parlare della via (v. 4). Per giungere al Padre bisogna passare per il Figlio.
Tommaso desidera concretezza e chiarezza nei discorsi. Egli aveva capito che Gesù parlava di una via nel senso materiale di strada, mentre Gesù sta parlando della via come mezzo per giungere a Dio, come strumento per mettersi in contatto personale con il Padre. Per questa ragione, nella sua replica all’apostolo, Gesù proclama di essere la via per andare verso Dio.
Gesù proclama di essere il mediatore per mettersi in contatto personale con il Padre. Nessuno può arrivare a Dio con le proprie forze, né può servirsi di altri mediatori. Come nessuno può andare verso il Cristo, se non gli è concesso dal Padre (Gv 6,65), così nessuno può giungere al Padre senza la mediazione di Gesù (v. 6).
Gesù proclama anche di essere la verità e la vita. I sostantivi via, verità e vita sono applicati al Cristo per indicare le sue tre funzioni specifiche di mediatore, rivelatore e salvatore.
Gesù è l’unica persona che mette in rapporto con il Padre, che manifesta in modo perfetto la vita e l’amore di Dio per l’umanità, e comunica al mondo la salvezza che è la vita di Dio. Solo Gesù può condurre l’uomo a Dio, perché egli solo vive nel Padre e il Padre vive in lui.
L’intervento di Filippo riecheggia la domanda di Mosè rivolta al Signore: "Mostrami la tua gloria" (Es 33,18). Gesù gli risponde che egli vive nel Padre (vv. 9-10). L’apostolo avrebbe dovuto sapere che Gesù è una sola cosa con il
Padre (Gv 8,24.28.58; 10,30.38; 13,13). Di conseguenza, vedendo Gesù si vede il Padre (v. 9).
Data questa mutua immanenza del Padre e del Figlio, le parole dette da Gesù in realtà sono pronunciate dal Padre che dimora in lui e le opere da lui compiute sono fatte dal Padre (v. 10).
L’immanenza del Padre nel Figlio può essere accettata solo per fede, per questo Gesù esorta i discepoli a credere in questa verità, se non altro a motivo delle opere straordinarie da lui compiute.
Gesù spesso invita alla fede pura, basata solo sulla sua parola (Gv 4,21.48; 6,29), per cui proclama beato chi crede senza aver visto (20,29). Egli tuttavia fa appello anche alla prova divina delle opere meravigliose e straordinarie compiute nel nome di Dio, per autenticare la sua missione divina, invitando i suoi ascoltatori a credere almeno per questa ragione (Gv 5,36; 10,25.37-38; 11,15). Per questo motivo il peccato d’incredulità dei giudei è senza scuse (Gv 15,24).
Nel v. 12 Gesù usa l’espressione solenne: "In verità, in verità vi dico" per richiamare l’attenzione sull’importanza dell’argomento trattato. Egli assicura ai suoi amici che, se crederanno nella sua persona divina, potranno compiere
opere meravigliose e segni straordinari. La motivazione di questa possibilità di compiere opere eccezionali sta nel fatto che Gesù ritorna al Padre, presso il quale esaudirà le richieste dei discepoli (v. 13).
Affinché la preghiera sia esaudita, dev’essere fatta nel nome di Gesù, cioè dev’essere rivolta a Dio per mezzo di Gesù, mossi dalla fede nella mediazione del Figlio di Dio. Gesù non lascia senza risposta le preghiere dei suoi amici (v. 14).
Padre Lino Pedron
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lunedì 2 maggio 2011
211 - Richiesta di preghiere 20/2011
48) Gian dal Trentino: Per avere pace e amore nel cuore
49) Gerard, dalla Francia, chiede preghiere per un suo socio che gli ha sottratto un'ingente somma di denaro
pour mon ancien associé **** qui ma détourné plus 41,000€
50) Jeanne, dalla Francia, ci chiede i pregare affinché il Signore invii alla congregazione delle piccole suore dei poveri di Istambul una madre superiora con le migliori virtù e attitudini morali e spirituali per ricoprire questo incarico.
prions afin que le seigneur envoie a Ýstanbul chez les petites soeurs des pauvres une mere superieure dynamique, charitable, aimant la priere et se souciant du bien etre des personnes agees
51) Antonio: Chiedo preghiere per Gavino che nei prossimi giorni dovrà subire un delicato intervento chirurgico. Chiedo preghiere anche per una mia collega, perché trovi la vera fede e riformi così la sua vita e le sue scelte.Grazie.
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210 - Preghiera di lode
ti lodo o Altissimo perché ogni giorno mi sostieni,
ti lodo Onnipotente perché ami questa tua creatura,
ti lodo Santissimo perché sei misericordioso.
Ti ringrazio per avermi donato l'esistenza,
per avermi immerso tra le altre creature,
per l'affetto dei miei cari che mi hai messo accanto ,
per il dono giornaliero delle cose necessarie.
Ti lodo perché mi hai fatto meravigliosamente,
per i sensi corporali che continuamente esercito,
Ti lodo per il respiro che ritempra il mio corpo,
per ogni battito del cuore che tu mi concedi.
Riconosco, o Signore, la tua grande magnificenza,
il sublime mistero della tua Incarnazione
che ti ha reso solidale con noi peccatori
per portarci alle vette della tua divinità.
Ti lodo, o Signore, per il tuo fecondo Spirito
che è sempre pronto e sollecito con noi.
Ti lodo, o Signore, perché mai ci abbandoni
anche quando noi abbandoniamo Te.
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209 - La vostra vocazione umana è parte importante della vostra vocazione divina
La fede e la vocazione cristiana impregnano non una parte, ma tutta la nostra esistenza. I rapporti con Dio sono necessariamente rapporti di dedizione e assumono un senso di totalità. L'atteggiamento dell'uomo di fede è di guardare alla vita, in tutte le sue dimensioni, con una prospettiva nuova: quella che ci è data da Dio.
Voi che oggi celebrate con me la festa di san Giuseppe, siete persone dedite al lavoro in varie attività professionali, formate vari focolari e appartenete a diverse nazioni, razze e lingue. Vi siete educati nelle aule universitarie o nelle fabbriche, avete esercitato per anni la vostra professione, avete intessuto rapporti di lavoro e di amicizia con i vostri compagni, avete partecipato alla soluzione dei problemi collettivi delle vostre imprese e della vostra società.
Ebbene, vi ricordo ancora una volta che tutto ciò non è estraneo ai piani divini. La vostra vocazione umana è parte importante della vostra vocazione divina. Ecco il motivo per cui dovete santificarvi — collaborando al tempo stesso alla santificazione degli altri — santificando precisamente il vostro lavoro e il vostro ambiente, e cioè la professione o il mestiere che riempie i vostri giorni, che dà una fisionomia peculiare alla vostra personalità umana, che è il vostro modo di essere presenti nel mondo; e, assieme al lavoro, il focolare, la vostra famiglia e, infine, la nazione ove siete nati e che amate. (E' Gesù che passa, 46)
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208 - Ti sta accanto Maria
Dà gioia costatare che la devozione alla Vergine è sempre viva e che suscita nelle anime cristiane l'impulso soprannaturale a operare come domestici Dei, come membri della famiglia di Dio.
Certamente anche voi, vedendo che in questi giorni tanti fedeli esprimono in mille maniere il loro amore alla Vergine Maria, vi sentirete più inseriti nella Chiesa, più fratelli dei vostri fratelli.
Accade come in una riunione di famiglia, quando i figli più grandi, che la vita ha separato, si ritrovano accanto alla madre in occasione di qualche festa. E se anche hanno avuto delle divergenze o si sono trattati male tra di loro, quel giorno no: quel giorno si sentono uniti e si ritrovano vincolati in un comune affetto.
Maria edifica continuamente la Chiesa, la aduna, la mantiene unita. È difficile avere un'autentica devozione alla Madonna e non sentirsi più che mai legati alle altre membra del Corpo Mistico, più che mai uniti al suo Capo visibile, il Papa.
Mi piace ripetere: Omnes cum Petro ad Iesum per Mariam, tutti con Pietro a Gesù per Maria. (E' Gesù che passa, 139)
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207 - Se uno non nasce da acqua e Spirito, non può entrare nel regno di Dio
Gli disse Nicodèmo: «Come può nascere un uomo quando è vecchio? Può forse entrare una seconda volta nel grembo di sua madre e rinascere?». Rispose Gesù: «In verità, in verità io ti dico, se uno non nasce da acqua e Spirito, non può entrare nel regno di Dio. Quello che è nato dalla carne è carne, e quello che è nato dallo Spirito è spirito. Non meravigliarti se ti ho detto: dovete nascere dall'alto. Il vento soffia dove vuole e ne senti la voce, ma non sai da dove viene né dove va: così è chiunque è nato dallo Spirito».
Dopo la descrizione dei rapporti di Gesù con i giudei, il vangelo introduce il personaggio che ne è il rappresentante tipico: Nicodemo. Egli è un uomo ragguardevole che in seguito prenderà le difese di Gesù (cfr. Gv 7,50ss) e darà onorata sepoltura al corpo di Cristo (cfr. Gv 19,39ss).
L’incontro di Nicodemo con Gesù avviene di notte, forse per timore dei giudei, forse perché i rabbini studiavano la Legge nelle ore notturne. Ma più probabilmente il cenno alla notte vuole alludere alle tenebre dell’incredulità di
Nicodemo. Al contrario, il dialogo di Gesù con la samaritana avviene nell’ora sesta (Gv 4,6), in pieno meriggio, nell’ora in cui il sole sfolgora maggiormente. Nel vangelo di Giovanni le indicazioni cronologiche possono avere un
significato teologico. Per scoprire il mistero di Gesù e aderire alla sua persona è necessario essere generati nuovamente dall’alto. L’avverbio ànothen è intenzionalmente ambiguo. Il dialogo con Nicodemo si sviluppa su questo equivoco: nascere di nuovo dalla madre e nascere dall’alto, da Dio.
"Vedere il regno di Dio" ed "entrare nel regno di Dio" nel vangelo di Giovanni sono espressioni che significano sperimentare la presenza salvifica di Gesù, entrare in comunione vitale con la sua persona, riconoscerlo nella fede come Messia e Figlio di Dio. Gesù spiega a Nicodemo che la vita nuova non è una seconda nascita dalla madre, ma una nascita dallo Spirito. Questa persona divina, suscitando nel cuore la fede profonda ed esistenziale nel Figlio incarnato, trasforma le
creature umane in figli di Dio (cfr. Gv 1,12-13). La carne, ossia la natura umana nella sua fragilità e caducità, può generare solo esseri carnali. Lo Spirito Santo invece genera degli esseri spirituali, che sono i figli di Dio. La fede esistenziale in Gesù, Figlio di Dio, è il prodotto dell’azione dello Spirito. L’esempio del vento, che per gli antichi rappresentava un autentico mistero, serve come illustrazione del tema della necessità della rinascita dallo Spirito.
Anche in natura esistono misteri che superano la mente umana; non deve meravigliare che esistano dei misteri nell’agire di Dio. Il frutto dello Spirito sorpassa tutte le capacità della natura umana. I figli di Dio trascendono la carne, quanto lo Spirito supera le leggi della natura.
Padre Lino Pedron
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sabato 30 aprile 2011
206 - Che io mai più torni a volare rasoterra!
Mi vedo come un povero uccellino che, abituato a volare soltanto da albero ad albero o, al più, fino al balcone di un terzo piano..., una sola volta ebbe l'ardire di arrivare fino al tetto di una casetta, che non era proprio un grattacielo...
Ma ecco che un'aquila afferra il nostro eroe — lo aveva scambiato per un pulcino della sua razza — e, fra i suoi artigli poderosi, l'uccellino sale, sale molto in alto, oltre le montagne della terra e le vette innevate, oltre le nubi bianche e azzurre e rosa, ancora più su, fino a guardare in faccia il sole... E allora l'aquila, liberando l'uccellino, gli dice: — Forza, vola!
— Signore, che io mai più torni a volare rasoterra! Che sia sempre illuminato dai raggi del Sole divino — Cristo — nell'Eucaristia!, che il mio volo non si interrompa, fino a trovare il riposo del tuo Cuore! (Forgia, 39)
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205 - Andate in tutto il mondo e proclamate il vangelo
L'apparizione del Risorto a Maria di Màgdala è un riassunto dei versetti 11-18 del capitolo 20 di Giovanni. Per caratterizzare la figura della Maddalena, l'autore ricorre al testo di Luca (8,2), dove è detto che Gesù scacciò da lei sette demoni. Da tale notizia non è lecito dedurre che Maria fosse una grande peccatrice, ma piuttosto che era affetta da grave malattia, dalla quale Gesù l'aveva guarita. Particolarmente stringato è il riassunto della storia dei due discepoli in cammino verso Emmaus, tratto dal capitolo 24 di Luca. All'evangelista interessa, anche questa volta, solo il fatto che i discepoli non credettero al racconto dei compagni. Infine l'autore ricorda l'apparizione di Gesù agli Undici, riferendosi chiaramente al racconto di Luca (24,36-43). In questo brano viene denunciata pesantemente la mancanza di fede dei discepoli (vv. 11.13.14). Gli apostoli passano dal dubbio alla fede sotto l'urto delle manifestazioni di Gesù. La fede nella risurrezione non è una scoperta umana, ma il prodotto di un annuncio fatto a noi da Dio mediante angeli o inviati vestiti di bianco (colore delle vesti del paradiso), e attraverso l'incontro diretto, visibile e palpabile con il diretto interessato, il Cristo risorto. La risurrezione di Cristo (e la nostra futura risurrezione) è corporea, come lo fu anche la sua morte. La prova è il sepolcro vuoto, testimoniata da tutti e quattro i vangeli, ma soprattutto l'incontro con il Risorto, che non è un fantasma, ma ha carne e ossa, come hanno potuto constatare i discepoli, e che mangia davanti a loro una porzione di pesce arrostito (cfr Lc 24).
Gesù, il Nazareno crocifisso, è risorto. Questa è la parola fondamentale della fede cristiana. Le ultime parole di Gesù: "Andate in tutto il mondo e predicate il vangelo a ogni creatura" (v. 15) mettono in risalto l'attività missionaria della Chiesa. Nel regno universale di Cristo, che abbraccia il cielo e la terra, viene sparso il seme della Parola. La missione della Chiesa è necessaria per volontà di Dio, che ha risuscitato Gesù Cristo dai morti.
Padre Lino Pedron
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