martedì 9 dicembre 2014

Immacolata Concezione di Maria

Maria, aurora di Cristo
Il Natale cristiano (25 dicembre), sostituisce l’antica festa pagana del “sole invitto” o del sole che, dopo il solstizio d’inverno del 21, riprende il suo cammino vittorioso sul buio invernale verso gli sfolgorii estivi. Solo Cristo, infatti, è per noi il “sole”, la“luce vera che illumina ogni uomo che viene in questo mondo” (Gv 1,9), poiché è Lui che ci libera dalle tenebre del peccato e ci guida verso lo splendore del Padre.
Maria, sua Madre, è come l’aurora che Lo precede, gli fa strada, anzi Lo introduce nella nostra storia. È naturale, quindi, che proprio nella celebrazione dell’Avvento, la Chiesa punti gli occhi su di Lei, immune dal peccato e piena di Grazia fin dal suo concepimento.
Lungo tutto il cammino dell’Avvento, mentre andiamo verso il Signore che viene come una luce nella notte, Ella rimane il modello esemplare di come si attende e di come si accoglie il Verbo di Dio.
L’Immacolata Concezione, evento di salvezza
L’8 dicembre 1854, Pio IX proclamava solennemente:
«La Beatissima Vergine Maria, nel primo istante della sua concezione, per singolare Grazia e privilegio di Dio onnipotente e in vista dei meriti di Gesù Cristo Salvatore del genere umano, fu preservata immune da ogni macchia di peccato originale».
E cioè: Maria, in vista dei meriti di Gesù Cristo, dunque in forza della Redenzione operata dal suo Figlio, fu favorita da Dio dal primo istante della sua esistenza con il dono della Grazia Divina e, di conseguenza, non ha conosciuto quello stato da noi chiamato “peccato originale”.
Il Concilio Ecumenico, afferma che Maria «congiunta alla stirpe di Adamo con tutti gli uomini bisognosi di salvezza, fu redenta in modo sublime in vista dei meriti del Figlio suo».
Con l’Immacolata Concezione, l’opera salvifica di Cristo non viene, quindi, mutilata ma, anzi, viene messa in luce la sua forza che supera gli effetti del tempo, facendo della Vergine non soltanto la prima redenta, ma la “pre-redenta”.
Qualsiasi sia l’interpretazione che viene o verrà data al peccato originale, la fede della Chiesa crede che Maria non ha conosciuto alcuna ombra di peccato, perché “concepita senza peccato” e, quindi “piena di Grazia”, come la saluta l’Angelo dell’Annunciazione.
La Chiesa cattolica è pervenuta a formulare questa verità dogmatica, solo attraverso un lungo e travagliato percorso storico di riflessione sulla Divina Rivelazione. Di conseguenza, anche la storia della festa dell’Immacolata è complessa e discontinua.
I testi della solennità
Vogliamo adesso addentrarci nella considerazione dei testi della festa dell’Immacolata Concezione, per comprendere il suo significato più profondo:
- I testi scritturistici, quali il protovangelo (Gn 3,9-15.20) o l’annuncio dell’Angelo (Lc 1,26-38), non provano nel loro senso letterale questa verità, ma sono prove indirette, esplicitate dalla Tradizione vivente della Chiesa.
Lo Spirito Santo, cioè, «ha chiarito alla Chiesa questa dimensione della Madre di Dio, sospingendola alla lettura globale del piano di salvezza testimoniato nella Bibbia». Unitamente alla lettura di Ef 1,3-6.11-12, essi danno alla celebrazione liturgica un inquadramento storico – salvifico: la Concezione Immacolata, non appare solo un privilegio personale ed irrepetibile di Maria che La isola da noi e dal nostro destino, ma piuttosto come un evento di salvezza a vantaggio di tutti.
- I testi liturgici sono un variegato composito di vecchio e di nuovo: I canti d’ingresso e di Comunione e le tre orazioni proprie, nei quali si descrive il privilegio di Maria in rapporto a Cristo, provengono dalla Messa approvata da Pio IX; il resto, compreso il prefazio che utilizza Ef 5,27, è nuovo, si ispira sia alla Lumen Gentium che alla Sacrosantum Concilium e sottolinea le implicanze antropologiche ed ecclesiali del mistero celebrato. Il tutto, un ibrido ben fuso di diversi momenti dottrinali, un luogo di sintesi di grande attualità.
Significato della solennità: tre temi interdipendenti
Si può affermare che la celebrazione, sviluppa tre temi interdipendenti:
il privilegio personale di Maria;
il suo significato teologico nei riguardi della Chiesa;
la sua esemplarità per quanti vivono l’Avvento.
Paolo VI afferma che nella festa dell’8 dicembre si ha:
«La celebrazione congiunta della Concezione Immacolata di Maria, della preparazione radicale della venuta del Salvatore e del felice esordio della Chiesa senza macchia e senza ruga».
Per comprendere pienamente il senso e l’insegnamento della Liturgia, le tre dimensioni non vanno separate: fermandosi solo al privilegio personale della Vergine, senza scoprire e sottolineare le sue implicanze nella vita e nella missione della Chiesa, si rischia di non far tesoro della riflessione conciliare sul rapporto Maria – Chiesa, di isolare il discorso mariano dal discorso cristiano, di non percepire il nesso della festa dell’Immacolata col tempo dell’Avvento.
Il privilegio personale di Maria
I testi liturgici, riprendono e arricchiscono gli elementi contenuti nella definizione dogmatica di Pio IX:
a) essi ricordano, in primo luogo, la preservazione dal peccato: la colletta e l’orazione sulle offerte, indicano il peccato in generale; il prefazio e l’orazione dopo la Comunione puntualizzano che si tratta esattamente del peccato originale;
b) in secondo luogo precisano che questo è avvenuto “PER GRAZIA DI DIO” e per “SINGOLARE PRIVILEGIO”, con un richiamo ben preciso alla definizione dogmatica del 1854 e con una piccola diversificazione della formula “in vista dei meriti di Gesù Cristo” in “in previsione della morte di lui”. Non si fa cenno alla Resurrezione che con la morte costituisce un tutt’uno del mistero pasquale di salvezza, forse per rispettare il principio della Scolastica che ritiene che i “meriti” di Cristo dipendono unicamente dalla sua “morte”, in quanto si può meritare solo fin quando si è in vita;
c) in terzo luogo i testi, mettono in risalto il fine di questo prodigioso intervento di Dio, che è essenzialmente cristologico: Dio ha voluto così preparare una degna dimora per il Figlio suo che da Lei doveva nascere, perché la Madre del Redentore non fosse una fonte inquinata ma purissima:
Testi della Messa della solennità dell'Immacolata Concezione:
«O Padre, che nell’Immacolata Concezione della Vergine, hai preparato una degna dimora per il tuo Figlio, ed in PREVISIONE DELLA MORTE DI LUI l’hai preservata da ogni macchia di peccato, concedi a noi, per sua intercessione, di venire incontro a Te in santità e purezza di spirito. Per il nostro Signore».
«Accetta, Signore, il Sacrificio di salvezza, che Ti offriamo nella solennità dell’Immacolata Concezione della Beata Vergine, e come noi La riconosciamo preservata PER TUA GRAZIA da ogni macchia di peccato, così, per sua intercessione, fa che siamo sempre liberati da ogni colpa. Per Cristo nostro Signore».
«Tu hai preservato la Vergine Maria da ogni macchia di peccato originale, perché, piena di Grazia, diventasse degna Madre del tuo Figlio. Da Lei, Vergine purissima, doveva nascere il Figlio, agnello innocente che toglie le nostre colpe».
«Il Sacramento che abbiamo ricevuto, Signore Dio nostro, guarisca in noi le ferite di quella colpa da cui, PER SINGOLARE PRIVILEGIO, hai preservato la beata Vergine Maria, nella sua immacolata concezione. Per Cristo nostro Signore».
L’Immacolata e la Chiesa
La Concezione Immacolata di Maria interessa tutta la Chiesa che, chiamata ad essere la Sposa di Cristo, tutta gloriosa, senza macchia né ruga ma santa ed immacolata (Cfr. Ef 5,25) e a diventare la città santa, la nuova Gerusalemme pronta come la sposa adorna per il suo sposo (Cfr Ap 21,2), vede in questo evento il momento inaugurale della Grazia di Cristo sulla terra, l’inizio della piena attuazione del piano salvifico di Dio, la cui finalità è costruire un Regno di Grazia e santità.
In questo inizio prodigioso, la Chiesa ammira il frutto più grande della Redenzione, l’esordio della nuova creatura in Cristo, la terra vergine delle origini.
La Concezione Immacolata, quindi, e l’esistenza stessa di questa Creatura mai contagiata dal peccato e sempre ripiena di Dio, ci parlano della nostra vocazione personale; dischiudono agli occhi della nostra contemplazione quel destino di Grazia e di gloria che è comune a tutta la Chiesa: l’Immacolata anticipa la meta a cui tutti siamo chiamati.
«In Lei hai segnato l’inizio della Chiesa, Sposa di Cristo senza macchia e senza ruga, splendente di bellezza e Tu, sopra ogni altra creatura, La predestinavi per il tuo popolo Avvocata di Grazia e modello di santità».
Conclusione: vivere nella pienezza di Grazia
La solennità dell’Immacolata ci richiama, in definitiva, al dovere di condurre una vita irreprensibile e lontana dal peccato, alla costante lotta, quindi, che ognuno di noi deve ingaggiare contro il potere del male, lotta dalla quale, con la Grazia di Dio, dobbiamo uscire vittoriosi, per essere e restare puri, immacolati e santi al suo cospetto.
In questa lotta senza confine, infatti, il verdetto di Dio è a favore dell’uomo: mentre abbandona il serpente alla sua maledizione, Egli si prende premurosa cura dell’uomo e specifica che concederà una benedizione di salvezza all’umanità e la Donna schiaccerà per sempre il capo del serpente infernale (Gn 3,13-15).
In Maria Immacolata, piena di Grazia e Madre di Dio, si realizza, a modello di tutti, la vocazione salvifica dell’uomo; in Lei il Padre mostra attuato il suo piano di salvezza; in Lei, prima creatura nata dalla benedizione in Cristo nello Spirito, brilla lo splendore della figliolanza divina che permette all’uomo di chiamare Dio “Abba”, Padre.
Colmata dal supremo favore divino, anche la Vergine dell’8 dicembre, ci resta, quindi, vicina: ci mostra il fascino della vita in Dio e ci invita, con la trasparenza pura, immacolata e luminosa del suo volto di Donna che ne ha trovato il favore, ad accogliere nella Fede, nell’amore e nella assidua sequela scevra dal peccato, il Signore Gesù, nel quale è ogni benedizione in cielo e in terra.
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domenica 7 dicembre 2014

Commento al Vangelo del 7-12-2014, Domenica 2^ Avvento "B"

Dal Vangelo secondo Marco (1,1-8) 
Inizio del vangelo di Gesù, Cristo, Figlio di Dio. Come sta scritto nel profeta Isaia: Ecco, dinanzi a te io mando il mio messaggero: egli preparerà la tua via. Voce di uno che grida nel deserto: Preparate la via del Signore, raddrizzate i suoi sentieri, vi fu Giovanni, che battezzava nel deserto e proclamava un battesimo di conversione per il perdono dei peccati. Accorrevano a lui tutta la regione della Giudea e tutti gli abitanti di Gerusalemme. E si facevano battezzare da lui nel fiume Giordano, confessando i loro peccati. Giovanni era vestito di peli di cammello, con una cintura di pelle attorno ai fianchi, e mangiava cavallette e miele selvatico. E proclamava: «Viene dopo di me colui che è più forte di me: io non sono degno di chinarmi per slegare i lacci dei suoi sandali. Io vi ho battezzato con acqua, ma egli vi battezzerà in Spirito Santo». 

COMMENTO AL VANGELO - P. LINO PEDRON 
Il vangelo di Marco non ci presenta una dottrina o una ideologia, ma una persona concreta, Gesù Cristo, Figlio di Dio, che va accolto come nuovo criterio di vita. Lo stesso vangelo, come contenuto, è proprio questo Gesù, e le prime parole di Gesù non sono altro che una manifestazione, una presentazione di sé stesso. Gesù esordisce «predicando il vangelo di Dio» (1,14), cioè sé stesso (1,1), e dice: «Il tempo dell’attesa è finito. Io sono qui. Rivolgetevi a me e credetemi» (1,15). Il Dio che ci rivela il vangelo di Marco è colui che nessuno avrebbe potuto sospettare: l’uomo Gesù, il crocifisso dalla religione e dal potere. Sotto la croce si svela il segreto: «Veramente quest’uomo era Figlio di Dio» (15,39). 
Tutto il vangelo è un cammino crescente verso la rivelazione finale del Figlio di Dio in Gesù, il crocifisso. Marco vuole portarci alla contemplazione di Dio-Amore crocifisso. Questo è il vangelo, la buona notizia, che distrugge ogni immagine di Dio che l’uomo da sempre si costruisce o distrugge. 
Quanto Marco pone come inizio del suo vangelo, Giovanni lo pone come conclusione: «Questi (segni) sono stati scritti perché crediate che Gesù è il Cristo, il Figlio di Dio, e perché, credendo, abbiate la vita nel suo nome» (Gv 20,31). Come si può constatare, lo scopo dei vangeli è sempre e solo questo: dare al mondo la gioiosa notizia che Gesù di Nazaret è Dio che ci salva. 
Similmente a Paolo, di cui è discepolo, Marco identifica il vangelo con Cristo: nella proclamazione del vangelo (13,9–11) Cristo è fatto presente. Il vangelo non è primariamente una narrazione su Gesù, ma una proclamazione del Cristo risorto che il vangelo rende nuovamente presente. I greci chiamavano vangelo (euanghélion) la proclamazione di una vittoria e il sacrificio che la celebrava, oppure l’intronizzazione di un nuovo re. Il senso religioso di questo termine lo dobbiamo cercare nell'Antico Testamento. Isaia al cap. 52,7, per fare un esempio, ci presenta così il lieto annunzio: «Come sono belli sui monti i piedi del messaggero di lieti annunzi che annunzia la pace, messaggero di bene, che annunzia la salvezza, che dice a Sion: «Regna il tuo Dio!». 
I contenuti di questa bella notizia sono: pace, bene, salvezza, regno di Dio. Si potrebbe quindi tradurre così questo primo versetto: «Inizio della buona notizia di salvezza che è Gesù, il Cristo, il Figlio di Dio». Tutto il vangelo di Marco sarà lo svolgimento del tema di questo primo versetto: fino a 8,29 per arrivare alla proclamazione di Pietro: «Tu sei il Cristo»; e fino a 15,39 per giungere all'affermazione del centurione: «Veramente quest’uomo era Figlio di Dio!». Due professioni di fede che riprendono e svelano i due titoli che il primo versetto del vangelo attribuisce a Gesù. 
Questa parola «principio» echeggia all'inizio della Bibbia quando Dio creò l’universo (Gen 1,1): Dio è la sorgente della vita del mondo e dell’uomo. Il Gesù presentato dal vangelo di Marco è il «principio» di un mondo nuovo, dei cieli nuovi e della terra nuova, dove abita l’uomo nuovo. Il vangelo è la buona notizia che Dio non è il padre-padrone, giudice onniveggente e spietato. Egli è il Padre che perdona e accoglie sempre, con un amore infinitamente più grande del nostro bisogno e di quanto possiamo immaginare. 
La nostra miseria è l’unica misura della sua misericordia. 
Solo la croce rivelerà chi è Dio per noi e chi siamo noi per lui: lui è amore senza limiti e noi siamo suoi figli amati non nonostante il nostro peccato, ma a motivo del nostro peccato. 
La misericordia è l’amore di Dio che incontra la miseria dell’uomo. Il vangelo, attraverso il racconto della vita di Gesù, ci dona questa nuova esperienza di Dio. Infatti il vangelo è «potenza di Dio per la salvezza di chiunque crede» (Rm 1,16). 
Il vangelo, la buona notizia, è Gesù stesso. La sua carne, la sua vita di uomo ci rivela chi è Dio. Un Dio totalmente altro rispetto a quello di ogni religione e di ogni ateismo. 
Ciò che lui fa e dice è una continua smentita di ogni nostra ovvietà e la sua croce è la distanza infinita che Dio ha posto tra sé stesso e l’idolo. La storia di Gesù è la critica più radicale di ogni religione e di ogni ateismo: spiazza tutti, giusti ed empi, presentando l’umanità di Dio ucciso dai giusti e morto in croce per gli empi, e quindi salvezza per tutti. 
Tutto il vangelo è Parola che illumina il mistero di Dio crocifisso per l’uomo. Gesù, il Cristo, il Figlio di Dio: in questi nomi è significata tutta la persona, la storia e la missione del Salvatore. Gesù significa: Jahvè salva. Cristo o Messia: è colui che ha ricevuto l’unzione dell’olio, il consacrato; è colui che Israele attende come strumento di Dio per la salvezza del popolo. 
Gesù è il Cristo, ma non nella linea politica e nazionalistica, ma nella linea della croce e della risurrezione: «Ma egli (Gesù) replicò: "E voi chi dite che io sia?". Pietro gli rispose: "Tu sei il Cristo". E impose loro severamente di non parlare di lui a nessuno. E incominciò a insegnare loro che il Figlio dell’uomo doveva molto soffrire, ed essere riprovato dagli anziani, dai sommi sacerdoti e dagli scribi, poi venire ucciso e, dopo tre giorni, risuscitare» (8,29–31), Figlio di Dio: questo titolo ha chiaramente il senso teologico che gli attribuiva la comunità cristiana post-pasquale del tempo di Marco. 
È un titolo che Marco usa con sobrietà. Viene usato soprattutto in tre testi importanti: al Battesimo (1,11), alla Trasfigurazione (9,7) e nella professione di fede del centurione ai piedi della croce (15,39). Ma quale significato preciso dobbiamo attribuire al titolo «Figlio di Dio»? È proprio per rispondere a questa domanda che Marco racconta la vicenda di Gesù. 
Perché c’è modo e modo di pensare il Figlio di Dio. Sembrerebbe logico, per esempio, pensarlo unicamente nella linea della gloria e della potenza. Marco invece racconta una vicenda che ci costringe a pensarlo nella linea della povertà e della sofferenza: e questa è la tesi centrale del suo vangelo. 
Se il Figlio di Dio si fosse manifestato nella forma splendida di un imperatore, non sarebbe stata una bella notizia: non sarebbe stata novità, liberazione, speranza. Ma, anche se la storia di Gesù di Nazaret si fosse fermata alla croce, non sarebbe stata una lieta notizia: sarebbe stata una prova ulteriore che l’amore è sconfitto, che la speranza degli umili e dei martiri è vana. La gioiosa notizia sta nel fatto che Gesù di Nazaret, il crocifisso, è risorto (16,6), è il Figlio di Dio, è il Signore. È importante mantenere uniti i due aspetti di Gesù: uomo e Dio, crocifisso e risorto, Gesù di Nazaret e Signore. Sta in questa unione la lieta notizia. Compito della Chiesa non è semplicemente quello di parlare di Dio, ma del Dio che si è rivelato in Gesù di Nazaret, il crocifisso. È proprio di fronte a Gesù morente che il primo pagano si converte. Il centurione riconosce in Gesù il Figlio di Dio non vedendo i suoi prodigi, ma vedendolo morire; quindi non nella potenza, ma nella debolezza; non nella gloria, ma nell'umiliazione della sconfitta. Nella concezione dell’evangelista, il lieto annunzio appare simultaneamente come intervento decisivo di Dio nella storia umana (1,15; 8,35; 10,29), come proclamazione di tale intervento per il mondo (13,10; 14,9) e come presenza dello stesso Signore risorto, vivente e operante, oggi, nella vita di ogni uomo (16,15). 
L’agire di Gesù continua ancora oggi nella chiesa (16,15–20). Per questo il vangelo di Marco narra solamente ciò che fu l’inizio, il principio, il punto di partenza. Se oggi possiamo predicare il vangelo è perché intorno agli anni trenta in Palestina è passato Gesù di Nazaret, predicando, guarendo, perdonando, soffrendo, morendo; è perché di Gesù di Nazaret si può dire con verità: «È risorto!» (16,6). 
Gesù è la causa efficiente, l’origine, la fonte. Il vangelo, oggi, è Gesù che continua ad agire nei suoi inviati, nella sua Chiesa che è il Cristo diffuso e comunicato, il prolungamento della sua umanità. Annunciare il vangelo non vuol dire riferire una notizia come fa l’annunciatore del telegiornale, non vuol dire aggiornare una persona sugli ultimi avvenimenti lieti. Il vangelo non è solo la notizia della salvezza, il bollettino della vittoria; è una forza che produce la salvezza: «Il vangelo è potenza di Dio per la salvezza di chiunque crede» (Rm 1,16). Annunciare il vangelo ad una persona vuol dire metterla sotto la forza dell’azione di Gesù, Dio che salva. 
La storia di Gesù di Nazaret è il momento a cui la predicazione deve sempre ricondursi, che la Chiesa deve continuamente meditare, e sul quale l’esistenza cristiana deve perennemente modellarsi. Il vangelo non è apparso come qualcosa di grandioso e di perfettamente costituito: ebbe un inizio umile e uno sviluppo graduale. Ha percorso la strada del piccolo seme che diventa albero (4,30-32). La lieta notizia di Gesù non emerge dalla storia e non si spiega solo con essa: è l’irruzione nel mondo della novità di Dio. È una notizia attesa e desiderata (Antico Testamento), ma anche inaspettata e sorprendente. Tutti aspettavano il Messia, ma nessuno avrebbe potuto sospettare che il Messia fosse Dio in persona. Alcuni vorrebbero vedere nel vangelo di Marco un itinerario di fede per i catecumeni (coloro che ricevono l’insegnamento orale, che ascoltano dalla viva voce). 
Un fatto è certo: Marco prende per mano il lettore e l’accompagna fino alla professione di fede piena in Gesù «Cristo, Figlio di Dio». Il vangelo non colloca il Cristo-Figlio di Dio nei cieli, al di fuori della nostra storia. Il Cristo è «Gesù». È un uomo tra gli uomini. Cristo si trova ormai nella storia, nelle situazioni concrete, negli uomini. 
È necessario saper leggere e discernere la presenza dell’azione di Dio all'interno della nostra storia personale e sociale. Dio è qui! Dio è con coi e in noi. In questo modo si afferma l’unità tra Dio e l’uomo, contro ogni separazione, la quale fa sì che Dio sia senza l’uomo (e ciò è la radice di ogni alienazione religiosa) e che l’uomo sia senza Dio (e ciò è la radice di ogni concezione idolatrica dell’uomo). 
Il vangelo toglie la divisione tra l’uomo e gli altri uomini annunciando l’unità tra Gesù e tutti gli uomini. Toglie la separazione tra gli elementi negativi (la morte) e gli aspetti positivi (la risurrezione) della vita, annunciando l’unità tra di essi: la morte e la risurrezione di Gesù sono due aspetti inseparabili come le facce di una stessa medaglia. Dal vangelo di Marco impariamo a non annunciare mai l’una senza l’altra. Nel vangelo vengono così superate e risolte tutte le scissioni e le contraddizioni che caratterizzano l’uomo e il suo mondo. La citazione della Scrittura viene qui attribuita al profeta Isaia. In realtà questa citazione ne riunisce due di cui solo l’ultima proviene dal libro di Isaia (40,3) mentre l’altra si riferisce a Mi 3,1. Giovanni è la voce che grida nel deserto: «Preparate la strada del Signore che è Gesù». Qui si dà chiaramente a Gesù il nome Kyrios, il nome di Jahvè, di Dio, La predicazione e il battesimo di Giovanni sono rivolti a tutti indistintamente; e la gente risponde all'appello e accorre. 
Giovanni Battista si inserisce nella grande tradizione profetica di cui Elia è insieme il punto di partenza (Zc 13,4) e la conclusione (Mi 3,23). Il suo abbigliamento ricorda quello del Tisbita: un perizoma di pelle o di peli di cammello (2Re 1,8), e la sua alimentazione è quella dei nomadi del deserto (Gen 43,11). Questi dettagli sul genere di vita del Battista lo presentano come il tipo dei profeti dell’Antico Testamento; il suo messaggio riassume tutta l’attesa messianica. Tutto il profetismo d’Israele, presentato sommariamente come la voce che invita a preparare la strada del Signore, e concentrato nella persona di Giovanni, viene subito messo da parte, superato dall’annuncio di Gesù che esso preparava: all’arrivo della Parola (Gesù) cessa la voce (il profeta). La predicazione di Giovanni si articola in due momenti: il primo è l’invito a riconoscere i propri peccati e a convertirsi (1,4–6); il secondo è la testimonianza resa ad un altro (1,7–8). 
La strada del Signore si prepara svuotando l’uomo dalle sue sicurezze e dalla sua superbia, spingendolo a riconoscersi peccatore e bisognoso di grazia e di perdono; poi orientandolo verso la salvezza che Dio gli dona purché l’attenda con desiderio e l’accolga con gioia. Non è che Dio perdoni perché ci siamo convertiti; egli perdona da sempre e per questo possiamo convertirci. L’azione di Dio previene sempre l’azione dell’uomo. 
Il suo perdono precede la nostra conversione, e la rende un evento di salvezza. Perdonare è l’opera di Dio per eccellenza, nella quale egli rivela la sua essenza più intima: la misericordia. Peccare in ebraico significa «fallire il bersaglio». Peccatore è colui che non raggiunge il suo fine, come una freccia che manca il segno. Siccome il fine dell’uomo è amare Dio come Dio lo ama, il peccato è l’incapacità di amare che taglia all'uomo le sue relazioni e lo chiude in una solitudine infernale. Il vangelo di Gesù (la buona notizia di Dio che salva) è destinato a chi si riconosce perduto e peccatore; ne è escluso solo chi si ritiene giusto e non vuole riconoscersi peccatore. Giovanni e Gesù non sono semplicemente posti uno accanto all'altro, ma confrontati. 
Giovanni dichiara che Gesù è più forte di lui e si riconosce indegno di fargli da schiavo (v. 7). Vengono confrontati anche i rispettivi battesimi: Giovanni immerge gli uomini nell’acqua del Giordano, Gesù li immerge nello Spirito di Dio (v. 8). Ogni commento è superfluo. Il Battista anticipa l’annuncio del Cristo e ne prefigura la vita: una vita povera e coerente fino al martirio. Perché Marco parla di Giovanni e di Gesù servendosi dei testi e del linguaggio dell’Antico Testamento fino al punto di descrivere il vestito del Battezzatore con le stesse parole con cui la bibbia descrive quello del grande profeta Elia (2Re 1,8)? I motivi sono due. Nella fede di Marco, Gesù è il punto di arrivo di una lunga storia. Tutto ciò che si narra nella Bibbia prima di lui tendeva verso di lui. Egli era l’annunziato dei profeti e l’atteso delle genti. 
Il secondo motivo è eminentemente pratico: far capire che la storia di Gesù era parte integrante, anzi il culmine della storia della salvezza. Il ricorso alle Scritture fu una delle chiavi più importanti di cui la primitiva comunità cristiana si è servita per schiudere all’intelligenza il mistero di Gesù e di sé stessa. Il modo cristiano di leggere l’Antico Testamento si differenzia da quello giudaico. La caratteristica di fondo della lettura cristiana sta nel fatto che l’attualizzazione delle Scritture e il compimento delle profezie sono concentrati su una persona e su un avvenimento decisivo: il Cristo. Gesù non è soltanto il maestro che istruisce i discepoli nelle Scritture: egli è colui del quale parlano le Scritture (Gv 5,39). L’Antico Testamento è letto a partire dalla risurrezione di Gesù, da un fatto veramente accaduto e non semplicemente da un’attesa, da una speranza. È per questo che i cristiani sono convinti di poter leggere l’Antico Testamento più a fondo dei giudei e scoprirvi significati che essi non vedono (2Cor 3,12-18). Chi è dunque Gesù? Gesù è il Signore la cui strada dev'essere preparata (v. 3); è più potente e più degno di Giovanni Battista (v. 7); è colui che battezza con lo Spirito Santo (v. 8). Preparare la strada e raddrizzare i sentieri significa cambiare vita. La realtà è questa: il Signore viene per dare agli uomini il perdono di Dio e per trasformarli con il dono dello Spirito. Senza di lui gli uomini sono nel peccato e incapaci di vera libertà. Isaia si serve del linguaggio del suo universo arcaico: visita ufficiale, precursori spediti a preparare il vitto e l’alloggio, invito agli abitanti del villaggio ad occuparsi dello stato delle vie d’accesso. 
Qui si tratta dello stato delle anime. Giovanni invita tutti a fare pulizia nella coscienza e ad aprire il cuore per accogliere l’amore di Dio. Gli ebrei attendevano un’effusione dello Spirito per gli ultimi tempi (Gl 3,1), collegata con una purificazione mediante l’acqua (Ez 36,25–26). Gesù ci battezza nello Spirito (= vita) Santo (= di Dio). il desiderio abissale che Dio ha messo nell'uomo è l’avere desiderio di lui: nel battesimo lo colma pienamente con il dono di sé. Deus sitit sitiri: Dio desidera di essere desiderato da noi. Dio ha sete che noi abbiamo sete di lui. 
In questo primo brano del vangelo, Marco ci presenta immediatamente il Battista: in lui prendono voce il desiderio e la domanda di Dio che permeano tutto l’Antico Testamento. Il Battista, infatti, sintetizza in poche parole tutto l’Antico Testamento nella sua linea essenziale: attesa del giudizio di Dio (v. 2) e liberazione degli uomini dalla condanna. Egli chiude l’Antico Testamento e preannuncia il Nuovo. È l’indice puntato su Gesù. È la porta che introduce nella novità assoluta del vangelo. Ora, il Signore è presente e si lascia trovare. Quindi bisogna rivolgersi a lui. Da qui nasce il vigoroso appello alla conversione (v. 4) che il Battista continuamente ci rivolge e la chiamata a un nuovo esodo. Infatti: «Accorreva a lui tutta la regione della Giudea e tutti gli abitanti di Gerusalemme» (v. 5). Questo ultimo esodo, inizio del cammino della nuova liberazione, è tutto diverso da quello dall'Egitto e da quello dalla schiavitù di Babilonia. La gente esce ora dalla Giudea e da Gerusalemme, che avevano costituito la meta degli esodi precedenti, e riattraversa il Giordano, ma in senso inverso: è un esodo verso una nuova patria. La Giudea e Gerusalemme, infatti, sono il luogo da cui uscire per liberarsi dalla schiavitù della legge, che uccide, e accogliere lo Spirito che dà la vita (2Cor 3,6): bisogna uscire dalla propria giustizia (Fil 3,7ss.) per accogliere il Signore che non è più nel luogo santo e inaccessibile, ma qui fra gli uomini, nell’uomo Gesù, nel quale abita corporalmente tutta la pienezza della divinità» (Col 2,9). L’esodo del verso 5 è l’esodo del vangelo: l’esodo definitivo verso la patria promessa, verso l’Assoluto: «Sarete come Dio». Il vangelo è il messaggio della salvezza, l’annuncio della volontà salvifica di Dio: la misericordia è offerta ai peccatori, la speranza è donata ai disperati, il senso della vita e della storia è rivelato ai dubbiosi e agli incerti, il cammino è indicato ai disorientati. 
È la buona novella, il lieto annuncio, un grido di gioia: perché l’uomo prigioniero è liberato e l’uomo perduto è ritrovato.
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mercoledì 3 dicembre 2014

Commento al Vangelo del 3-12-2014

Dal Vangelo secondo Matteo (15,29-37)
In quel tempo, Gesù venne presso il mare di Galilea e, salito sul monte, si fermò là. Attorno a lui si radunò molta folla recando con sé zoppi, storpi, ciechi, sordi e molti altri malati; li deposero ai suoi piedi, ed egli li guarì. E la folla era piena di stupore nel vedere i muti che parlavano, gli storpi raddrizzati, gli zoppi che camminavano e i ciechi che vedevano. E glorificava il Dio di Israele. Allora Gesù chiamò a sé i discepoli e disse: “Sento compassione di questa folla: ormai da tre giorni mi vengono dietro e non hanno da mangiare. Non voglio rimandarli digiuni, perché non svengano lungo la strada”. E i discepoli gli dissero: “Dove potremo noi trovare in un deserto tanti pani da sfamare una folla così grande?”. Ma Gesù domandò: “Quanti pani avete?”. Risposero: “Sette, e pochi pesciolini”. Dopo aver ordinato alla folla di sedersi per terra, Gesù prese i sette pani e i pesci, rese grazie, li spezzò, li diede ai discepoli, e i discepoli li distribuivano alla folla. Tutti mangiarono e furono saziati. Dei pezzi avanzati portarono via sette sporte piene.  

COMMENTO AL VANGELO - P. LINO PEDRON 
Questo testo rimanda alle profezie di Isaia per il tempo messianico (Is 35,5-6). Solo una comunità risanata e liberata dai suoi mali può essere invitata alla festa messianica, anticipata nel segno del pane distribuito a tutti con abbondanza. Nel vangelo di Matteo il monte è il luogo della rivelazione di Dio, sia mediante la parola (5,1; 28,16), sia attraverso i gesti di soccorso (14, 23). 
Gesù realizza qui quanto aveva promesso nel brano delle beatitudini: i poveri, gli afflitti e gli affamati trovano la consolazione e la sazietà. Egli ha compassione per il popolo che lo segue da tre giorni e ha esaurito le provviste di cibo. Questa compassione è attribuita spesso a Gesù dal vangelo di Matteo che lo presenta come il messia misericordioso. 
E' una commozione interna e viscerale, un sentire profondo e intenso che spinge Gesù a soccorrere il suo popolo mediante la missione dei dodici (9,36), le guarigioni (14,13; 20,24) e la moltiplicazione del pane (14,14). La fame e la miseria sono un male, e Gesù comanda ai suoi discepoli di combatterle, segnalando loro con fatti concreti la direzione da seguire. Egli ha cominciato, i suoi discepoli devono portare a termine la sua opera. 
Se l'azione dei cristiani non distrugge i mali che tormentano la vita dell'uomo, non ricalca quella del Cristo. 
Gesù recita la benedizione sul pane, atto proprio del capo-famiglia, che riconosce così Dio quale datore dei beni per il sostentamento dell'uomo. La sequenza dei verbi prendere, benedire, spezzare, dare costituisce la natura della benedizioni ebraiche e allude all'ultima cena. 
I cristiani che partecipano alla cena del Signore o che rileggono il miracolo della moltiplicazione del pane sono chiamati a spezzare con Gesù il pane e la stessa vita per gli altri. Il cristiano, saziato dal Cristo, offrirà a tutti l'abbondanza dei beni ricevuti: la pace, la felicità, l'amicizia con Dio e con i propri fratelli. 
La beneficenza materiale e spirituale instaura il regno di Dio sulla terra.
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Messaggio di Medjugorje del 2 dicembre 2014 a Mirjana

Cari figli, 
ricordatevi che l’Amore trionferà. 
So che molti di voi hanno perso la speranza, perchè intorno a se stessi vedono la sofferenza, il dolore, la gelosia, l’invidia. 
Ma Io sono vostra Madre. 
Sono nel Regno ma sono anche qui in mezzo a voi. 
Mio Figlio mi manda nuovamente per aiutarvi, perciò non perdete la speranza ma seguitemi perché il trionfo del mio Cuore è nel nome di Dio. 
Mio Figlio ha amato e pensa a voi come ha pensato sempre. 
Credetegli e vivetelo perché Lui è la Vita del mondo. 
Figli miei vivere mio Figlio significa vivere il Vangelo e ciò non è facile. 
Ciò significa amore, perdono e sacrificio. 
Ciò purifica, vi apre la porta verso il Regno. 
La preghiera sincera non è solo la parola, ma la preghiera che pronuncia il cuore. 
Questa vi aiuterà. 
Anche il digiuno perché ciò è ancora più amore, perdono e sacrificio. 
Perciò non perdete la speranza ma seguitemi. 
Vi invito nuovamente ad amare i vostri pastori, a pregare per i vostri pastori affinché guardino sempre mio Figlio che é stato il primo Pastore del mondo e la sua famiglia è stata tutto il mondo. 
Vi ringrazio.
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lunedì 1 dicembre 2014

Commento al Vangelo del 1-12-2014

+ Dal Vangelo secondo Matteo (8,5-11)
Entrato in Cafàrnao, gli venne incontro un centurione che lo scongiurava e diceva: «Signore, il mio servo è in casa, a letto, paralizzato e soffre terribilmente». Gli disse: «Verrò e lo guarirò». Ma il centurione rispose: «Signore, io non sono degno che tu entri sotto il mio tetto, ma di' sol- tanto una parola e il mio servo sarà guarito. Pur essendo anch'io un subalterno, ho dei soldati sotto di me e dico a uno: «Va'!», ed egli va; e aun altro: «Vieni!», ed egli viene; e al mio servo: «Fa' questo!», ed egli lo fa». Ascoltandolo, Gesù si meravigliò e disse a quelli che lo seguivano: «In verità io vi dico, in I- sraele non ho trovato nessuno con una fede così grande! Ora io vi dico che molti verranno dall'oriente e dall'occidente e siederanno a mensa con Abramo, Isacco e Giacobbe nel regno dei cieli» 

Il centurione era il comandante di una centuria, di un gruppo di cento soldati. Egli non chiede nulla per sé, ma prega Gesù per il suo servo gravemente ammalato. Gesù manifesta tutta la sua disponibilità: "Io verrò e lo curerò" (v. 7). Ma il centurione dichiara di non essere degno di ricevere Gesù in casa propria ed è convinto che non occorre che il Signore vada da lui perché lo ritiene capace di comandare anche a distanza sulle potenze del male. 
Il centurione è un pagano che crede senza esitazione nel potere della parola di Dio. E la fede nella parola di Dio permette al Signore di agire in noi. Il miracolo è un segno dell’amore di Dio che interviene a nostro favore, perché è infinitamente sensibile al nostro male. Egli vuole donarci tutto e soprattutto sé stesso. Aspetta solo che glielo chiediamo con fede. 
La grande fede del centurione rende manifesta la mancanza di fede in Israele. La semplice appartenenza anagrafica al popolo di Dio non dà a nessuno la certezza di essere salvato: a tutti è richiesta la fede che si manifesta nelle opere. L’incontro con il centurione offre a Gesù l’occasione per annunciare l’entrata di tutti i popoli nel regno di Dio. I pagani prenderanno posto alla tavola dei patriarchi nel regno dei cieli. 
La Chiesa è costituita da coloro che credono nella parola di Dio e la mettono in pratica. Nel regno di Dio entreranno solo i figli, ossia quelli che sono stati rigenerati "dalla parola di Dio viva ed eterna" (1Pt 1,23), dalla parola del vangelo. 
Il futuro eterno lo si prepara giorno per giorno accogliendo o rifiutando la parola di Gesù. La nostra libertà si esprime pienamente nella fede o nella mancanza di fede, nel nostro acconsentire alla comunione con Dio o nel rifiutarla. 
In questo brano compare all’orizzonte il pellegrinaggio di tutti i popoli che affluiranno alla casa del Signore, e l’annuncio finale del vangelo di Matteo: "Andate e ammaestrate tutte le nazioni" (28,19). 
Padre Lino Pedron
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domenica 30 novembre 2014

Apertura anno vita consacrata

Cari fratelli e sorelle, 
anche se lontano fisicamente a motivo del mio servizio alla Chiesa universale, mi sento intimamente unito a tutti i consacrati e le consacrate all'inizio di questo Anno che ho voluto fosse dedicato alla vita consacrata. 
Saluto con affetto tutti i membri della Congregazione per gli Istituti di vita consacrata e le Società di vita apostolica, e tutti coloro che sono presenti nella Basilica di Santa Maria Maggiore, sotto il tenero sguardo della Beata Vergine Salus Populi Romani, per questa Veglia di preghiera. 
Con voi saluto anche tutti i consacrati e le consacrate che vivono e operano nel mondo. In questa occasione le mie prime parole sono di gratitudine al Signore per il dono prezioso della vita consacrata alla Chiesa e al mondo. 
Questo Anno della Vita Consacrata sia un'occasione affinché tutti i membri del popolo di Dio ringrazino il Signore, dal quale proviene ogni bene, per il dono della vita consacrata, valorizzandola in maniera conveniente. A voi, cari fratelli e sorelle consacrati, va ugualmente la mia gratitudine per ciò che siete e fate nella Chiesa e nel mondo: sia questo un "tempo forte" per celebrare con tutta la Chiesa il dono della vostra vocazione e per ravvivare la vostra missione profetica. 
Vi ripeto anche oggi quanto vi ho detto altre volte: «Svegliate il mondo! Svegliate il mondo!». Come? Mettete Cristo al centro della vostra esistenza. Essendo norma fondamentale della vostra vita «seguire Cristo come viene insegnato dal Vangelo» (Perfectae caritatis, 2), la vita consacrata consiste essenzialmente nell'adesione personale a Lui. Cercate, cari consacrati, Cristo costantemente, cercate il suo Volto, occupi Egli il centro della vostra vita in modo da essere trasformati in «memoria vivente del modo di esistere e di agire di Gesù, come Verbo incarnato di fronte al Padre e di fronte ai fratelli» (Vita consecrata, 22). 
Come l'apostolo Paolo, lasciatevi conquistare da Lui, assumete i suoi sentimenti e la sua forma di vita (cfr ibid., 18); lasciatevi toccare dalla sua mano, condurre dalla sua voce, sostenere dalla sua grazia (cfr ibid., 40). Non è facile, lasciatevi toccare dalla sua mano, condurre dalla sua voce, sostenere dalla sua grazia. E con Cristo, partite sempre dal Vangelo! 
Assumetelo come forma di vita e traducetelo in gesti quotidiani segnati dalla semplicità e dalla coerenza, superando così la tentazione di trasformarlo in una ideologia. 
Il Vangelo conserverà "giovane" la vostra vita e missione, e le renderà attuali e attraenti. Sia il Vangelo il terreno solido dove avanzare con coraggio. Chiamati ad essere «esegesi vivente» del Vangelo, sia esso, cari consacrati, il fondamento e il riferimento ultimo della vostra vita e missione. Uscite dal vostro nido verso le periferie dell'uomo e della donna di oggi! Per questo, lasciatevi incontrare da Cristo. 
L'incontro con Lui vi spingerà all'incontro con gli altri e vi porterà verso i più bisognosi, i più poveri. Giungete alle periferie che attendono la luce del Vangelo (cfr Evangelii gaudium, 20). Abitate le frontiere. Questo vi chiederà vigilanza per scoprire le novità dello Spirito; lucidità per riconoscere la complessità delle nuove frontiere; discernimento per identificare i limiti e la maniera adeguata di procedere; e immersione nella realtà, «toccando la carne sofferente di Cristo nel popolo» (ibid., 24). 
Cari fratelli e sorelle: di fronte a voi si presentano molte sfide, ma queste ci sono per essere superate. «Siamo realisti, ma senza perdere l'allegria, l'audacia e la dedizione piena di speranza! 
Non lasciamoci rubare la forza missionaria!» (ibid., 109). Maria, donna in contemplazione del mistero di Dio nel mondo e nella storia, donna diligente nell'aiutare con prontezza gli altri (cfr Lc 1, 39) e per questo modello di ogni discepolo-missionario, ci accompagni in questo Anno della vita consacrata che poniamo sotto il suo sguardo materno. 
A tutti voi partecipanti alla Veglia di preghiera a Santa Maria Maggiore e a tutti i consacrati e le consacrate imparto di cuore la Benedizione, e vi chiedo per favore di pregare per me. 
Il Signore vi benedica e la Madonna vi custodisca.
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Richiesta di preghiere 29/11/2014

Una bimba di due anni e mezzo è andata ad aumentare la schiera degli Angeli in Paradiso lasciando nel dolore la mamma il papà e tre fratelli. 
Preghiamo il Signore affinché porti consolazione a questa famiglia distrutta dal dolore. 
Grazie. ardea da Trieste
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Fate attenzione Vegliate

L'Avvento, tempo con il quale comincia l'Anno Liturgico, ci invita a camminare tutti insieme verso la luce. 
Spesso siamo solo preoccupati di andare, ma ci lasciamo sfuggire lo scopo del viaggio. La nostra vita e tutta la storia, non va verso una catastrofe, non sta precipitando verso nulla, ma sta andando verso il compimento, verso un nuovo "capodanno liturgico", dando così inizio alla celebrazione del tempo proprio quando tutto sembrerebbe che esso ci stia sfuggendo di mano. 
Proprio mentre la luce diminuisce la Chiesa prepara le lampade dell'attesa, in cui l'olio della speranza e dell'amore riversato nei piccoli orci del nostro cuore "non si svuoterà" (1 Re 17,14). 
Attraverso le preghiere e le letture così penetranti di questo tempo di Avvento una goccia di olio ravviverà la lampada della nostra attesa, donandoci più forza e fiducia. 
In questo tempo siamo chiamati tutti a chiedere con insistenza: "Signore "venga il tuo Regno", insegnami a pregare, aumenta la mia fede", per poter vivere il nostro viaggio non sotto il peso dell'angoscia e della paura, ma con la fiducia nel Padre che sostiene il mondo e lo accompagna con la sua provvidenza. Maranathà! 
Vieni signore Gesù la culla del mio cuore è pronta ad accoglierti!
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venerdì 28 novembre 2014

Preghiera mattutina-28

12-nov-2014 
Signore, io ti offro questa mattina l'innumerevole marea di coloro che soffrono, degli indigenti, dei senzatetto, dei senza amore, degli affamati, degli immigrati, dei poveri di ogni condizione. 
Non sei tu che hai messo il mondo sottosopra. 
Uscito dal tuo cuore nell'armonia, eccolo divenuto un caos. 
O Dio, abbi pietà della minoranza che governa l'universo e concedici di partecipare alla loro terribile responsabilità attraverso la preghiera.
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Commento al Vangelo del 28-11-2014

Dal Vangelo secondo Luca (21,29-33)
In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli una parabola: “Guardate il fico e tutte le piante; quando già germogliano, guardandoli capite da voi stessi che ormai l'estate è vicina. Così pure, quando voi vedrete accadere queste cose, sappiate che il regno di Dio è vicino. In verità vi dico: non passerà questa generazione finché tutto ciò sia avvenuto. Il cielo e la terra passeranno, ma le mie parole non passeranno”. 

COMMENTO AL VANGELO - P. LINO PEDRON 
Quando il Signore tornerà alla fine dei tempi non ci sarà bisogno di messaggeri che annuncino l'approssimarsi del regno di Dio, perché ognuno se ne accorgerà da sé per i fatti che potrà osservare. Nessun uomo, che abbia senno, ha bisogno di essere aiutato a capire che l'estate è vicina quando germogliano gli alberi. Il regno di Dio verrà a noi con la stessa certezza con cui a suo tempo viene l'estate. Gesù non ci comunica una scadenza esatta perché "nessuno conosce il giorno e l'ora, se non il Padre" (Mt 24,36; Mc 13,32). "La parola di Dio dura sempre" (Is 40,8). Dobbiamo fondare su di essa la nostra vita. Questa parola ci dà la certezza che il Signore viene. Viene come è venuto allora; e allo stesso modo verrà alla fine. "Gesù Cristo è lo stesso ieri e oggi e per sempre. Non lasciatevi sviare da dottrine varie e a voi estranee" (Eb 13,8-9).
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Messaggio di Medjugorje del 25/11/2014

Cari figli! 
Oggi in modo particolare vi invito alla preghiera. 
Pregate, figlioli, per comprendere chi siete e dove dovete andare. 
Siate portatori della Buona Novella e uomini di speranza. 
Siate amore per tutti coloro che sono senza amore. 
Figlioli, sarete tutto e realizzerete tutto soltanto se pregate e se siete aperti alla volontà di Dio, Dio che desidera guidarvi verso la vita eterna. 
Io sono con voi e di giorno in giorno intercedo per voi davanti a mio Figlio Gesù. 
Grazie per aver risposto alla mia chiamata.
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lunedì 24 novembre 2014

Atto di consacrazione del genere umano a Gesù Cristo Re dell’Universo

O Gesù dolcissimo, o Redentore del genere umano, riguarda a noi umilmente prostrati innanzi a Te. Noi siamo Tuoi e Tuoi vogliamo essere e per vivere a Te più strettamente congiunti, ecco che ognuno di noi, oggi spontaneamente si consacra al Tuo Sacratissimo Cuore. 
Molti purtroppo non Ti conobbero mai; molti, disprezzando i Tuoi comandamenti, Ti ripudiarono. 
O benignissimo Gesù, abbi misericordia e degli uni e degli altri; e tutti quanti attira al Tuo Sacratissimo Cuore. O Signore, sii il Re non solo dei fedeli che non si allontanarono mai da Te, ma anche di quei figli prodighi che Ti abbandonarono; fa che questi, quanto prima ritornino alla casa paterna, per non morire di miseria e di fame. 
Sii il Re di coloro che vivono nell'inganno dell’errore, o per discordia da Te separati; richiamali al porto della Verità e all'Unità della Fede affinché in breve si faccia un solo ovile sotto un solo pastore. 
Largisci , o Signore, incolumità e libertà sicura alla Tua Chiesa, concedi a tutti i popoli la tranquillità dell’ordine; fa che da un capo all’altro della Terra risuoni quest’unica voce: sia lode a quel Cuore Divino, da cui venne la nostra salute; a Lui si canti gloria e onore nei secoli dei secoli. 
Amen . 
Leone XIII
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domenica 2 novembre 2014

La preghiera per i defunti

RISPETTO PER I MORTI 
Presso tutte le religioni, fin dai tempi più remoti, è diffuso il rispetto e il culto per i defunti. Sono stati costruiti mausolei in loro ricordo; le imbalsamazioni in uso presso certi popoli, le offerte, i riti sacrificali, dimostrano quanto sia sentito il dove­re di onorare coloro che ci hanno lasciato per una vita oltre la morte. Per molti è un preciso dovere di gratitudine per il bene rice­vuto, a partire dal dono della vita, ai valori intellettuali, mora­li, materiali con cui i nostri cari ci hanno beneficato durante la vita. Purtroppo sovente questo nobile sentimento viene espres­so in maniera errata, con ostentazione di potere e ricchezza che non servono assolutamente al defunto, tanto meno a puri­ficarlo dai peccati commessi durante la vita. Una tomba di marmo pregiato, un funerale sfarzoso... sono il più delle volte spreco inu­tile di denaro che avrebbe potuto essere devoluto in opere di grande valore sociale e caritativo, di cui il defunto avrebbe goduto un grande beneficio. 

SOLIDARIETA' CON I DEFUNTI 
La morte non spezza i legami che abbiamo con i defunti. Le "tre" Chiese: peregrinante, purificante, trionfante, riman­gono strettamente unite come realtà comunicanti: i beni di una si riversano sulle altre. È una verità di fede che procla­miamo nel simbolo apostolico quando affermiamo: "credo nella comunione dei santi". Con queste differenze. Noi che siamo ancora in vita possia­mo con fiducia invocare e ottenere l'aiuto dei beati in cielo, que­sti sicuramente intercedono per noi, (particolarmente i nostri patroni, i parenti, gli amici, le persone che abbiamo amato). Le anime del Purgatorio invece si trovano in una condizio­ne per la quale non possono più meritare per sé stessi; men­tre noi abbiamo possibilità di aiutarli, ad attenuare le loro sof­ferenze, abbreviando la loro purificazione. Da sempre la Chiesa accompagna i defunti, dopo la mor­te, con particolari riti e preghiere. La liturgia esequiale onora il corpo del defunto in cui Dio è stato presente mediante la Grazia dei Sacramenti e spinge lo sguardo all'ultimo avveni­mento della storia, quando Cristo tornerà glorioso per ridare vita ai corpi e renderli partecipi della sua gloria. Il più grande desiderio dell'uomo è vincere la morte, che tro­va la risposta certa in Gesù morto e risorto, salito al cielo per preparare un posto per ciascuno di noi. Accomiatandosi dai discepoli Gesù ha promesso: "Vado a prepararvi un posto. Quando sarò andato e vi avrò preparato un posto, ritornerò e vi prenderò con me, perché anche voi siate dove sono io" (Gv 14,2-4). Per questo la liturgia esequiale è una celebrazio­ne pasquale: un momento in cui i fedeli, mentre pregano per il defunto, affidandolo alla misericordia di Dio, ravvivano la propria fede e speranza in Cristo che tutti attende nel suo regno di amore. Una delle preghiere recita: "Dio, Padre misericordioso, tu ci doni la certezza che nei fedeli defunti si compie il mistero del tuo Figlio, morto e risorto: per questa fede che noi pro­fessiamo, concedi al nostro fratello che si è addormentato in Cristo, di risvegliarsi con noi nella gioia della risurrezione". 

COME AIUTARE I NOSTRI DEFUNTI 
La Chiesa, madre e maestra, ci addita parecchi mezzi per suffragare le anime dei nostri cari e aiutarle a raggiungere la pienezza della vita eterna. L'aiuto più efficace è la S. Messa, la Comunione fatta in suf­fragio dei defunti. La celebrazione Eucaristica, rinnovando il sacrificio di Gesù, è l'atto supremo di adorazione e riparazio­ne che possiamo offrire a Dio per le anime dei defunti. La preghiera è un mezzo sempre efficace, alla portata di tut­ti, tanto più efficace quando non chiediamo aiuti e beni per noi stessi, ma perdono e salvezza per le anime dei nostri cari. Oltretutto per molti di noi è un dovere di gratitudine per il bene ricevuto da parenti e amici e, insieme, una garanzia per­ché le anime, giunte in Paradiso, pregheranno per noi. Tra le preghiere tanto raccomandate c'è la recita del Rosa­rio, con l'aggiunta dopo il Gloria, di una invocazione per i defunti: l'Eterno riposo. Oltre la preghiera possiamo suffragare le anime con morti­ficazioni, sacrifici, penitenze, beneficenza e atti di carità, in riparazione dei peccati commessi mentre erano in vita. 

LE INDULGENZE 
La ricorrenza della Commemorazione dei Fedeli Defunti, suscita in tutti noi il ricordo di chi ci ha lasciato e il desiderio di rinnovare nella preghiera quegli affetti che ci hanno tenu­to uniti ai nostri cari durante la loro vita terrena. È ciò che espri­miamo con il termine suffragio: parola che deriva dal verbo latino suffragari che significa: soccorrere, sostenere aiutare. In vari modi la Chiesa ci insegna che possiamo suffragare le anime dei nostri cari defunti: con la celebrazione di Sante Messe, con i meriti che acquistiamo compiendo le opere di carità, con l'applicazione delle indulgenze. In particolare su questa pratica, ultimamente un po' trascurata, vogliamo sof­fermare il nostro pensiero. 

CHE COSA SONO LE INDULGENZE 
Leggiamo dal catechismo la definizione. L'indulgenza è la remissione dinanzi a Dio della pena temporale per i peccati, già rimessi quanto alla colpa, che il fedele, debitamente dispo­sto, e a determinate condizioni, acquista per intervento della Chiesa la quale, come ministra della redenzione, autoritati­vamente dispensa ed applica il tesoro delle soddisfazioni di Cristo e dei Santi. Al di là del linguaggio, sempre piuttosto tecnico nelle for­mulazioni ufficiali, cerchiamo di tradurre il tutto in termini più semplici. La teologia cattolica insegna che ogni nostro pec­cato ha una duplice conseguenza: genera una colpa e com­porta una pena. Mentre la colpa, che possiamo concepire come la rottura o il deturpamento dell'amicizia con Dio, è rimessa dall'assolu­zione sacramentale nella confessione, (attraverso la quale Dio cancella l'offesa ricevuta), la pena permane anche oltre l'as­soluzione. Allontaniamo da noi ogni pensiero che si tratti di una castigo che Dio infligge, analogamente a quanto avvie­ne nel codice penale per i reati commessi contro la legge degli uomini. La pena di cui parliamo è una conseguenza che deri­va dalla natura stessa del peccato, che, oltre ad essere offesa a Dio, è anche contaminazione e corruzione dell'uomo. I nostri peccati infatti rendono sempre più faticosa e la ricostruzione, dell'amicizia con Dio e il superare quella inevitabile inclina­zione al male che permane anche dopo la remissione sacra­mentale, come conseguenza del peccato stesso. Semplificando, pensiamo ad una ferita: anche dopo che ha smesso di sanguinare continua a darci dolore, ed è un punto debole: basta un piccolo urto perché riprenda l'emorragia. Il nostro corpo deve faticare per ricostruire il tessuto nella sua integrità e solo allora possiamo dirci veramente guariti. Il pec­cato è una ferita dell'anima e anche dopo il nostro pentimento e l'assoluzione sacramentale rimane come una debolezza: sia­mo più fragili, più soggetti a ricadere proprio dove siamo già caduti, rischiamo che quella ferita non pienamente rimargi­nata, si riapra proprio nello stesso punto. 

FUNZIONE DELLE INDULGENZE 
Le indulgenze che possiamo acquistare anche per noi stes­si (esempio il perdono d'Assisi o le indulgenze dell'Anno San­to) sono come un medicamento cicatrizzante, ci confermano nel proposito di rinnegare il peccato e sanciscono la nostra volontà di aderire pienamente al progetto di Dio. Pensiamo ancora cosa avviene quando l'amicizia tra due viene infran­ta. Essa si ricostruirà ma con fatica; anche dopo che l'offesa è stata perdonata, rimane come una difficoltà nei rapporti, finché con il tempo e la reciproca buona volontà non si rimuo­vono completamente le cause e i ricordi del litigio. Ora noi non possiamo certamente dubitare della volontà di Dio di riammetterci alla sua piena comunione, ma dobbia­mo dubitare delle nostre capacità a staccarci completamente dal peccato e da ogni affetto malsano; è necessario un lun­go cammino di conversione e di purificazione. La pena temporale non è quindi da concepire come una ven­detta di Dio ma come il tempo necessario a noi per rigenera­re la nostra capacità di amare Dio sopra ogni cosa. Questa pena temporale esige di essere compiuta in questa vita come riparazione, o in Purgatorio come purificazione. Nel cammino terreno il cristiano dovrà quindi cercare quei mezzi di purifi­cazione che facilitano il cammino verso la santità: le varie pro­ve e la sofferenza stessa, l'impegno nelle opere di carità, la preghiera, le varie pratiche di penitenza e, non ultimo, l'ac­quisto delle indulgenze. Ma poiché difficilmente possiamo presumere che in questa vita riusciremo a giungere a quella perfezione che ci permet­terebbe di essere, immediatamente dopo il nostro trapasso, ammessi alla piena comunione con Dio, la Giustizia Divina pre­vede un tempo di purificazione anche dopo la nostra morte, in quella particolare condizione, (tradizionalmente chiamata Purgatorio), nella quale si troverà la nostra anima al termine del nostro esilio terreno e in attesa di giungere alla piena comu­nione con Dio. Leggiamo ancora nel Catechismo: "Coloro che muoiono nell'amicizia di Dio, ma imperfettamente purificati, benché sicuri della propria salvezza eterna, vengono sottoposti, dopo la morte, ad una purificazione, al fine di ottenere la santità necessaria per entrare nella gioia di Dio": 

COME OTTENERE INDULGENZE PER I DEFUNTI? 
L'indulgenza legata alla commemorazione di tutti i defun­ti, il 2 novembre, è possibile lucrarla mediante: visite alle tom­be, celebrazione Eucaristica al cimitero, visita a una Chiesa. Si può lucrare l'indulgenza plenaria a partire dal mezzogiorno del 1° novembre fino a tutto il 2 novembre. Si può lucrare una sola volta ed è applicabile solo ai defunti. Visitando una Chie­sa, si reciti almeno un Padre nostro e il Credo. A questa si aggiungono le tre solite condizioni: Confessione, Comunio­ne, preghiera secondo le intenzioni del Papa (Pater, Ave, Glo­ria). Queste tre condizioni possono essere adempiute anche nei giorni precedenti o seguenti il 2 novembre. Nei giorni dall'1 all'8 novembre chi visita il cimitero e pre­ga per i defunti può lucrare una volta al giorno l'indulgenza plenaria, applicabile ai defunti, alle condizioni di cui sopra. 

Maria M.
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Richiesta di preghiere 1/2014

1) André ci chiede di pregare perché sua moglie Tatsiana torni a casa dove lui e i suoi due figli di 5 e 1 anno l'aspettano. 

Pour que mon épouse Tatsiana revienne à la maison avec nos enfants Anaïs (5ans) et Alexandre (1an). Merci. André.
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Preghiera per OgniSanti

Signore,
in questa giornata in cui celebriamo la festa di tutti quei Santi che ti hanno onorato e glorificato con la loro vita – uomini e donne di ogni continente che sono per noi di esempio – ti preghiamo di aiutarci a conformare la nostra vita e la nostra fede sempre più a loro.
Perdona le offese che gli uomini ti arrecano ogni giorno e le ferite che ancor oggi infliggono al tuo Sacro Cuore.
Perdona noi credenti per tutte le volte in cui, mancando nei nostri doveri cristiani, non solo non riusciamo a portare la tua luce al mondo ma anzi siamo motivo di scandalo per gli altri: tante e tante volte ti abbiamo deluso e perfino tradito con i nostri peccati e i nostri ammiccamenti al maligno.
Ti preghiamo per tutti coloro che in tutto il mondo, oggi in particolar modo nel Medio Oriente, soffrono e affrontano quotidianamente – con coraggio e fede esemplari – persecuzioni e prove terribili in tuo nome, talvolta al prezzo delle loro stesse vite.
Non permettere che restiamo indifferenti alle loro sofferenze ma aiutaci ad essergli vicini concretamente, anche ma non solo con la preghiera.
Fai che anche qui da noi - in paesi ricchi ma ormai scristianizzati, sempre più votati ad un laicismo anticlericale dove in tanti si illudono di poter fare a meno di Te e della Tua Chiesa - l’annuncio fedele e integrale della Tua Parola trovi sempre orecchie e cuori desiderosi di accoglierla. Preservaci dall'odio montante verso il Vangelo e la Chiesa, fai che gli appelli di Tua Madre in tutto il mondo aprano i cuori induriti dei popoli, mandaci il Tuo Spirito perché – come Ella disse ad Amsterdam – essi “siano preservati dalla corruzione, dalle calamità e dalla Guerra”.  
Fai che il Tuo Sacro Cuore e il Cuore Immacolato di Tua Madre trionfino al più presto affinché la Tua Misericordia prevalga e la tua Giustizia non si abbatta sul mondo, come purtroppo la Madonna ha ammonito in molte sue apparizioni.
Mandaci pastori che sappiano essere sempre fedeli al Vangelo e alla Chiesa, che non si facciano condizionare dalla mentalità e dalle aspettative del mondo, accesi di un santo Amore per Te e per le pecore loro affidate.
Grazie per questo gruppo di preghiera – di cui oggi celebriamo il 14° anniversario – , per le persone che ne fanno parte e per quelle che cercano da noi un aiuto di preghiera. Ti preghiamo: proteggile, guidale, sostienile sempre nel cammino verso la santità.
Amen
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Richiesta di preghiere 1/11/2014

Carissimi, 
cose molto gravi stanno succedendo nella mia diocesi: un sacerdote anziano assassinato, un altro, giovane, suicida. 
La stampa locale che "gode" di questi avvenimenti imbonendo la gente con titoli ed articoli a tutta pagina. 
Il Signore abbia pietà e misericordia, conceda la pace ed il perdono ai defunti. 
Lo Spirito Santo illumini la mente ed i cuori della gente ed aumenti la fede, soprattutto in questi tragici avvenimenti, che purtroppo portano scompiglio e confusione, specie nelle persone che vivono nel dubbio. 
Inoltre conforti i parenti e quanti, in questa tragedia subiscono e vivono il dolore in prima persona. 
Grazie. ardea da Trieste
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venerdì 31 ottobre 2014

Commento al Vangelo del 30-10-2014

Dal Vangelo secondo Luca (13,31-35)
In quel giorno, si avvicinarono a Gesù alcuni farisei a dirgli: “Parti e vattene via di qui, perché Erode ti vuole uccidere”. Egli rispose: “Andate a dire a quella volpe: Ecco, io scaccio i demoni e compio guarigioni oggi e domani; e il terzo giorno avrò finito. Però è necessario che oggi, domani e il giorno seguente io vada per la mia strada, perché non è possibile che un profeta muoia fuori di Gerusalemme. Gerusalemme, Gerusalemme, che uccidi i profeti e lapidi coloro che sono mandati a te, quante volte ho voluto raccogliere i tuoi figli come una gallina la sua covata sotto le ali e voi non avete voluto! Ecco, la vostra casa sta per esservi lasciata deserta! Vi dico infatti che non mi vedrete più fino al tempo in cui direte: Benedetto colui che viene nel nome del Signore!”. 

COMMENTO AL VANGELO - P. LINO PEDRON 
Probabilmente Erode si serve dei farisei per impaurire Gesù e allontanarlo dal suo territorio. E' meglio che questa persona scomoda si trasferisca nella zona di competenza del suo nemico, Pilato. Questi, a sua volta, glielo invierà e gli restituirà il favore. In tale scambio diverranno amici (Lc 23,6-12). La volpe è un'animale immondo. Con questo titolo Gesù bolla l'immoralità di Erode. Gesù lo tranquillizza, illustrandogli la propria attività. Non entra in concorrenza con lui. Non gli insidia il trono. Il suo potere è quello di servire l'uomo liberandolo dal male interno (demoni) ed esterno (malattie). 
Questa è l'attività di Gesù compiuta in pieno giorno. L'attività di Gesù è compiuta nell'"oggi" della sua vita terrena. La sua vita volge al tramonto: darà pensieri ad Erode ancora per poco tempo. Il terzo giorno è quello definitivo della risurrezione. Il viaggio di Gesù non è mosso dalla paura di Erode, ma dalla volontà del Padre che lo vuole a Gerusalemme dove si compirà il mistero della salvezza. La triplice ripetizione del nome di Gerusalemme è l'espressione di un amore e di una tenerezza infiniti. Gesù non piange sulla propria sorte, ma sulla sua città (Lc 19,41; 23,28 ss).Gli reca più dolore il male dell'amata che non la propria uccisione che avviene per mano dell'amata. 
E' la manifestazione suprema del suo amore. E' l'amore dello Sposo che piange il male della sposa che l'uccide. E' importante la rivelazione anticipata di questo amore che, pur prevedendo il peggio, si offre senza condizioni. La vista di un Dio che ci ama fino a morire per noi sarà l'offerta estrema d'amore che rende possibile la conversione (Lc 23,48; Gv 12,32). 
L'immagine che Gesù dà di sé, paragonandosi a una chioccia, è la più umile e la più bella di tutte. Richiama le parole di Dio del Sal 91,4: "Ti coprirà con le sue penne, sotto le sue ali troverai rifugio". Esprime la forza della sua tenerezza: l'aquila potente che salva (Dt 32,11) qui si fa' chioccia. 
L'amore materno di Dio è tanto forte da renderlo debole, tanto sapiente da renderlo stolto, fino a dare la vita per noi: "Egli infatti fu crocifisso per la sua debolezza" (2Cor 13,4). 
L'ultima frase di questo capitolo lascia ancora aperta la possibilità al ravvedimento. Queste parole si riferiscono all'ingresso di Gesù in Gerusalemme (Lc 19,38), ma soprattutto all'ultimo ritorno di Cristo alla fine dei tempi. Anche i giudei saluteranno questo ritorno, perché allora saranno convertiti (Rm 11,25-31).
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martedì 28 ottobre 2014

Manda il Tuo Spirito

Signore Gesù, manda il tuo Spirito, perché mi aiuti a leggere la Scrittura con lo stesso sguardo, con il quale l' hai letta Tu per i discepoli sulla strada di Emmaus. 
Con la luce della Parola, scritta nella Bibbia, Tu li aiutasti a scoprire la presenza di Dio negli avvenimenti sconvolgenti della tua condanna e della tua morte. Così, la croce che sembrava essere la fine di ogni speranza, è apparsa loro come sorgente di vita e di risurrezione. 
Crea in me il silenzio perché possa ascoltare la Tua voce nella creazione e nella Scrittura, negli avvenimenti e nelle persone, soprattutto nei poveri e sofferenti. La Tua Parola mi orienti, affinché anch'io, come i due discepoli di Emmaus, possa sperimentare la forza della Tua risurrezione e testimoniare agli altri che Tu sei vivo in mezzo a noi come fonte di fraternità, di giustizia e di pace. 
Questo noi chiediamo a Te, Gesù, figlio di Maria, che ci riveli il Padre e mandi lo Spirito Santo. 
Amen.
Maria M.
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Richiesta di preghiere 28/10/2014

Per favore, se potete, dite una preghiera per me, mi hanno trovato un tumore in stato avanzato. grazie 
Lara
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Commento al Vangelo del 28-10-2014

+ Dal Vangelo secondo Luca (6,12-19)
In quei giorni, Gesù se ne andò sul monte a pregare e passò tutta la notte pregando Dio. Quando fu giorno, chiamò a sé i suoi discepoli e ne scelse dodici, ai quali diede anche il nome di apostoli: Simone, al quale diede anche il nome di Pietro; Andrea, suo fratello; Giacomo, Giovanni, Filippo, Bartolomeo, Matteo, Tommaso; Giacomo, figlio di Alfeo; Simone, detto Zelota; Giuda, figlio di Giacomo; e Giuda Iscariota, che divenne il traditore. Disceso con loro, si fermò in un luogo pianeggiante. C’era gran folla di suoi discepoli e gran moltitudine di gente da tutta la Giudea, da Gerusalemme e dal litorale di Tiro e di Sidòne, che erano venuti per ascoltarlo ed essere guariti dalle loro malattie; anche quelli che erano tormentati da spiriti impuri venivano guariti. Tutta la folla cercava di toccarlo, perché da Lui usciva una forza che guariva tutti. 

COMMENTO AL VANGELO - P. LINO PEDRON 
Gesù ha compiuto la sua prima manifestazione, ha avuto il suo primo incontro con il popolo e le autorità religiose del paese; ora ha bisogno di una lunga notte di riflessione, di preghiera e di contatto con il Padre. L'opera che ha avviato è destinata a sopravvivere nel tempo, per questo egli deve scegliere degli uomini che condividano la sua causa e la portino avanti nei secoli. 
Secondo il vangelo di Luca, la Chiesa e la sua organizzazione essenziale provengono direttamente da Cristo. Gesù sale sul monte per trovare nell'incontro con il Padre la chiarezza necessaria per scegliere i dodici apostoli. Il numero dodici richiama quello dei patriarchi dell'Antico Testamento. Si delinea così la nascita del nuovo popolo di Dio. 
La preghiera sta all'origine di ogni scelta e azione apostolica di Gesù e della Chiesa. Il giorno della Chiesa spunta dalla notte di Gesù passata in comunione col Padre. Ciò non vuole assolutamente dire che le scelte che il Padre e il Figlio fanno, chiamando i dodici e gli altri dopo di loro lungo i secoli, saranno le migliori secondo la nostra logica umana. 
La struttura portante della Chiesa è zoppicante fin dall'inizio, sempre aperta al tradimento e al rifiuto del Signore. Pietro e Giuda ne sono le figure emblematiche. E tutto questo non è uno spiacevole imprevisto, ma è una realtà che fa parte del progetto di salvezza. Il motivo che spinge la gente verso Gesù è il bisogno di ascoltare la parola di Dio e di essere guarita. Come la parola del serpente portò il male e la morte (cfr Gen 3), così la parola di Dio guarisce dal male e dà la vita. 
C'è infatti una stretta connessione tra l'ascolto della parola di Dio e la guarigione, come tra la disobbedienza alla parola di Dio e la morte (cfr Dt 11,26-32). " Il peccato è entrato nel mondo e con il peccato la morte" (Rm 5,12) perché l'uomo ha ascoltato il serpente. L'uomo diventa ciò che ascolta. Se ascolta Dio diventa figlio di Dio, se ascolta il diavolo diventa figlio del diavolo. Come la gente di allora, anche noi possiamo toccare e sperimentare la potenza di Gesù se ascoltiamo la sua parola. 
La parola di Dio infatti "è potenza di Dio per la salvezza di chiunque crede" (Rm 1,16). Infatti "è piaciuto a Dio di salvare i credenti con la stoltezza della predicazione" (1Cor 1,21).
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lunedì 27 ottobre 2014

Preghiera mattutina-27

24-feb-2014
La vera saggezza è misericordiosa ed è feconda di opere buone. 
Concedici, Signore, il dono della saggezza, affinché anche noi vediamo come vedi tu, pensiamo come pensi tu e soprattutto amiamo come ami tu. 
Allora collaboreremo in modo più efficace all'opera della redenzione. 
Sapremo cosa hai posto nel nostro cuore e, riconoscendo le nostre debolezze, ricorreremo di più a te, Sapienza eterna del Padre, e comprenderemo così che vi sono demoni che si scacciano solo con la preghiera, con un'unione completa con te.
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Commento al Vangelo del 27-10-2014

Dal Vangelo secondo Luca (13,10-17)
In quel tempo, Gesù stava insegnando in una sinagoga il giorno di sabato. C'era là una donna che aveva da diciotto anni uno spirito che la teneva inferma; era curva e non poteva drizzarsi in nessun modo. Gesù la vide, la chiamò a sé e le disse: “Donna, sei libera dalla tua infermità”, e le impose le mani. Subito quella si raddrizzò e glorificava Dio. Ma il capo della sinagoga, sdegnato perché Gesù aveva operato quella guarigione di sabato, rivolgendosi alla folla disse: “Ci sono sei giorni in cui si deve lavorare; in quelli dunque venite a farvi curare e non in giorno di sabato”. Il Signore replicò: “Ipocriti, non scioglie forse, di sabato, ciascuno di voi il bue o l'asino dalla mangiatoia, per condurlo ad abbeverarsi? E questa figlia di Abramo, che satana ha tenuto legata diciott'anni, non doveva essere sciolta da questo legame in giorno di sabato?”. Quando egli diceva queste cose, tutti i suoi avversari si vergognavano, mentre la folla intera esultava per tutte le meraviglie da lui compiute. 

COMMENTO AL VANGELO - P. LINO PEDRON 
In questa donna è rappresentata la situazione dell'umanità prima della venuta di Gesù: è sotto il dominio dello spirito maligno, ammalata, rattrappita, tutta piegata verso terra, impossibilitata a rizzarsi e a guardare verso l'alto. Gesù la guarda con compassione, la chiama a sé, le parla, le impone le mani. 
Il capo della sinagoga è uno che non sa riconoscere i segni del tempo della salvezza. La sua interpretazione della legge, il suo testardo attaccamento alla tradizione umana, la mancanza di comprensione per l'amore e la misericordia verso una creatura umana ammalata, non gli danno la capacità di comprendere i segni del tempo della salvezza. La sorte di quest'uomo e di tutti gli avversari di Gesù è la vergogna (v.17) davanti al popolo e al tribunale di Dio. 
Gesù dà un nuovo significato al sabato, o meglio gli ridà il suo significato originale. La legge del sabato è al servizio dell'uomo, e Dio è glorificato da chiunque usi misericordia verso gli uomini. E in questo brano l'uomo riceve nuovamente da Gesù la sua dignità e la sua giusta considerazione: non può essere considerato meno di un bue o di un asino! 
Gesù infrange il dominio di satana che si manifesta nel peccato, nella malattia e nella morte, e libera l'uomo dal peso opprimente della legge. Il sabato diventa il giorno della gioia per tutti. La creazione trova nell'opera salvifica di Gesù la sua perfezione. L'uomo che si apre all'amore di Dio non incontra il giudizio, ma la salvezza e la liberazione definitiva. 
L'infermità, secondo la mentalità dell'uomo della Bibbia, non è solo disfunzione del corpo, ma l'invasione di uno spirito malvagio che logora e arresta il corso delle forze della natura. Gesù stende le mani sull'ammalata: è un atteggiamento con il quale trasfonde su di lei il suo Spirito che scaccia lo spirito del male. Il miracolo non lascia indisturbati i presenti. La donna guarita glorifica Dio perché riconosce nell'opera compiuta da Gesù una manifestazione della sua onnipotenza e della sua bontà. Il capo della sinagoga è indignato e scandalizzato per il trambusto avvenuto nel luogo sacro e soprattutto perché proprio nel luogo dove si celebra il sabato viene trasgredito il comandamento del sabato. L'entusiasmo della folla può avere creato qualche inconveniente. Ma ben vengano, e tutti i giorni, inconvenienti come questo!. 
Per il capo della sinagoga il miracolo è relegato tra le opere servili che non sono consentite in giorno di sabato: "Ci sono sei giorni in cui si deve lavorare; in quelli dunque venite a farvi curare e non in giorno di sabato" (v.14). Per rispondere a della gente così ignorante Gesù non ricorre a un'argomentazione teologico-biblica, ma fa un esempio pratico come il condurre all'abbeveratoio l'asino o il bue anche di sabato. L'ostilità dei giudei contro Gesù è dunque preconcetta, infondata, ingiusta. Non sono le opere in sé che irritano il capo della sinagoga e tutta la classe dirigente ebraica, ma la risonanza che esse producono. Gesù guadagna terreno presso il popolo e, di conseguenza, essi lo perdono. E' sempre una questione di potere e di quanto dal potere ne consegue. 
Nella finale del brano appaiono in scena da una parte gli avversari di Gesù e dall'altra la moltitudine della gente. I primi sono irritati e svergognati, la folla invece è entusiasta e convinta. I primi condannano, disapprovano, rigettano l'opera di Gesù; gli altri la esaltano fino a risalire alla sua sorgente, Dio da cui proviene e a cui sale la gloria causata dalle opere di Cristo. Lo stesso fatto suscita indignazione e vergogna, oppure gloria e gioia. La luce di Dio, che rallegra l'occhio buono, offende quello cattivo. Ma anche questo disagio dei cattivi è in vista della loro conversione.
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Commento al Vangelo del 26-10-2014, dom. 30^ t. ord. "A"

Dal Vangelo secondo Matteo (22, 34-40)
In quel tempo, i farisei, avendo udito che Gesù aveva chiuso la bocca ai sadducei, si riunirono insieme e uno di loro, un dottore della Legge, lo interrogò per metterlo alla prova: «Maestro, nella Legge, qual è il grande comandamento?». Gli rispose: «Amerai il Signore tuo Dio con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima e con tutta la tua mente. Questo è il grande e primo comandamento. Il secondo poi è simile a quello: Amerai il tuo prossimo come te stesso. Da questi due comandamenti dipendono tutta la Legge e i Profeti». 

COMMENTO AL VANGELO - P. LINO PEDRON 
Questa terza controversia tocca un argomento scottante per il giudaismo. I rabbini ripartivano i 613 precetti della Legge in 365 proibizioni (numero dei giorni dell'anno) e in 248 comandamenti (numero delle componenti del corpo umano). Si trattava di sapere qual era il precetto fondamentale. 
La risposta di Gesù unisce tra loro l'amore di Dio e l'amore del prossimo (Dt 6,5 e Lv 19,18). Tutta la Legge è adempiuta in questi due amori che diventano un solo amore in Gesù, nel quale Dio e l'uomo si uniscono in una sola persona. 
E' nella capacità di tenerli uniti anche nella vita del cristiano che si misura la fede. 
L'unione dell'amore di Dio e dell'amore del prossimo come culmine della Legge è un concetto specificamente cristiano e costituisce la sostanza di questo brano e di tutto il vangelo di Gesù. Occorre però ricordare che Gesù ha ridefinito il concetto di prossimo (cfr Lc 10,30-37). L'amore del prossimo ha come presupposto l'amore di se stessi. Ma l'amore evangelico di se stessi!
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domenica 26 ottobre 2014

Messaggio di Medjugorje del 25-10-2014

Cari figli! 
Pregate in questo tempo di grazia e chiedete l'intercessione di Tutti i Santi che sono già nella luce. 
Loro vi siano d'esempio e d'esortazione di giorno in giorno, sul cammino della vostra conversione. 
Figlioli, siate coscienti che la vostra vita è breve e passeggera. 
Perciò anelate all'eternità e preparate i vostri cuori nella preghiera. 
Io sono con voi ed intercedo presso il mio Figlio per ciascuno di voi, soprattutto per coloro che si sono consacrati a Me ed a mio Figlio. 
Grazie per aver risposto alla mia chiamata.
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