lunedì 11 giugno 2012

Gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date

Mt 10,7-13 
Strada facendo, predicate, dicendo che il regno dei cieli è vicino. Guarite gli infermi, risuscitate i morti, purificate i lebbrosi, scacciate i demòni. Gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date. Non procuratevi oro né argento né denaro nelle vostre cinture, né sacca da viaggio, né due tuniche, né sandali, né bastone, perché chi lavora ha diritto al suo nutrimento. In qualunque città o villaggio entriate, domandate chi là sia degno e rimanetevi finché non sarete partiti. Entrando nella casa, rivolgetele il saluto. Se quella casa ne è degna, la vostra pace scenda su di essa; ma se non ne è degna, la vostra pace ritorni a voi. 

Andare in missione è ancora oggi il grande ideale della Chiesa, un ideale che coinvolge tutti, chi va e chi resta. La predicazione apostolica riprende e continua gli annunci di Gesù e del Battista, cominciando dal regno dei cieli. L'annuncio è fatto con la parola (v.7), con le opere di bene (v.8a) e con la testimonianza della vita (vv.8b-10). 
La predicazione è il momento prioritario. La lieta notizia dev'essere anzitutto ascoltata e conosciuta per trovare risonanza nel cuore dell'uomo. Ma il vangelo è soprattutto una proposta di bene: per questo dev'essere tradotto in opere di salvezza (esorcismi e guarigioni). 
Matteo elenca alcune norme che costituiscono lo stile missionario. La prima di esse è la povertà. Il discepolo di Cristo dona sé stesso gratuitamente: è la povertà più vera e più profonda. Questa povertà si esprime nell'accontentarsi dello stretto necessario (v.9) e nel coraggio (che è fede) di affidare anche il problema di quel poco alla provvidenza di Dio. 
La ragione di questo comando riguardo alla povertà non è detta, ma scaturisce dal contesto evangelico. Nel discorso della montagna viene annunciato il regno ai poveri (Mt 5,3) e i discepoli sono invitati a reprimere le eccessive preoccupazioni terrene facendo affidamento sulla bontà del Padre celeste (Mt 6,25-34). Ma più ancora conta l'esempio di Gesù che vive in mezzo alla sua gente senza sapere dove posare il capo (Mt 8,20). 
Il missionario non può avere un comportamento diverso da quello del suo maestro (Mt 10,24) e difforme dal contenuto del messaggio che annuncia. La povertà e il distacco dalle preoccupazioni materiali sottolineano l'urgenza dell'evangelizzazione. Chi è totalmente assorbito dall'annuncio del messaggio cristiano non può trascinarsi dietro bagagli né preoccuparsi di faccende materiali e pecuniarie. 
Il missionario evangelico deve presentarsi agli uomini spoglio, umile e penitente come è richiesto dal discorso della montagna. In qualunque città o villaggio arriverà, l'apostolo dovrà farsi indicare qualche persona degna presso la quale prendere alloggio (v.11), cioè un luogo che non susciti pettegolezzi che renderebbero vana la predicazione. 
Augurare la pace significa comunicare la totalità dei beni promessi da Dio, cioè il regno dei cieli che si realizza in Gesù. 
Padre Lino Pedron
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La tentazione della stanchezza

Voglio metterti in guardia di fronte a una difficoltà che forse si può presentare: la tentazione della stanchezza, dello scoraggiamento. — Non è ancora fresco il ricordo di una vita — la tua — senza rotta, senza meta, senza gusto, che la luce di Dio e la tua donazione hanno orientato e riempito di gioia? — Non cambiare scioccamente questa con quella. (Forgia, 286) 


Se ti accorgi che non ce la fai, per qualsiasi motivo, digli, abbandonandoti in Lui: Signore, confido in Te, mi abbandono in Te, ma Tu aiuta la mia debolezza! E, pieno di fiducia, ripetigli: guardami, Gesù, sono uno straccio sporco; l'esperienza della mia vita è tanto triste, non merito di essere tuo figlio. Diglielo...; e diglielo molte volte. — Non tarderai a sentire la sua voce: “Ne timeas!” — non avere paura!; oppure: “Surge et ambula!” — alzati e cammina! (Forgia, 287) 


Mi facevi osservare, ancora indeciso: come si notano i momenti in cui il Signore mi chiede di più! — Mi limitai soltanto a ricordarti: mi avevi assicurato di volerti unicamente identificare con Lui; perché opponi resistenza? (Forgia, 288) 


Magari riuscissi a compiere il proposito che ti sei prefisso: “Morire un poco a me stesso, ogni giorno”. (Forgia, 289)
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Preghiera del mattino del 11/VI/2012

Tu mi hai riconfortato in tutte le mie prove, Signore, e il "tuo sangue, carità inestinguibile", mi ha sempre fortificato. 
Quando le sofferenze abbondavano, la tua forza non mi è mai mancata. 
Se la tua assenza mi ha fatto versare lacrime nel silenzio di questa terribile solitudine interiore, so comunque che nella paura di quella notte mi stringevi più forte, nell'oscurità. 
Fa' che, a mia volta, forte di quest'abbraccio di fuoco, io consoli quelli che sono stretti dalla morsa delle prove umane e spirituali.
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domenica 10 giugno 2012

Questo è il mio corpo. Questo è il mio sangue.

Mc 14,12-16.22-26 
Il primo giorno degli Azzimi, quando si immolava la Pasqua, i suoi discepoli gli dissero: «Dove vuoi che andiamo a preparare, perché tu possa mangiare la Pasqua?». Allora mandò due dei suoi discepoli, dicendo loro: «Andate in città e vi verrà incontro un uomo con una brocca d'acqua; seguìtelo. Là dove entrerà, dite al padrone di casa: «Il Maestro dice: Dov'è la mia stanza, in cui io possa mangiare la Pasqua con i miei discepoli?». Egli vi mostrerà al piano superiore una grande sala, arredata e già pronta; lì preparate la cena per noi». I discepoli andarono e, entrati in città, trovarono come aveva detto loro e prepararono la Pasqua. E, mentre mangiavano, prese il pane e recitò la benedizione, lo spezzò e lo diede loro, dicendo: «Prendete, questo è il mio corpo». Poi prese un calice e rese grazie, lo diede loro e ne bevvero tutti. E disse loro: «Questo è il mio sangue dell'alleanza, che è versato per molti. In verità io vi dico che non berrò mai più del frutto della vite fino al giorno in cui lo berrò nuovo, nel regno di Dio». Dopo aver cantato l'inno, uscirono verso il monte degli Ulivi. 

Tutto il vangelo di Marco è una lunga introduzione al racconto della passione, morte e risurrezione di Gesù, agnello della nostra Pasqua. Bisogna conoscere bene la Pasqua ebraica, perché solo alla sua luce è comprensibile l'eucaristia cristiana, compimento di cui l'Esodo è promessa. La Pasqua ebraica è la liberazione dagli idoli che schiavizzano, la fine dell'oppressione dell'uomo da parte dell'uomo, perché Dio non tollera l'ingiustizia e, infine, è rottura con il peccato e con la morte e attesa di cieli nuovi e terra nuova. Tutti questi vari elementi delle Pasqua ebraica sono la promessa che trova compimento nella croce di Gesù e servono per capirne pienamente la portata. 
La Pasqua di Gesù è martirio, ossia testimonianza di un amore più forte di ogni male e della stessa morte, capace di farsi solidale coi fratelli fino alla debolezza estrema: "Fu crocifisso per la sua debolezza" (2Cor 13,4). Mangiare la Pasqua con lui significa essere associati alla sua stessa passione per il mondo, disposti a pagarne i costi, che assumiamo liberamente, nonostante le paure e le resistenze contrarie. Gesù pronuncia le parole che trasformano la Pasqua ebraica in celebrazione cristiana su una comunità di peccatori e di traditori. Ad essi dà da mangiare il suo corpo e da bere il suo sangue che sono l'oggetto del loro tradimento: all'eccesso di ingratitudine degli uomini, risponde con l'eccesso del suo amore. 
Notiamo il duplice sottofondo antico-testamentario: il richiamo all'alleanza del Sinai (Es 24,8) e al Servo di Dio che dona la propria vita per tutti (Is 53). Inoltre vi è un chiaro riferimento alla croce: in questa direzione ci conduce il simbolo del corpo donato e del sangue sparso. Gesù sta svelando l'intenzione fondamentale che ha guidato la sua vita, ci sta manifestando la sua verità ultima: egli ha vissuto una vita in dono per tutti. É questo "per" che indica il significato ultimo di Gesù: un'esistenza donata. É un donarsi per tutti, non solo per alcuni, è un donarsi consapevole del rifiuto: rifiutato da tutti, muore per tutti. È un donarsi universale e ostinato, una solidarietà che non si lascia vincere dall'incomprensione e dal rifiuto. Anche il tradimento mette in luce l'amore ostinato di Gesù. Ricordando il tradimento, la comunità è invitata a non scandalizzarsi quando scoprirà nel proprio seno il tradimento e il peccato: è un'esperienza che Gesù stesso ha vissuto e che ha previsto per la sua Chiesa. La comunità cristiana è invitata a non cullarsi in una falsa sicurezza e presunzione di sé, come ha fatto Pietro: il peccato è sempre possibile ed è vano fidarsi delle proprie forze. Ma il vangelo ci insegna che l'incomprensione e il tradimento del discepolo sono superati e vinti dall'amore del Maestro. Ogni religione prevede il sacrificio dell'uomo a Dio. Il cristianesimo invece si fonda sul sacrificio di Dio all'uomo. 
L'Eucaristia "culmine e fonte di tutta la vita cristiana" (LG 11) è veramente tutto e ci dà tutto: è tutta la creazione che si fa corpo e sangue di Cristo; è l'umanità intera assunta nella sua carne; è Dio che si dona all'uomo. Nell'Eucaristia l'amore di Dio raggiunge il suo fine: unirsi a noi e farsi nostra vita. L'Eucaristia divinizza realmente l'uomo, ma senza alcuna confusione. Distinto da Dio, l'uomo è realmente unito a lui in un unico amore e in un'unica vita. Questa unione viene chiamata alleanza. Il sangue della nuova alleanza è quello uscito dalla persona di Gesù. Questo sangue, come quello che Mosè asperse sull'altare e sul popolo (Es 24,6.8), unisce l'uomo a Dio, rendendoli consanguinei. Questa alleanza è eterna perché non possiamo più infrangerla. Qualunque cosa facciamo, anche se lo mettiamo in croce, Dio rimane sempre fedele al suo amore per noi "perché non può rinnegare sé stesso" (2Tim 2,13). Paolo apostolo ha scritto: "A stento si trova chi sia disposto a morire per una persona dabbene. Ma Dio dimostra il suo amore verso di noi perché, mentre eravamo ancora peccatori, Cristo è morto per noi" (Rm 5,7-8). Ora, "se Dio è per noi, chi sarà contro di noi? Chi accuserà gli eletti di Dio, se Dio giustifica?" (Rm 8,31.33). Per questo san Paolo dice di essere convinto che "né morte né vita, né angeli né principati, né presente né avvenire, né potenze, né altezza né profondità, né alcun'altra creatura potrà mai separarci dall'amore che Dio ha per noi in Cristo Gesù nostro Signore" (Rm 8,31ss). Il vino è bevanda della terra promessa. 
Gesù sarà pellegrino nel mondo, digiuno e abbeverato di morte, fino al giorno in cui l'ultimo fratello non si sarà arreso alla conoscenza dell'amore del Padre. Quando la sua casa sarà piena di tutti i suoi figli, sarà il regno di Dio in pienezza. Fino ad allora Gesù continuerà a bere il calice di morte per dare a tutti noi il calice di vita. Quanti ne bevono sono spinti a loro volta dal suo stesso amore di Figlio versi i fratelli che ancora non conoscono il Padre (2Cor 4,12). Alla fine della cena pasquale tutti cantano l'inno. É il grande Hallel (Sal 136). É un salmo che, passando in rassegna i doni della creazione e della storia, ripete ad ogni riga il ritornello "perché eterna è la sua misericordia". Queste parole dicono il perché profondo di tutta la creazione e di tutta la storia. 
Dopo l'Eucaristia anche noi comprendiamo che la sua misericordia eterna è il perché ultimo di tutto quanto c'è e accade: è il trionfo del suo amore su tutto il male del mondo. A noi, che abbiamo compiuto il massimo male uccidendo suo Figlio, il Padre concede il massimo bene, donandoci la vita del Figlio. La sua misericordia è eterna e onnipotente, capace di capovolgere in bene ogni male e di salvare tutto e tutti. 
Padre Lino Pedron 
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Innamorati, e non “lo” lascerai

Qual è il segreto della perseveranza? L'Amore. —Innamòrati, e non “lo” lascerai. (Cammino, 999) 


Mi fa tremare quel passo della seconda lettera a Timoteo, in cui l'Apostolo si duole della fuga di Dema a Tessalonica attratto dalle seduzioni del mondo... Per una bagattella, e per paura delle persecuzioni, un uomo che san Paolo in altre lettere cita tra i santi, ha tradito l'impresa divina. 
Mi fa tremare, conoscendo la mia piccolezza; e mi porta a esigere la mia fedeltà al Signore anche nelle occasioni che possono apparire indifferenti, perché, se non mi servono per unirmi di più a Lui, non ne voglio sapere! (Solco, 343) 


Hai una povera idea del tuo cammino se, nel sentirti freddo, credi di averlo perduto: è l'ora della prova; per questo ti sono state tolte le consolazioni sensibili. (Cammino, 997) 


Benedetta perseveranza dell'asinello di nòria! —Sempre allo stesso passo. Sempre gli stessi giri. —Un giorno dopo l'altro: tutti uguali. Senza di ciò, non vi sarebbe maturità nei frutti, né freschezza nell'orto, non avrebbe aromi il giardino. Porta questo pensiero alla tua vita interiore. (Cammino, 998)
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Preghiera del mattino del 10/VI/2012

Signore Gesù, ti rendiamo grazie per il tuo amore immenso, rendiamo grazie a te che, dopo aver pronunciato la benedizione, hai preso il pane dicendo: "Questo è il mio corpo, prendete e mangiate". 
Tu, Gesù, Agnello senza macchia, hai escogitato questo straordinario viatico perché non ci perdessimo sul cammino del nostro esilio. 
Tu stringi con noi, ogni volta che facciamo la comunione, un'alleanza eterna che, sempre nuova, opera nei nostri cuori feriti. 
Noi abbiamo fame di te, non possiamo più fare a meno di te, perché questa cena pasquale ci strappa alla morte e ci dà la tua vita. 
Signore, fa' che oggi molte anime vengano salvate dal tuo corpo immacolato, accolto o adorato, o anche soltanto desiderato. 
Moltiplica i tuoi sacerdoti perché nessuno dei nostri fratelli sia privato di te, in particolare nelle Chiese che soffrono persecuzione.
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sabato 9 giugno 2012

Questa vedova, così povera, ha gettato nel tesoro più di tutti gli altri

Mc 12,38-44 
Diceva loro nel suo insegnamento: «Guardatevi dagli scribi, che amano passeggiare in lunghe vesti, ricevere saluti nelle piazze, avere i primi seggi nelle sinagoghe e i primi posti nei banchetti. Divorano le case delle vedove e pregano a lungo per farsi vedere. Essi riceveranno una condanna più severa». Seduto di fronte al tesoro, osservava come la folla vi gettava monete. Tanti ricchi ne gettavano molte. Ma, venuta una vedova povera, vi gettò due monetine, che fanno un soldo. Allora, chiamati a sé i suoi discepoli, disse loro: «In verità io vi dico: questa vedova, così povera, ha gettato nel tesoro più di tutti gli altri. Tutti infatti hanno gettato parte del loro superfluo. Lei invece, nella sua miseria, vi ha gettato tutto quello che aveva, tutto quanto aveva per vivere». 

Gesù mette in guardia la folla perché sta per lasciarsi trascinare dai capi: bisogna che essa sappia chi sono in realtà i suoi capi. Con poche parole il Maestro fa il ritratto degli scribi: vanità, sfruttamento delle vedove, ostentazione nella preghiera. La loro logica è precisa: prima io, poi le donne, infine Dio. Forse ci aspettavamo un elogio degli scribi: sono gli studiosi della parola di Dio. Se è vero che la conoscenza è l’origine della virtù, essi dovrebbero essere molto virtuosi. 
Al contrario, non ci aspettavamo molto dalla vedova che Gesù, invece, ci propone come esempio: è limitata, è povera, è costretta ad occuparsi quotidianamente delle solite cose indispensabili per la sopravvivenza. Cosa può dare a Dio una persona insignificante come lei? Ma il giudizio di Dio capovolge le nostre valutazioni. Gli scribi usano la conoscenza delle Scritture per procurarsi onori umani, si servono della loro pietà religiosa per nascondere la cupidigia con cui si appropriano dei beni degli altri, in particolare dei beni dei poveri e degli indifesi. La povera vedova invece, che può mettere nel tesoro del tempio solo due spiccioli, viene presentata ai discepoli come il vero esempio da imitare: «Tutti hanno dato del loro superfluo, essa invece, nella sua povertà, vi ha messo tutto ciò che aveva, tutto quanto aveva per vivere» (v. 44). 
Così, con semplicità, questa donna insignificante, a cui nessuno aveva prestato attenzione, ha amato Dio con tutto il cuore (cfr Mc 12, 30). Gesù sta per andarsene dalla scena di questo mondo e non ci lascia come maestri dei personaggi dalle lunghe maniche e dalle parole altisonanti, ma mette in cattedra una donnetta discreta, che continua in silenzio la sua lezione: la vedova che offre a Dio tutta la sua vita. 
Essa è sola e inosservata, povera e umile, «getta» tutta la propria vita: è come Gesù che si è fatto ultimo di tutti e ha dato la sua vita in riscatto per tutti (cf. Mc 10,43–45). Il primo miracolo di Gesù fu la guarigione della suocera di Pietro, perché potesse servire (cf. Mc 1,29–31). L’ultimo suo insegnamento, prima del discorso escatologico, ci presenta questa vedova, che ama veramente Dio con tutta la sua vita. 
Sono loro le vere discepole di Gesù, e quindi le nostre maestre. 
Padre Lino Pedron
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Preghiera del mattino del 9/VI/2012

Santissima madre di Dio, in questo giorno della settimana in cui ti onoriamo, riconosco il tuo viso in quello della vedova che ha dato tutto quanto possedeva per amore di Dio. 
Prega per me, perché io impari a fare lo stesso, non tenendo nulla per me. 
So che ciò mi sarà difficile. 
Con l'esempio della tua grande fede, ricordami che non affido la mia vita alle mani degli scribi, ma a quelle del Signore, che ci dà in cambio tutto ciò di cui potremmo avere bisogno e ancora molto di più.
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venerdì 8 giugno 2012

Come mai dicono che il Cristo è figlio di Davide?

Mc 12,35-37 
Insegnando nel tempio, Gesù diceva: «Come mai gli scribi dicono che il Cristo è figlio di Davide? Disse infatti Davide stesso, mosso dallo Spirito Santo: Disse il Signore al mio Signore: Siedi alla mia destra, finché io ponga i tuoi nemici sotto i tuoi piedi.  Davide stesso lo chiama Signore: da dove risulta che è suo figlio?». E la folla numerosa lo ascoltava volentieri. 

Nella lettura del Vangelo di Marco ritorna con insistenza la domanda: Chi è Gesù? 
E ci è stata data la risposta con chiarezza: Gesù è il Messia (Mc 8,29). 
Ma subito si è riproposta un’altra domanda: Che cosa significa per Gesù essere il Messia e quale relazione ha il Messia con Dio? E la risposta è stata: Il Messia compirà la sua missione nella sofferenza (tre annunci della passione); il Messia è l’ultimo inviato di Dio, e il Figlio che Dio tanto ama (Mc 12,1–8). 
Ora qui si ripropone un problema importante: Chi è il Messia? Ogni ebreo poteva rispondere con semplicità e senza alcun dubbio: Il Messia è il figlio di Davide. E questa risposta trova il fondamento negli oracoli dei profeti, a cominciare da Nàtan (2Sam 7). 
E tuttavia la risposta è incompleta. 
Il Messia non è solamente il figlio di Davide; è il Figlio di Dio. Gesù fonda il suo ragionamento sull’interpretazione del salmo 110 , un salmo che la Bibbia attribuisce a Davide. Dunque è Davide stesso che parla e dice: «Disse il Signore (cioè Dio stesso) al mio Signore (cioè al Re–Messia): siedi alla mia destra». 
Dunque, dice Gesù, Davide chiama il Messia «mio Signore». Vuol dire, dunque, che il Messia è molto di più che «il figlio di Davide»: è addirittura «il Signore di Davide». 
Ne consegue che se Gesù è il Figlio di Dio, il suo regno non può essere ridotto al regno di Davide. Sarebbe un regno tra i regni di questo mondo o in alternativa ad essi. 
Invece il regno di Dio li supera, li trascende e non è legato alla loro realtà materiale. 
Padre Lino Pedron
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Preghiera del mattino del 8/VI/2012

Spirito Santo, ispirami oggi perché possa proclamare Cristo in ogni azione, pensiero e parola. 
Sia la logica divina e non il ragionamento umano a contraddistinguere il mio operato. 
Non permettere che mi dimentichi del mio Signore e concedimi un cuore gioioso nel servirti.
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giovedì 7 giugno 2012

Non c’è altro comandamento più grande di questi

Mc 12,28-34 
Allora si avvicinò a lui uno degli scribi che li aveva uditi discutere e, visto come aveva ben risposto a loro, gli domandò: «Qual è il primo di tutti i comandamenti?». Gesù rispose: «Il primo è: Ascolta, Israele! Il Signore nostro Dio è l'unico Signore; amerai il Signore tuo Dio con tutto il tuo cuore e con tutta la tua anima, con tutta la tua mente e con tutta la tua forza. Il secondo è questo: Amerai il tuo prossimo come te stesso. Non c'è altro comandamento più grande di questi». Lo scriba gli disse: «Hai detto bene, Maestro, e secondo verità, che Egli è unico e non vi è altri all'infuori di lui; amarlo con tutto il cuore, con tutta l'intelligenza e con tutta la forza e amare il prossimo come sé stesso vale più di tutti gli olocausti e i sacrifici». Vedendo che egli aveva risposto saggiamente, Gesù gli disse: «Non sei lontano dal regno di Dio». E nessuno aveva più il coraggio di interrogarlo. 

La domanda che lo scriba pone a Gesù non è oziosa. Data la molteplicità delle prescrizioni della legge (se ne contavano 613, ripartite in 365 proibizioni – quanti sono i giorni dell’anno – e 248 comandamenti positivi, quante si credeva fossero le parti del corpo umano), ci si poteva legittimamente interrogare sul loro valore e chiedersi quale fosse il comandamento più grande. La risposta di Gesù che pone nell’amore di Dio e del prossimo il centro della legge, non è una novità assoluta: lo insegnavano anche i rabbini di allora. La novità consiste nell’avere unificato il testo del Dt 6,4–5 con il testo del Lv 19,18. 
Ma per cogliere questo centro sono necessarie due precisazioni. La Bibbia insegna che il nostro amore per Dio e per il prossimo suppone un fatto precedente, senza il quale tutto resterebbe incomprensibile: l’amore di Dio per noi. Qui è l’origine e la misura del nostro amore. L’amore dell’uomo nasce dall’amore di Dio e deve misurarsi su di esso. E qui si inserisce la seconda precisazione: chi è il prossimo da amare? La Bibbia risponde: ogni uomo che Dio ama, cioè tutti gli uomini, senza alcuna distinzione, perché Dio si è rivelato in Gesù come amore universale. 
La nostra vita è amare Dio e unirci a lui (Dt 30,20), diventando per grazia ciò che lui è per natura. Il nostro amore per lui è la via per la nostra divinizzazione, perché uno diventa ciò che ama. Chi risponde a questo amore passa dalla morte alla vita, mentre chi non ama Dio e il prossimo rimane nella morte (1Gv 3,14). 
Dio è amore più forte della morte (Ct 8,6). La sua fedeltà dura in eterno (Sal 117, 2). Quando noi moriamo, egli ci ridà la vita. «Riconoscerete che io sono il Signore quando aprirò le vostre tombe e vi risusciterò dai vostri sepolcri» (Ez 37,13). Dio ha creato tutto per l’esistenza, perché è un Dio amante della vita (cf. Sap 1,14; 11,26). 
L’amore per l’uomo non è in alternativa a quello per Dio, ma scaturisce da esso come dalla sua sorgente. Si ama veramente il prossimo solo quando lo si aiuta a diventare sé stesso, raggiungendo il fine per cui è stato creato, che è quello di amare Dio sopra ogni cosa e il prossimo come sé stesso. Alla luce di questa verità, dobbiamo rivedere radicalmente il nostro modo di amare: molto del cosiddetto amore, che schiavizza sé e gli altri, è una contraffazione dell’amore, è egoismo. Quanta purificazione, quanta grazia di Dio occorrono perché l’amore sia vero amore! 
Padre Lino Pedron
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Non ti sarai intimidito perché il tuo amore è piccolo?

La grazia di Dio non ti manca. Pertanto, se corrispondi, puoi stare sicuro. Il trionfo dipende da te: la tua fortezza e il tuo slancio uniti alla grazia sono motivi più che sufficienti per darti l'ottimismo di chi ha in pugno la vittoria. (Solco, 80) 


Non siate anime dalla visione angusta, uomini o donne minorenni, miopi, incapaci di abbracciare il nostro orizzonte soprannaturale cristiano di figli di Dio. Dio e audacia! (Solco, 96) 


Audacia non è imprudenza, né ardimento irriflessivo, né semplice coraggio. L'audacia è fortezza, virtù cardinale, necessaria per la vita dell'anima. (Solco, 97) 


Ho letto un proverbio molto popolare in certi paesi: «Il mondo è di Dio, ma Dio lo affitta ai coraggiosi», e mi ha fatto riflettere. Che cosa aspetti? (Solco, 99) 


Non sono l'apostolo che dovrei essere. Sono... il timido. Non ti sarai intimidito perché il tuo amore è piccolo? Reagisci! (Solco, 100)
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Preghiera del mattino del 7/VI/2012

O beata e santissima Trinità, plasma oggi il mio cuore perché diventi un cuore nuovo, abbastanza grande per ricevere la tua comunione. 
Sono pieno di buone intenzioni di amare il prossimo, ma mi riconosco incapace di attuarle, se non Ti amo. 
Ti prego, prestami un po' dell'amore spontaneo e gratuito che è necessario per agire e fa' che i miei sacrifici siano sacrifici viventi, non offerte bruciate.
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mercoledì 6 giugno 2012

Non è Dio dei morti, ma dei viventi!

Mc 12,18-27 
Vennero da lui alcuni sadducei - i quali dicono che non c'è risurrezione - e lo interrogavano dicendo: «Maestro, Mosè ci ha lasciato scritto che, se muore il fratello di qualcuno e lascia la moglie senza figli, suo fratello prenda la moglie e dia una discendenza al proprio fratello. C'erano sette fratelli: il primo prese moglie, morì e non lasciò discendenza. Allora la prese il secondo e morì senza lasciare discendenza; e il terzo ugualmente, e nessuno dei sette lasciò discendenza. Alla fine, dopo tutti, morì anche la donna. Alla risurrezione, quando risorgeranno, di quale di loro sarà moglie? Poiché tutti e sette l'hanno avuta in moglie». Rispose loro Gesù: «Non è forse per questo che siete in errore, perché non conoscete le Scritture né la potenza di Dio? Quando risorgeranno dai morti, infatti, non prenderanno né moglie né marito, ma saranno come angeli nei cieli. Riguardo al fatto che i morti risorgono, non avete letto nel libro di Mosè, nel racconto del roveto, come Dio gli parlò dicendo: Io sono il Dio di Abramo, il Dio di Isacco e il Dio di Giacobbe? Non è Dio dei morti, ma dei viventi! Voi siete in grave errore». 

Anche i sadducei contestano Gesù: essi non credono alla risurrezione dei morti. 
La risposta di Gesù considera due momenti. 
Anzitutto egli fonda la fede nella risurrezione sul rapporto che Dio ha stabilito con gli uomini: un rapporto di alleanza, di amicizia, di solidarietà, di vita. Dio non è impotente di fronte alla morte, «non è il Dio dei morti, ma dei viventi» (v. 27). Citando Esodo 3, che è un testo su Dio e non sulla risurrezione dei morti, Gesù riconduce il dibattito all’amore di Dio e alla sua fedeltà: se Dio ama l’uomo non può abbandonarlo in potere della morte. Gesù inoltre corregge l’altro errore dei sadducei che pensano alla risurrezione come a una semplice continuazione della vita attuale, con gli stessi tipi di rapporti. Pensando in questo modo, essi non tengono conto della «potenza di Dio» (v. 24). 
La risurrezione non è una semplice continuazione della vita attuale, ma il passaggio a una vita nuova, creata dalla potenza di Dio. 
Non è la rianimazione di un cadavere: è una trasformazione qualitativa, è una nuova esistenza. La nostra risurrezione è il centro della vita cristiana. Senza di essa « è vana la nostra predicazione ed è vana anche la vostra fede» scrive Paolo ai Corinti (1Cor 15,14). 
I sadducei assomigliano a tanti credenti del nostro tempo. Credono in Dio, ma non nella risurrezione dei morti. 
Chiusi nel materialismo, non credono, né teoricamente né praticamente, al fine a cui Dio ci ha destinati: la vita eterna. É l’alienazione più tragica dell’uomo, che perde ciò per cui è fatto, l’orizzonte che dà senso alla vita. Tentare di superare la morte attraverso la generazione dei figli è un rimedio peggiore del male, una vittoria illusoria, perché non si fa che accrescere il numero dei destinati alla morte. 
La generazione dei figli ha senso solamente nella speranza che questi «destinati alla morte» incontrino Dio che dà loro la vita nella risurrezione. 
Padre Lino Pedron
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Preghiera del mattino del 6/VI/2012

Signore, Dio vivente, Padre che sei nei cieli, concedimi oggi una sobria semplicità. 
Ricordami che non sarà l'intelligenza a mantenermi sul tuo cammino, ma il sincero desiderio di conoscere la tua volontà. 
Non lasciare che mi consumi troppo in ragionamenti umani; libera il mio spirito, perché possa contemplare ciò che è essenziale per la mia salvezza: l'amore di Dio e l'amore del prossimo. 
Vieni, Spirito Santo, libera il mio cuore da questi ostacoli terreni!
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martedì 5 giugno 2012

Quello che è di Cesare rendetelo a Cesare, e quello che è di Dio, a Dio

Mc 12,13-17 
Mandarono da lui alcuni farisei ed erodiani, per coglierlo in fallo nel discorso. Vennero e gli dissero: «Maestro, sappiamo che sei veritiero e non hai soggezione di alcuno, perché non guardi in faccia a nessuno, ma insegni la via di Dio secondo verità. È lecito o no pagare il tributo a Cesare? Lo dobbiamo dare, o no?». Ma egli, conoscendo la loro ipocrisia, disse loro: «Perché volete mettermi alla prova? Portatemi un denaro: voglio vederlo ». Ed essi glielo portarono. Allora disse loro: «Questa immagine e l'iscrizione, di chi sono?». Gli risposero: «Di Cesare». Gesù disse loro: «Quello che è di Cesare rendetelo a Cesare, e quello che è di Dio, a Dio». E rimasero ammirati di lui. 

I farisei e gli erodiani cercano di cogliere in fallo Gesù ponendogli una domanda alla quale sembra impossibile rispondere senza incorrere in gravi conseguenze: «É lecito o no dare il tributo a Cesare?». Rispondere di no sarebbe pericoloso perché trasformerebbe Gesù in un sobillatore politico; rispondere di sì sarebbe altrettanto pericoloso perché lo farebbe apparire come un collaborazionista, amico degli odiati occupanti romani. La risposta supera il livello al quale il problema era stato posto. Gesù non dà una ricetta per un comportamento civico; non raccomanda né la rassegnazione di fronte all’ordine costituito (punto di vista dei farisei) né il rifiuto (opinione degli zeloti) e neppure benedice lo stato imperiale (tendenza degli erodiani). 
La sua duplice dichiarazione constata, da una parte, l’esistenza di regole provvisorie sulla terra e, dall’altra, invita ad adottare nei confronti di esse un atteggiamento critico: distinguere tra l’accessorio e il principale, tra il relativo e l’assoluto, tra il transeunte e l’eterno, tra le realtà penultime e quelle ultime. La decisione apolitica di Gesù contiene un invito all’azione responsabile in favore della società umana, senza riduzioni o esaltazioni indebite, conformemente alla volontà di Dio. 
La risposta di Gesù non è una semplice astuzia per eludere il problema e non cadere nel tranello teso dai farisei e dagli erodiani. Non dice semplicemente: «Date a ciascuno ciò che gli spetta», senza determinare ciò che spetta a ciascuno. A quei tempi il dominio di un sovrano si estendeva ovunque la sua moneta aveva corso legale. Era ovvio che dove circolava la moneta di Cesare, si sottostava al dominio di Cesare e si rispettavano le regole del gioco, tra le quali quella di pagargli il tributo (cf. Rm 13,1–7; 1Pt 2,13ss). 
Per Gesù il problema è un altro: dare a Dio ciò che è di Dio. Come la moneta del tributo porta l’immagine di Cesare e appartiene a Cesare, così l’uomo è immagine di Dio e appartiene a Dio. 
Il tributo da pagargli è quello di darsi a lui, amando lui con tutto il cuore e il prossimo come sé stessi (Mc 12,30–31). 
Circa l’autorità civile, è giusto distinguere il contenuto dal modo. Il suo contenuto è quello di servire al bene comune; in questo senso, anche se le sue forme sono storicamente più o meno imperfette, è legittimamente voluta da Dio (cf. Rm 13,1–4). Normalmente, il modo nel quale è esercitata è quello dei capi delle nazioni (cf. Mc 10,42), che bramano l’avere, il potere e l’apparire. Questo modo non è voluto da Dio. Esso schiavizza tutti, sia chi lo esercita sia chi lo subisce, togliendo a tutti, dominatori e dominati, la libertà, che è proprio ciò per cui siamo a immagine e somiglianza di Dio. 
Questo brano ci aiuta a capire il «potere» di Cristo che mette sempre in crisi quello dell’uomo. Esso infatti è amore, servizio e umiltà. Gesù ci dà un criterio in base al quale fare le nostre scelte: prima dare a Dio ciò che è di Dio. Solo così sapremo cosa dare al Cesare di turno. L’uso del denaro è l’accettazione implicita del potere di chi l’ha coniato. 
Gesù non ha con sé la moneta, a differenza dei farisei e degli erodiani. Le loro parole non presentano quindi un vero problema per loro, che possiedono molto volentieri le monete con l’iscrizione di Cesare. 
Le tasse fanno problema a quelli che hanno i soldi, non ai poveri. 
Inoltre l’iscrizione sulla moneta porta il nome e il ruolo divino dell’imperatore: Tiberio Cesare Imperatore, figlio del divino Augusto. Il titolo regale di Gesù non lo troveremo scritto su alcuna moneta, ma sulla croce (Mc 15,26). 
Chi ha orecchi per intendere, intenda! 
Ma il problema fondamentale è che l’uomo, immagine di Dio, è di Dio e deve ritornare a lui. 
Padre Lino Pedron
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Preghiera del mattino del 5/VI/2012

Mio Dio, mi piacerebbe oggi, per una volta almeno, renderti ciò che ti appartiene. 
Ti supplico, non permettere che io mi consumi in preoccupazioni materiali. 
So che, se riuscissi a distinguere in ogni cosa la tua mano, questi problemi mi sembrerebbero insignificanti. 
Signore, dissipa la mia paura e sostituiscila con la fede.
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lunedì 4 giugno 2012

Presero il figlio amato, lo uccisero e lo gettarono fuori della vigna

Mc 12,1-12 
Si mise a parlare loro con parabole: «Un uomo piantò una vigna, la circondò con una siepe, scavò una buca per il torchio e costruì una torre. La diede in affitto a dei contadini e se ne andò lontano. Al momento opportuno mandò un servo dai contadini a ritirare da loro la sua parte del raccolto della vigna. Ma essi lo presero, lo bastonarono e lo mandarono via a mani vuote. Mandò loro di nuovo un altro servo: anche quello lo picchiarono sulla testa e lo insultarono. Ne mandò un altro, e questo lo uccisero; poi molti altri: alcuni li bastonarono, altri li uccisero. Ne aveva ancora uno, un figlio amato; lo inviò loro per ultimo, dicendo: «Avranno rispetto per mio figlio!». Ma quei contadini dissero tra loro: «Costui è l'erede. Su, uccidiamolo e l'eredità sarà nostra!». Lo presero, lo uccisero e lo gettarono fuori della vigna. Che cosa farà dunque il padrone della vigna? Verrà e farà morire i contadini e darà la vigna ad altri. Non avete letto questa Scrittura: La pietra che i costruttori hanno scartato è diventata la pietra d'angolo; questo è stato fatto dal Signore ed è una meraviglia ai nostri occhi?». E cercavano di catturarlo, ma ebbero paura della folla; avevano capito infatti che aveva detto quella parabola contro di loro. Lo lasciarono e se ne andarono.

L’immagine della vigna, designa spesso nei profeti il popolo di Israele. Il cantico della vigna (Is 5,1–7) era nella memoria di tutti: il profeta ne aveva fatto una parabola di giudizio per i capi di Gerusalemme e gli abitanti della Giudea. Non c’è molta differenza tra questi vignaioli e i falsi pastori di Ez 34, che invece di pascere le pecore pascono sé stessi. 
Nell’uno e nell’altro caso, coloro che Dio ha posto come suoi rappresentanti in mezzo al popolo sfruttano la loro posizione a proprio beneficio. La citazione del salmo 118: «La pietra che i costruttori hanno scartato è diventata testata d’angolo» vuol dire che Dio è capace di annullare l’azione degli uomini e di capovolgerne il risultato. Gli uomini hanno ucciso suo Figlio, ma Dio l’ha risuscitato: «Dal Signore è stato fatto questo ed è mirabile agli occhi nostri!». 
Con questa parabola allegorica, Gesù dà la chiave di lettura della storia di Israele e della storia di ogni uomo, come scontro senza incontro tra la fedeltà di Dio e l’infedeltà dell’uomo. La sua offerta d’amore si trova sempre davanti il muro del nostro rifiuto ostinato. 
Alla sua crescente bontà corrisponde un crescendo della nostra cattiveria.
Sembra proprio un amore infelice, senza possibilità di riuscita. Ma il Signore opera una meraviglia ai nostri occhi, facendo della croce, che è il vertice del nostro male e del nostro peccato, il dono del suo massimo amore e del suo perdono. Noi lo uccidiamo togliendogli la vita, e lui ci fa vivere donandoci la sua vita. 
La nostra malvagità non vanifica il suo piano di salvezza. Tutto il nostro male e quello della storia umana non fa fallire il disegno di Dio, ma lo compie in un modo più sublime, mostrando il suo potere che è solo e tutto misericordia. 
Il potere dell’uomo è quello di fare il male dal bene; quello di Dio è di fare il bene dal male. 
Egli vorrebbe diversamente, ma rispetta la nostra libertà. Egli è Dio proprio perché sa colmare la nostra miseria con la sua misericordia, rispondendo al nostro rifiuto con la sua offerta incondizionata d’amore. É la vittoria della croce, scontro inevitabile, che diventa incontro definitivo. 
Gesù è il Figlio unigenito che si è fatto servo e ultimo di tutti, dando la vita per noi che gli diamo la morte. Questo è il suo potere: la sua fedeltà al di là di ogni nostra infedeltà. 
Padre Lino Pedron
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Dal cristiano ci si attende eroismo

Quanti di coloro che si lascerebbero inchiodare a una croce davanti allo sguardo attonito di migliaia di spettatori non sanno soffrire cristianamente le punzecchiature di ogni giorno! Pensa, allora, che cosa è più eroico. (Cammino, 204). 


Oggi, come ieri, dal cristiano ci si attende eroismo. Eroismo in grandi conflitti, se è necessario; ed eroismo — più consueto — nelle piccole avvisaglie di ogni giorno. Quando si lotta assiduamente, con Amore, fin nelle cose piccole, in modo tale che la lotta sembri impercettibile, il Signore è sempre accanto ai suoi figli come pastore pieno d'amore: Io stesso condurrò le mie pecore al pascolo e io le farò riposare. Andrò in cerca della pecora perduta e ricondurrò all'ovile quella smarrita; fascerò quella ferita e curerò quella malata... Abiteranno in piena sicurezza nella loro terra. Sapranno che io sono il Signore, quando avrò spezzato le spranghe del loro giogo e li avrò liberati dalle mani di coloro che li tiranneggiano. 
Ricorro piuttosto alla sua misericordia, alla sua compassione, perché non guardi i nostri peccati, ma i meriti di Cristo e quelli della sua Santissima Madre — che è anche Madre nostra — del santo Patriarca Giuseppe che gli fece da padre, e di tutti i santi. 
Il cristiano può essere ben sicuro che se desidera lottare, il Signore — come leggiamo nella Messa della festa odierna — lo terrà per la mano destra. Gesù, che entra in Gerusalemme cavalcando, Re di pace, un povero asinello, è colui che disse: Il regno dei cieli soffre violenza e i violenti se ne impadroniscono. Questa forza non è una violenza contro gli altri: ma fortezza per combattere le proprie debolezze e le proprie miserie, coraggio di non mascherare le proprie infedeltà, audacia per confessare la fede anche quando l'ambiente è ostile. (E' Gesù che passa, 82)
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Preghiera del mattino del 4/VI/2012

Dio Padre, non sono degno di avere a disposizione ciò che appartiene a te, ma, almeno, fa' che io non esiti ad offrirti i frutti di questa giornata. 
Ti offro fin d'ora tutto ciò che mi succederà, in particolare tutte le prove che probabilmente dovrò superare, per rimediare alle ferite inflitte dai miei peccati al tuo Figlio unigenito. 
Aiutami a mostrare la mia solidarietà con il tuo Figlio diletto, Gesù Cristo, nell'unico modo possibile, cioè acconsentendo, proprio come lui, ad essere rifiutato dagli altri.
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domenica 3 giugno 2012

La Profezia della Salette

Dal messaggio della Madonna nella apparizione di La Salette (Imprimatur del Vescovo di Grenoble pubblicato in aggiunta de "La Croce Gloriosa", R‚siac). Apparizione della Madonna a due pastorelli, Massimino Giraud (11 anni) e Melania Calvat (15 anni) il 19/9/1846 
La Vergine profetizzava in maniera magistrale dal 1846. 
"Io chiamo gli Apostoli degli Ultimi Tempi, i fedeli discepoli di Gesù Cristo, che hanno vissuto in un disprezzo del mondo e di loro stessi. E' ora che essi sorgano e vengano a rischiarare la Terra. Combattete, figli della Luce, voi piccolo numero che ci vedete, poichè ecco il tempo dei tempi, la fine delle fini". Ed ella annuncia in maniera molto chiara la Grande Tribolazione : "I governi civili avranno tutti uno stesso disegno, che sarà quello di abolire e di fare scomparire ogni principio religioso, per fare posto al materialismo, all'ateismo, allo spiritismo, ed a ogni sorta di vizi. Il Santo Padre soffrirà molto. Io sarò con lui fino alla fine per ricevere il suo sacrificio. I cattivi attenteranno parecchie volte alla sua vita senza poter nuocere ai suoi giorni" (N.d.a. Paolo VI ha subito parecchi attentati, come Giovanni Paolo II) "ma ne‚ lui, ne‚ il suo successore vedranno il trionfo della Chiesa di Dio. La Francia, l'Italia, la Spagna e l'Inghilterra saranno in guerra. Il sangue colerà nelle strade. I Francesi si batteranno con i francesi, l'italiano contro l'italiano" . 
"In seguito, vi sarà una guerra generale che sarà spaventosa. Per un periodo, Dio non si ricorderà più della Francia ne dell'Italia, perchè‚ il Vangelo di Gesù Cristo non è più conosciuto. I cattivi useranno tutta la loro malizia . Ci si ucciderà, ci si massacrerà perfino nelle case. Al primo colpo della spada sfolgorante di Dio, che cadrà come un fulmine sull'umanità, le montagne e la natura intera tremeranno di spavento, perchè i disordini e i crimini degli uomini penetreranno nella volta dei cieli. Parigi sarà bruciata e Marsiglia sprofondata, parecchie grandi città saranno sconquassate e inghiottite da terremoti." 
"Si crederà che tutto sia perduto e si vedranno soltanto omicidi. Si sentiranno solo rumori d'armi e bestemmie, i giusti soffriranno molto, le loro preghiere, le loro penitenze, le loro lacrime saliranno al Cielo; e tutto il popolo di Dio chiederà perdono e misericordia. Allora Gesù Cristo, con un atto della sua Giustizia e della Sua grande Misericordia per i Giusti, comanderà ai suoi Angeli che tutti i suoi nemici siano messi a morte. Tutto ad un tratto, i persecutori della Chiesa di Gesù Cristo, e gli uomini dediti al peccato periranno, e la terra diverrà come un deserto. Allora avverrà la pace, la riconciliazione di Dio con gli uomini. Gesù Cristo sarà servito, adorato e glorificato. La carità fiorirà dappertutto. I nuovi re saranno il braccio destro della Santa Chiesa, che sarà forte, umile, pia, povera, zelante imitatrice delle virtù di Gesù Cristo. Il vangelo sarà predicato ovunque e gli uomini faranno grandi progressi nella fede perchè vi sarà unione tra gli operai di Gesù Cristo, e tutti vivranno nel timore di Dio. Però questa pace non durerà a lungo; venticinque anni di abbondanza faranno presto dimenticare che i peccati degli uomini sono la causa di tutti i castighi che fin dall'inizio si sono riversati sulla terra. Un precursore dell'anticristo, che guiderà la truppe raccolte da tutte le nazioni, combatterà il vero Cristo, l'unico Salvatore del mondo. Egli spargerà molto sangue per sradicare il culto di Dio vivente e sostituirsi a Lui. Allora verranno sulla terra molteplici castighi, oltre alla peste e alla fame che sarà universale. Le guerre si succederanno, e l'ultima sarà capitanata da uno dei dieci re dell'anticristo, i quali avranno un'unica volontà, e saranno i soli che regneranno sul mondo. Prima di questo evento, il mondo sarà di una pace apparente e non si penserà ad altro che a divertirsi, ed i cattivi si immergeranno in peccati di ogni specie. Ma i figli della Santa Chiesa, i figli della Fede, i miei perfetti imitatori cresceranno nell'amore di Dio e in tutte le virtù, sotto la guida dello Spirito Santo. Io combatterò con loro finchè arriveranno alla pienezza del tempo. Per la cattiveria degli uomini anche la natura grida vendetta e trema di terrore in attesa di ciò che avverrà sulla terra imbrattata di delitti. Tremi la terra, e tremate anche voi che vi siete consacrati con voto al servizio di Gesù Cristo e nel vostro interno non fate che adorare voi stessi. Tremate! Il Signore è sul punto di consegnarvi ai suoi nemici, giacchè‚ i luoghi santi sono contaminati dalla corruzione. Molti conventi non sono più case di Dio, ma pascoli di Asmodeo, cioè del diavolo, dell'impurità e dei suoi satelliti. Cosi si giungera al tempo in cui nascerà l'Anticristo da una religiosa (di origine) ebraica, da una falsa vergine che sarà in intima relazione con il vecchio serpente, il maestro dell'impurità. Suo padre sarà un vescovo. Fin dalla nascita avrà i denti e pronuncerà bestemmie, in una parola egli sarà un demonio incarnato. Emetterà grida spaventose, opererà miracoli e sarà avvolto nella lussuria e nell'impurità, avrà dei fratelli che sebbene non siano come lui dei demoni incarnati,saranno dei figli del male e all'età di 12 anni si distingueranno in brillanti vittorie. Presto ognuno di loro sarà capo di un'armata, sostenuto da legioni infernali. Le stagioni cambieranno le loro caratteristiche; la terra darà una debole luce rossastra; l'acqua e il fuoco produrranno terribili movimenti tellurici che inabisseranno montagne e città. Roma perderà la fede, e diverrà la sede dell'anticristo. I demoni alleati con l'anticristo opereranno cose straordinarie sulla terra e nel firmamento, e l'umanità diventerà pessima. Ma Dio non abbandonerà i suoi veri fedeli servi, cioè gli uomini di buona volontà. Il Vangelo sarà predicato ovunque, a tutti i popoli, e le nazioni conosceranno la verità. Io rivolgo un pressante appello a tutto l'universo; chiamo i veri discepoli di Dio che vive e regna nei cieli! Io mando la mia voce ai perfetti imitatori del Verbo Incarnato, Cristo, l'unico Salvatore degli uomini. Avviso i miei figli, i miei veri devoti che si sono affidati a Me perchè li conduca a mio Figlio, coloro che Io porto sulle braccia, che sono viventi sempre secondo il mio Spirito. Finalmente faccio appello agli apostoli degli ultimi tempi, i discepoli fedeli di Gesù Cristo, che attenendosi alla regola che Melania ricevette per essi, conducano una vita di disprezzo del mondo e di se stessi, e che vivano al cospetto del mondo in povertà ed umiltà, nel silenzio e nell'annientamento, in continua orazione ed in mortificazione, in carità ed in unione con Dio, nel nascondimento e nelle sofferenze. E' venuto il tempo che si manifestino per illuminare il mondo. Andate e mostratevi, miei diletti figli, Io sono con voi ed in voi. Mentre la vostra fede è la luce che v'illumina in questi giorni di disgrazia, il vostro zelo deve farvi avere fame della gloria di Cristo. Combattete, figli della luce, voi piccolo numero che vedete, perchè il tempo dei tempi, l'ultima fine, è vicina. La chiesa sarà in ombra, il mondo sarà sconvolto; ma in esso, appariranno Enoc ed Elia pieni di spirito di Dio. Essi predicheranno e nelle loro parole vi sarà la potenza di Dio, e gli uomini di buona volontà crederanno in Dio e molte anime saranno consolate; in virtù dello Spirito Santo faranno grandi progressi e condanneranno gli errori diabolici dell'anticristo. Guai agli abitanti della terra! Vi saranno guerre sanguinose, fame peste ed epidemie, terribili pioggie d'insetti, tuoni che scuoteranno intere città, terremoti che faranno inabissare intere regioni. Si sentiranno voci nell'aria, e gli uomini daranno di testa contro il muro, invocheranno la morte, ma questa, da parte sua, apporterà loro terribili tormenti. Scorrerà sangue dappertutto. Chi mai potrebbe riportare vittoria se Dio non alleviasse il tempo della prova ?.... Enoc ed Elia saranno messi a morte; la Roma pagana sparirà e cadrà fuoco dal cielo distruggendo tre città. Il sole si oscurerà e sopravviverà soltanto la Fede. Ecco giunto il tempo. L'abisso si apre: guarda il re dei re delle tenebre, guardia la bestia con i suoi sudditi che si proclama "salvatore del mondo". Egli s'innalza superbamente nell'aria per arrivare fino al cielo; ma l'alito dell'Arcangelo Michele gli dà la morte. Precipiterà, e la terra che da tre giorni è continuamente scossa, aprirà il grembo pieno di fuoco, e la bestia con i suoi sarà inghiottita dagli eterni abissi dell'inferno. Allora, acqua e fuoco purificheranno la terra per distruggere ogni umana superbia, e tutto sarà rinnovato."
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Battezzate tutti i popoli nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo.

Mt 28,16-20 
Gli undici discepoli, intanto, andarono in Galilea, sul monte che Gesù aveva loro indicato. Quando lo videro, si prostrarono. Essi però dubitarono. Gesù si avvicinò e disse loro: «A me è stato dato ogni potere in cielo e sulla terra. Andate dunque e fate discepoli tutti i popoli, battezzandoli nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo, insegnando loro a osservare tutto ciò che vi ho comandato. Ed ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo». 

Questi pochi versetti formano la conclusione del vangelo secondo Matteo e ci forniscono una chiave essenziale per una sua esatta comprensione. Il vangelo termina con queste parole di Gesù: "Ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo", che hanno un'importanza capitale. 
Matteo collega l'invio dei discepoli in missione all'evento della risurrezione, poiché il viaggio dei discepoli in Galilea esegue l'ordine dato dall'angelo (v.7) e da Gesù (v.10) alle donne perché lo trasmettessero loro. Il discorso della missione del capitolo 10 trova qui il suo adempimento: i discepoli finalmente partono. L'evangelista accenna discretamente al fatto che i discepoli "vedono" Gesù e sottolinea il loro gesto: "si prostrarono" in segno di riconoscimento della sua signoria. Questo atteggiamento esprime la fede, ma la loro adorazione rimane mescolata al dubbio. Gesù si accosta ad essi, come dopo la trasfigurazione (Mt 17,7) e li chiama ad approfondire ancora di più il loro rapporto con lui. Gli incontri con il Risorto non possono privare la fede della libertà. Gli Undici rappresentano una povera Chiesa di uomini di poca fede. Confermando loro l'investitura profetica, Gesù li riveste di ogni autorità (v. 18), quella che gli è stata data in cielo e in terra. 
La comunità di quelli che credono in Gesù non trova in sé stessa la capacità di credere. Questa proviene loro dalla potenza stessa di Dio, trasmessa loro dal Risorto. Da lui ricevono lo straordinario potere di radunare nuovi discepoli con il battesimo e l'ammaestramento. Il battesimo, conferito nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo, manifesta l'ingresso del cristiano nel Regno, cioè nella vita di Dio. Con esso il battezzato appartiene a Dio Padre e Figlio e Spirito Santo. Al battesimo è unito l'ammaestramento; si tratta, non di una lezione da imparare, ma della buona novella del Regno - che è Gesù stesso in ciò che dice e in ciò che fa - da cui bisogna lasciarsi penetrare. Questo ammaestramento si presenta come un'azione interiore che esige un comportamento coerente. É il vangelo nella sua totalità che diviene così insegnamento di vita per i discepoli e si manifesta nell'esistenza cristiana. Nella vita cristiana la vita morale non è altro che il vangelo in atto. Questo ammaestramento, rivestito di ogni autorità, riguarda tutte le genti (v.19) perché tutti sono chiamati alla salvezza, e la comunità intera dei discepoli partecipa alla responsabilità di questa chiamata, in unione con il Padre che vuole che "nessuno di questi piccoli si perda" (Mt 18,14). 
Così il discepolo diventa responsabile di tutte le genti perché il vangelo di Gesù è un messaggio per il mondo. Dopo la sua risurrezione Gesù non è più sottomesso al tempo e allo spazio, ma il tempo e lo spazio sono sottoposti a lui. Egli realizza una presenza effettivamente universale. Matteo sottolinea questa universalità con un quadruplice "tutto" che esprime la totalità dell'azione divina (= ogni potere in cielo e in terra), che prende corpo nella totalità dell'agire umano (=insegnando loro ad osservare tutto ciò che vi ho comandato) secondo la totalità del tempo (= io sono con voi tutti i giorni) e dello spazio (= ammaestrate tutte le nazioni). 
Ricordiamo che il numero "quattro" simboleggia il mondo creato, composto da quattro elementi fondamentali e delimitato dai quattro punti cardinali. Per Matteo la Chiesa si costituisce vivendo e annunciando Gesù che raduna tutte le genti del mondo e le immerge nella sua vita e nella sua morte per farle partecipare alla vita e all'azione del Padre nello Spirito. La comunità cristiana sussiste per la presenza del Cristo in mezzo ad essa (Mt 18,20) e appare come luogo ove si attesta la presenza universale di Gesù, che abbraccia lo spazio e il tempo. Il volto della Chiesa secondo il vangelo di Matteo è il volto stesso di Cristo morto e risorto, vivente nel cuore di suoi discepoli, ai quali ha detto: "Ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo" (v.20).
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sabato 2 giugno 2012

Messaggio di Medjugorje a Mirjana del 2/6/2012

Cari figli, sono continuamente in mezzo a voi perché, col mio infinito amore, desidero mostrarvi la porta del Paradiso. 
Desidero dirvi come si apre: per mezzo della bontà, della misericordia, dell’amore e della pace, per mezzo di mio Figlio. 
 Perciò, figli miei, non perdete tempo in vanità. 
Solo la conoscenza dell’Amore di mio Figlio può salvarvi. Per mezzo di questo Amore salvifico e dello Spirito Santo, 
Egli mi ha scelto ed io, insieme a Lui, scelgo voi perché siate apostoli del Suo Amore e della Sua Volontà. Figli miei, su di voi c’è una grande responsabilità. 
Desidero che voi, col vostro esempio, aiutiate i peccatori a tornare a vedere, che arricchiate le loro povere anime e li riportiate tra le mie braccia. 
Perciò pregate, pregate, digiunate e confessatevi regolarmente. 
Se mangiare mio Figlio è il centro della vostra vita, allora non abbiate paura: potete tutto. Io sono con voi. Prego ogni giorno per i pastori e mi aspetto lo stesso da voi. 
Perché, figli miei, senza la loro guida ed il rafforzamento che vi viene per mezzo della benedizione non potete andare avanti. 
Vi ringrazio.
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Con quale autorità fai queste cose?

Mc 11,27-33 
Andarono di nuovo a Gerusalemme. E, mentre egli camminava nel tempio, vennero da lui i capi dei sacerdoti, gli scribi e gli anziani e gli dissero: «Con quale autorità fai queste cose? O chi ti ha dato l'autorità di farle?». Ma Gesù disse loro: «Vi farò una sola domanda. Se mi rispondete, vi dirò con quale autorità faccio questo. Il battesimo di Giovanni veniva dal cielo o dagli uomini? Rispondetemi». Essi discutevano fra loro dicendo: «Se diciamo: «Dal cielo», risponderà: «Perché allora non gli avete creduto?». Diciamo dunque: «Dagli uomini»?». Ma temevano la folla, perché tutti ritenevano che Giovanni fosse veramente un profeta. Rispondendo a Gesù dissero: «Non lo sappiamo». E Gesù disse loro: «Neanche io vi dico con quale autorità faccio queste cose». 

Nei primi 26 versetti di questo capitolo Gesù aveva espresso il suo giudizio su Gerusalemme, il tempio e la falsa religiosità, con dei gesti, dei fatti (entrata in Gerusalemme, fico seccato, purificazione del tempio). Da 11,27 a 12,37 il suo giudizio viene espresso con le parole. L’agire di Gesù ha suscitato una reazione violenta da parte dei padroni della religione. Era entrato nel tempio senza chiedere permesso, come uno che entra in casa propria; aveva scacciato venditori e cambiavalute muniti di regolare permesso rilasciato dall’autorità; aveva messo sotto accusa il modo di far religione: il tempio non era più casa di preghiera, ma spelonca di ladri. Davanti a una simile accusa il potere costituito non poteva tacere. E non tacque. «Con quale autorità fai queste cose? O chi ti ha dato l’autorità per farle?» 
Nel contesto, la domanda si riferisce all’ingresso di Gesù in Gerusalemme e all’espulsione dei mercati dal tempio. Ma in pratica viene coinvolta tutta la sua attività. Perciò anche la domanda delle autorità giudaiche supera il quadro immediato nel quale è stata posta: il processo contro Gesù è già iniziato. «Vi farò anch’io una domanda». Il processo si capovolge e gli accusatori sono messi sotto accusa e invitati a rendere conto del loro comportamento. 
Gesù non pone una contro–domanda per sfuggire alle domande dei suoi avversari, ma per rendere possibile una risposta: non si capisce Gesù se prima non si è capito Giovanni il Battista. Se infatti Giovanni è venuto da Dio per preparare la strada al Messia, Gesù agisce con l’autorità che gli compete come Messia, ed è Dio che gli ha dato questa autorità. Ora essi non vogliono assolutamente ammettere questo: per loro Gesù non rivela il vero volto di Dio e perciò deve morire perché è un bestemmiatore. Su questa loro decisione essi non sono disposti a ritornare e rimangono ostili alla rivelazione di Gesù. 
Cosa farà Gesù? Li lascerà senza una risposta? Sembrerebbe di sì: «Gesù disse loro: ‘Neanch’io vi dico con quale autorità faccio queste cose’ «. In realtà Gesù risponde con la parabola dei vignaioli omicidi, che troviamo immediatamente dopo questo brano. E tutti e tre i sinottici dichiarano che i suoi interlocutori compresero che aveva detto quella parabola per loro (Mt 21,45; Mc 12,12; Lc 20,19)
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Preghiera del mattino del 2/VI/2012

Dio eterno, tuo Figlio Gesù ti ha pregato: "Custodisci nel tuo nome coloro che mi hai dato, perché siano una cosa sola, come noi". 
Anche noi ti preghiamo: abbatti le mura che ci separano! 
Rafforza ciò che ci unisce e fa' che superiamo ciò che ci divide. 
Fa' che, per uno sforzo comune, le nostre vie si uniscano. 
Fa' che oggi ti lodiamo e ti restiamo fedeli ed obbedienti nella comunione dei Santi.
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venerdì 1 giugno 2012

Sacro Cuore di Gesù

OGGI 1 GIUGNO INIZIA IL MESE AL SACRO CUORE DI GESU', AFFIDIAMO A LUI TUTTE LE NOSTRE NECESSITA', I NOSTRI AMMALATI E LE CALAMITA' NATURALI CHE HANNO COLPITO LA NOSTRA ITALIA IN QUESTO TEMPO. 


Cuore divino di Gesù, io ti offro per mezzo del Cuore Immacolato di Maria, madre della Chiesa, in unione al Sacrificio eucaristico, le preghiere e le azioni, le gioie e le sofferenze di questo giorno: in riparazione dei peccati, per la salvezza di tutti gli uomini, nella grazia dello Spirito Santo, a gloria del divin Padre.


Amatissimi,desideriamo proporvi un piccolo sussidio per poter vivere i nove primi venerdì del mese così come ha chiesto il S. Cuore di Gesù a Santa Margherita Maria Alacoque. Vivere per nove mesi consecutivi il mistero dell’amore del Cuore di Gesù è una grande Grazia che ci sosterrà per tutta la vita fino al passaggio alla vita eterna ce l'ha promesso Gesù. (Ave Maria!) 
(maria m.)
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Non era ancora la stagione dei fichi

Dal Vangelo secondo Marco (11,11-26)
Ed entrò a Gerusalemme, nel tempio. E dopo aver guardato ogni cosa attorno, essendo ormai l'ora tarda, uscì con i Dodici diretto a Betània. La mattina seguente, mentre uscivano da Betània, ebbe fame. E avendo visto di lontano un fico che aveva delle foglie, si avvicinò per vedere se mai vi trovasse qualche cosa; ma giuntovi sotto, non trovò altro che foglie. Non era infatti quella la stagione dei fichi. E gli disse: «Nessuno possa mai più mangiare i tuoi frutti». E i discepoli l'udirono. Andarono intanto a Gerusalemme. Ed entrato nel tempio, si mise a scacciare quelli che vendevano e comperavano nel tempio; rovesciò i tavoli dei cambiavalute e le sedie dei venditori di colombe e non permetteva che si portassero cose attraverso il tempio. Ed insegnava loro dicendo: «Non sta forse scritto: La mia casa sarà chiamata casa di preghiera per tutte le genti? Voi invece ne avete fatto una spelonca di ladri!». L'udirono i sommi sacerdoti e gli scribi e cercavano il modo di farlo morire. Avevano infatti paura di lui, perché tutto il popolo era ammirato del suo insegnamento. Quando venne la sera uscirono dalla città. La mattina seguente, passando, videro il fico seccato fin dalle radici. Allora Pietro, ricordatosi, gli disse: «Maestro, guarda: il fico che hai maledetto si è seccato». Gesù allora disse loro: «Abbiate fede in Dio! In verità vi dico: chi dicesse a questo monte: Lèvati e gettati nel mare, senza dubitare in cuor suo ma credendo che quanto dice avverrà, ciò gli sarà accordato. Per questo vi dico: tutto quello che domandate nella preghiera, abbiate fede di averlo ottenuto e vi sarà accordato. Quando vi mettete a pregare, se avete qualcosa contro qualcuno, perdonate, perché anche il Padre vostro che è nei cieli perdoni a voi i vostri peccati».

Non era ancora la stagione dei fichi Non era ancora la stagione dei fichi «Non era ancora la stagione dei fichi». Nella lettera ai Romani, l'apostolo Paolo dà un'interpretazione di questo passaggio: «Non voglio infatti che ignoriate, fratelli, questo mistero: l'indurimento di una parte di Israele è in atto fino a che saranno entrate tutte le genti. Allora tutto Israele sarà salvato» (Rom 11,25-26). 
Se il Signore avesse trovato dei frutti su quel fico, tutte le genti non sarebbero entrate. Ma poiché tutte le genti sono entrate, tutto Israele finalmente sarà salvato... Del resto, si trova questo passaggio nell'Apocalisse di Giovanni: «Della tribù di Giuda dodicimila crederanno; della tribù di Ruben dodicimila crederanno» ed egualmente delle altre tribù (Ap 7,5-8). In totale, erano centoquarantaquattromila a credere... Se Israele avesse creduto, nostro Signore non sarebbe stato crocifisso, e se nostro Signore non fosse stato crocifisso, la moltitudine dei pagani non sarebbe stata salvata. Pertanto gli ebrei diventeranno credenti, ma crederanno solo alla fine del mondo. Per essi, non era la stagione di credere nella croce... 
La loro incredulità, è la nostra fede; la loro caduta ha permesso la nostra ascesa. Non era il momento per loro, perché fosse il nostro.
San Girolamo 
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Preghiera del mattino del 1/VI/2012

Padre Santo, mandaci lo Spirito Santo affinché egli ci porti alla comprensione della verità totale che è tuo Figlio Gesù Cristo. 
Rischiaraci con la luce del Verbo della vita, perché camminiamo nello splendore della verità. 
Liberaci da ogni falsa illusione, che ci mette alla mercé delle mode, dei soggettivismi o dei nostri stessi sentimenti. 
Da' forza alla debolezza del nostro desiderio affinché rimaniamo fedeli alla tua grazia.
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