domenica 12 giugno 2011

295 - Adesso è Cristo che vive in te

I tuoi parenti, i tuoi colleghi, i tuoi amici, stanno notando il cambiamento, e si rendono conto che il tuo non è un passaggio momentaneo, che non sei più lo stesso. Non preoccuparti, va' avanti! Si avvera il «vivit vero in me Christus» adesso è Cristo che vive in te. (Solco, 424)

Qui habitat in adiutorio Altissimi, in protectione Dei coeli commorabitur, abitare sotto la protezione di Dio, vivere con Dio: in questo consiste la rischiosa sicurezza del cristiano. Bisogna persuadersi che Dio ci ascolta, che è accanto a noi: e il nostro cuore si riempirà di pace. Ma vivere con Dio è indubbiamente un rischio, perché il Signore non si accontenta di condividere: chiede tutto. E avvicinarsi un po' di più a Lui vuoi dire essere disposti a una nuova conversione, a una nuova rettificazione, ad ascoltare più attentamente le sue ispirazioni, i santi desideri che egli fa sbocciare nella nostra anima, e a metterli in pratica.
Certo, dai tempi della nostra prima decisione cosciente di vivere integramente la dottrina di Cristo, abbiamo fatto molti passi sulla strada della fedeltà alla sua Parola. Eppure, non è vero che restano ancora tante cose da fare? Non è vero che resta, soprattutto, tanta superbia? (E' Gesù che passa, 58)
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sabato 11 giugno 2011

294 - Commento al vangelo di domenica 12/6/2011, Pentecoste

La sera di quello stesso giorno, il primo dopo il sabato, mentre erano chiuse le porte del luogo dove si trovavano i discepoli per timore dei giudei, venne Gesù, si fermò in mezzo a loro e disse: “Pace a voi!”. Detto questo, mostrò loro le mani e il costato. E i discepoli gioirono al vedere il Signore. Gesù disse loro di nuovo: “Pace a voi! Come il Padre ha mandato me, anch’io mando voi”. Dopo aver detto questo, alitò su di loro e disse: “Ricevete lo Spirito Santo; a chi rimetterete i peccati saranno rimessi e a chi non li rimetterete, resteranno non rimessi”.

Per i primi cristiani, è un giorno importante il primo della settimana perché è il giorno del Signore (Ap 1,10), è quello in cui la comunità è solita riunirsi per spezzare il pane eucaristico (At 20,7; 1 Cor 16,2). È sera.
L’indicazione temporale con cui inizia il brano evangelico è preziosa: forse indica l’ora tarda in cui i primi cristiani erano soliti ritrovarsi per la loro celebrazione.
Le porte sono sbarrate per paura dei giudei (v. 19). Gesù non aveva certo annunciato trionfi e vita facile ai suoi discepoli; “nel mondo avrete tribolazione” – aveva detto (Gv 16,33). Tuttavia la ragione principale per cui si insiste sulle porte chiuse (Gv 20,26) è teologica: Giovanni vuole far capire che il Risorto è lo stesso Gesù che gli apostoli hanno visto, conosciuto, ascoltato, toccato, ma si trova in una condizione diversa. Non è ritornato alla vita di prima (come ha fatto Lazzaro), è entrato in un’esistenza completamente nuova.
Il suo corpo non è più fatto di atomi materiali, è impercettibile alla verifica dei sensi. La risurrezione della carne non equivale alla rianimazione di un cadavere. È il misterioso sbocciare di una vita nuova da un essere che è finito. Paolo spiega questo fatto mediante l’immagine del seme. Dice che “da un corpo corruttibile risorge uno incorruttibile”, da “un corpo ignobile risorge un corpo glorioso”, da “un corpo debole risorge uno potente”, da “un corpo animale risorge uno spirituale” (1 Cor 15,42-44).
Quando Gesù mostra le mani e il costato, i discepoli gioiscono. Una reazione sorprendente: dovrebbero rattristarsi vedendo i segni della sua passione e morte. Si rallegrano invece, non perché si ritrovano davanti il Gesù che hanno accompagnato lungo le strade della Palestina, ma perché vedono il Signore (v. 20), si rendono conto che il Risorto che si sta rivelando loro è lo stesso Gesù, colui che ha donato la vita. Collocando le manifestazioni del Risorto nel contesto della sera del primo giorno della settimana, Giovanni intende dire ai cristiani delle sue comunità che anch’essi possono incontrare il Signore – non Gesù di Nazareth, con il corpo materiale che aveva in questo mondo – ma il Risorto, ogni volta che si ritrovano insieme “nel giorno del Signore”.
Dopo aver rivolto per la seconda volta l’augurio: Pace a voi! (vv. 19.21) Gesù dona ai discepoli il suo Spirito e conferisce loro il potere di rimettere i peccati (vv. 21-23). I discepoli sono inviati a compiere una missione: “Come il Padre ha mandato me, anch’io mando voi”. Quando era nel mondo, Gesù rendeva presente il volto e l’amore del Padre (Gv 12,45), ora, lasciato questo mondo, egli continua la sua opera attraverso i discepoli ai quali consegna il suo Spirito. Accogliere lui era accogliere il Padre che lo aveva mandato, ora accogliere i suoi inviati è accogliere lui (Gv 13,20). Per comprendere la missione affidata agli apostoli, il perdono dei peccati mediante l’effusione dello Spirito dobbiamo rifarci alle concezioni religiose del popolo d’Israele e alle parole dei profeti.
Al tempo di Gesù era diffusa l’idea che gli uomini agivano male, si contaminavano con gli idoli, erano impuri perché erano mossi da uno spirito cattivo. Ci si chiedeva quando Dio sarebbe intervenuto per liberarli e per infondere in loro uno spirito buono. Nella lettera ai romani Paolo fa una descrizione drammatica della condizione infelice dell’uomo che si trova in balia dello spirito del male: “Io non riesco a capire neppure ciò che faccio: infatti non quello che voglio io faccio, ma quello che detesto. Io so infatti che in me, cioè nella mia carne, non abita il bene; c’è in me il desiderio del bene, ma non la capacità di attuarlo; infatti io non compio il bene che voglio, ma il male che non voglio” (Rm 7,15-19).
Per bocca dei profeti Dio promise il dono di uno spirito nuovo, del suo Spirito: “Vi aspergerò con acqua pura e sarete purificati; io vi purificherò da tutte le vostre sozzure e da tutti i vostri idoli; vi darò un cuore nuovo, metterò dentro di voi uno spirito nuovo, toglierò da voi il cuore di pietra e vi darò un cuore di carne. Porrò il mio spirito dentro di voi e vi farò vivere secondo i miei statuti e vi farò osservare e mettere in pratica le mie leggi” (Ez 36,25-27).
Questa effusione dello Spirito del Signore avrebbe rinnovato il mondo. Lo inonderà – disse il profeta Ezechiele – come un torrente d’acqua impetuoso che, quando entra nel deserto, lo feconda e lo trasforma in giardino. “Lungo il fiume, su una riva e sull'altra, crescerà ogni sorta di alberi da frutto, le cui fronde non appassiranno, i loro frutti non cesseranno e ogni mese matureranno, perché le loro acque sgorgano dal santuario. I loro frutti serviranno come cibo e le foglie come medicina” (Ez 47,1-12). Sono immagini deliziose che descrivono in modo mirabile l’opera vivificante dello Spirito.
Nel giorno di Pasqua si compiono queste profezie. Con un gesto simbolico – Gesù alitò su di loro – viene consegnato lo Spirito. Questo soffio richiama il momento della creazione, quando “il Signore Dio formò l’uomo dalla polvere della terra e respirò dentro le sue narici il respiro della vita” (Gn 2,7). Il soffio di Gesù crea l’uomo nuovo, l’uomo che non è più vittima delle forze che lo portano al male, ma è animato da un’energia nuova che lo spinge al bene.
Dove giunge questo Spirito il male è vinto, il peccato è perdonato – cancellato, distrutto – e nasce l’uomo nuovo modellato sulla persona di Cristo.
La missione che il Risorto affida ai suoi discepoli è di rimettere i peccati, continuando così la sua opera di “Agnello di Dio, venuto per togliere i peccati del mondo” (Gv 1,29).
Che significa rimettere i peccati? Queste parole sono state interpretate – in modo giusto, ma riduttivo – come il conferimento agli apostoli del potere di assolvere dai peccati. Non è questo però l’unico modo per rimettere, cioè, per neutralizzare, per sconfiggere il peccato. La potestà conferita da Gesù è molto più ampia e riguarda tutti i discepoli che sono animati dal suo Spirito: è quella di purificare il mondo da ogni forma di male.
I poteri non sono due – rimettere o ritenere – a discrezione del confessore che valuta caso per caso. Il potere è uno solo, quello di annientare, in tutti i modi, il peccato. Ma questo può anche essere non rimesso: se il discepolo non si impegna a creare le condizioni affinché tutti aprano il cuore all’azione dello Spirito, il peccato non viene rimesso. Di questo fallimento della missione, il discepolo è responsabile

Padre Ferdinando Armellini, biblista
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293 - Gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date

Strada facendo, predicate, dicendo che il regno dei cieli è vicino. Guarite gli infermi, risuscitate i morti, purificate i lebbrosi, scacciate i demòni. Gratuitamente avete ricevuto, non procuratevi oro né argento né denaro nelle vostre cinture, né sacca da viaggio, né due tuniche, né sandali, né bastone, perché chi lavora ha diritto al suo nutrimento. In qualunque città o villaggio entriate, domandate chi là sia degno e rimanetevi finché non sarete partiti. Entrando nella casa, rivolgetele il saluto. Se quella casa ne è degna,la vostra pace scenda su di essa; ma se non ne è degna, la vostra pace ritorni a voi.

Andare in missione è ancora oggi il grande ideale della Chiesa, un ideale che coinvolge tutti, chi va e chi resta. La predicazione apostolica riprende e continua gli annunci di Gesù e del Battista, cominciando dal regno dei cieli. L'annuncio è fatto con la parola (v.7), con le opere di bene (v.8a) e con la testimonianza della vita (vv.8b-10).
La predicazione è il momento prioritario. La lieta notizia dev'essere anzitutto ascoltata e conosciuta per trovare risonanza nel cuore dell'uomo. Ma il vangelo è soprattutto una proposta di bene: per questo dev'essere tradotto in opere di salvezza (esorcismi e guarigioni).
Matteo elenca alcune norme che costituiscono lo stile missionario. La prima di esse è la povertà. Il discepolo di Cristo dona se stesso gratuitamente: è la povertà più vera e più profonda.
Questa povertà si esprime nell'accontentarsi dello stretto necessario (v.9) e nel coraggio (che è fede) di affidare anche il problema di quel poco alla provvidenza di Dio. La ragione di questo comando riguardo alla povertà non è detta, ma scaturisce dal contesto evangelico. Nel discorso della montagna viene annunciato il regno ai poveri (Mt 5,3) e i discepoli sono invitati a reprimere le eccessive preoccupazioni terrene facendo affidamento sulla bontà del Padre celeste (Mt 6,25-34). Ma più ancora conta l'esempio di Gesù che vive in mezzo alla sua gente senza sapere dove posare il capo (Mt 8,20). Il missionario non può avere un comportamento diverso da quello del suo maestro (Mt 10,24) e difforme dal contenuto del messaggio che annuncia. La povertà e il distacco dalle preoccupazioni materiali sottolineano l'urgenza dell'evangelizzazione. Chi è totalmente assorbito dall'annuncio del messaggio cristiano non può trascinarsi dietro bagagli né preoccuparsi di faccende materiali e pecuniarie. Il missionario evangelico deve presentarsi agli uomini spoglio, umile e penitente come è richiesto dal discorso della montagna.
In qualunque città o villaggio arriverà, l'apostolo dovrà farsi indicare qualche persona degna presso la quale prendere alloggio (v.11), cioè un luogo che non susciti pettegolezzi che renderebbero vana la predicazione.
Augurare la pace significa comunicare la totalità dei beni promessi da Dio, cioè il regno dei cieli che si realizza in Gesù.
Padre Lino Pedron
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venerdì 10 giugno 2011

292 - Preghiera di Santa Gertrude per la liberazione di mille anime dal Purgatorio

Nostro Signore disse a Santa Geltrude la Grande che la seguente preghiera libererebbe mille anime dal Purgatorio ogni volta che venga detta con amore.La preghiera è stata poi estesa anche ai peccatori viventi.

Eterno Padre, io offro il Preziosissimo Sangue del Tuo Divin Figlio, Gesù, in unione con le Messe dette in tutto il mondo, oggi, per tutte le Anime sante del Purgatorio per i peccatori di ogni luogo, per i peccatori della Chiesa universale, quelli della mia casa e dentro la mia famiglia.

291 - Pasci i miei agnelli, pasci le mie pecore

Quand'ebbero mangiato, Gesù disse a Simon Pietro: «Simone, figlio di Giovanni, mi ami più di costoro?». Gli rispose: «Certo, Signore, tu lo sai che ti voglio bene». Gli disse «Pasci i miei agnelli». Gli disse di nuovo, per la seconda volta: «Simone, figlio di Giovanni, mi ami?». Gli rispose: «Certo, Signore, tu lo sai che ti voglio bene». Gli disse: «Pascola le mie pecore».  Gli disse per la terza volta: «Simone, figlio di Giovanni, mi vuoi bene?». Pietro rimase addolorato che per la terza volta gli domandasse: «Mi vuoi bene?», e gli disse: «Signore, tu conosci tutto; tu sai che ti voglio bene». Gli rispose Gesù: «Pasci le mie pecore. In verità, in verità io ti dico: quando eri più giovane ti vestivi da solo e andavi dove volevi; ma quando sarai vecchio tenderai le tue mani, e un altro ti vestirà e ti porterà dove tu non vuoi». Questo disse per indicare con quale morte egli avrebbe glorificato Dio. E, detto questo, aggiunse: «Seguimi».

Al termine del pasto con i discepoli, Gesù si rivolge a Pietro, chiedendogli una professione d’amore, per affidargli il suo gregge: Simone, figlio di Giovanni, mi ami tu più di costoro?
Il Cristo per costituire Pietro pastore della Chiesa esige da lui un amore più grande di quello degli altri amici. Nella sua risposta l’apostolo si appella alla scienza divina di Gesù chiamandolo Signore, evitando così la presunzione di considerarsi migliore degli altri. La triste esperienza del rinnegamento, dopo che Pietro aveva protestato di voler dare la vita per Gesù anche se tutti gli altri l’avessero abbandonato (Mc 14,29), ha prodotto il suo effetto benefico. Pietro non si confronta più con gli altri, ma professa con sincerità e semplicità il suo amore per il Signore. Pietro, dopo la sua dichiarazione d’amore, riceve da Gesù il conferimento dell’ufficio pastorale: " Pasci i miei agnelli. Pasci le mie pecore". Quindi Pietro è costituito pastore di tutto il gregge, ossia guida spirituale di tutta la Chiesa. I membri della Chiesa appartengono a Cristo: sono i suoi agnelli e le sue pecore. Gesù, prima di lasciare definitivamente questo mondo, costituisce Pietro suo vicario nella missione di guida e di pastore del popolo di Dio. Dopo aver investito Pietro della missione di guida della Chiesa, Gesù gli predice la fine: in vecchiaia l’apostolo sperimenterà la prigione e verserà il suo sangue per il Signore. Gesù ha perdonato Pietro, lo ha riabilitato e ha fatto di lui un uomo nuovo che lo imiterà anche nel martirio. Durante l’ultima cena Pietro aveva affermato di voler seguire subito il Signore, offrendo la sua vita per lui; Gesù però gli aveva replicato che l’avrebbe seguito in futuro. Dopo la sua risurrezione il Signore annuncia a Pietro che questa testimonianza la darà in vecchiaia (v. 18). A somiglianza di Gesù, Pietro glorificherà Dio con la testimonianza del sangue versato. Seguire Gesù è andare con lui fino alla morte (v. 19).

Padre Lino Pedron
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giovedì 9 giugno 2011

290 - Preoccupazione apostolica

Se non dimostri — con la tua preghiera, con il tuo sacrificio, con la tua azione — una costante preoccupazione apostolica, è segno evidente che non sei felice e che devi aumentare la tua fedeltà. — Chi possiede la felicità, il bene, cerca di darlo agli altri. (Forgia, 914)
Quando calpesterai davvero il tuo io e vivrai per gli altri, allora sarai strumento idoneo nelle mani di Dio. Egli ha chiamato — chiama — i suoi discepoli e li invia: “Ut eatis!” — andate a cercare tutti. (Forgia, 915)

“In modico fidelis!” — fedele nel poco... — Il tuo lavoro, figlio mio, non consiste solo nel salvare anime, ma nel santificarle, giorno per giorno, dando a ogni istante — anche a quelli apparentemente banali — vibrazione di eternità. (Forgia, 917)

Come i grandiosi macchinari di dozzine di fabbriche si fermano, rimangono senza forza, se la corrente elettrica si interrompe, così anche l'apostolato cessa di essere fecondo senza l'orazione e la mortificazione, che smuovono il Cuore Sacratissimo di Cristo. (Forgia, 919)
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289 - Siano perfetti nell’unità

Non prego solo per questi, ma anche per quelli che crederanno in me mediante la loro parola: perché tutti siano una sola cosa; come tu, Padre, sei in me e io in te, siano anch'essi in noi, perché il mondo creda che tu mi hai mandato. E la gloria che tu hai dato a me, io l'ho data a loro, perché siano una sola cosa come noi siamo una sola cosa. Io in loro e tu in me, perché siano perfetti nell'unità e il mondo conosca che tu mi hai mandato e che li hai amati come hai amato me. Padre, voglio che quelli che mi hai dato siano anch'essi con me dove sono io, perché contemplino la mia gloria, quella che tu mi hai dato; poiché mi hai amato prima della creazione del mondo. Padre giusto, il mondo non ti ha conosciuto, ma io ti ho conosciuto, e questi hanno conosciuto che tu mi hai mandato. E io ho fatto conoscere loro il tuo nome e lo farò conoscere, perché l'amore con il quale mi hai amato sia in essi e io in loro».

A questo punto del capitolo 17 la preghiera di Gesù si allarga fino ad abbracciare tutti i discepoli che in futuro crederanno in lui per la parola dei suoi primi discepoli. Per essi chiede al Padre il dono dell’unità più profonda, modellata e fondata sulla comunione di vita tra il Padre e il Figlio.
Il "come" indica il modello e il fondamento dell’unità dei credenti. I cristiani devono ispirarsi all’ideale realizzato dalle persone della Trinità; nella loro vita di comunione devono tendere a questa unità perfetta. Una vita di unione e d’amore così profonda nella comunità cristiana riveste un valore fortissimo per suscitare la fede: "Affinché il mondo creda che tu mi hai mandato" (vv. 21 e 23).Gesù ha donato ai discepoli la gloria ricevuta dal Padre (v. 22), ossia ha reso i credenti partecipi della sua divinità. Questa gloria divina rifulge in modo unico nel Figlio, per questo Gesù domanda al Padre di farla contemplare ai credenti (v. 24). Il dono della gloria di essere figli di Dio è stato concesso ai discepoli in vista dell’unità: affinché siano una cosa sola, come noi siamo una cosa sola
I cristiani, consapevoli di essere figli dello stesso Padre e di formare la famiglia di Dio devono vivere uniti, in perfetta comunione di mente e di cuore, a somiglianza del Padre e del Figlio; anzi, sono inseriti nella vita della Trinità, perché il Padre è nel Figlio e il Figlio è nei discepoli. Quindi, rimanendo vitalmente uniti a Cristo, i credenti vivono in comunione perfetta con Dio e così si realizza la perfezione dell’unità.
Tale unità dei cristiani avrà un effetto di salvezza per l’umanità: susciterà la fede nella missione divina di Gesù e il riconoscimento dell’amore del Padre per i discepoli. Il Padre ama i credenti come ama Gesù e li ama in lui. Padre, voglio. Gesù chiede che i suoi discepoli partecipino alla sua gloria in paradiso. Al malfattore, crocifisso con lui, Gesù assicura: "Oggi sarai con me in paradiso"
(Lc 23,43).
Il passo finale di questa preghiera si apre con l’invocazione "Padre giusto": essa è una variazione di "Padre santo" (17,11); ambedue le invocazioni esprimono la trascendenza e la natura di Dio. Nel salmo 145,17 gli aggettivi giusto e santo, riferiti al Signore, sono sinonimi.
Nelle ultime invocazioni di questa preghiera Gesù ricorda al Padre che egli e i suoi discepoli hanno riconosciuto la sua santità, ossia la sua trascendenza divina. Il mondo tenebroso invece non ha voluto conoscere Dio perché ha rifiutato la luce di Cristo e quindi non può giungere a Dio, perché nessuno va al Padre se non per mezzo del Figlio
L’uomo Gesù ha riconosciuto il Padre per esperienza diretta e in maniera vitale. I suoi discepoli si sono inseriti in questa corrente di luce aprendosi alla fede nell’Inviato di Dio (v. 25).
Nelle battute finali Gesù riprende la tematica della rivelazione del nome del Padre ai suoi amici (17,6.26). La manifestazione passata della rivelazione ("ho manifestato loro il tuo nome") ricorda il ministero pubblico di Gesù fino allo scoccare dell’"ora" presente. La manifestazione futura ("lo manifesterò") riguarda gli avvenimenti finali della vita terrena di Cristo, ossia la sua glorificazione con la passione, morte, risurrezione e ascensione. L’"ora" di Gesù costituisce la manifestazione piena e definitiva del nome del Padre, della manifestazione del suo amore, del dono dell’amore di Dio ai discepoli. L’amore del Padre per i credenti è concesso in occasione dell’esaltazione suprema del Figlio (v. 26)

Padre Lino Pedron
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mercoledì 8 giugno 2011

288 - Serenità. —Perché arrabbiarti?

Serenità. —Perché arrabbiarti, se arrabbiandoti offendi Dio, molesti il prossimo, passi tu stesso un brutto quarto d'ora... e alla fine non ti resta che calmarti? (Cammino, 8)
La stessa cosa che hai detto, dilla in altro tono, senza ira: il tuo ragionamento guadagnerà forza e, soprattutto, non offenderai Dio. (Cammino, 9)

Non rimproverare quando senti indignazione per la mancanza commessa. —Aspetta il giorno seguente, o ancora di più. E poi, con calma, purificata l'intenzione, non tralasciare di riprendere. —Otterrai di più con una parola affettuosa che con una discussione di tre ore. —Modera il tuo temperamento.
(Cammino, 10)

Quando ti abbandonerai sul serio nel Signore, imparerai a contentarti di ciò che avviene, e a non perdere la serenità se le faccende malgrado tu abbia messo tutto l'impegno e i mezzi opportuni non riescono secondo i tuoi gusti... Perché saranno «riuscite» come sarà parso conveniente al Signore. (Solco, 860)

Quando è per il bene del prossimo, non stare zitto, però parla in modo amabile, senza intemperanze e senza sdegno. (Forgia, 960)

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287 - Siano una cosa sola, come noi

Padre santo, custodiscili nel tuo nome, quello che mi hai dato, perché siano una sola cosa, come noi. Quand'ero con loro, io li custodivo nel tuo nome, quello che mi hai dato, e li hoconservati, e nessuno di loro è andato perduto, tranne il figlio della perdizione, perché si compisse la Scrittura. Ma ora io vengo a te e dico questo mentre sono nel mondo, perché abbiano in se stessi la pienezza della mia gioia. Io ho dato loro la tua parola e il mondo li ha odiati, perché essi non sono del mondo, come io non sono del mondo. Non prego che tu li tolga dal mondo, ma che tu li custodisca dal Maligno. Essi non sono del mondo, come io non sono del mondo. Consacrali nella verità. La tua parola è verità. Come tu hai mandato me nel mondo, anche io ho mandato loro nel mondo; per loro io consacro me stesso, perché siano anch'essi consacrati nella verità.

Nei vv. 11-12 di questo brano Gesù afferma per due volte che il Padre gli ha donato il suo nome. Ciò significa che "donando il suo nome al Figlio, il Padre si fa conoscere da lui come Padre e nello stesso tempo si dona a lui in un amore eterno" (De La Potterie).
La prima conseguenza benefica della protezione del Padre verso i credenti è la loro unione profonda fondata e modellata sull’unità del Padre e del Figlio. Questa tematica dell’unità è toccata di sfuggita in questo passo; essa sarà uno degli argomenti più importanti del brano che seguirà (Gv 17,21-26).
Gesù, con le sue cure di buon Pastore (Gv 10,11ss), ha impedito la perdizione dei suoi amici, anzi ha operato la loro salvezza (Gv 3,16-17) e ha donato loro la vita in abbondanza (Gv 10, 10). Il Cristo però riconosce che in tale
opera di salvezza si è verificata un’eccezione per "il figlio della perdizione", Giuda.
L’evangelista ha già descritto il suo tradimento, l’invasamento diabolico e l’ingresso nel regno di satana (Gv 13,21.30). Per Giovanni il traditore è un diavolo (Gv 6,70), quindi è votato alla rovina. Il tradimento di Giuda però non
appare senza significato nel piano della salvezza: egli doveva compiere la Scrittura. Probabilmente si allude al Salmo 41, 10: "Anche l’amico in cui confidavo, anche lui, che mangiava il mio pane, alza contro di me il suo
calcagno".
Gesù prega il Padre per gli amici che sta per lasciare nel mondo e aggiunge che lo scopo della sua preghiera è favorire la gioia piena dei discepoli. Per essi il sapersi affidati al nome paterno di Dio, alle mani forti e amorose del
Padre, deve essere fonte di gioia perfetta e di pace profonda.
Gesù ha custodito gli amici nel nome del Padre donando loro la sua parola (v. 14), cioè donando loro la rivelazione totale e definitiva di Dio. I discepoli quindi sono stati illuminati dalla parola di Gesù: per questa ragione il mondo tenebroso li ha odiati. I credenti non fanno più parte del mondo e per questo motivo il mondo li odia.
Nonostante l’odio delle tenebre contro i credenti, Gesù non chiede al Padre di toglierli dal mondo, ma lo prega di custodirli dal maligno. Dio custodirà i discepoli nel suo nome santo (v. 11), preservandoli dall’influsso del demonio e
del male (v. 5), cioè santificandoli nella verità (v. 17).
La santità piena e perfetta è posseduta dall’unico uomo senza peccato (Gv 8,46; Eb 4,15; 7,26), santificato dal Padre e inviato nel mondo (Gv 10,36); egli è il Santo di Dio (Gv 6, 69), è l’unica persona che appartiene totalmente a
Dio.
La santità dei cristiani invocata da Gesù nei vv. 17 e 19 dev’essere intesa come fedeltà piena al patto d’amore sancito nel sangue di Cristo, vivendo da autentici figli di Dio, da proprietà esclusiva del Padre.
Il Padre opera la santificazione dei credenti nella sua parola e per mezzo della sua parola. La verità, che è la rivelazione totale e definitiva del nome, della persona del Padre, costituisce l’ambiente vitale nel quale i cristiani devono essere santificati. Questa parola, questa verità è il Cristo. Il Padre santifica i credenti per mezzo del Figlio, Parola di Dio. La santificazione è quindi la vita di comunione filiale con Dio per mezzo di Cristo.
Essere santificati nella verità significa essere custoditi nella vita filiale, nella comunione con il Padre, per mezzo della nostra comunione con il Figlio che è unito al Padre.
Una delle conseguenze più immediate della santificazione dei discepoli è la loro abilitazione alla missione. Come il Figlio è stato santificato e inviato nel mondo (Gv 10, 36), così i credenti possono essere inviati nel mondo da Gesù
(v. 18) perché il Padre li santifica nella verità (vv. 17 e 19).
Gesù santifica se stesso "nella verità" come i discepoli, cioè rivelando il nome del Padre, adempiendo la sua missione di Inviato di Dio. Gesù si santifica per i suoi discepoli per salvarli. La santificazione salvifica di Gesù a favore dei credenti è orientata verso l’offerta della sua vita sul Calvario.
La rivelazione dell’amore paterno di Dio, attraverso il dono del Figlio all’umanità, opera la salvezza e la santificazione dei credenti, i quali potranno vivere in comunione piena con il Padre lasciandosi guidare in tutto dalla sua volontà, partecipando così alla santità di Cristo, causa, fondamento e modello di quella dei discepoli.
Padre Lino Pedron
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martedì 7 giugno 2011

286 - Padre, glorifica il Figlio tuo

Così parlò Gesù. Poi, alzàti gli occhi al cielo, disse: «Padre, è venuta l'ora: glorifica il Figlio tuo perché il Figlio glorifichi te. Tu gli hai dato potere su ogni essere umano, perché egli dia la vita eterna a tutti coloro che gli hai dato. Questa è la vita eterna: che conoscano te, l'unico vero Dio, e colui che hai mandato, Gesù Cristo. Io ti ho glorificato sulla terra, compiendo l'opera che mi hai dato da fare. E ora, Padre, glorificami davanti a te con quella gloria che io avevo presso di te prima che il mondo fosse.
Ho manifestato il tuo nome agli uomini che mi hai dato dal mondo. Erano tuoi e li hai dati a me, ed essi hanno osservato la tua parola. Ora essi sanno che tutte le cose che mi hai dato vengono da te, perché le parole che hai dato a me io le ho date a loro. Essi le hannoaccolte e sanno veramente che sono uscito da te e hanno creduto che tu mi hai mandato.
Io prego per loro; non prego per il mondo, ma per coloro che tu mi hai dato, perché sono tuoi. Tutte le cose mie sono tue, e le tue sono mie, e io sono glorificato in loro. Io non sono più nel mondo; essi invece sono nel mondo, e io vengo a te.


Tra i due lunghi discorsi dell’addio e il racconto della passione, Giovanni inserisce una solenne preghiera di Gesù al Padre. Questa preghiera è stata chiamata "sacerdotale" perché presenta Gesù come il sommo sacerdote che intercede per i suoi fratelli (1Gv 2,1-2; Rm 8,34; Eb 4,15; 7,25).
Ciò nonostante, la preghiera di Gesù è segnata profondamente dallo scoccare della sua "ora" (v. 1): la glorificazione del Figlio, la protezione paterna dei discepoli e l’unità dei credenti.
Il genere letterario di questa preghiera rientra negli schemi dei testamenti o discorsi di addio dei patriarchi (Dt 32 e 33, ecc.). In questo capitolo Gesù esprime le sue ultime volontà in forma di preghiera al Padre. L’uso del verbo "voglio" (v. 24) conferma il valore di testamento spirituale di questo capitolo.
La sublime preghiera del capitolo 17 chiude il vangelo di Giovanni prima del racconto della passione, morte e risurrezione di Gesù. Per il suo carattere poetico forma una grande inclusione con il prologo.
Il Cristo prega il Padre elevando gli occhi al cielo come aveva fatto prima di risuscitare Lazzaro (Gv 11,41); il cielo, nel linguaggio degli antichi, è considerato il luogo della dimora di Dio.
Gesù chiede al Padre di glorificare il Figlio suo perché l’"ora" è giunta, ossia è già iniziata la parte finale della sua vita, nella quale egli è glorificato con la sua passione, morte e risurrezione.
In questo testo si afferma che è il Padre l’autore di questa glorificazione e che la glorificazione del Figlio è contemporaneamente la glorificazione del Padre. Gesù glorifica il Padre compiendo l’opera di rivelazione e di salvezza affidatagli dal Padre. Ha ricevuto la missione di donare la vita eterna a tutti gli uomini che vorranno
diventare suoi discepoli.
Nel v. 3 è proclamato in che cosa consista la vita eterna: nel conoscere l’unico vero Dio e colui che egli ha mandato, Gesù Cristo. Questa conoscenza deve essere intesa in senso biblico, come sinonimo di comunione vitale,
intima, profonda. La vita eterna consiste nella comunione con il Padre e con il Figlio suo.
Gesù, alla fine della sua missione rivelatrice, proclama di aver glorificato il Padre sulla terra portando a termine in modo perfetto l’opera affidatagli da Dio. Quest’opera di rivelazione e di salvezza raggiunge il compimento pieno e perfetto sulla croce (Gv 19,28.30). Qui l’amore di Gesù per i suoi amici raggiunge la perfezione.
Il Verbo di Dio, prima dell’incarnazione, possedeva la gloria divina, frutto dell’amore eterno del Padre (Gv 17,24).
Assumendo la natura umana nella sua fragilità e debolezza (Gv 1,14), il Figlio di Dio occultò la sua gloria divina (Fil 2,6-7) e la manifestò a sprazzi durante la sua vita terrena (Gv 1,14; 2,11; Lc 9,31). La gloria divina sarà comunicata alla natura umana del Figlio di Dio, in tutto il suo splendore, con la sua esaltazione sulla croce e con la sua risurrezione e ascensione al cielo.
Dal v. 6 in avanti Gesù parla degli uomini che il Padre gli ha dato dal mondo. I discepoli sono uno dei doni più preziosi concessi da Dio a suo Figlio; essi sono proprietà del Padre, ma sono stati dati a Gesù. A questi amici il Cristo ha rivelato il nome del Padre e continuerà a manifestarlo affinché il suo amore sia in essi (Gv 17,26). Il Figlio è la manifestazione dell’amore di Dio per l’umanità (Gv 3,16). Il nome del Padre indica la persona di Dio in quanto Padre, che è la fonte della vita divina del Figlio.
Dinanzi alla manifestazione di Dio come Padre, i discepoli hanno reagito custodendo la sua parola, cioè credendo in modo concreto e dimostrando di amare seriamente il Padre. Gesù ha ricevuto tutto in dono dal Padre e ha donato tutto ai discepoli. La fede dei discepoli ha per oggetto anche l’origine divina di Gesù mandato dal Padre:
essi hanno creduto che egli è uscito dal Padre ed è stato inviato da lui (v. 8).Gesù precisa che la sua preghiera è per i credenti e non per il mondo tenebroso, perché esso si esclude da solo dalla vita e dalla salvezza rifiutando volontariamente la rivelazione del Figlio di Dio. Gesù non prega per il mondo, inteso come la personificazione delle potenze occulte del male che lottano contro il Padre e contro il suo Inviato.
Egli prega invece per i suoi, perché li ama di un amore fortissimo e concreto (Gv 13,1). Li affida al Padre affinché li custodisca nel suo nome, perché sono sua proprietà: il Padre e il Figlio hanno tutto in comune.
Come il Padre è glorificato nel Figlio (Gv 13,31-32; 14,13), così il Figlio è glorificato nei discepoli (Gv 17,10) attraverso la loro testimonianza, resa possibile dall’azione dello Spirito Santo nel loro cuore (Gv 15,26-27). In questo modo Gesù sarà glorificato dallo Spirito della verità (Gv 16,14).
Gesù rivolge la sua preghiera al Padre a favore degli amici che rimangono nel mondo mentre egli torna al Padre.
L’espressione "Padre santo" è esclusiva di questa preghiera sacerdotale e indica la trascendenza increata di Dio, la sua essenza, la sua maestà rivelata nella gloria. Il nome santo del Padre "è come un tempio, come un luogo nel quale Gesù domanda che i credenti siano custoditi" (De La Potterie). Con tale protezione Dio si manifesta come Padre e si fa conoscere come il Santo, il Dio trascendente e onnipotente.

Padre Lino Pedron

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lunedì 6 giugno 2011

285 - Abbiate coraggio: io ho vinto il mondo

Gli dicono i suoi discepoli: «Ecco, ora parli apertamente e non più in modo velato. Ora sappiamo che tu sai tutto e non hai bisogno che alcuno t'interroghi. Per questo crediamo che sei uscito da Dio». Rispose loro Gesù: «Adesso credete? Ecco, viene l'ora, anzi è già venuta, in cui vi disperderete ciascuno per conto suo e mi lascerete solo; ma io non sono solo, perché il Padre è con me. Vi ho detto questo perché abbiate pace in me. Nel mondo avete tribolazioni, ma abbiate coraggio: io ho vinto il mondo!»

In questo brano il linguaggio di Gesù è giudicato chiaro dai discepoli. Il fatto che Gesù conosca tutti i pensieri prima che siano espressi suscita la loro professione di fede nella sua onniscienza e nella sua origine divina.
Essi credono di avere compreso il segreto della persona di Gesù e di possedere una fede adulta in Dio, ma il Maestro non si lascia lusingare da questa professione di fede, anzi prende motivo da essa per predire l’imminente defezione dei discepoli durante il suo arresto: essi non crederanno più e torneranno ai loro interessi, abbandonandolo.
Gesù, però, nonostante l’abbandono dei discepoli, non rimane solo, perché è sempre unito al Padre: egli è una cosa sola con il Padre (Gv 10,30.38).
Al termine del discorso Gesù ritorna sul tema della gioia e della sofferenza dei discepoli per invitarli alla fiducia: la vittoria finale sarà del Cristo e dei suoi amici.
Gesù ha vinto il mondo, disarmandolo con l’amore: alle ricchezze ha preferito la povertà, agli onori l’umiltà, la croce e la trasparenza di vita. Egli ha scelto ciò che conta nella vita e non l’effimero.
"Abbiate fiducia; io ho vinto il mondo!". Con questo grido di vittoria termina il secondo e ultimo discorso di Gesù nell' ultima cena.
Padre Lino Pedron
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Problemi tecnici

Nella giornata di ieri, 5/6/2011 non è stato possibile pubblicare alcun post, per cui i 4 post che trovate in coda al presente sono in realtà relativi alla giornata di ieri.
Mi scuso per l'inconvenniente che non dipende dalla mia volontà.
Da oggi si presume si possa tornare alla normalità.
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284 - Messaggio medjugorje del 2/6/2011 (Mirjana)

Cari figli, mentre vi invito alla preghiera per coloro che non hanno conosciuto l'amore di Dio, se guardaste nei vostri cuori capireste che parlo di molti di voi. Con cuore aperto domandatevi sinceramente se desiderate il Dio Vivente o volete metterlo da parte e vivere secondo il vostro volere. Guardatevi intorno, figli miei, e osservate dove va il mondo che pensa di fare tutto senza il Padre e che vaga nella tenebra della prova. Io vi offro la luce della Verità e lo Spirito Santo.
Sono con voi secondo il piano di Dio per aiutarvi affinché nei vostri cuori vinca mio Figlio, la Sua Croce e Risurrezione.
Come Madre desidero e prego per la vostra unione con mio Figlio e con la sua opera.
Io sono qui, decidetevi! Vi ringrazio!
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283 - Richiesta di preghiere 23/2011

62) un anonimo dall'italia: affido al Signore un tentativo di truffa che mio fratello sta subendo,il Signore faccia energere la verità e nel Suo nome ci dia Vittoria.grazie

63) un anonimo dalla lombardia: Cari amici,chiedo preghiere affinchè abbia anche IO prosperità nella vita dopo tanta sofferenza,grazie

64) un anonimo dal lazio: Salve, sono un ragazzo di 23 anni con forti tendenze omosessuali che, da un po' di tempo a questa parte è caduto nella sessodipendenza, vi chiedo di pregare per me perchè possa essere liberato da questo peccato e possa scoprire la volontà di Dio sulla mia vita e seguirla. Grazie

65) tiz dal lazio: buon giorno ho bisogno di preghiere per me e la mia famiglia..che ci siamo allontanati dal signore..ho bisogno di ritornare ma non ho la forza..una preghiera alla madonna che protegge la mia famiglia..grazie sia lodato Gesù e Maria

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282 - Docile allo Spirito Santo

Nostro Signore Gesù lo vuole: bisogna seguirlo da vicino. Non c'è altra strada. Questa è l' opera dello Spirito Santo in ogni anima — nella tua —, e devi essere docile, per non porre ostacoli al tuo Dio. (Forgia, 860)

Se ora vogliamo determinare — sia pure in linee generali — quale sia lo stile di vita che porti ad avere un rapporto di amicizia e di familiarità con lo Spirito Santo — e, assieme a Lui, con il Padre e il Figlio — dobbiamo considerare tre realtà fondamentali: la docilità, la vita di preghiera, l' unione alla Croce.
In primo luogo la docilità, perché è lo Spirito Santo che con le sue ispirazioni dà tono soprannaturale ai nostri pensieri, ai nostri desideri e alle nostre opere. È Lui che ci spinge ad aderire alla dottrina di Cristo e ad assimilarla in tutta la sua profondità; è Lui che ci illumina per farci prendere coscienza della nostra vocazione personale e ci sostiene per farci realizzare tutto ciò che Dio si attende da noi. Se siamo docili allo Spirito Santo, l' immagine di Cristo verrà a formarsi sempre più nitidamente in noi, e in questo modo saremo sempre più vicini a Dio Padre. Sono infatti coloro che sono guidati dallo Spirito di Dio, i veri figli di Dio. Se ci lasciamo guidare da questo principio di vita presente in noi, la nostra vitalità spirituale si svilupperà sempre più, e noi ci abbandoneremo nelle mani di Dio nostro Padre con la stessa spontaneità e con la stessa fiducia con cui il bambino si getta nelle braccia del padre. Se non diventerete come i bambini, non entrerete nel regno dei cieli, ha detto il Signore. Questo antico e sempre attuale itinerario interiore di infanzia, non è fragile sentimentalismo né carenza di maturità umana, bensì la vera maturità soprannaturale, che ci porta a scoprire sempre meglio le meraviglie dell'amore divino, a riconoscere la nostra piccolezza e a identificare del tutto la nostra volontà con la volontà di Dio. (E' Gesù che passa, 135)

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281 - Commento al Vangelo del 5/6/2011

Gli undici discepoli, intanto, andarono in Galilea, sul monte che Gesù aveva loro fissato. Quando lo videro, gli si prostrarono innanzi; alcuni però dubitavano. E Gesù, avvicinatosi, disse loro: “Mi è stato dato ogni potere in cielo e in terra. Andate dunque e ammaestrate tutte le nazioni, battezzandole nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito santo, insegnando loro ad osservare tutto ciò che vi ho comandato. Ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo”.

Matteo non descrive l’ascensione di Gesù come fanno gli Atti degli Apostoli, ma, servendosi di immagini diverse, propone il medesimo messaggio.
A differenza di Luca e Giovanni, egli colloca l’incontro con il Risorto non a Gerusalemme ma in Galilea. Questa ambientazione geografica ha un valore teologico: l’evangelista vuole affermare che la missione degli apostoli inizia là dov’era cominciata quella del loro Maestro.
La Galilea era una regione disprezzata. A causa delle frequenti invasioni dal nord e dall’est, era abitata da una popolazione eterogenea, derivata da una mescolanza di razze. Isaia la designa come “il territorio dei Gentili”, cioè, dei pagani (Is 9,1) e i giudei ortodossi la guardavano con sospetto e diffidenza. A Nicodemo che timidamente cercava di difendere Gesù, i farisei di Gerusalemme obiettarono: “Studia e vedrai che non sorge profeta dalla Galilea” (Gv 7,52).
È proprio a questi semi-pagani – vuole dire Matteo – che ora è destinato il vangelo. Gerusalemme, la città che ha rifiutato il messia di Dio, ha perso il suo privilegio di essere il centro spirituale di Israele.
L’incontro del Risorto con i discepoli avviene sul monte (v. 16).
Commentando il vangelo della seconda domenica di Quaresima abbiamo chiarito il significato biblico del monte: era il luogo delle manifestazioni di Dio; in cima al monte egli si era manifestato a Mosè ed Elia. Matteo impiega spesso questa immagine: colloca Gesù sul monte ogni volta che insegna o compie qualche gesto particolarmente importante. Se si tiene presente questo fatto, si comprende il significato della scena narrata nel brano di oggi: l’invio dei discepoli nel mondo è un avvenimento decisivo. Non solo, ma è abilitato a svolgere questa missione solo chi, sul monte, ha fatto l’esperienza del Risorto e ha assimilato il suo messaggio.
L’annotazione che “alcuni degli apostoli ancora dubitavano” (v. 17) è sorprendente. Come potevano avere ancora dei dubbi se avevano già incontrato il Risorto a Gerusalemme il giorno di Pasqua? Dal punto di vista della catechesi, questo particolare è indicativo. Per Matteo la comunità cristiana non è composta da gente perfetta, ma da persone in cui continuano ad essere presenti il bene e il male, la luce e la tenebra. Fra i primi discepoli riscontriamo questa situazione: hanno fede, ma permangono ancora dubbi e incertezze.
È possibile credere in Cristo ed avere dubbi. Impossibile è il contrario: non può esistere la fede assieme all’evidenza. Non si può “credere” che il sole esista: c’è la certezza, lo si può vedere, sono scientificamente verificabili gli effetti della sua luce e del suo calore. Nel campo della fede questa evidenza è impossibile. Come gli apostoli, anche noi abbiamo la convinzione profonda della verità della risurrezione di Cristo, ma non la si può dimostrare.
Nella seconda parte del brano (vv. 18-20) c’è l’invio degli apostoli ad evangelizzare il mondo intero.
Durante la sua vita pubblica, Gesù li aveva mandati ad annunciare il regno dei cieli con queste istruzioni: “Non andate fra i pagani e non entrate nelle città dei samaritani; rivolgetevi piuttosto alle pecore perdute della casa d’Israele” (Mt 10,5-6). Dopo la Pasqua la loro missione si amplia, diviene universale.
La luce si era accesa in Galilea quando Gesù, lasciata Nazaret, si era stabilito a Cafarnao. Il popolo immerso nelle tenebre aveva visto una grande luce; su quelli che dimoravano in terra e ombra di morte, una luce si era levata (Mt 4,16). Ora la sua luce deve splendere in tutto il mondo. Come hanno annunciato i profeti, Israele diviene “luce delle genti” (Is 42,6).
Il momento è decisivo e Gesù si richiama alla sua autorità: è stato inviato dal Padre a portare il messaggio della salvezza; ora egli affida questo compito alla comunità dei discepoli, conferendo loro i suoi stessi poteri.
La chiesa è chiamata a rendere presente Cristo nel mondo. Mediante il battesimo genera nuovi figli che vengono inseriti nella comunione di vita della trinità, del Padre, del Figlio e dello Spirito. Missione sublime, ma ardua; suscita sgomento e trepidazione in chi è chiamato a svolgerla.
Ogni vocazione è sempre accompagnata dalla paura dell’uomo e da una promessa del Signore che assicura: “Non temere, io sono con te”. A Giacobbe in viaggio verso una terra ignota Dio garantisce: “Io sono con te e ti proteggerò dovunque andrai, non ti abbandonerò” (Gn 28,15); a Israele deportato a Babilonia dichiara: “Tu sei prezioso ai miei occhi e io ti amo. Non temere perché io sono con te” (Is 43,4-5); a Mosè che obietta: “Chi sono io per andare dal faraone e per fare uscire gli israeliti dall’Egitto?”, risponde: “Io sarò con te” (Es 3,11-12); a Paolo che a Corinto è tentato di scoraggiarsi, il Signore dice: “Non aver paura, perché io sono con te e nessuno cercherà di farti del male” (At 18,9-10).
La promessa del Risorto ai discepoli che stanno per muovere i primi, timidi passi, non può essere diversa: “Ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo” (v. 20). Si chiude così, com’era iniziato, il vangelo di Matteo: con il richiamo all’Emmanuele, al Dio con noi – nome con il quale il messia era stato annunciato dai profeti (Mt 1,22-23).

Fernando Armellini (biblista)

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sabato 4 giugno 2011

280 - Dal cristiano ci si attende eroismo

Quanti di coloro che si lascerebbero inchiodare a una croce davanti allo sguardo attonito di migliaia di spettatori non sanno soffrire cristianamente le punzecchiature di ogni giorno! Pensa, allora, che cosa è più eroico. (Cammino, 204).

Oggi, come ieri, dal cristiano ci si attende eroismo. Eroismo in grandi conflitti, se è necessario; ed eroismo — più consueto — nelle piccole avvisaglie di ogni giorno. Quando si lotta assiduamente, con Amore, fin nelle cose piccole, in modo tale che la lotta sembri impercettibile, il Signore è sempre accanto ai suoi figli come pastore pieno d'amore: Io stesso condurrò le mie pecore al pascolo e io le farò riposare. Andrò in cerca della pecora perduta e ricondurrò all'ovile quella smarrita; fascerò quella ferita e curerò quella malata... Abiteranno in piena sicurezza nella loro terra. Sapranno che io sono il Signore, quando avrò spezzato le spranghe del loro giogo e li avrò liberati dalle mani di coloro che li tiranneggiano.
Ricorro piuttosto alla sua misericordia, alla sua compassione, perché non guardi i nostri peccati, ma i meriti di Cristo e quelli della sua Santissima Madre — che è anche Madre nostra — del santo Patriarca Giuseppe che gli fece da padre, e di tutti i santi.
Il cristiano può essere ben sicuro che se desidera lottare, il Signore — come leggiamo nella Messa della festa odierna — lo terrà per la mano destra. Gesù, che entra in Gerusalemme cavalcando, Re di pace, un povero asinello, è colui che disse: Il regno dei cieli soffre violenza e i violenti se ne impadroniscono. Questa forza non è una violenza contro gli altri: ma fortezza per combattere le proprie debolezze e le proprie miserie, coraggio di non mascherare le proprie infedeltà, audacia per confessare la fede anche quando l'ambiente è ostile. (E' Gesù che passa, 82)
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279 - Il Padre vi ama, perché voi avete amato me e avete creduto

In verità, in verità io vi dico: se chiederete qualche cosa al Padre nel mio nome, egli ve la darà. Finora non avete chiesto nulla nel mio nome. Chiedete e otterrete, perché la vostra gioia sia piena. Queste cose ve le ho dette in modo velato, ma viene l'ora in cui non vi parlerò più in modo velato e apertamente vi parlerò del Padre. In quel giorno chiederete nel mio nome e non vi dico che pregherò il Padre per voi: il Padre stesso infatti vi ama, perché voi avete amato me e avete creduto che io sono uscito da Dio. Sono uscito dal Padre e sono venuto nel mondo; ora lascio di nuovo il mondo e vado al Padre».

Nel giorno della risurrezione gli apostoli non sentiranno il bisogno di domandare spiegazioni a Gesù perché le loro numerose domande sul suo imminente ritorno al Padre (Gv 13,36-37; 14,15ss; ecc.) avranno ottenuto una risposta soddisfacente nel fatto, del tutto inatteso, della risurrezione. Tuttavia se i discepoli faranno delle richieste al Padre, questi le esaudirà nel nome del Figlio.
Le preghiere dei cristiani saranno ascoltate se saranno conformi alla volontà del Signore (1Gv 5, 14), perché Dio ama gli amici di Gesù (Gv 16,17). Per questa ragione egli esorta i discepoli a rivolgere richieste al Padre nel nome di Cristo affinché la loro gioia sia piena e perfetta. Tale gioia perfetta sarà concessa a chi rimane nell’amore di Cristo (Gv 15,11), a chi vive la sua parola (Gv 17,13).
Gesù parla di una duplice fase della sua rivelazione: quella presente "in enigmi" e quella futura che sarà chiara, aperta e manifesta. La difficile e oscura rivelazione di Gesù diverrà chiara, aperta e manifesta ai discepoli per opera dello Spirito della verità.
Dopo la glorificazione di Gesù, i cristiani rivolgeranno richieste al Padre nel nome del Figlio. Tali suppliche saranno infallibilmente esaudite (Gv 14,13-14; 15,16) perché Dio ama coloro che credono in Gesù. Il Padre ama tutta l’umanità (Gv 3,16), ma in modo speciale le persone che amano suo Figlio (Gv 14,21.23). In tale situazione felice non appare più necessaria la preghiera di intercessione del Signore Gesù perché siano ascoltate dal Padre le richieste dei credenti, in quanto la mediazione di Gesù ha raggiunto il suo scopo, quello di unire i discepoli a Dio.
I Dodici non solo amano Gesù, ma hanno creduto nella sua origine divina. Giovanni attribuisce molta importanza a questo aspetto della fede, perché lo considera un elemento fondamentale del discepolo autentico (Gv 17,8).
Gesù è conscio della sua origine divina (Gv 6,46; 7, 29) e con tale consapevolezza dà inizio alla sua passione (Gv 13,3). Egli è uscito dal Padre per venire nel mondo, ora con la sua morte gloriosa fa ritorno al Padre che l’ha mandato (Gv 16,5).

Padre Lino Pedron
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venerdì 3 giugno 2011

278 - Novena allo Spirito Santo

Iniziamo sempre la preghiera invocando l'aiuto dello Spirito Santo:

Vieni, Santo Spirito, manda a noi dal Cielo un raggio della tua luce. Vieni, padre dei poveri, vieni, datore dei doni, vieni, luce dei cuori. Consolatore perfetto, ospite dolce dell'anima, dolcissimo sollievo. Nella fatica, riposo, nella calura, riparo, nel pianto, conforto. O luce beatissima, invadi nell'intimo il cuore dei tuoi fedeli. Senza la tua forza, nulla è nell'uomo, nulla senza colpa. Lava ciò che è sordido, bagna ciò che è arido, sana ciò che sanguina. Piega ciò che è rigido, scalda ciò che è gelido, drizza ciò che è sviato. Dona ai tuoi fedeli che solo in te confidano i tuoi santi doni. Dona virtù e premio, dona morte santa, dona gioia eterna. Amen.


1° GIORNO

Spirito Santo, dono di Dio all'anima mia, io resto assalito dall'emozione e dall'ammirazione, pensando a te. Non trovo nulla che possa dire la felicità intima che provo, sapendoti mio ospite dolcissimo e vita divina in me. Come acque inondanti, l'anima è sopraf­fatta dalla quiete, dall'amore, dalla con­templazione saporosa di te. Io sono come attonito dinanzi a tanta degnazione; penso alla tua bellezza, stu­penda oltre ogni dire e immaginare; penso alla tua inesauribile ricchezza di grazia, di doni, di virtù, di frutti e di beatitudini. Penso alla tua tenera bontà, che ti spinge ad abitare in me. Tu hai tutto, tu puoi tutto, tu mi vuoi dare tutto. Sono in uno stato d'ammirazione com­mossa, nonostante la mia miseria, che mi fa essere l'ultimo della terra. Ti benedico, ti adoro, ti ringrazio, ti chiedo tutto. Dammi tutto, o Spirito Santo!

3 Gloria al Padre


2° GIORNO

Spirito del Signore e celeste donatore, con la più profonda umiltà, ma anche con tutta la potenza dei miei ardenti desi­deri, chiedo i tuoi santi doni, particolar­mente la sapienza e la pietà. Accresci in me questi doni fino al loro svi­luppo completo affinché l'anima mia sia docile e obbediente a te, Maestro interiore, e io viva abitualmente dei tuoi doni e nella contemplazione intima e soave di te e di tutta la Trinità.

3 Gloria al Padre


3° GIORNO

Spirito Santo, Maestro interiore e santifi­catore, io ti domando con insistenza instancabile di voler istruire il mio intelletto su tutta la verità e parlare al mio cuore, di volermi santificare curando la mia anima come hai curato quella della Madonna, l'Im­macolata tua Sposa, dei Martiri e dei Santi. Io sono avido di santità: non per me, ma per dare gloria a te, Maestro dei maestri, gloria alla Trinità, splendore alla Chiesa, esempio alle anime. Non c'è mezzo migliore per essere veri apo­stoli che essere santi, perché, all'infuori della santità, si conclude ben poco. Spirito Santo, ascolta la mia preghiera ed esaudisci i miei ardenti desideri.

3 Gloria al Padre


4° GIORNO

Spirito Santo, verità e luce beatissima, sento una profonda amarezza nel constatare che tu sei quasi completamente sconosciuto o dimenticato dalla maggior parte di noi. Non ti pensiamo mai, distratti come siamo da tante preoccupazioni, assorbiti dallo spirito del mondo, sbadati e incuranti delle tue premure e delicatezze. Quale ingratitudine! Gran parte di questa colpa è nostra, che non viviamo questa verità e della quale quasi mai parliamo alle anime. Accogli, Spirito divino, questi miei poveri sentimenti, in riparazione di così deplore­vole dimenticanza e per implorare tanta luce per me, per i sacerdoti e per i fedeli.

3 Gloria al Padre


5° GIORNO

Spirito Santo, amore e soavità del Padre e del Figlio, fiore e profumo della san­tità di Dio, fuoco divino acceso in me, rendi tutto nuovo il mio cuore; togli ogni macchia e oscurità, brucia ogni impurità e rendimi conforme all'immagine del Figlio divino. Spirito di fuoco che ti degni di abitare perso­nalmente in me per santificarmi, accendi in me questo fuoco d'amore; penetra e investi con la tua fiamma tutta l'anima mia; scaccia ogni affetto disordinato; spingimi a conqui­ste apostoliche; donami la grazia di essere fiamma e di ardere di puro ed eterno amore.

3 Gloria al Padre


6° GIORNO

Spirito di fortezza che hai dato ai marti­ri la forza di morire lietamente per causa di Cristo Signore, infondi in me que­sto dono divino in tutta la sua intensità. Scuoti il mio torpore e la mia indolenza, rendimi forte nell'intraprendere tutto quel­lo che il Signore mi chiede, senza badare a sacrifici e fatiche, a gloria tua e a beneficio spirituale e materiale di tutti i fratelli. Dammi forza di continuare con ardore, senza stancarmi e senza possibilità di abbandonare quanto ho cominciato. Dammi coraggio ed energia nel difendere intrepidamente la Chiesa, nell'affermare davanti a tutti l'integrità della fede e la vera obbedienza al Papa e ai Vescovi. Dammi lo slancio sovrumano dell'apostola­to; che io vi perseveri sino alla fine, a costo di qualunque martirio dell'anima o del corpo. Spirito divino, circondami della tua onnipotenza, sostienimi con il tuo vigore e avvolgimi della tua invincibile fortezza.

3 Gloria al Padre


7° GIORNO

Spirito di verità e di luce, fiamma e calo­re della luce, luce beatissima, dirada e disperdi dalla mia mente tutte le ombre dell'errore e del dubbio. Irradia e illumina con perfetta chiarezza l'intimo della mia anima. Che io respinga sempre ogni errore; che aderisca fortemen­te alla verità secondo gli insegnamenti della Chiesa; che cammini nel tuo splendore. Vestito della tua santa luce, che io resti sempre nella tua verità e pura chiarezza.

3 Gloria al Padre


8° GIORNO

Spirito purificatore, purificami da ogni macchia. Santificami e dammi le virtù di Gesù, le stesse sue intenzioni e disposi­zioni interiori. Sii in me lo stesso Spirito di Gesù. Spira all'anima mia, verso Gesù, lo stesso amore che il Padre spira al suo Figlio divi­no e dammi la stessa attrazione che il Padre sente verso il suo diletto e carissimo Figlio Gesù.

3 Gloria al Padre


9° GIORNO

Spirito Santo, ti supplico di illuminare la mia mente con luce vivida, necessaria per me e per coloro che chiedono da me, e di sostenere la mia debole volontà con gra­zie d'amore e di fortezza. Divino santificatore, conducimi alla vetta della santità attraverso il lavoro continuo, paziente, docile alle tue premure. La santità sei tu ed io devo lasciarti vivere in me, assecondando la tua opera di perfe­zione. Divino rinnovatore, rinnova tutto, rimuovi ogni male, ogni pericolo, ogni cat­tiveria, rifai tutto nuovo per me, tutto puro, tutto santo. Divino vivificatore, anima della mia anima, dammi la forza di attestare e glori­ficare sempre, insieme con te, il Figlio divi­no e di vivere per la sua gloria e morire nel suo amore. Divino donatore, dammi i tuoi doni per contemplare Dio nella luce dei suoi miste­ri, per comprendere il vero valore della vita e delle cose e per amare tutti con pura carità, come se già fossi in Cielo. Grazie! Amen!

3 Gloria al Padre

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277 - Nessuno potrà togliervi la vostra gioia

In verità, in verità io vi dico: voi piangerete e gemerete, ma il mondo si rallegrerà. Voi sarete nella tristezza, ma la vostra tristezza si cambierà in gioia. La donna, quando partorisce, è nel dolore, perché è venuta la sua ora; ma, quando ha dato alla luce il bambino, non si ricorda più della sofferenza, per la gioia che è venuto al mondo un uomo. Così anche voi, ora, siete nel dolore; ma vi vedrò di nuovo e il vostro cuore si rallegrerà e nessuno potrà togliervi la vostra gioia. Quel giorno non mi domanderete più nulla ».

La passione e morte del Cristo provocherà pianto e afflizione nel cuore dei discepoli, mentre i suoi avversarti si rallegreranno per la vittoria riportata. La tristezza dei discepoli però durerà poco: essa si trasformerà in gioia quando il Signore risorto apparirà loro il giorno di Pasqua (Gv 20,20). La situazione degli amici di Gesù durante la sua passione e morte sarà simile a quella della partoriente, la quale dopo le doglie sperimenta una gioia tanto grande da dimenticare il travaglio del parto.
Come la gioia della maternità fa dimenticare le doglie del parto, così il ritorno del Signore risorto tra i suoi sarà fonte di una gioia grande e perfetta, che nessuno potrà mai togliere ai suoi discepoli.

Padre Lino Pedron
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giovedì 2 giugno 2011

276 - Oggi è giovedì ricordiamoci di pregare per i Sacerdoti

"Il dovere di dare incremento e sostegno alle vocazioni sacerdotali spetta a tutta la comunità cristiana, che è tenuta ad assolvere questo mandato anzitutto con una vita perfetta nella carità".
Questa frase dell’Optatam totius, il decreto del Concilio Vaticano II sulla formazione dei sacerdoti, orienta e sostiene tutta l’azione pastorale ed il fraterno servizio in favore delle vocazioni.

E’ tale la sua importanza per tutta la Chiesa, che sarebbe grave lacuna non tenerla presente anche nel nostro cammino.
Ancora una volta con parole chiare, servendosi della voce del Concilio, il Padre, il Figlio e lo Spirito, ci ricordano che noi, fratelli e sorelle, comunità che cerca di divenire « cristiana », non siamo tanto intermediari che si interpongono per propria iniziativa tra Dio e il sacerdote, sia pure per prestare un servizio, ma siamo piuttosto tutti insieme « per vocazione », e dobbiamo divenirlo sempre di più, strumenti e manifestazioni della grazia di Dio che salva l’uomo.
L’immediato riferimento alla "vita perfetta nella carità" è necessario. Infatti soltanto il nostro impegno a divenire personalmente perfetti nell’amore soprannaturale, pagando cioè di persona tempo, preghiera e salute, garantisce un’azione - o meglio una mediazione - veramente efficace per la Chiesa; così come la preoccupazione amorosa per le vocazioni è il « test definitivo » della nostra vitalità e del nostro amore per il Padre. Ma ciò che conta, da sempre, è dare ai fratelli qualche segno chiaro dell’amore di Gesù per loro; ed ogni segno è chiaro, è evangelico, solo se nasce come frutto dell’unità, dell’amore perfetto tra molti.
Abilitati a manifestare la presenza e l’amore di Dio che salva, siamo mandati come altrettanti apostoli a rendere credibile ed efficace la grazia attraverso la semplicità e l’intensità del nostro amore concreto.
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275 - Sacro Cuore, pensiero del 2/6

Per vivere meglio il mese di giugno, dedicato al Sacro Cuore, viene proposto giornalmente un pensiero, letto il quale si inviata a proseguire con la seguente invocazione:
Dal tuo Cuore Gesù ogni bene, con il Cuore di Gesù ogni azione, nel Cuore di Gesù ogni pace.
1 Padre nostro... 1 Ave Maria... 10 volte: Cuore Divino di Gesù, Confido e spero in Te! 1 Gloria al Padre...

+Guglielmo di Saint-Thierry (sec. XII): <<...di modo che noi per la porta aperta entrassimo tutti interi fino al vostro Cuore, o Gesù, fino alla vostra anima santa. Aprite, Signore, la porta laterale della vostra arca, affinché vi enttrino tutti i vostri eletti, apriteci il costato del vostro corpo, affinché vi entrino coloro che desiderano vedere i segreti del Figlio, affinché ricevino i fiotti misteriori che ne sgorgano e il prezzo della loro redenzione.
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274 - Novena al Sacro Cuore di Gesù

1) Cuore adorabile di Gesù, dolce mia vita, nei presenti miei bisogni ricorro a te per soccorso, e affido alla tua po­tenza, alla tua sapienza, alla tua bontà, tutte le angustie del mio cuore, ripetendo mille volte: O Cuore Sacratissimo, fonte di amore, per i miei presenti bisogni pensati tu!
Gloria al Padre
Dolce Cuore del mio Gesù, fa' ch'io ti ami sempre più.


2) Cuore amatissimo di Gesù, oceano di misericordia, ri­corro a te per aiuto nelle mie presenti necessità e con pieno abbandono affido alla tua potenza, alla tua sapienza, alla tua bontà, la tribolazione che mi opprime, ripetendo ancor mille volte: O Cuore tenerissimo, unico mio tesoro! per i miei pre­senti bisogni pensaci tu!

Gloria al Padre
Dolce Cuore del mio Gesù, fa' ch'io ti ami sempre più.


3) Cuore amorosissimo di Gesù, delizia di chi t'invoca! Nel­la impotenza in cui mi trovo ricorro a te, dolce conforto dei tribolati, affido alla tua potenza, alla tua sapienza, alla tua bontà tutte le pene mie e ripeto ancor mille volte: O Cuore generosissimo, riposo unico di chi spera in te! per i miei pre­senti bisogni pensaci tu!

Gloria al Padre
Dolce Cuore del mio Gesù, fa' ch'io ti ami sempre più.


O Maria, Mediatrice di tutte e grazie, una tua parola mi salverà dalle mie presenti angustie. Dilla questa parola, o Ma­dre di misericordia, e ottienimi la grazia dal Cuore di Gesù.

Ave Maria…

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273 - Vi sono dei poveri che in realtà sono ricchi

Non lo dimenticare: possiede di più chi ha meno bisogni. —Non crearti esigenze. (Cammino, 630)

Distàccati dai beni del mondo. —Ama e pratica la povertà di spirito: contentati di quello che basta per trascorrere la vita con sobrietà e temperanza.
—Altrimenti, non sarai mai un apostolo. (Cammino, 631)

La vera povertà non consiste nel non avere, ma nell'essere distaccato: nel rinunciare volontariamente al dominio sulle cose.
—Ecco perché vi sono dei poveri che in realtà sono ricchi. E viceversa. (Cammino, 632)

Non hai spirito di povertà se, potendo scegliere in modo da passare inosservato, non scegli per te la parte peggiore. (Cammino, 635)

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272 - Voi sarete nella tristezza, ma la vostra tristezza si cambierà in gioia

Un poco e non mi vedrete più; un poco ancora e mi vedrete». Allora alcuni dei suoi discepoli dissero tra loro: «Che cos'è questo che ci dice: «Un poco e non mi vedrete; un poco ancora e mi vedrete», e: «Io me ne vado al Padre»?». Dicevano perciò: «Che cos'è questo «un poco», di cui parla? Non comprendiamo quello che vuol dire». Gesù capì che volevano interrogarlo e disse loro: «State indagando tra voi perché ho detto: «Un poco e non mi vedrete; un poco ancora e mi vedrete»? In verità, in verità io vi dico: voi piangerete e gemerete, ma il mondo si rallegrerà. Voi sarete nella tristezza, ma la vostra tristezza si cambierà in gioia.

Gesù parla degli ultimi eventi della sua vita terrena con espressioni alquanto enigmatiche che provocano sconcerto nei suoi amici, i quali non riescono a capire soprattutto il senso delle parole "un poco".
Gesù aveva già usato queste parole nel primo discorso dell'ultima cena (Gv 13,33; 14,19): mentre i suoi nemici fra poco non l'avrebbero visto più, i suoi amici l'avrebbero rivisto, perché avrebbero partecipato alla sua vita.
Gesù sta per ritornare al Padre che l'ha mandato (Gv 16,5): per tale ragione i discepoli non potranno vedere il Maestro, perché egli sta lasciando definitivamente questo mondo; però con la risurrezione dalla morte, Gesù si farà vedere nuovamente ai suoi amici.
La passione e morte del Cristo provocherà pianto e afflizione nel cuore dei discepoli, mentre i suoi avversari si rallegreranno per la vittoria riportata. La tristezza dei discepoli però durerà poco: essa si trasformerà in gioia quando il Signore risorto apparirà loro il giorno di Pasqua (Gv 20,20).
Padre Lino Pedron
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mercoledì 1 giugno 2011

271 - Ecco quel Cuore che ha tanto amato il mondo

Dopo questo bel mese di Maggio, dedicato a Maria Santissima, entriamo nel mese dedicato al Sacro Cuore di Gesù, quel Cuore che ha tanto amato gli uomini.
Ecco le promesse fatte da nostro Signore a santa Mergherita Maria Alacoque per i devoti del Suo S.Cuore:
1. Io darò loro tutte le grazie necessarie al loro stato.
2. Io metterò la pace nelle loro famiglie e riunirò le famiglie divise.
3. Io li consolerò in tutte le loro afflizioni. 4. Io sarò il loro sicuro rifugio in vita e specialmente in morte.
5. Io spanderò le più abbondanti benedizioni sopra tutte le loro imprese.
6. I peccatori troveranno nel mio Cuore la fonte e l'oceano infinito della misericordia.
7. Le anime tiepide diverranno fervorose.
8. Le anime fervorose s'innalzeranno rapidamente a una grande perfezione.
9. Io benedirò le case ove l'immagine del mio sacro Cuore sarà esposta e onorata.
10. Io darò ai sacerdoti il dono di commuovere i cuori più induriti.
11. Le persone che propagheranno questa devozione avranno il loro nome scritto nel mio Cuore e non ne sarà mai cancellato.

Restiamo uniti a questo Cuore e preghiamo
Il cristiano è un inviato, apostolo di Cristo a tutti i fratelli. Nel battesimo egli ha ricevuto la luce di Cristo e si è impegnato a non nascondere la sua chiarezza ma a brillare dinanzi agli altri, affinché essi siano illuminati con la sua luce. Il cristiano ha una buona novella da portare in tutto il mondo: l'annunzio della persona di Gesù Cristo, morto e risuscitato per la salvezza. Così collabora alla glorificazione di Dio e alla salvezza del mondo.

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270 - San Giuseppe, Maestro di vita interiore

San Giuseppe, Padre di Cristo, è anche Padre tuo e tuo Signore. —Ricorri a lui. (Cammino, 559)

San Giuseppe, Padre e Signore nostro, è Maestro di vita interiore. —Mettiti sotto il suo patrocinio e sentirai l'efficacia del suo potere.
(Cammino, 560)


Di San Giuseppe ecco che cosa dice Santa Teresa d'Avila, nella sua autobiografia: “Chi non trova Maestro che gli insegni a pregare, prenda per maestro questo glorioso santo, e non sbaglierà strada”. —Il consiglio viene da un'anima esperta. Seguilo. (Cammino, 561)


San Giuseppe: non si può amare Gesù e amare Maria senza amare il Santo Patriarca. (Forgia, 551)


Guarda quanti motivi per venerare San Giuseppe e per imparare dalla sua vita: fu un uomo forte nella fede...; mandò avanti la sua famiglia — Gesù e Maria — con il suo lavoro gagliardo...; custodì la purezza della Vergine, che era sua Sposa...; e rispettò — amò! — la libertà di Dio, che non solo scelse la Vergine come Madre, ma scelse anche lui come Sposo della Madonna. (Forgia, 552)


San Giuseppe, Padre e Signore nostro, castissimo, limpidissimo, che hai meritato di portare in braccio Gesù Bambino, e di lavarlo e abbracciarlo: insegnaci a trattare il nostro Dio, a essere puri, degni di essere altri Cristi.
E aiutaci a percorrere e a indicare, come Cristo, i cammini divini — nascosti e luminosi —, dicendo agli uomini che, sulla terra, possono avere costantemente un'efficacia spirituale straordinaria. (Forgia, 553)


Ama molto San Giuseppe, amalo con tutta l'anima, perché è la persona, assieme a Gesù, che ha amato di più la Madonna e che più è stato in rapporto con Dio: colui che più lo ha amato, dopo nostra Madre.
— Merita il tuo affetto, e ti conviene frequentarlo, perché è Maestro di vita interiore, ed è molto potente presso il Signore e presso la Madre di Dio. (Forgia, 554)

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269 - Lo Spirito di verità prenderà del mio e ve l'annunzierà

Dal Vangelo secondo Giovanni 16,12-15
Molte cose ho ancora da dirvi, ma per il momento non siete capaci di portarne il peso.
Quando però verrà lo Spirito di verità, egli vi guiderà alla verità tutta intera, perché non parlerà da sé, ma dirà tutto ciò che avrà udito e vi annunzierà le cose future.
Egli mi glorificherà, perché prenderà del mio e ve l'annunzierà.
Tutto quello che il Padre possiede è mio; per questo ho detto che prenderà del mio e ve l'annunzierà.


Come il Paraclito, il nuovo Consolatore, essendo una sola cosa con il Figlio, essendo lo Spirito che procede dal Figlio, avrebbe potuto fare altro che manifestare il Figlio al mondo, mentre manifestava se stesso ? Come avrebbe potuto fare altro che spargere una luce nuova su colui la cui morte sulla croce apriva allo Spirito Santo un accesso nel cuore dell'uomo ? Perciò, benché la partenza del Figlio sia utile alla venuta del Consolatore (Gv 16, 7), non dobbiamo mai, in presenza del Consolatore, perdere di vista il Figlio. Cristo stesso non ha forse detto ai suoi discepoli : « Egli mi glorificherà » ?
In qual modo lo Spirito rende gloria al Figlio di Dio ? Rivela che colui che si faceva chiamare Figlio dell'uomo è il Figlio unico di Dio. Certo, il Nostro Salvatore aveva proprio dichiarato quanto conveniva a noi, ma gli apostoli non lo avevano capito. Anche mentre, per l'opera segreta della grazia, confessavano la loro fede con convinzione, non capivano ancora tutto ciò che pur affermavano... Il Salvatore non aveva forse cura di velare il suo segreto ? Non sembra forse aver voluto che questo segreto fosse svelato non all'istante, ma a posteriori ? Come se le parole divine dovessero aspettare ancora a lungo per ricevere la loro interpretazione divina.
È proprio questo che egli serbava per l'ora della venuta di colui che doveva mandare. Sarebbe lo Spirito a mettere in piena luce la sua persona e le sue parole... Perciò, soltanto dopo la Risurrezione di Cristo, anzi dopo la sua Ascensione, quando lo Spirito Santo è sceso su di loro, gli apostoli hanno finalmente capito chi era stato con loro. San Giovanni scrive : « Quando poi fu risuscitato dai morti, i suoi discepoli si ricordarono che aveva detto questo, e credettero alla Scrittura e alla parola detta da Gesù » (Gv 2, 22).

Beato John Henry Newman (1801-1890), sacerdote, fondatore di una comunità religiosa, teologo

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