Catechismo della Chiesa Cattolica
Copyright © Libreria Editrice Vaticana § 577-581
Gesù ha fatto una solenne precisazione all'inizio del discorso della montagna, quando ha presentato, alla luce della grazia della Nuova Alleanza, la Legge data da Dio sul Sinai al momento della prima Alleanza: « Non pensate che io sia venuto ad abolire la Legge o i Profeti; non sono venuto per abolire, ma per dare compimento»...
Gesù, il Messia d'Israele, il più grande quindi nel regno dei cieli, aveva il dovere di osservare la Legge, praticandola nella sua integralità fin nei minimi precetti, secondo le sue stesse parole. Ed è anche il solo che l'abbia potuto fare perfettamente... L'adempimento perfetto della Legge poteva essere soltanto opera del divino Legislatore nato sotto la Legge (Gal 4,4) nella Persona del Figlio. Con Gesù, la Legge non appare più incisa su tavole di pietra ma scritta « nell'animo » e nel « cuore » (Ger 31,33) del Servo che, proclamando « il diritto con fermezza » (Is 42,3), diventa l'« alleanza del popolo » (Is 42,6). Gesù compie la Legge fino a prendere su di sé « la maledizione della Legge » (Gal 3,13), in cui erano incorsi coloro che non erano rimasti fedeli « a tutte le cose scritte nel libro della Legge »(Gal 3,13); infatti la morte di Cristo intervenne « per la redenzione delle colpe commesse sotto la prima Alleanza » (Eb 9,15).
Gesù « insegnava come uno che ha autorità e non come i loro scribi » (Mt 7,29). In lui, è la Parola stessa di Dio, risuonata sul Sinai per dare a Mosè la Legge scritta, a farsi di nuovo sentire sul monte delle beatitudini. Questa Parola non abolisce la Legge, ma la porta a compimento dandone in maniera divina l'interpretazione definitiva : «Avete inteso che fu detto agli antichi ...; ma io vi dico » (Mt 5,33-34). Con questa stessa autorità divina, Gesù sconfessa certe « tradizioni degli uomini » ai farisei i quali « annullano la parola di Dio» (Mc 7,8.13)
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mercoledì 9 giugno 2010
martedì 8 giugno 2010
Serenità. —Perché arrabbiarti?
Serenità. —Perché arrabbiarti, se arrabbiandoti offendi Dio, molesti il prossimo, passi tu stesso un brutto quarto d'ora... e alla fine non ti resta che calmarti? (Cammino, 8)
La stessa cosa che hai detto, dilla in altro tono, senza ira: il tuo ragionamento guadagnerà forza e, soprattutto, non offenderai Dio.(Cammino, 9)
Non rimproverare quando senti indignazione per la mancanza commessa.
—Aspetta il giorno seguente, o ancora di più. E poi, con calma, purificata l'intenzione, non tralasciare di riprendere.
—Otterrai di più con una parola affettuosa che con una discussione di tre ore.
—Modera il tuo temperamento.(Cammino, 10)
Quando ti abbandonerai sul serio nel Signore, imparerai a contentarti di ciò che avviene, e a non perdere la serenità se le faccende malgrado tu abbia messo tutto l'impegno e i mezzi opportuni non riescono secondo i tuoi gusti...
Perché saranno «riuscite» come sarà parso conveniente al Signore.(Solco, 860)
Quando è per il bene del prossimo, non stare zitto, però parla in modo amabile, senza intemperanze e senza sdegno.(Forgia, 960)
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La stessa cosa che hai detto, dilla in altro tono, senza ira: il tuo ragionamento guadagnerà forza e, soprattutto, non offenderai Dio.(Cammino, 9)
Non rimproverare quando senti indignazione per la mancanza commessa.
—Aspetta il giorno seguente, o ancora di più. E poi, con calma, purificata l'intenzione, non tralasciare di riprendere.
—Otterrai di più con una parola affettuosa che con una discussione di tre ore.
—Modera il tuo temperamento.(Cammino, 10)
Quando ti abbandonerai sul serio nel Signore, imparerai a contentarti di ciò che avviene, e a non perdere la serenità se le faccende malgrado tu abbia messo tutto l'impegno e i mezzi opportuni non riescono secondo i tuoi gusti...
Perché saranno «riuscite» come sarà parso conveniente al Signore.(Solco, 860)
Quando è per il bene del prossimo, non stare zitto, però parla in modo amabile, senza intemperanze e senza sdegno.(Forgia, 960)
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Beato Nicola da Gèsturi
Religioso O.F.M. Cap. "Frate Silenzio"Nicola, al secolo Giovanni Angelo Salvatore Meda, nacque a Gèsturi (Oristano, Sardegna) sesto dei sette figli di Giovanni Meda e Priama Cogoni Zedda, di umili condizioni sociali ma onesti e religiosi.
A quattro anni nel 1886, secondo le usanze del tempo, ricevette la Cresima; nella famiglia entrò ben presto il lutto e la miseria, Giovanni aveva appena cinque anni quando morì il padre e tredici anni quando morì la madre. Il ragazzo, allora, venne affidato al suocero di sua sorella Rita, il benestante padrone lo tenne come servo, senza paga alcuna e ricevendo solo alloggio e sostentamento, Giovanni trascorreva le sue giornate tra il lavoro dei campi e il custodire il bestiame. Morto il suo padrone, passò stabilmente in casa della sorella, sempre come servitore puntuale ed onesto; dopo le prime classi elementari iniziò la vita del contadino.
A 14 anni, il 18 dicembre 1896, Giovanni ricevette la Prima Comunione e da allora prese a vivere tutto teso verso la virtù e la santificazione.
Anche dal cognato per il quale lavorava, non volle ricompensa in denaro, accontentandosi del poco vitto e dell’alloggio in un bugigattolo. La mortificazione in cui viveva fu lo stimolo ad aspirare alla vita sacerdotale, ma la povertà era un’ostacolo insormontabile.
Nel mese di marzo 1911, a 29 anni, entra come terziario nel convento cappuccino di Cagliari.
Il 30 ottobre 1913 veste l'abito cappuccino e cambia il suo nome con quello di fra Nicola; dopo otto mesi, il 13 giugno 1914, va a Sanluri a continuare il noviziato.
Il 1° novembre del 1914 emette la professione semplice; il 16 febbraio 1919 fa la professione solenne dei voti. Successivamente va al convento di Sassari come cuciniere, poi a Oristano e a Sanluri; era sempre addetto alla cucina, anche se non suscitava la soddisfazione dei confratelli.
Il 25 gennaio 1924 viene inviato al convento maggiore di Buoncammino in Cagliari, dove resta fino alla morte come questuante.
Dopo i primi tempi, fra Nicola da Gesturi non chiese più nulla, perché i cagliaritani avevano compreso che quel silenzioso umile frate era una persona eccezionale e le offerte in denaro o in natura, venivano date spontaneamente.
Man mano che gli anni passavano la sua figura divenne sempre più popolare per Cagliari e paesi vicini; molti lo avvicinavano per chiedere consigli, domandavano preghiere, lo invitavano ad entrare in casa e negli ospedali, per dare conforto agli ammalati; si verificarono guarigioni improvvise e aumentò così la sua fama. Era diventato l’amico e il confidente di tutti e fermato in continuazione, per cui non riusciva più a coprire l’intero territorio, che di solito prima percorreva in un giorno. La sua era diventata ormai una “presenza” indispensabile; ascoltava tutti ma i privilegiati erano i poveri che visitava anche nelle loro misere case.
Durante la Seconda Guerra Mondiale, la città di Cagliari divenne una delle più bombardate d’Italia, tutti quelli che potevano se ne allontanavano, anche i frati del convento di S. Antonio furono trasferiti altrove, meno quattro fra i quali il Superiore e frate Nicola che non volle allontanarsi; tolta la clausura al convento, furono accolti sfollati e persone rimaste sole, curate e sfamate, e fra Nicola da Gèsturi si faceva in quattro per aiutare e consolare tutti.
Ma la sua benemerita opera non fu circoscritta al convento, andò a soccorrere la folla di miserabili e cenciosi che si erano rifugiati nelle tante grotte sparse per la città; come dopo ogni bombardamento egli accorreva sui luoghi disastrati per portare aiuto ai feriti, consolare i danneggiati, seppellire i morti : per i cittadini di Cagliari egli assunse la figura silenziosa di una visione.
Il silenzio fu la sua costante caratteristica, sia quando riceveva che quando dava, lo interrompeva soltanto per ricordare la volontà di Dio.
Il 1° giugno 1958, stremato nel fisico, si presentò al Padre Guardiano e gli disse: “Padre non ne posso più” e chiese di essere esonerato dalla questua. Il Superiore intuì subito che frate Nicola si avvicinava alla fine; il giorno dopo fu ricoverato in clinica e operato d’urgenza.
Ma tutto fu inutile, dopo quattro giorni, dopo aver ricevuto l’unzione degli infermi e il Viatico, si spense serenamente alle ore 0,15 dell'8 giugno 1958, a 76 anni.
La fama della sua santità era grande e i funerali videro l’imponente partecipazione del popolo; decine di migliaia di persone, di ogni ceto sociale, resero omaggio alla sua salma e i funerali del giorno 10 furono un’apoteosi.
Il 6 ottobre 1966 ha inizio il processo ordinario-informativo a Cagliari, concluso il 20 dicembre 1971. Negli anni 1978-1982 viene istruito il Processo cognizionale; il 2 giugno 1980 le sue spoglie vengono trasportate dal cimitero alla chiesa del convento.
Il 25 giugno 1996 viene riconosciuta l'eroicità delle sue virtú.
Il 3 ottobre 1999 il Servo di Dio Giovanni Paolo II (Karol Józef Wojtyła) lo proclama “Beato”.
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La luce di Cristo sopra il lucerniere
Sant'Agostino (354-430), vescovo d'Ippona (Africa del Nord) e dottore della ChiesaDiscorsi, 289, 6 ; PL 38, 1311-1312
Fratelli, gli apostoli sono le lucerne che ci permettono di aspettare il giorno di Cristo. Il Signore dichiara loro : « Voi siete la luce del mondo ». E perché non possano credere che sono una luce simile a quella di cui è detto : « Egli è la luce vera, quella che illumina ogni uomo » (Gv 1, 9), insegna loro subito quale è la vera luce. Dopo aver annunciato loro : « Voi siete la luce del mondo », continua : « Non si accende una lucerna per metterla sotto il moggio ». Io vi ho chiamato luce, dice, ma preciso : siete solo una lucerna. Non lasciatevi prendere dai sussulti dell'orgoglio, se non volete che si spenga questa scintilla. Non vi metto sotto il moggio, ma sopra il lucerniere perché illuminiate tutto con i vostri raggi.
Quale è questo lucerniere che porta questa luce ? Sto per insegnarvelo. Siate, voi stessi, delle lucerne, e avrete un posto sopra questo lucerniere. La croce di Cristo è un immenso lucerniere. Chi vuole essere raggiante non deve vergognarsi di questo lucerniere di legno. Ascolta e capirai : il lucerniere è la croce di Cristo.
« Così risplenda la vostra luce davanti agli uomini, perché vedano le vostre opere buone e rendano gloria ». Rendano gloria a chi ? Non a te, perché cercare la tua gloria è volere spegnerti ! « Rendano gloria a vostro Padre che è nei cieli ». Sì, glorifichino lui, il Padre dei cieli, vedendo le vostre opere buone... Ascolta l'apostolo Paolo : « Quanto a me non sia altro vanto che nella croce del Signore nostro Gesù Cristo, per mezzo della quale il mondo per me è stato crocifisso, come io per il mondo » (Gal 6, 14)
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lunedì 7 giugno 2010
Con Lui non c'è possibilità di sconfitta
“Tutto posso in colui che mi dà la forza!”. Con Lui non c'è possibilità di sconfitta, e da questa persuasione nasce il santo “complesso di superiorità” per affrontare le occupazioni con morale di vittoria, perché Dio ci concede la sua fortezza. (Forgia, 337)
Se non lotti, non dirmi che cerchi di identificarti sempre più con Cristo, di conoscerlo, di amarlo. Quando intraprendiamo il 'cammino regale' di seguire Cristo, di comportarci come figli di Dio, non ci rimane occulto ciò che ci attende: la Santa Croce, che dobbiamo contemplare come il punto centrale sul quale poggia la nostra speranza di unirci al Signore.Ti dico subito che questo programma non è un'impresa comoda; che vivere nel modo indicato dal Signore richiede sforzo. (…)
Vi scopriremo, invece, la bassezza del nostro egoismo, le unghiate della sensualità, gli schiaffi di un orgoglio inutile e ridicolo, e molte altre mancanze: tante, tante debolezze. Scoraggiarsi? No. Con san Paolo ripetiamo al Signore: Mi compiaccio nelle mie infermità, negli oltraggi nelle necessità, nelle persecuzioni, nelle angosce sofferte per Cristo: quando sono debole, è allora che sono forte [2 Cor 12, 10].(…)
Io vivo con la persuasione che: se non guardo in alto, se non cerco Gesù, mai otterrò qualcosa; e so che la mia fortezza, per vincermi e per vincere nasce dal ripetere quel grido che contiene la promessa sicura che Dio non abbandona i suoi figli, se i suoi figli non lo abbandonano: Tutto posso in colui che mi dà la forza [Fil 4, 13].(Amici di Dio, nn. 212-213)
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Se non lotti, non dirmi che cerchi di identificarti sempre più con Cristo, di conoscerlo, di amarlo. Quando intraprendiamo il 'cammino regale' di seguire Cristo, di comportarci come figli di Dio, non ci rimane occulto ciò che ci attende: la Santa Croce, che dobbiamo contemplare come il punto centrale sul quale poggia la nostra speranza di unirci al Signore.Ti dico subito che questo programma non è un'impresa comoda; che vivere nel modo indicato dal Signore richiede sforzo. (…)
Vi scopriremo, invece, la bassezza del nostro egoismo, le unghiate della sensualità, gli schiaffi di un orgoglio inutile e ridicolo, e molte altre mancanze: tante, tante debolezze. Scoraggiarsi? No. Con san Paolo ripetiamo al Signore: Mi compiaccio nelle mie infermità, negli oltraggi nelle necessità, nelle persecuzioni, nelle angosce sofferte per Cristo: quando sono debole, è allora che sono forte [2 Cor 12, 10].(…)
Io vivo con la persuasione che: se non guardo in alto, se non cerco Gesù, mai otterrò qualcosa; e so che la mia fortezza, per vincermi e per vincere nasce dal ripetere quel grido che contiene la promessa sicura che Dio non abbandona i suoi figli, se i suoi figli non lo abbandonano: Tutto posso in colui che mi dà la forza [Fil 4, 13].(Amici di Dio, nn. 212-213)
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S. Antonio Maria Gianelli
Vescovo e fondatore : “Figlie di Maria SS.ma dell’Orto” (Gianelline)Antonio Maria Gianelli nasce il 12 aprile del 1789, la domenica di Pasqua, a Cerreta, in provincia di La Spezia, da Giacomo e Maria; fu battezzato il 19 aprile. La sua infanzia fu serena assieme agli altri 5 fratelli; la sua è una famiglia contadina che lo forma ad una vita semplice, essenziale, austera, che lo aiuta ad aprirsi ai valori autentici, ad una vita genuina.
Dal padre impara la bellezza della carità verso i poveri a cui dona anche il poco cibo ("la bocca l'hanno anche i poveri") e dalla madre le prime preghiere ed i rudimenti della dottrina cristiana e la sera la famiglia si riunisce per il Rosario.
Da piccolo impara che tutti siamo chiamati ad essere santi, che tutti possiamo diventarlo se lo vogliamo, e che il cammino verso la santità si percorre nel quotidiano. Questo stile di vita più tardi chiederà alle sue “Figlie spirituali”.
Inizia i suoi studi sotto la guida del parroco: 5 km da casa che il piccolo Antonio percorre a piedi tutti i giorni sia in primavera che d'inverno sotto il vento o la pioggia che gli minano la salute, spesso scalzo per non consumare le scarpe; alla sera rincasa carico di fascine di legna per il fuoco e passa la serata dedicando il tempo allo studio alla luce fioca del focolare perché la famiglia non può permettersi di avere molto olio per la lampada, tanto che un giorno il maestro ha da stupirsi di come scrive male i compiti, mentre in classe ha un’ottima calligrafia.
Fino ai 18 anni la sua vita trascorre tra studi, preghiera, catechismo, lavoro e opere di carità. Con l’aiuto di una ricca signora di Genova, proprietaria dei terreni coltivati dai suoi genitori, entra nel seminario di Genova.
Nel maggio del 1812 è ordinato sacerdote. Insegnante di retorica, trascorre i suoi primi anni di sacerdozio in un lavoro intenso e appassionato specialmente per la buona formazione dei giovani sacerdoti. A Chiavari, egli è un prete per tutti, attento alle necessità degli ultimi: sia dei loro bisogni materiali che di quelli spirituali.
In questi anni di servizio la carità lo porta a pensare in grande. Il bisogno di provvedere è forte, non può non compromettersi, o stare a guardare. A tutto e a tutti vorrebbe dare una risposta. Per questo cerca collaboratori: là dove non arriva lui possono arrivare altri e così, da quest’urgenza interiore, da questo zelo pastorale per il suo gregge, sono nate le “Figlie di Maria SS.ma dell’Orto”; questo nome è stato dato perché la Congregazione è nata all’ombra del Santuario di Chiavari.
Antonio Maria Gianelli afferma che il suo unico modello è Gesù, Buon Pastore, ed Egli stesso lo è stato come Prete, Fondatore e Vescovo.
Viene nominato Vescovo di Bobbio il 6 maggio 1838, ma neanche questo difficile ministero appaga in lui il grande fuoco missionario: accresce infatti, con zelo instancabile, il suo coinvolgimento nelle missioni popolari.
Consumato dalle fatiche apostoliche, più che dalla malattia, muore a Piacenza, all’età di 57 anni, il 7 giugno del 1846, così povero da non lasciare nemmeno i soldi per la sepoltura.
Il corpo del Vescovo Gianelli partì da Piacenza in una semplice bara, posta in un carretto funebre, trainata da cavalli e mestamente attraverso la valle fino a Bobbio, attorniata senza fine di continuità da due ali di folla, giunte ad omaggiare il loro “Santo di Ferro”.
Dopo i solenni funerali in Cattedrale fu sepolto nella cripta nei Sepolcri dei Vescovi accanto a suoi predecessori. In seguito le sue spoglie vennero trasferite nella contigua cappella a lui dedicata riposando in una preziosa urna trasparente sotto l'altare sempre nella cripta del Duomo di Bobbio. Al momento della ricollocazione delle spoglie mortali, il muratore si accorse che la cassa non era stata sigillata bene, ma, apertala, ne trovarono miracolosamente il corpo intatto.
Papa Benedetto XV (Giacomo della Chiesa), nel 1920, dichiarò l'eroicità delle virtù praticate da Antonio Maria Gianelli; questi fu dichiarato Beato da Pp Pio XI (Achille Ratti) il 19 aprile del 1925.
Il 21 ottobre del 1951, Pp Pio XII (Eugenio Pacelli) nel proclamarlo Santo affermò: “Un Vescovo che lo zelo pastorale divora”.
Il 4 giugno del 2000 è stato nominato Santo patrono di Bobbio.
Significato del nome Antonio : "nato prima" o "che fa fronte ai suoi avversari" (greco)
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Perché la legge fu data per mezzo di Mosè, la grazia e la verità vennero per mezzo di Gesù Cristo
San Cromazio di Aquileia ( ? – 407), vescovo
Discorsi, 39 ; CCL 9A, 169-170
Occorreva che la legge nuova fosse proclamata su un monte, dato che la legge di Mosè era stata data su un monte. Una consiste in dieci comandamenti destinati a formare gli uomini in vista della condotta della vita presente, l'altra consiste in otto beatitudini, perché conduce coloro che la seguono alla vita eterna e alla patria celeste.
« Beati i miti, perché erediteranno la terra ». Occorre dunque essere miti, pacifici e sinceri di cuore ; il Signore mostra chiaramente che il merito di tali uomini non è di poco conto dicendo : « Erediteranno la terra ». Si tratta senza dubbio di quella terra di cui sta scritto : « Sono certo di contemplare la bontà del Signore nella terra dei viventi » (Sal 26,13). L'eredità di quella terra, è l'immortalità del corpo e la gloria della risurrezione eterna. Infatti la mitezza ignora la superbia, non conosce la vanteria, non conosce l'ambizione. Perciò, altrove, il Signore esorta non senza ragione i suoi discepoli dicendo : « Imparate da me, che sono mite e umile di cuore, e troverete ristoro per le vostre anime » (Mt 11,29).
« Beati gli afflitti, perché saranno consolati ». Non coloro che piangono perché hanno perso ciò che è loro caro, ma coloro che piangono i loro peccati, che si lavano dalle loro colpe con le lacrime, e senza dubbio coloro che piangono l'iniquità di questo mondo, o deplorano le colpe degli altri.
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Discorsi, 39 ; CCL 9A, 169-170
Occorreva che la legge nuova fosse proclamata su un monte, dato che la legge di Mosè era stata data su un monte. Una consiste in dieci comandamenti destinati a formare gli uomini in vista della condotta della vita presente, l'altra consiste in otto beatitudini, perché conduce coloro che la seguono alla vita eterna e alla patria celeste.
« Beati i miti, perché erediteranno la terra ». Occorre dunque essere miti, pacifici e sinceri di cuore ; il Signore mostra chiaramente che il merito di tali uomini non è di poco conto dicendo : « Erediteranno la terra ». Si tratta senza dubbio di quella terra di cui sta scritto : « Sono certo di contemplare la bontà del Signore nella terra dei viventi » (Sal 26,13). L'eredità di quella terra, è l'immortalità del corpo e la gloria della risurrezione eterna. Infatti la mitezza ignora la superbia, non conosce la vanteria, non conosce l'ambizione. Perciò, altrove, il Signore esorta non senza ragione i suoi discepoli dicendo : « Imparate da me, che sono mite e umile di cuore, e troverete ristoro per le vostre anime » (Mt 11,29).
« Beati gli afflitti, perché saranno consolati ». Non coloro che piangono perché hanno perso ciò che è loro caro, ma coloro che piangono i loro peccati, che si lavano dalle loro colpe con le lacrime, e senza dubbio coloro che piangono l'iniquità di questo mondo, o deplorano le colpe degli altri.
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domenica 6 giugno 2010
Non ti sarai intimidito perché il tuo amore è piccolo?
La grazia di Dio non ti manca. Pertanto, se corrispondi, puoi stare sicuro. Il trionfo dipende da te: la tua fortezza e il tuo slancio uniti alla grazia sono motivi più che sufficienti per darti l'ottimismo di chi ha in pugno la vittoria. (Solco, 80)
Non siate anime dalla visione angusta, uomini o donne minorenni, miopi, incapaci di abbracciare il nostro orizzonte soprannaturale cristiano di figli di Dio. Dio e audacia!(Solco, 96)
Audacia non è imprudenza, né ardimento irriflessivo, né semplice coraggio.L'audacia è fortezza, virtù cardinale, necessaria per la vita dell'anima. (Solco, 97)
Ho letto un proverbio molto popolare in certi paesi: «Il mondo è di Dio, ma Dio lo affitta ai coraggiosi», e mi ha fatto riflettere.Che cosa aspetti?(Solco, 99)
Non sono l'apostolo che dovrei essere. Sono... il timido.Non ti sarai intimidito perché il tuo amore è piccolo? Reagisci! (Solco, 100)
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Non siate anime dalla visione angusta, uomini o donne minorenni, miopi, incapaci di abbracciare il nostro orizzonte soprannaturale cristiano di figli di Dio. Dio e audacia!(Solco, 96)
Audacia non è imprudenza, né ardimento irriflessivo, né semplice coraggio.L'audacia è fortezza, virtù cardinale, necessaria per la vita dell'anima. (Solco, 97)
Ho letto un proverbio molto popolare in certi paesi: «Il mondo è di Dio, ma Dio lo affitta ai coraggiosi», e mi ha fatto riflettere.Che cosa aspetti?(Solco, 99)
Non sono l'apostolo che dovrei essere. Sono... il timido.Non ti sarai intimidito perché il tuo amore è piccolo? Reagisci! (Solco, 100)
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San Norberto
VescovoNorberto nasce in Renania nel 1085 dalla nobile famiglia dei Gennep ; la madre è francese e il padre tedesco. Ordinato suddiacono, Norberto fu nominato canonico di Xanten e frequentò la corte dell’arcivescovo di Colonia, Federico, e successivamente quella dell’imperatore Enrico V. Conduce una vita mondana e dissoluta. Ma Dio aveva ben altri disegni. Durante una cavalcata nel bosco, sorpreso da un violento uragano, Norberto venne sbalzato di sella da un lampo accecante e, come Saulo sulla via di Damasco, ripeté la domanda : « Signore, che vuoi che io faccia? ». La risposta che determinò una radicale svolta nella sua vita poco edificante fu: « Abbandona la via del male e fai del bene ». Quell'episodio fu l'inizio della sua conversione.
Norberto inizia da quel momento una vita di penitenza, di silenzio e di preghiera alla scuola di Dio nella contemplazione. Conscio del tempo sprecato nella vanità, dimentica il passato, e si protende verso il futuro. Passerà il resto della vita a “precipitarsi” in Dio. Chiede di essere ordinato diacono e sacerdote nello stesso giorno a Colonia (dicembre 1115), rinunciando definitivamente a tutto e promettendo la conversione dei suoi costumi con i voti di povertà, celibato consacrato e obbedienza. È nata in lui una passione per il Regno che non lo abbandonerà più.
Nel suo fervore apostolico cerca di convincere i sacerdoti della sua collegiata di Xanten a vivere secondo il Vangelo, ma ciò gli procura disprezzo e inimicizie.
Lascia allora la Germania vagando poverissimo, senza una meta precisa, portando con se solo il Vangelo, un libro di preghiere e l'occorrente per celebrare la Messa. Suo unico scopo è annunziare il Regno, realizzando così la parola del Signore “Quanto sono belli i piedi di coloro che recano un lieto annunzio di bene e di pace” (Is 52, 7) ed esortando gli uomini con parola semplice, ardente e profonda. La sua vita stessa è perfetta conferma di ciò che predica: un precursore di S. Francesco quanto alla povertà e di S. Domenico quanto alla predicazione.
Nel concilio di Reims dell’ottobre 1119 chiese il rinnovo dell'autorizzazione a Pp Callisto II (Guido dei Conti di Borgogna) che sembra non gli fosse rinnovata allo scopo di porre fine a proteste che la sua predicazione, indirizzata anche contro i peccati del clero, aveva suscitato; il vescovo di Laon preferì assegnargli una sede stabile nella diocesi di Laon. Ciò che gli è stato impossibile a Xanten, lo realizza, quindi, in una valle nella foresta di Coucy, non lontana da Laon, chiamata Prémontré, in Piccardia, fondando, nel 1120, una comunità di : “Canonici Regolari Premostratensi”.
Il giorno di Natale del 1121, circa 40 chierici e un numero più grande di laici s'impegnano in questo nuovo stile di vita con la professione canonicale: il suo forte ideale di santità e di perfezione è ormai realizzato. L'intuizione rinnovatrice di Norberto conserva la genuina tradizione dei canonici, aggiungendo il lievito di uno spirito nuovo e fervente.
Per garantire questa ascesi, sceglie la Regola di S. Agostino che, traboccante di carità divina, non scende nei dettagli di vita quotidiana: è concisa, semplice, sempre attuale. Norberto la fa sua, aggiungendovi poi delle prescrizioni per la santità dei suoi canonici regolari.
Egli propone una soluzione nuova a un delicatissimo problema che attira tuttora l'attenzione della Chiesa, cioè come conciliare in modo equilibrato la cura del popolo di Dio, la pratica dei consigli evangelici, la vita comune, la celebrazione solenne della Santa Messa e dell'Ufficio delle Ore e l'approfondimento della Parola di Dio.
Norberto guadagnò seguaci in Germania, in Francia, in Belgio e anche in Transilvania, fondando priorati a Floreffe, Viviers, Saint-Josse, Ardenne, Cuissy, Laon, Liegi, Anversa, Varlar, Kappenberg, Grosswardein e altrove. I conventi dei premostratensi accolsero, inizialmente, anche le donne, separate e osservanti la clausura. Dopo la morte di Norberto, tuttavia, le donne furono escluse dall'Ordine: una decisione che fu approvata da Pp Innocenzo III (Lotario dei Conti di Segni) nel 1198 con la bolla “De non recipiendis sororibus”.
Eletto vescovo di Magdeburgo nel 1126, lascia Prémontré al suo successore, Ugo di Fosses, e si dedica con ardore alla riforma iniziata dal Pp S. Gregorio VII (Ildebrando Aldobrandeschi di Soana): con S. Bernardo, Norberto ne sarà una delle più grandi figure. È dalla sua fede nell'Eucaristia e dalla sua devozione delicata e filiale per Maria, Vergine e Madre, che attinge il suo fervore, la sua passione per la Chiesa e per la salvezza delle persone.
Negli ultimi anni, fu cancelliere e consigliere dell'imperatore Lotario III.
Esaurito dal lavoro, all’età di 49 anni, di ritorno da una missione di pace in Italia, morì a Magdeburgo il 6 giugno 1134. Fu sepolto nella locale abbazia; successivamente, i suoi resti furono trasferiti nell’abbazia norbertina di Praga dove tuttora riposano.
Norberto fu canonizzato da Pp Gregorio XIII (Ugo Boncompagni) nel 1582.
Significato del nome Norberto : “illustre per forza” o “uomo del nord” (tedesco)
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Santissimo Corpo e Sangue di Cristo
Dall'omelia di Papa Benedetto XVI (15 giugno 2006)Cari fratelli e sorelle,
nella vigilia della sua passione, durante la Cena pasquale, il Signore prese il pane nelle sue mani - così abbiamo sentito poco fa nel Vangelo - e, pronunziata la benedizione, lo spezzò e lo diede loro, dicendo “Prendete, questo è il mio corpo”. Poi prese il calice e rese grazie, lo diede loro e ne bevvero tutti. E disse “ Questo è il mio sangue, il sangue dell'alleanza versato per molti” (Mc 14,22-24). Tutta la storia di Dio con gli uomini è riassunta in queste parole. Non è soltanto raccolto ed interpretato il passato, ma anticipato il futuro - la venuta del Regno di Dio nel mondo. Ciò che dice Gesù, non sono semplicemente parole. Ciò che Egli dice, è avvenimento, l'avvenimento centrale della storia del mondo e della nostra vita personale.
Queste parole sono inesauribili. Vorrei meditare con voi soltanto un unico aspetto. Gesù, come segno della sua presenza, ha scelto pane e vino. Con ognuno dei due segni si dona interamente, non solo una parte di sé. Il Risorto non è diviso. Egli è una persona che, mediante i segni, si avvicina a noi e si unisce a noi. I segni però rappresentano, a modo loro, ciascuno un aspetto particolare del mistero di Lui e, con il loro tipico manifestarsi, vogliono parlare a noi, affinché noi impariamo a comprendere un po' di più del mistero di Gesù Cristo. Durante la processione e nell'adorazione noi guardiamo l'Ostia consacrata – il tipo più semplice di pane e di nutrimento, fatto soltanto di un po' di farina e acqua. Così esso appare come il cibo dei poveri, ai quali in primo luogo il Signore ha destinato la sua vicinanza. La preghiera con la quale la Chiesa durante la liturgia della Messa consegna questo pane al Signore, lo qualifica come frutto della terra e del lavoro dell'uomo. In esso è racchiusa la fatica umana, il lavoro quotidiano di chi coltiva la terra, semina e raccoglie e finalmente prepara il pane. Tuttavia il pane non è semplicemente e soltanto il prodotto nostro, una cosa fatta da noi; è frutto della terra e quindi anche dono. Perché il fatto che la terra porti frutto, non è un merito nostro; solo il Creatore poteva conferirle la fertilità. E ora possiamo anche allargare ancora un po' questa preghiera della Chiesa, dicendo: il pane è frutto della terra e insieme del cielo. Presuppone la sinergia delle forze della terra e dei doni dall'alto, cioè del sole e della pioggia. E anche l'acqua, di cui abbiamo bisogno per preparare il pane, non possiamo produrla da noi. In un periodo, in cui si parla della desertificazione e sentiamo sempre di nuovo denunciare il pericolo che uomini e bestie muoiano di sete in queste regioni senz'acqua – in un tale periodo ci rendiamo nuovamente conto della grandezza del dono anche dell'acqua e quanto siamo incapaci di procurarcelo da soli. Allora, guardando più da vicino, questo piccolo pezzo di Ostia bianca, questo pane dei poveri, ci appare come una sintesi della creazione. Cielo e terra come anche attività e spirito dell'uomo concorrono. La sinergia delle forze che rende possibile sul nostro povero pianeta il mistero della vita e l'esistenza dell'uomo, ci viene incontro in tutta la sua meravigliosa grandezza. Così cominciamo a capire perché il Signore sceglie questo pezzo di pane come suo segno. [...]
In modo molto simile ci parla anche il segno del vino. Mentre però il pane rimanda alla quotidianità, alla semplicità e al pellegrinaggio, il vino esprime la squisitezza della creazione: la festa di gioia che Dio vuole offrirci alla fine dei tempi e che già ora sempre di nuovo anticipa a modo di accenno mediante questo segno. Ma anche il vino parla della Passione: la vite deve essere potata ripetutamente per essere così purificata; l'uva deve maturare sotto il sole e la pioggia e deve essere pigiata: solo attraverso tale passione matura un vino pregiato.
Nella festa del Corpus Domini guardiamo soprattutto il segno del pane. Esso ci ricorda anche il pellegrinaggio di Israele durante i quarant'anni nel deserto. L'Ostia è la nostra manna con la quale il Signore ci nutre – è veramente il pane dal cielo, mediante il quale Egli dona se stesso.
Nella processione noi seguiamo questo segno e così seguiamo Lui stesso. E lo preghiamo: Guidaci sulle strade di questa nostra storia! Mostra alla Chiesa e ai suoi Pastori sempre di nuovo il giusto cammino! Guarda l'umanità che soffre, che vaga insicura tra tanti interrogativi; guarda la fame fisica e psichica che la tormenta! Dà agli uomini pane per il corpo e per l'anima! Dà loro lavoro! Dà loro luce! Dà loro te stesso! Purifica e santifica tutti noi! Facci comprendere che solo mediante la partecipazione alla tua Passione, mediante il "sì" alla croce, alla rinuncia, alle purificazioni che tu ci imponi, la nostra vita può maturare e raggiungere il suo vero compimento. Radunaci da tutti i confini della terra. Unisci la tua Chiesa, unisci l'umanità lacerata! Donaci la tua salvezza! Amen
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Ecco il pane degli angeli, pane dei pellegrini, vero pane dei figli
San Tommaso d'Aquino (1225-1274), teologo domenicano, dottore della Chiesa Preghiere
Dio onnipotente ed eterno, ecco che mi avvicino al sacramento del tuo Figlio unigenito, il nostro Signore Gesù Cristo. Malato, vengo dal medico dal quale dipende la mia vita; macchiato, alla sorgente della misericordia; cieco, al focolare della luce eterna; povero e privo di tutto, dal maestro del cielo e della terra.
Imploro dunque la tua immensa, la tua inesauribile generosità, affinché ti degni di guarire le mie infermità, di lavare le mie macchie, di illuminare la mia cecità, di colmare la mia indigenza, di coprire la mia nudità; e così, io possa ricevere il pane degli angeli (Sal 77,25), il Re dei re, il Signore dei signori (1 Tm 6,15), con tutta la riverenza e l'umiltà, tutta la contrizione e la devozione, tutta la purezza e la fede, tutta la fermezza del proposito e la rettitudine dell'intenzione che la salvezza della mia anima richiede.
Dammi, ti prego, di non ricevere semplicemente il sacramento del Corpo e del Sangue del Signore, ma proprio tutta la fortezza e l'efficacia del sacramento. Dio pieno di mitezza, dammi di ricevere il Corpo del tuo Figlio unigenito, nostro Signore Gesù Cristo, questo corpo materiale che egli ha ricevuto dalla Vergine Maria, in modo tale da meritare di essere incorporato al suo corpo mistico e di figurare tra le sue membra.
Padre pieno di amore, concedi a me che sto per ricevere ora il tuo Figlio amatissimo sotto il velo che si addice al mio stato di pellegrino, che io possa un giorno contemplarlo a viso scoperto e per l'eternità, lui che, essendo Dio, vive e regna con te nell'unità dello Spirito Santo nei secoli dei secoli.
Amen
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sabato 5 giugno 2010
Contro le ansie e le afflizioni: "Gesù pensaci tu"
Don Dolindo Ruotolo, sacerdote napoletano vissuto e morto in concetto di santità, ha scritto questo insegnamento sull'abbandono in Dio ispiratogli da Gesù stesso. «Perchè vi confondete agitandovi? Lasciate a me la cura delle vostre cose e tutto si calmerà. Vi dico in verità che ogni atto di vero, cieco, completo abbandono in me, produce l'effetto che desiderate e risolve le situazioni spinose. Abbandonarsi a me non significa arrovellarsi, sconvolgersi e disperarsi, volgendo poi a me una preghiera agitata perché io segua voi e cambiare così l'agitazione in preghiera. Abbandonarsi significa chiudere placidamente gli occhi dell'anima, stornare il pensiero della tribolazione, e rimettersi a me perché io solo vi faccia trovare, come bimbi addormentati nelle braccia materne, all'altra riva. Quello che vi sconvolge e vi fa un male immenso è il vostro ragionamento, il vostro pensiero, il vostro assillo e il volere ad ogni costo provvedere voi a ciò che vi aflligge.
Quante cose io opero quando l'anima, nelle sue necessità spirituali e in quelle materiali si volge a me, mi guarda, e dicendomi “PENSACI TU” chiude gli occhi e riposa! Avete poche grazie quando vi assillate per produrle; ne avete moltissime quando in preghiera è un affidamento pieno a me. Voi nel dolore pregate perché lo tolga, ma perché lo tolga come voi credete... Vi rivolgete a me, ma volete che io mi adatti alle vostre idee; non siete infermi che domandano al medico la cura, ma che gliela suggeriscono. Non fate così, ma pregate come vi ho insegnato nel Pater: “SIA SANTIFICATO IL TUO NOME”, cioè sii glorificato in questa mia necessità - “VENGA IL TUO REGNO”, cioè tutto concorra al Tuo regno in noi e nel mondo: “SIA FATTA LA TUA VOLONTÀ”, ossia pensaci Tu. Io intervengo con tutta la mia onnipotenza, e risolvo le situazioni più chiuse. Ecco, tu vedi che il malanno incalza invece di decadere? Non ti agitare, chiudi gli occhi e dimmi con fiducia: "Sia fatta la Tua Volontà, pensaci Tu". Ti dico che io ci penso, e che intervengo come medico, e compio anche un miracolo quando occorre. Tu vedi che l'infermo peggiora? Non ti sconvolgere, ma chiudi gli occhi e dì: “PENSACI TU”. Ti dico che io ci penso. É contro l'abbandono la preoccupazione, l'agitazione e il voler pensare alle conseguenze di un fatto. E’ come la confusione dei fanciulli quando pretendono che la mamma pensi alle loro necessità, e vogliono pensarci loro, intralciando con le loro idee e i loro capricci infantili il suo lavoro. Chiudete gli occhi e lasciatevi portare dalla corrente della mia grazia, chiudete gli occhi e lasciatemi lavorare, chiudete gli occhi e non pensate al momento presente, stornate il pensiero dal futuro come da una tentazione. Riposate in me credendo alla mia bontà, e vi giuro per il mio amore che, dicendomi con queste disposizioni: “PENSACI TU”, io ci penso in pieno, vi consolo, vi libero vi conduco. E quando debbo portarvi in una via diversa da quella che vedete voi, io vi addestro, vi porto nelle mie braccia, poiché non c'è medicina più potente di un mio intervento di amore. Ci penso solo quando chiudete gli occhi. Voi siete insonni, voi volete tutto valutare, tutto scrutare, a tutto pensare, e vi abbandonate così alle forze umane, o peggio agli uomini, confidando nel loro intervento. E’ questo che intralcia le mie parole e le mie vedute. Oh, come io desidero da voi questo abbandono per beneficarvi e come mi accoro nel vedervi agitati! Satana tende proprio a questo: ad agitarvi per sottrarvi alla mia azione e gettarvi in preda delle iniziative umane. Confidate perciò in me solo, riposate in me, abbandonatevi a me in tutto. Io faccio miracoli in proporzione del pieno abbandono in me, e del nessun affidamento in voi: io spargo tesori di grazie quando voi siete nella piena povertà! Se avete vostre risorse, anche in poco, o se le cercate, siete nel campo naturale, seguite quindi il percorso naturale delle cose che è spesso intralciato da Satana. Nessun ragionatore o ponderatore ha fatto miracoli, neppure fra i Santi. Opera divinamente chi si abbandona a Dio. Quando vedi che le cose si complicano, dì con gli occhi dell'anima chiusi: “GESÙ PENSACI TU”. E distraiti, perché la tua mente è acuta... per te è difficile vedere il male. Confidare in me spesso, distraendoti da te stesso. Fa così per tutte le tue necessità. Fate così tutti, e vedrete grandi, continui e silenziosi miracoli. Ve lo giuro per il mio Amore. Io ci penserò, ve lo assicuro. Pregate sempre con questa disposizione di abbandono, e ne avrete grande pace e grande frutto, anche quando io vi faccio la grazia dell'immolazione di riparazione e di amore che impone la sofferenza. Ti sembra impossibile? Chiudi gli occhi e dì con tutta l'anima “GESÙ PENSACI TU”. Non temere ci penso io. E tu benedirai il tuo nome umiliando te stesso. Le tue preghiere non valgono un patto di fiducioso abbandono; ricordatelo bene. Non c'è novena più efficace di questa: “O GESÙ, MI ABBANDONO IN TE, PENSACI TU” “ABBANDONATI AL MIO CUORE... E VEDRAI” Voglio che tu creda nella mia onnipotenza, e non nella tua azione: che tu cerchi di mettere in azione Me, non te negli altri. Tu cerca la mia intimità, esaudisci il mio desiderio di averti, di arricchirti, di amarti come voglio. Lasciati andare, lasciami riposare in te, lasciami sfogare su di te continuamente la mia onnipotenza. Se tu rimarrai vicino a me e non ti preoccuperai di fare per conto tuo, di correre per uscire, per dire di avere fatto, mi dimostrerai che credi nella mia onnipotenza e io lavorerò intensamente con te quando parlerai, andrai, lavorerai, starai in preghiera o dormirai perché “ai miei diletti dò il necessario anche nel sonno” (salmo 126). Se starai con Me senza voler correre, nè preoccuparti di cosa alcuna per te, ma la rimetterai con totale fiducia a Me, Io ti darò tutto quello che ti necessita, secondo il mio disegno eterno. Ti darò i sentimenti che voglio da te, ti darò una grande compassione verso il tuo prossimo e ti farò dire e fare quello che Io vorrò. Allora la tua azione verrà dal mio Amore. Io solo, non tu con tutta la tua attività, potrò fare dei figli nuovi, che nascono da Me. Io ne farò tanti di più quanto più tu vorrai essere un vero figlio quanto il mio Unigenito, perché lo sai che "se farai la Mia Volontà mi sarai fratello, sorella e madre" per generarmi negli altri, perché Io produrrò nuovi figli, servendomi di veri figli. Quello che tu farai per riuscire è tutto fumo in confronto a quello che faccio Io nel segreto dei cuori per quelli che amano. “Rimanete nel Mio Amore.. se rimarrete in Me e rimangono in voi le mie parole, chiedete quello che volete e vi sarà dato” (Gv 15)»
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Docile allo Spirito Santo
Nostro Signore Gesù lo vuole: bisogna seguirlo da vicino. Non c'è altra strada. Questa è l'opera dello Spirito Santo in ogni anima — nella tua —, e devi essere docile, per non porre ostacoli al tuo Dio. (Forgia, 860)
Se ora vogliamo determinare — sia pure in linee generali — quale sia lo stile di vita che porti ad avere un rapporto di amicizia e di familiarità con lo Spirito Santo — e, assieme a Lui, con il Padre e il Figlio — dobbiamo considerare tre realtà fondamentali: la docilità, la vita di preghiera, l'unione alla Croce.In primo luogo la docilità, perché è lo Spirito Santo che con le sue ispirazioni dà tono soprannaturale ai nostri pensieri, ai nostri desideri e alle nostre opere.
È Lui che ci spinge ad aderire alla dottrina di Cristo e ad assimilarla in tutta la sua profondità; è Lui che ci illumina per farci prendere coscienza della nostra vocazione personale e ci sostiene per farci realizzare tutto ciò che Dio si attende da noi. Se siamo docili allo Spirito Santo, l'immagine di Cristo verrà a formarsi sempre più nitidamente in noi, e in questo modo saremo sempre più vicini a Dio Padre.
Sono infatti coloro che sono guidati dallo Spirito di Dio, i veri figli di Dio. Se ci lasciamo guidare da questo principio di vita presente in noi, la nostra vitalità spirituale si svilupperà sempre più, e noi ci abbandoneremo nelle mani di Dio nostro Padre con la stessa spontaneità e con la stessa fiducia con cui il bambino si getta nelle braccia del padre. Se non diventerete come i bambini, non entrerete nel regno dei cieli, ha detto il Signore.
Questo antico e sempre attuale itinerario interiore di infanzia, non è fragile sentimentalismo né carenza di maturità umana, bensì la vera maturità soprannaturale, che ci porta a scoprire sempre meglio le meraviglie dell'amore divino, a riconoscere la nostra piccolezza e a identificare del tutto la nostra volontà con la volontà di Dio. (E' Gesù che passa, 135)
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Se ora vogliamo determinare — sia pure in linee generali — quale sia lo stile di vita che porti ad avere un rapporto di amicizia e di familiarità con lo Spirito Santo — e, assieme a Lui, con il Padre e il Figlio — dobbiamo considerare tre realtà fondamentali: la docilità, la vita di preghiera, l'unione alla Croce.In primo luogo la docilità, perché è lo Spirito Santo che con le sue ispirazioni dà tono soprannaturale ai nostri pensieri, ai nostri desideri e alle nostre opere.
È Lui che ci spinge ad aderire alla dottrina di Cristo e ad assimilarla in tutta la sua profondità; è Lui che ci illumina per farci prendere coscienza della nostra vocazione personale e ci sostiene per farci realizzare tutto ciò che Dio si attende da noi. Se siamo docili allo Spirito Santo, l'immagine di Cristo verrà a formarsi sempre più nitidamente in noi, e in questo modo saremo sempre più vicini a Dio Padre.
Sono infatti coloro che sono guidati dallo Spirito di Dio, i veri figli di Dio. Se ci lasciamo guidare da questo principio di vita presente in noi, la nostra vitalità spirituale si svilupperà sempre più, e noi ci abbandoneremo nelle mani di Dio nostro Padre con la stessa spontaneità e con la stessa fiducia con cui il bambino si getta nelle braccia del padre. Se non diventerete come i bambini, non entrerete nel regno dei cieli, ha detto il Signore.
Questo antico e sempre attuale itinerario interiore di infanzia, non è fragile sentimentalismo né carenza di maturità umana, bensì la vera maturità soprannaturale, che ci porta a scoprire sempre meglio le meraviglie dell'amore divino, a riconoscere la nostra piccolezza e a identificare del tutto la nostra volontà con la volontà di Dio. (E' Gesù che passa, 135)
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San Bonifacio
Vescovo e martireBonifacio nacque a Crediton nel Devonshire (Inghilterra sud-occidentale) tra il 673 e il 680; fu battezzato con il nome di Wilfrid o Wynfrith, decise di diventare monaco all’età di cinque anni, dopo avere ascoltato i racconti di monaci in visita a casa sua. Iniziò a sette anni la sua educazione, prima alla scuola di un monastero presso Exeter, e quindi all’abbazia benedettina di Nursling (Hampshire) presso Winchester. Qui studiò sotto l’abate Winbert, divenne monaco e quindi direttore e insegnante della scuola. Scrisse la prima grammatica latina prodotta in Inghilterra.
Wilfrid fu ordinato prete a 30 anni, e nonostante i suoi successi nell’insegnamento e nella predicazione, volle raggiungere Willibrord ("apostolo dei Paesi Bassi") come missionario in Frisia. Ottenuto un riluttante consenso dal suo abate Winbert, partì con due confratelli. Il suo primo viaggio missionario nella primavera del 716 fallì per la rivolta di Radbod, e in autunno fece ritorno in Inghilterra. I monaci di Nursling cercarono di farlo rimanere eleggendolo abate alla morte di Winbert, ma egli rifiutò sentendosi chiamato alla missione. Nel 718, andò a Roma, dove il Pp S. Gregorio II lo inviò a predicare ai pagani in Germania, cambiando il nome di Wilfrid in Bonifacio.
Confortato e sostenuto dall’appoggio del Papa, Bonifacio si impegnò nella predicazione del Vangelo in quelle regioni, lottando contro i culti pagani e rafforzando le basi della moralità umana e cristiana. Con grande senso del dovere egli scriveva in una delle sue lettere: « Stiamo saldi nella lotta nel giorno del Signore, poiché sono giunti giorni di afflizione e miseria... Non siamo cani muti, né osservatori taciturni, né mercenari che fuggono davanti ai lupi! Siamo invece Pastori solerti che vegliano sul gregge di Cristo, che annunciano alle persone importanti e a quelle comuni, ai ricchi e ai poveri la volontà di Dio... nei tempi opportuni e non opportuni...» (Epistulae, 3,352.354: MGH).
Alla morte di Radbod, si realizzò il suo sogno di lavorare a fianco di Willibrord, che aiutò per tre anni. All’offerta di diventare il successore di Willibrord a Utrecht, Bonifacio rifiutò, poiché il suo mandato era generale e non confinato ad una singola diocesi.
Nel 722 fu richiamato a Roma e consacrato vescovo regionario per la Germania. La sua evangelizzazione, come già quella di Willibrord, si fece notare per i colpi alle radici delle superstizioni pagane, a cominciare dall’abbattimento della quercia sacra di Thor a Geismar. Inoltre, Bonifacio diede inizio a un intenso scambio di monaci missionari tra l’Inghilterra e la Germania (soprattutto in Turingia, dove i pochi preesistenti cristiani – inclusi alcuni preti celti e franchi – erano più di ostacolo che di aiuto alla missione). A lui si deve la costruzione di diocesi e di monasteri, tra cui quello di Ohrdruf (presso Gotha), centro missionario per la Turingia, e l’abbazia di Fulda, presso Francoforte.
Nel 731, il Pp S. Gregorio III lo costituì metropolita della Germania, con permesso di creare nuove sedi, e nel 747, dopo aver fissato la sua sede a Mainz, fu eletto primate della Germania. In tutto questo tempo continuò a mantenere stretti contatti con la famiglia reale carolingia: gli fu chiesto di dare il proprio aiuto alla chiesa dei franchi, che era in triste necessità di riforma, e organizzò sinodi e concili istituendo riforme per rivitalizzare la chiesa.
Nel 753, a oltre 70 anni di età, Bonifacio si dimise lasciando al proprio posto S. Lullo, per passare i suoi ultimi anni a riconvertire gli abitanti della Frisia, ricaduti nel paganesimo dopo la morte di S. Willibrord. Con una piccola compagnia, convertì con successo un gran numero di persone nell’area fino a quel punto non evangelizzata della Frisia nord-orientale.
Il 5 giugno 754, alla vigilia di Pentecoste, Bonifacio e il suo confratello Eoban (che era stato da lui assegnato come amministratore della diocesi di Utrecht) si preparavano alla cresima di alcuni convertiti a Dokkum, nei Paesi Bassi settentrionali. Mentre Bonifacio leggeva quietamente nella sua tenda, una banda di pagani armati assalì il campo.
Bonifacio non permise al suo seguito di difenderlo con le armi « Non temete, - disse ai compagni - tutte le armi di questo mondo non possono uccidere la nostra anima » e dopo averli esortati a confidare in Dio e ad accogliere la prospettiva del martirio per la fede, fu uno dei primi a morire. Il suo corpo fu portato all’abbazia di Fulda, dove riposa tuttora. Il libro che leggeva prima del martirio (una copia del “De Bono Mortis” o “il bene della morte”, di S. Ambrogio), macchiato di sangue, fu esibito per secoli come reliquia.
Bonifacio è considerato l’apostolo della Germania e dei Paesi Bassi, e secondo la stima dello storico Christopher Dawson, ha avuto più influenza sulla storia europea di qualsiasi altro inglese.
Significato del nome Bonifacio : “che abbia buon destino” (latino)
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Tutti hanno dato dal loro superfluo, lei invece, dalla sua povertà
Beata Teresa di Calcutta (1910-1997), fondatrice delle Suore Missionarie della Carità A Simple Path
Occorre dare ciò che vi costa qualcosa. Non basta dare soltanto ciò di cui potete fare a meno, ma anche ciò di cui non potete né volete fare a meno, le cose alle quali siete attaccati. Allora il vostro dono diviene un sacrificio che ha prezzo agli occhi di Dio... È quello che chiamiamo l'amore in atto. Ogni giorno vedo crescere questo amore in bambini, uomini e donne.
Una volta camminavo per la strada ; un mendicante mi venne incontro e mi disse : « Madre Teresa, tutti ti fanno dei regali, anch'io voglio darti qualcosa. Oggi ho ricevuto soltanto ventinove centesimi per tutta la giornata, e voglio darteli ». Riflettei un attimo. « Se prendo questi ventinove centesimi (che valgono quasi niente), lui rischia di non avere niente da mangiare questa sera ; e se non li prendo, gli causerò un dispiacere ». Allora ho steso le mani e ho preso il denaro. Mai, su nessun viso, ho visto tanta gioia, quanto ne ho visto su quello di quest'uomo, tanto felice di aver potuto fare un regalo a Madre Teresa ! Per lui, che aveva mendicato tutta la giornata al sole questa somma irrisoria, con la quale non si poteva fare nulla, era un sacrificio enorme. Ma era anche meraviglioso, perché questi spiccioli ai quali lui rinunciava, dati con tanto amore, diventavano una fortuna.
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venerdì 4 giugno 2010
Dal cristiano ci si attende eroismo
Quanti di coloro che si lascerebbero inchiodare a una croce davanti allo sguardo attonito di migliaia di spettatori non sanno soffrire cristianamente le punzecchiature di ogni giorno! Pensa, allora, che cosa è più eroico. (Cammino, 204).
Oggi, come ieri, dal cristiano ci si attende eroismo. Eroismo in grandi conflitti, se è necessario; ed eroismo — più consueto — nelle piccole avvisaglie di ogni giorno. Quando si lotta assiduamente, con Amore, fin nelle cose piccole, in modo tale che la lotta sembri impercettibile, il Signore è sempre accanto ai suoi figli come pastore pieno d'amore: Io stesso condurrò le mie pecore al pascolo e io le farò riposare. Andrò in cerca della pecora perduta e ricondurrò all'ovile quella smarrita; fascerò quella ferita e curerò quella malata... Abiteranno in piena sicurezza nella loro terra. Sapranno che io sono il Signore, quando avrò spezzato le spranghe del loro giogo e li avrò liberati dalle mani di coloro che li tiranneggiano.
Ricorro piuttosto alla sua misericordia, alla sua compassione, perché non guardi i nostri peccati, ma i meriti di Cristo e quelli della sua Santissima Madre — che è anche Madre nostra — del santo Patriarca Giuseppe che gli fece da padre, e di tutti i santi.
Il cristiano può essere ben sicuro che se desidera lottare, il Signore — come leggiamo nella Messa della festa odierna — lo terrà per la mano destra. Gesù, che entra in Gerusalemme cavalcando, Re di pace, un povero asinello, è colui che disse: Il regno dei cieli soffre violenza e i violenti se ne impadroniscono. Questa forza non è una violenza contro gli altri: ma fortezza per combattere le proprie debolezze e le proprie miserie, coraggio di non mascherare le proprie infedeltà, audacia per confessare la fede anche quando l'ambiente è ostile.(E' Gesù che passa, 82)
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Oggi, come ieri, dal cristiano ci si attende eroismo. Eroismo in grandi conflitti, se è necessario; ed eroismo — più consueto — nelle piccole avvisaglie di ogni giorno. Quando si lotta assiduamente, con Amore, fin nelle cose piccole, in modo tale che la lotta sembri impercettibile, il Signore è sempre accanto ai suoi figli come pastore pieno d'amore: Io stesso condurrò le mie pecore al pascolo e io le farò riposare. Andrò in cerca della pecora perduta e ricondurrò all'ovile quella smarrita; fascerò quella ferita e curerò quella malata... Abiteranno in piena sicurezza nella loro terra. Sapranno che io sono il Signore, quando avrò spezzato le spranghe del loro giogo e li avrò liberati dalle mani di coloro che li tiranneggiano.
Ricorro piuttosto alla sua misericordia, alla sua compassione, perché non guardi i nostri peccati, ma i meriti di Cristo e quelli della sua Santissima Madre — che è anche Madre nostra — del santo Patriarca Giuseppe che gli fece da padre, e di tutti i santi.
Il cristiano può essere ben sicuro che se desidera lottare, il Signore — come leggiamo nella Messa della festa odierna — lo terrà per la mano destra. Gesù, che entra in Gerusalemme cavalcando, Re di pace, un povero asinello, è colui che disse: Il regno dei cieli soffre violenza e i violenti se ne impadroniscono. Questa forza non è una violenza contro gli altri: ma fortezza per combattere le proprie debolezze e le proprie miserie, coraggio di non mascherare le proprie infedeltà, audacia per confessare la fede anche quando l'ambiente è ostile.(E' Gesù che passa, 82)
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S. Francesco Caracciolo
Sacerdote, fondatore : "Chierici Regolari Minori"Francesco, al secolo Ascanio, Caracciolo nacque il 13 ottobre 1563 a Villa S. Maria di Chieti, nel feudo paterno di una delle più prestigiose famiglie del Regno di Napoli; era il terzo dei quattro figli di Ferrante Caracciolo, principe di San Buono, e di Isabella Barattucci, dama di Teano.
Sin dall'infanzia aveva manifestato una particolare propensione alla vita ascetica. A ventidue anni venne colpito da una grave malattia (forse la lebbra) che ne deturpò il corpo: giudicato inguaribile, si fece rinchiudere in isolamento. Attraverso una finestrella, che si apriva sulla cappella di famiglia, poteva seguire la messa. Durante l'infermità, ebbe modo di meditare a lungo sulla vanità delle cose terrene: la sua vocazione religiosa prese così un contorno più preciso e promise che, se fosse guarito, avrebbe dedicato la sua vita al servizio di Dio e del prossimo.
Guarito, rinunciò a tutti i suoi beni e ai titoli nobiliari. Si recò a Napoli per completare gli studi teologici e, nel 1587, venne ordinato sacerdote. In quegli anni crebbe anche la sua devozione eucaristica, che avrebbe caratterizzato per sempre la sua spiritualità. Entrò nella Compagnia dei Bianchi, una confraternita che si occupava in particolare dell'assistenza dei carcerati e dei condannati a morte.
A causa di un errore (nella Compagnia dei Bianchi prestava servizio un suo omonimo), gli fu recapitata una lettera di Fabrizio Caracciolo, abate di S. Maria Maggiore di Napoli, e del nobile genovese Agostino Adorno. Gli si chiedeva di collaborare alla fondazione di un Ordine che cooperasse al consolidamento e alla diffusione della fede cattolica secondo i nuovi principi dettati dal Concilio di Trento, conclusosi nel 1563.
Nonostante l'equivoco, Ascanio Caracciolo aderì all'iniziativa ed insieme ai due committenti si ritirò nell'Eremo di Camaldoli dove formulò la “Regola” per una nuova “Famiglia Religiosa”: oltre ai normali tre voti (castità, povertà e obbedienza) ne aggiunse un quarto, cioè quello di non ambire ad alcuna dignità ecclesiastica e una dedizione particolare al culto divino incentrato nella devozione Eucaristica alimentata dalla Preghiera Circolare Continua (adorazione perpetua del SS. Sacramento).
L'Ordine venne approvato dal Pp Sisto V (Felice Peretti) il 1° luglio 1588 con il nome di Chierici Regolari Minori (chiamati, in seguito, Caracciolini).
Nel 1589, emettendo i voti religiosi, decise di cambiare il suo nome assumendo quello di Francesco, per devozione al “Poverello”.
Nel 1593, in occasione del primo capitolo generale dell'Ordine, Francesco dovette accettare per obbedienza la carica di Priore Generale, alla quale rinunciò presto. Respinse anche la nomina a vescovo, in quanto preferì dedicarsi totalmente alla diffusione dell'Ordine e alla formazione dei novizi.
Intanto la giovane congregazione approdava a Roma, dove Francesco strinse amicizia con (san) Filippo Neri, alla chiesa di S. Agnese in piazza Navona. Scaduto il suo mandato, tornò in Spagna dov'era stato già nel 1593 e vi fondò una casa religiosa a Valladolid e un collegio ad Alcalá de Henares. Fu maestro dei novizi a Madrid e di nuovo Priore della casa di S. Maria Maggiore di Napoli.
Le molteplici attività avevano fiaccato la sua già debole fibra. Durante un soggiorno ad Agnone (Isernia), presso i padri dell'Oratorio, cadde gravemente ammalato e lasciò questa terra il 4 giugno 1608, nella vigilia della festa del Corpus Domini pronunciando le parole: “Andiamo, andiamo al cielo”.
Il suo corpo fu trasportato a Napoli, dove fu sepolto nella chiesa di S. Maria Maggiore. Il primo dei suoi tanti miracoli, la guarigione di uno storpio proprio durante i funerali, fu la scintilla che accese il gran fuoco della devozione dei napoletani verso questo santo.
Francesco Caracciolo fu beatificato da Pp Clemente XIV (Gian Vincenzo Antonio Ganganelli) nel 1769 e canonizzato da Pp Pio VII (Barnaba Chiaramonti) il 24 maggio 1807.
È compatrono di Napoli dal 1840; patrono dei Congressi Eucaristici abruzzesi dal 1925; patrono dei cuochi d’Italia dal 1996.
I Caracciolini sono oggi presenti in Congo, Filippine, Germania, India, Italia, Kenya e Stati Uniti d'America. Si dedicano alla predicazione, alle missioni, all'istruzione giovanile, all'assistenza ai carcerati ed alla cura degli infermi.
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Il suo nome è Re dei re e Signore dei signori
San Cirillo di Gerusalemme (313-350), vescovo di Gerusalemme, dottore della Chiesa Catechesi battesimale 10, 2,4,5 : PG 33, 662.663-667
Chi vuole onorare Dio, si prosterni davanti a suo Figlio. Altrimenti, il Padre non accetta di essere adorato. Dall'alto del cielo, il Padre ha fatto udire queste parole : « Questi è il Figlio mio prediletto, nel quale mi sono compiaciuto » (Mt 3, 17). Il Padre si è compiaciuto nel Figlio, ...chiamato « Signore » (Lc 2, 11) non impropriamente come lo sono i signori umani, bensì perché la signoria appartiene a lui per natura, da sempre...
Pur rimanendo se stesso e conservando veramente la gloria immutabile del suo essere Figlio, si aggiusta alle nostre debolezze, come un medico abilissimo e un maestro compassionevole. E tutto ciò, l'ha fatto mentre era realmente Signore, senza dover a nessun avanzamento il suo potere ; infatti la gloria della signoria era sua per natura. Non era Signore alla maniera dei signori umani ; era Signore in tutta verità, esercitando la signoria sulle proprie creature con il consenso del Padre. Noi, infatti, possiamo esercitare un dominio su uomini che sono i nostri pari, sia in dignità che nelle sofferenze, anzi sovente che ci sono superiori. Invece, la signoria di Nostro Signore non è di questa natura : egli è innanzi tutto Creatore, e in secondo luogo Signore. Ha creato tutto secondo la volontà del Padre, ora esercita la signoria su quanto esiste solo per mezzo di lui.
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giovedì 3 giugno 2010
Chi è forte soffre, talvolta, ma resiste
La facciata è di energia e di fortezza. Ma quanta fiacchezza e quanta mancanza di volontà al di dentro! Rafforza la decisione che le tue virtù non siano un travestimento, ma abiti che definiscano il tuo carattere. (Solco, 777)
Il cammino del cristiano, il cammino di ogni uomo, non è facile. A volte, per un certo tempo, sembra che tutto avvenga secondo le nostre attese; ma sono brevi momenti. Vivere significa affrontare le difficoltà, sentire nel cuore gioie e afflizioni, lasciarsi modellare dalle vicissitudini e così poter acquistare fortezza, pazienza, magnanimità, serenità.E forte chi persevera fino al compimento di ciò che giudica di dover fare, secondo coscienza; chi non stima il valore di un compito solo per i benefici che ne ottiene, ma per il servizio che presta agli altri. Chi è forte soffre, talvolta, ma resiste; piange, forse, ma inghiottisce le lacrime. Quando infieriscono le difficoltà non si piega. (Amici di Dio, 77)
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Il cammino del cristiano, il cammino di ogni uomo, non è facile. A volte, per un certo tempo, sembra che tutto avvenga secondo le nostre attese; ma sono brevi momenti. Vivere significa affrontare le difficoltà, sentire nel cuore gioie e afflizioni, lasciarsi modellare dalle vicissitudini e così poter acquistare fortezza, pazienza, magnanimità, serenità.E forte chi persevera fino al compimento di ciò che giudica di dover fare, secondo coscienza; chi non stima il valore di un compito solo per i benefici che ne ottiene, ma per il servizio che presta agli altri. Chi è forte soffre, talvolta, ma resiste; piange, forse, ma inghiottisce le lacrime. Quando infieriscono le difficoltà non si piega. (Amici di Dio, 77)
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Santi Carlo Lwanga e 12 compagni Martiri
† Namugongo, Uganda, 3 giugno 1886Tra il 1885 e il 1887, in Uganda i cristiani subirono una violenta persecuzione. Le vittime furono un centinaio.
Tra loro Carlo, domestico del re Muanga dell'antico regno indipendente del Buganda, bruciato vivo insieme a dodici compagni il 3 giugno 1886.
Carlo Lwanga, capo dei paggi reali, era stato battezzato durante l'evangelizzazione attuata dai Padri Bianchi, fondati dal cardinale Lavigerie.
Inizialmente la loro opera, avviata nel 1879, venne ben accolta dal re Mutesa così come dal successore Muanga, che però si fece influenzare dal cancelliere del regno e dal capotribù. Tanto che decise la soppressione fisica dei cristiani, alcuni dei quali uccise con le proprie mani.
Oggi il calendario ricorda ventidue martiri dell'Uganda, beatificati il 6 giugno 1920 da Benedetto XV e canonizzati da Paolo VI l'8 ottobre 1964. A loro è stato inoltre dedicato un grande santuario a Namugongo consacrato da Paolo VI nel 1969. (Avvenire)
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Fece un certo scalpore, nel 1920, la beatificazione da parte di Papa Benedetto XV di ventidue martiri di origine ugandese, forse perché allora, sicuramente più di ora, la gloria degli altari era legata a determinati canoni di razza, lingua e cultura. In effetti, si trattava dei primi sub-sahariani (dell’”Africa nera”, tanto per intenderci) ad essere riconosciuti martiri e, in quanto tali, venerati dalla Chiesa cattolica.La loro vicenda terrena si svolge sotto il regno di Mwanga, un giovane re che, pur avendo frequentato la scuola dei missionari (i cosiddetti “Padri Bianchi” del Cardinal Lavigerie) non è riuscito ad imparare né a leggere né a scrivere perché “testardo, indocile e incapace di concentrazione”.
Certi suoi atteggiamenti fanno dubitare che sia nel pieno possesso delle sue facoltà mentali ed inoltre, da mercanti bianchi venuti dal nord, ha imparato quanto di peggio questi abitualmente facevano: fumare hascisc, bere alcool in gran quantità e abbandonarsi a pratiche omosessuali.
Per queste ultime, si costruisce un fornitissimo harem costituito da paggi, servi e figli dei nobili della sua corte.Sostenuto all’inizio del suo regno dai cristiani (cattolici e anglicani) che fanno insieme a lui fronte comune contro la tirannia del re musulmano Kalema, ben presto re Mwanga vede nel cristianesimo il maggior pericolo per le tradizioni tribali ed il maggior ostacolo per le sue dissolutezze. A sobillarlo contro i cristiani sono soprattutto gli stregoni e i feticisti, che vedono compromesso il loro ruolo ed il loro potere e così, nel 1885, ha inizio un’accesa persecuzione, la cui prima illustre vittima è il vescovo anglicano Hannington, ma che annovera almeno altri 200 giovani uccisi per la fede.
Il 15 novembre 1885 Mwanga fa decapitare il maestro dei paggi e prefetto della sala reale. La sua colpa maggiore? Essere cattolico e per di più catechista, aver rimproverato al re l’uccisione del vescovo anglicano e aver difeso a più riprese i giovani paggi dalle “avances” sessuali del re. Giuseppe Mkasa Balikuddembè apparteneva al clan Kayozi ed ha appena 25 anni.Viene sostituito nel prestigioso incarico da Carlo Lwanga, del clan Ngabi, sul quale si concentrano subito le attenzioni morbose del re. Anche Lwanga, però, ha il “difetto” di essere cattolico; per di più, in quel periodo burrascoso in cui i missionari sono messi al bando, assume una funzione di “leader” e sostiene la fede dei neoconvertiti.Il 25 maggio 1886 viene condannato a morte insieme ad un gruppo di cristiani e quattro catecumeni, che nella notte riesce a battezzare segretamente; il più giovane, Kizito, del clan Mmamba, ha appena 14 anni.
Il 26 maggio vengono uccisi Andrea Kaggwa, capo dei suonatori del re e suo familiare, che si era dimostrato particolarmente generoso e coraggioso durante un’epidemia, e Dionigi Ssebuggwawo.Si dispone il trasferimento degli altri da Munyonyo, dove c’era il palazzo reale in cui erano stati condannati, a Namugongo, luogo delle esecuzioni capitali: una “via crucis” di 27 miglia, percorsa in otto giorni, tra le pressioni dei parenti che li spingono ad abiurare la fede e le violenze dei soldati. Qualcuno viene ucciso lungo la strada: il 26 maggio viene trafitto da un colpo di lancia Ponziano Ngondwe, del clan Nnyonyi Nnyange, paggio reale, che aveva ricevuto il battesimo mentre già infuriava la persecuzione e per questo era stato immediatamente arrestato; il paggio reale Atanasio Bazzekuketta, del clan Nkima, viene martirizzato il 27 maggio.
Alcune ore dopo cade trafitto dalle lance dei soldati il servo del re Gonzaga Gonga del clan Mpologoma, seguito poco dopo da Mattia Mulumba del clan Lugane, elevato al rango di “giudice”, cinquantenne, da appena tre anni convertito al cattolicesimo.
Il 31 maggio viene inchiodato ad un albero con le lance dei soldati e quindi impiccato Noè Mawaggali, un altro servo del re, del clan Ngabi.Il 3 giugno, sulla collina di Namugongo, vengono arsi vivi 31 cristiani: oltre ad alcuni anglicani, il gruppo di tredici cattolici che fa capo a Carlo Lwanga, il quale aveva promesso al giovanissimo Kizito: “Io ti prenderò per mano, se dobbiamo morire per Gesù moriremo insieme, mano nella mano”. Il gruppo di questi martiri è costituito inoltre da: Luca Baanabakintu, Gyaviira Musoke e Mbaga Tuzinde, tutti del clan Mmamba; Giacomo Buuzabalyawo, figlio del tessitore reale e appartenente al clan Ngeye; Ambrogio Kibuuka, del clan Lugane e Anatolio Kiriggwajjo, guardiano delle mandrie del re; dal cameriere del re, Mukasa Kiriwawanvu e dal guardiano delle mandrie del re, Adolofo Mukasa Ludico, del clan Ba’Toro; dal sarto reale Mugagga Lubowa, del clan Ngo, da Achilleo Kiwanuka (clan Lugave) e da Bruno Sserunkuuma (clan Ndiga).
Chi assiste all’esecuzione è impressionato dal sentirli pregare fino alla fine, senza un gemito. E’ un martirio che non spegne la fede in Uganda, anzi diventa seme di tantissime conversioni, come profeticamente aveva intuito Bruno Sserunkuuma poco prima di subire il martirio “Una fonte che ha molte sorgenti non si inaridirà mai; quando noi non ci saremo più altri verranno dopo di noi”.La serie dei martiri cattolici elevati alla gloria degli altari si chiude il 27 gennaio 1887 con l’uccisione del servitore del re, Giovanni Maria Musei, che spontaneamente confessò la sua fede davanti al primo ministro di re Mwanga e per questo motivo venne immediatamente decapitato.
Carlo Lwanga con i suoi 21 giovani compagni è stato canonizzato da Paolo VI nel 1964 e sul luogo del suo martirio oggi è stato edificato un magnifico santuario; a poca distanza, un altro santuario protestante ricorda i cristiani dell’altra confessione, martirizzati insieme a Carlo Lwanga. Da ricordare che insieme ai cristiani furono martirizzati anche alcuni musulmani: gli uni e gli altri avevano riconosciuto e testimoniato con il sangue che “Katonda” (cioè il Dio supremo dei loro antenati) era lo stesso Dio al quale si riferiscono sia la Bibbia che il Corano.
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Questo è il più grande e il primo dei comandamenti. E il secondo è simile al primo
Sant'Agostino (354-430), vescovo d'Ippona (Africa del Nord) e dottore della Chiesa De Trinitate, VIII, 12 ; PL 42, 958B-959A
« Carissimi, amiamoci vicendevolmente perché l'amore viene da Dio; colui che ama è nato da Dio, e conosce Dio. Chi non ama, non ha conosciuto Dio, perché Dio è amore » (1 Gv 4,7-8). Questo contesto mostra in maniera sufficiente e chiara che questo amore fraterno - infatti l'amore fraterno è quello che ci fa amare vicendevolmente - non solo viene da Dio, ma che, secondo una così grande autorità, è Dio stesso.
Di conseguenza, amando secondo l'amore il fratello, lo amiamo secondo Dio. Né può accadere che non amiamo principalmente questo amore, con cui amiamo il fratello. Da ciò si conclude che quei due precetti non possono esistere l'uno senza l'altro. Poiché in verità « Dio è amore », ama certamente Dio, colui che ama l'amore ed è necessario che ami l'amore colui che ama il fratello. Perciò poco più innanzi l'apostolo Giovanni afferma: « Non può amare Dio, che non vede, colui che non ama il prossimo che vede » (1 Gv 4,20), perché la ragione per cui non vede Dio è che non ama il fratello. Infatti chi non ama il fratello, non è nell'amore e chi non è nell'amore non è in Dio, perché « Dio è amore »
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mercoledì 2 giugno 2010
SS. Marcellino, sacerdote e Pietro, esorcista
La più antica notizia sul loro martirio è stata tramandata da S. Damaso I, (305-384) il quale attesta di averla appresa in gioventù dalla bocca dello stesso carnefice.Secondo la testimonianza del papa, dunque, il giudice aveva ordinato che i due martiri fossero decapitati nel folto di una selva affinché i loro sepolcri restassero sconosciuti.
Condotti al luogo del supplizio essi si prepararono con le proprie mani la tomba, in cui i loro corpi rimasero ignorati finché la pia matrona Lucilla, venuta a conoscenza della cosa, si premurò di farli trasferire e di dare degna sepoltura a Roma sulla via Lubicana nel cimitero Ad Duas Lauros (ai due allori - probabilmente per la presenza di due alberi di alloro rinvenuti in questo sito).
È quanto attesta anche il Martirologio Romano il quale dice che Marcellino era presbitero e Pietro esorcista e li commemora il 2 giugno: il dies natalis è concordemente attestato da tutti i libri liturgici (Sacramentari) ed agiografici (martirologi storici).
Secondo l'autore del Liber Pontificalis, Costantino edificò in loro onore una basilica; il carme che S. Damaso I, aveva posto sul loro sepolcro fu distrutto dai Goti, ma il Pp Vigilio lo rifece inserendo i nomi dei due martiri anche nel Canone della Messa; allo stesso periodo deve attribuirsi il loro ricordo nella liturgia ambrosiana.
Là dove la moderna via Labicana incrocia via Merulana (la via che porta da S. Giovanni in Laterano a S. Maria Maggiore) sorge dal 1751 la basilica dei SS. Marcellino e Pietro, edificata su una base che sembra risalire alla seconda metà del secolo IV e in cui si trovava forse la dimora di uno dei due santi titolari.
La vicenda terrena del presbitero Marcellino e dell'esorcista Pietro venne ulteriormente arricchita di elementi più o meno leggendari da una Passione del VI sec..
Essa narra che Pietro e Marcellino vennero rinchiusi in una prigione sotto la sorveglianza di un certo Artemio, la cui figlia Paolina era posseduta dal demonio.
Pietro, esorcista, assicurò ad Artemio che, se lui e sua moglie Candida si fossero convertiti, Paolina sarebbe immediatamente guarita. Dopo qualche perplessità, la famigliola si convertì e di lì a poco fu pure chiamata a testimoniare Cristo col martirio: al 120 miglio della via Aurelia Artemio venne decapitato e Candida e Paolina vennero soffocate sotto un cumulo di pietre.
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Credo la risurrezione della carne
San Giustino (circa 100 -160), filosofo, martire Trattato sulla risurrezione, 2.4.7-9
Coloro che sono in errore dicono che non c'è risurrezione della carne, che è impossibile che essa, dopo esser stata distrutta e ridotta in polvere, ritrovi la sua integrità. Ancora, secondo loro, la salvezza della carne sarebbe non soltanto impossibile, ma pure nociva; biasimano la carne, denunciando i suoi difetti, la rendono responsabile dei peccati; dicono quindi che se questa carne dovesse risuscitare, anche i suoi difetti risusciterebbero... Inoltre, il Salvatore ha detto: «Quando risusciteranno dai morti, non prenderanno moglie né marito, ma saranno come angeli nei cieli.» Ora, dicono, gli angeli non hanno carne, né mangiano né si uniscono. Dunque, dicono, non ci sarà risurrezione della carne...
Quanto sono ciechi gli occhi del solo intelletto! Non hanno visto infatti sulla terra «i ciechi ricuperare la vista, gli storpi camminare» (Mt 11,5) grazie alla parola del Salvatore..., allo scopo di farci credere che, alla risurrezione, l'intera carne risusciterà. Se sulla terra, egli ha guarito le infermità della carne e ha reso al corpo la sua integrità, quanto più lo farà al momento della risurrezione, affinché la carne risusciti senza difetto, integralmente... Questa gente mi sembra ignorare l'operare divino nel suo insieme, all'origine della creazione, quando l'uomo è stato plasmato; ignorano il motivo per il quale le cose terrene sono state fatte.
Il Verbo ha detto: «Facciamo l'uomo a nostra immagine, a nostra somiglianza (Gen 1,26)... È ovvio che l'uomo, pur plasmato a immagine di Dio, era di carne. Quanto è assurdo allora considerare disprezzabile e senza alcun merito, la carne plasmata da Dio secondo la sua immagine! Che la carne sia preziosa agli occhi di Dio, questo è evidente, poiché essa è opera sua. E poiché proprio in questo si trova il principio del suo progetto per il resto della creazione, essa è ciò che c'è di più prezioso agli occhi del creatore.
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martedì 1 giugno 2010
San Giuseppe, Maestro di vita interiore
San Giuseppe, Padre di Cristo, è anche Padre tuo e tuo Signore. —Ricorri a lui. (Cammino, 559)San Giuseppe, Padre e Signore nostro, è Maestro di vita interiore.
—Mettiti sotto il suo patrocinio e sentirai l'efficacia del suo potere.(Cammino, 560)
Di San Giuseppe ecco che cosa dice Santa Teresa d'Avila, nella sua autobiografia: “Chi non trova Maestro che gli insegni a pregare, prenda per maestro questo glorioso santo, e non sbaglierà strada”. —Il consiglio viene da un'anima esperta. Seguilo. (Cammino, 561)
San Giuseppe: non si può amare Gesù e amare Maria senza amare il Santo Patriarca. (Forgia, 551)
Guarda quanti motivi per venerare San Giuseppe e per imparare dalla sua vita: fu un uomo forte nella fede...; mandò avanti la sua famiglia — Gesù e Maria — con il suo lavoro gagliardo...; custodì la purezza della Vergine, che era sua Sposa...; e rispettò — amò! — la libertà di Dio, che non solo scelse la Vergine come Madre, ma scelse anche lui come Sposo della Madonna. (Forgia, 552)
San Giuseppe, Padre e Signore nostro, castissimo, limpidissimo, che hai meritato di portare in braccio Gesù Bambino, e di lavarlo e abbracciarlo: insegnaci a trattare il nostro Dio, a essere puri, degni di essere altri Cristi.
E aiutaci a percorrere e a indicare, come Cristo, i cammini divini — nascosti e luminosi —, dicendo agli uomini che, sulla terra, possono avere costantemente un'efficacia spirituale straordinaria. (Forgia, 553)
Ama molto San Giuseppe, amalo con tutta l'anima, perché è la persona, assieme a Gesù, che ha amato di più la Madonna e che più è stato in rapporto con Dio: colui che più lo ha amato, dopo nostra Madre.— Merita il tuo affetto, e ti conviene frequentarlo, perché è Maestro di vita interiore, ed è molto potente presso il Signore e presso la Madre di Dio. (Forgia, 554)
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San Giustino
Filosofo e martire (memoria)Catechesi di Papa Benedetto XVI (Mercoledì, 21 marzo 2007)
Cari fratelli e sorelle,
stiamo in queste catechesi riflettendo sulle grandi figure della Chiesa nascente. Oggi parliamo di san Giustino, filosofo e martire, il più importante tra i Padri apologisti del secondo secolo. La parola «apologisti» designa quegli antichi scrittori cristiani che si proponevano di difendere la nuova religione dalle pesanti accuse dei pagani e degli Ebrei, e di diffondere la dottrina cristiana in termini adatti alla cultura del proprio tempo. Così negli apologisti è presente una duplice sollecitudine: quella, più propriamente apologetica, di difendere il cristianesimo nascente (apologhía in greco significa appunto «difesa») e quella propositiva, «missionaria», di esporre i contenuti della fede in un linguaggio e con categorie di pensiero comprensibili ai contemporanei.
Giustino era nato intorno all’anno 100 presso l’antica Sichem, in Samaria, in Terra Santa; egli cercò a lungo la verità, pellegrinando nelle varie scuole della tradizione filosofica greca. Finalmente – come egli stesso racconta nei primi capitoli del suo Dialogo con Trifone – un misterioso personaggio, un vegliardo incontrato lungo la spiaggia del mare, lo mise dapprima in crisi, dimostrandogli l’incapacità dell’uomo a soddisfare con le sole sue forze l’aspirazione al divino. Poi gli indicò negli antichi profeti le persone a cui rivolgersi per trovare la strada di Dio e la «vera filosofia». Nel congedarlo, l’anziano lo esortò alla preghiera, perché gli venissero aperte le porte della luce. Il racconto adombra l’episodio cruciale della vita di Giustino: al termine di un lungo itinerario filosofico di ricerca della verità, egli approdò alla fede cristiana. Fondò una scuola a Roma, dove gratuitamente iniziava gli allievi alla nuova religione, considerata come la vera filosofia. In essa, infatti, aveva trovato la verità e quindi l’arte di vivere in modo retto. Fu denunciato per questo motivo e venne decapitato intorno al 165, sotto il regno di Marco Aurelio, l’imperatore filosofo a cui Giustino stesso aveva indirizzato una sua Apologia.
Sono queste – le due Apologie e il Dialogo con Trifone – le sole opere che di lui ci rimangono. In esse Giustino intende illustrare anzitutto il progetto divino della creazione e della salvezza che si compie in Gesù Cristo, il Logos, cioè il Verbo eterno, la Ragione eterna, la Ragione creatrice. Ogni uomo, in quanto creatura razionale, è partecipe del Logos, ne porta in sé un «seme», e può cogliere i barlumi della verità. Così lo stesso Logos, che si è rivelato come in figura profetica agli Ebrei nella Legge antica, si è manifestato parzialmente, come in «semi di verità», anche nella filosofia greca. Ora, conclude Giustino, poiché il cristianesimo è la manifestazione storica e personale del Logos nella sua totalità, ne consegue che «tutto ciò che di bello è stato espresso da chiunque, appartiene a noi cristiani» (2 Apol. 13,4). In questo modo Giustino, pur contestando alla filosofia greca le sue contraddizioni, orienta decisamente al Logos qualunque verità filosofica, motivando dal punto di vista razionale la singolare «pretesa» di verità e di universalità della religione cristiana. Se l’Antico Testamento tende a Cristo come la figura orienta verso la realtà significata, la filosofia greca mira anch’essa a Cristo e al Vangelo, come la parte tende a unirsi al tutto. E dice che queste due realtà, l’Antico Testamento e la filosofia greca, sono come le due strade che guidano a Cristo, al Logos. Ecco perché la filosofia greca non può opporsi alla verità evangelica, e i cristiani possono attingervi con fiducia, come a un bene proprio. Perciò il mio venerato Predecessore, Papa Giovanni Paolo II, definì Giustino «pioniere di un incontro positivo col pensiero filosofico, anche se nel segno di un cauto discernimento»: perché Giustino, «pur conservando anche dopo la conversione grande stima per la filosofia greca, asseriva con forza e chiarezza di aver trovato nel cristianesimo “l’unica sicura e proficua filosofia” (Dial. 8,1)» (Fides et ratio, 38).
Nel complesso la figura e l’opera di Giustino segnano la decisa opzione della Chiesa antica per la filosofia, per la ragione, piuttosto che per la religione dei pagani. Con la religione pagana, infatti, i primi cristiani rifiutarono strenuamente ogni compromesso. La ritenevano idolatria, a costo di essere tacciati per questo di «empietà» e di «ateismo». In particolare Giustino, specialmente nella sua prima Apologia, condusse una critica implacabile nei confronti della religione pagana e dei suoi miti, considerati da lui come diabolici «depistaggi» nel cammino della verità. La filosofia rappresentò invece l’area privilegiata dell’incontro tra paganesimo, giudaismo e cristianesimo proprio sul piano della critica alla religione pagana e ai suoi falsi miti. «La nostra filosofia...»: così, nel modo più esplicito, giunse a definire la nuova religione un altro apologista contemporaneo di Giustino, il Vescovo Melitone di Sardi (citato in Eusebio, Storia Eccl. 4,26,7).
Di fatto la religione pagana non batteva le vie del Logos, ma si ostinava su quelle del mito, anche se questo era riconosciuto dalla filosofia greca come privo di consistenza nella verità. Perciò il tramonto della religione pagana era inevitabile: esso fluiva come logica conseguenza del distacco della religione – ridotta a un artificioso insieme di cerimonie, convenzioni e consuetudini – dalla verità dell’essere. Giustino, e con lui gli altri apologisti, siglarono la presa di posizione netta della fede cristiana per il Dio dei filosofi contro i falsi dèi della religione pagana. Era la scelta per la verità dell’essere contro il mito della consuetudine. Qualche decennio dopo Giustino, Tertulliano definì la medesima opzione dei cristiani con una sentenza lapidaria e sempre valida: «Dominus noster Christus veritatem se, non consuetudinem, cognominavit – Cristo ha affermato di essere la verità, non la consuetudine» (La velazione delle vergini 1,1). Si noti in proposito che il termine consuetudo, qui impiegato da Tertulliano in riferimento alla religione pagana, può essere tradotto nelle lingue moderne con le espressioni «moda culturale», «moda del tempo».
In un’età come la nostra, segnata dal relativismo nel dibattito sui valori e sulla religione – come pure nel dialogo interreligioso –, è questa una lezione da non dimenticare. A tale scopo vi ripropongo – e così concludo – le ultime parole del misterioso vegliardo, incontrato dal filosofo Giustino sulla riva del mare: «Tu prega anzitutto che le porte della luce ti siano aperte, perché nessuno può vedere e comprendere, se Dio e il suo Cristo non gli concedono di capire» (Dial. 7,3)
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Di chi è questa immagine ?
Santa Teresa d'Avila (1515-1582), carmelitana, dottore della Chiesa Poesie, n° 8 « Alma, buscarte has en mí »
Anima, cercati in me,
E, cercami in te.
L’amore è arrivato a tanto,
a riprodurti in me, o Anima
Che nemmeno il più grande pittore
potrebbe, con tanto talento,
disegnare una tale immagine.
Per amore fosti creata,
Bella, bellissima, e per questo
Dipinta nelle mie viscere,
Se ti perdessi, amata mia,
Dovresti cercarti in me
So che troverai
Nel fondo del mio cuore il tuo ritratto,
dipinto in modo tanto rassomigliante
che, vedendoti, ti rallegrerai
Di vederti, così splendidamente dipinta.
Se per caso, non sapessi
In quale luogo trovarmi,
Non andare di qua e di là,
Ma, se vuoi trovarmi,
cercami in te.
Poiché sei il mio focolare,
Sei la mia casa, la mia dimora,
Chiamo, in ogni momento,
Se trovo chiusa
La porta del tuo pensiero.
Fuori di te, non cercarmi
Poiché per trovarmi,
Basta che tu mi chiami;
E a te andrò senz’indugio,
cercami in te.
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