giovedì 22 novembre 2012

Preghiera del mattino del 22/XI/2012

Non piangere! 
Nessuno aveva potuto consolare il tuo popolo, e tu vieni come un agnello offerto con la purezza e la dolcezza, sole armi contro il male, e trionfi! 
Tu mi dici: Non piangere per tutto ciò che verrà, non temere nessuno dei dolori e delle catastrofi dell'apocalisse, dello svelamento finale di ogni cosa, poiché io sarò un leone per il nemico, ma per te sarò come un agnello.
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Te lo dico in nome di Dio: non disperare

Sono santi coloro che lottano fino alla fine della loro vita: coloro che sanno sempre rialzarsi dopo ogni inciampo, dopo ogni caduta, per proseguire coraggiosamente il cammino con umiltà, con amore, con speranza. (Forgia, 186) 

Il Signore si è avvicinato tanto alle creature, che tutti conserviamo in cuore aneliti di altezza, ansia di salire in alto, di fare il bene. Se ora ridesto in te tali aspirazioni, è perché voglio che ti convinca della sicurezza che Egli ha posto nella tua anima: se lo lasci operare, servirai — dal tuo posto — come strumento utile, dall'efficacia insospettata. E affinché tu non ti allontani, per viltà, dalla fiducia che Dio ripone in te, evita la presunzione di disprezzare ingenuamente le difficoltà che appariranno sul tuo cammino di cristiano. 
Non dobbiamo stupircene. Trasciniamo in noi stessi — conseguenza della natura caduta — un principio di opposizione, di resistenza alla grazia: sono le ferite del peccato originale, esacerbate dai nostri peccati personali. Pertanto, dobbiamo intraprendere quelle ascensioni, quei compiti divini e umani di ogni giorno — che sempre sfociano nell'Amore di Dio —, con umiltà, con cuore contrito, fiduciosi nell'assistenza divina, e tuttavia dedicando ad essi le nostre migliori energie, come se tutto dipendesse da noi. 
Mentre lotti — una lotta che durerà fino alla morte —, non escludere la possibilità che insorgano, violenti, i nemici di dentro e di fuori. E, come se questo peso non bastasse, a volte faranno ressa nella tua mente gli errori commessi, forse abbondanti. Te lo dico in nome di Dio: non disperare. Se ciò avviene — non deve succedere necessariamente, né sarà cosa abituale —, trasforma la prova in un'occasione per unirti maggiormente al Signore, perché Lui, che ti ha scelto come figlio, non ti abbandonerà. Permette la prova, per spingerti ad amare di più e farti scoprire con maggiore chiarezza la sua continua protezione, il suo Amore. 
 Ti ripeto, fatti coraggio, perché Cristo, che ci ha perdonato sulla Croce, continua a offrire il suo perdono nel sacramento della Penitenza, e sempre, per giungere alla vittoria abbiamo un avvocato presso il Padre: Gesù Cristo giusto Egli è vittima di espiazione per i nostri peccati; non soltanto per i nostri, ma anche per quelli di tutto il mondo [1 Gv 2, 1-2]. (Amici di Dio, 214)
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mercoledì 21 novembre 2012

Preghiera del mattino del 21/XI/2012

Dio Onnipotente, tu sei l'Amore. Dio trinitario, tu vivi rivolto verso il Padre, il Padre rivolto verso il Figlio nell'unità dello Spirito Santo. 
Per amore tu hai creato l'uomo, perché avesse parte alla tua natura divina. 
Rendimi consapevole di quest'amore per il cielo e per la terra, per gli esseri animati e per gli esseri inanimati, e soprattutto per i miei fratelli, ogni volta che li incontro lungo il mio cammino. 
Fa' che l'Amore che discende da te sia la stella che guida tutta la mia vita. 
Con tuo Figlio e al suo seguito, voglio diffondere il tuo amore fra gli uomini. 
Introducimi sempre di più al mistero della vita trinitaria, affinché il tuo amore mi illumini totalmente.
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Cristo, Figlio del Dio vivo

Cristo, Figlio del Dio vivoabbi pietà di me: guariscimi 
perché io veda te 
nostra via, nostra vita, 
verità che ci salva. 
Concedimi, Signore, 
di fissare te, 
senza mai distogliere 
il mio sguardo da te, 
sacramento vivo, 
segno visibile di Dio invisibile, 
e così conosca il Padre, 
la meta della nostra vita, 
e conosca te, 
la nostra via al Padre. 
Dammi, Signore, 
il coraggio di cercare te 
e la tua volontà 
per metterla in pratica, 
dammi l’umiltà perché 
io possa riconoscere e confessare 
dove e quando non ho agito 
secondo la verità 
che tu hai rivelata 
alla mia coscienza.
BERNHARD HARING

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Sii benedetto

Sii benedetto, o Dio, 
che sei così grande, 
così luminoso e così buono.

Sii benedetto, o Dio, 
per essere Colui ch'è 
e che non prende niente da nessuno, 
non riceve niente da nessuno.

Sii benedetto,
perché sei solo intelligenza e amore, 
una luce immateriale 
che nulla potrebbe oscurare, 
una bontà che nulla
potrebbe mai impicciolire.

Sii benedetto, o Dio, 
perché stai al di là 
del mio sguardo 
e tuttavia stai in cima alla mia fede 
e al mio amore.

Sii benedetto, o Dio, 
perché sei l'infinito 
che si apre a me 
e sei la beatitudine 
che mi chiama.

L. F. LEBRET

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Fa' che ti vediamo

Mio Dio, fa' che noi
ti vediamo in tutte le cose 
che tu hai creato
e che ti cerchiamo al di sopra 
di tutte le cose,
e che ti amiamo al di sopra 
di tutte le creature.

Tutto ciò che è vero
che è buono, che è bello 
che porta gioia nelle tue creature, 
deve ricordarci te,
Amore eterno.

Per tutti i tuoi doni 
lascia che ti ringraziamo; 
ogni cosa, anche la più piccola, 
è un riflesso della tua grandezza 
e deve rallegrarci.
Fa' che non dimentichiamo 
che tutto ciò che è bello e amabile 
nella tua creazione 
è un preannuncio di ciò 
che ci aspetta e godremo 
in te nell'eternità.
ALEXANDER HEIDLER

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Perché non hai consegnato il mio denaro a una banca?

Lc 19,11-28 
Mentre essi stavano ad ascoltare queste cose, disse ancora una parabola, perché era vicino a Gerusalemme ed essi pensavano che il regno di Dio dovesse manifestarsi da un momento all'altro. Disse dunque: «Un uomo di nobile famiglia partì per un paese lontano, per ricevere il titolo di re e poi ritornare. Chiamati dieci dei suoi servi, consegnò loro dieci monete d'oro, dicendo: «Fatele fruttare fino al mio ritorno». Ma i suoi cittadini lo odiavano e mandarono dietro di lui una delegazione a dire: «Non vogliamo che costui venga a regnare su di noi». Dopo aver ricevuto il titolo di re, egli ritornò e fece chiamare quei servi a cui aveva consegnato il denaro, per sapere quanto ciascuno avesse guadagnato. Si presentò il primo e disse: «Signore, la tua moneta d'oro ne ha fruttate dieci». Gli disse: «Bene, servo buono! Poiché ti sei mostrato fedele nel poco, ricevi il potere sopra dieci città». Poi si presentò il secondo e disse: «Signore, la tua moneta d'oro ne ha fruttate cinque». Anche a questo disse: «Tu pure sarai a capo di cinque città». Venne poi anche un altro e disse: «Signore, ecco la tua moneta d'oro, che ho tenuto nascosta in un fazzoletto; avevo paura di te, che sei un uomo severo: prendi quello che non hai messo in deposito e mieti quello che non hai seminato». Gli rispose: «Dalle tue stesse parole ti giudico, servo malvagio! Sapevi che sono un uomo severo, che prendo quello che non ho messo in deposito e mieto quello che non ho seminato: perché allora non hai consegnato il mio denaro a una banca? Al mio ritorno l'avrei riscosso con gli interessi ». Disse poi ai presenti: «Toglietegli la moneta d'oro e datela a colui che ne ha dieci ». Gli risposero: «Signore, ne ha già dieci!». «Io vi dico: A chi ha, sarà dato; invece achi non ha, sarà tolto anche quello che ha. E quei miei nemici, che non volevano che io diventassi loro re, conduceteli qui e uccideteli davanti a me»». Dette queste cose, Gesù camminava davanti a tutti salendo verso Gerusalemme. 

Il regno di Dio è concepito come un mondo superiore che fa irruzione in quello dell’uomo sconvolgendolo e rinnovandolo. Alcuni ritenevano che tale manifestazione incombesse da un momento all’altro, addirittura in concomitanza con l’arrivo di Gesù a Gerusalemme: in quello stesso istante. Per togliere una tale tensione nei suoi discepoli Gesù racconta questa parabola. 
Il nobile personaggio della parabola indica Gesù che sta per recarsi in un paese lontano, ossia in cielo. Di là egli ritornerà con potenza e onore di re. Per il tempo della sua assenza egli affida i suoi beni ai suoi servi affinché li facciano fruttare. Il tempo che intercorre tra l’ascensione di Gesù al cielo e il suo ritorno nella gloria, è tempo di lavoro e di imprese missionarie. Durante la sua assenza i suoi nemici non si danno pace. Essi fanno di tutto perché non venga il suo regno (cfr Lc 11,2). Ma Gesù verrà nello splendore della sua dignità regale; tuttavia questo non succederà "da un momento all’altro" (v. 11). 
Al suo ritorno Gesù domanderà conto dell’amministrazione affidata ai suoi servi. Come ricompensa del loro fedele servizio, anche i discepoli parteciperanno alla sovranità di Cristo (Lc 12,43; 22,30). Le amare osservazioni che il servo malvagio e fannullone fa contro il suo padrone sono la manifestazione della sua cattiva coscienza. Il Signore viene accusato di essere un padrone crudele, un trafficante ingordo, un egoista senza riguardo per nessuno. 
Secondo queste parole sarebbe stato proprio il Signore a togliere ogni coraggio e a mettere addosso al suo servo un tale terrore paralizzante. 
Quello che il Signore domanda è fedeltà nell'amministrazione, attività coraggiosa, lavoro oculato. Per questo non è concepibile un’attesa inoperosa e piena di paura. Il capitale che ci ha dato non serve per arricchire davanti agli uomini, ma davanti a Dio; farlo fruttare non significa accumulare con avidità, ma dare con generosità (cfr Lc 12,13ss; 16,1ss). 
Questa parabola illustra la scelta giusta operata da Zaccheo: ha fatto fruttare i suoi averi dandoli ai poveri. Il vero guadagno che ci arricchisce davanti a Dio (cfr Lc 12,21) consiste nel donare. E’ l’unico modo di investire; ci dà il nostro vero tesoro (cfr Lc 12,33) e ci procura amici che ci accolgano nelle dimore eterne (cfr Lc 16,9). 
La salvezza è un premio e come tale è insieme dono e conquista, incontro tra la benevolenza di Dio e la libertà dell’uomo. Il premio è sproporzionato al merito, come una città rispetto a una "mina". 
Una "mina" greca d’argento corrispondeva allo stipendio di trecento giornate lavorative. Fuori parabola, Dio ci dona "molto più di quanto possiamo domandare o sperare" (Ef 3,20): ci dona se stesso. 
Tutto è dono suo, noi stessi e le nostre azioni. La paura di Dio è tipica di Adamo (Gen 3,10) e dei suoi discendenti. 
Essa deriva dall'immagine di un Dio cattivo, che non ci ama. Questa paura blocca l’azione dell’uomo. L’uomo "religioso" considera Dio severo e intransigente. 
Il suo comportamento da uomo "giusto" è mosso da un’estrema difesa da Dio, nella ricerca parossistica di chiudere il conto in parità. Ma ciò non è possibile. 
L'unica via d'uscita è la gratitudine per la gratuità del dono. Il v. 27 è un’immagine truculenta per presentare la dannazione eterna. È la sorte di chi rifiuta la vita di Dio 
Padre Lino Pedron
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martedì 20 novembre 2012

Quando pensate che la ragione sia tutta dalla vostra parte...

Ricorri alla direzione spirituale con sempre maggiore umiltà, e con puntualità, che è pure umiltà. Pensa e non sbagli, perché lì è Dio che ti parla che sei come un bambino piccolo, sincero!, al quale a poco a poco insegnano a parlare, a leggere, a riconoscere i fiori e gli uccelli, a vivere le gioie e le pene, a badare dove cammina. (Solco, 270) 

Torno a dire che tutti abbiamo miserie. Ma le nostre miserie non devono mai allontanarci dall'Amore di Dio, anzi, ci faranno trovare rifugio nell'Amore, ci introdurranno in seno alla bontà divina, come i guerrieri antichi si introducevano nella loro armatura. Quel grido: Ecce ego, quia vocasti me [1 Sam 3, 6 e 8] — mi hai chiamato, eccomi! —, è la nostra difesa. Non dobbiamo allontanarci da Dio quando scopriamo le nostre fragilità; possiamo combattere le nostre miserie, proprio perché Dio confida in noi. 
Perdonate la mia insistenza, ma ritengo imprescindibile che si incida a fuoco nella vostra intelligenza che l'umiltà e — sua conseguenza immediata — la sincerità uniscono fra loro tutti gli altri mezzi e sono fondamento di efficacia per la vittoria. Se il demonio muto entra in un'anima, manda tutto in rovina; invece, se lo si getta fuori immediatamente, tutto riesce bene, la vita procede rettamente. Cerchiamo allora di essere sempre 'brutalmente' sinceri, senza essere imprudenti o maleducati. 
 Voglio che sia chiara una cosa: il cuore e la carne non mi preoccupano tanto quanto mi preoccupa la superbia. Siate umili. Quando pensate che la ragione sia tutta dalla vostra parte, significa che non ne avete nemmeno un briciolo. Andate alla direzione spirituale con l'anima aperta; non chiudetela, perché — ripeto — vi entrerebbe il demonio muto, che è difficile poi da sloggiare. (Amici di Dio, nn. 187-188)
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Il Figlio dell’uomo era venuto a cercare e a salvare ciò che era perduto

Lc 19,1-10 
Entrò nella città di Gerico e la stava attraversando, quand'ecco un uomo, di nome Zaccheo, capo dei pubblicani e ricco, cercava di vedere chi era Gesù, ma non gli riusciva a causa della folla, perché era piccolo di statura. Allora corse avanti e, per riuscire a vederlo, salì su un sicomòro, perché doveva passare di là. Quando giunse sul luogo, Gesù alzò lo sguardo e gli disse: «Zaccheo, scendi subito, perché oggi devo fermarmi a casa tua». Scese in fretta e lo accolse pieno di gioia.Vedendo ciò, tutti mormoravano: «È entrato in casa di un peccatore!». Ma Zaccheo, alzatosi, disse al Signore: «Ecco, Signore, io do la metà di ciò che possiedo ai poveri e, se ho rubato a qualcuno, restituisco quattro volte tanto». Gesù gli rispose: «Oggi per questa casa è venuta la salvezza, perché anch'egli è figlio di Abramo. Il Figlio dell'uomo infatti è venuto a cercare e a salvare ciò che era perduto».

L’incontro di Gesù con Zaccheo ripropone uno dei temi fondamentali del vangelo: la preferenza di Dio per i peccatori. 
Quest’uomo altolocato e benestante è insoddisfatto di sé. 
In apparenza ha tutto, in realtà gli manca tutto. In quanto pubblicano è escluso dalla salvezza secondo la legge, in quanto ricco è escluso dalla salvezza secondo il vangelo (cfr Lc 18,24ss). 
E’ un peccatore della peggior specie, è un caso impossibile. 
Anche in questo caso, come nel brano precedente, la moltitudine dei discepoli nasconde agli occhi di Zaccheo il Gesù che cercava di vedere. 
La comunità è il luogo dell’incontro con Dio, ma qualche volta impedisce di vederlo. 
La folla non aiuta Zaccheo a trovare Gesù e criticherà Gesù quando deciderà di andare nella sua casa. 
Il pubblicano viene chiamato per nome: "Zaccheo". Questo nome significa "Dio ricorda". Dio si ricorda di lui e gli usa misericordia, come aveva cantato il suo omonimo, Zaccaria: "Ha soccorso il suo servo, ricordandosi della sua misericordia"(cfr Lc 1,54). 
In Zaccheo si compie la volontà di salvezza del Padre, che Gesù ha la missione di attuare in questo mondo. E tutto deve avvenire "subito" e "in fretta" (vv. 5-6). 
E’ l’urgenza della salvezza. 
Ci ricorda Maria che corre a portare il Salvatore a chi l’attende (cfr Lc 1,39). Ma questa volontà di Dio che desidera salvare tutti e subito suscita incomprensione e mormorazione nei benpensanti di allora come in quelli di tutti i tempi. 
L’ansia e la tensione di Zaccheo si trasformano in esultanza, che è la partecipazione alla felicità di Dio. 
L'angelo Gabriele ha invitato Maria a rallegrarsi, ora tale allegrezza passa a un peccatore convertito. 
L’incontro con Gesù libera l’uomo dalle sue colpe, dalle sue perplessità e angosce e lo riempie di pace e di gioia. 
La folla critica il comportamento di Gesù perché non lo capisce. Egli è venuto a portare agli uomini il perdono di Dio, e non deve fare meraviglia che lo conceda a coloro che ne hanno più bisogno. 
Dio non è come l’hanno presentato gli scribi e i farisei di tutti i tempi. 
E’ diverso. 
Non ha nemici, non è contro nessuno, non fa distinzioni tra giudei e pagani, tra giusti e peccatori. Tutti sono uguali davanti a lui, tutti bisognosi di grazia, di perdono e di aiuto. 
Luca si compiace di presentare Gesù che si trova a suo agio in casa di un peccatore. La salvezza è per tutti, e prima di tutto per i peccatori che si pentono. E il pentimento si manifesta nel riordinare la propria condotta, riparando i torti commessi. 
E poiché le ingiustizie sociali pesano in definitiva sempre sui poveri, Zaccheo darà loro la metà dei suoi beni. E nei casi specifici di truffa, restituirà secondo la legge: quattro volte tanto (cfr Es 21,37; 2Sam 12,6). 
La giustizia sociale è il primo frutto della conversione. 
Gesù non è venuto per condannare, ma per salvare. La sua missione si compie dando accoglienza ai peccatori. 
San Paolo ha scritto: "Questa parola è sicura e degna di essere da tutti accolta: Cristo Gesù è venuto nel mondo per salvare i peccatori e di questi il primo sono io. Ma appunto per questo ho ottenuto misericordia, perché Gesù Cristo ha voluto dimostrare in me, per primo, tutta la sua magnanimità, a esempio di quanti avrebbero creduto in lui per avere la vita eterna" (1Tm 1,15-16). 
Zaccheo cercava Gesù, ma alla fine di questo episodio evangelico scopriamo che, ancor più e ancor prima, era Gesù che cercava Zaccheo che si era perduto (v. 10). 
La lezione di questo brano di vangelo ha bisogno di essere sempre ricordata nella Chiesa. 
C’è sempre qualcuno nella comunità cristiana che ha paura di avvicinare i peccatori, gli scomunicati e i nemici della religione e della fede. 
Il vangelo ci spinge ad essere vicini a tutti, a stabilire buoni rapporti con tutti, perché tutti hanno bisogno di salvezza, e tocca proprio a noi portarla a loro. "Il Figlio dell’uomo è venuto per cercare e salvare ciò che era perduto" (v. 10). E’ la chiave di lettura di tutta la storia di Gesù. 
Padre Lino Pedron
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Preghiera del mattino del 20/XI/2012

"Oggi devo fermarmi a casa tua". 
Tu sei colui che bussa alla porta e mi invita, Dio delle sorprese, del sorgere, dei risvegli. 
Poiché la mia casa è la tua casa. 
Come mi troverai quando verrai, in quale disordine interiore? 
Fa' che mi prepari a ricevere il mio innamorato.
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lunedì 19 novembre 2012

Calma: lascia correre il tempo

Sei inquieto. —Ascolta: succeda quel che succeda nella tua vita interiore o nel mondo che ti circonda, non dimenticare mai che l'importanza degli avvenimenti o delle persone è assai relativa. —Calma: lascia correre il tempo; e poi, vedrai da lontano e senza passione i fatti e la gente, acquisterai il senso della prospettiva, metterai ogni cosa al suo posto secondo la sua vera dimensione. Se agisci in questo modo, sarai più giusto e ti risparmierai molte preoccupazioni. (Cammino, 702) 

Non intimoritevi e non temete alcun male, anche se le circostanze in cui realizzate il vostro lavoro sono tremende, peggiori forse di quelle di Daniele nella fossa delle belve voraci. La mano di Dio è sempre possente e, se fosse necessario, opererebbe meraviglie. Siate fedeli! Vivete con amore, con consapevolezza e allegria la vostra fedeltà alla dottrina di Cristo, persuasi che i nostri anni non sono peggiori di quelli dei tempi passati e che il Signore è lo stesso, oggi e sempre. 
 Ho conosciuto un anziano sacerdote che diceva di se sorridendo: «lo sono sempre tranquillo, tranquillo». Così anche noi, in mezzo al mondo, circondati da leoni affamati, non dobbiamo perdere la pace: tranquilli. Con amore, con fede, con speranza, senza dimenticare mai che, se fosse necessario, il Signore opererebbe miracoli (Amici di Dio, 105)
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Che cosa vuoi che io faccia per te? Signore, che io veda di nuovo!

Lc 18,35-43 
Mentre si avvicinava a Gerico, un cieco era seduto lungo la strada a mendicare. Sentendo passare la gente, domandò che cosa accadesse. Gli annunciarono: «Passa Gesù, il Nazareno!». Allora gridò dicendo: «Gesù, figlio di Davide, abbi pietà di me!». Quelli che camminavano avanti lo rimproveravano perché tacesse; ma egli gridava ancora più forte: «Figlio di Davide, abbi pietà di me!». Gesù allora si fermò e ordinò che lo conducessero da lui. Quando fu vicino, gli domandò: «Che cosa vuoi che io faccia per te?». Egli rispose: «Signore, che io veda di nuovo!». E Gesù gli disse: «Abbi di nuovo la vista! La tua fede ti ha salvato». Subito ci vide di nuovo e cominciò a seguirlo glorificando Dio. E tutto il popolo, vedendo, diede lode a Dio.

Anche questo episodio del vangelo ci riguarda personalmente. 
In questo cieco viene rappresentata tutta l’umanità. 
La nostra cecità è la non conoscenza di Dio congiunta con la presunzione di vederci (cfr Gv 9,41; Ap 3,17). Il Messia è stato annunciato dai profeti come colui che ridà la vista ai ciechi ( Is 35,5-6) e porta ai poveri la lieta notizia (Lc 4,18). La folla che è attorno a Gesù è di impedimento al cieco (v. 39) come sarà di impedimento a Zaccheo (Lc 19,3). 
Il comportamento della folla è molto significativo. Invece di commiserare il malato e aiutarlo, è infastidita dalle sue grida. Il dolore e la disperazione del cieco è meno importante della loro quiete o del loro pellegrinaggio a Gerusalemme. 
Il problema della tranquillità personale può far dimenticare, e perfino ostacolare, le migliori iniziative di bene. Gli amici e i discepoli di Gesù, che avrebbero dovuto aiutare e incoraggiare il cieco, sono proprio quelli che vorrebbero farlo tacere e impedirgli di pregare il Salvatore. 
Non solo, ma lo rimproverano anche! 
Gesù, però, non invita l’uomo a tacere, ma a venire a lui. La sensibilità e la libertà di Gesù risaltano in ogni pagina del vangelo, soprattutto quando sono accostate all’indifferenza e all’egoismo delle persone che lo circondano. Il cieco prega Gesù chiamandolo per nome. Gesù significa: Dio salva. 
Negli Atti degli apostoli leggiamo: "Chiunque invocherà il nome del Signore sarà salvato (2,21); "In nessun altro c’è salvezza: non vi è infatti altro nome dato agli uomini sotto il cielo nel quale è stabilito che possiamo essere salvati" (4,12). 
La salvezza è fare esperienza in prima persona dell’amore gratuito di Dio che dona e perdona. Gesù è la rivelazione di questo amore del Padre. L’atteggiamento del cieco è in contrapposizione con l’ottusità dei giudei e degli stessi cristiani. Gesù si lamenta con la gente del suo tempo perché non crede se prima non ha veduto e toccato. Il cieco non ha bisogno di questo. L’apostolo Tommaso crede solo dopo aver veduto e toccato. Ma Gesù gli dice: "Perché mi hai veduto, hai creduto: beati quelli che pur non avendo visto crederanno!" (Gv 20,29). Questa beatitudine sembra coniata appositamente per il cieco di Gerico: un cieco che vede più acutamente dei vedenti. 
Per questa fede Gesù lo guarisce all’istante e lo salva. 
Ottenere la vista della fede ci permette di seguire Gesù che ha detto: "Chi segue me non cammina nelle tenebre, ma avrà la luce della vita" (Gv 8,12). 
Alla fine del racconto tutti i presenti hanno un comportamento concorde e corale con il cieco guarito: lodano Dio con lui. 
La lode, che ci fa partecipi del bene altrui, è l’espressione più alta dell’amore. 
Padre Lino Pedron
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Preghiera del mattino del 19/XI/2012

"Ho da rimproverarti che hai dimenticato il tuo amore di un tempo". 
La voce dell'angelo mi risuona spesso, perché eccomi ricco in opere di ogni genere, ma dov'è il mio antico fervore? 
Rendimelo, Signore; abbracciami come il primo giorno; noi siamo sempre in tempo di fidanzamento.
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domenica 18 novembre 2012

Aprimi al tuo silenzio

Signore, mi ricordo di tutto, 
non posso dimenticarmi di te, 
della tua tenerezza.

Aprimi al tuo silenzio, 
tutto ciò che ho dimenticato 
sussurralo al mio orecchio. 

Non vorresti confidarmi ciò 
che mi rende fedele a te; 
non vuoi che la mia carne 
ritrovi il ricordo
della tua mano stretta nella mia?

Nel più profondo di me incidi 
con tutto il tuo fuoco 
la meraviglia del tuo amore, 
della tua gloria.

Allora la mia vita si risveglierà 
e il mio amore saprà ricordarsi, 
e vedrai tutto il mio essere 
ardere della Parola di gioia 
e correre davanti ai fratelli 
per cantare il suo Signore 
e lodare il mio Dio.

PIERRE GRIOLET

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Saperti ascoltare

Padre,
non sappiamo più ascoltare;
Padre,
nessuno più ascolta nessuno:
nessuno sa fare più silenzio!
Abbiamo perso
il senso della contemplazione, 
perciò siamo così soli e vuoti, 
così rumorosi e insensati; 
e inevitabilmente idolatri!

Anche quando l'angoscia ci assale 
donaci, o Padre, di non dubitare; 
o anche di dubitare, 
ma insieme di sempre più credere: 
di credere alla tua fedeltà 
e al tuo amore al di là di tutte le apparenze; 
e con il tuo Spirito, 
sempre presente nella nostra storia.
DAVID MARIA TUROLDO

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Novena alla Medaglia Miracolosa

O Vergine Immacolata della Medaglia Miracolosa, che, mossa a pietà dalle nostre miserie, scendesti dal cielo per mostrarci quanta parte prendi alle nostre pene e quanto di adoperi per stornare da noi i castighi di Dio e impetrarci le sue grazie, muoviti a pietà della presente nostra necessità; consola la nostra afflizione e concedici la grazia che ti domandiamo. 
Salve Regina, ......
O Maria concepita senza peccato prega per noi che ricorriamo a te!

O Vergine Immacolata della Medaglia Miracolosa, che, quale rimedio a tanti mali spirituali che ci affliggono, ci hai portato la tua Medaglia, affinché fosse difesa delle anime, medicina dei corpi e conforto di tutti i miseri, ecco che noi la stringiamo riconoscenti sul nostro cuore e ti domandiamo per essa di esaudire la nostra preghiera. 

Salve Regina, ......
O Maria concepita senza peccato prega per noi che ricorriamo a te!

O Vergine Immacolata della Medaglia Miracolosa, tu hai promesso che grandi sarebbero state le grazie per i devoti della tua Medaglia che ti avessero invocata con la giaculatoria da te insegnata; ebbene, o Madre, ecco che noi, pieni di fiducia nella tua parola, ricorriamo a te e ti domandiamo, per la tua Immacolata Concezione, la grazia di cui abbiamo bisogno. 

Salve Regina, ......
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Preghiera del mattino del 18/XI/2012

Signore Gesù, la mia fede, dicendomi che tu sei venuto in un corpo e che ritornerai nella gloria alla fine del mondo, mi istruisce anche sui tuoi interventi, misteriosi eppure non meno reali, nella parola e nei segni sacramentali. 
Insegnami a riconoscerti quando vieni verso di me nella parola vivente annunciata dalla Chiesa, quando vieni a visitarmi nell'Eucaristia e nei sacramenti, quando concedi dei segni di te nei diversi avvenimenti, quando vieni incontro a me nella persona dei miei fratelli, specialmente dei poveri e dei sofferenti. 
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sabato 17 novembre 2012

Preghiera a Santa Elisabetta d'Ungheria


PREGHIERA a SANTA ELISABETTA D'’UNGHERIA
patrona dell’Ordine Francescano Secolare  

Elisabetta, coraggiosa dispensatrice di bene,aiutaci a camminare, come Francesco e Chiara, nella via evangelica della carità.

Tu che hai saputo donarti al prossimo, dacci di saper dispensar con ardore serafico il pane della Parola di vita, il pane della concordia, della pace, della misericordia, dell’ospitalità, del perdono.

O nostra patrona, proteggi sempre l’Ordine Francescano Secolare, la Gioventù Francescana, l’Araldinato; accompagnaci nel percorso quotidiano della vita perché impariamo con audacia a saper dare ragione della speranza che è in noi.

Sii vicina ai fratelli che soffrono o che sono abbandonati alle loro miserie e non permettere mai che anche noi ci dimentichiamo di loro, ma partendo dal tuo mirabile esempio sappiamo riconoscere che in ogni fratello c’è Cristo, il Signore e nostro Salvatore. Amen!
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Dio farà giustizia ai suoi eletti che gridano verso di lui

Lc 18,1-8 
Diceva loro una parabola sulla necessità di pregare sempre, senza stancarsi mai: «In una città viveva un giudice, che non temeva Dio né aveva riguardo per alcuno. In quella città c'era anche una vedova, che andava da lui e gli diceva: «Fammi giustizia contro il mio avversario». Per un po' di tempo egli non volle; ma poi disse tra sé: «Anche se non temo Dio e non ho riguardo per alcuno, dato che questa vedova mi dà tanto fastidio, le farò giustizia perché non venga continuamente a importunarmi»». E il Signore soggiunse: «Ascoltate ciò che dice il giudice disonesto. E Dio non farà forse giustizia ai suoi eletti, che gridano giorno e notte verso di lui? Li farà forse aspettare a lungo? Io vi dico che farà loro giustizia prontamente. Ma il Figlio dell'uomo, quando verrà, troverà la fede sulla terra?». 

Pregare non è facoltativo, ma obbligatorio: è necessario pregare sempre, senza stancarsi (v. 1). 
Il pericolo di perdersi d’animo è quasi inevitabile nella preghiera, perché l’interlocutore è invisibile e incontrollabile e non si può mai essere sicuri del suo ascolto e della sua risposta. A meno che non si creda fermamente che Dio ci ama, nel qual caso tutti i dubbi e i problemi scompaiono. 
Si può pregare sempre perché la preghiera non si sovrappone alle nostre azioni, ma le illumina e le indirizza al loro fine. Il cuore può e deve essere sempre intento in Dio, perché è fatto per lui e perché lo esige il più grande dei comandamenti: «Amerai il Signore Dio tuo con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima, con tutta la tua forza e con tutta la tua mente» (Lc 10,27). 
La preghiera è importante perché è desiderio di Dio. 
E Dio-Amore non desidera altro che di essere desiderato e amato. 
Il nostro peccato, che è lontananza da Dio, si evidenzia soprattutto nella preghiera. 
La preghiera può essere il momento della noia o della gioia, del disgusto o dell’appagamento della nostra fame e sete di Dio. 
Tutto dipende dal fatto se amiamo o non amiamo Dio. 
Per pregare è soprattutto necessario essere umili e sentirsi poveri e bisognosi: «Dio ascolta proprio la preghiera dell’oppresso. Non trascura la supplica dell’orfano né la vedova, quando si sfoga nel lamento. Le lacrime della vedova non scendono forse sulle sue guance e il suo grido non si alza contro chi gliele fa versare? Chi venera Dio sarà accolto con benevolenza, la sua preghiera giungerà fino alle nubi. 
La preghiera dell’umile penetra le nubi, finché non sia arrivata, non si contenta; non desiste finché l’Altissimo non sia intervenuto, rendendo soddisfazione ai giusti e ristabilendo l’equità» (Sir 35,13-18). 
Se un uomo così perverso, come il giudice della parabola, è capace di esaudire le richieste insistenti della vedova, Dio, che è giusto e misericordioso, non esaudirà prontamente le preghiere dei suoi eletti che gridano a lui giorno e notte, ossia «sempre, senza stancarsi» (v. 1)? 
Certamente! 
Anzi, l’intervento di Dio, a differenza di quello del giudice, è repentino ed efficace. 
Questo brano del vangelo è un invito alla fiducia, all'ottimismo. 
Dio non ci esaudisce per togliersi dai piedi degli scocciatori, ma perché ci ama. L’interrogativo con cui si chiude il vangelo di oggi ci chiede una sempre rinnovata presa di posizione nei confronti di Dio. 
L’apostolo Paolo attendeva con fiducia la morte e il giudizio, perché aveva conservato la fede (cf. 2Tim 4,7). 
Questo è anche l’augurio che facciamo a noi e a tutti. 
Padre Lino Pedron 
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Preghiera del mattino del 17/XI/2012

Gioia per coloro che amano il tuo nome, Signore. 
Tu sei il trascendente che spalanca i flutti impetuosi per salvare i suoi figli. 
Tu sei il vicinissimo, che nella nube, ricopre della sua presenza adorabile il suo popolo, che esso dorma o vegli. 
Sarebbe questa una storia lontana? 
Questi avvenimenti che si riferiscono precisamente alla vita d'Israele, sono segni ancora traboccanti di vita, pieni di amore duraturo, impossibile da arginare, amore che sommerge l'intero universo. 
O Dio, fa' che in questo giorno la tua ineffabile tenerezza faccia salire dal cuore del tuo popolo inni di gioia. 
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venerdì 16 novembre 2012

Così accadrà nel giorno in cui il Figlio dell’uomo si manifesterà

Lc 17,26-37 
Come avvenne nei giorni di Noè, così sarà nei giorni del Figlio dell'uomo: mangiavano, bevevano, prendevano moglie, prendevano marito, fino al giorno in cui Noè entrò nell'arca e venne il diluvio e li fece morire tutti. Come avvenne anche nei giorni di Lot: mangiavano, bevevano, compravano, vendevano, piantavano, costruivano; ma, nel giorno in cui Lot uscì da Sòdoma, piovve fuoco e zolfo dal cielo e li fece morire tutti. Così accadrà nel giorno in cui il Figlio dell'uomo si manifesterà. In quel giorno, chi si troverà sulla terrazza e avrà lasciato le sue cose in casa, non scenda a prenderle; così, chi si troverà nel campo, non torni indietro. Ricordatevi della moglie di Lot.  Chi cercherà di salvare la propria vita, la perderà; ma chi la perderà, la manterrà viva. Io vi dico: in quella notte, due si troveranno nello stesso letto: l'uno verrà portato via e l'altro lasciato;  due donne staranno a macinare nello stesso luogo: l'una verrà portata via e l'altra lasciata ». Allora gli chiesero: «Dove, Signore?». Ed egli disse loro: «Dove sarà il cadavere, lì si raduneranno insieme anche gli avvoltoi».

Il giorno del Figlio dell’uomo, presentato come una folgore nel brano precedente, ora è paragonato al diluvio (vv. 26-27). L’indifferenza e la corruzione nelle quali furono sorpresi e colpiti i contemporanei di Noè servono a far comprendere la disattenzione con cui gli uomini pensano e attendono la salvezza. Le ragioni per cui l’uomo non si accorge dell’avvicinarsi della giustizia di Dio, sono sempre le stesse: gli affari, gli interessi e i piaceri della vita. 
Tutte cose che sostituiscono qualunque altra occupazione, anche quella della salvezza eterna. La Bibbia offre un altro esempio di disattenzione ai segni di Dio distribuiti nel corso della storia. 
Anche la vita dei Sodomiti trascorreva nei bagordi e nei vizi e non pensavano affatto di poter incorrere in qualche castigo (vv. 28-29). E così il castigo arrivò senza che alcuno potesse scamparne. 
La cosa non era impossibile: bisognava essere attenti e giusti come Lot. I tempi di Noè, di Lot, di Sodoma sono come tutti i giorni della storia umana. La salvezza o la perdizione non stanno in qualcosa di straordinario, ma nella quotidianità della vita. 
L’uomo si perde se è mosso dall’egoismo, si salva se è mosso dall’amore. Due persone che fanno la stessa azione hanno una sorte diversa. Questo indica che la salvezza non dipende da cosa si fa, ma da come la si fa, e soprattutto per chi la si fa. 
I cadaveri attirano gli uccelli di rapina (cfr Ap 19,17). Come gli uccelli di rapina sono attirati dai cadaveri, così sarà attirato sul mondo il giudizio di condanna dagli uomini che giacciono nella morte del peccato. 
Non è la domanda circa il luogo del giudizio che conta, ma la libertà dal peccato, il presentarsi davanti al Signore pentiti e convertiti. 
Quando Gesù annuncia la fine dei tempi, ammonisce a far penitenza. Egli proclama il regno divino della misericordia, affinché la venuta del Figlio dell’uomo non deva portare a nessuno la condanna. 
Padre Lino Pedron
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Preghiera del mattino del 16/XI/2012

"Tu sei l'autore della bellezza", scrive il Saggio. 
Questa fiamma d'amore, raggio della tua gioia eterna, l'annuncia il firmamento. 
"Non vi sono parole"; ciò nondimeno un fuoco arde il cuore di chiunque sappia leggere le primizie del tuo splendore. 
Chi potrà, senza scuse, non riconoscere la tua grandezza identificabile nel più piccolo atomo di vita? 
Chi non sente il profumo della tua presenza che si palesa ai cuori che ti contemplano? 
Chi rifiuterebbe di indurre, davanti a tanti capolavori, l'evidente realtà dell'Invisibile?
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giovedì 15 novembre 2012

Questa è la virtù della castità

Contro la vita limpida, contro la santa purezza, si erge una grande difficoltà, a cui tutti siamo esposti: il pericolo dell'imborghesimento, nella vita spirituale o nella vita professionale: il pericolo — anche per coloro che sono chiamati da Dio al matrimonio — di sentirsi scapoloni, egoisti, persone senza amore. — Lotta alla radice contro questo rischio, senza concessioni di alcun genere. (Forgia, 89) 

Quando si ha lo spirito di Dio, la castità non è un peso molesto e umiliante. E un'affermazione lieta: l'amore, il dominio, la vittoria su di se non vengono dalla carne, né dall'istinto; procedono dalla volontà, soprattutto se è unita alla Volontà del Signore. Per essere casti — e non semplicemente continenti od onesti —, dobbiamo sottomettere le passioni alla ragione, per un motivo elevato, per un impulso dell'Amore. 
Paragono questa virtù alle ali: essa ci permette di trasmettere i comandamenti, la dottrina divina, in tutti gli ambienti della terra, senza timore di venire infangati. Le ali, anche quelle dei maestosi volatili che giungono fin sopra le nubi, sono pesanti, e molto. Ma senza ali non si potrebbe volare. Fissatevelo bene in mente, decisi a non cedere se avvertite il pungolo della tentazione che s'insinua presentando la purezza come un peso insopportabile: coraggio, più su! Verso il sole, fino a raggiungere l'Amore. 
Vi ho appena detto che mi aiuta in ciò il ricorso all'Umanità santissima del Signore, all'ineffabile meraviglia di Dio che si umilia fino a farsi uomo, e che non considera una menomazione l'aver preso un corpo come il nostro, con tutti i suoi limiti e le sue debolezze, eccetto il peccato, e tutto ciò perché ci ama fino alla follia. Il suo annichilimento non lo abbassa; invece eleva noi e ci deifica nel corpo e nell'anima. Rispondere di sì all'Amore, con affetto schietto, ardente e ordinato: questa è la virtù della castità. (Amici di Dio, nn. 177-178)
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Il regno di Dio è in mezzo a voi

Lc 17,20-25 
I farisei gli domandarono: «Quando verrà il regno di Dio?». Egli rispose loro: «Il regno di Dio non viene in modo da attirare l'attenzione, e nessuno dirà: «Eccolo qui», oppure: «Eccolo là». Perché, ecco, il regno di Dio è in mezzo a voi!». Disse poi ai discepoli: «Verranno giorni in cui desidererete vedere anche uno solo dei giorni del Figlio dell'uomo, ma non lo vedrete. Vi diranno: «Eccolo là», oppure: «Eccolo qui»; non andateci, non seguiteli. Perché come la folgore, guizzando, brilla da un capo all'altro del cielo, così sarà il Figlio dell'uomo nel suo giorno. Ma prima è necessario che egli soffra molto e venga rifiutato da questa generazione. 

Questo brano ci dà i criteri per leggere la storia presente con gli occhi della fede. 
Gesù ci dice dove va a finire tutta la vicenda dell’uomo e dell’universo e ci rivela il senso del presente partendo dal suo punto di arrivo. 
Il fine di tutto non è la morte, ma la vita: è il regno di Dio. Esso è già presente in mezzo a noi sotto il segno della croce. Per questo sembra che vinca il male, ma in realtà è il bene che vince perdendo. 
Tutto sarà chiaro nel giorno del "Figlio dell’uomo": il giorno del Cristo glorioso, il compimento luminoso della storia, l’oggi eterno di Dio. 
I farisei pensano il regno di Dio in termini di potere e di gloria. 
Ma Gesù compie la salvezza, eludendo e deludendo tutte le aspettative umane, nel mistero della sua Pasqua di umiliazione ed esaltazione. 
Il regno di Dio è presente nel mondo, ma per ora è nascosto. E’ come un seme: la sua realtà si svelerà solo in futuro, nella pianta. 
Il testo mette a confronto due strategie: quella che scaturisce dalla mentalità dell’uomo e del diavolo (cfr Lc 4,5- 12) e quella che viene da Dio. 
La prima nasce dall’attesa di un messianismo trionfalistico, regale; la seconda da un messianismo umile, umiliato e povero. Gesù sceglie la seconda, che è quella assegnatagli dal Padre (cfr Lc 3,22). 
Se sceglie un cammino nascosto, non appariscente, anche la venuta del regno non può venire in forma diversa. Essa non sarà accompagnata da fenomeni grandiosi in cielo e in terra, da segnalazioni spettacolari (miracoli nel sole e nelle stelle) tali da far convergere subito l’attenzione delle moltitudini verso una direzione o l’altra ("Eccolo là, o: eccolo qua"). 
Il regno di Dio è già all’opera con la venuta di Gesù, con la sua predicazione, con le sue scelte. Egli scaccia i demoni (cfr Lc 11,20). 
Satana è spodestato (cfr Lc 10,18) perché il dominio di Dio è già iniziato. Gesù compie le speranze degli uomini, che attendono il regno di Dio nel mondo, ma non secondo le loro attese, ma secondo il pro getto del Padre. 
La presenza del regno di Dio è un mistero che può essere compreso solo mediante la fede nella parola di Gesù (cfr Lc 8,10). 
Ma nell’atteggiamento critico dei farisei c’è il rifiuto del giudaismo nei confronti di Cristo, della sua scelta di raccogliere i poveri, gli analfabeti, i peccatori. Secondo loro, questo non poteva coincidere con il regno di Dio. I giudei cercano miracoli strepitosi che comprovino la venuta del regno (cfr 1Cor 1,22). I falsi profeti annunciano che il Messia potrebbe apparire da qualsiasi parte (v. 23) per prendere le difese dei suoi. 
Ma Gesù avverte che si tratta di affermazioni gratuite. Il trionfo del bene non viene con la rapidità che noi desidereremmo. Dire il contrario significa illudere la gente, ingannare. 
Visto secondo l’ottica umana, Gesù va incontro a una conclusione ingloriosa della sua missione. Le sofferenze che lo attendono sono molte. Sarà rifiutato dal suo popolo e morirà umiliato sulla croce. 
Ma Gesù sconfitto e morto in croce riapparirà sulla scena della storia. La sua venuta è paragonata al lampo o alla folgore per la sua repentinità. Lui che ha detto la prima parola, dirà anche l’ultima. "Il giorno del Figlio dell’uomo" (v. 24) è quello della sua risurrezione e del trionfo finale della sua venuta. 
Padre Lino Pedron
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Preghiera del mattino del 15/XI/2012

Mi prostro nell'adorazione, o Cristo, splendore della sapienza eterna, pura immagine del Padre, "immagine della sua bontà". 
Rinnova ogni cosa e concedici il tuo Spirito di santità. 
Hanno voluto spegnere te, viva fiamma d'amore che nulla può soffocare. 
Tu hai attraversato le angosce della morte, ma ti so vivo e io, immerso nel tuo sangue nel battesimo, ne sono uscito rivestito del tuo splendore. 
Una stessa purezza di vita ha conferito, per pura grazia, un particolare ordine alla nostra relazione. 
Solo il mio peccato può infrangerlo. 
Custodiscimi tutto il giorno nel tuo cuore.
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mercoledì 14 novembre 2012

Vogliamo guardare con occhi limpidi

Com'è bella la santa purezza! Però non è santa, né gradita a Dio, se la separiamo dalla carità. La carità è il seme che crescerà e darà frutti saporitissimi grazie all'irrigazione, che è la purezza. Senza carità la purezza è infeconda, e le sue acque sterili trasformano le anime in un pantano, in una pozza immonda, da cui esalano miasmi di superbia. (Cammino, 119) 

 Certamente la carità teologale è la virtù più elevata; la castità tuttavia è il mezzo imprescindibile, una condizione sine qua non per stabilire un dialogo intimo con Dio; e quando non la si difende, quando non si lotta, si finisce col diventare ciechi; non si vede più nulla perché l'uomo naturale non comprende le cose dello Spirito di Dio [1 Cor 2, 14]. 
Noi vogliamo guardare con occhi limpidi, animati dalla predicazione del Maestro: Beati i puri di cuore, perché vedranno Dio [Mt 5, 8]. La Chiesa ha presentato sempre queste parole come un invito alla castità. Hanno il cuore puro — scrive san Giovanni Crisostomo — coloro che non si sentono colpevoli di nessun male, o quelli che vivono nella castità. Nessuna virtù più di questa è necessaria per vedere Dio (Amici di Dio, 175)
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Non si è trovato nessuno che tornasse indietro a rendere gloria a Dio, all’infuori di questo straniero

Lc 17,11-19 
Lungo il cammino verso Gerusalemme, Gesù attraversava la Samaria e la Galilea. Entrando in un villaggio, gli vennero incontro dieci lebbrosi, che si fermarono a distanza e dissero ad alta voce: «Gesù, maestro, abbi pietà di noi!». Appena li vide, Gesù disse loro: «Andate a presentarvi ai sacerdoti». E mentre essi andavano, furono purificati. Uno di loro, vedendosi guarito, tornò indietro lodando Dio a gran voce,e si prostrò davanti a Gesù, ai suoi piedi, per ringraziarlo. Era un Samaritano. Ma Gesù osservò: «Non ne sono stati purificati dieci? E gli altri nove dove sono? Non si è trovato nessuno che tornasse indietro a rendere gloria a Dio, all'infuori di questo straniero?».E gli disse: «Àlzati e va'; la tua fede ti ha salvato!». 

Questo brano è il racconto di un miracolo; ma più che sul fatto in sé l’attenzione viene richiamata sul diverso comportamento dei miracolati: sulla loro cieca fiducia in Gesù e sulla poca gratitudine che gli dimostrano dopo la guarigione. 
L’ingratitudine è ciò che più ferisce e amareggia l’uomo e quindi è l’atteggiamento che più addolora Gesù. 
Il Cristo non rimane indifferente davanti ai comportamenti degli uomini nei suoi riguardi. Egli è sensibile all’amicizia, all’affetto, all’amore delle persone così come è dispiaciuto della dimenticanza, dell’ingratitudine, delle offese e ancor più dell’odio. Un samaritano aveva dato una lezione di carità a due ufficiali del tempio (Lc 10,25-37), un altro samaritano impartisce una lezione di riconoscenza ai suoi compagni di sventura e di guarigione, i lebbrosi ebrei.
Nel samaritano "straniero" (v. 18) si trovano le disposizioni che aprono l’anima alla salvezza: la riconoscenza, la lode, la coscienza della propria miseria, l’umiltà. Il miracolo nella Bibbia è un’attestazione della presenza di Dio nella storia. 
Ogni tanto egli fa sentire all’uomo la sua presenza per ricordargli che non è solo. Ma anche senza miracoli tale certezza non deve venir meno. 
La riconoscenza è la risposta dell’uomo che ha ricevuto il dono di Dio. 
Il vangelo, la fede, la salvezza sono doni da accogliere con gioiosa gratitudine. La strada della salvezza è aperta a tutti. 
Ciò che salva è la fede che ci rende disponibili all’azione salvifica di Dio che si compie per mezzo di Gesù Cristo. 
All’unico credente Gesù chiede conto anche degli altri nove. Dalla fede nasce la missione. Il credente è responsabile davanti a Dio di tutti i suoi fratelli e si mette necessariamente alla ricerca degli assenti. 
Padre Lino Pedron
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Preghiera del mattino del 14/XI/2012

Signore, io ti offro questa mattina l'innumerevole marea di coloro che soffrono, degli indigenti, dei senzatetto, dei senza amore, degli affamati, degli immigrati, dei poveri di ogni condizione. 
Non sei tu che hai messo il mondo sottosopra. 
Uscito dal tuo cuore nell'armonia, eccolo divenuto un caos. 
O Dio, abbi pietà della minoranza che governa l'universo e concedici di partecipare alla loro terribile responsabilità attraverso la preghiera. 
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