domenica 20 novembre 2011

750 - Il dono di Maria Madre degli uomini

Don Dolindo Ruotolo
Se vogliamo valutare in una luce più placida, accessibile a noi, l'amore di Dio per l'umanità, guardiamo il gran dono di Maria, fattoci da Gesù stesso sulla Croce. Maria, Maria, Maria! il tuo nome è dolcezza ineffabile che risuona dall'un capo all'altro del mondo, il tuo Cuore è abitacolo della bontà di Dio, potremmo dire è la bontà di Dio fatta nostra in Te. Maria è un dono che racchiude tutti gli altri, perché Essa è madre della grazia, della misericordia, della consolazione e del perdono. 
Nessuna lingua può cantare abbastanza le sue lodi, nessun cuore può amarla abbastanza, nessun intelletto può valutarne la grandezza. In realtà, Dio che opera sempre con semplicità, ci ha dato in Maria un tesoro semplicissimo, comprensivo, pieno, col quale la vita viene ad essere imbalsamata di dolcezza. È la Mamma della Chiesa, è la Mamma dell'umanità peregrinante, è il rifugio dei peccatori, è la salute degli infermi, è fonte di grazie, ed è impossibile trovare chiuse le porte della speranza invocandola. La bontà di Dio ha dato il frutto della vita sul Calvario, il frutto ha dato la pianta di ogni bene in Maria; non si può temere di nulla quando si giunge al Cuore di Maria, non c'è nulla d'impossibile quando si fa appello a Lei. 
Per sperimentarlo bisogna darsi a Maria, ed implorare da Gesù che ci dia a Maria; non basta pregarla con qualche ossequio, bisogna affidarsi a Lei come figli, invocandola Mamma; non basta avere una devozione di simpatia, bisogna vivere con Lei ed imitarne la vita. Maria ci dona Gesù come suo frutto soave formato nel suo corpo immacolato.
È impossibile ricevere Gesù escludendo Maria, ed è impossibile amare Gesù senza attingere questo amore dal Cuore di Maria. Gesù ci dona Maria come mamma Sua, come Mamma nostra, ed attraverso le sue immagini ce ne fa sentire il fascino materno. Si direbbe quasi che le immagini miracolose di Maria sono come la sua eucaristia, dalle quali si effonde come polla di acqua viva in mille misericordie. Quelle immagini sono come la roccia del deserto, dalla quale Mosè fece scaturire l'acqua per le assetate moltitudini. Ogni Santuario di Maria, anche il più solitario e nascosto, è una roccia percossa dalla bontà potente di Dio, che dà acque di grazie. Noi non ponderiamo abbastanza questa provvidenza di carità dolcissima, non vediamo le correnti soprannaturali che si condensano intorno ai quadri di Maria, non vediamo che essi sono il dono della Madre ai figli sconsolati e reietti.
Chi si ferma alle apparenze, non vive di Maria e non ne sperimenta la materna bontà in tutta la sua esuberante ricchezza; non basta guardare l'immagine di Maria, bisogna viverne, bisogna cibarne l'anima contemplandola con amore, bisogna risalire a colei che rappresenta, bisogna chiamarla come dono dell'anima, bisogna stare innanzi a Maria nei raggi della sua materna bontà, perché quei raggi di verginale candore che scaturiscono dalle infinite fonti dell'Amore, sono raggi di Dio riflessi in Lei, di Dio che in Lei si manifesta a noi come sorridente mamma!
L'Eucaristia è frutto sacerdotale, ex opere operato, è frutto delle parole stesse dell'Eterno Sacerdote. La comunione di Maria attraverso le sue immagini, per così dire, è dono che Dio fa a chi ama Maria come Mamma, poiché l'immagine diventa come ostia del dono, pronta a darsi a chi anela alla Mamma e confida nella Mamma. Che se il cuore si dà interamente a Maria, e s'inabissa in Lei per avere le sue grazie, allora l'immagine quasi sparisce, e la Mamma si dona all'anima per sostenerla, e donandosi, le dona Gesù. È un mistero che può intendere chi lo esperimenta, chi vive di Maria come si ciba di Gesù, chi riceve Maria come dono di Gesù, e per Lei riceve il dono della santità.
Chi può ridire che cosa grande è il dono di Maria così considerato? Io mi levo al mattino, apro le braccia a Dio, recito il Gloria Patri tre volte, e dico ad ogni volta: In manus tuas, Domine, commendo spiritum meam, ecce ancilla Domini fiat voluntas tua. È l'offerta di me che si completa poi nella S. Comunione. Ma io apro anche le braccia a Maria, ed affidandomi a Lei, le recito l'Ave e le dico: Nelle tue mani, o Signora, raccomando l'anima mia; ripeto l'Ave e le dico: Ecco il tuo servo, sia fatto di me secondo la tua parola, e desidero vivere della sua vita. Ripeto ancora l'Ave e le dico: Sia fatta la tua volontà, desiderando di essere guidato da Lei nella vita, e guidato alla perfezione dalla sua volontà; io inizio la giornata così, affidandomi interamente a Maria, attiro il dono suo in me, vivo di Lei e sono sicuro di vincere ogni battaglia.
Cristo regni sempre nei nostri cuori
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749 - Trattato vera devozione a Maria (§ 249-254)

S.Luigi Maria  Grignon de Monfort
249. Quinta pratica. Avranno una grande devozione per l'Ave Maria, di cui pochi cristiani, benché istruiti, conoscono il pregio, il merito, l'eccellenza e la necessità. Bisognò che la santa Vergine apparisse più volte a grandi santi molto istruiti per mostrarne loro il valore, come a san Domenico, a san Giovanni da Capestrano, al beato Alano della Rupe. Essi hanno composto libri interi sulle meraviglie e sull'efficacia di questa preghiera per convertire le anime; hanno proclamato a gran voce, hanno predicato pubblicamente che, essendo cominciata la salvezza del mondo con l'Ave Maria, la salvezza di ognuno è legata a questa preghiera; che è questa preghiera che ha fatto portare alla terra arida e sterile il frutto di vita, e che è questa stessa preghiera, ben recitata, che deve far germinare nelle nostre anime la parola di Dio e portare il frutto di vita, Gesù Cristo; che l'Ave Maria è una rugiada celeste che bagna la terra, cioè l'anima per farle portare frutto a suo tempo; e che un'anima che non è bagnata da questa preghiera o rugiada celeste non porta frutto e dà solo rovi e spine, e va incontro alla maledizione.


250. Ecco ciò che la santissima Vergine ha rivelato al beato Alano della Rupe, come è indicato nel suo libro De dignitate Psalterii, e poi dal Cartagena: «Sappi, figlio mio, e fallo sapere a tutti, che è un segno probabile e prossimo di dannazione eterna avere avversione, tedio e negligenza per l'Ave Maria, che ha salvato il mondo intero». Sono parole molto consolanti e molto terribili, che si stenterebbe a credere se non avessimo per garante questo sant'uomo e san Domenico prima di lui, e poi parecchi grandi personaggi, nonché l'esperienza di parecchi secoli. Perché si è sempre notato che coloro che portano il segno della riprovazione, come tutti gli eretici, gli empi, gli orgogliosi e i mondani, odiano o disprezzano l'Ave Maria e il Rosario. Gli eretici imparano e recitano ancora il Pater, ma non l'Ave Maria, né il Rosario; li aborriscono: porterebbero su di sé un serpente piuttosto che una corona. Gli orgogliosi anche, benché cattolici, siccome hanno le stesse inclinazioni del loro padre Lucifero, disprezzano o hanno solo indifferenza per l'Ave Maria, e considerano il Rosario una devozione da donnicciola buona solo per gli ignoranti e quelli che non sanno leggere. Al contrario, si è visto, per esperienza, che quelli che hanno grandi segni di predestinazione amano, gustano e recitano con piacere l'Ave Maria; e che più sono di Dio, più amano questa preghiera. È ciò che la santa Vergine disse anche al beato Alano, dopo le parole che ho appena citato.


251. Io non so come ciò avvenga né perché, ma è vero; e non conosco un segreto migliore per sapere se una persona è di Dio che esaminare se ama dire l'Ave Maria e il Rosario. Dico: ama; perché può succedere che una persona si trovi nell'impossibilità naturale o anche soprannaturale di dirla, ma la ama sempre e la ispira agli altri.


252. ANIME PREDESTINATE, SCHIAVI DI GESÙ IN MARIA, sappiate che l'Ave Maria è la più bella di tutte le preghiere dopo il Pater; è il più perfetto complimento che possiate fare a Maria, poiché è il complimento che l'Altissimo le mandò a fare da un arcangelo per conquistare il suo cuore; e fu così potente sul suo cuore, per le segrete attrattive di cui è pieno, che Maria diede il suo consenso all'Incarnazione del Verbo, nonostante la sua profonda umiltà. È con questo complimento che anche voi conquisterete infallibilmente il suo cuore, se lo dite come si deve.


253. L'Ave Maria ben detta, cioè con attenzione, devozione e modestia, è, secondo i santi, il nemico del diavolo, che lo mette in fuga, il martello che lo schiaccia, la santificazione dell'anima, la gioia degli angeli, la melodia dei predestinati, il cantico del Nuovo Testamento, il gaudio di Maria e la gloria della Santissima Trinità. L'Ave Maria è una rugiada celeste che rende l'anima feconda; è un bacio casto e amoroso che si dà a Maria, è una rosa vermiglia che le si presenta, è una perla preziosa che le si offre, è una coppa d'ambrosia e di nettare divino che le si dona. Tutti questi paragoni sono dei santi.


254. Vi prego dunque instancabilmente, per l'amore che vi porto in Gesù e in Maria, di non limitarvi a recitare la coroncina della santa Vergine, ma anche la terza parte del Rosario e, se ne avete il tempo, il Rosario intero ogni giorno. Nell'ora della vostra morte benedirete il giorno e l'ora in cui mi avete creduto e, dopo aver seminato benedizioni di Gesù e di Maria, raccoglierete benedizioni eterne in cielo: «Qui seminat in benedictionibus, in benedictionibus et metet» (2 Cor 9,6).

748 - La Devozione delle Tre Ave Maria 2/2

Prima di leggere questo post, si consiglia di leggere e meditare il precedente, num. 747:

Prima di iniziare questa devozione, medita sui numeri dal 249 al 254 del Trattato della vera devozione a Maria (per comodità sono riportati al post 749), ti accorgerai che tanti cristiani recitano l’Ave Maria, ma pochi la conosco a fondo.


Tu pregala con frequenza e come espressione del tuo amore e della tua fede:
- negli Angeli (Ave)
- nella potenza e grandezza del S. Nome di Maria (o Maria)
- nel mistero della pienezza di grazia in Maria fin dal primo istante della sua Immacolata Concezione (piena di grazia)
- nell'’unione di Dio con le anime, quella di Maria, la tua, le nostre, per mezzo della Grazia, vita di Dio in noi! (il Signore è con te)
- nella grandezza e nella bontà della Prediletta fra tutte le donne ( tu sei benedetta fra le donne)
- nel mistero dell’Incarnazione, ove Gesù inizia la nostra salvezza (e benedetto il frutto del tuo seno Gesù)
- nella Divina Maternità e nella sua perpetua Verginità (Santa Maria, Madre di Dio)
- nella Mediazione di Maria (prega per noi)
- nella misericordia di Maria e nella gravità del peccato ( peccatori)
- nel bisogno della grazia e nella continua ed efficace protezione di Maria (adesso)
- nei novissimi e nell’intervento di Maria per una buona morte (e nell’ora della nostra morte)
- nella gloria che desideriamo ed attendiamo per l’aiuto di Maria SS. (Amen)


PRATICA
Prega devotamente ogni giorno così, mattina o sera (meglio mattina e sera):

Maria, Madre di Gesù e Madre mia, difendimi dal Maligno in vita e nell'ora della morte, 
per il Potere che ti ha concesso l'Eterno Padre.
- Ave, Maria...
per la Sapienza che ti ha concesso il divin Fi­glio.
- Ave, Maria...
per l'Amore che ti ha concesso lo Spirito Santo. 
- Ave Maria...

Propagate questa devozione perché 
"CHI SALVA UN'ANIMA, HA ASSICURATO LA PROPRIA" (Sant'Agostino)
"NULLA È PIÙ INUTILE DI UN CRISTIANO CHE NON SI ADOPERA A SALVARE GLI ALTRI" (San Crisostomo)
[VEDI]
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747 - La Devozione delle Tre Ave Maria 1/2

Dice Gesù (Mt 16,26): "Che giova all'uomo guadagnare il mondo intero se poi perde l'ani­ma sua?". L'affare perciò più importante di questa vita è la salvezza eterna. Volete salvar­vi? Siate devoti della Vergine Santissima, Me­diatrice di tutte le grazie, recitando ogni giorno Tre Ave Maria.
Santa Matilde di Hackeborn, monaca be­nedettina morta nel 1298, pensando con timore al momento della sua morte, pregava la Ma­donna di assisterla in quel momento estremo. Consolantissima fu la risposta della Madre di Dio: "Sì, farò quello che tu mi domandi, figlia mia, però ti chiedo di recitare ogni giorno Tre Ave Maria: 
la prima per ringraziare l'Eterno Padre per avermi resa onnipotente in Cielo e in terra; 
la seconda per onorare il Figlio di Dio per avermi dato tale scienza e sapienza da sorpassare quella di tutti i Santi e di tutti gli Angeli; 
la terza per onorare lo Spirito Santo per avermi fatta, dopo Dio, la più miseri­cordiosa".


La speciale promessa della Madonna vale per tutti, eccetto per coloro che le recitano con ma­lizia, con l'intenzione di proseguire più tran­quillamente a peccare. 
Qualcuno potrebbe obiettare che ci sia grande sproporzione nell'ot­tenere la salvezza eterna con la semplice recita giornaliera di Tre Ave Maria. Ebbene, al Con­gresso Mariano di Einsiedeln in Svizzera, P. Giambattista de Blois rispondeva così: "Se que­sto mezzo vi sembrerà sproporzionato, .dovete prendervela con Dio stesso che ha concesso al­la Vergine tale potere. Dio è padrone assoluto dei suoi doni. E la Vergine SS. ma, nella potenza d'intercessione risponde con generosità pro­porzionata al suo immenso amore di Madre".


L'elemento specifico di questa devozione è l'intenzione di onorare la SS. Trinità per aver reso la Vergine partecipe della sua potenza, sa­pienza e amore.
Questa intenzione, però, non esclude altre buone e sante intenzioni. La prova dei fatti con­vince che questa devozione è di grande effica­cia per ottenere grazie temporali e spirituali. 
Un missionario, fra' Fedele, scriveva: "I felici risultati della pratica delle Tre Ave Maria sono così evidenti e innumerevoli che non è possibile registrarli tutti: guarigioni, conversioni, lume nella scelta del proprio stato, vocazioni, fedeltà alla vocazione, vittoria sulle passioni, rasse­gnazione nella sofferenza, difficoltà insormon­tabili superate...".
Alla fine del secolo XIX e nei primi due decenni del XX, la devozione delle Tre Ave Maria si diffuse rapidamente in vari paesi del mondo per lo zelo di un cappuccino francese, P. Giovanni Battista di Blois, coadiuvato dai mis­sionari.
Essa diventò una pratica universale quando Leone XIII concesse indulgenze e prescrisse che il Celebrante recitasse con il popolo le Tre Ave Maria dopo la S. Messa. Questa prescrizio­ne durò fino al Concilio Vaticano II.
Durante la persecuzione religiosa nel Messi­co Pio X in una udienza a un gruppo di Messi­cani disse: "La devozione delle Tre Ave Maria salverà il Messico".
Papa Giovanni XXIII e Paolo VI impartirono una benedizione speciale a quanti la propagano. Diedero impulso alla diffusione numerosi Cardinali e Vescovi.
Molti Santi ne furono propagatori. Sant' Alfonso Maria de' Liquori, come predicatore, confessore e scrittore, non cessò d'inculcare la bella pratica. Voleva che tutti l'adottassero:
Preti e religiosi, peccatori e anime buone, bam­bini, adulti e vecchi. Tutti i Santi e beati reden­toristi, fra i quali San Gerardo Maiella, ne eredi­tarono lo zelo.
San Giovanni Bosco la raccomandava viva­mente ai suoi giovani. Anche San Pio da Pietrelcina ne fu zelante propagatore. San Gio­vanni B. de Rossi, che .ogni giorno dedicava fi­no a dieci, dodici ore al ministero delle confes­sioni, attribuiva alla recita quotidiana delle Tre Ave Maria la conversione di peccatori ostinati.


Chi recita ogni giorno l'Angelus e il S. Rosa­rio non ritenga un sovrappiù questa devozione. 
Consideri che con l'Angelus onoriamo il miste­ro dell'Incarnazione; con il S. Rosario meditia­mo i misteri della vita del Salvatore e di Maria; con la recita delle Tre Ave Maria onoriamo la SS. Trinità per i tre privilegi concessi alla Ver­gine: potenza, sapienza e amore.
Chi ama la Mamma Celeste non esiti ad aiu­tarla a salvare le anime per mezzo di questa pratica facile e breve, ma tanto efficace.
Possono diffonderla tutti: sacerdoti e religio­si, predicatori, madri di famiglia, educatori ecc..
Non è un mezzo di salvezza presuntuoso o superstizioso, ma l'’autorità della Chiesa e dei santi insegna che la salvezza è nella costanza del proposito (cosa non tanto facile come può sembrare), questo ossequio alla Vergine SS. recitato ogni giorno, a qualunque costo, ottiene misericordia e salvezza.
Anche tu si fedele ogni giorno, diffondi la recita a chi desideri maggiormente che si salvi, ricorda che la perseveranza nel bene ed una buona morte sono grazie che si chiedono, in ginocchio, ogni giorno come tutte le grazie che ti stanno a cuore.


(Da: Una chiave del Paradiso, G. Pa­squali)
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746 - Siederà sul trono della sua gloria e separerà gli uni dagli altri

Quando il Figlio dell'uomo verrà nella sua gloria, e tutti gli angeli con lui, siederà sul trono della sua gloria. Davanti a lui verranno radunati tutti i popoli. Egli separerà gli uni dagli altri, come il pastore separa le pecore dalle capre, e porrà le pecore alla sua destra e le capre alla sinistra. Allora il re dirà a quelli che saranno alla sua destra: «Venite, benedetti del Padre mio, ricevete in eredità il regno preparato per voi fin dalla creazione del mondo, perché ho avuto fame e mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e mi avete dato da bere, ero straniero e mi avete accolto, nudo e mi avete vestito, malato e mi avete visitato, ero in carcere e siete venuti a trovarmi». Allora i giusti gli risponderanno: «Signore, quando ti abbiamo visto affamato e ti abbiamo dato da mangiare, o assetato e ti abbiamo dato da bere? Quando mai ti abbiamo visto straniero e ti abbiamo accolto, o nudo e ti abbiamo vestito? Quando mai ti abbiamo visto malato o in carcere e siamo venuti a visitarti?». E il re risponderà loro: «In verità io vi dico: tutto quello che avete fatto a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l'avete fatto a me». Poi dirà anche a quelli che saranno alla sinistra: «Via, lontano da me, maledetti, nel fuoco eterno, preparato per il diavolo e per i suoi angeli, perché ho avuto fame e non mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e non mi avete dato da bere, ero straniero e non mi avete accolto, nudo e non mi avete vestito, malato e in
carcere e non mi avete visitato». Anch'essi allora risponderanno: «Signore, quando ti abbiamo visto affamato o assetato o straniero o nudo o malato o in carcere, e non ti abbiamo servito?». Allora egli risponderà loro: «In verità io vi dico: tutto quello che non avete fatto a uno solo di questi più piccoli, non l'avete fatto a me». E se ne andranno: questi al supplizio eterno, i giusti invece alla vita eterna».

A proposito di questo brano si pongono numerosi problemi di interpretazione. Chi sono le genti adunate per essere collocate a destra e a sinistra? Sono tutti i popoli, senza distinzione, o solo i cristiani? Chi designa l'espressione "questi miei fratelli più piccoli": qualsiasi uomo bisognoso o solo i discepoli e specialmente i predicatori itineranti del vangelo?
Questa parabola riprende il tema della venuta del Figlio dell’uomo. L’apparato glorioso del giudizio divino, che ricorda Zc 14,5 e il raduno di tutte le genti (cfr Mt 24,9.14; 28,19) davanti a Cristo, ci presenta un avvenimento importante: ogni uomo si trova alla presenza del re che dà il possesso dell’eredità del regno ai benedetti del Padre suo.
Il giudizio pronunciato su ciascuno sarà per tutti motivo di stupore: nessuno aveva coscienza di aver accolto o rifiutato il Signore stesso nei "piccoli". "Questi miei fratelli più piccoli" sono i discepoli di Gesù: chi accoglie loro, accoglie Cristo stesso (cfr Mt 10,40-42; 12,48-50; 18,6.10.14; 28,10).
Il giudizio decisivo pare così basarsi sull’accoglienza degli inviati di Cristo e, attraverso di loro, sull’accoglienza della sua stessa persona e del suo messaggio: nelle opere di misericordia e nella sollecitudine portata ai discepoli sofferenti si raggiunge Gesù stesso che si è fatto "piccolo", che è venuto per servire e per dare la vita in riscatto per tutti (cfr Mt 20,28). Egli si identifica totalmente con il suo inviato sofferente e "perseguitato per la giustizia" (cfr Mt 5,10; 10,17-18).
Ma la parabola va certamente oltre. Gesù stesso si è chinato sui poveri e i sofferenti perché vedeva in essi dei discepoli in speranza e dei piccoli in crescita. Così l’apparente indeterminazione dell’espressione "questi miei fratelli più piccoli" vuol certamente designare tutti i bisognosi di amore concreto e fattivo, ossia tutti.
Il messaggio di questo brano può essere riassunto in due parole: Dio nel fratello. I "benedetti" ricevono il regno perché hanno praticato la misericordia. Le opere di misericordia sono la porta che introduce nell’eternità. Il vangelo annuncia che la misericordia è sempre praticata nei confronti di Cristo.
Poiché la misericordia è il criterio del giudizio, il testo diventa un imperativo pressante rivolto a tutti perché pratichino la misericordia. Il brano vuole incitare all’azione.
Per i cristiani la misericordia praticata o rifiutata è la prova certa della loro fede. A tutti Gesù ripete il detto di Os 6,6: "Misericordia io voglio e non sacrificio" (cfr Mt 9,13; 12,7).
La beatitudine dei misericordiosi che otterranno misericordia costituisce un commento alla prima parte di questo brano. La parabola del servo senza misericordia (cfr Mt 18,21ss) può illustrare la parte negativa di questo brano.
Il giudizio di tutti avviene sulla base delle opere di misericordia. La fraternità è il senso per il quale è stato creato il mondo. Il mondo è salvo quando cerca e vive la fraternità. Solo chi comprende le esigenze del prossimo, comprende le esigenze di Gesù.
La comunione umana, in particolare la comunione con i più bisognosi, ha un senso divino che la rimanda al di là di se stessa. Gli uomini e le donne sono immagini viventi del Dio della vita. San Clemente d’Alessandria ha scritto: "Quando vedi il tuo fratello, vedi il tuo Dio".
E’ l’uomo che decide liberamente per la vita eterna o per il fuoco eterno. Questa decisione non è fatta a parole, ma con le opere di misericordia verso Cristo che si identifica con i bisognosi. E’ nella vita presente che decidiamo per Cristo o contro Cristo. E questa scelta si manifesta nell’amore operoso per il prossimo o nel rifiuto della nostra misericordia verso i miseri.
C’è una sola via in cui tutti gli uomini si ritrovano uguali e discepoli di Cristo: quella delle buone opere.


Padre Lino Pedron
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sabato 19 novembre 2011

745 - Richiesta di preghiere 40/2011

135) Antonella: Ti chiedo perdono Signore Gesu' se non sono stata una brava nuora nei confronti di mia suocera Giovanna. Ti lodo e ti ringrazio!


136) Paolo dall'Emilia-Romagna: Umilmente, Vi chiedo di pregare il Signore perché, per intercessione di Maria Vergine Santissima, di tutti gli Angeli e i Santi, io e il mio caro amico Giorgio, a cui voglio molto bene, ritorniamo ad essere amici e Giorgio ritorni in comunione e riunione con me, rinascita e riconciliazione. A Dio nulla è impossibile. Vi ringrazio di vero cuore, un caro abbraccio in Gesù Misericordioso e in Maria, Madre di Misericordia.


137) Giuseppe e Antonietta da Napoli: Vi supplico di ricordarmi nelle vostre orazioni e lodi per i miei gravosi bisogni spirituali e materiali. In speciale modo il lavoro che manca e per la salute di mia moglie affetta da un tumore metastatico (abbiamo una bimba di 3 anni). Grazie, altrettanto intercedo per voi con la Mamma Celeste Maria presso il Trono della Grazia.


138) Geneviève, da Guadalupe, ci chiede di pregare per lei, in particolare per il suo apprendistato di infermiera e per il suo lavoro.
je demande à la communauté de m'accompagner par la prière dans cette formatin d'infirmière que je fais, aider moi à bien ccomprendre les cours pour bien travailler lors des évaluations qui vont bientôt commencer.aide moi à persévérer dans mon travail et dans mes révisions.
prier pour moi car ma confiance est en Dieu et en lui seul


139) Mosè dalla Puglia: Chiedo urgenti preghiere per la grave situazione economica mia e della mia famiglia
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744 - Preghiera del mattino

Signore, per mezzo del prezzo esorbitante che il tuo amore non ha esitato a pagare hai fatto di noi i figli della risurrezione, e noi siamo già entrati nella vita che dura in eterno, rendendoci contemporanei dei santi dei secoli passati, e della gloria a venire.


Sussulti di vita e giubilo per coloro che si aprono a questa vita: Mosè ed Elia sono vivi, Abramo è vivo, Maria è viva, come tutti gli abitanti del cielo, e comunicano con noi nella sovrabbondanza della vita.


Lode e gloria a te, nostra vita.
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743 - Il cristiano trova la fortezza nel Creatore

Non essere così fiacco, molle. —È ormai ora di respingere quella strana compassione che senti di te stesso.(Cammino, 193)


Stavamo parlando di lotta. Sappiamo che essa richiede allenamento, alimentazione adeguata, medicine urgenti in caso di infermità, di contusioni, di ferite. I Sacramenti, medicina principale della Chiesa, non sono superflui: quando vengono abbandonati volontariamente, non è possibile fare un solo passo nel cammino al seguito di Gesù. Ne abbiamo bisogno come abbiamo bisogno della respirazione, della circolazione del sangue, della luce. Ne abbiamo bisogno per saper cogliere in ogni istante ciò che il Signore vuole da noi.
L'ascetica esige fortezza, e il cristiano trova la fortezza nel Creatore. Siamo oscurità, ed Egli è vivissimo splendore; siamo infermità, ed Egli è vigorosa salute; siamo miseria, ed Egli è infinita ricchezza; siamo debolezza, ed Egli ci sostiene, quia tu es, Deus, fortitudo mea: tu sei sempre, mio Dio, la nostra fortezza. Non c'è nulla quaggiù che possa opporsi allo sgorgare impaziente del Sangue redentore di Cristo. Ma la nostra piccolezza può offuscarci lo sguardo al punto di non avvertire più la grandezza divina. Ecco dunque la responsabilità di tutti i fedeli, specialmente di coloro che hanno il compito di guidare spiritualmente — di servire — il Popolo di Dio, di non soffocare le fonti della grazia, di non vergognarsi della Croce di Cristo. (E' Gesù che passa, 80)
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742 - Dio non è dei morti, ma dei viventi

Gli si avvicinarono alcuni sadducei - i quali dicono che non c'è risurrezione - e gli posero questa domanda: «Maestro, Mosè ci ha prescritto: Se muore il fratello di qualcuno che ha moglie, ma è senza figli, suo fratello prenda la moglie e dia una discendenza al proprio fratello. C'erano dunque sette fratelli: il primo, dopo aver preso moglie, morì senza figli. Allora la prese il secondo e poi il terzo e così tutti e sette morirono senza lasciare figli. Da ultimo morì anche la donna. La donna dunque, alla risurrezione, di chi sarà moglie?
Poiché tutti e sette l'hanno avuta in moglie». Gesù rispose loro: «I figli di questo mondo prendono moglie e prendono marito; ma quelli che sono giudicati degni della vita futura e della risurrezione dai morti, non prendono né moglie né marito: infatti non possono più morire, perché sono uguali agli angeli e, poiché sono figli della risurrezione, sono figli di Dio.Che poi i morti risorgano, lo ha indicato anche Mosè a proposito del roveto, quando dice: Il
Signore è il Dio di Abramo, Dio di Isacco e Dio di Giacobbe. Dio non è dei morti, ma dei viventi; perché tutti vivono per lui». Dissero allora alcuni scribi: «Maestro, hai parlato bene». E non osavano più rivolgergli alcuna domanda.

La risurrezione non è soltanto un insegnamento di Gesù, è anche un annuncio della Scrittura (v. 37).
L’affermazione: "Io sono il Dio di Abramo, di Isacco e di Giacobbe" lascia intendere che il mondo dei defunti è un mondo di persone viventi. Il problema della continuità dell’esistenza si è affacciato già nelle ultime pagine dell’Antico Testamento, ma è diventato il messaggio centrale della predicazione cristiana.
In Ezechiele 37,13-14 la risurrezione è vista come quell’azione che ci fa riconoscere Dio: "Riconoscerete che io sono il Signore quando aprirò le vostre tombe e vi risusciterò dai vostri sepolcri, o popolo mio. Farò entrare in voi il mio spirito e rivivrete; vi farò riposare nel vostro paese; saprete che io sono il Signore. L’ho detto e lo farò".
La fede nella risurrezione portava i giudei a pensare che i morti continuassero nella nuova vita le abitudini della vita terrena. Una tale fede viene colpita e giustamente ridicolizzata dai sadducei. Gesù non condivide il modo di pensare la risurrezione che avevano i giudei. Chi risorge dopo la morte non si sposa e non viene sposato. La vita dei risorti non è la continuazione delle forme delle vita terrena. I risorti non appartengono più a questo mondo terrestre, ma a quello futuro e nuovo. I figli di questo mondo sono soggetti al peccato e alla corruzione, i figli del mondo futuro ricevono la vita nuova e senza fine.
Il matrimonio è stabilito per il mondo presente e finisce con il mondo presente. Gli uomini del mondo futuro sono immortali, perché sono uguali agli angeli. Gli angeli nella Scrittura sono chiamati figli di Dio (cfr Gb 1,6; 2,1). I risorti ricevono la filiazione divina (1Gv 3,2; Rm 8,21), la gloria (Rm 8,21) e un corpo "spirituale" (1Cor 15,44).
La risurrezione è la nostra nascita piena alla condizione di figli di Dio. Gesù infatti, figlio di Davide secondo la carne, è costituito Figlio di Dio con potenza secondo lo Spirito di santificazione, mediante la risurrezione dai morti (Rm 1,3-4). Egli è il primo fra molti fratelli, il primogenito di coloro che risuscitano dai morti (Rm 8, 29; Col 1, 18).
Dio è il Dio dei viventi, perché tutti vivono per lui. Il Dio dei viventi non si circonda di morti: "Dio non ha creato la morte e non gode per la rovina dei viventi" perché è il "Signore, amante della vita" (Sap 1,3; 11,26).


Padre Lino Pedron
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venerdì 18 novembre 2011

741 - Preghiera del mattino

Gesù, tutto il popolo pendeva dalle tue labbra e per questo non potevano arrestarti e veniva ritardata l'ora della tua morte.
Tu hai fatto di noi un popolo di profeti.
Mentre molti vogliono mandarti a morte, fa' che, grazie alla tua Parola che feconda il Regno, cerchiamo instancabilmente di farti vivere estendendo il tuo Regno sulla terra.
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740 - Novena alla Vergine della Medaglia Miracolosa

O Vergine Immacolata della Medaglia Miracolosa, che, mossa a pietà dalle nostre miserie, scendesti dal cielo per mostrarci quanta cura prendi alle nostre pene e quanto ti adoperi per allontanare da noi i castighi di Dio e ottenerci le sue grazie, soccorrici in questa presente nostra necessità e concedici le grazie che ti domandiamo.
Salve o Regina... (3 volte)
O Maria, concepita senza peccato, prega per noi che ricorriamo a Te! (3 volte)


O Vergine Immacolata, che ci hai fatto dono della tua Medaglia, quale rimedio a tanti mali spirituali e corporali che ci affliggono, come difesa delle anime, medicina dei corpi e conforto di tutti i miseri, ecco che noi la stringiamo riconoscenti sul nostro cuore e ti domandiamo per essa di esaudire la nostra preghiera.
Salve o Regina... (3 volte)
O Maria, concepita senza peccato, prega per noi che ricorriamo a Te! (3 volte)


O Vergine Immacolata, che hai promesso grandi grazie ai devoti della tua Medaglia, se ti avessero invocato con la giaculatoria da te insegnata, noi, pieni di fiducia nella tua parola, ricorriamo a te e ti domandiamo, per la tua Immacolata Concezione, la grazia di cui abbiamo bisogno.
Salve o Regina... (3 volte)
O Maria, concepita senza peccato, prega per noi che ricorriamo a Te! (3 volte)--
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739 - Avete fatto della casa di Dio un covo di ladri

Ed entrato nel tempio, si mise a scacciare quelli che vendevano, dicendo loro: «Sta scritto: La mia casa sarà casa di preghiera. Voi invece ne avete fatto un covo di ladri». Ogni giorno insegnava nel tempio. I capi dei sacerdoti e gli scribi cercavano di farlo morire e così anche i capi del popolo; ma non sapevano che cosa fare, perché tutto il popolo pendeva dalle sue labbra nell'ascoltarlo.

Il viaggio di Gesù a Gerusalemme si conclude nel tempio. Egli entra nei cortili del tempio non tanto per pregare, quanto per compiere un rito di purificazione della casa del Padre. Scaccia tutti i commercianti e pronuncia contro di loro severe parole di biasimo e di condanna. La casa di Dio non deve essere adibita a luogo di mercato e la religione non può essere pretesto e paravento di operazioni commerciali.
A differenza dei suoi sacerdoti, Dio non vende i suoi favori a chi cerca di conquistarselo con prestazioni religiose o addirittura con il denaro. Il peccato più grave contro di lui è quello di voler comperare il suo amore: è come trattarlo da prostituta. Egli è il Padre pieno di grazia e di misericordia. La salvezza è suo dono gratuito al quale rispondiamo con un amore filiale gratuito. Questo è il vero culto spirituale, gradito a Dio (cfr Rm 12,1). La cattiva immagine di Dio è l’origine di tutti i mali dell’uomo.
Il culto di mammona cerca sempre di sostituirsi a quello del vero Dio. Ma Gesù ci ha detto senza mezzi termini che non possiamo servire a due signori (cfr Lc 16,13). Infatti Dio e mammona sono inconciliabili tra loro, come il dono e il possesso, la vita e la morte, l’amore e l’egoismo.
Il profeta Zaccaria aveva preannunciato la venuta del Messia con queste parole: "In quel giorno non vi sarà neppure un mercante nella casa di Dio" (14,21). Permane sempre anche per la Chiesa il pericolo di diventare una spelonca di ladri alla ricerca del turpe guadagno (1Pt 5,2). La povertà e la gratuità sono ledue condizioni indispensabili che Gesù ha posto per l’annuncio del vangelo (cfr Lc 9,1ss; 10,1ss). Esse manifestano l’essenza di Dio che è amore. E l’amore dà gratuitamente tutto ciò che è e ha.
Con la predicazione nel tempio Gesù si inimica i capi del giudaismo, i quali decidono subito di farlo morire. Ma il popolo si schiera dalla sua parte e ascolta le sue parole. Da queste persone usciranno i primi elementi per edificare il nuovo popolo di Dio che è la Chiesa.


Padre Lino Pedron
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giovedì 17 novembre 2011

738 - Preghiera del mattino

Non piangere!
Nessuno aveva potuto consolare il tuo popolo, e tu vieni come un agnello offerto con la purezza e la dolcezza, sole armi contro il male, e trionfi!
Tu mi dici: Non piangere per tutto ciò che verrà, non temere nessuno dei dolori e delle catastrofi dell'apocalisse, dello svelamento finale di ogni cosa, poiché io sarò un leone per il nemico, ma per te sarò come un agnello.
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737 - Dio resiste ai superbi

Cammino sicuro di umiltà è meditare che, pur mancando di talento, di rinomanza e di beni di fortuna, possiamo essere strumenti efficaci, se ricorriamo allo Spirito Santo affinché ci conceda i suoi doni. Gli Apostoli, nonostante fossero stati istruiti da Gesù per tre anni, fuggirono spaventati dinanzi ai nemici di Cristo. Tuttavia, dopo la Pentecoste, si lasciarono flagellare e incarcerare, e finirono col dare la vita in testimonianza della loro fede. (Solco, 283)


Gesù, nostro Signore, ci propone con frequenza l'esempio della sua umiltà: Imparate da me, che sono mite e umile di cuore [Mt 11, 29]. Così tu e io impariamo che non c'è un altro cammino, perché solo la sincera conoscenza del nostro nulla ha la forza di attirare su di noi la grazia divina. Per noi Gesù venne a soffrire la fame e a dare cibo, venne a soffrire la sete e a dare da bere, venne rivestito della nostra mortalità e a rivestirci dell'immortalità, venne povero per farci ricchi.
Dio resiste ai superbi, ma dà grazia agli umili [1 Pt 5, 5], insegna l'Apostolo Pietro. In ogni epoca, in ogni situazione umana, non esiste altra via — per vivere una vita divina — che quella dell'umiltà. Forse il Signore si compiace della nostra umiliazione? No. Che cosa guadagnerebbe con la nostra prostrazione colui che tutto ha creato, e regge e governa ciò che esiste? Dio desidera la nostra umiltà, lo svuotarci di noi stessi, unicamente perché Lui possa riempirci; vuole che non gli poniamo ostacoli e che — per dirla in modo umano — ci sia più posto per la sua grazia nel nostro povero cuore. Perché il Dio che ci ispira l'umiltà è lo stesso che trasfigurerà il nostro misero corpo per conformarlo al suo corpo glorioso, in virtù del potere che ha di sottomettere a sé tutte le cose [Fil 3, 21]. Il Signore ci fa suoi, ci riempie di sé; è Lui che ci ottiene la 'divinizzazione buona'. (Amici di Dio, nn. 97-98)
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736 - Se avessi compreso quello che porta alla pace!

Quando fu vicino, alla vista della città pianse su di essa dicendo: «Se avessi compreso anche tu, in questo giorno, quello che porta alla pace! Ma ora è stato nascosto ai tuoi occhi. Per te verranno giorni in cui i tuoi nemici ti  circonderanno di trincee, ti assedieranno e ti stringeranno da ogni parte; distruggeranno te e i tuoi figli dentro di te e non lasceranno in te pietra su pietra, perché non hai riconosciuto il tempo in cui sei stata visitata».

In questo brano Luca dà l’ultimo tocco al ritratto di Gesù, immagine perfetta del Padre. Il pianto di Gesù rivela il mistero più grande di Dio : la sua passione per noi. Ciò che Dio aveva detto a Geremia, si avvera ora in Gesù: "Tu riferirai questa parola: ‘I miei occhi grondano lacrime notte e giorno, senza cessare, perché da grande calamità è stata colpita la figlia del mio popolo, da una ferita mortale’" (Ger 14,17). Gesù piange su Gerusalemme. La condanna cadrà su di lei. Gesù non può impedirla. Le lacrime manifestano la sua impotenza. Il suo pianto impotente nasconde un profondo mistero. Dio nasconde la sua potenza nell’amore di Gesù che salva e nella sua debolezza. Egli prende con tanta serietà la libertà dell’uomo, che preferisce piangere impotente in Gesù, piuttosto che togliere alla creatura umana la sua libertà. Il pianto di Gesù è l’ultimo invito alla penitenza per la città ostinata nel suo rifiuto e nel suo male.
Le parole che Gesù rivolge a Gerusalemme non sono minacce, né la sua distruzione sarà castigo di Dio. Dio è misericordioso e perdona (cfr Es 34,6-7; Sal 86,15; 103,8; Gio 4,2; ecc.). Le parole di Gesù sono una constatazione sofferta del male che il popolo fa a se stesso. Il male, dal quale mette inutilmente in guardia Gerusalemme, ricadrà infatti su di lui. In croce, sarà assediato, angustiato e distrutto da tutta la cattiveria del mondo e dall’abbandono di tutti. Il pianto di Gesù esprime la sua debolezza estrema, che è la forza dell’amore, che portò lui alla croce (cfr 2Cor 13,4) e noi alla salvezza.
Gesù aveva detto: "Beati voi che ora piangete" (Lc 6, 21). Ora è lui stesso che piange. Egli realizza in sé il mistero del regno di Dio su questa terra: un seme gettato nel pianto. Ma chi semina nel pianto mieterà con giubilo (Sal 126,5-6).
Il motivo del lamento sta nel fatto che nel giorno della sua entrata in Gerusalemme, essa non ha compreso "la via della pace". Di conseguenza, avendo rifiutato il Cristo che è la nostra pace (Cfr Ef 2,14), iniziano per lei i giorni di guerra, che continueranno fino alla sua distruzione.
Questo giorno dell’ingresso di Gesù in Gerusalemme porta a compimento la lunga storia di offerte di salvezza da parte di Dio alla città santa. Questo è il momento in cui dovrebbe esserle donata la pace, la salvezza.
Gerusalemme dovrebbe solamente riconoscere che Gesù è il principe della pace, inviato da Dio. Ma essa, che ha ucciso i profeti e lapidato coloro che Dio le aveva mandato per salvarla, rifiuta questo riconoscimento. Ricordiamo un lamento precedente di Gesù su Gerusalemme: "Gerusalemme, Gerusalemme, che uccidi i profeti e lapidi coloro che sono mandati a te, quante volte ho voluto raccogliere i tuoi figli come una gallina la sua covata sotto le ali e voi non avete voluto! Ecco, la vostra casa viene lasciata deserta" (Lc 13,34-35). Il popolo di Gerusalemme si chiude alla parola di Dio: "Sono un popolo insensato e in essi non c’è intelligenza: se fossero saggi, capirebbero, rifletterebbero sulla loro fine" (Dt 32,28-29). In questo momento si adempie ancora ciò che Dio aveva detto al profeta Geremia riguardo a Gerusalemme: "Tu mi hai respinto, dice il Signore, mi hai voltato le spalle e io ho steso la mano su di te per annientarti; sono stanco di avere pietà" (Ger 15, 6).
Gesù annuncia il verdetto di Dio sulla sua nazione, ma lo fa a malincuore, con dolore, piangendo, non esultando di gioia per la vendetta di Dio che si abbatte sui peccatori. Gesù non è venuto per punire, ma per salvare; per recare la pace, non la guerra. Israele si era allontanato da Dio, l’aveva dimenticato e offeso; Gesù viene a ristabilire i buoni rapporti tra di loro. Il suo stesso modo di presentarsi, semplice, umile rivelava lo scopo pacifico della sua venuta. Un messia di questo genere non poteva non suscitare fiducia. Gerusalemme non ha riconosciuto il giorno del perdono e della grazia, e allora dovrà fare la conoscenza col giorno dell’ira e dello sterminio dei suoi abitanti. La distruzione di Gerusalemme è vista come un castigo divino in risposta al rifiuto del Messia. La grazia, la bontà di Dio, quando è rifiutata, diventa ira, vendetta, castigo.
Ma, a questo punto, ci domandiamo come possiamo mettere d’accordo le pagine del vangelo che ci presentano Dio come amore e misericordia con questa pagina in cui sembra che il volto del Dio-Amore sia totalmente stravolto e negato.
Il vangelo di Giovanni ci aiuta a capire meglio il motivo della distruzione di Gerusalemme: "Pilato disse ai giudei: ‘Ecco il vostro re!’. Ma quelli gridarono: ‘Via, via, crocifiggilo!’. Disse loro Pilato: ‘Metterò in croce il vostro re?’.
Risposero i sommi sacerdoti: ‘Non abbiamo altro re all’infuori di Cesare’. Allora lo consegnò loro perché fosse crocifisso" (Gv 19,14-16). La dichiarazione pubblica e solenne dei sommi sacerdoti manifesta senza equivoci il rifiuto di Dio e del suo Cristo come re e salvatore d’Israele, e la scelta di Cesare come loro re e salvatore. E il nuovo signore di Israele, l’imperatore di Roma, ha agito secondo la logica di tutti i potenti di questo mondo, distruggendo e massacrando il popolo ribelle. Sono gli eserciti dell’impero romano che hanno distrutto Gerusalemme, non Dio.
Le potenze del male sono tenute lontane dalla protezione di Dio. Il giorno in cui allontaniamo Dio dalla nostra vita, esse si comportano come le belve quando cacciamo via il domatore che le teneva debitamente a bada: ci sbranano. E non perché sono state aizzate contro di noi dal domatore indispettito e vendicativo, ma perché questa è la loro condotta naturale di belve. Quando rifiutiamo il regno di Dio, cadiamo immediatamente sotto il potere del demonio, che "è stato omicida fin da principio" (Gv 8,44).


Padre Lino Pedron
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mercoledì 16 novembre 2011

735 - Preghiera del mattino

Dio Onnipotente, tu sei l'Amore.
Dio trinitario, tu vivi rivolto verso il Padre, il Padre rivolto verso il Figlio nell'unità dello Spirito Santo.
Per amore tu hai creato l'uomo, perché avesse parte alla tua natura divina.
Rendimi consapevole di quest'amore per il cielo e per la terra, per gli esseri animati e per gli esseri inanimati, e soprattutto per i miei fratelli, ogni volta che li incontro lungo il mio cammino.
Fa' che l'Amore che discende da te sia la stella che guida tutta la mia vita.
Con tuo Figlio e al suo seguito, voglio diffondere il tuo amore fra gli uomini.
Introducimi sempre di più al mistero della vita trinitaria, affinché il tuo amore mi illumini totalmente.
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734 - Perché non hai consegnato il mio denaro a una banca?

Mentre essi stavano ad ascoltare queste cose, disse ancora una parabola, perché era vicino a Gerusalemme ed essi pensavano che il regno di Dio dovesse manifestarsi da un momento all'altro. Disse dunque: «Un uomo di nobile famiglia partì per un paese lontano, per ricevere il titolo di re e poi ritornare. Chiamati dieci dei suoi servi, consegnò loro dieci monete d'oro, dicendo: «Fatele fruttare fino al mio ritorno». Ma i suoi cittadini lo odiavano e
mandarono dietro di lui una delegazione a dire: «Non vogliamo che costui venga a regnare su di noi». Dopo aver ricevuto il titolo di re, egli ritornò e fece chiamare quei servi a cui aveva consegnato il denaro, per sapere quanto ciascuno avesse guadagnato. Si presentò il primo e disse: «Signore, la tua moneta d'oro ne ha fruttate dieci». Gli disse: «Bene, servo buono! Poiché ti sei mostrato fedele nel poco, ricevi il potere sopra dieci città». Poi si presentò il secondo e disse: «Signore, la tua moneta d'oro ne ha fruttate cinque». Anche a
questo disse: «Tu pure sarai a capo di cinque città». Venne poi anche un altro e disse: «Signore, ecco la tua moneta d'oro, che ho tenuto nascosta in un fazzoletto; avevo paura di te, che sei un uomo severo: prendi quello che non hai messo in deposito e mieti quello che non hai seminato». Gli rispose: «Dalle tue stesse parole ti giudico, servo malvagio! Sapevi che sono un uomo severo, che prendo quello che non ho messo in deposito e mieto quello che non ho seminato: perché allora non hai consegnato il mio denaro a una banca?
Al mio ritorno l'avrei riscosso con gli interessi». Disse poi ai presenti: «Toglietegli la moneta d'oro e datela a colui che ne ha dieci». Gli risposero: «Signore, ne ha già dieci!». «Io vi dico: A chi ha, sarà dato; invece a chi non ha, sarà tolto anche quello che ha. E quei miei nemici, che non volevano che io diventassi loro re, conduceteli qui e uccideteli davanti a me»». Dette queste cose, Gesù camminava davanti a tutti salendo verso Gerusalemme.

Il regno di Dio è concepito come un mondo superiore che fa irruzione in quello dell’uomo sconvolgendolo e rinnovandolo. Alcuni ritenevano che tale manifestazione incombesse da un momento all’altro, addirittura in concomitanza con l’arrivo di Gesù a Gerusalemme: in quello stesso istante. Per togliere una tale tensione nei suoi discepoli Gesù racconta questa parabola.
Il nobile personaggio della parabola indica Gesù che sta per recarsi in un paese lontano, ossia in cielo. Di là egli ritornerà con potenza e onore di re. Per il tempo della sua assenza egli affida i suoi beni ai suoi servi affinché li facciano fruttare. Il tempo che intercorre tra l’ascensione di Gesù al cielo e il suo ritorno nella gloria, è tempo di lavoro e di imprese missionarie.
Durante la sua assenza i suoi nemici non si danno pace. Essi fanno di tutto perché non venga il suo regno (cfr Lc 11,2). Ma Gesù verrà nello splendore della sua dignità regale; tuttavia questo non succederà "da un momento all’altro" (v. 11).
Al suo ritorno Gesù domanderà conto dell’amministrazione affidata ai suoi servi. Come ricompensa del loro fedele servizio, anche i discepoli parteciperanno alla sovranità di Cristo (Lc 12,43; 22,30).
Le amare osservazioni che il servo malvagio e fannullone fa contro il suo padrone sono la manifestazione della sua cattiva coscienza. Il Signore viene accusato di essere un padrone crudele, un trafficante ingordo, un egoista senza riguardo per nessuno. Secondo queste parole sarebbe stato proprio il Signore a togliere ogni coraggio e a mettere addosso al suo servo un tale terrore paralizzante.
Quello che il Signore domanda è fedeltà nell’amministrazione, attività coraggiosa, lavoro oculato. Per questo non è concepibile un’attesa inoperosa e piena di paura. Il capitale che ci ha dato non serve per arricchire davanti agli uomini, ma davanti a Dio; farlo fruttare non significa accumulare con avidità, ma dare con generosità (cfr Lc 12,13 ss; 16,1ss). Questa parabola illustra la scelta giusta operata da Zaccheo: ha fatto fruttare i suoi averi dandoli ai poveri. Il vero guadagno che ci arricchisce davanti a Dio (cfr Lc 12,21) consiste nel donare. E’ l’unico modo di investire; ci dà il nostro vero tesoro (cfr Lc 12, 33) e ci procura amici che ci accolgano nelle dimore eterne (cfr Lc 16,9). La salvezza è un premio e come tale è insieme dono e conquista, incontro tra la benevolenza di Dio e la libertà dell’uomo. Il premio è sproporzionato al merito, come una città rispetto a una "mina". Una "mina" greca d’argento corrispondeva allo stipendio di trecento giornate lavorative.
Fuori parabola, Dio ci dona "molto più di quanto possiamo domandare o sperare" (Ef 3,20): ci dona se stesso.
Tutto è dono suo, noi stessi e le nostre azioni.
La paura di Dio è tipica di Adamo (Gen 3,10) e dei suoi discendenti. Essa deriva dall’immagine di un Dio cattivo, che non ci ama. Questa paura blocca l’azione dell’uomo. L’uomo "religioso" considera Dio severo e intransigente. Il suo comportamento da uomo "giusto" è mosso da un’estrema difesa da Dio, nella ricerca parossistica di chiudere il conto in parità. Ma ciò non è possibile. L'unica via d'uscita è la gratitudine per la gratuità del dono.
Il v. 27 è un’immagine truculenta per presentare la dannazione eterna. E’ la sorte di chi rifiuta la vita di Dio.


Padre Lino Pedron
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martedì 15 novembre 2011

733 - Questa è la virtù della castità

Contro la vita limpida, contro la santa purezza, si erge una grande difficoltà, a cui tutti siamo esposti: il pericolo dell'imborghesimento, nella vita spirituale o nella vita professionale: il pericolo — anche per coloro che sono chiamati da Dio al matrimonio — di sentirsi scapoloni, egoisti, persone senza amore. — Lotta alla radice contro questo rischio, senza concessioni di alcun genere. (Forgia, 89)


Quando si ha lo spirito di Dio, la castità non è un peso molesto e umiliante. E un'affermazione lieta: l'amore, il dominio, la vittoria su di se non vengono dalla carne, né dall'istinto; procedono dalla volontà, soprattutto se è unita alla Volontà del Signore. Per essere casti — e non semplicemente continenti od onesti —, dobbiamo sottomettere le passioni alla ragione, per un motivo elevato, per un impulso dell'Amore.
Paragono questa virtù alle ali: essa ci permette di trasmettere i comandamenti, la dottrina divina, in tutti gli ambienti della terra, senza timore di venire infangati. Le ali, anche quelle dei maestosi volatili che giungono fin sopra le nubi, sono pesanti, e molto. Ma senza ali non si potrebbe volare. Fissatevelo bene in mente, decisi a non cedere se avvertite il pungolo della tentazione che s'insinua presentando la purezza come un peso insopportabile: coraggio, più su! Verso il sole, fino a raggiungere l'Amore.
Vi ho appena detto che mi aiuta in ciò il ricorso all'Umanità santissima del Signore, all'ineffabile meraviglia di Dio che si umilia fino a farsi uomo, e che non considera una menomazione l'aver preso un corpo come il nostro, con tutti i suoi limiti e le sue debolezze, eccetto il peccato, e tutto ciò perché ci ama fino alla follia. Il suo annichilimento non lo abbassa; invece eleva noi e ci deifica nel corpo e nell'anima. Rispondere di sì all'Amore, con affetto schietto, ardente e ordinato: questa è la virtù della castità. (Amici di Dio, nn. 177-178)
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732 - Preghiera del mattino

"Oggi devo fermarmi a casa tua". 
Tu sei colui che bussa alla porta e mi invita, Dio delle sorprese, del sorgere, dei risvegli. 
Poiché la mia casa è la tua casa. 
Come mi troverai quando verrai, in quale disordine interiore? 
Fa' che mi prepari a ricevere il mio innamorato.
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731 - Il Figlio dell’uomo era venuto a cercare e a salvare ciò che era perduto

Entrò nella città di Gerico e la stava attraversando, quand'ecco un uomo, di nome Zaccheo, capo dei pubblicani e ricco, cercava di vedere chi era Gesù, ma non gli riusciva a causa della folla, perché era piccolo di statura. Allora corse avanti e, per riuscire a vederlo, salì su un sicomòro, perché doveva passare di là. Quando giunse sul luogo, Gesù alzò lo sguardo e gli disse: «Zaccheo, scendi subito, perché oggi devo fermarmi a casa tua». Scese in fretta e lo accolse pieno di gioia. Vedendo ciò, tutti mormoravano: «È entrato in casa di un peccatore!». Ma Zaccheo, alzatosi, disse al Signore: «Ecco, Signore, io do la
metà di ciò che possiedo ai poveri e, se ho rubato a qualcuno, restituisco quattro volte tanto». Gesù gli rispose: «Oggi per questa casa è venuta la salvezza, perché anch'egli è figlio di Abramo. Il Figlio dell'uomo infatti è venuto a cercare e a salvare ciò che era perduto».

L’incontro di Gesù con Zaccheo ripropone uno dei temi fondamentali del vangelo: la preferenza di Dio per i peccatori. Quest’uomo altolocato e benestante è insoddisfatto di sé. In apparenza ha tutto, in realtà gli manca tutto.
In quanto pubblicano è escluso dalla salvezza secondo la legge, in quanto ricco è escluso dalla salvezza secondo il vangelo (cfr Lc 18,24ss). E’ un peccatore della peggior specie, è un caso impossibile.
Anche in questo caso, come nel brano precedente, la moltitudine dei discepoli nasconde agli occhi di Zaccheo il Gesù che cercava di vedere. La comunità è il luogo dell’incontro con Dio, ma qualche volta impedisce di vederlo.
La folla non aiuta Zaccheo a trovare Gesù e criticherà Gesù quando deciderà di andare nella sua casa.
Il pubblicano viene chiamato per nome: "Zaccheo". Questo nome significa "Dio ricorda". Dio si ricorda di lui e gli usa misericordia, come aveva cantato il suo omonimo, Zaccaria: "Ha soccorso il suo servo, ricordandosi della sua misericordia"(cfr Lc 1,54). In Zaccheo si compie la volontà di salvezza del Padre, che Gesù ha la missione di attuare in questo mondo. E tutto deve avvenire "subito" e "in fretta" (vv. 5-6). E’ l’urgenza della salvezza. 
Ci ricorda Maria che corre a portare il Salvatore a chi l’attende (cfr Lc 1,39). Ma questa volontà di Dio che desidera salvare tutti e subito suscita incomprensione e mormorazione nei benpensanti di allora come in quelli di tutti i tempi.
L’ansia e la tensione di Zaccheo si trasformano in esultanza, che è la partecipazione alla felicità di Dio. L'angelo Gabriele ha invitato Maria a rallegrarsi, ora tale allegrezza passa a un peccatore convertito. L’incontro con Gesù libera l’uomo dalle sue colpe, dalle sue perplessità e angosce e lo riempie di pace e di gioia.
La folla critica il comportamento di Gesù perché non lo capisce. Egli è venuto a portare agli uomini il perdono di Dio, e non deve fare meraviglia che lo conceda a coloro che ne hanno più bisogno. Dio non è come l’hanno presentato gli scribi e i farisei di tutti i tempi. E’ diverso. Non ha nemici, non è contro nessuno, non fa distinzioni tra giudei e pagani, tra giusti e peccatori. Tutti sono uguali davanti a lui, tutti bisognosi di grazia, di perdono e di aiuto.
Luca si compiace di presentare Gesù che si trova a suo agio in casa di un peccatore. La salvezza è per tutti, e prima di tutto per i peccatori che si pentono. E il pentimento si manifesta nel riordinare la propria condotta, riparando i torti commessi. E poiché le ingiustizie sociali pesano in definitiva sempre sui poveri, Zaccheo darà loro la metà dei suoi beni. E nei casi specifici di truffa, restituirà secondo la legge: quattro volte tanto (cfr Es 21,37; 2Sam 12,6). La giustizia sociale è il primo frutto della conversione.
Gesù non è venuto per condannare, ma per salvare. La sua missione si compie dando accoglienza ai peccatori.
San Paolo ha scritto: "Questa parola è sicura e degna di essere da tutti accolta: Cristo Gesù è venuto nel mondo per salvare i peccatori e di questi il primo sono io. Ma appunto per questo ho ottenuto misericordia, perché Gesù Cristo ha voluto dimostrare in me, per primo, tutta la sua magnanimità, a esempio di quanti avrebbero creduto in lui per avere la vita eterna" (1Tm 1,15-16).
Zaccheo cercava Gesù, ma alla fine di questo episodio evangelico scopriamo che, ancor più e ancor prima, era Gesù che cercava Zaccheo che si era perduto (v. 10). La lezione di questo brano di vangelo ha bisogno di essere sempre ricordata nella Chiesa. C’è sempre qualcuno nella comunità cristiana che ha paura di avvicinare i peccatori, gli scomunicati e i nemici della religione e della fede. Il vangelo ci spinge ad essere vicini a tutti, a stabilire buoni rapporti con tutti, perché tutti hanno bisogno di salvezza, e tocca proprio a noi portarla a loro.
"Il Figlio dell’uomo è venuto per cercare e salvare ciò che era perduto" (v. 10). E’ la chiave di lettura di tutta la storia di Gesù.


Padre Lino Pedron
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lunedì 14 novembre 2011

730 - Vogliamo guardare con occhi limpidi

Com'è bella la santa purezza! Però non è santa, né gradita a Dio, se la separiamo dalla carità. La carità è il seme che crescerà e darà frutti saporitissimi grazie all'irrigazione, che è la purezza. Senza carità la purezza è infeconda, e le sue acque sterili trasformano le anime in un pantano, in una pozza immonda, da cui esalano miasmi di superbia. (Cammino, 119)


Certamente la carità teologale è la virtù più elevata; la castità tuttavia è il mezzo imprescindibile, una condizione sine qua non per stabilire un dialogo intimo con Dio; e quando non la si difende, quando non si lotta, si finisce col diventare ciechi; non si vede più nulla perché l'uomo naturale non comprende le cose dello Spirito di Dio [1 Cor 2, 14].
Noi vogliamo guardare con occhi limpidi, animati dalla predicazione del Maestro: Beati i puri di cuore, perché vedranno Dio [Mt 5, 8]. La Chiesa ha presentato sempre queste parole come un invito alla castità. Hanno il cuore puro — scrive san Giovanni Crisostomo — coloro che non si sentono colpevoli di nessun male, o quelli che vivono nella castità. Nessuna virtù più di questa è necessaria per vedere Dio (Amici di Dio, 175)
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729 - Preghiera del mattino

"Ho da rimproverarti che hai dimenticato il tuo amore di un tempo".
La voce dell'angelo mi risuona spesso, perché eccomi ricco in opere di ogni genere, ma dov'è il mio antico fervore?
Rendimelo, Signore; abbracciami come il primo giorno; noi siamo sempre in tempo di fidanzamento.
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728 - Che cosa vuoi che io faccia per te? Signore, che io veda di nuovo!

Mentre si avvicinava a Gerico, un cieco era seduto lungo la strada a mendicare.
Sentendo passare la gente, domandò che cosa accadesse. Gli annunciarono: «Passa Gesù, il Nazareno!». Allora gridò dicendo: «Gesù, figlio di Davide, abbi pietà di me!». Quelli che camminavano avanti lo rimproveravano perché tacesse; ma egli gridava ancora più forte: «Figlio di Davide, abbi pietà di me!». Gesù allora si fermò e ordinò che lo conducessero da lui. Quando fu vicino, gli domandò: «Che cosa vuoi che io faccia per te?». Egli rispose: «Signore, che io veda di nuovo!». E Gesù gli disse: «Abbi di nuovo la vista! La tua fede ti ha salvato». Subito ci vide di nuovo e cominciò a seguirlo glorificando Dio. E tutto il popolo, vedendo, diede lode a Dio.

Anche questo episodio del vangelo ci riguarda personalmente. In questo cieco viene rappresentata tutta l’umanità. La nostra cecità è la non conoscenza di Dio congiunta con la presunzione di vederci (cfr Gv 9,41; Ap 3,17). Il Messia è stato annunciato dai profeti come colui che ridà la vista ai ciechi ( Is 35,5-6) e porta ai poveri la lieta notizia (Lc 4,18).
La folla che è attorno a Gesù è di impedimento al cieco (v. 39) come sarà di impedimento a Zaccheo (Lc 19,3).
Il comportamento della folla è molto significativo. Invece di commiserare il malato e aiutarlo, è infastidita dalle sue grida. Il dolore e la disperazione del cieco è meno importante della loro quiete o del loro pellegrinaggio a Gerusalemme. Il problema della tranquillità personale può far dimenticare, e perfino ostacolare, le migliori iniziative di bene. Gli amici e i discepoli di Gesù, che avrebbero dovuto aiutare e incoraggiare il cieco, sono proprio quelli che vorrebbero farlo tacere e impedirgli di pregare il Salvatore. Non solo, ma lo rimproverano anche! Gesù, però, non invita l’uomo a tacere, ma a venire a lui. La sensibilità e la libertà di Gesù risaltano in ogni pagina del vangelo, soprattutto quando sono accostate all’indifferenza e all’egoismo delle persone che lo circondano.
Il cieco prega Gesù chiamandolo per nome. Gesù significa: Dio salva. Negli Atti degli apostoli leggiamo: "Chiunque invocherà il nome del Signore sarà salvato (2,21); "In nessun altro c’è salvezza: non vi è infatti altro nome dato agli uomini sotto il cielo nel quale è stabilito che possiamo essere salvati" (4,12). La salvezza è fare esperienza in prima persona dell’amore gratuito di Dio che dona e perdona. Gesù è la rivelazione di questo amore del Padre.
L’atteggiamento del cieco è in contrapposizione con l’ottusità dei giudei e degli stessi cristiani. Gesù si lamenta con la gente del suo tempo perché non crede se prima non ha veduto e toccato. Il cieco non ha bisogno di questo.
L’apostolo Tommaso crede solo dopo aver veduto e toccato. Ma Gesù gli dice: "Perché mi hai veduto, hai creduto: beati quelli che pur non avendo visto crederanno!" (Gv 20,29). Questa beatitudine sembra coniata appositamente per il cieco di Gerico: un cieco che vede più acutamente dei vedenti. Per questa fede Gesù lo guarisce all’istante e lo salva.
Ottenere la vista della fede ci permette di seguire Gesù che ha detto: "Chi segue me non cammina nelle tenebre, ma avrà la luce della vita" (Gv 8,12).
Alla fine del racconto tutti i presenti hanno un comportamento concorde e corale con il cieco guarito: lodano Dio con lui. La lode, che ci fa partecipi del bene altrui, è l’espressione più alta dell’amore.


Padre Lino Pedron
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727 - Preghiera di consacrazione dell'Italia

Uniti a tutti gli uomini, in comunione con la Chiesa intera, col nostro Santo Padre, papa Benedetto XVI, noi ti rivolgiamo, o Padre, la nostra supplica in particolare per l' Italia, attraverso il Cuore e le mani della Vergine Maria.
Padre, inviaci il tuo Santo Spirito, perché ciascuno di noi possa diventare uno strumento della tua Pace.
Dalla fame e dalla guerra, liberaci!
Dalla guerra nucleare, da un´autodistruzione incalcolabile, da tutti i tipi di guerra e di calamità, liberaci!
Dai peccati contro la vita dell´uomo dai suoi primi istanti, liberaci!
Dalla disperazione, dall´odio e dalla degradazione della dignità dei Figli di Dio, liberaci!
Da tutti i generi di ingiustizia nella vita sociale, nazionale ed internazionale, liberaci!
Dalla facilità con la quale si calpestano i comandamenti di Dio, liberaci!
Dal tentativo di sradicare dai cuori umani la Verità stessa di Dio,
liberaci! Dalla perdita della coscienza del bene e del male, liberaci!
Dai peccati contro lo Spirito Santo, liberaci!
E tu, Madre di Cristo e Madre di tutti gli uomini, noi chiediamo la tua protezione e la tua intercessione per l'Italia.
Gesù Cristo, il Redentore del mondo ci ha affidati a te; prega tuo Figlio per noi, affinché invii nel nostro Paese in abbondanza lo Spirito Santo, lo Spirito di verità che è sorgente di Vita. Accoglilo per noi e con noi come facesti il giorno della Pentecoste, con i primi discepoli.
Madre, tu conosci e condividi le nostre sofferenze e le nostre speranze. Oggi siamo qui davanti a te, Maria Regina della Pace e con fiducia chiediamo la tua intercessione materna per far fronte alle sfide dell´avvenire. Oggi ti affidiamo il nostro Paese, l'Italia. Ti
preghiamo, accompagnaci nel nostro cammino, noi che vogliamo, come l´apostolo Giovanni, accoglierti nelle nostre case per imparare da te a diventare simili a Gesù.
Sotto il manto della tua Misericordia, noi ci rifugiamo, Santa Madre di Dio!
Assistici nelle difficoltà quotidiane che la vita riserva ad ognuno.
A te, Aurora di Salvezza, affidiamo il nostro futuro e il nostro cammino nel nuovo millennio. Ti affidiamo il nostro popolo italiano, a cominciare dai più deboli e sofferenti, i bambini non ancora nati, coloro la cui vita è minacciata e coloro che sono nati in condizioni di povertà, i giovani alla ricerca del senso della vita, i rifugiati, le persone senza lavoro, quelle che sono provate dalla malattia, le famiglie divise, gli anziani privi di assistenza e tutti coloro che sono soli e senza speranza.
Guida i tuoi figli affinché tutti gli uomini, col tuo aiuto, riconoscano il Cristo, Luce del mondo.
Che ancora una volta si riveli, nella storia dell´umanità, l´infinita potenza salvatrice del tuo Figlio Gesù, la potenza dell´Amore Misericordioso del Padre! Che lo Spirito Santo trasformi le coscienze!
Che Egli guarisca la nostra memoria e purifichi i nostri cuori. Che Dio regni sempre in mezzo a noi, Lui che è Padre, Figlio e Spirito Santo.
AMEN.
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