Concedi, o Signore, a ciascuno di noi di potere sperimentare durante questa giornata la nuova nascita che abbiamo ricevuto in dono il giorno del battesimo.
Amen.
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venerdì 22 luglio 2011
394 - Ho visto il Signore e mi ha detto queste cose
Maria invece stava all'esterno, vicino al sepolcro, e piangeva. Mentre piangeva, si chinò verso il sepolcro e vide due angeli in bianche vesti, seduti l'uno dalla parte del capo e l'altro dei piedi, dove era stato posto il corpo di Gesù. Ed essi le dissero: «Donna, perché piangi?». Rispose loro: «Hanno portato via il mio Signore e non so dove l'hanno posto». Detto questo, si voltò indietro e vide Gesù, in piedi; ma non sapeva che fosse Gesù. Le disse Gesù: «Donna, perché piangi? Chi cerchi?». Ella, pensando che fosse il custode del giardino, gli disse: «Signore, se l'hai portato via tu, dimmi dove l'hai posto e io andrò a prenderlo». Gesù le disse: «Maria!». Ella si voltò e gli disse in ebraico: «Rabbunì!» - che significa: «Maestro!». Gesù le disse: «Non mi trattenere, perché non sono ancora salito al Padre; ma va' dai miei fratelli e di' loro: «Salgo al Padre mio e Padre vostro, Dio mio e Dio vostro»». Maria di Màgdala andò ad annunciare ai discepoli: «Ho visto il Signore!» e ciò che le aveva detto.
Maria Maddalena si reca al sepolcro per rimanere presso la tomba di Gesù, come una persona che non vuole separarsi da colui che ama intensamente neppure dopo la morte. Questa discepola è animata da un forte amore umano per Gesù come dimostra eloquentemente il suo pianto inconsolabile presso il sepolcro del Signore.
L'annotazione "mentre era ancora buio" potrebbe avere un significato simbolico, per indicare le tenebre provocate dall'assenza di Gesù. Ma ben presto apparirà il Cristo-luce che illumina il mondo e sarà contemplato per prima proprio da Maria Maddalena.
La Maddalena, giunta al sepolcro, constata che la pietra della tomba di Gesù è stata rimossa e, pensando a una manomissione del sepolcro, corre da Simone Pietro e dal discepolo che Gesù amava.
Dopo aver costatato la tomba vuota, Pietro e l'altro discepolo ritornano nel cenacolo: là li troverà Gesù la sera di quello stesso giorno. I due discepoli lasciano il luogo della tomba, invece Maria rimane presso il sepolcro e piange. Agli angeli che le chiedono la ragione del suo pianto, essa risponde: "Hanno portato via il mio Signore e non so dove lo hanno posto" (v.13).
A questo punto entra in scena Gesù, fuori dal sepolcro, in piedi, ma Maria non lo riconosce. Non solo qui, ma anche nel brano della pesca miracolosa il Risorto non è conosciuto immediatamente. Gesù si fa conoscere da Maria chiamandola per nome: egli è il buon pastore che conosce le sue pecore e le chiama per nome (cfr Gv 10,3-4.27). Maria, appena sentito il suo nome, riconosce subito Gesù e gli dice: "Rabbunì" che significa "Maestro mio".
Matteo narra che le pie donne abbracciarono i piedi di Gesù, appena lo incontrarono (Mt 28,9). Giovanni fa intendere un gesto simile da parte della Maddalena, perché il Risorto le dice: "Non trattenermi, infatti non sono ancora salito al Padre" (v.17). Quindi Gesù affida alla discepola una missione per i suoi discepoli: annunziare loro che sta per ascendere al Padre. I discepoli sono fratelli di Gesù, perciò Dio è il Padre dei credenti in Cristo.
Maria Maddalena esegue l'ordine affidatole dal Risorto, annunziando ai discepoli: "Ho visto il Signore" e raccontando quello che le aveva detto (v.18). Questo lieto messaggio costituisce il vertice di tutto il brano Gv 20, 1-18. Esso si è aperto con l'esclamazione dolorosa: "Hanno portato via il Signore" (v.2) e si chiude con l'esplosione gioiosa: "Ho visto il Signore" (v.18).
L'incontro di Gesù con la Maddalena e l'annuncio fatto dalla donna ai fratelli contengono un grande messaggio per il discepolo di ogni tempo: il Signore è vivo e ognuno deve cercarlo in un cammino di fede, sicuro che se farà la sua parte, il Signore non tarderà a venirgli incontro e a farsi conoscere.
Un monaco del XIII secolo descrive questo incontro tra Cristo e Maria, mettendo sulla bocca di Gesù queste parole: "Donna, perché piangi? Chi cerchi? Colui che tu cerchi, già lo possiedi e non lo sai? Tu hai la vera ed eterna gioia e ancora tu piangi? Questa gioia è nel più intimo del tuo essere e tu ancora la cerchi al di fuori? Tu sei là, fuori, a piangere presso la tomba: Il tuo cuore è la mia tomba. E lì io non sto morto, ma riposo vivo per sempre. La tua anima è il mio giardino. Avevi ragione di pensare che io fossi il giardiniere. Io sono il nuovo Adamo. Lavoro nel mio paradiso e sorveglio tutto ciò che qui accade. Le tue lacrime, il tuo amore, il tuo desiderio, tutte queste cose sono opera mia. Tu mi possiedi nel più intimo di te stessa senza saperlo ed è per questo che tu mi cerchi fuori. È dunque anche fuori che io ti apparirò, e così ti farò ritornare in te stessa, per farti trovare nell'intimo del tuo essere colui che tu cerchi altrove" (Anonimo, Meditazione sulla passione e risurrezione di Cristo, 38: PL 184, 766).
Padre Lino Pedron
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Maria Maddalena si reca al sepolcro per rimanere presso la tomba di Gesù, come una persona che non vuole separarsi da colui che ama intensamente neppure dopo la morte. Questa discepola è animata da un forte amore umano per Gesù come dimostra eloquentemente il suo pianto inconsolabile presso il sepolcro del Signore.
L'annotazione "mentre era ancora buio" potrebbe avere un significato simbolico, per indicare le tenebre provocate dall'assenza di Gesù. Ma ben presto apparirà il Cristo-luce che illumina il mondo e sarà contemplato per prima proprio da Maria Maddalena.
La Maddalena, giunta al sepolcro, constata che la pietra della tomba di Gesù è stata rimossa e, pensando a una manomissione del sepolcro, corre da Simone Pietro e dal discepolo che Gesù amava.
Dopo aver costatato la tomba vuota, Pietro e l'altro discepolo ritornano nel cenacolo: là li troverà Gesù la sera di quello stesso giorno. I due discepoli lasciano il luogo della tomba, invece Maria rimane presso il sepolcro e piange. Agli angeli che le chiedono la ragione del suo pianto, essa risponde: "Hanno portato via il mio Signore e non so dove lo hanno posto" (v.13).
A questo punto entra in scena Gesù, fuori dal sepolcro, in piedi, ma Maria non lo riconosce. Non solo qui, ma anche nel brano della pesca miracolosa il Risorto non è conosciuto immediatamente. Gesù si fa conoscere da Maria chiamandola per nome: egli è il buon pastore che conosce le sue pecore e le chiama per nome (cfr Gv 10,3-4.27). Maria, appena sentito il suo nome, riconosce subito Gesù e gli dice: "Rabbunì" che significa "Maestro mio".
Matteo narra che le pie donne abbracciarono i piedi di Gesù, appena lo incontrarono (Mt 28,9). Giovanni fa intendere un gesto simile da parte della Maddalena, perché il Risorto le dice: "Non trattenermi, infatti non sono ancora salito al Padre" (v.17). Quindi Gesù affida alla discepola una missione per i suoi discepoli: annunziare loro che sta per ascendere al Padre. I discepoli sono fratelli di Gesù, perciò Dio è il Padre dei credenti in Cristo.
Maria Maddalena esegue l'ordine affidatole dal Risorto, annunziando ai discepoli: "Ho visto il Signore" e raccontando quello che le aveva detto (v.18). Questo lieto messaggio costituisce il vertice di tutto il brano Gv 20, 1-18. Esso si è aperto con l'esclamazione dolorosa: "Hanno portato via il Signore" (v.2) e si chiude con l'esplosione gioiosa: "Ho visto il Signore" (v.18).
L'incontro di Gesù con la Maddalena e l'annuncio fatto dalla donna ai fratelli contengono un grande messaggio per il discepolo di ogni tempo: il Signore è vivo e ognuno deve cercarlo in un cammino di fede, sicuro che se farà la sua parte, il Signore non tarderà a venirgli incontro e a farsi conoscere.
Un monaco del XIII secolo descrive questo incontro tra Cristo e Maria, mettendo sulla bocca di Gesù queste parole: "Donna, perché piangi? Chi cerchi? Colui che tu cerchi, già lo possiedi e non lo sai? Tu hai la vera ed eterna gioia e ancora tu piangi? Questa gioia è nel più intimo del tuo essere e tu ancora la cerchi al di fuori? Tu sei là, fuori, a piangere presso la tomba: Il tuo cuore è la mia tomba. E lì io non sto morto, ma riposo vivo per sempre. La tua anima è il mio giardino. Avevi ragione di pensare che io fossi il giardiniere. Io sono il nuovo Adamo. Lavoro nel mio paradiso e sorveglio tutto ciò che qui accade. Le tue lacrime, il tuo amore, il tuo desiderio, tutte queste cose sono opera mia. Tu mi possiedi nel più intimo di te stessa senza saperlo ed è per questo che tu mi cerchi fuori. È dunque anche fuori che io ti apparirò, e così ti farò ritornare in te stessa, per farti trovare nell'intimo del tuo essere colui che tu cerchi altrove" (Anonimo, Meditazione sulla passione e risurrezione di Cristo, 38: PL 184, 766).
Padre Lino Pedron
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giovedì 21 luglio 2011
393 - Preghiera del mattino
Eccoci, Signore, anche questo mattino davanti a te, che ci hai conservato in questa vita.
Concedici di restare sempre aperti alle sorprese inattese di questo nuovo giorno e dacci di vedervi i celesti misteri del tuo amore.
Fa' che possiamo gustare la beatitudine di occhi che sanno vedere e di orecchi che sanno ascoltare.
Anche in questa giornata intrattieni la nostra libertà e la nostra libertà intrattenga te, nostro Dio e Padre. Amen.
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Concedici di restare sempre aperti alle sorprese inattese di questo nuovo giorno e dacci di vedervi i celesti misteri del tuo amore.
Fa' che possiamo gustare la beatitudine di occhi che sanno vedere e di orecchi che sanno ascoltare.
Anche in questa giornata intrattieni la nostra libertà e la nostra libertà intrattenga te, nostro Dio e Padre. Amen.
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392 - Mettere Cristo in mezzo ai poveri
Per «il sentiero del giusto malcontento», le masse se ne sono andate e continuano ad andarsene. Fa male..., però, quante persone risentite abbiamo fabbricato tra coloro che sono spiritualmente o materialmente bisognosi! Bisogna tornare a mettere Cristo in mezzo ai poveri e agli umili: è proprio fra loro che Egli sta più volentieri. (Solco, 228).
I poveri diceva quel nostro amico sono il mio miglior libro spirituale e il motivo principale delle mie preghiere. Soffro per loro, e soffro per Cristo in loro. E, siccome mi addolora, capisco che Lo amo e che li amo.
(Solco, 827)
Gesù nostro Signore ha tanto amato gli uomini, che si è incarnato, ha preso la nostra natura ed è vissuto in contatto quotidiano con poveri e ricchi, con giusti e peccatori, con giovani e vecchi, con gentili e giudei.
Ha dialogato costantemente con tutti: con quelli che gli volevano bene e con quelli che cercavano solo il modo di travisare le sue parole, per condannarlo.
— Cerca di comportarti anche tu come il Signore. (Forgia, 558)
Non ti rallegra provare così da vicino la povertà di Gesù?... Com'è bello essere privi anche del necessario! Però come Lui: in modo nascosto e silenzioso. (Forgia, 732)
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I poveri diceva quel nostro amico sono il mio miglior libro spirituale e il motivo principale delle mie preghiere. Soffro per loro, e soffro per Cristo in loro. E, siccome mi addolora, capisco che Lo amo e che li amo.
(Solco, 827)
Gesù nostro Signore ha tanto amato gli uomini, che si è incarnato, ha preso la nostra natura ed è vissuto in contatto quotidiano con poveri e ricchi, con giusti e peccatori, con giovani e vecchi, con gentili e giudei.
Ha dialogato costantemente con tutti: con quelli che gli volevano bene e con quelli che cercavano solo il modo di travisare le sue parole, per condannarlo.
— Cerca di comportarti anche tu come il Signore. (Forgia, 558)
Non ti rallegra provare così da vicino la povertà di Gesù?... Com'è bello essere privi anche del necessario! Però come Lui: in modo nascosto e silenzioso. (Forgia, 732)
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391 - A voi è dato conoscere i misteri del regno dei cieli, ma a loro non è dato
Gli si avvicinarono allora i discepoli e gli dissero: «Perché a loro parli con parabole?». Egli rispose loro: «Perché a voi è dato conoscere i misteri del regno dei cieli, ma a loro non è dato. Infatti a colui che ha, verrà dato e sarà nell'abbondanza; ma a colui che non ha, sarà tolto anche quello che ha. Per questo a loro parlo con parabole: perché guardando non vedono, udendo non ascoltano e non comprendono. Così si compie per loro la profezia di Isaia che dice: Udrete, sì, ma non comprenderete, guarderete, sì, ma non vedrete. Perché il cuore di questo popolo è diventato insensibile,sono diventati duri di orecchi e hanno chiuso gli occhi, perché non vedano con gli occhi, non ascoltino con gli orecchi e non comprendano con il cuore e non si convertano e io li guarisca! Beati invece i vostri occhi perché vedono e i vostri orecchi perché ascoltano. In verità io vi dico: molti profeti e molti giusti hanno desiderato vedere ciò che voi guardate, ma non lo videro, e ascoltare ciò che voi ascoltate, ma non lo ascoltarono!
Matteo non ci trasmette solo la parabola, ma ci offre anche un’attualizzazione che trasforma la parabola indirizzata ai predicatori in una catechesi per i convertiti. La spiegazione si rivolge ai fedeli e insiste sulla necessità delle disposizioni interiori perché la Parola ascoltata sia capita e porti frutto. Le disposizioni più importanti sono l’apertura e la sensibilità ai valori del regno di Dio, il coraggio di fronte alle persecuzioni, la costanza o perseveranza, la resistenza allo spirito maligno e la libertà interiore.
Il mistero del comprendere o del non comprendere (v. 11) ha un riferimento a Dio. I misteri sono conoscibili solo con l’aiuto di una particolare luce che viene da Dio. Ci si può chiedere in che rapporto stiano tra loro, secondo Matteo, il credere e il conoscere. Per Matteo la fede è principalmente fiducia riposta interamente nella persona di Gesù. La conoscenza si fonda sulla fede e viene concessa alla fede. Non è la prima volta che nella storia della salvezza si verificano insuccessi come quelli di Gesù. Sembra anzi il destino di tutti i profeti. Gesù ha scelto il linguaggio in parabole perché il popolo d’Israele non ha voluto "vedere e ascoltare" quanto Gesù aveva annunciato e proposto loro in termini semplici e chiari. I discepoli, invece, sono chiamati a conoscere in pienezza "i misteri del regno di Dio", cioè il piano che Dio ha sull’umanità, rivelato da Gesù stesso attraverso le sue parabole. La constatazione "a chi ha sarà dato e sarà nell’abbondanza; e a chi non ha sarà tolto anche quello che ha" (v. 12; cfr. Mt 25,29) descrive la dinamica paradossale della rivelazione: i discepoli, proprio perché seguono Gesù, possono giungere a una conoscenza sempre più profonda di essa; le folle, al contrario, non avendo preso una decisione favorevole nei suoi confronti, si allontanano sempre più dalla logica del Regno.
La seconda parte della risposta di Gesù indica la vera e propria motivazione del suo parlare in parabole (v. 13). Questo linguaggio mette in evidenza l’atteggiamento della folla che, pur vedendo e ascoltando, non riesce a comprendere. Si tratta di un discernimento che la folla non riesce a fare, proprio perché non ha deciso di mettersi al seguito di Gesù. Essa non capisce Gesù e di conseguenza non capisce il suo linguaggio.
Lo scandalo del rifiuto del Messia rientra nel progetto di Dio attestato dalle Scritture. Mentre di solito Matteo inserisce i testi biblici per offrire al lettore una conferma e un commento, in questo passo pone sulle labbra di Gesù il testo di Isaia. Proprio l’introduzione attraverso il verbo "compiere" (anapleroo) mostra come l’incomprensione della folla porta a compimento la parola di Dio.
Nella terza parte della risposta (v. 16) Gesù evidenzia il privilegio dei discepoli. A differenza della folla, essi possono "vedere e ascoltare". La motivazione della loro felicità viene preceduta dall’espressione "in verità vi dico" con la quale Gesù garantisce la certezza della sua affermazione. Egli colloca i suoi discepoli al vertice di una storia di promesse, i cui destinatari sono distribuiti in due categorie: "i profeti e i giusti" (v. 17). Questa espressione associa coloro che hanno annunciato la volontà di Dio, i profeti, e coloro che l’hanno attuata, i giusti (cfr Mt 10,41; 23,29). Questi sono i rappresentanti della storia biblica. I discepoli sono beati perché possono conoscere il piano di Dio, che ora viene manifestato da Gesù. Sono essi, e non la sinagoga, la continuazione del vero Israele. Gesù, che ha dichiarato "beati" i discepoli perché hanno l’opportunità di "vedere” e di "sentire" (Mt 13,16-17), ora precisa che la loro condizione dipende da lui stesso. Egli infatti spiega loro la parabola.
Padre Lino Pedron
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Matteo non ci trasmette solo la parabola, ma ci offre anche un’attualizzazione che trasforma la parabola indirizzata ai predicatori in una catechesi per i convertiti. La spiegazione si rivolge ai fedeli e insiste sulla necessità delle disposizioni interiori perché la Parola ascoltata sia capita e porti frutto. Le disposizioni più importanti sono l’apertura e la sensibilità ai valori del regno di Dio, il coraggio di fronte alle persecuzioni, la costanza o perseveranza, la resistenza allo spirito maligno e la libertà interiore.
Il mistero del comprendere o del non comprendere (v. 11) ha un riferimento a Dio. I misteri sono conoscibili solo con l’aiuto di una particolare luce che viene da Dio. Ci si può chiedere in che rapporto stiano tra loro, secondo Matteo, il credere e il conoscere. Per Matteo la fede è principalmente fiducia riposta interamente nella persona di Gesù. La conoscenza si fonda sulla fede e viene concessa alla fede. Non è la prima volta che nella storia della salvezza si verificano insuccessi come quelli di Gesù. Sembra anzi il destino di tutti i profeti. Gesù ha scelto il linguaggio in parabole perché il popolo d’Israele non ha voluto "vedere e ascoltare" quanto Gesù aveva annunciato e proposto loro in termini semplici e chiari. I discepoli, invece, sono chiamati a conoscere in pienezza "i misteri del regno di Dio", cioè il piano che Dio ha sull’umanità, rivelato da Gesù stesso attraverso le sue parabole. La constatazione "a chi ha sarà dato e sarà nell’abbondanza; e a chi non ha sarà tolto anche quello che ha" (v. 12; cfr. Mt 25,29) descrive la dinamica paradossale della rivelazione: i discepoli, proprio perché seguono Gesù, possono giungere a una conoscenza sempre più profonda di essa; le folle, al contrario, non avendo preso una decisione favorevole nei suoi confronti, si allontanano sempre più dalla logica del Regno.
La seconda parte della risposta di Gesù indica la vera e propria motivazione del suo parlare in parabole (v. 13). Questo linguaggio mette in evidenza l’atteggiamento della folla che, pur vedendo e ascoltando, non riesce a comprendere. Si tratta di un discernimento che la folla non riesce a fare, proprio perché non ha deciso di mettersi al seguito di Gesù. Essa non capisce Gesù e di conseguenza non capisce il suo linguaggio.
Lo scandalo del rifiuto del Messia rientra nel progetto di Dio attestato dalle Scritture. Mentre di solito Matteo inserisce i testi biblici per offrire al lettore una conferma e un commento, in questo passo pone sulle labbra di Gesù il testo di Isaia. Proprio l’introduzione attraverso il verbo "compiere" (anapleroo) mostra come l’incomprensione della folla porta a compimento la parola di Dio.
Nella terza parte della risposta (v. 16) Gesù evidenzia il privilegio dei discepoli. A differenza della folla, essi possono "vedere e ascoltare". La motivazione della loro felicità viene preceduta dall’espressione "in verità vi dico" con la quale Gesù garantisce la certezza della sua affermazione. Egli colloca i suoi discepoli al vertice di una storia di promesse, i cui destinatari sono distribuiti in due categorie: "i profeti e i giusti" (v. 17). Questa espressione associa coloro che hanno annunciato la volontà di Dio, i profeti, e coloro che l’hanno attuata, i giusti (cfr Mt 10,41; 23,29). Questi sono i rappresentanti della storia biblica. I discepoli sono beati perché possono conoscere il piano di Dio, che ora viene manifestato da Gesù. Sono essi, e non la sinagoga, la continuazione del vero Israele. Gesù, che ha dichiarato "beati" i discepoli perché hanno l’opportunità di "vedere” e di "sentire" (Mt 13,16-17), ora precisa che la loro condizione dipende da lui stesso. Egli infatti spiega loro la parabola.
Padre Lino Pedron
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mercoledì 20 luglio 2011
390 - Preghiera del mattino
Padre Santo, all'inizio di questo giorno, rendimi consapevole del momento opportuno che è questa nuova giornata.
Tu mi doni il tempo perché il seme, che cadde in un luogo solo e risuscitò nel mondo intero, sia oggi accolto nella mia persona.
Donami il tuo Santo Spirito che irrighi il terreno arido e porti molto frutto.
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Tu mi doni il tempo perché il seme, che cadde in un luogo solo e risuscitò nel mondo intero, sia oggi accolto nella mia persona.
Donami il tuo Santo Spirito che irrighi il terreno arido e porti molto frutto.
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389 - Una parte del seme cadde sul terreno buono e diede frutto
Quel giorno Gesù uscì di casa e sedette in riva al mare. Si radunò attorno a lui tanta folla che egli salì su una barca e si mise a sedere, mentre tutta la folla stava sulla spiaggia. Egli parlò loro di molte cose con parabole. E disse: «Ecco, il seminatore uscì a seminare. Mentre seminava, una parte cadde lungo la strada; vennero gli uccelli e la mangiarono.Un'altra parte cadde sul terreno sassoso, dove non c'era molta terra; germogliò subito, perché il terreno non era profondo, ma quando spuntò il sole, fu bruciata e, non avendo radici, seccò. Un'altra parte cadde sui rovi, e i rovi crebbero e la soffocarono. Un'altra parte cadde sul terreno buono e diede frutto: il cento, il sessanta, il trenta per uno. 9Chi ha orecchi, ascolti».
Questa parabola viene raccontata da Gesù dopo aver subìto il rifiuto dei suoi contemporanei. Egli ha annunciato il regno di Dio, l’intervento di Dio in favore del suo popolo, ed è stato contestato. Proclamando questa parabola ci insegna che, nonostante l’apparente insuccesso della sua missione, ci sono anche coloro che l’hanno riconosciuto e accolto: i piccoli, i peccatori, i discepoli.
Gesù ha rivoluzionato i criteri della predicazione corrente (farisaica) comunicando il messaggio di Dio a ogni sorta di persone. Non si è rivolto solo ai "buoni" o ai "migliori" (il terreno buono del v. 8), ma a tutti. La sua missione non è stata coronata da successi immediati, ma non si è arreso davanti alle delusioni; ha sempre continuato a sperare e a portare avanti la sua opera. Il seminatore Gesù ha pensato di avere sempre davanti a sé un terreno buono, altrimenti non vi avrebbe sparso il seme. Egli ha creduto che anche gli abitanti di Ninive e gli stessi abitanti di Sòdoma e di Gomorra avrebbero potuto cogliere con profitto la parola di salvezza (Mt 11,23-24; 12,41), per questo non l’ha rifiutata a nessuno e l’ha offerta a tutti. Egli che è stato chiamato l’amico dei peccatori (Mt 11,19) e che vede i pubblicani e le prostitute al primo posto nel regno dei cieli (Mt 21,31-32), ha dimostrato che anche il terreno più infruttuoso può diventare buono. La parabola annuncia una legge che sottostà alla nuova economia della salvezza: il successo nasce dall’insuccesso, la croce è garanzia di risurrezione.
Ogni pagina del vangelo può essere letta in due dimensioni: la situazione originaria del tempo di Gesù e la sua attualizzazione nel tempo della Chiesa. L’insegnamento della parabola del seminatore, secondo la situazione originaria del tempo di Gesù, non riguarda anzitutto gli ascoltatori, ma i predicatori. La parabola attira l’attenzione sul lavoro del seminatore, un lavoro abbondante, senza misura, senza distinzioni, che in un primo momento sembra inutile, infruttuoso, sprecato. Ma il fallimento è solo apparente: nel regno di Dio non c’è lavoro inutile, non c’è spreco. Il lavoro della semina non deve essere calcolato: bisogna seminare senza risparmio e senza distinzioni. Noi non sappiamo quali terreni daranno frutto: per questo non possiamo anticipare il giudizio di Dio.
La frase finale: " Chi ha orecchi, intenda " è un grido di risveglio. È un avvertimento e un comando a non perdere il significato della parabola e le sue conseguenze nella vita dell’ascoltatore.
Padre Lino Pedron
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Questa parabola viene raccontata da Gesù dopo aver subìto il rifiuto dei suoi contemporanei. Egli ha annunciato il regno di Dio, l’intervento di Dio in favore del suo popolo, ed è stato contestato. Proclamando questa parabola ci insegna che, nonostante l’apparente insuccesso della sua missione, ci sono anche coloro che l’hanno riconosciuto e accolto: i piccoli, i peccatori, i discepoli.
Gesù ha rivoluzionato i criteri della predicazione corrente (farisaica) comunicando il messaggio di Dio a ogni sorta di persone. Non si è rivolto solo ai "buoni" o ai "migliori" (il terreno buono del v. 8), ma a tutti. La sua missione non è stata coronata da successi immediati, ma non si è arreso davanti alle delusioni; ha sempre continuato a sperare e a portare avanti la sua opera. Il seminatore Gesù ha pensato di avere sempre davanti a sé un terreno buono, altrimenti non vi avrebbe sparso il seme. Egli ha creduto che anche gli abitanti di Ninive e gli stessi abitanti di Sòdoma e di Gomorra avrebbero potuto cogliere con profitto la parola di salvezza (Mt 11,23-24; 12,41), per questo non l’ha rifiutata a nessuno e l’ha offerta a tutti. Egli che è stato chiamato l’amico dei peccatori (Mt 11,19) e che vede i pubblicani e le prostitute al primo posto nel regno dei cieli (Mt 21,31-32), ha dimostrato che anche il terreno più infruttuoso può diventare buono. La parabola annuncia una legge che sottostà alla nuova economia della salvezza: il successo nasce dall’insuccesso, la croce è garanzia di risurrezione.
Ogni pagina del vangelo può essere letta in due dimensioni: la situazione originaria del tempo di Gesù e la sua attualizzazione nel tempo della Chiesa. L’insegnamento della parabola del seminatore, secondo la situazione originaria del tempo di Gesù, non riguarda anzitutto gli ascoltatori, ma i predicatori. La parabola attira l’attenzione sul lavoro del seminatore, un lavoro abbondante, senza misura, senza distinzioni, che in un primo momento sembra inutile, infruttuoso, sprecato. Ma il fallimento è solo apparente: nel regno di Dio non c’è lavoro inutile, non c’è spreco. Il lavoro della semina non deve essere calcolato: bisogna seminare senza risparmio e senza distinzioni. Noi non sappiamo quali terreni daranno frutto: per questo non possiamo anticipare il giudizio di Dio.
La frase finale: " Chi ha orecchi, intenda " è un grido di risveglio. È un avvertimento e un comando a non perdere il significato della parabola e le sue conseguenze nella vita dell’ascoltatore.
Padre Lino Pedron
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Padre Lino Pedron
martedì 19 luglio 2011
388 - Siate molto bambini
Ti consiglio di provare qualche volta a ritornare... all'inizio della tua «prima conversione», il che, se non è proprio come ridiventare bambini, gli assomiglia molto: nella vita spirituale, bisogna lasciarsi condurre con piena fiducia, senza timori né doppiezze; si deve parlare con assoluta chiarezza di ciò che si ha nella testa e nell'anima. (Solco, 145)
Siate molto bambini! Quanto più piccoli, tanto meglio. Ve lo dice l'esperienza di questo sacerdote, che ha dovuto rialzarsi molte volte nel corso di questi trentasei anni — mi sembrano tanto brevi e tanto lunghi! — vissuti cercando di compiere un'esplicita Volontà di Dio. Una cosa mi ha sempre aiutato: essere rimasto bambino, continuare a rifugiarmi nel grembo di mia Madre e nel Cuore di Cristo, mio Signore.
Le grandi cadute, quelle che causano gravi devastazioni nell'anima, talvolta con effetti quasi irrimediabili, procedono sempre dalla superbia, dal credersi adulti, autosufficienti. In tali casi, prevale nella persona una sorta di incapacità di chiedere aiuto a chi lo può dare: non solo a Dio, ma anche all'amico, al sacerdote. E quella povera anima, isolata nella sua disgrazia, cade nel disorientamento, nel traviamento. (Amici di Dio, 147)
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Siate molto bambini! Quanto più piccoli, tanto meglio. Ve lo dice l'esperienza di questo sacerdote, che ha dovuto rialzarsi molte volte nel corso di questi trentasei anni — mi sembrano tanto brevi e tanto lunghi! — vissuti cercando di compiere un'esplicita Volontà di Dio. Una cosa mi ha sempre aiutato: essere rimasto bambino, continuare a rifugiarmi nel grembo di mia Madre e nel Cuore di Cristo, mio Signore.
Le grandi cadute, quelle che causano gravi devastazioni nell'anima, talvolta con effetti quasi irrimediabili, procedono sempre dalla superbia, dal credersi adulti, autosufficienti. In tali casi, prevale nella persona una sorta di incapacità di chiedere aiuto a chi lo può dare: non solo a Dio, ma anche all'amico, al sacerdote. E quella povera anima, isolata nella sua disgrazia, cade nel disorientamento, nel traviamento. (Amici di Dio, 147)
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387 - Ecco mia madre e i miei fratelli!
Mentre egli parlava ancora alla folla, ecco, sua madre e i suoi fratelli stavano fuori e cercavano di parlargli. Qualcuno gli disse: «Ecco, tua madre e i tuoi fratelli stanno fuori e cercano di parlarti». Ed egli, rispondendo a chi gli parlava, disse: «Chi è mia madre e chi sono i miei fratelli?». Poi, tendendo la mano verso i suoi discepoli, disse: «Ecco mia madre e i miei fratelli! Perché chiunque fa la volontà del Padre mio che è nei cieli, egli è per me fratello, sorella e madre».
Il confronto di Gesù con gli scribi e i farisei ci ha mostrato a quale profondità il regno di Dio mette in questione l’uomo, giudicandolo sulle motivazioni ultime del suo agire. Ora Matteo riporta la nostra attenzione verso le folle e la parentela di Gesù. L’intervento di Gesù ci presenta di nuovo la rottura che il regno dei cieli produce nei confronti dei legami umani di parentela. La parentela che viene dal Padre è più importante di quella che deriva dai legami di sangue: questa è umana e temporale, quella è divina ed eterna.
Una nuova famiglia nasce attorno a Gesù. L’immagine di questa nuova cerchia familiare è rafforzata dal fatto che Matteo designa Dio col nome di Padre. Chi fa la volontà del Padre come Gesù, diventa per lui fratello, sorella e madre. Questa comunione ha sopra di sé il Padre celeste e, in mezzo, Gesù come fratello di tutti (18, 20).
Essere discepoli di Gesù è qualcosa di diverso dal possedere un certificato di battesimo. Il discepolo si mostra tale compiendo la volontà del Padre, così come Gesù l’ha annunciata. Solo coloro che sono disposti a impegnarsi totalmente per accogliere e vivere la parola di Gesù appartengono alla famiglia di Gesù.
La fraternità ecclesiale non è frutto di un impegno moralistico o di uno spirito corporativo, ma trae origine e significato dalla fede in Cristo.
Padre Lino Pedron
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Il confronto di Gesù con gli scribi e i farisei ci ha mostrato a quale profondità il regno di Dio mette in questione l’uomo, giudicandolo sulle motivazioni ultime del suo agire. Ora Matteo riporta la nostra attenzione verso le folle e la parentela di Gesù. L’intervento di Gesù ci presenta di nuovo la rottura che il regno dei cieli produce nei confronti dei legami umani di parentela. La parentela che viene dal Padre è più importante di quella che deriva dai legami di sangue: questa è umana e temporale, quella è divina ed eterna.
Una nuova famiglia nasce attorno a Gesù. L’immagine di questa nuova cerchia familiare è rafforzata dal fatto che Matteo designa Dio col nome di Padre. Chi fa la volontà del Padre come Gesù, diventa per lui fratello, sorella e madre. Questa comunione ha sopra di sé il Padre celeste e, in mezzo, Gesù come fratello di tutti (18, 20).
Essere discepoli di Gesù è qualcosa di diverso dal possedere un certificato di battesimo. Il discepolo si mostra tale compiendo la volontà del Padre, così come Gesù l’ha annunciata. Solo coloro che sono disposti a impegnarsi totalmente per accogliere e vivere la parola di Gesù appartengono alla famiglia di Gesù.
La fraternità ecclesiale non è frutto di un impegno moralistico o di uno spirito corporativo, ma trae origine e significato dalla fede in Cristo.
Padre Lino Pedron
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meditazione del giorno,
Padre Lino Pedron
386 - Preghiera del mattino
Concedi, o Signore, a ciascuno di noi di potere sperimentare durante questa giornata la nuova nascita che abbiamo ricevuto in dono il giorno del battesimo.
Amen.
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Amen.
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lunedì 18 luglio 2011
385 - Settenario al Prez.mo Sangue 1
1° GIORNO
1) Eterno Padre Ti offriamo per i meriti del Preziosissimo Sangue versato dal tuo diletto Figlio durante durante la sua circoncisione, per la santificazione della Chiesa e del suo capo, e per la liberazione delle Anime del purgatorio, specialmente le più abbandonate.
- Gloria al padre....
- Sangue di Gesù, salvaci Tu...
2) Eterno Padre, Ti offro il Sangue Preziosissimo di Gesù Cristo, in riparazione dei miei peccati, per i bisogni della Santa Chiesa, in suffragio delle Anime Sante del purgatorio.
- Gloria al Padre...
- Sangue di Gesù, salvaci Tu...
2° GIORNO
1) Eterno Padre, Ti offriamo per i meriti del Preziosissimo sangue versato dal tuo diletto Figlio durante la sua agonia nell'Orto e Ti chiediamo la Pace fra le nazioni, l'umiliazione dei nemici della Chiesa, la grazia di cui tanto abbiamo bisogno, la liberazione delle anime del purgatorio, specialmente della più prossima all'ingresso della tua gloria.
- Gloria al Padre....
- Sangue di Gesù, salvaci Tu...
2) Eterno padre, Ti offro il sangue Preziosissimo dei Gesù Cristo, in riparazione dei miei peccati, per i bisogni della Santa Chiesa, in suffragio delle Anime Sante del purgatorio.
- Gloria al Padre....
- Sangue di Gesù, salvaci Tu...
3° GIORNO
1) Eterno Padre, Ti offriamo per i meriti del Preziosissimo Sangue versato dal tuo diletto Figlio durante la flagellazione e Ti chiediamo di infondere la tua luce sugli eretici, gli Ebrei e gli infedeli, Ti supplichiamo inoltre per la conversione dei peccatori e la liberazione delle Anime del Purgatorio, specialmente di quelle che devono trascorrere maggior tempo in quelle pene.
-Gloria al Padre....
-Sangue di Gesù, salvaci Tu...
2) vedi sopra
4° GIORNO
1) Eterno Padre, Ti offriamo per i meriti del Preziosissimo Sangue versato dal tuo diletto Figlio nella sua coronazione di spine e Ti chiediamo tutte le grazie necessarie a noi, ai nostri parenti, amici, nemici, e la liberazione delle Anime del Purgatorio, specialmente di quella più ricca di meriti dinanzi a Te.
- Gloria al Padre....
- Sangue di Gesù, salvaci Tu...
2) vedi sopra
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1) Eterno Padre Ti offriamo per i meriti del Preziosissimo Sangue versato dal tuo diletto Figlio durante durante la sua circoncisione, per la santificazione della Chiesa e del suo capo, e per la liberazione delle Anime del purgatorio, specialmente le più abbandonate.
- Gloria al padre....
- Sangue di Gesù, salvaci Tu...
2) Eterno Padre, Ti offro il Sangue Preziosissimo di Gesù Cristo, in riparazione dei miei peccati, per i bisogni della Santa Chiesa, in suffragio delle Anime Sante del purgatorio.
- Gloria al Padre...
- Sangue di Gesù, salvaci Tu...
2° GIORNO
1) Eterno Padre, Ti offriamo per i meriti del Preziosissimo sangue versato dal tuo diletto Figlio durante la sua agonia nell'Orto e Ti chiediamo la Pace fra le nazioni, l'umiliazione dei nemici della Chiesa, la grazia di cui tanto abbiamo bisogno, la liberazione delle anime del purgatorio, specialmente della più prossima all'ingresso della tua gloria.
- Gloria al Padre....
- Sangue di Gesù, salvaci Tu...
2) Eterno padre, Ti offro il sangue Preziosissimo dei Gesù Cristo, in riparazione dei miei peccati, per i bisogni della Santa Chiesa, in suffragio delle Anime Sante del purgatorio.
- Gloria al Padre....
- Sangue di Gesù, salvaci Tu...
3° GIORNO
1) Eterno Padre, Ti offriamo per i meriti del Preziosissimo Sangue versato dal tuo diletto Figlio durante la flagellazione e Ti chiediamo di infondere la tua luce sugli eretici, gli Ebrei e gli infedeli, Ti supplichiamo inoltre per la conversione dei peccatori e la liberazione delle Anime del Purgatorio, specialmente di quelle che devono trascorrere maggior tempo in quelle pene.
-Gloria al Padre....
-Sangue di Gesù, salvaci Tu...
2) vedi sopra
4° GIORNO
1) Eterno Padre, Ti offriamo per i meriti del Preziosissimo Sangue versato dal tuo diletto Figlio nella sua coronazione di spine e Ti chiediamo tutte le grazie necessarie a noi, ai nostri parenti, amici, nemici, e la liberazione delle Anime del Purgatorio, specialmente di quella più ricca di meriti dinanzi a Te.
- Gloria al Padre....
- Sangue di Gesù, salvaci Tu...
2) vedi sopra
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da Maria M.,
preghiere,
Preziosissimo Sangue
384 - Preghiera del mattino
Signore, conoscere te è la vita eterna, servirti è la pace perfetta. Difendici, ti preghiamo, dagli assalti dei nemici che tentano di allontanarci da te, unico vero Dio, che ti sei rivelato a noi in Gesù crocifisso e risorto.
Fa' che oggi la nostra ricerca di te sia autentica, che le nostre azioni siano secondo la tua volontà. Noi vogliamo ascoltare la tua parola per vivere quella economia umile e nascosta del regno che essa ci insegna, ma siamo consapevoli della nostra fragilità e delle nostre debolezze.
Vieni in nostro soccorso e vinci in noi ogni egoismo e ogni chiusura.
Te lo chiediamo per Cristo Gesù nostro Signore. Amen.
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Fa' che oggi la nostra ricerca di te sia autentica, che le nostre azioni siano secondo la tua volontà. Noi vogliamo ascoltare la tua parola per vivere quella economia umile e nascosta del regno che essa ci insegna, ma siamo consapevoli della nostra fragilità e delle nostre debolezze.
Vieni in nostro soccorso e vinci in noi ogni egoismo e ogni chiusura.
Te lo chiediamo per Cristo Gesù nostro Signore. Amen.
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domenica 17 luglio 2011
383 - Richieste di preghiere 27/2011
74) Giampietro dal Veneto:
vi chiedo una preghiera per me e per la mia famiglia, ne ho molto bisogno..........
Che il Signore vi benedica.
75) Francesco dalla Basilicata:
Salve mi chiamo Francesco, ho 31 anni e sono della provincia di Matera, sono affetto da Distrofia Muscolare e vorrei che pregaste per me affinchè il Signore possa concedermi questa grazia, e liberarmi da tutti i mali che affliggono il mio cuore
76) preghiamo per Oscar della Lombardia e le sue intenzioni, secondo la Volontà di Dio
77) Luigi dalla Lambardia:
Cari amici, vi chiedo di pregare per le mie intenzioni e,in particolare per il posto di lavoro per Giovanna,grazie.
78) Virginie, dalla Costa d'Avorio, ci chiede di pregare per Teddy, Luc, Lorelle, Elvira e Virginie.
Aide, assistance et protection pour Ange Teddy, Barthélémy Luc, Lorelle, Elvira Maëlys et Virginie
79) Virginie, dalla Francia, ci chiede di pregare per Virginie, perché il suo equilibrio psichico sia ristabilito (lotta quotidianamente contro delle idee ossessive di suicidio)
Pour **** Virginie née le 26 01 1975 qui lutte quotidiennement contre des idées de suicide virulente. Pour que sont équilibre psychologique soit rétablie. Merci
80) Chiedo preghiere per Maria Grazia, ammalata da molti anni di distrofia muscolare. La malattia sta progredendo inesorabilmente e la sta costringendo sulla sedia a rotelle. Da poco la figlia è stata ricoverata ed è stata diagnosticata anche a lei la stessa malattia; preghiamo anche per lei. Grazie di cuore.
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vi chiedo una preghiera per me e per la mia famiglia, ne ho molto bisogno..........
Che il Signore vi benedica.
75) Francesco dalla Basilicata:
Salve mi chiamo Francesco, ho 31 anni e sono della provincia di Matera, sono affetto da Distrofia Muscolare e vorrei che pregaste per me affinchè il Signore possa concedermi questa grazia, e liberarmi da tutti i mali che affliggono il mio cuore
76) preghiamo per Oscar della Lombardia e le sue intenzioni, secondo la Volontà di Dio
77) Luigi dalla Lambardia:
Cari amici, vi chiedo di pregare per le mie intenzioni e,in particolare per il posto di lavoro per Giovanna,grazie.
78) Virginie, dalla Costa d'Avorio, ci chiede di pregare per Teddy, Luc, Lorelle, Elvira e Virginie.
Aide, assistance et protection pour Ange Teddy, Barthélémy Luc, Lorelle, Elvira Maëlys et Virginie
79) Virginie, dalla Francia, ci chiede di pregare per Virginie, perché il suo equilibrio psichico sia ristabilito (lotta quotidianamente contro delle idee ossessive di suicidio)
Pour **** Virginie née le 26 01 1975 qui lutte quotidiennement contre des idées de suicide virulente. Pour que sont équilibre psychologique soit rétablie. Merci
80) Chiedo preghiere per Maria Grazia, ammalata da molti anni di distrofia muscolare. La malattia sta progredendo inesorabilmente e la sta costringendo sulla sedia a rotelle. Da poco la figlia è stata ricoverata ed è stata diagnosticata anche a lei la stessa malattia; preghiamo anche per lei. Grazie di cuore.
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382 - Commento al Vangelo di domenica 17/7/2011, XVI t.ord.
Un’altra parabola espose loro così: “Il regno dei cieli si può paragonare a un uomo che ha seminato del buon seme nel suo campo. Ma mentre tutti dormivano venne il suo nemico, seminò zizzania in mezzo al grano e se ne andò. Quando poi la messe fiorì e fece frutto, ecco apparve anche la zizzania. Allora i servi andarono dal padrone di casa e gli dissero: Padrone, non hai seminato del buon seme nel tuo campo? Da dove viene dunque la zizzania? Ed egli rispose loro: Un nemico ha fatto questo. E i servi gli dissero: Vuoi dunque che andiamo a raccoglierla? No, rispose, perché non succeda che, cogliendo la zizzania, con essa sradichiate anche il grano. Lasciate che l’una e l’altro crescano insieme fino alla mietitura e al momento della mietitura dirò ai mietitori: Cogliete prima la zizzania e legatela in fastelli per bruciarla; il grano invece riponetelo nel mio granaio”.
Un’altra parabola espose loro: “Il regno dei cieli si può paragonare a un granellino di senapa, che un uomo prende e semina nel suo campo. Esso è il più piccolo di tutti i semi ma, una volta cresciuto, è più grande degli altri legumi e diventa un albero, tanto che vengono gli uccelli del cielo e si annidano fra i suoi rami”.
Un’altra parabola disse loro: “Il regno dei cieli si può paragonare al lievito, che una donna ha preso e impastato con tre misure di farina perché tutta si fermenti”.
Tutte queste cose Gesù disse alla folla in parabole e non parlava ad essa se non in parabole, perché si adempisse ciò che era stato detto dal profeta: “Aprirò la mia bocca in parabole, proclamerò cose nascoste fin dalla fondazione del mondo”.
Poi Gesù lasciò la folla ed entrò in casa; i suoi discepoli gli si accostarono per dirgli: “Spiegaci la parabola della zizzania nel campo”. Ed egli rispose: “Colui che semina il buon seme è il Figlio dell’uomo. Il campo è il mondo. Il seme buono sono i figli del regno; la zizzania sono i figli del maligno, e il nemico che l’ha seminata è il diavolo. La mietitura rappresenta la fine del mondo, e i mietitori sono gli angeli. Come dunque si raccoglie la zizzania e si brucia nel fuoco, così avverrà alla fine del mondo. Il Figlio dell’uomo manderà i suoi angeli, i quali raccoglieranno dal suo regno tutti gli scandali e tutti gli operatori di iniquità e li getteranno nella fornace ardente dove sarà pianto e stridore di denti. Allora i giusti splenderanno come il sole nel regno del Padre loro. Chi ha orecchi, intenda!
Con altre tre parabole Gesù svela progressivamente il mistero del regno dei cieli. La prima – quella del grano e della zizzania (vv. 24-30) – riceve, come è accaduto a quella del seminatore della scorsa domenica, una spiegazione (vv. 36-43); si tratta di un’omelia di un predicatore del tempo di Matteo, che ha attualizzato il racconto e lo ha applicato ai bisogni delle sue comunità. Poi vengono raccontate altre due parabole – quelle del granello di senapa e del lievito (vv. 31-33) – introdotte per porre in risalto la forza irresistibile del bene. I vv. 34-35 riprendono ciò che è stato detto nei vv. 10-17 e chiariscono la ragione per cui Gesù parla in parabole. Esaminiamo le parti principali del brano.
Da dove viene la zizzania? (vv. 24-30).
Già l’esistenza del male – cui l’uomo non ha mai saputo dare una risposta soddisfacente – costituisce un angosciante problema. Oltre a questo, i cristiani delle comunità di Matteo ne dovevano affrontare un secondo, non meno serio: erano passati cinquant’anni dalla morte e risurrezione di Gesù e, guardandosi attorno, verificavano che nel mondo era presente, sì, tanto bene, ma continuava ancora a crescere, rigoglioso, anche il male. Come mai il regno dei cieli, inaugurato da Gesù, non aveva avuto un successo totale e immediato?
L’interrogativo era imbarazzante. Qualcuno lo formulava in termini ironici e provocatori: “Dal giorno in cui i nostri padri chiusero gli occhi tutto rimane come al principio della creazione” (2 Pt 3,4).
L’enigma dell’esistenza del male esige una spiegazione e l’evangelista la dà, con una parabola di Gesù.
Il primo personaggio che viene messo in scena è il padrone. Rappresenta Dio. È lui che semina o è lui, in ogni caso, il responsabile della qualità del seme, che viene definito “buono” (v. 24). Questo aggettivo non è banale, richiama in modo esplicito il ritornello che, per dieci volte, è ripetuto nel primo capitolo della Genesi: “E Dio vide che era buono”. Tutto era buono ciò che Dio aveva fatto: non nel senso che non accadevano cataclismi e catastrofi naturali, che non esistevano dolore, malattia e morte, ma tutto era buono perché perfettamente adatto a realizzare il progetto del Signore.
Il creato è buono, come è buono il seme della parola annunciata da Gesù.
Il secondo personaggio è il nemico: rappresenta la logica di questo mondo, la mentalità antievangelica. Giunge di notte e, mentre tutti dormono, semina la zizzania, una graminacea molto simile al grano: cresce fino all’altezza di 60 centimetri e produce una spiga contenente chicchi nerastri; le sue radici si intrecciano con quelle del frumento e sono impossibili da sradicare senza strappare anche quello.
È quando le menti sono intorpidite dal sonno, è nei momenti in cui la vigilanza si allenta, è nei tempi in cui ci si abbandona alle dissipazioni e alle frivolezze che il nemico trova il modo di introdursi nel campo per seminare il male. Basta una disattenzione e si finisce per adeguarsi alla morale corrente, si assimilano i princìpi di questo mondo. Non è facile, in un primo momento, rendersi conto dell’accaduto, il male infatti si maschera spesso da “angelo di luce” (2 Cor 11,14). È in seguito, quando si osservano i risultati, che ci si rende conto del germe di morte che è penetrato nella mente e nel cuore. Ecco la ragione per cui Paolo raccomanda: “ È ormai tempo di svegliarvi dal sonno, perché la nostra salvezza è più vicina ora di quando diventammo credenti. La notte è avanzata, il giorno è vicino” (Rm 13,11-12).
Il terzo personaggio – che ci è simpatico, perché ci rappresenta – sono i servi. La loro reazione – un misto di stupore e di smarrimento di fronte alla constatazione della presenza del loglio – è quella che noi sperimentiamo quando ci avvediamo dell’esistenza del male nel mondo, nella comunità cristiana, in ogni uomo. Il dialogo concitato con il padrone è commovente: mostra il loro interesse per il campo, il loro impegno per la produzione. Non sembrano estranei, ma membri della famiglia.
È a questo punto che si inserisce il messaggio centrale della parabola: la loro passione per la causa del bene li coinvolge al punto da indurli a proporre un’azione sconsiderata. Sono colti dall’impazienza, dall’ansia di sbarazzarsi subito della zizzania; non hanno esitazioni, vogliono intervenire in modo energico e immediato.
Il padrone non perde il controllo, mantiene la calma. Non si meraviglia dell’accaduto, non si scompone, non condivide la loro inquietudine. Nella sua risposta (che occupa più di un terzo del racconto) è presentata la prospettiva di Dio: in questo mondo, il bene e il male non possono essere separati, sono destinati a crescere insieme e così fino alla fine.
Come mai non si possono accelerare i tempi? Se Dio è onnipotente perché non elimina subito ogni traccia di male?
Perché non è onnipotente, come forse noi lo immaginiamo. La Bibbia non gli attribuisce mai questo titolo; lo chiama potente (Lc 1,49) o pantokrátor(Ap 1,8) che non significa “colui che può fare ciò che vuole”, ma “colui al quale nulla sfugge di mano”. L’uomo è libero e Dio ha voluto iniziare con lui “una storia d’amore” dalla quale potrebbe anche uscire sconfitto. Il suo progetto contempla la presenza del male, che va accettata serenamente, come una componente della vita. Credere che egli è pantokrátor vuol dire alimentare la convinzione che egli condurrà abilmente questa “storia d’amore” con ogni uomo e che l’ultima parola, quella decisiva, vincente, sarà comunque la sua.
La presenza della zizzania sia in noi che negli altri infastidisce enormemente. Ci costa ammettere che “non c’è sulla terra un uomo così giusto che faccia solo il bene e non pecchi” (Qo 7,20). Vorremmo cullarci nell’illusione di essere perfetti, desidereremmo avere una conferma dell’immagine elevata che ci siamo fatti di noi stessi. Il male non va giustificato, certo, ma Gesù esorta a considerarlo con gli occhi sereni e pazienti di Dio.
La sorprendente crescita del regno dei cieli (vv. 31-35).
Alla parabola del grano e della zizzania ne seguono altre due, brevi, che sono dette “gemelle” perché contengono il medesimo messaggio: la sproporzione fra il piccolo inizio e l’inatteso, stupefacente risultato finale. Un granello di senapa, quasi invisibile, dà origine ad un arbusto capace di raggiungere i quattro metri di altezza; pochi grammi di lievito fanno fermentare cinquanta chili di farina. Il contrasto è enorme!
Non è l’invito a godere del prestigio presente e a pregustare i trionfi futuri della chiesa che, iniziata con un gruppo poco qualificato di pescatori e di persone impure e peccatrici, è divenuta una struttura rispettata, temuta, apprezzata, capace di farsi notare e di imporsi. Non è neppure un annuncio della progressiva e inarrestabile cristianizzazione di tutto il mondo.
Come la parabola precedente che esortava alla pazienza e alla fiducia, queste due sono un invito all’ottimismo derivante dalla certezza che nello Spirito e nella parola di Cristo – benché insignificanti agli occhi del mondo – è presente la forza irresistibile di Dio.
L’evangelista conclude le tre parabole con una riflessione sull’obiettivo che, con esse, Gesù ha voluto raggiungere: svelare il progetto che, fin dal momento della creazione, Dio ha sul mondo (vv. 34-35).
L’accettazione serena del male non significa disimpegno (vv. 36-43).
La scena cambia. Gesù non è più sulla barca, ma in casa e non si rivolge alla folla, ma al gruppo ristretto dei discepoli. È il modo con cui l’evangelista introduce l’applicazione della parabola.
Leggendo questi versetti non si può non notare che la situazione cui si fa riferimento è completamente mutata: i personaggi non sono più gli stessi; la parabola diviene allegoria; il seme non è la logica del regno e la zizzania l’opposto, ma sembrano essere gli individui buoni e cattivi; il campo non è il mondo, ma il regno del figlio dell’uomo; il messaggio, soprattutto, non è lo stesso: prima il padrone invitava ad accettare serenamente l’esistenza del male accanto al bene e rimproverava l’intolleranza dei servi, ora anch’egli sembra lasciarsi prendere dalla frenesia di “mettere mano al fuoco” (v. 42).
Si tratta – come abbiamo rilevato – di una catechesi rivolta alle comunità di Matteo alla fine del I secolo. Probabilmente, dopo i primi decenni di grande fervore, i cristiani si erano un po’ rilassati e non prendevano più sul serio gli impegni del loro battesimo. Che fare? L’evangelista ha sentito il bisogno di scuoterli, di richiamarli alla serietà della vita e lo ha fatto servendosi del linguaggio dei predicatori del suo tempo. Era un giudeo, parlava a giudei e, per farsi capire, non poteva che ricorrere alle immagini comprensibili alla sua gente: il fuoco, le fornaci ardenti, il pianto, lo stridore di denti, la mietitura, gli angeli, i diavoli... Si tratta di metafore impressionanti, impiegate comunemente dai rabbini e che non possono essere ripetute oggi senza aggiungervi opportuni chiarimenti.
Non è corretto ricavare da esse conclusioni riguardo alla fine del mondo e al giudizio di Dio, perché Matteo non stava dando informazioni: non intendeva descrivere ciò che accadrà in futuro ai peccatori, ma stava rivolgendo un pressante, accorato richiamo ai suoi cristiani.
Una cosa è certa: chi fa il male rovina la propria vita. Quanto al futuro, più che assolutizzare le allegorie (in cui chiaramente la fervida fantasia orientale ha preso il sopravvento) è meglio soffermarsi su ciò che la Scrittura dice in modo esplicito e cioè che Dio è padre, “vuole che tutti gli uomini siano salvi” (1 Tm 2,4) e “non ha inviato suo Figlio nel mondo per giudicare il mondo, ma perché il mondo si salvi per mezzo di lui” (Gv 3,17).
E il fuoco? Dio conosce un unico fuoco: il suo Spirito, sceso sui discepoli nella Pentecoste (At 2, 3), consegnato dal Risorto nel giorno di Pasqua come forza distruttrice del peccato (Gv 20,22-23). È il fuoco cui alludeva Gesù: “Sono venuto a portare il fuoco sulla terra; e come vorrei che fosse già acceso!” (Lc 12,49). È la fiamma inarrestabile che brucerà – questa è la bella notizia! – ogni traccia di zizzania nel cuore di ogni uomo, lasciandovi solo il buon grano, l’unico che sarà ammesso nel mondo futuro.
Al momento della mietitura verranno raccolti e gettati nella fornace ardente “tutti gli scandali e tutti gli operatori di iniquità”. Non è una minaccia di castigo, ma un lieto annuncio: il fuoco di Dio, il suo Spirito un giorno riuscirà a far scomparire ogni forma di male. Nel regno dei cieli, giunto al suo compimento, non ci sarà più alcuno che commetterà iniquità.
Padre Fernando Armellini biblista
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Un’altra parabola espose loro: “Il regno dei cieli si può paragonare a un granellino di senapa, che un uomo prende e semina nel suo campo. Esso è il più piccolo di tutti i semi ma, una volta cresciuto, è più grande degli altri legumi e diventa un albero, tanto che vengono gli uccelli del cielo e si annidano fra i suoi rami”.
Un’altra parabola disse loro: “Il regno dei cieli si può paragonare al lievito, che una donna ha preso e impastato con tre misure di farina perché tutta si fermenti”.
Tutte queste cose Gesù disse alla folla in parabole e non parlava ad essa se non in parabole, perché si adempisse ciò che era stato detto dal profeta: “Aprirò la mia bocca in parabole, proclamerò cose nascoste fin dalla fondazione del mondo”.
Poi Gesù lasciò la folla ed entrò in casa; i suoi discepoli gli si accostarono per dirgli: “Spiegaci la parabola della zizzania nel campo”. Ed egli rispose: “Colui che semina il buon seme è il Figlio dell’uomo. Il campo è il mondo. Il seme buono sono i figli del regno; la zizzania sono i figli del maligno, e il nemico che l’ha seminata è il diavolo. La mietitura rappresenta la fine del mondo, e i mietitori sono gli angeli. Come dunque si raccoglie la zizzania e si brucia nel fuoco, così avverrà alla fine del mondo. Il Figlio dell’uomo manderà i suoi angeli, i quali raccoglieranno dal suo regno tutti gli scandali e tutti gli operatori di iniquità e li getteranno nella fornace ardente dove sarà pianto e stridore di denti. Allora i giusti splenderanno come il sole nel regno del Padre loro. Chi ha orecchi, intenda!
Con altre tre parabole Gesù svela progressivamente il mistero del regno dei cieli. La prima – quella del grano e della zizzania (vv. 24-30) – riceve, come è accaduto a quella del seminatore della scorsa domenica, una spiegazione (vv. 36-43); si tratta di un’omelia di un predicatore del tempo di Matteo, che ha attualizzato il racconto e lo ha applicato ai bisogni delle sue comunità. Poi vengono raccontate altre due parabole – quelle del granello di senapa e del lievito (vv. 31-33) – introdotte per porre in risalto la forza irresistibile del bene. I vv. 34-35 riprendono ciò che è stato detto nei vv. 10-17 e chiariscono la ragione per cui Gesù parla in parabole. Esaminiamo le parti principali del brano.
Da dove viene la zizzania? (vv. 24-30).
Già l’esistenza del male – cui l’uomo non ha mai saputo dare una risposta soddisfacente – costituisce un angosciante problema. Oltre a questo, i cristiani delle comunità di Matteo ne dovevano affrontare un secondo, non meno serio: erano passati cinquant’anni dalla morte e risurrezione di Gesù e, guardandosi attorno, verificavano che nel mondo era presente, sì, tanto bene, ma continuava ancora a crescere, rigoglioso, anche il male. Come mai il regno dei cieli, inaugurato da Gesù, non aveva avuto un successo totale e immediato?
L’interrogativo era imbarazzante. Qualcuno lo formulava in termini ironici e provocatori: “Dal giorno in cui i nostri padri chiusero gli occhi tutto rimane come al principio della creazione” (2 Pt 3,4).
L’enigma dell’esistenza del male esige una spiegazione e l’evangelista la dà, con una parabola di Gesù.
Il primo personaggio che viene messo in scena è il padrone. Rappresenta Dio. È lui che semina o è lui, in ogni caso, il responsabile della qualità del seme, che viene definito “buono” (v. 24). Questo aggettivo non è banale, richiama in modo esplicito il ritornello che, per dieci volte, è ripetuto nel primo capitolo della Genesi: “E Dio vide che era buono”. Tutto era buono ciò che Dio aveva fatto: non nel senso che non accadevano cataclismi e catastrofi naturali, che non esistevano dolore, malattia e morte, ma tutto era buono perché perfettamente adatto a realizzare il progetto del Signore.
Il creato è buono, come è buono il seme della parola annunciata da Gesù.
Il secondo personaggio è il nemico: rappresenta la logica di questo mondo, la mentalità antievangelica. Giunge di notte e, mentre tutti dormono, semina la zizzania, una graminacea molto simile al grano: cresce fino all’altezza di 60 centimetri e produce una spiga contenente chicchi nerastri; le sue radici si intrecciano con quelle del frumento e sono impossibili da sradicare senza strappare anche quello.
È quando le menti sono intorpidite dal sonno, è nei momenti in cui la vigilanza si allenta, è nei tempi in cui ci si abbandona alle dissipazioni e alle frivolezze che il nemico trova il modo di introdursi nel campo per seminare il male. Basta una disattenzione e si finisce per adeguarsi alla morale corrente, si assimilano i princìpi di questo mondo. Non è facile, in un primo momento, rendersi conto dell’accaduto, il male infatti si maschera spesso da “angelo di luce” (2 Cor 11,14). È in seguito, quando si osservano i risultati, che ci si rende conto del germe di morte che è penetrato nella mente e nel cuore. Ecco la ragione per cui Paolo raccomanda: “ È ormai tempo di svegliarvi dal sonno, perché la nostra salvezza è più vicina ora di quando diventammo credenti. La notte è avanzata, il giorno è vicino” (Rm 13,11-12).
Il terzo personaggio – che ci è simpatico, perché ci rappresenta – sono i servi. La loro reazione – un misto di stupore e di smarrimento di fronte alla constatazione della presenza del loglio – è quella che noi sperimentiamo quando ci avvediamo dell’esistenza del male nel mondo, nella comunità cristiana, in ogni uomo. Il dialogo concitato con il padrone è commovente: mostra il loro interesse per il campo, il loro impegno per la produzione. Non sembrano estranei, ma membri della famiglia.
È a questo punto che si inserisce il messaggio centrale della parabola: la loro passione per la causa del bene li coinvolge al punto da indurli a proporre un’azione sconsiderata. Sono colti dall’impazienza, dall’ansia di sbarazzarsi subito della zizzania; non hanno esitazioni, vogliono intervenire in modo energico e immediato.
Il padrone non perde il controllo, mantiene la calma. Non si meraviglia dell’accaduto, non si scompone, non condivide la loro inquietudine. Nella sua risposta (che occupa più di un terzo del racconto) è presentata la prospettiva di Dio: in questo mondo, il bene e il male non possono essere separati, sono destinati a crescere insieme e così fino alla fine.
Come mai non si possono accelerare i tempi? Se Dio è onnipotente perché non elimina subito ogni traccia di male?
Perché non è onnipotente, come forse noi lo immaginiamo. La Bibbia non gli attribuisce mai questo titolo; lo chiama potente (Lc 1,49) o pantokrátor(Ap 1,8) che non significa “colui che può fare ciò che vuole”, ma “colui al quale nulla sfugge di mano”. L’uomo è libero e Dio ha voluto iniziare con lui “una storia d’amore” dalla quale potrebbe anche uscire sconfitto. Il suo progetto contempla la presenza del male, che va accettata serenamente, come una componente della vita. Credere che egli è pantokrátor vuol dire alimentare la convinzione che egli condurrà abilmente questa “storia d’amore” con ogni uomo e che l’ultima parola, quella decisiva, vincente, sarà comunque la sua.
La presenza della zizzania sia in noi che negli altri infastidisce enormemente. Ci costa ammettere che “non c’è sulla terra un uomo così giusto che faccia solo il bene e non pecchi” (Qo 7,20). Vorremmo cullarci nell’illusione di essere perfetti, desidereremmo avere una conferma dell’immagine elevata che ci siamo fatti di noi stessi. Il male non va giustificato, certo, ma Gesù esorta a considerarlo con gli occhi sereni e pazienti di Dio.
La sorprendente crescita del regno dei cieli (vv. 31-35).
Alla parabola del grano e della zizzania ne seguono altre due, brevi, che sono dette “gemelle” perché contengono il medesimo messaggio: la sproporzione fra il piccolo inizio e l’inatteso, stupefacente risultato finale. Un granello di senapa, quasi invisibile, dà origine ad un arbusto capace di raggiungere i quattro metri di altezza; pochi grammi di lievito fanno fermentare cinquanta chili di farina. Il contrasto è enorme!
Non è l’invito a godere del prestigio presente e a pregustare i trionfi futuri della chiesa che, iniziata con un gruppo poco qualificato di pescatori e di persone impure e peccatrici, è divenuta una struttura rispettata, temuta, apprezzata, capace di farsi notare e di imporsi. Non è neppure un annuncio della progressiva e inarrestabile cristianizzazione di tutto il mondo.
Come la parabola precedente che esortava alla pazienza e alla fiducia, queste due sono un invito all’ottimismo derivante dalla certezza che nello Spirito e nella parola di Cristo – benché insignificanti agli occhi del mondo – è presente la forza irresistibile di Dio.
L’evangelista conclude le tre parabole con una riflessione sull’obiettivo che, con esse, Gesù ha voluto raggiungere: svelare il progetto che, fin dal momento della creazione, Dio ha sul mondo (vv. 34-35).
L’accettazione serena del male non significa disimpegno (vv. 36-43).
La scena cambia. Gesù non è più sulla barca, ma in casa e non si rivolge alla folla, ma al gruppo ristretto dei discepoli. È il modo con cui l’evangelista introduce l’applicazione della parabola.
Leggendo questi versetti non si può non notare che la situazione cui si fa riferimento è completamente mutata: i personaggi non sono più gli stessi; la parabola diviene allegoria; il seme non è la logica del regno e la zizzania l’opposto, ma sembrano essere gli individui buoni e cattivi; il campo non è il mondo, ma il regno del figlio dell’uomo; il messaggio, soprattutto, non è lo stesso: prima il padrone invitava ad accettare serenamente l’esistenza del male accanto al bene e rimproverava l’intolleranza dei servi, ora anch’egli sembra lasciarsi prendere dalla frenesia di “mettere mano al fuoco” (v. 42).
Si tratta – come abbiamo rilevato – di una catechesi rivolta alle comunità di Matteo alla fine del I secolo. Probabilmente, dopo i primi decenni di grande fervore, i cristiani si erano un po’ rilassati e non prendevano più sul serio gli impegni del loro battesimo. Che fare? L’evangelista ha sentito il bisogno di scuoterli, di richiamarli alla serietà della vita e lo ha fatto servendosi del linguaggio dei predicatori del suo tempo. Era un giudeo, parlava a giudei e, per farsi capire, non poteva che ricorrere alle immagini comprensibili alla sua gente: il fuoco, le fornaci ardenti, il pianto, lo stridore di denti, la mietitura, gli angeli, i diavoli... Si tratta di metafore impressionanti, impiegate comunemente dai rabbini e che non possono essere ripetute oggi senza aggiungervi opportuni chiarimenti.
Non è corretto ricavare da esse conclusioni riguardo alla fine del mondo e al giudizio di Dio, perché Matteo non stava dando informazioni: non intendeva descrivere ciò che accadrà in futuro ai peccatori, ma stava rivolgendo un pressante, accorato richiamo ai suoi cristiani.
Una cosa è certa: chi fa il male rovina la propria vita. Quanto al futuro, più che assolutizzare le allegorie (in cui chiaramente la fervida fantasia orientale ha preso il sopravvento) è meglio soffermarsi su ciò che la Scrittura dice in modo esplicito e cioè che Dio è padre, “vuole che tutti gli uomini siano salvi” (1 Tm 2,4) e “non ha inviato suo Figlio nel mondo per giudicare il mondo, ma perché il mondo si salvi per mezzo di lui” (Gv 3,17).
E il fuoco? Dio conosce un unico fuoco: il suo Spirito, sceso sui discepoli nella Pentecoste (At 2, 3), consegnato dal Risorto nel giorno di Pasqua come forza distruttrice del peccato (Gv 20,22-23). È il fuoco cui alludeva Gesù: “Sono venuto a portare il fuoco sulla terra; e come vorrei che fosse già acceso!” (Lc 12,49). È la fiamma inarrestabile che brucerà – questa è la bella notizia! – ogni traccia di zizzania nel cuore di ogni uomo, lasciandovi solo il buon grano, l’unico che sarà ammesso nel mondo futuro.
Al momento della mietitura verranno raccolti e gettati nella fornace ardente “tutti gli scandali e tutti gli operatori di iniquità”. Non è una minaccia di castigo, ma un lieto annuncio: il fuoco di Dio, il suo Spirito un giorno riuscirà a far scomparire ogni forma di male. Nel regno dei cieli, giunto al suo compimento, non ci sarà più alcuno che commetterà iniquità.
Padre Fernando Armellini biblista
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sabato 16 luglio 2011
381 - Fiore del Carmelo, prega per noi
Fior del Carmelo, vite fiorita, splendore del cielo, tu solamente sei vergine e madre.
Madre mite, pura nel cuore, ai figli tuoi sii propizia, stella del mare.
Ceppo di Jesse, che produce il fiore, a noi concedi di rimanere con te per sempre.
Giglio cresciuto tra alte spine, conserva pure le menti fragili e dona aiuto.
Forte armatura dei combattenti, la guerra infuria, poni a difesa lo scapolare.
Nell’incertezza dacci consiglio, nella sventura, dal cielo impetra consolazione.
Madre e Signora del tuo Carmelo, di quella gioia che ti rapisce sazia i cuori.
O chiave e porta del Paradiso, fa’ che giungiamo dove di gloria sei coronata. Amen.
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Madre mite, pura nel cuore, ai figli tuoi sii propizia, stella del mare.
Ceppo di Jesse, che produce il fiore, a noi concedi di rimanere con te per sempre.
Giglio cresciuto tra alte spine, conserva pure le menti fragili e dona aiuto.
Forte armatura dei combattenti, la guerra infuria, poni a difesa lo scapolare.
Nell’incertezza dacci consiglio, nella sventura, dal cielo impetra consolazione.
Madre e Signora del tuo Carmelo, di quella gioia che ti rapisce sazia i cuori.
O chiave e porta del Paradiso, fa’ che giungiamo dove di gloria sei coronata. Amen.
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380 - Preghiera del mattino
Dio, tu ci conosci a fondo, tu sai fino a che punto abbiamo bisogno di essere convertiti.
Ma noi abbiamo paura di cambiare.
Eppure tu vieni verso di noi con la tua parola buona e generosa.
Fa' che oggi non ci sottraiamo, che siamo aperti e pronti a ricevere la tua parola, in Gesù Cristo, tuo Figlio, nostro Signore, che vive con te nell'unità dello Spirito Santo, e regna per l'eternità.
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Ma noi abbiamo paura di cambiare.
Eppure tu vieni verso di noi con la tua parola buona e generosa.
Fa' che oggi non ci sottraiamo, che siamo aperti e pronti a ricevere la tua parola, in Gesù Cristo, tuo Figlio, nostro Signore, che vive con te nell'unità dello Spirito Santo, e regna per l'eternità.
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379 - Porta sul petto il santo scapolare
Porta sul petto il santo scapolare del Carmine. —Poche devozioni —ci sono molte e bellissime devozioni mariane— sono così radicate tra i fedeli e così ricche di benedizioni dei Pontefici. —E poi, è così materno quel privilegio sabatino! (Cammino, 500)
Quando ti domandarono quale immagine della Madonna t'ispirava più devozione, e rispondesti —come chi ne ha ben fatto esperienza— “Tutte”, compresi che eri un figlio buono: perciò ti piacciono —“Mi fanno innamorare”, dicesti— tutti i ritratti di tua Madre. (Cammino, 501)
Maria, maestra di orazione. —Guarda come prega suo Figlio, a Cana. E come insiste, senza perdersi d'animo, con perseveranza. —E come ottiene.
—Impara. (Cammino, 502).
Se vuoi essere fedele, sii molto mariano.
La Madre nostra —dall'annuncio dell'Angelo fino alla sua agonia al piedi della Croce— non ha avuto altro cuore né altra vita che quella di Gesù.
Ricorri a Maria con tenera devozione di figlio, ed Ella ti otterrà la lealtà e l'abnegazione che desideri. (Via Crucis, Stazione. XIII, n.4)
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Quando ti domandarono quale immagine della Madonna t'ispirava più devozione, e rispondesti —come chi ne ha ben fatto esperienza— “Tutte”, compresi che eri un figlio buono: perciò ti piacciono —“Mi fanno innamorare”, dicesti— tutti i ritratti di tua Madre. (Cammino, 501)
Maria, maestra di orazione. —Guarda come prega suo Figlio, a Cana. E come insiste, senza perdersi d'animo, con perseveranza. —E come ottiene.
—Impara. (Cammino, 502).
Se vuoi essere fedele, sii molto mariano.
La Madre nostra —dall'annuncio dell'Angelo fino alla sua agonia al piedi della Croce— non ha avuto altro cuore né altra vita che quella di Gesù.
Ricorri a Maria con tenera devozione di figlio, ed Ella ti otterrà la lealtà e l'abnegazione che desideri. (Via Crucis, Stazione. XIII, n.4)
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378 - Cerca di attenerti a un piano di vita
Assoggettarsi a un piano di vita, a un orario —mi hai detto— è così monotono! E ti ho risposto: c'è monotonia perché manca Amore. (Cammino, 77)
Cerca di attenerti a un piano di vita, con costanza: alcuni minuti di orazione mentale, assistere alla santa Messa — ogni giorno se ti è possibile — e ricevere la Comunione, ricorrere con regolarità al santo Sacramento del perdono — anche se la tua coscienza non ti accusa di peccato mortale —, la visita a Gesù nel Tabernacolo, la recita del santo Rosario con la contemplazione dei misteri, e tante altre pratiche stupende che già conosci o puoi imparare.
Non devono diventare norme rigide, compartimenti stagni; indicano un cammino duttile, adattato alla tua condizione di uomo che vive in mezzo al mondo, con un lavoro professionale intenso, con dei doveri e delle relazioni sociali: da non trascurare, perché proprio in quei compiti continui a incontrare il Signore. Il tuo piano di vita deve essere come un guanto di gomma che si adatta perfettamente alla mano che lo calza.
Non dimenticare che quello che conta non è fare molte cose; limitati a compiere, con generosità, quelle cose che puoi fare ogni giorno, sia che ne abbia o no la voglia. Quelle pratiche ti condurranno, quasi senza che te ne avveda, all'orazione contemplativa. Germoglieranno sempre di più dalla tua anima gli atti di amore, le giaculatorie, gli atti di ringraziamento e di riparazione, le comunioni spirituali. E tutto ciò mentre assolvi i tuoi obblighi: mentre prendi il telefono o sali su un mezzo di trasporto, mentre chiudi o apri una porta, quando passi davanti a una chiesa, quando inizi un nuovo compito, o mentre lo svolgi o quando lo concludi; farai tutto alla presenza di Dio tuo Padre. (Amici di Dio, 149)
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Cerca di attenerti a un piano di vita, con costanza: alcuni minuti di orazione mentale, assistere alla santa Messa — ogni giorno se ti è possibile — e ricevere la Comunione, ricorrere con regolarità al santo Sacramento del perdono — anche se la tua coscienza non ti accusa di peccato mortale —, la visita a Gesù nel Tabernacolo, la recita del santo Rosario con la contemplazione dei misteri, e tante altre pratiche stupende che già conosci o puoi imparare.
Non devono diventare norme rigide, compartimenti stagni; indicano un cammino duttile, adattato alla tua condizione di uomo che vive in mezzo al mondo, con un lavoro professionale intenso, con dei doveri e delle relazioni sociali: da non trascurare, perché proprio in quei compiti continui a incontrare il Signore. Il tuo piano di vita deve essere come un guanto di gomma che si adatta perfettamente alla mano che lo calza.
Non dimenticare che quello che conta non è fare molte cose; limitati a compiere, con generosità, quelle cose che puoi fare ogni giorno, sia che ne abbia o no la voglia. Quelle pratiche ti condurranno, quasi senza che te ne avveda, all'orazione contemplativa. Germoglieranno sempre di più dalla tua anima gli atti di amore, le giaculatorie, gli atti di ringraziamento e di riparazione, le comunioni spirituali. E tutto ciò mentre assolvi i tuoi obblighi: mentre prendi il telefono o sali su un mezzo di trasporto, mentre chiudi o apri una porta, quando passi davanti a una chiesa, quando inizi un nuovo compito, o mentre lo svolgi o quando lo concludi; farai tutto alla presenza di Dio tuo Padre. (Amici di Dio, 149)
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377 - Impose loro di non divulgarlo, perché si compisse ciò che era stato detto
Allora i farisei uscirono e tennero consiglio contro di lui per farlo morire. Gesù però, avendolo saputo, si allontanò di là. Molti lo seguirono ed egli li guarì tutti e impose loro di non divulgarlo, perché si compisse ciò che era stato detto per mezzo del profeta Isaia:
Ecco il mio servo, che io ho scelto;
il mio amato, nel quale ho posto il mio compiacimento.
Porrò il mio spirito sopra di lui
e annuncerà alle nazioni la giustizia.
Non contesterà né griderà
né si udrà nelle piazze la sua voce.
Non spezzerà una canna già incrinata,
non spegnerà una fiamma smorta,
finché non abbia fatto trionfare la giustizia;
nel suo nome spereranno le nazioni.
"I farisei però, usciti, tennero consiglio contro di lui per toglierlo di mezzo". Decidono di uccidere Dio perché ama l’uomo.
La notizia della decisione dei farisei di far morire Gesù ci introduce nella comprensione della sua messianicità: egli non è il messia spettacolare, ma il Servo sofferente del Signore, "mite e umile di cuore" (Mt 11,29) e benevolo verso tutti i malati e i peccatori.
Egli non affronta direttamente i suoi avversari, ma si ritira. Questo è lo stile di Gesù quando viene minacciato (Mt 4,12; 14,13). Egli non desidera lo scontro frontale perché non è venuto per sconfiggere l’uomo, ma per salvarlo. La missione di Gesù non corrisponde alle attese di un messia vincente e acclamato. Egli porta a compimento tutte le promesse della storia della salvezza come Servo sofferente del Signore usando unicamente i mezzi dell’amore. I verbi del testo di Isaia "non contenderà, non griderà, non spezzerà, non spegnerà" ci assicurano che Gesù non ha fatto del male a nessuno. Il suo amore per gli uomini non gli ha permesso di essere come lo avrebbero voluto il Battista e i suoi connazionali: pieno di zelo nel combattere i nemici, insignito di tutti i poteri, battagliero, travolgente. È stato invece mite, umile, buono e comprensivo con tutti. Egli non è un conquistatore di popoli che travolge tutto e tutti, ma salva la vita e rianima la speranza dei più deboli. L’umanità malata e peccatrice non ha bisogno di urla e di minacce, ma di conforto e di misericordia. Gesù è la manifestazione della bontà di Dio per tutti gli uomini (cfr. Tt 2,11).
Padre Lino Pedron
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Ecco il mio servo, che io ho scelto;
il mio amato, nel quale ho posto il mio compiacimento.
Porrò il mio spirito sopra di lui
e annuncerà alle nazioni la giustizia.
Non contesterà né griderà
né si udrà nelle piazze la sua voce.
Non spezzerà una canna già incrinata,
non spegnerà una fiamma smorta,
finché non abbia fatto trionfare la giustizia;
nel suo nome spereranno le nazioni.
"I farisei però, usciti, tennero consiglio contro di lui per toglierlo di mezzo". Decidono di uccidere Dio perché ama l’uomo.
La notizia della decisione dei farisei di far morire Gesù ci introduce nella comprensione della sua messianicità: egli non è il messia spettacolare, ma il Servo sofferente del Signore, "mite e umile di cuore" (Mt 11,29) e benevolo verso tutti i malati e i peccatori.
Egli non affronta direttamente i suoi avversari, ma si ritira. Questo è lo stile di Gesù quando viene minacciato (Mt 4,12; 14,13). Egli non desidera lo scontro frontale perché non è venuto per sconfiggere l’uomo, ma per salvarlo. La missione di Gesù non corrisponde alle attese di un messia vincente e acclamato. Egli porta a compimento tutte le promesse della storia della salvezza come Servo sofferente del Signore usando unicamente i mezzi dell’amore. I verbi del testo di Isaia "non contenderà, non griderà, non spezzerà, non spegnerà" ci assicurano che Gesù non ha fatto del male a nessuno. Il suo amore per gli uomini non gli ha permesso di essere come lo avrebbero voluto il Battista e i suoi connazionali: pieno di zelo nel combattere i nemici, insignito di tutti i poteri, battagliero, travolgente. È stato invece mite, umile, buono e comprensivo con tutti. Egli non è un conquistatore di popoli che travolge tutto e tutti, ma salva la vita e rianima la speranza dei più deboli. L’umanità malata e peccatrice non ha bisogno di urla e di minacce, ma di conforto e di misericordia. Gesù è la manifestazione della bontà di Dio per tutti gli uomini (cfr. Tt 2,11).
Padre Lino Pedron
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venerdì 15 luglio 2011
376 - Preghiera del mattino
1) Tu ci hai dato il tuo comandamento, Signore, quello che impegna gli uomini uno verso l'altro.
Tu sei diventato il nostro punto di riferimento, affinché noi siamo sicuri del modo in cui questo comandamento deve essere vissuto.
Tu hai dato a tutti gli uomini diritti e dignità.
Tu non hai evitato le cose scomode; non hai respinto quelli che prendono di più di quello che danno. Tu incoraggi quelli che sono inquieti, reputi le persone dipendenti capaci di essere libere.
Permettimi oggi di trattare gli uomini come hai fatto tu; fammi vivere e restituire la gioia e la libertà che ci offri. Amen
2) Signore e Padre, ancora non so che cosa mi porterà la giornata di oggi.
Vi sono dei giorni in cui percepisco la libertà della mia forza creatrice, ma altri in cui gli obblighi mi opprimono.
Fammi vivere oggi in vista della mia salvezza e di quella degli altri.
Ti prego nel nome di Gesù Cristo, nostro Signore. Amen.
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Tu sei diventato il nostro punto di riferimento, affinché noi siamo sicuri del modo in cui questo comandamento deve essere vissuto.
Tu hai dato a tutti gli uomini diritti e dignità.
Tu non hai evitato le cose scomode; non hai respinto quelli che prendono di più di quello che danno. Tu incoraggi quelli che sono inquieti, reputi le persone dipendenti capaci di essere libere.
Permettimi oggi di trattare gli uomini come hai fatto tu; fammi vivere e restituire la gioia e la libertà che ci offri. Amen
2) Signore e Padre, ancora non so che cosa mi porterà la giornata di oggi.
Vi sono dei giorni in cui percepisco la libertà della mia forza creatrice, ma altri in cui gli obblighi mi opprimono.
Fammi vivere oggi in vista della mia salvezza e di quella degli altri.
Ti prego nel nome di Gesù Cristo, nostro Signore. Amen.
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375 - Il Figlio dell’uomo è signore del sabato
In quel tempo Gesù passò, in giorno di sabato, fra campi di grano e i suoi discepoli ebbero fame e cominciarono a cogliere delle spighe e a mangiarle. Vedendo ciò, i farisei gli dissero: «Ecco, i tuoi discepoli stanno facendo quello che non è lecito fare di sabato». Ma egli rispose loro: «Non avete letto quello che fece Davide, quando lui e i suoi compagni ebbero fame? Egli entrò nella casa di Dio e mangiarono i pani dell'offerta, che né a lui né ai suoi compagni era lecito mangiare, ma ai soli sacerdoti. O non avete letto nella Legge che nei giorni di sabato i sacerdoti nel tempio vìolano il sabato e tuttavia sono senza colpa? Ora io vi dico che qui vi è uno più grande del tempio. Se aveste compreso che cosa significhi: Misericordia io voglio e non sacrifici, non avreste condannato persone senza colpa. Perché il Figlio dell'uomo è signore del sabato».
Gesù riporta il sabato alla sua vera funzione di spazio dell’azione di Dio nella storia dell’uomo. La vera misura dell’osservanza del sabato, cioè del proprio rapporto con Dio, non è il culto con tutte le sue prescrizioni ma la misericordia che si manifesta nelle opere d’amore verso i bisognosi.
Gesù è il figlio dell’uomo signore del sabato: è lui l’inviato di Dio autorizzato a dirci cosa Dio vuole o non vuole, che cosa è più importante o meno importante. Per Dio la realtà più importante è l’uomo. L’uomo è più importante del tempio e più importante del sabato (Mt 2,27).
I farisei di allora e quelli di tutti i tempi partivano da un principio che sembra assolutamente giusto, ma che è completamente sbagliato: Dio è superiore all’uomo, quindi prima viene l’onore di Dio, poi il bene dell’uomo.
A questo ragionamento soggiace la convinzione che l’onore di Dio, che è amore, possa trovarsi in conflitto col bene dell’uomo. La gloria di Dio, invece, è sempre il bene dell’uomo, come ci ricorda sant’Ireneo: "La gloria di Dio è l’uomo vivente". La signoria di Dio, padrone del sabato, si manifesta nell’amore e quindi la vera osservanza del sabato dev’essere una celebrazione dell’amore di Dio per l’uomo e dell’uomo verso il suo simile. La religione non consiste nell’osservanza arida e ossessiva della legge, ma nell’accogliere la misericordia di Dio e nel donarla agli altri. I farisei non hanno misericordia verso i discepoli di Gesù che hanno fame. La misericordia che si preoccupa della fame del prossimo è più importante del sacrificio, cioè dell'osservanza puramente letterale della legge del sabato. Il comandamento dell’amore è il criterio sul quale vanno valutati tutti gli altri: o sono manifestazioni d’amore o decadono. Il sabato (la domenica per noi cristiani) dev’essere il giorno della misericordia accolta e donata.
Padre Lino Pedron
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Gesù riporta il sabato alla sua vera funzione di spazio dell’azione di Dio nella storia dell’uomo. La vera misura dell’osservanza del sabato, cioè del proprio rapporto con Dio, non è il culto con tutte le sue prescrizioni ma la misericordia che si manifesta nelle opere d’amore verso i bisognosi.
Gesù è il figlio dell’uomo signore del sabato: è lui l’inviato di Dio autorizzato a dirci cosa Dio vuole o non vuole, che cosa è più importante o meno importante. Per Dio la realtà più importante è l’uomo. L’uomo è più importante del tempio e più importante del sabato (Mt 2,27).
I farisei di allora e quelli di tutti i tempi partivano da un principio che sembra assolutamente giusto, ma che è completamente sbagliato: Dio è superiore all’uomo, quindi prima viene l’onore di Dio, poi il bene dell’uomo.
A questo ragionamento soggiace la convinzione che l’onore di Dio, che è amore, possa trovarsi in conflitto col bene dell’uomo. La gloria di Dio, invece, è sempre il bene dell’uomo, come ci ricorda sant’Ireneo: "La gloria di Dio è l’uomo vivente". La signoria di Dio, padrone del sabato, si manifesta nell’amore e quindi la vera osservanza del sabato dev’essere una celebrazione dell’amore di Dio per l’uomo e dell’uomo verso il suo simile. La religione non consiste nell’osservanza arida e ossessiva della legge, ma nell’accogliere la misericordia di Dio e nel donarla agli altri. I farisei non hanno misericordia verso i discepoli di Gesù che hanno fame. La misericordia che si preoccupa della fame del prossimo è più importante del sacrificio, cioè dell'osservanza puramente letterale della legge del sabato. Il comandamento dell’amore è il criterio sul quale vanno valutati tutti gli altri: o sono manifestazioni d’amore o decadono. Il sabato (la domenica per noi cristiani) dev’essere il giorno della misericordia accolta e donata.
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giovedì 14 luglio 2011
374 - Che bello essere giullare di Dio!
A volte, qualcuno mi ha detto: Padre, io mi sento stanco e freddo; quando prego o compio qualche norma di pietà, mi sembra di star facendo una commedia... A questo amico, e a te — se ti trovi nella stessa situazione —, rispondo: una commedia? — Gran cosa, figlio mio! Fa' la commedia! Il Signore è il tuo spettatore!: il Padre, e il Figlio, e lo Spirito Santo; la Trinità Beatissima ci starà contemplando, nei momenti in cui “facciamo la commedia”. — Agire così davanti a Dio, per amore, per fargli piacere, quando si vive contropelo, com'è bello! Essere giullare di Dio! Come è stupenda questa recita compiuta per Amore, con sacrificio, senza alcuna soddisfazione personale, per compiacere il nostro Signore! — Questo sì che è vivere d'Amore. (Forgia, 485)
Non vi nascondo che, nel corso degli anni, mi hanno avvicinato persone che con dolore mi hanno detto: «Padre, non so che cosa succede, ma mi sento stanco e freddo; la mia vita di pietà, prima tanto sicura e semplice, mi sembra divenuta una commedia...». A chi si trova in questa situazione e a tutti voi rispondo: «Una commedia? Benissimo! Il Signore sta giocando con noi, come un padre coi figli».
Si legge nella Scrittura: Ludens in orbe terrarum [Pro 8, 31], Dio si ricrea sul globo terrestre e non ci abbandona, infatti subito aggiunge: Deliciae meae esse cum filiis hominum [Pro 8, 31], ho posto le mie delizie tra i figli dell'uomo. Il Signore gioca con noi! Quando ci sembra di star facendo la commedia, perché ci sentiamo freddi, apatici; quando siamo annoiati e senza volontà; quando ci riesce difficile compiere il nostro dovere e raggiungere le mete spirituali che ci eravamo prefissi, è giunta l'ora di pensare che Dio gioca con noi e attende che gli rappresentiamo la nostra 'commedia' con bravura.
Non mi importa dirvi che il Signore, in certe occasioni mi ha concesso molte grazie; di solito, però, vado contropelo. Seguo il mio piano, non perché mi attrae, ma perché devo farlo, per Amore. «Ma, Padre, si può fare la commedia con Dio? Non è ipocrisia?» Stai tranquillo: per te è venuto il momento di recitare una commedia umana davanti a uno spettatore divino. Persevera, perché il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo contemplano la tua commedia; fa' tutto per amor di Dio, per fargli piacere, anche se ti costa.
Che bella cosa essere giullare di Dio! Che cosa buona recitare la commedia per Amore, con sacrificio, senza cercare la soddisfazione personale, per piacere a Dio nostro Padre, che gioca con noi! Mettiti di fronte al Signore e confidagli: «Non ho nessuna voglia di fare la tal cosa, tuttavia la offrirò per Te». Poi falla davvero, anche se pensi che sia una commedia. Benedetta commedia! Ti assicuro che non è ipocrisia, perché gli ipocriti hanno bisogno di pubblico per la loro messinscena. Invece, gli spettatori della nostra commedia — lasciami ripetere — sono il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo, la Vergine Santissima, san Giuseppe e tutti gli angeli e i santi del Cielo. La nostra vita interiore non racchiude in se altro spettacolo che questo: Cristo che passa quasi in occulto [Cfr Gv 7, 10], quasi nascosto. (Amici di Dio, 152)
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Non vi nascondo che, nel corso degli anni, mi hanno avvicinato persone che con dolore mi hanno detto: «Padre, non so che cosa succede, ma mi sento stanco e freddo; la mia vita di pietà, prima tanto sicura e semplice, mi sembra divenuta una commedia...». A chi si trova in questa situazione e a tutti voi rispondo: «Una commedia? Benissimo! Il Signore sta giocando con noi, come un padre coi figli».
Si legge nella Scrittura: Ludens in orbe terrarum [Pro 8, 31], Dio si ricrea sul globo terrestre e non ci abbandona, infatti subito aggiunge: Deliciae meae esse cum filiis hominum [Pro 8, 31], ho posto le mie delizie tra i figli dell'uomo. Il Signore gioca con noi! Quando ci sembra di star facendo la commedia, perché ci sentiamo freddi, apatici; quando siamo annoiati e senza volontà; quando ci riesce difficile compiere il nostro dovere e raggiungere le mete spirituali che ci eravamo prefissi, è giunta l'ora di pensare che Dio gioca con noi e attende che gli rappresentiamo la nostra 'commedia' con bravura.
Non mi importa dirvi che il Signore, in certe occasioni mi ha concesso molte grazie; di solito, però, vado contropelo. Seguo il mio piano, non perché mi attrae, ma perché devo farlo, per Amore. «Ma, Padre, si può fare la commedia con Dio? Non è ipocrisia?» Stai tranquillo: per te è venuto il momento di recitare una commedia umana davanti a uno spettatore divino. Persevera, perché il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo contemplano la tua commedia; fa' tutto per amor di Dio, per fargli piacere, anche se ti costa.
Che bella cosa essere giullare di Dio! Che cosa buona recitare la commedia per Amore, con sacrificio, senza cercare la soddisfazione personale, per piacere a Dio nostro Padre, che gioca con noi! Mettiti di fronte al Signore e confidagli: «Non ho nessuna voglia di fare la tal cosa, tuttavia la offrirò per Te». Poi falla davvero, anche se pensi che sia una commedia. Benedetta commedia! Ti assicuro che non è ipocrisia, perché gli ipocriti hanno bisogno di pubblico per la loro messinscena. Invece, gli spettatori della nostra commedia — lasciami ripetere — sono il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo, la Vergine Santissima, san Giuseppe e tutti gli angeli e i santi del Cielo. La nostra vita interiore non racchiude in se altro spettacolo che questo: Cristo che passa quasi in occulto [Cfr Gv 7, 10], quasi nascosto. (Amici di Dio, 152)
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373 - Io sono mite e umile di cuore
Venite a me, voi tutti che siete stanchi e oppressi, e io vi darò ristoro. PPrendete il mio giogo sopra di voi e imparate da me, che sono mite e umile di cuore, e troverete ristoro per la vostra vita. Il mio giogo infatti è dolce e il mio peso leggero».
Gli affaticati e gli oppressi sono coloro che penavano sotto le pesanti prescrizioni della legge e che si sentivano smarriti davanti alla dottrina difficile e complicata dei rabbini. Gesù invita tutti costoro a cercare nel suo vangelo la vera volontà di Dio: una volontà esigente, ma lineare e semplice, alla portata di tutti.
Gesù si definisce mite e umile di cuore. Mite significa l'atteggiamento di Gesù nei confronti degli uomini, un atteggiamento lineare, coraggioso ma non violento; misericordioso, tollerante, pronto al perdono, ma anche severo ed esigente. Umile indica l'atteggiamento ubbidiente e docile alla volontà del Padre: un atteggiamento interiore, libero e voluto.
Il "riposo" che Gesù offre, corrisponde alla promessa biblica di pace e felicità. Al seguito di Gesù, la volontà di Dio non è più un giogo oppressivo e duro, ma genera già ora quella pace gioiosa promessa agli umili e ai miti, garanzia della salvezza definitiva. Gli insegnamenti degli scribi e dei farisei, invece, sono "pesanti fardelli che impongono sulle spalle della gente, ma loro non vogliono muoverli neppure con un dito" (Mt 23,4) e producono allontanamento da Dio e disperazione di potersi salvare.
Al contrario, il "carico" di Gesù è “leggero”; la religione cristiana non consiste nell’osservanza della legge giudaica ma nell’entrare nel rapporto del Figlio con il Padre assumendo l’atteggiamento dei piccoli. Tutti coloro che sono disillusi da ogni forma di religione che non salva e appesantisce la vita sono invitati a seguire Gesù che porta al mondo la religione vera e definitiva.
Gesù non è un maestro autoritario. Egli non impone agli altri i pesi che prima non ha portato lui. Il giogo è "suo" perché l’ha portato lui per primo ed è "leggero" perché non contiene ordini assurdi e impossibili. Lo ricordava Pietro nell’assemblea degli apostoli e degli anziani a Gerusalemme: "Or dunque, perché continuate a tentare Dio, imponendo sul collo dei discepoli un giogo che né i nostri padri né noi siamo stati in grado di portare? Noi crediamo che per la grazia del Signore Gesù siamo salvati…" (At 15,10-11). E la prima lettera di Giovanni ci assicura: "I suoi comandamenti non sono gravosi" (1Gv 5,3).
Questo brano contiene un forte richiamo alla conversione rivolto a tutti, ma specialmente ai teologi. La rivelazione della sapienza di Dio incontra l'uomo non nella sua sapienza e assennatezza, ma dove smette di fare affidamento sulla propria sapienza. Dio dona la sua rivelazione a modo suo.
Il cuore umano trova riposo quando accoglie come dono la bontà e l'amore di Dio e quando percorre deciso il cammino nel quale Cristo l'ha preceduto: il cammino della croce.
Padre Lino Pedron
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Gli affaticati e gli oppressi sono coloro che penavano sotto le pesanti prescrizioni della legge e che si sentivano smarriti davanti alla dottrina difficile e complicata dei rabbini. Gesù invita tutti costoro a cercare nel suo vangelo la vera volontà di Dio: una volontà esigente, ma lineare e semplice, alla portata di tutti.
Gesù si definisce mite e umile di cuore. Mite significa l'atteggiamento di Gesù nei confronti degli uomini, un atteggiamento lineare, coraggioso ma non violento; misericordioso, tollerante, pronto al perdono, ma anche severo ed esigente. Umile indica l'atteggiamento ubbidiente e docile alla volontà del Padre: un atteggiamento interiore, libero e voluto.
Il "riposo" che Gesù offre, corrisponde alla promessa biblica di pace e felicità. Al seguito di Gesù, la volontà di Dio non è più un giogo oppressivo e duro, ma genera già ora quella pace gioiosa promessa agli umili e ai miti, garanzia della salvezza definitiva. Gli insegnamenti degli scribi e dei farisei, invece, sono "pesanti fardelli che impongono sulle spalle della gente, ma loro non vogliono muoverli neppure con un dito" (Mt 23,4) e producono allontanamento da Dio e disperazione di potersi salvare.
Al contrario, il "carico" di Gesù è “leggero”; la religione cristiana non consiste nell’osservanza della legge giudaica ma nell’entrare nel rapporto del Figlio con il Padre assumendo l’atteggiamento dei piccoli. Tutti coloro che sono disillusi da ogni forma di religione che non salva e appesantisce la vita sono invitati a seguire Gesù che porta al mondo la religione vera e definitiva.
Gesù non è un maestro autoritario. Egli non impone agli altri i pesi che prima non ha portato lui. Il giogo è "suo" perché l’ha portato lui per primo ed è "leggero" perché non contiene ordini assurdi e impossibili. Lo ricordava Pietro nell’assemblea degli apostoli e degli anziani a Gerusalemme: "Or dunque, perché continuate a tentare Dio, imponendo sul collo dei discepoli un giogo che né i nostri padri né noi siamo stati in grado di portare? Noi crediamo che per la grazia del Signore Gesù siamo salvati…" (At 15,10-11). E la prima lettera di Giovanni ci assicura: "I suoi comandamenti non sono gravosi" (1Gv 5,3).
Questo brano contiene un forte richiamo alla conversione rivolto a tutti, ma specialmente ai teologi. La rivelazione della sapienza di Dio incontra l'uomo non nella sua sapienza e assennatezza, ma dove smette di fare affidamento sulla propria sapienza. Dio dona la sua rivelazione a modo suo.
Il cuore umano trova riposo quando accoglie come dono la bontà e l'amore di Dio e quando percorre deciso il cammino nel quale Cristo l'ha preceduto: il cammino della croce.
Padre Lino Pedron
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mercoledì 13 luglio 2011
372 - Preghiera del mattino
Io ti lodo, Dio, e ti ringrazio per il tuo Figlio Gesù.
In lui tu ti avvicini a me.
È grazie alla sua parola che io imparo a conoscerti. Egli mi libera dalla paura e mi dà coraggio.
Per amore di lui, ho fiducia in te per dare ai miei giorni un senso e un compimento alla mia vita.
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In lui tu ti avvicini a me.
È grazie alla sua parola che io imparo a conoscerti. Egli mi libera dalla paura e mi dà coraggio.
Per amore di lui, ho fiducia in te per dare ai miei giorni un senso e un compimento alla mia vita.
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371 - Hai nascosto queste cose ai sapienti e le hai rivelate ai piccoli
In quel tempo Gesù disse: «Ti rendo lode, Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai nascosto queste cose ai sapienti e ai dotti e le hai rivelate ai piccoli. Sì, o Padre, perché così hai deciso nella tua benevolenza. Tutto è stato dato a me dal Padre mio; nessuno conosce il Figlio se non il Padre, e nessuno conosce il Padre se non il Figlio e colui al quale il Figlio vorrà rivelarlo.
L'opera di Gesù è presentata come rivelazione di Dio. Le "cose" che il Padre ha rivelato ai piccoli sono l'intero vangelo, cioè quella nuova comprensione di Dio e della sua volontà che è manifestata nei comportamenti e nelle parole di Gesù. I sapienti e gli intelligenti, ai quali il Padre ha tenuto nascoste queste cose, sono i rabbini e i farisei che restano ciechi di fronte alla chiarezza delle parole di Gesù e irritati perché predica ai poveri.
I piccoli non sono i bambini, ma gli uomini senza cultura, senza competenza nelle scienze religiose. Concretamente, al tempo di Gesù, erano i poveri popolani disprezzati cordialmente dagli scribi e dai farisei. Di essi dicevano: "Un ignorante non può sfuggire al peccato e un uomo dei campi non può appartenere a Dio".
Questo brano contiene un forte richiamo alla conversione rivolto a tutti, ma specialmente ai teologi. La rivelazione della sapienza di Dio non incontra l'uomo nella sua sapienza e assennatezza, ma dove smette di fare affidamento sulla propria sapienza. Dio dona la sua rivelazione a modo suo. Il cuore umano trova riposo quando accoglie come dono la bontà e l'amore di Dio e quando percorre deciso il cammino nel quale Cristo l'ha preceduto: il cammino della croce.
Padre Lino Pedron
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L'opera di Gesù è presentata come rivelazione di Dio. Le "cose" che il Padre ha rivelato ai piccoli sono l'intero vangelo, cioè quella nuova comprensione di Dio e della sua volontà che è manifestata nei comportamenti e nelle parole di Gesù. I sapienti e gli intelligenti, ai quali il Padre ha tenuto nascoste queste cose, sono i rabbini e i farisei che restano ciechi di fronte alla chiarezza delle parole di Gesù e irritati perché predica ai poveri.
I piccoli non sono i bambini, ma gli uomini senza cultura, senza competenza nelle scienze religiose. Concretamente, al tempo di Gesù, erano i poveri popolani disprezzati cordialmente dagli scribi e dai farisei. Di essi dicevano: "Un ignorante non può sfuggire al peccato e un uomo dei campi non può appartenere a Dio".
Questo brano contiene un forte richiamo alla conversione rivolto a tutti, ma specialmente ai teologi. La rivelazione della sapienza di Dio non incontra l'uomo nella sua sapienza e assennatezza, ma dove smette di fare affidamento sulla propria sapienza. Dio dona la sua rivelazione a modo suo. Il cuore umano trova riposo quando accoglie come dono la bontà e l'amore di Dio e quando percorre deciso il cammino nel quale Cristo l'ha preceduto: il cammino della croce.
Padre Lino Pedron
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martedì 12 luglio 2011
370 - L' orazione: “conversazione amorosa con Gesù”
Ho sempre inteso l'orazione del cristiano come una conversazione amorosa con Gesù, che non si deve interrompere neppure nei momenti in cui siamo fisicamente lontani dal Tabernacolo, perché tutta la nostra vita è fatta di strofe d'amore umano, rivolte a Dio..., e sempre siamo in grado di amare. (Forgia, 435)
Non manchino mai, nella nostra giornata, alcuni minuti dedicati in modo speciale a frequentare Dio, elevando verso di Lui il nostro pensiero, senza che le parole debbano affiorare alle labbra, perché cantano nel cuore. Dedichiamo a questa norma di pietà un sufficiente periodo di tempo, a ora fissa, se è possibile. E accanto al Tabernacolo, facendo compagnia a Colui che vi si è stabilito per Amore. Ma se questo non è possibile, in un luogo qualsiasi, perché il nostro Dio dimora in modo ineffabile nelle nostre anime in grazia. Ti consiglio, comunque, di recarti in oratorio, sempre che possa: e faccio attenzione a non chiamarlo cappella, perché sia più chiaro che si tratta di un luogo ove stare non già con atteggiamento da cerimonia ufficiale, bensì in raccoglimento e intimità per innalzare la mente al cielo, convinti che dal Tabernacolo Gesù ci vede, ci ascolta, ci attende e ci presiede, perché Egli è là, realmente presente, nascosto sotto le specie sacramentali.
Ognuno di voi, se vuole, può trovare la sua propria via per questo colloquio con Dio. Non mi piace parlare di metodi o di formule, perché non mi è mai garbato costringere la gente dentro schemi rigidi: ho cercato di aiutare tutti ad avvicinarsi al Signore rispettando ogni anima così com'è. con le sue caratteristiche proprie. Chiedete al Signore che metta i suoi progetti nella vostra vita; non solo nella mente, ma anche nell'intimo del cuore e in tutta la nostra attività esterna. Siate sicuri che in tal modo vi risparmierete una gran parte delle amarezze e delle pene che l'egoismo procura e sentirete la forza di promuovere il bene attorno a voi. Quante contrarietà si dileguano quando interiormente ci mettiamo ben vicini al nostro Dio che non ci abbandona mai! Si rinnova, con modalità diverse, quell'amore per i suoi, per i malati, per gli infelici, che fa dire a Gesù: «Che ti succede?». «Mi succede...» e, subito, la luce o, almeno, la forza di accettare, e la pace.
Invitandoti a queste confidenze con il Maestro, mi riferisco soprattutto alle difficoltà che nascono dentro di te, perché la maggior parte degli ostacoli alla nostra felicità provengono da un orgoglio più o meno nascosto. Ci giudichiamo di grande valore e dotati di qualità straordinarie; e quando gli altri non ci stimano tali, ci sentiamo umiliati. Ecco una buona occasione per ricorrere alla preghiera e rettificare, con la convinzione che non è mai tardi per cambiare di rotta. Ma è molto opportuno dare inizio a questo cambiamento quanto prima.
Nell'orazione, con l'aiuto della grazia, la superbia può trasformarsi in umiltà. E germoglia nell'anima la vera gioia, pur dovendo costatare che ancora portiamo del fango sulle ali, la melma della nostra triste miseria, che comincia a essiccarsi. Più tardi, con l'aiuto ella mortificazione, quel fango cadrà, e potremo volare molto in alto, perché il vento della misericordia di Dio ci sarà favorevole. (Amici di Dio, 249)
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Non manchino mai, nella nostra giornata, alcuni minuti dedicati in modo speciale a frequentare Dio, elevando verso di Lui il nostro pensiero, senza che le parole debbano affiorare alle labbra, perché cantano nel cuore. Dedichiamo a questa norma di pietà un sufficiente periodo di tempo, a ora fissa, se è possibile. E accanto al Tabernacolo, facendo compagnia a Colui che vi si è stabilito per Amore. Ma se questo non è possibile, in un luogo qualsiasi, perché il nostro Dio dimora in modo ineffabile nelle nostre anime in grazia. Ti consiglio, comunque, di recarti in oratorio, sempre che possa: e faccio attenzione a non chiamarlo cappella, perché sia più chiaro che si tratta di un luogo ove stare non già con atteggiamento da cerimonia ufficiale, bensì in raccoglimento e intimità per innalzare la mente al cielo, convinti che dal Tabernacolo Gesù ci vede, ci ascolta, ci attende e ci presiede, perché Egli è là, realmente presente, nascosto sotto le specie sacramentali.
Ognuno di voi, se vuole, può trovare la sua propria via per questo colloquio con Dio. Non mi piace parlare di metodi o di formule, perché non mi è mai garbato costringere la gente dentro schemi rigidi: ho cercato di aiutare tutti ad avvicinarsi al Signore rispettando ogni anima così com'è. con le sue caratteristiche proprie. Chiedete al Signore che metta i suoi progetti nella vostra vita; non solo nella mente, ma anche nell'intimo del cuore e in tutta la nostra attività esterna. Siate sicuri che in tal modo vi risparmierete una gran parte delle amarezze e delle pene che l'egoismo procura e sentirete la forza di promuovere il bene attorno a voi. Quante contrarietà si dileguano quando interiormente ci mettiamo ben vicini al nostro Dio che non ci abbandona mai! Si rinnova, con modalità diverse, quell'amore per i suoi, per i malati, per gli infelici, che fa dire a Gesù: «Che ti succede?». «Mi succede...» e, subito, la luce o, almeno, la forza di accettare, e la pace.
Invitandoti a queste confidenze con il Maestro, mi riferisco soprattutto alle difficoltà che nascono dentro di te, perché la maggior parte degli ostacoli alla nostra felicità provengono da un orgoglio più o meno nascosto. Ci giudichiamo di grande valore e dotati di qualità straordinarie; e quando gli altri non ci stimano tali, ci sentiamo umiliati. Ecco una buona occasione per ricorrere alla preghiera e rettificare, con la convinzione che non è mai tardi per cambiare di rotta. Ma è molto opportuno dare inizio a questo cambiamento quanto prima.
Nell'orazione, con l'aiuto della grazia, la superbia può trasformarsi in umiltà. E germoglia nell'anima la vera gioia, pur dovendo costatare che ancora portiamo del fango sulle ali, la melma della nostra triste miseria, che comincia a essiccarsi. Più tardi, con l'aiuto ella mortificazione, quel fango cadrà, e potremo volare molto in alto, perché il vento della misericordia di Dio ci sarà favorevole. (Amici di Dio, 249)
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369 - Non ti dimenticare del fico maledetto
Utilizzami bene il tempo. —Non ti dimenticare del fico maledetto. Faceva già qualcosa: dare foglie. Come te... —Non dirmi che hai delle scuse. —Non valse al fico —narra l'Evangelista— il fatto che non fosse tempo di fichi quando il Signore andò a cercarne. —E rimase sterile per sempre. (Cammino, 354)
Torniamo al santo Vangelo e soffermiamoci a considerare quello che riferisce san Matteo nel capitolo ventunesimo. Ci racconta che, rientrando al mattino in città, Gesù ebbe fame. Vedendo un fico sulla strada vi si avvicinò [Mt 21, 18-19], Che gioia, Signore, vedere che hai fame, o vedere che hai sete, come al pozzo di Sicar! [Cfr Gv 4, 7]. (...)
Come ti fai capire bene, Signore! Come ti fai amare! Ti presenti a noi come uno di noi, uguale in tutto, eccetto il peccato: per farci toccare con mano che assieme a te potremo vincere le nostre cattive inclinazioni, le nostre colpe. Perché né fatica, né fame, né sete, né lacrime contano più... Cristo fu stanco, provò la fame, ebbe sete, pianse. Quello che conta è la lotta — lotta amabile, poiché il Signore resta sempre con noi — per compiere la volontà del Padre che è nei cieli [Cfr Gv 4, 34]. (...)
Si accostò al fico, ma vi trovò soltanto foglie [Mt 21, 19]: una vergogna! È così anche nella nostra vita? Accade anche a noi, tristemente, che facciano difetto la fede e la vibrazione dell'umiltà, e non appaiano né sacrifici né opere? Che del cristiano ci sia solo la facciata ma non le opere? È da sgomentarsene, perché Gesù comanda: «Da te non nasca più frutto in eterno». E, nello stesso istante, il fico seccò [Mt 21, 19]. Questo passo della Sacra Scrittura ci rattrista, ma al tempo stesso ci incoraggia a ravvivare la fede, a vivere secondo la fede, affinché Cristo raccolga sempre frutto da noi. (Amici di Dio 201-202)
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Torniamo al santo Vangelo e soffermiamoci a considerare quello che riferisce san Matteo nel capitolo ventunesimo. Ci racconta che, rientrando al mattino in città, Gesù ebbe fame. Vedendo un fico sulla strada vi si avvicinò [Mt 21, 18-19], Che gioia, Signore, vedere che hai fame, o vedere che hai sete, come al pozzo di Sicar! [Cfr Gv 4, 7]. (...)
Come ti fai capire bene, Signore! Come ti fai amare! Ti presenti a noi come uno di noi, uguale in tutto, eccetto il peccato: per farci toccare con mano che assieme a te potremo vincere le nostre cattive inclinazioni, le nostre colpe. Perché né fatica, né fame, né sete, né lacrime contano più... Cristo fu stanco, provò la fame, ebbe sete, pianse. Quello che conta è la lotta — lotta amabile, poiché il Signore resta sempre con noi — per compiere la volontà del Padre che è nei cieli [Cfr Gv 4, 34]. (...)
Si accostò al fico, ma vi trovò soltanto foglie [Mt 21, 19]: una vergogna! È così anche nella nostra vita? Accade anche a noi, tristemente, che facciano difetto la fede e la vibrazione dell'umiltà, e non appaiano né sacrifici né opere? Che del cristiano ci sia solo la facciata ma non le opere? È da sgomentarsene, perché Gesù comanda: «Da te non nasca più frutto in eterno». E, nello stesso istante, il fico seccò [Mt 21, 19]. Questo passo della Sacra Scrittura ci rattrista, ma al tempo stesso ci incoraggia a ravvivare la fede, a vivere secondo la fede, affinché Cristo raccolga sempre frutto da noi. (Amici di Dio 201-202)
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368 - Preghiera del mattino
Signore, fammi riconoscere l'impronta della tua gloria sul cammino della mia vita.
Fammi riconoscere i segni del tuo amore in tutto ciò che mi capita.
Non lasciare che la mia fiducia si indebolisca, ma fammi diventare luce di speranza per tutti quelli che ti cercano.
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Fammi riconoscere i segni del tuo amore in tutto ciò che mi capita.
Non lasciare che la mia fiducia si indebolisca, ma fammi diventare luce di speranza per tutti quelli che ti cercano.
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