martedì 25 maggio 2010

Noi abbiamo lasciato tutto e ti abbiamo seguito

Cardinal John Henry Newman (1801-1890), sacerdote, fondatore di una comunità religiosa, teologo
PPS, vol. 8, n° 2 « Divine Calls »

Non veniamo chiamati una sola volta, ma tante volte ; per tutta la nostra vita, Cristo ci chiama. Ci ha chiamati dapprima nel battesimo, ma anche dopo ; sia che ubbidiamo alla sua voce oppure no, ci chiama ancora nella sua misericordia. Se veniamo meno alle promesse battesimali, ci chiama al pentimento. Se ci sforziamo di rispondere alla nostra vocazione, ci chiama sempre più avanti, di grazia in grazia, di santità in santità finché ci sarà lasciata la vita per questo.

Abramo è stato chiamato a lasciare la sua casa e il suo paese (Gen 12,1), Pietro le sue reti (Mt 4,18), Matteo il suo lavoro (Mt 9,9), Eliseo la sua fattoria (1 Re 19,19), Natanaèle il suo luogo in disparte (Gv 1,47). Senza sosta tutti siamo chiamati, da una cosa ad un'alta, sempre più avanti, senza avere nessun luogo per riposarci, ma salendo verso il nostro riposo eterno, e ubbidendo ad una chiamata interiore nell'unico scopo di essere pronti a sentirne un'altra.

Cristo ci chiama senza sosta, per giustificarci senza sosta ; senza sosta e sempre di più, egli vuole santificarci e glorificarci. Occorre che lo capiamo, ma siamo lenti ad accorgerci di questa grande verità, che cioè Cristo cammina, in un certo senso, in mezzo a noi, e con la mano, gli occhi, la voce, ci fa cenno di seguirlo. Non comprendiamo che la sua chiamata ha luogo proprio in questo momento. Pensiamo che ha avuto luogo al tempo degli apostoli ; ma non ci crediamo, non l'aspettiamo veramente per noi stessi.
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lunedì 24 maggio 2010

Benedetta monotonia di avemarie!

Capisco che ogni Avemaria, ogni saluto alla Vergine, è un nuovo palpito di un cuore innamorato. (Forgia, 615)

«Vergine Immacolata, so bene di essere un povero miserabile, che non fa altro che aumentare tutti i giorni il numero dei propri peccati...».
Mi hai detto che parlavi così con nostra Madre, l'altro giorno.E ti ho consigliato, con sicurezza, di recitare il Santo Rosario: benedetta monotonia di avemarie che purifica la monotonia dei tuoi peccati!(Solco, 475)

Il Rosario non lo si recita solo con le labbra, biascicando una dietro l'altra le avemarie. Questo è il borbottìo delle bigotte e dei bigotti. Per un cristiano, l'orazione vocale deve radicarsi nel cuore, in modo che, durante la recita del Rosario, la mente possa addentrarsi nella contemplazione di ciascuno dei misteri. (Solco, 477)

Rimandi sempre il Rosario a più tardi, e finisci per ometterlo a motivo del sonno. Se non disponi di altri momenti, recitalo per la strada e senza che nessuno se ne accorga. Per di più, ti aiuterà ad avere presenza di Dio. (Solco, 478)
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Madonna Ausiliatrice

Don Bosco scrisse: “il titolo di Auxilium Christianorum attribuito all'Augusta Madre del Salvatore non è cosa nuova nella Chiesa di Gesù Cristo. Maria fu salutata aiuto dei Cristiani fin dai primi tempi del Cristianesimo”.
Questo titolo si diffuse agevolmente specie dopo la vittoria cristiana sui turchi avvenuta nelle acque di Lepanto presso le isole Curzolari il 7 ottobre 1572, prima domenica di ottobre, sotto il pontificato di S. Pio V (Antonio Michele Ghislieri), al grido di “Viva Maria!”. Il santo pontefice volle aggiungere alle litanie lauretane la bella invocazione: Auxilium Christianorum, ora pro nobis (Ausiliatrice dei Cristiani, prega per noi).

La devozione verso l'Auxilium Christianorum si rafforzò dopo la seconda grande vittoria sui turchi a Vienna, il 12 luglio 1683, ottenuta dal re di Polonia Giovanni III Sobieski, che ne dava l'annunzio al Pp Innocenzo XI (Benedetto Odescalchi), con le parole : “Veni, Vidi, Maria Vicit” (Venni, Vidi, Maria Vinse). Nacque allora in Germania, a Monaco di Baviera, la prima Associazione in onore di Maria Ausiliatrice per commemorare la liberazione di Vienna.

Napoleone, dopo la sconfitta di Lipsia (19 ottobre 1813), liberò Pio VII (Barnaba Chiaramonti), il 10 marzo 1814, ma diede ordine segreto che il viaggio fosse lento nella speranza di poter resistere agli alleati e quindi fermare ancora il Papa, ma Parigi si arrese il 30 marzo 1814 e il giorno dopo vi entrarono i sovrani nemici. Pio VII, in mezzo a grandi festeggiamenti, all'entusiasmo fremente ed all'immenso tripudio del popolo, rientrava a Roma e ritornava sul trono Pontificio il 24 maggio 1814 e l'anno seguente, grato per l'aiuto visibile della Madonna, istituì la festa di Maria Ausiliatrice per Roma e gli altri stati pontifici.
Ora la devozione all'Ausiliatrice è diffusa in tutto il mondo e la sua festa si celebra in molte nazioni.

Nella devozione mariana di Don Bosco, il titolo “Auxilium Christianorum”, si sovrappone, senza segnare sostituzione o attenuazione, ai titoli precedenti con cui invocava la Madonna, specie l'Immacolata che segnava gli inizi della sua Opera Provvidenziale. Se ne ha un primo ricordo in un'immaginetta del 1849 (anno della fuga del Beato Pio IX da Roma a Gaeta), su cui scrisse l'invocazione: “O Vergine Immacolata, Tu che portasti vittoria di tutte le eresie, vieni ora in nostro aiuto: noi di cuore ricorriamo a Te. Auxilium Christianorum ora pro nobis”.

Fino al 1862 l'azione di Don Bosco verso l'Ausiliatrice non fu costante e generale : ne diede l'annuncio il 24 maggio 1862 nella "Buona notte", come si legge nelle Memorie Biografiche. Un sabato del mese di dicembre, forse il 6 del 1862, Don Bosco disse al chierico Albera, futuro Rettore Maggiore: “la nostra chiesa è troppo piccola .... ne fabbricheremo un'altra più bella, più grande, che sia magnifica, le daremo il titolo Chiesa di Maria Ausiliatrice”.
L'8 dicembre 1862 Don Bosco dichiara al chierico Cagliero, poi cardinale, il motivo della sua devozione alla Madonna sotto il titolo di Maria Ausiliatrice: “Sinora abbiamo celebrato con solennità e pompa la festa dell'Immacolata...Ma la Madonna vuole che la onoriamo sotto il titolo di Maria Ausiliatrice: i tempi sono così tristi che abbiamo bisogno che la Vergine SS. ci aiuti a conservare la fede cristiana”.
A causa del titolo “Maria Ausiliatrice” dato da Don Bosco al Tempio, le autorità municipali di Torino fecero difficoltà per l'approvazione del progetto della costruzione. Ma la chiesa ebbe il titolo di Maria SS. Ausiliatrice. Don Bosco non rinunziava a quel titolo, perché era quello voluto dalla Madonna.
Il 9 giugno 1868 fu consacrato il Tempio a Maria Ausiliatrice in Torino. Don Bosco e l'Ausiliatrice sono ormai due nomi inscindibili. L'Ausiliatrice si è servita di Don Bosco per operare numerosissimi e strepitosi miracoli, per concedere al mondo infinite grazie. Ne è piena la “vita di Don Bosco”, vi sono molti libri che narrano commoventi episodi della bontà di Maria ad ogni genere di persone, vi è il “Battesimo Salesiano”, che riporta ogni mese le grazie, i favori elargiti dall'Ausiliatrice, che dispensa i Suoi doni specialmente nel Santuario, che Ella volle a Torino, di cui aveva detto in una visione a Don Bosco: “Hic domus mea, Hinc gloria mea - Qui è la mia casa, di qui la mia gloria”.
Don Bosco non si contentò di propagare la devozione all'Ausiliatrice con la parola, la stampa, i prodigi. Ottenne da Pp Leone XIII (Gioacchino Pecci) che la “Benedizione di Maria Ausiliatrice”, che egli impartiva da tempo con efficacia, fosse approvata : con decreto della Sacra Congregazione dei Riti, il 18 maggio 1878, la formula della “benedizione” fu inserita nel Rituale romano.
Infine Don Bosco, quale Monumento di perenne riconoscenza per i singolari favori ricevuti, fondò la “Congregazione delle Figlie di Maria Ausiliatrice”. “Il ricorso a Maria Ausiliatrice - scriveva nel 1887 - va aumentando ogni dì tra il popolo fedele e porge motivo a pronunciare che tempo verrà, in cui ogni buon cristiano, insieme con la devozione al SS. Sacramento e al Sacro Cuore di Gesù, si farà un vanto di professare una devozione tenerissima a Maria Ausiliatrice”.

Interi Continenti e Nazioni hanno Maria Ausiliatrice come celeste Patrona: l’Australia cattolica dal 1844, la Cina dal 1924, l’Argentina dal 1949, la Polonia fin dai primi decenni del 1800; diffusissima e antica è la devozione nei Paesi dell’Est Europeo.
Nella bella basilica torinese a Lei intitolata, vi è il bellissimo e maestoso quadro, fatto eseguire dallo stesso fondatore, che rappresenta la Madonna Ausiliatrice che con lo scettro del comando e con il Bambino in braccio, è circondata dagli Apostoli ed Evangelisti ed è sospesa su una nuvola; sullo sfondo a terra, il Santuario e l’Oratorio come appariva nel 1868, anno dell’esecuzione dell’opera del pittore Tommaso Lorenzone.

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L'inizio della conversione di san Francesco

Leggenda dei tre compagni di san Francesco d'Assisi (circa 1244)
§ 7-8

Tornato che fu dunque ad Assisi, dopo alcuni giorni, i suoi amici elessero Francesco una sera loro signore, perché organizzasse il trattenimento a suo piacere. Egli fece allestire, come tante altre volte, una cena sontuosa. Terminato il banchetto, uscirono da casa. Gli amici gli camminavano innanzi; lui, tenendo in mano una specie di scettro, veniva per ultimo, ma invece di cantare, era assorto nelle sue riflessioni. D'improvviso, il Signore lo visitò, e n'ebbe il cuore riboccante di tanta dolcezza, che non poteva muoversi né parlare...

Gli amici, voltandosi e scorgendolo rimasto così lontano, lo raggiunsero e restarono trasecolati nel vederlo mutato quasi in un altro uomo. Lo interrogarono: «A cosa stavi pensando, che non ci hai seguiti? Almanaccavi forse di prender moglie?». Rispose con slancio: «E' vero. Stavo sognando di prendermi in sposa la ragazza più nobile, ricca e bella che mai abbiate visto». I compagni si misero a ridere...

E da quell'ora... si appassionava a custodire Cristo nell'intimo del cuore, e nascondendo allo sguardo degli illusi la perla evangelica, che intendeva acquistare a prezzo di ogni suo avere (Mt 13,46), spesso e quasi ogni giorno s'immergeva segretamente nell'orazione. Vi si sentiva attirato dall'irrompere di quella misteriosa dolcezza che, penetrandogli sovente nell'anima, lo sospingeva alla preghiera perfino quando stava in piazza o in altri luoghi pubblici.

Aveva sempre beneficato i bisognosi, ma da quel momento si propose fermamente di non rifiutare mai l'elemosina al povero che la chiedesse per amore di Dio, e anzi di fare largizioni spontanee e generose. A ogni misero che gli domandasse la carità, quando Francesco era fuori casa, provvedeva con denaro; se ne era sprovvisto, gli regalava il cappello o la cintura, pur di non rimandarlo a mani vuote. O essendo privo di questi, si ritirava in disparte, si toglieva la camicia e la faceva avere di nascosto all'indigente, pregandolo di prenderla per amore di Dio.
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domenica 23 maggio 2010

Pregate che lo Spirito Santo dimori in pienezza in voi

Cari figli,
gioisco con voi e in questo tempo di grazia vi invito ad un rinnovamento spirituale.
Pregate, cari figli, che lo Spirito Santo dimori in pienezza in voi così che siate capaci
di testimoniare nella gioia a tutti coloro che sono lontani dalla fede.
Pregate, cari figli, specialmente per i doni dello Spirito Santo, affinché nello spirito dell' amore
ogni giorno ed in ogni situazione siate più vicini al fratello e nella sapienza e nell' amore superiate ogni difficoltà.
Io sono con voi ed intercedo per ognuno di voi presso Gesù.
Grazie per aver risposto alla mia chiamata.


Messaggio del 25 maggio 2000

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Vi invito ad aprire il vostro cuore allo Spirito Santo

Messaggio del 25 maggio 1990
Cari figli, vi invito a decidervi a vivere con serietà questa novena (di Pentecoste). Consacrate il tempo alla preghiera e al sacrificio.
Io sono con voi e desidero aiutarvi, affinché cresciate nella rinuncia e nella mortificazione per poter capire la bellezza della vita di quelle persone che si donano a me in modo speciale.
Cari figli, Dio vi benedice di giorno in giorno e desidera il cambiamento della vostra vita.
Perciò pregate per poter avere la forza di cambiare la vostra vita.
Grazie per aver risposto alla mia chiamata!

Messaggio del 2 giugno 1984
Cari figli, questa sera vi voglio dire che - durante questa novena (di Pentecoste) - preghiate per l'effusione dello Spirito Santo sulle vostre famiglie e sulla vostra parrocchia.
Pregate, non ve ne pentirete!
Dio vi darà dei doni, coi quali lo glorificherete fino al termine della vostra vita terrena.
Grazie per aver risposto alla mia chiamata!

Messaggio del 23 maggio 1985
Cari figli, in questi giorni vi invito in particolare ad aprire il vostro cuore allo Spirito Santo (si era nella Novena di Pentecoste).
Lo Spirito Santo, particolarmente in questi giorni, opera per mezzo di voi.
Aprite il cuore e abbandonate la vostra vita a Gesù, affinché egli operi per mezzo dei vostri cuori e vi fortifichi nella fede.
Grazie per aver risposto alla mia chiamata!
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Insegnami a trattare tuo Figlio!

Se non frequenti Cristo nell'orazione e nel Pane, come potrai farlo conoscere? (Cammino, 105)

Cerca di ringraziare Gesù nell'Eucaristia, cantando lodi alla Madonna, la Vergine pura, senza macchia, colei che ha messo al mondo il Signore.
— E, con audacia di bambino, azzàrdati a dire a Gesù: mio dolce Amore, sia benedetta la Madre che ti ha messo al mondo!Sii certo che gli farai piacere, ed Egli infonderà nella tua anima un amore ancora più grande. (Forgia, 70)

Cerca Dio nel fondo del tuo cuore pulito, puro; nel fondo della tua anima quando gli sei fedele, e non perdere mai questa intimità!
— E se qualche volta non sai come parlargli, o che cosa dire, o non osi cercare Gesù dentro di te, rivolgiti a Maria, “tota pulchra” — tutta pura, meravigliosa —, per confidarle: Maria, Madre nostra, il Signore ha voluto che fossi tu, con le tue mani, a prenderti cura di Dio: insegnami — insegna a tutti noi — a trattare tuo Figlio!(Forgia, 84)
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Pentecoste


Per gli Ebrei è la festa che ricorda il giorno in cui sul Monte Sinai, Dio diede a Mosè le tavole della Legge
– Per la Chiesa Cattolica è la festa che ricorda la discesa dello Spirito Santo sugli Apostoli.

Origini della festa
Presso gli Ebrei la festa era inizialmente denominata “festa della mietitura” e “festa dei primi frutti”; si celebrava il 50° giorno dopo la Pasqua ebraica e segnava l’inizio della mietitura del grano; nei testi biblici è sempre una gioiosa festa agricola.È chiamata anche “festa delle Settimane”, per la sua ricorrenza di sette settimane dopo la Pasqua; nel greco ‘Pentecoste’ significa 50ª giornata.
Il termine Pentecoste, riferendosi alla “festa delle Settimane”, è citato in Tobia 2,1 e 2 Maccabei, 12, 31-32..
Quindi lo scopo primitivo di questa festa, era il ringraziamento a Dio per i frutti della terra, cui si aggiunse più tardi, il ricordo del più grande dono fatto da Dio al popolo ebraico, cioè la promulgazione della Legge mosaica sul Monte Sinai.
Secondo il rituale ebraico, la festa comportava il pellegrinaggio di tutti gli uomini a Gerusalemme, l’astensione totale da qualsiasi lavoro, un’adunanza sacra e particolari sacrifici; ed era una delle tre feste di pellegrinaggio (Pasqua, Capanne, Pentecoste), che ogni devoto ebreo era invitato a celebrare a Gerusalemme.
La discesa dello Spirito Santo
L’episodio della discesa dello Spirito Santo è narrato negli Atti degli Apostoli, cap. 2; gli apostoli insieme a Maria, la madre di Gesù, erano riuniti a Gerusalemme nel Cenacolo, probabilmente della casa della vedova Maria, madre del giovane Marco, il futuro evangelista, dove presero poi a radunarsi abitualmente quando erano in città; e come da tradizione, erano affluiti a Gerusalemme gli ebrei in gran numero, per festeggiare la Pentecoste con il prescritto pellegrinaggio.
“Mentre stava per compiersi il giorno di Pentecoste, si trovavano tutti insieme nello stesso luogo. Venne all’improvviso dal cielo un rombo, come di vento che si abbatte gagliardo e riempì tutta la casa dove si trovavano.Apparvero loro lingue di fuoco, che si dividevano e si posarono su ciascuno di loro; ed essi furono tutti pieni di Spirito Santo e cominciarono a parlare in altre lingue, come lo Spirito dava loro di esprimersi. Si trovavano allora in Gerusalemme giudei osservanti, di ogni Nazione che è sotto il cielo. Venuto quel fragore, la folla si radunò e rimase sbigottita, perché ciascuno li sentiva parlare nella propria lingua.Erano stupefatti e, fuori di sé per lo stupore, dicevano: ‘Costoro che parlano non sono forse tutti Galilei? E com’è che li sentiamo ciascuno parlare la nostra lingua nativa?…”.
Il passo degli Atti degli Apostoli, scritti dall’evangelista Luca in un greco accurato, prosegue con la prima predicazione dell’apostolo Pietro, che unitamente a Paolo, narrato nei capitoli successivi, aprono il cristianesimo all’orizzonte universale, sottolineando l’unità e la cattolicità della fede cristiana, dono dello Spirito Santo.
Lo Spirito Santo
È il nome della terza persona della SS. Trinità, principio di santificazione dei fedeli, di unificazione della Chiesa, di ispirazione negli autori della Sacra Scrittura. È colui che assiste il magistero della Chiesa e tutti i fedeli nella conoscenza della verità (è detto anche ‘Paraclito’, cioè ‘Consolatore’).
L’Antico Testamento, non contiene una vera e propria indicazione sullo Spirito Santo come persona divina. Lo “spirito di Dio”, vi appare come forza divina che produce la vita naturale cosmica, i doni profetici e gli altri carismi, la capacità morale di obbedire ai comandamenti.
Nel Nuovo Testamento, lo Spirito appare talora ancora come forza impersonale carismatica. Insieme però, avviene la rivelazione della ‘personalità’ e della ‘divinità’ dello Spirito Santo, specialmente nel Vangelo di san Giovanni, dove Gesù afferma di pregare il Padre perché mandi il Paraclito, che rimanga sempre con i suoi discepoli e li ammaestri nella verità (Giov. 14-16) e in san Paolo, dove la dottrina dello Spirito Santo è congiunta con quella della divina redenzione.
Il magistero della Chiesa insegna che la terza Persona procede dalla prima e dalla seconda, come da un solo principio e come loro reciproco amore; che lo Spirito Santo è inviato per via di ‘missione’ nel mondo, e che esso ‘inabita’ nell’anima di chi possiede la Grazia santificante.Concesso a tutti i battezzati (1 Corinzi, 12, 13), lo Spirito fonda l’uguale dignità di tutti i credenti. Ma nello stesso tempo, in quanto conferisce carismi e ministeri diversi, l’unico Spirito, costruisce la Chiesa con l’apporto di una molteplicità di doni.
L’insegnamento tradizionale, seguendo un testo di Isaia (11, 1 sgg.) enumera sette doni particolari, sapienza, intelletto, consiglio, fortezza, scienza, pietà e timore di Dio. Essi sono donati inizialmente con la grazia del Battesimo e confermati dal Sacramento della Cresima.
Simbologia
Lo Spirito Santo, rarissimamente è stato rappresentato sotto forma umana; mentre nell’Annunciazione e nel Battesimo di Gesù è sotto forma di colomba, e nella Trasfigurazione è come una nube luminosa.
Ma nel Nuovo Testamento, lo Spirito divino è esplicitamente indicato, come lingue di fuoco nella Pentecoste e come soffio nel Vangelo di Giovanni (20, 22); “Gesù disse loro di nuovo: Pace a voi! Come il Padre ha mandato me, anch’io mando voi. Dopo aver detto questo, soffiò su di loro e disse: Ricevete lo Spirito Santo; a chi rimetterete i peccati, saranno rimessi e a chi non li rimetterete, resteranno non rimessi”.
Lo Spirito Santo, più volte preannunciato nei Vangeli da Gesù, è stato soprattutto assimilato al fuoco che come l’acqua è simbolo paradossale di vita e di morte.In tutte le religiosità, il fuoco ha un posto fondamentale nel culto ed è spesso simbolo della divinità e come tale adorato. Il dio sumerico del fuoco, Gibil, era considerato portatore di luce e di purificazione; a Roma c’era una fiamma sempre accesa custodita dalle Vestali, simbolo di vita e di forza.
Nell’Antico Testamento, Dio si rivela a Mosè sotto forma di fuoco nel roveto ardente che non si consuma; nella colonna di fuoco Dio Illumina e guida il popolo ebraico nelle notti dell’Esodo; durante la consegna delle Tavole della Legge a Mosè, per la presenza di Dio il Monte Sinai era tutto avvolto da fuoco.Nelle visioni profetiche dell’Antico Testamento, il fuoco è sempre presente e Dio apparirà alla fine dei tempi con il fuoco e farà giustizia su tutta la terra; anche nel Nuovo Testamento, Giovanni Battista annuncia Gesù come colui che battezza in Spirito Santo e fuoco (Matteo, 3, 11).
La Pentecoste nel cristianesimo
I cristiani inizialmente chiamarono Pentecoste, il periodo di cinquanta giorni dopo la Pasqua. A quanto sembra, fu Tertulliano, apologista cristiano (155-220), il primo a parlarne come di una festa particolare in onore dello Spirito Santo. Alla fine del IV secolo, la Pentecoste era una festa solenne, durante la quale era conferito il Battesimo a chi non aveva potuto riceverlo durante la veglia pasquale.
Le costituzioni apostoliche testimoniano l’Ottava di Pentecoste per l’Oriente, mentre in Occidente compare in età carolingia. L’Ottava liturgica si conservò fino al 1969; mentre i giorni festivi di Pentecoste furono invece ridotti nel 1094, ai primi tre giorni della settimana; ridotti a due dalle riforme del Settecento.
All’inizio del XX secolo, fu eliminato anche il lunedì di Pentecoste, che tuttavia è conservato come festa in Francia e nei Paesi protestanti.
La Chiesa, nella festa di Pentecoste, vede il suo vero atto di nascita d’inizio missionario, considerandola insieme alla Pasqua, la festa più solenne di tutto il calendario cristiano.
La Pentecoste nell’arte
Il tema della Pentecoste, ha una vasta iconografia, particolarmente nell’arte medioevale, che fissò l’uso di raffigurare lo Spirito Santo che discende sulla Vergine e sugli apostoli nel Cenacolo, sotto la forma simbolica di lingue di fuoco e non di colomba.Lo schema compositivo richiama spesso quello dell’Ultima Cena, trovandosi nello stesso luogo, cioè il Cenacolo, e lo stesso gruppo di persone: Gesù è sostituito da Maria e il posto lasciato vuoto da Giuda viene occupato da Mattia.Viene così a comunicarsi il valore dell’unità dell’aggregazione e successione apostolica, oltre che la sua disposizione a raggiungere i confini del mondo.
Nella Liturgia
Lo Spirito Santo viene invocato nel conferimento dei Sacramenti e da vero protagonista nel Battesimo e nella Cresima e con liturgia solenne nell’Ordine Sacro; e in ogni cerimonia liturgica, ove s’implora l’aiuto divino, con il magnifico e suggestivo inno del “Veni Creator”, il cui testo in latino è incomparabile.Nella solennità di Pentecoste si recita la Sequenza, il cui testo della più alta innologia liturgica, si riporta a conclusione di questa scheda come preghiera, meditazione, invocazione allo Spirito Santo.
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San Giovanni Battista de’ Rossi

Sacerdote

Giovanni Battista de’ Rossi nasce a Voltaggio, in provincia di Alessandria, il 22 febbraio 1698. È uno dei pochi sopravvissuti di una famiglia segnata da troppi lutti: il papà muore prematuramente, e la maggior parte dei fratellini se ne va prima di raggiungere l’adolescenza.
A tredici anni si stabilì definitivamente a Roma, presso un cugino sacerdote, canonico a S. Maria in Cosmedin, per poter frequentare il liceo classico presso i gesuiti al Collegio Romano.
Nel 1714 si avviò agli ordini sacri, ricevendo la tonsura e completando gli studi teologici alla Minerva presso i domenicani. Dotato di un’intelligenza non comune, che gli permise di completare in anticipo gli studi, fu necessario ottenere dal papa la dispensa per l’ordinazione sacerdotale.
Non aveva atteso l’ordinazione sacerdotale, avvenuta l’8 marzo 1721, per dare inizio al suo intenso apostolato. Infatti, negli anni precedenti, aveva diretto vari gruppi di studenti a S. Gregorio al Celio, a S. Maria in Domnica e a S. Maria della Consolazione.
Da questa esperienza ebbe le indicazioni per dar vita a quella “Pia Unione di Sacerdoti Secolari”, annessa all'ospizio di santa Galla, da lui diretto e che per ben due secoli, fino al 1935, avrebbe raggruppato i più bei nomi del clero romano, alcuni dei quali sono assurti agli onori degli altari.

Oltre all'ospizio di santa Galla, non suo (era stato fondato da mons. Marco Antonio Anastasio Odescalchi, cugino di Pp Innocenzo XI) e destinato a soli uomini, volle allargare il raggio del suo apostolato, fondando l'ospizio per le donne, dedicato a S. Luigi Gonzaga, il suo santo prediletto. Sorretto dal suo confessore Francesco Maria Galluzzi S.J., ora servo di Dio, nonostante la precaria salute, raddoppiò la sua attività. Pareva onnipresente ovunque c'era da confortare, istruire, soccorrere, in ogni ora del giorno e della notte. Non era raro vederlo nelle piazzette romane improvvisare un sermone tra gli sfaccendati o alla sera quando la gente rientrava dal lavoro. La simpatia che riscuoteva tra l'umile gente dei borghi attirava al suo confessionale lunghe file di penitenti. Era infatti un maestro di spiritualità e ovunque metteva mano ad una iniziativa, vi imprimeva il ritmo di un santo fervore. Eletto canonico di S. Maria in Cosmedin, venne dispensato dall'obbligo del coro per potersi dedicare con maggiore libertà ai suoi impegni apostolici.

Quantunque Giovanni si affaticasse tanto a vantaggio spirituale e materiale del prossimo, si riteneva un servo inutile. Nel 1763 una estrema debolezza nelle gambe e un totale sfinimento ne fecero prevedere la fine. Persone amiche lo condussero a respirare aria più salubre ad Ariccia (Roma), ma egli preferì ritornare al convitto della SS. Trinità dei Pellegrini, dove la recrudescenza del male lo sottopose ad un vero calvario : si spense dopo parecchi attacchi di apoplessia il 23 maggio 1764.
I funerali furono fatti a spese dei convittori perché Giovanni aveva distribuito tutti i suoi averi ai poveri. Dal cugino canonico aveva ereditato un discreto patrimonio, ma egli se n'era servito per comperare agl'indigenti letti, cibo e vestiti. Sovente si era ridotto a vivere con l'aiuto di conoscenti perché non conobbe limiti nel fare elemosina.
Giovanni rappresenta il trionfo della volontà sulla fragilità fisica, del generoso impegno apostolico sugli ostacoli della malattia.

Giovanni Battista de' Rossi venne beatificato il 13 maggio 1860 dal Beato Pp Pio IX (Giovanni Maria Mastai Ferretti), che gli era stato successore nella direzione della “Pia Unione dei Sacerdoti Secolari” di S. Galla; Pp Leone XIII (Gioacchino Pecci) lo canonizzò l'8 dicembre 1881.

Le spoglie di San Giovanni Battista de’ Rossi si trovano, dal 23 maggio 1965, nella chiesa che a lui è dedicata, nel quartiere Appio Latino a Roma, che dal 1969 è sede del titolo cardinalizio di “San Giovanni Battista de’ Rossi”.

Significato del nome Giovanni: “il Signore è benefico, dono del Signore” (ebraico)

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Anche voi mi renderete testimonianza

Sant'Antonio di Padova (circa 1195 – 1231), francescano, dottore della Chiesa
Omelie per la domenica e le solennità dei santi

Pentecoste è la parola greca per dire «cinquantesimo». Quel cinquantesimo giorno, celebrato dal popolo degli ebrei, era calcolato a partire del giorno in cui era stato immolato l'agnello pasquale; e ciò perché, cinquanta giorni dopo l'uscita dall'Egitto, la Legge era stata data sulla cima infiammata del monte Sinai. Allo stesso modo, nel Nuovo Testamento, cinquanta giorni dopo la pasqua di Cristo, lo Spirito Santo scese sugli apostoli e apparve loro sotto l'apparenza di lingue di fuoco; la Legge è stata data sul monte Sinai, lo Spirito sul monte Sion; la Legge sulla cime della montagna, lo Spirito nel Cenacolo.

«I discepoli si trovavano tutti insieme nello stesso luogo. Venne all'improvviso dal cielo un rombo»... come dice il salmo: «Un fiume e i suoi ruscelli rallegrano la città di Dio» (Sal 45,5). Un rombo accompagna l'arrivo di colui che veniva ad ammaestrare i fedeli. Notate quanto questo si accorda con ciò che leggiamo nell'Esodo: «Appunto il terzo giorno, sul far del mattino, vi furono tuoni, lampi, una nube densa sul monte e un suono fortissimo di tromba: tutto il popolo fu scosso da tremore» (19,16). Il primo giorno fu l'Incarnazione di Cristo; il secondo fu la sua Passione; il terzo giorno, è la missione dello Spirito Santo. Questo giorno sta arrivando: si sente il tuono, si ode un suono fortissimo; i lampi brillano – i miracoli degli apostoli – una nube densa – la compuzione del cuore e la penitenza – copre il monte, il popolo di Gerusalemme ( At 2,37-38)...

«Apparvero loro lingue come di fuoco». Delle lingue, quelle del serpente, di Adamo e di Eva, avevano aperto alla morte l'accesso a questo mondo... Percui lo Spirito apparve sotto la forma di lingue, confrontando lingue con lingue, guarendo il veleno mortale con il fuoco... «Cominciarono a parlare». Ecco il segno della pienezza; il vasoio pieno trabocca; il fuoco non può contenersi... Queste lingue diverse sono le varie lezioni che Cristo ci ha lasciate, come l'umiltà, la povertà, la pazienza, l'obbedienza. Noi parliamo queste varie lingue quando diamo al prossimo l'esempio di tali virtù. Viva è la parola, quando parlano i cuori. Facciamo parlare le nostre opere!
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sabato 22 maggio 2010

S. Rita da Cascia

Vedova e religiosa

Rita nacque a Roccaporena, una piccola frazione del comune di Cascia, in un giorno imprecisato di un anno che la maggior parte degli studiosi indica nel 1381. La tradizione presenta i genitori, Antonio Lotti ed Amata Ferri, come una coppia unita, avanti negli anni, profondamente religiosa e con un solo cruccio: la mancanza di figli. Ma una notte ad Amata apparve in sogno un angelo per annunciarle che sarebbe diventata madre di una bimba alla quale sarebbe stato imposto il nome di Margherita : il sogno diventò realtà.

Il miracolo “delle api bianche” potrebbe aiutarci a collocare l'evento nel periodo estivo o prossimo all'estate: Rita infatti aveva pochi giorni quando esso accade e gli insetti, che le ronzavano vicino al volto senza pungerla, furono scacciati da un mietitore che stava lavorando in un campo di grano vicino. La mano dell'uomo, feritasi con la falce, fu guarita dalle api bianche nel momento che vi si posarono sopra.
L'adolescenza di Margherita trascorse in un clima di profonda religiosità. Accanto alla cura della casa, sicuramente le fu insegnato a leggere e a scrivere. Nell'istruzione religiosa i genitori furono probabilmente aiutati dai frati e dalle suore dell'ordine agostiniano presenti a Cascia.
La tradizione insiste in particolar modo sulla volontà dell'adolescente di farsi suora per dedicare la sua vita a Cristo. Ma il destino di Margherita era diverso: nel 1393 Paolo di Ferdinando Mancini la chiese in moglie e il padre, nonostante la vocazione religiosa della figlia, acconsentì. Una decisione che appare strana se si presta fede alla tradizione che descrive il giovane pretendente come un violento, appartenente alla fazione Ghibellina (contraria al potere temporale del papa), implicato in quelle faide che i genitori della ragazza s'impegnavano a far cessare favorendo la pacificazione tra le famiglie o i gruppi che vi erano coinvolti. Il matrimonio fu probabilmente celebrato nel 1395-1396 quando la ragazza aveva sedici o diciassette anni. La vita di Rita al fianco di Paolo non dovette essere facile, ma l'amore che gli portava le diede la forza di sopportare la sua irascibilità. Nacquero due figli: Gian Giacomo e Paolo Maria, che ebbero tutto l'amore, la tenerezza e le cure dalla mamma. Rita riuscì con il suo tenero amore e tanta pazienza a trasformare il carattere del marito e a renderlo più docile tanto che Paolo abbandonò le vecchie compagnie, le lotte, gli agguati e la vita rissosa per dedicare il suo tempo alla famiglia. Ma questo cambiamento non fu gradito ai suoi vecchi compagni che una notte, tra il 1413-1414, gli tesero un mortale agguato: lo attesero nei pressi di Collegiacone, lungo la strada che da Cascia porta a Roccaporena, e lì l'uccisero a pugnalate.

Rita fu molto afflitta per l'atrocità dell'avvenimento, cercò dunque rifugio e conforto nell'orazione con assidue e infuocate preghiere nel chiedere a Dio il perdono degli assassini di suo marito. Contemporaneamente intraprese un'azione per giungere alla pacificazione, a partire dai suoi figlioli, che sentivano, nonostante i suoi insegnamenti, come un dovere la vendetta per la morte del padre. Ma, forse per le preghiere che lei stessa elevò al cielo affinché non si macchiassero di altro sangue, Gian Giacomo e Paolo Maria morirono di malattia circa un anno dopo il padre, tra il 1414-1415.
Ora Rita era veramente rimasta sola e nulla più la legava ad una vita fuori dal convento. Ma le monache agostiniane, che pure accoglievano tra loro delle vedove, non potevano accettare di ammettere nell'ordine una donna implicata, suo malgrado, in una faida. Rita s'impegnò, quindi, nel pacificare la famiglia del marito con quelle dei suoi assassini e a mettere fine a quell'odio che l'aveva privata di tutti i suoi affetti. Un compito difficilissimo, quasi impossibile, ma che alla fine ella riuscì brillantemente a portare a termine.

La leggenda narra che, in una delle tante notti di preghiera in cima allo “Scoglio”, che domina Roccaporena, Rita sarebbe stata portata in volo e depositata all'interno del convento dai suoi tre santi protettori: Giovanni Battista, Agostino e Nicola da Tolentino. Le monache del convento di S. Maria Maddalena non poterono far altro che accoglierla nella comunità, riconoscendo nell'avvenimento una volontà divina. Finalmente la sua vita poteva essere dedicata interamente a Cristo e alla meditazione sulla sua passione e morte. Le testimonianze che sono giunte sulla vita di Rita, negli anni trascorsi tra le suore agostiniane, mostrano la figura di una donna che praticò, sopra tutte le altre, le virtù dell'umiltà e dell'obbedienza.

Il Venerdì Santo del 1432, Rita tornò in Convento profondamente turbata, dopo aver sentito un predicatore rievocare con ardore le sofferenze della morte di Gesù e rimase a pregare davanti al crocefisso in contemplazione. In uno slancio di amore chiese a Gesù di condividere, almeno in parte, le Sue sofferenze. Avvenne allora il prodigio: fu trafitta da una delle spine della corona di Gesù, che la colpì alla fronte. Fu uno spasimo senza fine : portò in fronte la piaga per i restanti 15 anni come sigillo di amore.
Per Rita furono anni di sofferenza senza tregua; la sua perseveranza nella preghiera la portava a trascorrere anche 15 giorni di seguito nella sua cella “senza parlare con nessuno se non con Dio”. Inoltre portava anche il cilicio che le procurava sofferenza, per di più sottoponeva il suo corpo a molte mortificazioni: dormiva per terra fino a quando si ammalò e fu costretta a rimanere a letto negli ultimi anni della sua vita.
A circa 5 mesi dal trapasso, un giorno d’inverno con la temperatura rigida e un manto nevoso che copriva ogni cosa, una parente le fece visita e, nel congedarsi, chiese a Rita se desiderava qualche cosa : lei rispose che avrebbe voluto una rosa del suo orto. Tornata a Roccaporena la parente si recò nell'orticello e grande fu la meraviglia quando vide una bellissima rosa sbocciata : la colse e la portò a Rita. Così Rita divenne la Santa della “Spina” e la Santa della “Rosa”.

Era il 22 Maggio del 1447 : Rita, prima di chiudere gli occhi per sempre, ebbe la visione di Gesù e della Vergine Maria che la invitavano in Paradiso. Una sua consorella vide la sua anima salire al cielo accompagnata dagli Angeli mentre le campane di S. Maria Maddalena e di tutte le altre chiese si misero a suonare da sole; un profumo soavissimo si spanse per tutto il Monastero e dalla sua camera si vide risplendere una luce luminosa come se vi fosse entrato il sole.
Il suo corpo, esposto nella chiesa del convento, fu meta di una folla commossa: tra di essa una parente di Roccaporena che, nell'abbracciare la salma, fu guarita da un’infermità al braccio ed il falegname Cecco Barbari da Cascia che vide risanate le sue mani.
La venerazione di Rita da Cascia da parte dei fedeli iniziò subito dopo la sua morte e fu caratterizzata dal numero e dalla qualità di eventi prodigiosi riferiti alla sua intercessione, tanto che divenne “la santa degli impossibili”.
Rita fu beatificata da Pp Urbano VIII (Maffeo Barberini) nel 1627 e canonizzata da Pp Leone XIII (Gioacchino Pecci) nel 1900, a 453 anni dalla sua morte.

Il culto per S. Rita è senza dubbio uno dei più diffusi al mondo, raccogliendo fedeli in ogni angolo della terra. Il corpo di S. Rita è custodito all'interno di una teca in vetro, in un ambiente del convento annesso alla Basilica: da essa si può osservare, attraverso un'ampia grata, che il corpo stesso risulta essere mummificato. Recenti ricognizioni mediche hanno affermato che sulla fronte a sinistra vi sono tracce di una piaga ossea aperta (osteomielite). Il piede destro ha segni di una malattia sofferta negli ultimi anni, forse una sciatalgia, mentre la sua statura era di cm 157. Preghiera a Santa RitaO santa Rita da Cascia, tu sei stata nostra sorella nella vita terrena voluta dal amore del Padre, per la quale siamo tutti uniti sotto la stessa Provvidenza da un reciproco dovere di giustizia, e nella vita della grazia del Signore Gesù crocifisso e risorto, per la quale ci chiamiamo e siamo figli di Dio; tu hai accolto con riconoscenza la opera santificatrice dello Spirito Santo, e la Chiesa ora ti afferma glorificata nella eterna visione di Dio. Supplica la Trinità Santissima affinché diventiamo saldi nella fede, perseveranti nella carità e sempre confortati dalla speranza nelle promesse divine.Intercedi per la Chiesa, affinché tutti e ovunque siamo fedeli testimoni del Vangelo e troviamo nella fede e nella carità le risposte sicure per noi stessi e per tutti gli uomini.Intercedi per il Papa e i Vescovi, ai quali il Signore ha affidato il compito di dirigere e governare la Chiesa, affinché lo Spirito Santo sempre li assista nel insegnamento della verità e siano testimoni di fede e di carità davanti ai popoli ed alle nazioni. Intercedi per tutti i sacerdoti, i religiosi, e le religiose, affinchè, in unione con il Papa e i Vescovi, rispondano con perseverante fedeltà alla loro particolare vocazione alla santità e ai loro impegni missionari nel mondo. Intercedi per le vocazioni sacerdotali e religiose, affinchè aumenti il numero e la santità di coloro che si donano al servizio di Dio nei fratelli. Intercedi per le nostre famiglie, turbate dagli insegnamenti di tanti maestri, affinchè riconoscano un unico Maestro, Cristo, e una unica guida a Cristo, la Chiesa, e possano formarsi e crescere in vicendevole amore cristiano, unite, anche nel sacrificio, come Cristo è unito alla chiesa.Intercedi per i fanciulli e i giovani, affinchè imparino la vera libertà nella verità del Cristo e sappiano crescere anche nella vita sociale con piena responsabilità cristiana, sorretti da una formazione forte e sicura, consapevoli del dono e del impegno battesimale. Intercedi per la pace, tu che hai patito le conseguenze del odio e hai dimostrato che la mansuetudine ed il perdono conquistano la terra nella vera giustizia. Intercedi per tutti i cristiani, affinchè si chiamino e siano fratelli, e, per il dono della stessa fede e della stessa Eucaristia, formino un solo ovile sotto un solo pastore, adunati nella unità del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo. Amen!

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Se voglio che egli rimanga finché io venga, che importa a te ? Tu seguimi

Santa Teresa d'Avila (1515-1582), carmelitana, dottore della Chiesa
Poesie « Vuestra soy, para vos nací »

Sono tua, per te sono nata,
Cosa vuoi fare di me?

Maestà sovrana
Eterna Sapienza,
Bontà benevolentissima per la mia anima,
Tu, Dio, Altezza, Essere unico, Bontà,
Vedi la bassezza,
di colei che ti canta oggi il mio amore.
Cosa vuoi fare di me?

Sono tua, poiché mi hai creata,
Tua, poiché mi hai riscattata,
Tua, poiché mi sostieni,
Tua, poiché mi hai chiamata,
Tua, poiché mi hai aspettata
Tua, poiché non mi sono persa
Cosa vuoi fare di me?

Cosa vuoi dunque, Signore benevolentissimo,
Che faccia un così vil servo?
Quale missione hai data
A quello schiavo peccatore?
Eccomi, mio dolce amore,
Dolce amore, eccomi.
Cosa vuoi fare di me?

Ecco il mio cuore,
Lo depongo nella tua mano,
Con il mio corpo, la mia vita, la mia anima,
le mie viscere e tutto il mio amore.
Dolce Sposo, mio Redentore
Per essere tua, mi sono offerta,
Cosa vuoi fare di me?

Dammi la morte, dammi la vita,
La salute o la malattia.
Dà l’onore o il disonore,
La guerra o la grandissima pace,
La debolezza o la forza piena
A tutto ciò, dico di sì:
Cosa vuoi fare di me?

Sono tua, per te sono nata,
Cosa vuoi fare di me?
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venerdì 21 maggio 2010

Il trono di Maria è la Croce

Ammira la fortezza della Madonna: ai piedi della Croce, con il più grande dei dolori umani —non c'è dolore come il suo dolore— piena di fortezza. —Chiedile questo vigore, per saper stare anche tu presso la Croce. (Cammino, 508)

Maestra di speranza. Maria annuncia che tutte le generazioni la chiameranno beata [Cfr Lc 1, 48].
Umanamente parlando, su quali motivi poggiava questa speranza? Chi era Lei, per gli uomini e per le donne del suo tempo?
Le grandi eroine del Vecchio Testamento — Giuditta, Ester, Debora — ebbero già su questa terra una gloria umana, furono acclamate dal popolo, esaltate. Il trono di Maria, come quello di suo Figlio, è la Croce. E per tutto il resto della sua vita, fino a quando è assunta in Cielo in corpo e anima, è la sua silenziosa presenza a impressionarci. San Luca, che la conosceva bene, annota che la Madonna è accanto ai primi discepoli, in preghiera. Così conclude i suoi giorni terreni colei che doveva essere lodata da tutte le creature per l'eternità.Quale contrasto tra la speranza della Madonna e la nostra impazienza! Spesso reclamiamo a Dio l'immediato pagamento del poco bene che abbiamo compiuto. Appena sorge la prima difficoltà, ci lamentiamo. Siamo, molto sovente, incapaci di reggere lo sforzo, di mantenere la speranza. Perché non abbiamo fede: Beata colei che ha creduto! Perché si compiranno le cose predette dal Signore [Lc 1, 45]. (Amici di Dio, 286)
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Simone di Giovanni, mi vuoi bene più di costoro ?... mi vuoi bene?... mi vuoi bene ?

Beato Giovanni XXIII (1881-1963), papa
Giornale dell'anima, cap. 1958-1963

Il successore di Pietro sa che nella sua persona e nella sua attività, la grazia e la legge dell'amore sostengono, vivificano e ornano tutto; e, di fronte al mondo intero, la santa Chiesa trova il suo appoggio nello scambio di amore fra Gesù e lui, Simon Pietro figlio di Giovanni, come su di un sostegno invisibile e visibile: Gesù invisibile agli occhi della carne e il papa, Vicario di Cristo, visibile agli occhi del mondo intero. Considerato questo mistero di amore fra Gesù e il suo Vicario, quale onore e quale dolcezza per me, ma nello stesso tempo, quale motivo di confusione per la piccolezza, per il nulla che sono io.

La mia vita deve essere tutta amore per Gesù, e nello stesso tempo totale effusione di bontà e di sacrificio per ogni anima e per il mondo intero. In questo episodio... il passaggio è diretto alla legge del sacrificio. Gesù stesso lo annuncia a Pietro: «In verità, in verità ti dico: quando eri più giovane ti cingevi la veste da solo, e andavi dove volevi, ma quando sarai vecchio tenderai le tue mani, e un altro ti cingerà la veste e ti porterà dove tu non vuoi».


Per la grazia del Signore, non sono ancora entrato in questa «vecchiaia», ma avendo compiuto ormai ottant'anni, sto sulla soglia. Devo tenermi pronto per quella ultima tappa della mia vita dove mi aspettano i limiti e i sacrifici, fino al sacrificio della vita corporale e all'apertura della vita eterna. O Gesù, eccomi pronto a tendere le mani, le mie mani già tremanti e deboli, e a lasciare che un'altro mi aiuti a vestirmi e mi sostenga per la strada. Signore, a Pietro hai aggiunto: «e ti porterà dove tu non vuoi». O, dopo tante grazie di cui ho beneficiato durante la mia lunga vita, non c'è più nulla che io non voglia. Mi hai aperto, tu, la strada, o Gesù; «Io ti seguirò dovunque andrai» (Mt 8,19)

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giovedì 20 maggio 2010

Raccontale tutto ciò che ti succede, rendile onore, amala

Abbi una devozione intensa per nostra Madre. Ella sa corrispondere con finezza agli omaggi che Le rivolgiamo. Inoltre, se reciti tutti i giorni, con spirito di fede e di amore, il Santo Rosario, la Madonna provvederà a condurti molto avanti nel cammino di suo Figlio. (Solco, 691)

Come crescerebbero in noi le virtù soprannaturali se riuscissimo a frequentare davvero Maria, che è nostra Madre! Non esitiamo a ripeterle lungo la giornata — con il cuore, senza bisogno di parole — piccole preghiere, giaculatorie. La devozione cristiana ha raccolto molte di queste lodi ardenti nelle Litanie che accompagnano il santo Rosario.
Ma ciascuno è libero di aumentarle, rivolgendo alla Madonna altri elogi, dicendole dal nostro intimo ciò che
— per un santo pudore che Lei capisce e approva
— non oseremmo pronunciare ad alta voce.
Ti consiglio — per concludere — di fare, se non l'hai ancora fatta, la tua esperienza personale dell'amore materno di Maria. Non basta sapere che Ella è Madre, considerarla tale, e parlare di Lei come tale. È tua Madre, e tu sei suo figlio; ti vuole bene come se tu fossi il suo figlio unico sulla terra. Trattala di conseguenza: raccontale tutto ciò che ti succede, rendile onore, amala.
Nessuno può farlo al tuo posto, né come tu lo faresti, se non sei tu stesso a farlo.(Amici di Dio, 293)
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San Bernardino da Siena

Predicatore

Bernardino nacque a Massa Marittima, presso Siena, nel 1380, dalla nobile famiglia senese degli Albizzeschi. Rimasto orfano di ambedue i genitori allorché era ancora in tenera età, fu educato dalle zie e da una cugina, le quali gli inculcarono una tenera ed intensa devozione verso la Vergine santa. A Siena, fuori Porta Camollia, vi era un affresco raffigurante Maria assunta in cielo. Il fanciullo si recava spesso a pregare davanti a quell'immagine; e un giorno confidò alla cugina Tobia: « Sono innamorato della beatissima Vergine Maria Madre di Dio; lei ho sempre amato, lei desidero ardentemente vedere, lei amo con tutto il cuore e perciò ho scelto lei come mia castissima fidanzata. Vorrei tenere sempre lo sguardo fisso su di lei; per questo ho deciso di visitare la sua immagine ogni giorno ».

Durante la peste del 1400 a Siena, essendo perito tutto il personale regolare dell’ospedale e rispondendo alla richiesta di aiuto del responsabile, si offrì volontario insieme ai suoi amici della Compagnia dei Battuti (o dei Disciplinati) a cui si era iscritto, che si riunivano, a mezzanotte, nei sotterranei dell’ospedale. Dopo l’esperienza di quattro mesi tra i malati di peste, rimase lui stesso colpito dalla malattia e lottò per un po’ di tempo tra la vita e la morte.
Fu un’esperienza tremenda ma così forte che lo segnerà positivamente tutta la vita. Aveva imparato sull’uomo e i suoi bisogni ma anche su se stesso ciò che i libri di antropologia del tempo non avrebbero potuto insegnargli con maggiore efficacia. Passata poi l’epidemia si prese cura di una delle due zie, gravemente malata, fino alla sua morte.

Nel 1402, sempre a Siena, diventò francescano e due anni dopo sacerdote. Fu mandato poi a Fiesole per completare gli studi in teologia ascetica e mistica: qui lesse con attenzione e con entusiasmo gli scritti dei grandi autori francescani, in primis, Francesco e Bonaventura, Duns Scoto, Jacopone da Todi e altri.
Nel 1405 fu nominato dal Vicario dell’Ordine predicatore ufficiale, e da questo momento in poi Bernardino si dedicherà soprattutto alla predicazione (ma anche al governo e riforma del suo Ordine di cui fu Vicario Generale dal 1438 al 1442). In primo luogo nel territorio della Repubblica di Siena, poi in altre innumerevoli città, specialmente dell’Italia centro settentrionale.

È interessante sapere che le prediche di Bernardino da Siena ci sono pervenute grazie ad un fedele (o ammiratore) trascrittore, il quale a modo suo stenografava tutto, anche i sospiri del predicante. Questi raccomandava che ciò che bisogna dire nella predica deve essere “chiarozo, chiarozo... acciò chè chi ode ne vada contento e illuminato, e non imbarbugliato”.
Per Bernardino inoltre il predicare doveva essere un “dire chiaro e dire breve” ma senza dimenticare insieme il “dire bello”. E, come spiegava con una metafora contadina: “Piuttosto ti diletterai di bere il buon vino con una tazza chiara e bella che con una scodella brutta e nera”.
Insomma curare il contenuto (il buon vino evangelico) e il contenente che deve essere bello (la forma). E lui faceva tutto questo (eccetto la brevità). Conquistava l’uditorio non con ragionamenti astrusi e astratti, ma con la semplicità, con parabole, aneddoti, racconti, metafore, drammatizzando e teatralizzando il racconto (oggi diremmo che della predica faceva un piccolo “show spirituale”).
Era soprattutto attuale: castigava e canzonava le umane debolezze, le stregonerie, le superstizioni, il gioco e le bische (diceva: “anche il demonio vuole il suo tempio ed esso è la bisca”), i piccoli e grandi imbrogli nel commercio al dettaglio, le mode frivole (specialmente delle donne, oggi è il culto del “look”), i vizi in generale, pubblici e privati. Ma era feroce con gli usurai del tempo, una piaga antica (e moderna).

Ma qual’era il centro della predicazione di Bernardino? Naturalmente Gesù Cristo, in un triplice aspetto: il Gesù “umanato” e cioè l’Incarnazione, il Gesù “passionato” ovvero la sua Passione e Morte in Croce, ed infine il Gesù “glorificato”, la sua Resurrezione e Ascensione alla destra del Padre.
Bernardino metteva in risalto il primato assoluto del Cristo, la sua mediazione universale, la subordinazione di tutte le cose a Lui e in vista di Lui per arrivare attraverso Lui alla perfezione e alla comunione con Dio. È il tema centrale del “Christus Victor” diventato il Signore di tutto attraverso la sofferenza della Croce, rendendo tutti partecipi della salvezza dal peccato.

Tutto bene, tutto liscio nella sua vita? Non è possibile per nessuno. Oggi gli si rimprovera infatti una durezza eccessiva contro le cosiddette “streghe” e contro gli Ebrei (allora non erano ancora i “nostri Fratelli maggiori”). Era santo ma anche figlio del suo tempo e della cultura di allora. Comunque la sua fama di predicatore travolgente, efficiente ed efficace non lo risparmiò da ostilità, sofferenze ed incomprensioni.
Sappiamo che l’invidia è una non virtù che, come zizzania, è sempre stata presente anche nei verdi campi ecclesiali. Bernardino fu infatti accusato di idolatria (e non una volta sola anche di eresia) specialmente per quanto riguardava la devozione al Nome di Gesù, espresso nel famoso trigramma JHS messo su uno stendardo. Fu sempre completamente scagionato (a Roma) e reintegrato.
Pur provato dalla malattia e da noiosi disturbi, rimase fedele fino alla fine alla sua missione di ministro della parola di Dio. Morì nel 1444 ad Aquila, dove i suoi resti mortali riposano ancora oggi nella chiesa a lui dedicata.

Bernardino da Siena non solo aveva predicato bene, ma era anche vissuto da santo e questa santità venne riconosciuta subito dalla Chiesa attraverso il Pp Niccolò V (Tomaso Parentucelli) che lo canonizzò, solo sei anni dopo, il 24 maggio del 1450.

S. Bernardino da Siena, in Italia, è Patrono o Compatrono, fra l’altro, di : Acquafredda (BS), Bernalda (MT), Carpi (MO), Correggioli (MN), Aquila, Montegallo (AP), Offagna (AN), Rodigo (MN), Villatico (LC). Protettore dei pubblicitari.

Significato del nome Bernardo : “ardito come orso” (tedesco)
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Siano una cosa sola

Giovanni Paolo II
Ut unum sint, § 22

Quando si prega insieme tra cristiani, il traguardo dell'unità appare più vicino. La lunga storia dei cristiani segnata da molteplici frammentazioni sembra ricomporsi, tendendo a quella Fonte della sua unità che è Gesù Cristo. Egli « è lo stesso ieri, oggi e sempre! » (Eb 13,8). Nella comunione di preghiera Cristo è realmente presente; prega « in noi », « con noi » e « per noi ». È Lui che guida la nostra preghiera nello Spirito Consolatore che ha promesso e ha dato alla sua Chiesa già nel Cenacolo di Gerusalemme, quando Egli l'ha costituita nella sua originaria unità.

Sulla via ecumenica verso l'unità, il primato spetta senz'altro alla preghiera comune, all'unione orante di coloro che si stringono insieme attorno a Cristo stesso. Se i cristiani, nonostante le loro divisioni, sapranno sempre di più unirsi in preghiera comune attorno a Cristo, crescerà la loro consapevolezza di quanto sia limitato ciò che li divide a paragone di ciò li unisce. Se si incontreranno sempre più spesso e più assiduamente davanti a Cristo nella preghiera, essi potranno trarre coraggio per affrontare tutta la dolorosa ed umana realtà delle divisioni, e si ritroveranno insieme in quella comunità della Chiesa che Cristo forma incessantemente nello Spirito Santo, malgrado tutte le debolezze e gli umani limiti.
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mercoledì 19 maggio 2010

Da meditare e... pregare, pregare, pregare...

Come essere vicini a Maria:
“Vi amo, perciò figlioli non dovete dimenticare che senza preghiera non potete essermi vicini” (25 gennaio 1994).

Come appartenere a Gesù e a Maria:
“Quanto più pregate tanto più sarete miei e di mio Figlio Gesù” (25 giugno 1994).

Come essere guidati dallo Spirito Santo:
“Figlioli non dimenticate, se non pregate non siete vicini né a me, né allo Spirito Santo che vi guida sulla via della santità” (25 luglio 1994).

Come scoprire Dio:
“Avvicinatevi, figlioli, al mio Cuore Immacolato e scoprirete Dio” (25 novembre 1994).

Come scoprire l’amore:
Se prima non amate Dio, non potrete amare il prossimo né colui che odiate. Perciò, figlioli, pregate e attraverso la preghiera scoprirete l’amore” (25 aprile 1995).

Come avvicinare i cuori al Cuore Immacolato di Maria:
“Vi invito, figlioli, aiutatemi con le vostre preghiere, ad avvicinare quanto più cuori possibili al Mio Cuore Immacolato” (25 maggio 1995).

Come avere Gesù per amico:
“Oggi vi invito ad innamorarvi del Santissimo Sacramento dell’altare. Adoratelo, figlioli, nelle vostre parrocchie e così sarete uniti con tutto il mondo. Gesù vi diventerà amico e non parlerete di Lui come di qualcuno che appena conoscete” (25 settembre 1995).

Come fare per avere un cuore di carne e non di pietra:
“I vostri cuori, figlioli, non sono completamente aperti a Me, per questo vi invito di nuovo ad aprirvi alla preghiera, perché lo Spirito Santo vi aiuti nella preghiera, affinché i vostri cuori diventino di carne e non di pietra” (25 giugno 1996).

Come diventare semplici come un bambino:
“Figlioli, vi invito di nuovo a decidervi per la preghiera, perché nella preghiera potrete vivere la conversione. Ognuno di voi diventerà, nella semplicità, simile ad un bambino che è aperto all’amore del Padre” (5 luglio 1996).

Come conoscere il senso della nostra vita:
“Figlioli, vi invito a lasciare il peccato ed ad accettare la preghiera in ogni tempo, affinché nella preghiera possiate riconoscere il senso della vostra vita” (25 aprile 1997).

Come scoprire la volontà di Dio:
“In modo speciale vi invito: pregate, perché soltanto con la preghiera potrete vincere la vostra volontà e scoprire la volontà di Dio anche nelle cose più piccole” (25 marzo 1998).

Come avere i cuori riempiti d’amore:
“Figlioli, voi cercate la pace e pregate in diversi modi, ma non avete ancora dati i vostri cuori a Dio affinché li riempia del suo Amore” (25 maggio 1999).

Amatissimi, vi esorto a vivere i messaggi del cielo e fare tesoro di tutto quelloche la Madonna ci invita a fare.

Ave Maria

da Maria M.
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La Madonna ci apre la strada del Regno dei Cieli

Rendi più vivo, più soprannaturale il tuo amore per la Vergine. — Non andare da Maria soltanto per chiedere. Va' anche a dare!, a darle affetto; a darle amore per il suo Figlio divino; a manifestarle questo affetto con opere di servizio nei rapporti con gli altri, che sono essi pure figli suoi. (Forgia, 137)

Ritorniamo all'esperienza quotidiana, alla consuetudine con le nostre madri terrene. Che cosa desiderano più di tutto le mamme dai loro figli, da coloro che sono carne della loro carne e sangue del loro sangue? La loro massima aspirazione è di averli vicino. Quando i figli crescono e non è più possibile averli accanto, attendono con impazienza le loro notizie, si emozionano per tutto ciò che succede loro: dal più piccolo malessere agli avvenimenti più importanti.Guardate: per Maria, nostra Madre, saremo sempre piccoli, perché la Madonna ci apre la strada del Regno dei Cieli, che sarà donato a chi si fa bambino [Cfr Mt 19, 14].
Dalla Madonna non ci dobbiamo mai separare. E come le renderemo onore? Frequentandola, parlandole, esprimendole il nostro affetto, meditando nel nostro cuore le scene della sua vita terrena, raccontandole le nostre lotte, i nostri successi e i nostri insuccessi. (Amici di Dio, 289-290)
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San Crispino da Viterbo

Religioso, O.F.M. Cap.

Crispino nacque a Viterbo il 13 novembre 1668; fu battezzato 2 giorni dopo nella chiesa di S. Giovanni Battista con il nome di Pietro. Il padre, Ubaldo Fioretti, era un artigiano e aveva sposato Marzia Antoni già vedova e con una figlia. Pietro rimane orfano di padre in tenera età, e la mamma, vedova per la seconda volta, si sposa con il fratello di Ubaldo : Francesco, un calzolaio a lui molto affezionato e che al nipotino fece frequentare le scuole dei gesuiti e che, in seguito, accolse come apprendista, nella sua bottega, fino all'età di 25 anni.

Il 22 luglio 1693 riveste l'abito cappuccino nel convento della Palanzana di Viterbo come fratello laico; il 22 luglio 1694, dopo l'anno di noviziato, emette la professione dei voti assumendo il nome Crispino da Viterbo.

Dal 1694 fino al mese di aprile 1697 resta nel convento di Tolfa; va a Roma per qualche mese nel 1697.
Dal 1697 all'aprile del 1703 dimora ad Albano; dal 1703 all'ottobre del 1709 è nel convento di Monterotondo.
Dal 1709 fino alla morte ad Orvieto (con due brevi interruzioni che lo portarono per alcuni mesi a Bassano e per altri a Roma).

Fu, nei diversi conventi, infermiere, cuoco, ortolano e, per circa 40 anni, questuante nel convento di Orvieto. Di animo sereno e festoso, amante della poesia, si rese caro ad ogni genere di persone. Fin dalla fanciullezza nutrì una tenerissima devozione verso la Madonna, che gli apparve diverse volte nel corso della sua vita. Favorito di carismi straordinari e di poteri taumaturgici, sollevò, materialmente e spiritualmente, tante miserie umane.
Prelati, nobili e dotti sollecitarono il suo consiglio; anche Pp Clemente XI (Giovanni Francesco Albani) amava conversare con l’umile religioso. Scrisse molte lettere di esortazione e di conforto.
Caduto gravemente infermo durante l'inverno 1747/48, il 13 maggio lasciò il convento di Orvieto per rendersi a quello dell’Immacolata Concezione, in Via Veneto a Roma. Quando, due anni dopo, fiaccato da penitenze e da malattie, l'infermiere lo avvisò che la morte era ormai vicina, rispose rassicurando che non sarebbe morto il 18 maggio per “non turbare la festa di san Felice da Cantalice” (cappuccino come lui, vissuto circa un secolo e mezzo prima, dallo stile di vita tanto simile al suo). Infatti morì il giorno seguente: 19 maggio 1750.
Una folla enorme di romani accorse a venerare la salma del suo più grande benefattore e a farle toccare oggetti di devozione.
Fu sepolto nella chiesa del convento dell’Immacolata Concezione dove già si veneravano le reliquie di S. Felice.

Fra Crispino fu beatificato da Pp Pio VII (Chiaramonti) il 26 agosto 1806 e canonizzato dal Servo di Dio Pp Giovanni Paolo II (Karol Józef Wojtyła), il 20 giugno 1982 a conclusione dell'ottavo centenario della nascita del Poverello d'Assisi (Crispino è stato il primo santo canonizzato da questo Papa).
In quell'occasione le sue reliquie furono traslate a Viterbo nella chiesa dei Padri Cappuccini.

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Essi non sono del mondo, come io non sono del mondo

Sant'Agostino (354-430), vescovo d'Ippona (Africa del Nord) e dottore della Chiesa
Omelia sul vangelo di Giovanni, 115

Ascoltate dunque, Giudei e gentili... ; ascoltate, regni tutti della terra: Io non intralcio la vostra sovranità in questo mondo: « Il mio regno non è di questo mondo » (Gv 18,36). Non lasciatevi prendere dall'assurdo timore di Erode che, alla notizia della nascita di Cristo, si allarmò... « Il mio regno - dice il Signore - non è di questo mondo. » Venite nel regno che non è di questo mondo; venite credendo, e non vogliate diventare crudeli per paura. E' vero che in una profezia, Cristo, riferendosi a Dio Padre, dice: « Da lui io sono stato costituito re sopra Sion, il suo monte santo » (Sal 2, 6), ma questo monte e quella Sion, di cui parla, non sono di questo mondo.

Quale è infatti il suo regno se non i credenti in lui, a proposito dei quali dice: « Essi non sono del mondo, come io non sono del mondo »? anche se egli voleva che essi rimanessero nel mondo, e per questo chiese al Padre: « Non chiedo che tu li tolga dal mondo, ma che li custodisca dal male ». Ecco perché anche qui non dice: « Il mio regno non è in questo mondo », ma dice: « Il mio regno non è di questo mondo. Se il mio regno fosse di questo mondo, i miei servi combatterebbero per me, affinché non fossi consegnato » (Gv 18,36).

Il suo regno infatti è quaggiù fino alla fine dei secoli, portando mescolata nel suo grembo la zizzania fino al momento della mietitura (Mt 13,24s)... Tuttavia, esso non è di quaggiù, perché è peregrinante nel mondo. E' precisamente agli appartenenti al suo regno che egli si riferisce quando dice: « Voi non siete del mondo, ma io vi ho scelti dal mondo » (Gv 15,19). Erano dunque del mondo, quando ancora non facevano parte del suo regno, e appartenevano al principe del mondo (Gv 12,3). E' quindi del mondo tutto ciò che è stato generato dalla stirpe corrotta di Adamo; è diventato però regno di Dio, e non è più di questo mondo, tutto ciò che in Cristo è stato rigenerato. E' in questo modo che « Dio ci ha sottratti al potere delle tenebre e ci ha trasferiti nel regno del Figlio dell'amor suo » (Col 1,13)
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martedì 18 maggio 2010

Sia in ciascuno lo spirito di Maria

Madre mia! Le madri della terra guardano con maggiore predilezione il figlio più debole, il più ammalato, il meno intelligente, il povero storpio...
— O Maria!, io so che tu sei più Madre di tutte le madri insieme...
— E, siccome sono tuo figlio... E, siccome sono debole, e ammalato... e storpio... e brutto... (Forgia, 234)

Le madri non contabilizzano i piccoli segni di affetto che i figli riservano loro; non pesano e non misurano con criteri meschini. Una piccola attenzione affettuosa la assaporano come il miele, e subito contraccambiano molto più generosamente di quanto hanno ricevuto. Se tanto fanno le madri sulla terra, figuratevi che cosa ci possiamo attendere da Maria nostra Madre.Mi piace ritornare con l'immaginazione agli anni durante i quali Gesù rimase accanto a sua Madre, e che comprendono quasi tutta la vita del Signore sulla terra. Mi piace vederlo piccolo, mentre Maria lo cura, lo bacia e lo fa giocare. Vederlo crescere, sotto gli occhi innamorati di sua Madre e di Giuseppe, suo padre putativo.
Immaginate con quanta tenerezza e con quanta delicatezza Maria e il santo Patriarca si saranno occupati di Gesù nella sua infanzia e quanto, in silenzio, avranno appreso continuamente da Lui. Le loro anime dovettero certamente conformarsi all'anima di quel Figlio, Uomo e Dio. Per questo la Madre e, dopo di lei, Giuseppe, conoscono più di chiunque altro i sentimenti del Cuore di Cristo; e sono loro, pertanto, la via migliore e, si può dire, l'unica, per giungere al Salvatore.Sia in ciascuno l'anima di Maria a magnificare il Signore — scrive Sant'Ambrogio —; sia in ciascuno l'anima di Maria a esultare in Dio. (Amici di Dio, 280-281)
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San Leonardo Murialdo

Sacerdote e fondatore : “Congregazione di San Giuseppe”
La memoria liturgica di S. Leonardo Murialdo non è stata collocata il giorno della sua morte ( "dies natalis" : 30 marzo) ma bensì il 18 maggio, per evitare che cadesse troppe volte in periodo di quaresima e quindi non potesse venire celebrata. Ciò nonostante, il "M.R." e molti calendari, collocano la festa il 30 marzo per cui il vostro servitore (gpm) presenta la composizione agiografica nelle due date.

Leonardo nasce a Torino il 26 ottobre 1828 in una famiglia benestante che contava ben nove figli. La sofferenza per la mancanza del padre, quando aveva appena 5 anni, gli procurò una grande sensibilità che tramutò, una volta sacerdote, in paternità spirituale per i più giovani.

Nel 1836 Nadino, come veniva chiamato, entrò nel Collegio degli Scolopi di Savona dove frequenta le scuole elementari, medie e superiori ricevendo una formazione umana e religiosa che gli sarà fondamentale per tutta la vita.
Il 6 novembre 1845 si iscrisse alla facoltà teologica dell’Università; l’8 maggio1850, anno in cui perse anche la madre, consegue la laurea in teologia; il 20 settembre 1851, nella chiesa della Visitazione, viene ordinato sacerdote.

Nell’ottobre del 1852 inizia l’attività di insegnante di religione, direttore spirituale e confessore delle allieve dell’Istituto delle Fedeli Compagne; il 26 luglio 1857 assume, per incarico di don Bosco, la direzione dell’Oratorio San Luigi a Porta Nuova; il 30 settembre è a Parigi e trascorre un intero anno scolastico nel Seminario di San Sulpizio; nell’estate del 1886 visita e studia da vicino i “Patronages” e le “Oeuvres de Jenesse” di Parigi ed alcune opere educative cattoliche e protestanti di Londra; il 13 novembre 1866 rientra a Torino e, con un sì eroico, accetta la direzione del Collegio degli Artigianelli, sull’orlo del crollo economico.

Il 24 marzo 1867 dà inizio alla Confraternita di San Giuseppe tra gli insegnanti, gli istruttori, gli educatori degli Artigianelli (è il primo passo verso la fondazione della Congregazione dei Giuseppini); il 15 dicembre 1869 invia al governo Lanza - Sella una petizione per una legislazione normativa del lavoro dei fanciulli e delle donne nelle fabbriche; il 29 giugno 1871 fonda l’Unione Operaia Cattolica.

Il 19 marzo 1873 fonda la “Congregazione di San Giuseppe”, istituto ecclesiastico - laico con lo scopo di “educare con la pietà e con l’istruzione culturale e tecnica i giovani poveri, orfani o abbandonati o bisognosi di emendazione”; nel giugno del 1876 dà inizio al giornale “La voce dell’operaio” (è il primo giornale cattolico in Italia per gli operai); nel novembre del 1876 dà avvio a Torino al primo ufficio di collocamento al lavoro per operai disoccupati; il 7 aprile 1878 istituisce il “Giardino festivo per gli operai”, oggi chiamato prosaicamente “dopolavoro”; il 15 luglio 1878 dà inizio in Vanchiglia alla Casa-Famiglia per giovani operai (la prima in Italia); nell’ottobre del 1879 propone, nell’ambito delle società operaie e cattoliche, l’istituzione d’una cassa pensioni e previdenza per vecchi inabili e infortunati sul lavoro: si realizzerà nel 1888.
Nel febbraio del 1880 promuove l’“Opera dei catechismi serali per giovani operai” (dieci anni dopo avevano frequentato tali catechismi 14 mila giovani e vent’anni dopo 35 mila); nell’ottobre del 1880 apre la Casa-Famiglia per giovani studenti delle scuole superiori e dell’università; il 21 maggio 1881 apre l’Istituto Educativo San Giuseppe in Volvera per allievi sacerdoti e maestri Giuseppini; il 20 settembre 1881 dà inizio a Rivoli Torinese al Noviziato della Congregazione di San Giuseppe; l’8 agosto 1883 primo passo dei Giuseppini fuori dal Piemonte con la fondazione del Patronato Pio IX di Venezia.
Il 1º gennaio 1884 fonda il bollettino “La buona stampa” che dirige, ed i comitati femminili per la buona stampa; nel giugno del 1884 istituisce i primi “Comitati elettorali operai cattolici”; il 6 ottobre 1889 apre il Patronato Sacra Famiglia a Oderzo (Treviso), che sarà dopo qualche anno il Collegio Brandolini Rota; il 30 settembre 1890 apre a Vicenza il Patronato Leone XIII e scrive il suo testamento spirituale che arricchisce negli anni successivi; il 16 novembre 1891 la Congregazione del Murialdo prende la direzione del Patronato San Giuseppe di Bassano del Grappa (Vicenza).
Il 24 aprile 1893, dopo grave e lunga malattia guarisce miracolosamente per intercessione di don Bosco; il 15 ottobre 1897 un grave disastro economico minaccia il Collegio degli Artigianelli; il 18 marzo 1899 un cospicuo legato, lasciato dal conte Alessandro Roero di Guarene, pone fine alla croce dei debiti che pesava sulle spalle del Murialdo fin dal 1866; il 17 luglio 1899 apre a Modena l’Istituto Sacro Cuore.

Un’attività intensa come quella del Murialdo trovava forza nella preghiera e nella consapevolezza di essere amati da Dio. Scrisse: “l’uomo che prega è il più potente del mondo”, “la preghiera è l'anima e la forza dell'uomo. Sia fatta con umiltà, confidenza, perseveranza. Non basta, però, pregare, bisogna pregare bene, cioè con il cuore”. Fu grande devoto della Madonna: “Maria, Madre nostra, è la più amante, la più affettuosa delle madri. È madre di Dio, quindi ottiene tutto. È madre nostra, quindi non ci nega niente. È madre di misericordia: gettiamoci nelle sue braccia”.

Il 19 marzo 1900 è la festa di San Giuseppe. Il Murialdo non si regge in piedi ed è molto affaticato e stanco. Nel pomeriggio del 24 marzo si alza per scrivere una lettera di conforto ad un ex allievo ed è costretto a ritornare a letto; muore santamente il 30 marzo 1900, rimpianto da tutti.

Il 3 novembre 1963 Leonardo Murialdo è stato beatificato dal Servo di Dio Paolo VI (Giovanni Battista Montini), e proclamato santo, dallo stesso Papa, il 3 maggio 1970.

Significato del nome Leonardo: “forte come leone, valoroso” (latino e tedesco)

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Padre, ho fatto conoscere il tuo nome agli uomini

San Cirillo d'Alessandria (380-444), vescovo e dottore della Chiesa
Commento sul Vangelo di Giovanni, 11, 7; PG 74, 497-499

Il Figlio ha fatto conoscere il nome del Padre non soltanto rivelandolo e lasciandoci un insegnamento esatto sulla sua divinità. In fatti, tutto ciò era stato proclamato prima della venuta del Figlio, dalla Scrittura ispirata. Ma è anche insegnandoci che, pure essendo vero Dio, è anche veramente Padre, e è qualificato così in verità, poiché ha in sé e produce fuori di sé suo Figlio, coeterno alla sua natura.

Il nome di Padre si confà a Dio più propriamente del nome di Dio : questo è un nome di dignità, quello significa una proprietà sostanziale. Infatti dire Dio vale a dire il Signore dell'universo. Pero, chi lo chiama Padre, precisa la proprietà della sua persona. Indica che lui genera. Che il nome di Padre sia più vero e più proprio del nome di Dio, il Figlio stesso ce lo mostra quando lo usa. Diceva infatti non « Io e Dio » ma proprio « Io e il Padre siamo una cosa sola » (Gv 10, 30). E diceva anche « E' il Figlio. Su di lui il Padre, Dio, ha messo il suo sigillo » (Gv 6, 27).

E quando ha prescritto ai suoi discepoli di battezzare tutte le nazioni, ha espressamente ordinato di farlo non nel nome di Dio, ma nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo.
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lunedì 17 maggio 2010

Niente vale la pena, se non siamo accanto al Signore

Maria, tua Madre, ti porterà all'Amore di Gesù. E lì starai “cum gaudio et pace” — con gioia e pace, sempre “portato” — perché da solo cadresti e ti copriresti di fango — a grandi passi, per credere, per amare e per soffrire. (Forgia, 677)

Maria e Giuseppe fecero una giornata di viaggio e si misero a cercarlo fra parenti e conoscenti. Non avendolo trovato, tornarono in cerca di lui a Gerusalemme [Lc 2, 44-45].
La Madre di Dio, che cercò affannosamente suo Figlio, smarrito senza sua colpa, che provò la gioia più grande nel ritrovarlo, ci aiuterà a rifare la strada, a rettificare ciò che sia necessario, quando per la nostra leggerezza o per i nostri peccati non riusciamo più a riconoscere Cristo. Ritroveremo così la gioia di riabbracciarlo, di dirgli che non lo perderemo mai più.
Maria è Madre della scienza, perché da Lei si impara la lezione più importante: che niente vale la pena, se non siamo accanto al Signore; che a niente servono tutte le meraviglie della terra, tutte le ambizioni soddisfatte, se nel nostro petto non arde la fiamma dell'amore vivo, la luce della santa speranza che è un anticipo dell'amore senza fine nella Patria definitiva. (Amici di Dio, 278)
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