Tu —pensi— hai molta personalità: i tuoi studi —le tue ricerche, le tue pubblicazioni, la tua posizione sociale— il tuo nome, le tue attività politiche, le cariche che occupi, il tuo patrimonio..., la tua età, non sei più un bambino!... Proprio per tutto questo hai bisogno, più degli altri, di un Direttore per la tua anima. (Cammino, 63)
La sposa di Cristo ha sempre manifestato la sua santità — e oggi non meno di ieri — grazie all'abbondanza di buoni pastori. Non dimentichiamo però che la fede cristiana ci insegna a essere semplici, ma non ingenui. Ci sono dei mercenari che tacciono e altri che dicono parole che non sono di Cristo. Pertanto, se il Signore permette che restiamo nell'oscurità, sia pure in cose piccole, se sentiamo che la nostra fede è insicura, ricorriamo al buon pastore. Ritorniamo a colui che entra dalla porta, esercitando il suo diritto; a colui che, dando la sua vita per gli altri, vuole essere, nella parola e nella condotta, un'anima innamorata; a colui che è fors'anche un peccatore, ma un peccatore che confida sempre nel perdono e nella misericordia di Cristo.Se la coscienza vi rimprovera qualche mancanza — anche se non vi sembra grave — ricorrete, nel dubbio, al sacramento della Penitenza. Recatevi dal sacerdote che può aver cura di voi, che sa esigere da voi fede vigorosa, delicatezza d'animo, vera fortezza cristiana. Nella Chiesa esiste piena libertà di confessarsi da qualunque sacerdote che ne abbia ricevuto la facoltà; ma un cristiano di visione chiara ricorrerà — liberamente — a colui che riconosce come buon pastore, a colui che può aiutarlo a elevare lo sguardo e a ritrovare lassù la stella del Signore. (E' Gesù che passa, 34)
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sabato 20 febbraio 2010
Beata Giacinta Marto
Veggente di FatimaGiacinta Marto nasce l'11 marzo 1910 ad Aljustrel, Parrocchia di Fatima, settima ed ultima figlia di Manuel Pedro Marto e di Olimpia di Gesù. Nel 1916, all’età di sei anni, inizia a lavorare come pastorella.
La Chiesa ha meditato molto, prima di elevarla alla gloria degli altari, non perché si avesse qualche dubbio sulla sua vita cristallina, ma perché fior di teologi cercavano di mettersi d’accordo su una questione non di poco conto: se cioè a 10 anni non ancora compiuti le virtù possono essere vissute in grado eroico, come è appunto richiesto ad ogni cristiano che viene proposto alla venerazione dei fedeli come beato o santo.
Alla fine ogni dubbio si è sciolto, anche perché il buon Dio ha messo più di una firma (i miracoli, richiesti per portare qualcuno “sugli altari”) sulla santità di questa bambina.Non dunque per aver avuto sei apparizioni della Madonna, ma perché queste l’hanno aiutata a raggiungere la perfezione cristiana, noi oggi abbiamo la gioia di festeggiare il 20 febbraio la Beata Giacinta Marto, una delle tre veggenti di Fatima, che il Servo di Dio Giovanni Paolo II, il 13 maggio 2000, ha elevato alla gloria degli altari insieme al fratellino Francesco (ricorrenza il 4 aprile).
Tutto inizia un altro 13 maggio di 83 anni prima, nel 1917, quando la Madonna le appare per la prima volta (ha appena 7 anni), mentre è al pascolo con il fratello Francesco e la cuginetta Lucia.È quest’ultima (morta il 13 febbraio 2005 sulla soglia dei 98 anni) a testimoniare che Giacinta fino a quel giorno è una bambina come tutte le altre: le piace giocare, come a tutti i bambini di quell’età; è un po’ permalosa, fa il broncio per un nonnulla e non si rassegna tanto facilmente a perdere; le piace ballare e basta il suono di un piffero rudimentale per far fremere e roteare il suo piccolo corpo.
La Madonna irrompe nella sua vita e la cambia radicalmente: medita a lungo sull’eternità dell’inferno e“prende sul serio i sacrifici per la conversione dei peccatori”, si priva anche della merenda per soccorrere i bambini di due famiglie bisognose, si innamora del Papa che vorrebbe tanto incontrare a tu per tu, la sorprendono spesso in preghiera fatta con uno slancio di amore sicuramente superiore alla sua età.
Qualsiasi sofferenza, offerta per la conversione dei peccatori, è sempre accompagnata da un amore che si riscontra solo nei più grandi mistici.Il 23 dicembre 1918, 14 mesi dopo l’ultima apparizione, lei e Francesco vengono colpiti dalla“spagnola”, ma mentre quest’ultimo si spegne in pochi mesi, per Giacinta il calvario è più tormentato perché sopraggiunge una pleurite purulenta, da lei sopportata e offerta “per la conversione dei peccatori e per riparare gli oltraggi che si fanno al cuore immacolato di Maria”.
Un ultimo grande sacrificio le viene chiesto: staccarsi dai suoi e soprattutto dalla cugina Lucia, per un ricovero nell’ospedale D. Estefania a Lisbona.Si tenta di tutto, anche un intervento chirurgico senza anestesia, per tentare di strapparla dalla morte, ma la Madonna viene serenamente a prenderla il 20 febbraio 1920, come aveva promesso.
Il 12 settembre del 1935 la sua salma fu solennemente traslata, dalla tomba di famiglia del Barone di Alvaiàzere in Vila Nova di Ourèm, al cimitero di Fatima, vicino ai resti mortali del suo fratellino Francesco.Il 1° maggio del 1951 i resti mortali di Giacinta vennero deposti, in forma molto semplice, nella tomba preparata nella Basilica della Cova da Iria, nella cappella laterale, a sinistra dell'altare maggiore.
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Chiamati alla santità
Beata Teresa di Calcutta (1910-1997), fondatrice delle Suore Missionarie della Carità
Non c'è amore più grande
Quale è la perfetta volontà di Dio nei nostri confronti ? Devi divenire santo. La santità è il dono più grande che Dio ci possa fare perché a tal fine ci ha creati. Per chi ama, sottomettersi è più di un dovere ; è proprio il segreto della santità.
Come lo richiamava san Francesco, ognuno di noi è ciò che è agli occhi di Dio – niente di più, niente di meno. Siamo tutti chiamati a divenire dei santi. Non c'è niente di straordinario in questa chiamata. Tutti siamo stati creati a immagine di Dio, per amare e essere amati. Gesù desidera la nostra perfezione con un ardore indicibile. « Questa è la volontà di Dio, la vostra santificazione » ( 1 Ts 4, 3). Il suo Sacro Cuore trabocca di un desiderio insaziabile di vederci progredire verso la santità.
Ogni giorno, dobbiamo rinnovare la nostra decisione di innalzarci ad un fervore più grande, come se fosse il primo giorno della nostra conversione, dicendo « Aiutami, Signore mio Dio, nei miei buoni propositi nel tuo santo servizio, e dammi la grazia oggi stesso di cominciare veramente, perché ciò che ho fatto fin d'ora è nulla ». Non possiamo essere rinnovati se non abbiamo l'umiltà di riconoscere ciò che in noi ha bisogno di esserlo.
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Non c'è amore più grande
Quale è la perfetta volontà di Dio nei nostri confronti ? Devi divenire santo. La santità è il dono più grande che Dio ci possa fare perché a tal fine ci ha creati. Per chi ama, sottomettersi è più di un dovere ; è proprio il segreto della santità.
Come lo richiamava san Francesco, ognuno di noi è ciò che è agli occhi di Dio – niente di più, niente di meno. Siamo tutti chiamati a divenire dei santi. Non c'è niente di straordinario in questa chiamata. Tutti siamo stati creati a immagine di Dio, per amare e essere amati. Gesù desidera la nostra perfezione con un ardore indicibile. « Questa è la volontà di Dio, la vostra santificazione » ( 1 Ts 4, 3). Il suo Sacro Cuore trabocca di un desiderio insaziabile di vederci progredire verso la santità.
Ogni giorno, dobbiamo rinnovare la nostra decisione di innalzarci ad un fervore più grande, come se fosse il primo giorno della nostra conversione, dicendo « Aiutami, Signore mio Dio, nei miei buoni propositi nel tuo santo servizio, e dammi la grazia oggi stesso di cominciare veramente, perché ciò che ho fatto fin d'ora è nulla ». Non possiamo essere rinnovati se non abbiamo l'umiltà di riconoscere ciò che in noi ha bisogno di esserlo.
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venerdì 19 febbraio 2010
La grazia dell'incontro con Maria
O gloriosissima Madre del Signore, Tesoro inesauribile della nostra vita, Ti prego di rendermi prudente, umile nella prosperità. Fà, o Madre mia, che io sia assiduo nella preghiera, sobrio nel cibo, solerte nel lavoro, costante nei propositi.
Fammi, o Madre di Dio, comprendere come è piccolo cio' che è terreno, come è grande ciò che è divino; quanto è breve ciò che è temporaneo, quanto e' sicuro ciò che è eterno.
Che io mi prepari alla morte, tema il giudizio, eviti l'inferno, ottenga il paradiso.
Amen.
Ave Maria!
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Signore, non so pregare!
Se davvero vuoi essere anima penitente - penitente e allegra -, devi difendere, al di sopra di tutto, i tuoi tempi quotidiani di orazione - di orazione intima, generosa, prolungata -, e devi fare in modo che questi tempi non siano a scappa e fuggi, ma a ora fissa, se possibile. Non cedere in questi particolari. Sii schiavo di questo culto quotidiano a Dio, e ti assicuro che ti sentirai sempre contento. (Solco, 994)
Quando vedo come taluni impostano la vita di pietà, il rapporto del cristiano con il Signore, presentandone un'immagine sgradevole, astratta, esteriore, infarcita di cantilene senz'anima che favoriscono l'anonimato invece del colloquio personale, a tu per tu, con Dio nostro Padre — l'autentica orazione vocale non è mai anonimato —, mi torna alla mente l'ammonimento del Signore: Pregando, poi, non sprecate parole come i pagani, i quali credono di venire ascoltati a forza di parole. Non siate dunque come loro, perché il Padre vostro sa di quali cose avete bisogno ancor prima che gliele chiediate [Mt 6, 7-8]. Un Padre della Chiesa commenta: Mi sembra che con queste parole Cristo condanni le lunghe preghiere; lunghe, non per la loro durata, ma per la moltitudine delle parole, per l'infinità dei discorsi. (...) Quando Gesù ci propone l'esempio di quella vedova che piegò, con l'insistenza delle sue preghiere, quel giudice crudele e spietato (cfr Lc 18, 1-8), oppure quello dell'uomo che andò a trovare il suo amico nel mezzo della notte e lo fece alzare dal letto quando già era addormentato, non tanto per effetto dell'amicizia quanto per la sua insistenza (cfr Lc 11, 5-8), vuol dare a noi tutti un comando: noi dobbiamo, cioè, supplicarlo continuamente, non offrendogli una preghiera lunga, fatta di mille parole, ma esponendogli semplicemente le nostre necessità [San Giovanni Crisostomo, In Matthaeum homiliae, 19, 4].
In ogni caso, se avete cominciato la vostra meditazione e non riuscite a concentrare l'attenzione per conversare con Dio, ma vi sentite aridi e vi sembra che la testa non sia capace di esprimere neppure un'idea, o i vostri affetti rimangono insensibili, vi consiglio quello che io stesso ho cercato di fare sempre in tali circostanze: mettetevi alla presenza di vostro Padre e ditegli almeno: «Signore, non so pregare, non mi viene in mente nulla da raccontarti!...». Siate sicuri che in quello stesso istante avete incominciato a fare orazione. (Amici di Dio, 145)
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Quando vedo come taluni impostano la vita di pietà, il rapporto del cristiano con il Signore, presentandone un'immagine sgradevole, astratta, esteriore, infarcita di cantilene senz'anima che favoriscono l'anonimato invece del colloquio personale, a tu per tu, con Dio nostro Padre — l'autentica orazione vocale non è mai anonimato —, mi torna alla mente l'ammonimento del Signore: Pregando, poi, non sprecate parole come i pagani, i quali credono di venire ascoltati a forza di parole. Non siate dunque come loro, perché il Padre vostro sa di quali cose avete bisogno ancor prima che gliele chiediate [Mt 6, 7-8]. Un Padre della Chiesa commenta: Mi sembra che con queste parole Cristo condanni le lunghe preghiere; lunghe, non per la loro durata, ma per la moltitudine delle parole, per l'infinità dei discorsi. (...) Quando Gesù ci propone l'esempio di quella vedova che piegò, con l'insistenza delle sue preghiere, quel giudice crudele e spietato (cfr Lc 18, 1-8), oppure quello dell'uomo che andò a trovare il suo amico nel mezzo della notte e lo fece alzare dal letto quando già era addormentato, non tanto per effetto dell'amicizia quanto per la sua insistenza (cfr Lc 11, 5-8), vuol dare a noi tutti un comando: noi dobbiamo, cioè, supplicarlo continuamente, non offrendogli una preghiera lunga, fatta di mille parole, ma esponendogli semplicemente le nostre necessità [San Giovanni Crisostomo, In Matthaeum homiliae, 19, 4].
In ogni caso, se avete cominciato la vostra meditazione e non riuscite a concentrare l'attenzione per conversare con Dio, ma vi sentite aridi e vi sembra che la testa non sia capace di esprimere neppure un'idea, o i vostri affetti rimangono insensibili, vi consiglio quello che io stesso ho cercato di fare sempre in tali circostanze: mettetevi alla presenza di vostro Padre e ditegli almeno: «Signore, non so pregare, non mi viene in mente nulla da raccontarti!...». Siate sicuri che in quello stesso istante avete incominciato a fare orazione. (Amici di Dio, 145)
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Vi invito a pregare per i Sacerdoti
Al popolo fedele, chiediamo con insistenza di pregare per i propri sacerdoti...
Lo chiediamo, con cordiale affetto, alle Comunità religiose, alle Claustrali, ai Monaci, agli ammalati e ai sofferenti, ai piccoli, prediletti del Signore.
Lo chiediamo agli uomini e alle donne di buona volontà: manda e conserva, o Signore, numerosi e santi sacerdoti alla tua Chiesa.
Lo chiediamo a Gesù, Sommo ed Eterno Sacerdote, per intercessione di Maria:
"Madre di Gesù Cristo,eri con Lui agli inizi della sua vita...
accogli fin dall'inizio i chiamati, proteggi la loro crescita,
accompagna nella vita e nel ministero i tuoi figli, Madre dei sacerdoti."
Amen
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Lo chiediamo, con cordiale affetto, alle Comunità religiose, alle Claustrali, ai Monaci, agli ammalati e ai sofferenti, ai piccoli, prediletti del Signore.
Lo chiediamo agli uomini e alle donne di buona volontà: manda e conserva, o Signore, numerosi e santi sacerdoti alla tua Chiesa.
Lo chiediamo a Gesù, Sommo ed Eterno Sacerdote, per intercessione di Maria:
"Madre di Gesù Cristo,eri con Lui agli inizi della sua vita...
accogli fin dall'inizio i chiamati, proteggi la loro crescita,
accompagna nella vita e nel ministero i tuoi figli, Madre dei sacerdoti."
Amen
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L’integrità della nostra fede
La santa gelosia dell'integrità e della semplicità della fede, deve averla ogni cristiano e molto più ogni sacerdote, contro tutte le malsane correnti moderne, e deve averla per sé e per gli altri.
Se si potesse prospettare in un quadro reale e sensibile il modo come si tratta l'anima, la si vedrebbe immersa continuamente in pantani pestiferi, in cloache impure, in vivai di microbi di ogni natura, in fiamme ardenti e divoratrici; la si vedrebbe abbandonata in un'orrida giungla a belve feroci, la si vedrebbe preda di ladri e di assassini, dilaniata da ogni strumento di tortura, rosa da acidi, consunta da malanni ripugnanti, trascurata più di un cencio, più di un rifiuto spregevole, e curata meno che una scarpa, che pur viene pulita ogni tanto, meno di un abito che viene spazzolato ogni giorno! Eppure l'anima è fidanzata a Gesù Cristo per essere sposa sua per tutta l'eternità!
Quale padre e quale madre presenterebbe ad un uomo una fidanzata sporca, lacera, ferita, contusa, tubercolotica o appestata? Dio è geloso di noi perché siamo il suo prezioso tesoro, e noi dobbiamo essere gelosi delle anime sapendo che sono il prezioso tesoro di Dio.
Il Signore è geloso delle anime perché Egli solo ne è la felicità eterna, e noi dobbiamo esserne gelosi perché debbono ascendere a quell'eterna felicità. Dio ha mostrato la sua gelosia mandando in terra il Figlio suo per salvarle, e noi dobbiamo mostrare la nostra gelosia conservando ad essi i benefici della Redenzione.
I cinema, i teatri, le stampe, la televisione, la radio, i manifesti murali, i libri, le scuole, le strade, i salotti, le case, tutto è diventato un'insidia per rovinarle e perderle eternamente. Chi può rimanere insensibile a questi pericoli? Quale sacerdote può darsi riposo sapendo che i nemici delle anime vigilano sempre per perderle? E quale semplice cristiano può sapere che nel suo rione o nel suo palazzo c'è un pericolante nell'eterna perdizione, senza soccorrerlo? Un cristiano pieno dello spirito di apostolato, e pieno della gelosia di Dio per le anime, le ama di amore geloso, le perseguita come un amante geloso, le abbaglia con la luce di Dio, le conquista e le vince ridonandole all'eterno Amore, geloso per infinita carità
Servo di Dio Don Dolindo Ruotolo
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Se si potesse prospettare in un quadro reale e sensibile il modo come si tratta l'anima, la si vedrebbe immersa continuamente in pantani pestiferi, in cloache impure, in vivai di microbi di ogni natura, in fiamme ardenti e divoratrici; la si vedrebbe abbandonata in un'orrida giungla a belve feroci, la si vedrebbe preda di ladri e di assassini, dilaniata da ogni strumento di tortura, rosa da acidi, consunta da malanni ripugnanti, trascurata più di un cencio, più di un rifiuto spregevole, e curata meno che una scarpa, che pur viene pulita ogni tanto, meno di un abito che viene spazzolato ogni giorno! Eppure l'anima è fidanzata a Gesù Cristo per essere sposa sua per tutta l'eternità!
Quale padre e quale madre presenterebbe ad un uomo una fidanzata sporca, lacera, ferita, contusa, tubercolotica o appestata? Dio è geloso di noi perché siamo il suo prezioso tesoro, e noi dobbiamo essere gelosi delle anime sapendo che sono il prezioso tesoro di Dio.
Il Signore è geloso delle anime perché Egli solo ne è la felicità eterna, e noi dobbiamo esserne gelosi perché debbono ascendere a quell'eterna felicità. Dio ha mostrato la sua gelosia mandando in terra il Figlio suo per salvarle, e noi dobbiamo mostrare la nostra gelosia conservando ad essi i benefici della Redenzione.
I cinema, i teatri, le stampe, la televisione, la radio, i manifesti murali, i libri, le scuole, le strade, i salotti, le case, tutto è diventato un'insidia per rovinarle e perderle eternamente. Chi può rimanere insensibile a questi pericoli? Quale sacerdote può darsi riposo sapendo che i nemici delle anime vigilano sempre per perderle? E quale semplice cristiano può sapere che nel suo rione o nel suo palazzo c'è un pericolante nell'eterna perdizione, senza soccorrerlo? Un cristiano pieno dello spirito di apostolato, e pieno della gelosia di Dio per le anime, le ama di amore geloso, le perseguita come un amante geloso, le abbaglia con la luce di Dio, le conquista e le vince ridonandole all'eterno Amore, geloso per infinita carità
Servo di Dio Don Dolindo Ruotolo
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contributi per anno sacerdotale,
Don Dolindo Ruotolo
San Corrado Confalonieri
Eremita - Patrono di Noto e CalendascoCorrado nasce a Calendasco (PC) nel 1290. Egli discende dalla nobile casata dei Confalonieri che, oltre ad abitare in Piacenza, avevano vasti feudi assegnati loro quale privilegio di essere una famiglia guelfa fedele alla Chiesa.
A Piacenza, nel palazzo dei conti Caracciolo, che ha la facciata principale su via Borghetto, è tradizione che sia vissuto Corrado Confalonieri. Nel portico interno si apriva un pozzo al quale i fedeli si recavano per attingervi l'acqua. Il pozzo conserva il nome di pozzo di San Corrado.
Il Confalonieri nel 1313 era sui ventitré anni nel vigore delle forze. In un giorno del giugno di quell'anno usciva dal suo castello di Celleri, ove ancora si può vedere la stanza dove nacque. Aveva con se un seguito di servi per andare a caccia, la quale allora si faceva con frecce e reti. Incominciò a percorrere i boschi verso Travazzano, nel luogo ora detto case Bruciate. Il giovane, guidato lontano dai cani che dovevano spingere la selvaggina nei lacci, si avvide che le lepri inseguite si erano acquattate sotto alcuni rovi dai quali i cani non riuscivano a stanarle. Una malaugurata idea balenò nella mente del cacciatore. Raccolte delle sterpaglie né circondò i cespugli , quindi percossa con l'acciarino la pietra focaia, ne ottenne delle scintille ed appiccò il fuoco al roveto, contento di averne fatto uscire le lepri.
Ottenuta una buona cacciagione, il Confalonieri tornò a casa e non vide quello che accadde poi: la piccola fiamma propagatasi da sterpo a sterpo a poco a poco era diventata un grande incendio, devastando boschi, campi e case.
Molta gente accorse sul posto. Qualcuno indicò un povero contadino che si aggirava da quelle parti forse nell'intento di approfittare della paura per qualche furto. Il contadino fu ritenuto l'incendiario e come tale condannato a morte.
Un triste corteo sfilava un mattino a Piacenza davanti alla casa dei Confalonieri. Era composto da guerrieri e sacerdoti. Si udiva il tintinnare delle catene e delle sonanti armature e, insieme, il mormorio di lugubri preghiere. Si conduceva al supplizio il presunto incendiario.
Corrado Confalonieri si accorse di quanto stava accadendo e sentì rimorso del suo codardo silenzio. La sua generosa natura si svegliò d'improvviso, balzò in piedi, chiamò i suoi alle armi e si precipitò in strada. Grazie alla sorpresa non gli fu difficile impadronirsi del prigioniero, portarlo nel suo palazzo e chiuderlo in luogo sicuro. Più difficile era per lui, guelfo, difendersi da Galeazzo Visconti, allora vicario imperiale, nell'incontrastato prevalere dei ghibellini.
Il Confalonieri comunque non esitò a presentarsi al palazzo del Comune dove risiedeva il terribile Visconti che non riusciva a togliersi dalla mente che l'incendio fosse un attentato dei guelfi. L'insolita lealtà che si leggeva sul viso del giovane, lo aiutò. Grazie alle parole adatte e opportune svanì l'ira del Ghibellino e ottenuta la libertà dell'innocente che già si era sentito il capestro alla gola.
Il Confalonieri era tenuto a rifondere i danni arrecati involontariamente grazie alla propria imprudenza? Forse la legge e la coscienza non lo obbligavano, ma egli con grande magnanimità preferì offrire ogni suo avere per rifondere i danni, consenziente la sua giovane sposa Eufrosina da Lodi.
Ridotti entrambi in estrema povertà, lei prese il velo nel patrio monastero di S. Chiara, egli si iscrisse al terz'ordine dei Frati Minori nel quale non si era legati da alcun voto. Dopo qualche anno, ormai sicuro della vocazione della consorte, Corrado, in abito da romeo, partì dal piacentino senza che nessuno sapesse dove era diretto. Si seppe poi che, dopo non poche peripezie, aveva preso dimora in Sicilia in una grotta a tre miglia da Noto dove visse infine una vita anacoretica, da eremita.
Corrado Confalonieri morì nella grotta dei Pizzoni il 19 febbraio del 1351; verrà seppellito nella Chiesa di San Nicolò a Noto Antica, secondo le sue volontà. In seguito il corpo è traslato nella bellissima Cattedrale di Noto ove è venerato da parecchi secoli. Per i suoi miracoli fu subito venerato come santo dai fedeli della zona di Noto.
L'iter relativo alla beatificazione e poi santificazione di Corrado Confalonieri è assai ricca di sviluppi. Già subito dopo la morte si avviarono le procedure che per quel periodo erano meno complesse, cioè già il vescovo locale, che allora era quello di Siracusa, poteva procedere egli stesso alla santificazione di una persona vissuta in virtù eroiche testimoniate oltre che dalla vita stessa anche da persone viventi che avevano conosciuto la persona nomata alla santità.
Lo stesso vescovo di Siracusa (sotto la cui cura ricadeva all'epoca anche la città di Noto) aveva assistito personalmente al miracolo dei pani compiuto da san Corrado. Il vescovo accertò di persona che egli viveva in una grotta nelle montagne netine senza nulla di ciò che serve alla vita comune: eppure Corrado porse al vescovo del pane caldo e fragrante, meravigliando lo stesso che ne riportò fedele memoria. Subito dopo la morte del santo si diede inizio alla causa. Sospesa poi per cause legate ad eventi politici e civili, riprese nel 1400, ancora nel 1500 e si concluse positivamente.
Nel 1515 con un breve di Papa Leone X ne fu permesso ufficialmente il culto. Nominato patrono di Noto è oggetto ancor oggi di un grande culto.
I piacentini impararono la devozione per il loro concittadino dai siciliani. Nel 1615 Gianluigi Confalonieri, prima laico e ammogliato, poi sacerdote e canonico, dedicò una cappella in duomo al santo della sua famiglia. Per dotarla di una reliquia, sessantenne ed infermo intraprese un viaggio per quei tempi assai arduo. In Noto ottenne parte del braccio e la mano sinistra del Santo, e morì contento di essere andato a riposare presso la tomba del suo avo.
San Corrado si festeggia il 19 febbraio nell'anniversario della morte (“dies natalis”) e l'ultima domenica di agosto a ricordo della sua beatificazione.
Significato del nome Corrado : "consigliere audace" (franco-tedesco)
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All'origine della Quaresima : accompagnare i catecumeni fino al Battesimo, nella notte di Pasqua
San Massimo di Torino ( ? – circa 420), vescovo
Discorso 28, PL 57, 587-590 ; CC Discorso 35, 136-139
Trascorso questo tempo consacrato all'osservanza del digiuno, l'anima, purificata e spossata, giunge al battesimo. Riprende le forze immergendosi nelle acque dello Spirito ; ciò che era stato bruciato dalle fiamme delle malattie, ora rinasce dalla rugiada della grazia celeste. Lasciando la corruzione dell'uomo vecchio, il neofita acquista una giovinezza nuova... Per mezzo di una nuova nascita, rinasce altrimenti, nonostante sia lo stesso che aveva peccato prima.
Elia, con un digiuno ininterrotto di quaranta giorni e quaranta notti, ha meritato di porre fine, grazie all'acqua del cielo, ad una siccità prolungata sulla terra intera (1 R 19,8 ; 18, 41) ; ha spento la sete bruciante del suolo, portandogli una pioggia abbondante. Questo successe per darci un esempio, affinché meritassimo, dopo un digiuno di quaranta giorni, la pioggia benedetta del battesimo, e l'acqua del cielo annaffiasse tutta la terra, arida da lungo tempo presso i nostri fratelli del mondo intero. Il battesimo, come una rugiada di salvezza, porrà fine alla lunga sterilità del mondo pagano. Infatti, chiunque non è stato immerso nella grazia del battesimo soffre la siccità e l'aridità spirituali.
Con uno stesso digiuno di quaranta giorni e quaranta notti, il santo Mosè ha meritato di parlare con Dio, di stare con lui, di dimorare con lui, di ricevere dalle sue mani i precetti della Legge (Es 24, 18)... Anche noi, fratelli carissimi, digiuniamo con fervore lungo tutto questo periodo affinché...anche per noi si aprano i cieli e si chiudano gli inferi.
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Discorso 28, PL 57, 587-590 ; CC Discorso 35, 136-139
Trascorso questo tempo consacrato all'osservanza del digiuno, l'anima, purificata e spossata, giunge al battesimo. Riprende le forze immergendosi nelle acque dello Spirito ; ciò che era stato bruciato dalle fiamme delle malattie, ora rinasce dalla rugiada della grazia celeste. Lasciando la corruzione dell'uomo vecchio, il neofita acquista una giovinezza nuova... Per mezzo di una nuova nascita, rinasce altrimenti, nonostante sia lo stesso che aveva peccato prima.
Elia, con un digiuno ininterrotto di quaranta giorni e quaranta notti, ha meritato di porre fine, grazie all'acqua del cielo, ad una siccità prolungata sulla terra intera (1 R 19,8 ; 18, 41) ; ha spento la sete bruciante del suolo, portandogli una pioggia abbondante. Questo successe per darci un esempio, affinché meritassimo, dopo un digiuno di quaranta giorni, la pioggia benedetta del battesimo, e l'acqua del cielo annaffiasse tutta la terra, arida da lungo tempo presso i nostri fratelli del mondo intero. Il battesimo, come una rugiada di salvezza, porrà fine alla lunga sterilità del mondo pagano. Infatti, chiunque non è stato immerso nella grazia del battesimo soffre la siccità e l'aridità spirituali.
Con uno stesso digiuno di quaranta giorni e quaranta notti, il santo Mosè ha meritato di parlare con Dio, di stare con lui, di dimorare con lui, di ricevere dalle sue mani i precetti della Legge (Es 24, 18)... Anche noi, fratelli carissimi, digiuniamo con fervore lungo tutto questo periodo affinché...anche per noi si aprano i cieli e si chiudano gli inferi.
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giovedì 18 febbraio 2010
Io confido in Te, so che sei mio Padre
Gesù prega nell'orto: Pater mi (Mt 26, 39), Abba, Pater! (Mc 14, 36). Dio è mio Padre, anche se mi manda sofferenze. Mi ama con tenerezza, anche se mi ferisce. Gesù soffre, per compiere la Volontà del Padre... E io, che a mia volta voglio compiere la santissima Volontà di Dio, seguendo le orme del Maestro, potrò lamentarmi se trovo la sofferenza come compagna di strada? Sarà un segno certo della mia filiazione, perché Egli mi tratta come il suo divino Figlio. E, da allora, come Lui, potrò gemere e piangere solo nel mio Getsemani, ma. prostrato a terra, riconoscendo il mio nulla, salirà fino al Signore un grido sgorgato dall'intimo della mia anima: Pater mi, Abba, Pater,... fiat! (Via Crucis, 1ª Stazione, n. 1) Per motivi che non occorre ricordare — ma che ben conosce Gesù, che ci presiede dal Tabernacolo —, la vita mi ha condotto a sapere in modo tutto particolare di essere figlio di Dio, e ad assaporare la gioia di mettermi nel cuore di mio Padre, per rettificare, per purificarmi, per servirlo, per comprendere e scusare tutti, sul fondamento del suo amore e della mia umiliazione.Per questo desidero ora insistere sulla necessità per voi e per me di scuoterci, di ridestarci dal sonno molle che tanto facilmente ci intorpidisce, per tornare a percepire in modo più profondo e più immediato la nostra condizione di figli di Dio.L'esempio di Gesù e il suo peregrinare lungo le strade di Palestina ci aiutano a farci compenetrare da codesta verità. Se accettiamo la testimonianza degli uomini — leggiamo nell'Epistola —, la testimonianza di Dio è maggiore [1 Gv 5, 9]. In che consiste la testimonianza di Dio? La risposta è ancora in san Giovanni: Quale grande amore ci ha dato il Padre per essere chiamati figli di Dio, e lo siamo realmente! (...) Carissimi, noi fin da ora siamo figli di Dio [1 Gv 3, 1-2].Nel corso degli anni, ho cercato senza cedimenti di fondarmi su questa gioiosa realtà. La mia orazione, in ogni circostanza, è stata la stessa, pur con toni differenti. Gli ho detto: «Signore, Tu mi hai messo qui; Tu mi hai confidato questa o quella cosa e io confido in Te. So che sei mio Padre e ho sempre visto i piccoli fidarsi pienamente dei loro genitori». L'esperienza sacerdotale mi conferma che l'abbandono nelle mani di Dio spinge le anime ad acquistare una pietà forte, profonda e serena che incoraggia a lavorare sempre con rettitudine di intenzione. (Amici di Dio, 143)
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Beato Giovanni da Fiesole
Fra Angelico
Giovanni da Fiesole, al secolo Guido di Pietro Trosini, nasce a Vicchio (FI) nel 1395 circa.
Scarse sono le notizie pervenuteci sulla sua famiglia: sappiamo che il padre, di nome Pietro, era figlio di un certo Gino, mentre il fratello Benedetto, di poco più piccolo, lo aveva imitato nella scelta di farsi frate.
La sua educazione artistica si svolse nella Firenze di Lorenzo Monaco e Gherardo Starnina; dal primo riprende sia l'uso di colori accesi e innaturali, sia l'uso di una luce fortissima che annulla le ombre e partecipa al misticismo delle scene sacre, tutti temi che ritroviamo nella sua produzione miniaturistica e nelle sue prime tavole.
Nel 1418 realizzò una pala d'altare per la cappella Gherardini in Santo Stefano a Firenze (perduta).
Quando sentì la vocazione, insieme al fratello Benedetto, si presentò al convento domenicano di Fiesole. Ordinato sacerdote assunse il nome di Fra Giovanni da Fiesole. L’azione di santo e di artista del giovane si svolse mirabilmente nel clima di alta perfezione spirituale e intellettuale trovato nel chiostro. Le sante austerità, gli studi profondi, la perenne elevazione dell’anima a Dio, affinarono il suo spirito e gli aprirono orizzonti sconfinati. Così preparato, da buon Frate Predicatore, poté anch’egli dare agli altri il frutto della propria contemplazione e dar vita, col suo magico pennello, al più sacro dei poemi, narrando ai fratelli la divina storia della nostra salvezza. I suoi Crocifissi, le sue Madonne, i suoi Santi sono una predica che risuona nei secoli.
Michelangelo ebbe a dire del Beato, ammirando l’Annunciazione e l’Incoronazione in San Domenico di Fiesole: “Io credo che questo Frate vada in Cielo a considerare quei volti beati e poi li venga a dipingere qua in terra”.
Anima di una semplicità evangelica, seppe vivere col cuore in cielo, pur consacrandosi ad un intenso lavoro. Sue sono molte pale d’altare a Fiesole (1425-1438) e le celle, i corridoi, l’aula capitolare e i chiostri del Convento di San Marco a Firenze (1439-1445).
Recatosi a Roma, su invito di Papa Eugenio IV, dipinse nella Basilica di San Pietro e nei Palazzi Vaticani, e dal 1445 al 1449, per Pp Niccolò V, la sua cappella privata e lo studio in Vaticano. Il Papa gli offrì la Sede Vescovile di Firenze, che energicamente rifiutò, persuadendo il Pontefice a nominare il confratello Antonino.
Fu da Dio chiamato al premio eterno il 18 febbraio 1455 a Roma, nel convento di Santa Maria sopra Minerva, dove il suo corpo è ancora conservato nella attigua Basilica Domenicana.
Figura singolare quella di Giovanni da Fiesole, tanto nella storia dell'arte che in quella della Chiesa. La diffusa fama di santità che lo distinse già in vita tanto da valergli gli appellativi di “Angelicus” e di “Beatus” - quasi egli dipingesse per ispirazione divina - è stata riconosciuta ufficialmente solo nel 1982, quando il Servo di Dio Giovanni Paolo II ne ha sancito la memoria al termine dell'unico processo canonico basato non su scritti spirituali o teologici, ma su un catalogo di 135 dipinti. Del resto ad intuire che l'arte di Fra Angelico non poteva esser compresa se non alla luce della sua fede fu già il Vasari, suo primo biografo, che nelle "Vite" scrive: “Frate Giovanni Angelico da Fiesole, il quale fu al secolo chiamato Guido, essendo non meno stato eccellentissimo pittore e miniatore che ottimo religioso, merita per l'una e l'altra cagione, che di lui sia fatta honoratissima memoria”.
Inoltre, nella chiesa domenicana di Santa Maria sopra la Minerva in Roma, il 18 febbraio 1984, lo stesso Papa, nel corso dell’omelia, disse :
« Con tutta la sua vita cantò la gloria di Dio, che egli portava come un tesoro nel profondo del suo cuore ed esprimeva nelle opere d’arte. Fra Angelico è rimasto nella memoria della Chiesa e nella storia della cultura come uno straordinario religioso-artista. Figlio spirituale di san Domenico, col pennello espresse la sua “summa” dei misteri divini, come Tommaso d’Aquino la enunciò col linguaggio teologico. Nelle sue opere i colori e le forme “si prostrano verso il tempio santo di Dio” (Sal 138, 2), e proclamano un particolare rendimento di grazie al suo nome ».
E concluse l’omelia, dicendo : “... accogliendo le domande fatte dall’Ordine domenicano, da molti vescovi e da vari artisti, proclamo il Beato Angelico patrono presso Dio degli artisti, specialmente dei pittori. A gloria di Dio. Amen”
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Giovanni da Fiesole, al secolo Guido di Pietro Trosini, nasce a Vicchio (FI) nel 1395 circa.
Scarse sono le notizie pervenuteci sulla sua famiglia: sappiamo che il padre, di nome Pietro, era figlio di un certo Gino, mentre il fratello Benedetto, di poco più piccolo, lo aveva imitato nella scelta di farsi frate.
La sua educazione artistica si svolse nella Firenze di Lorenzo Monaco e Gherardo Starnina; dal primo riprende sia l'uso di colori accesi e innaturali, sia l'uso di una luce fortissima che annulla le ombre e partecipa al misticismo delle scene sacre, tutti temi che ritroviamo nella sua produzione miniaturistica e nelle sue prime tavole.
Nel 1418 realizzò una pala d'altare per la cappella Gherardini in Santo Stefano a Firenze (perduta).
Quando sentì la vocazione, insieme al fratello Benedetto, si presentò al convento domenicano di Fiesole. Ordinato sacerdote assunse il nome di Fra Giovanni da Fiesole. L’azione di santo e di artista del giovane si svolse mirabilmente nel clima di alta perfezione spirituale e intellettuale trovato nel chiostro. Le sante austerità, gli studi profondi, la perenne elevazione dell’anima a Dio, affinarono il suo spirito e gli aprirono orizzonti sconfinati. Così preparato, da buon Frate Predicatore, poté anch’egli dare agli altri il frutto della propria contemplazione e dar vita, col suo magico pennello, al più sacro dei poemi, narrando ai fratelli la divina storia della nostra salvezza. I suoi Crocifissi, le sue Madonne, i suoi Santi sono una predica che risuona nei secoli.
Michelangelo ebbe a dire del Beato, ammirando l’Annunciazione e l’Incoronazione in San Domenico di Fiesole: “Io credo che questo Frate vada in Cielo a considerare quei volti beati e poi li venga a dipingere qua in terra”.
Anima di una semplicità evangelica, seppe vivere col cuore in cielo, pur consacrandosi ad un intenso lavoro. Sue sono molte pale d’altare a Fiesole (1425-1438) e le celle, i corridoi, l’aula capitolare e i chiostri del Convento di San Marco a Firenze (1439-1445).
Recatosi a Roma, su invito di Papa Eugenio IV, dipinse nella Basilica di San Pietro e nei Palazzi Vaticani, e dal 1445 al 1449, per Pp Niccolò V, la sua cappella privata e lo studio in Vaticano. Il Papa gli offrì la Sede Vescovile di Firenze, che energicamente rifiutò, persuadendo il Pontefice a nominare il confratello Antonino.
Fu da Dio chiamato al premio eterno il 18 febbraio 1455 a Roma, nel convento di Santa Maria sopra Minerva, dove il suo corpo è ancora conservato nella attigua Basilica Domenicana.
Figura singolare quella di Giovanni da Fiesole, tanto nella storia dell'arte che in quella della Chiesa. La diffusa fama di santità che lo distinse già in vita tanto da valergli gli appellativi di “Angelicus” e di “Beatus” - quasi egli dipingesse per ispirazione divina - è stata riconosciuta ufficialmente solo nel 1982, quando il Servo di Dio Giovanni Paolo II ne ha sancito la memoria al termine dell'unico processo canonico basato non su scritti spirituali o teologici, ma su un catalogo di 135 dipinti. Del resto ad intuire che l'arte di Fra Angelico non poteva esser compresa se non alla luce della sua fede fu già il Vasari, suo primo biografo, che nelle "Vite" scrive: “Frate Giovanni Angelico da Fiesole, il quale fu al secolo chiamato Guido, essendo non meno stato eccellentissimo pittore e miniatore che ottimo religioso, merita per l'una e l'altra cagione, che di lui sia fatta honoratissima memoria”.
Inoltre, nella chiesa domenicana di Santa Maria sopra la Minerva in Roma, il 18 febbraio 1984, lo stesso Papa, nel corso dell’omelia, disse :
« Con tutta la sua vita cantò la gloria di Dio, che egli portava come un tesoro nel profondo del suo cuore ed esprimeva nelle opere d’arte. Fra Angelico è rimasto nella memoria della Chiesa e nella storia della cultura come uno straordinario religioso-artista. Figlio spirituale di san Domenico, col pennello espresse la sua “summa” dei misteri divini, come Tommaso d’Aquino la enunciò col linguaggio teologico. Nelle sue opere i colori e le forme “si prostrano verso il tempio santo di Dio” (Sal 138, 2), e proclamano un particolare rendimento di grazie al suo nome ».
E concluse l’omelia, dicendo : “... accogliendo le domande fatte dall’Ordine domenicano, da molti vescovi e da vari artisti, proclamo il Beato Angelico patrono presso Dio degli artisti, specialmente dei pittori. A gloria di Dio. Amen”
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Prenda la sua croce e mi segua
Liturgia orientale
Ufficio dell'Esaltazione della Santa Croce
Salve, croce vivificante, trofeo invincibile della pietà, porta del Paradiso, conforto dei credenti, baluardo della Chiesa. Da te la corruzione è stata annientata, la potenza della morte è stata inghiottita ed abolita, e noi siamo stati innalzati dalla terra alle cose celesti. Sei l'arma invicibile, l'avversario dei demoni, la gloria dei martiri, il vero ornamento dei santi, la porta della salvezza...
Salve, croce del Signore, per mezzo tuo l'umanità è stata liberata dalla maledizione. Tu sei il segno della vera gioia; quando sei elevata, spezzi contro terra i nostri nemici. Ti veneriamo, sei il nostro soccorso, la forza dei re, la fermezza dei giusti, la dignità dei peccatori... Salve, croce preziosa, guida dei ciechi, medico dei malati, risurrezione di tutti i morti. Ci ha rialzati mentre eravamo caduti nella sozzura. Per mezzo tuo è stato messo fine alla corruzione e l'immortalità è fiorita; per mezzo tuo noi mortali siamo stati divinizzati, e il demonio è stato completamente schiacciato...
O Cristo, la tua croce è preziosa, la veneriamo oggi con le nostre labbra indegne, noi che siamo peccatori. Noi cantiamo te che hai voluto esservi legato; e a te gridiamo come il buon ladrone: «Rendici degni del tuo Regno!»
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Ufficio dell'Esaltazione della Santa Croce
Salve, croce vivificante, trofeo invincibile della pietà, porta del Paradiso, conforto dei credenti, baluardo della Chiesa. Da te la corruzione è stata annientata, la potenza della morte è stata inghiottita ed abolita, e noi siamo stati innalzati dalla terra alle cose celesti. Sei l'arma invicibile, l'avversario dei demoni, la gloria dei martiri, il vero ornamento dei santi, la porta della salvezza...
Salve, croce del Signore, per mezzo tuo l'umanità è stata liberata dalla maledizione. Tu sei il segno della vera gioia; quando sei elevata, spezzi contro terra i nostri nemici. Ti veneriamo, sei il nostro soccorso, la forza dei re, la fermezza dei giusti, la dignità dei peccatori... Salve, croce preziosa, guida dei ciechi, medico dei malati, risurrezione di tutti i morti. Ci ha rialzati mentre eravamo caduti nella sozzura. Per mezzo tuo è stato messo fine alla corruzione e l'immortalità è fiorita; per mezzo tuo noi mortali siamo stati divinizzati, e il demonio è stato completamente schiacciato...
O Cristo, la tua croce è preziosa, la veneriamo oggi con le nostre labbra indegne, noi che siamo peccatori. Noi cantiamo te che hai voluto esservi legato; e a te gridiamo come il buon ladrone: «Rendici degni del tuo Regno!»
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mercoledì 17 febbraio 2010
Il Signore ci vuole contenti!
Abìtuati a parlare cordialmente di tutto e di tutti; in particolare di quanti lavorano al servizio di Dio. E quando non è possibile, taci! Anche i commenti bruschi o superficiali possono sconfinare nella mormorazione o nella diffamazione. (Solco, 902)
Rivolgi nuovamente lo sguardo alla tua vita, e chiedi perdono per questo e quel particolare che immediatamente saltano agli occhi della tua coscienza; per il cattivo uso che fai della lingua; per quei pensieri che girano continuamente intorno a te stesso; per il giudizio critico a cui acconsenti e che scioccamente ti preoccupa, provocandoti una perenne inquietudine, una continua agitazione... Convincetevi che potete essere molto felici! Il Signore ci vuole contenti, ebbri di gioia, camminando sugli stessi avventurosi sentieri da Lui percorsi. Ci sentiamo infelici soltanto quando ci impegniamo ad andare fuori strada, e imbocchiamo la via dell'egoismo e della sensualità; e avviene di peggio se ci immettiamo sul sentiero degli ipocriti.Il cristiano deve mostrarsi autentico, verace, sincero in tutte le sue opere. Il suo comportamento deve lasciar trasparire uno spirito: quello di Cristo. Se al mondo c'è qualcuno che deve mostrarsi coerente, questi è il cristiano, perché ha ricevuto in deposito, per farlo fruttificare [Cfr Lc 19, 23], il dono della verità che libera, che salva [Cfr Gv 8, 32]. Forse qualcuno mi domanderà: «Padre, ma come riuscirò a ottenere questa sincerità di vita?». Gesù Cristo ha consegnato alla sua Chiesa tutti i mezzi necessari: ci ha insegnato a pregare, a entrare in rapporto con il Padre suo che è nei Cieli; ci ha mandato il suo Spirito, il Grande Sconosciuto, che agisce nella nostra anima; e ci ha lasciato quei segni visibili della grazia che sono i sacramenti. Usali. Intensifica la tua vita di pietà. Fa' orazione tutti i giorni. E non sottrarre mai la tua spalla al dolce peso della Croce del Signore.E stato Gesù a invitarti a seguirlo da buon discepolo, perché tu possa compiere il tuo passaggio sulla terra seminando la pace e la gioia che il mondo non può dare. Per questo — ripeto — dobbiamo camminare senza paura della vita e senza paura della morte, senza rifuggire a ogni costo dal dolore, che per il cristiano è sempre mezzo di purificazione e occasione per amare davvero i fratelli, utilizzando le mille occasioni della vita quotidiana. (Amici di Dio, 141)
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Rivolgi nuovamente lo sguardo alla tua vita, e chiedi perdono per questo e quel particolare che immediatamente saltano agli occhi della tua coscienza; per il cattivo uso che fai della lingua; per quei pensieri che girano continuamente intorno a te stesso; per il giudizio critico a cui acconsenti e che scioccamente ti preoccupa, provocandoti una perenne inquietudine, una continua agitazione... Convincetevi che potete essere molto felici! Il Signore ci vuole contenti, ebbri di gioia, camminando sugli stessi avventurosi sentieri da Lui percorsi. Ci sentiamo infelici soltanto quando ci impegniamo ad andare fuori strada, e imbocchiamo la via dell'egoismo e della sensualità; e avviene di peggio se ci immettiamo sul sentiero degli ipocriti.Il cristiano deve mostrarsi autentico, verace, sincero in tutte le sue opere. Il suo comportamento deve lasciar trasparire uno spirito: quello di Cristo. Se al mondo c'è qualcuno che deve mostrarsi coerente, questi è il cristiano, perché ha ricevuto in deposito, per farlo fruttificare [Cfr Lc 19, 23], il dono della verità che libera, che salva [Cfr Gv 8, 32]. Forse qualcuno mi domanderà: «Padre, ma come riuscirò a ottenere questa sincerità di vita?». Gesù Cristo ha consegnato alla sua Chiesa tutti i mezzi necessari: ci ha insegnato a pregare, a entrare in rapporto con il Padre suo che è nei Cieli; ci ha mandato il suo Spirito, il Grande Sconosciuto, che agisce nella nostra anima; e ci ha lasciato quei segni visibili della grazia che sono i sacramenti. Usali. Intensifica la tua vita di pietà. Fa' orazione tutti i giorni. E non sottrarre mai la tua spalla al dolce peso della Croce del Signore.E stato Gesù a invitarti a seguirlo da buon discepolo, perché tu possa compiere il tuo passaggio sulla terra seminando la pace e la gioia che il mondo non può dare. Per questo — ripeto — dobbiamo camminare senza paura della vita e senza paura della morte, senza rifuggire a ogni costo dal dolore, che per il cristiano è sempre mezzo di purificazione e occasione per amare davvero i fratelli, utilizzando le mille occasioni della vita quotidiana. (Amici di Dio, 141)
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Sette Santi Fondatori
Ordine dei Servi di Maria (O.S.M.)
Sette Santi Fondatori, come dice il nome, furono i primi Padri fondatori dell'Ordine dei Servi di Maria, oltre a S. Filippo Benizi.
Il più antico e autorevole documento narrativo sull’origine dell’Ordine, scritto probabilmente dal priore generale Pietro da Todi intorno al 1317-1318, ha per titolo “Legenda de origine Ordinis fratrum Servorum Virginis Mariae” (Legenda sull’origine dell’Ordine dei Servi della Vergine Maria). Da notare che il termine Legenda significa testo da leggersi.
Intorno al 1233, mentre Firenze era sconvolta da lotte fratricide, sette mercanti, membri di una compagnia laica di fedeli devoti della beata Vergine, legati tra loro dall’ideale evangelico della comunione fraterna e del servizio ai poveri, decisero di ritirarsi in solitudine per far vita comune nella penitenza e nella contemplazione. Abbandonata l’attività commerciale, lasciarono le proprie case e distribuirono i beni ai poveri.
Verso il 1245 si ritirarono sul Monte Senario, nei pressi di Firenze, dove costruirono una piccola dimora e un oratorio dedicato alla Vergine Maria. Conducevano vita austera e solitaria, non ricusando tuttavia l’incontro con le persone che, spinte dal dubbio e dall’angoscia, cercavano il conforto della loro parola.
Diffondendosi sempre più la fama della loro santità, molti chiedevano di far parte della loro famiglia. Pertanto essi decisero di dare inizio ad un Ordine dedicato alla Vergine, di cui si dissero Servi, l’Ordine dei Servi di Maria, adottando la Regola di sant’Agostino.
Nel 1888 Pp Leone XIII canonizzò insieme i sette primi Padri. A Monte Senario un unico sepolcro raccoglie insieme le spoglie mortali di coloro che la comunione di vita aveva resi un cuor solo e un’anima sola.
San Bonfilio
Padre e guida del gruppo laico e poi Priore della nascente comunità dei Servi di Maria. Viene raffigurato con la colomba bianca che si posa sulla sua spalla destra, per indicare quei doni dello Spirito Santo di cui ciascuno dei Sette era adornato, maggiormente manifestato in lui per il suo carisma di Padre del primo gruppo e della comunità poi. Morì, secondo la tradizione, il 1° gennaio 1262.
San Bonagiunta
Uomo austero verso se stesso, ma dolce, amabile e comprensivo verso il prossimo. Anch’egli ricoprì la carica di Priore Generale tra il 1256 e il 1257. Per la sua tenacia difesa della verità e della giustizia, cercarono di avvelenarlo, ma fu liberato da Dio. Morì il 31 agosto 1267.
San Manetto
Anch’egli Priore Generale, fu uomo di grandi capacità organizzative e direttive, tanto che si attribuiscono a lui le prime fondazioni in terra di Francia. Fu lui ad accogliere Arrigo di Baldovino, primo di quella schiera di laici che si aggregò all’Ordine dei Servi. La tradizione pone il giorno della sua morte il 20 agosto 1268.
Sant’Amadio
Possiamo dire che nel gruppo dei Sette egli era come la fiamma che dava calore a tutti con la sua grande carità che si alimentava dell’amore di Dio. Il suo nome, Ama-Dio, fu un vero presagio, segno della ricchezza della sua vita spirituale e di carità. Morì il 18 aprile 1266.
San Sostegno e Sant’Uguccione
Di questi due Santi si ricorda in particolare la loro amicizia, tanto che l’iconografia li rappresenta insieme, e la morte, avvenuta per ambedue lo stesso giorno e anno ( 3 maggio 1282) è come un segno e un sigillo di autenticità del cielo alla loro fraternità. Nel gruppo dei Sette, essi rimangono dunque come simbolo di fraternità vissuta in comunione di vita e di intenti, ma anche come segno specifico di amicizia che, se vera e gratuita, da Dio è ispirata e reciprocamente aiuta a salire a Dio.
Sant’Alessio
Della famiglia dei Falconieri, zio di Santa Giuliana, esempio fulgido di umiltà e purezza. La sua vita fu una continua lode a Dio. Amava andare per la questua, impegnandosi specialmente a sostenere i suoi frati mandati a studiare alla Sorbona di Parigi. È morto all’età di 110 anni il 17 febbraio 1310
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Sette Santi Fondatori, come dice il nome, furono i primi Padri fondatori dell'Ordine dei Servi di Maria, oltre a S. Filippo Benizi.
Il più antico e autorevole documento narrativo sull’origine dell’Ordine, scritto probabilmente dal priore generale Pietro da Todi intorno al 1317-1318, ha per titolo “Legenda de origine Ordinis fratrum Servorum Virginis Mariae” (Legenda sull’origine dell’Ordine dei Servi della Vergine Maria). Da notare che il termine Legenda significa testo da leggersi.
Intorno al 1233, mentre Firenze era sconvolta da lotte fratricide, sette mercanti, membri di una compagnia laica di fedeli devoti della beata Vergine, legati tra loro dall’ideale evangelico della comunione fraterna e del servizio ai poveri, decisero di ritirarsi in solitudine per far vita comune nella penitenza e nella contemplazione. Abbandonata l’attività commerciale, lasciarono le proprie case e distribuirono i beni ai poveri.
Verso il 1245 si ritirarono sul Monte Senario, nei pressi di Firenze, dove costruirono una piccola dimora e un oratorio dedicato alla Vergine Maria. Conducevano vita austera e solitaria, non ricusando tuttavia l’incontro con le persone che, spinte dal dubbio e dall’angoscia, cercavano il conforto della loro parola.
Diffondendosi sempre più la fama della loro santità, molti chiedevano di far parte della loro famiglia. Pertanto essi decisero di dare inizio ad un Ordine dedicato alla Vergine, di cui si dissero Servi, l’Ordine dei Servi di Maria, adottando la Regola di sant’Agostino.
Nel 1888 Pp Leone XIII canonizzò insieme i sette primi Padri. A Monte Senario un unico sepolcro raccoglie insieme le spoglie mortali di coloro che la comunione di vita aveva resi un cuor solo e un’anima sola.
San Bonfilio
Padre e guida del gruppo laico e poi Priore della nascente comunità dei Servi di Maria. Viene raffigurato con la colomba bianca che si posa sulla sua spalla destra, per indicare quei doni dello Spirito Santo di cui ciascuno dei Sette era adornato, maggiormente manifestato in lui per il suo carisma di Padre del primo gruppo e della comunità poi. Morì, secondo la tradizione, il 1° gennaio 1262.
San Bonagiunta
Uomo austero verso se stesso, ma dolce, amabile e comprensivo verso il prossimo. Anch’egli ricoprì la carica di Priore Generale tra il 1256 e il 1257. Per la sua tenacia difesa della verità e della giustizia, cercarono di avvelenarlo, ma fu liberato da Dio. Morì il 31 agosto 1267.
San Manetto
Anch’egli Priore Generale, fu uomo di grandi capacità organizzative e direttive, tanto che si attribuiscono a lui le prime fondazioni in terra di Francia. Fu lui ad accogliere Arrigo di Baldovino, primo di quella schiera di laici che si aggregò all’Ordine dei Servi. La tradizione pone il giorno della sua morte il 20 agosto 1268.
Sant’Amadio
Possiamo dire che nel gruppo dei Sette egli era come la fiamma che dava calore a tutti con la sua grande carità che si alimentava dell’amore di Dio. Il suo nome, Ama-Dio, fu un vero presagio, segno della ricchezza della sua vita spirituale e di carità. Morì il 18 aprile 1266.
San Sostegno e Sant’Uguccione
Di questi due Santi si ricorda in particolare la loro amicizia, tanto che l’iconografia li rappresenta insieme, e la morte, avvenuta per ambedue lo stesso giorno e anno ( 3 maggio 1282) è come un segno e un sigillo di autenticità del cielo alla loro fraternità. Nel gruppo dei Sette, essi rimangono dunque come simbolo di fraternità vissuta in comunione di vita e di intenti, ma anche come segno specifico di amicizia che, se vera e gratuita, da Dio è ispirata e reciprocamente aiuta a salire a Dio.
Sant’Alessio
Della famiglia dei Falconieri, zio di Santa Giuliana, esempio fulgido di umiltà e purezza. La sua vita fu una continua lode a Dio. Amava andare per la questua, impegnandosi specialmente a sostenere i suoi frati mandati a studiare alla Sorbona di Parigi. È morto all’età di 110 anni il 17 febbraio 1310
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Ecco ora il momento favorevole, ecco ora il giorno della salvezza
San Leone Magno ( ?-circa 461), papa e dottore della Chiesa
Quarta Omelia sulla Quaresima, n° 1 et 2
« Ecco ora il giorno della salvezza ! » Certo, non c'è tempo che non sia pieno dei doni divini. In ogni tempo, la grazia di Dio ci apre l'accesso alla sua misericordia. Tuttavia, ecco ora il momento in cui occorre che tutti i cuori siano stimolati con un ardore più grande, nel progresso spirituale, con maggiore fiducia. Infatti il ritorno del giorno in cui siamo stati riscattati ci invita ad ogni opera spirituale. Così celebreremo, il corpo e l'anima purificati, il mistero che prevale su tutti gli altri : il sacramento della Pasqua del Signore.
Tali misteri esigerebbero uno sforzo spirituale continuo, in modo tale che rimanessimo sempre, sotto lo sguardo di Dio, così come dovremmo essere trovati nella festa di Pasqua. Ma questa virtù si trova soltanto in pochi uomini ; per noi, in mezzo alle attività di questa vita, a causa della debolezza della carne, lo zelo si infiacchisce... Per rendere la purezza alle nostre anime, il Signore ha preparato il rimedio di un allenamento di quaranta giorni, nei quali le colpe commesse durante gli altri tempi possano essere riscattate dalle opere buone, e consumate dai santi digiuni. Prendiamoci cura, quindi, di obbedire al comandamento dell'Apostolo : « Purifichiamoci da ogni macchia della carne e dello Spirito » (2 Cor 7, 1).
Tuttavia, il nostro modo di vivere si accordi con la nostra astinenza. L'essenziale del digiuno non è la sola astensione dal cibo ; non c'è nessun profitto nel sottrare il cibo al corpo se il cuore non si distoglie dall'ingiustizia, se la lingua non si astiene dalla calunnia... Questo è il tempo della mitezza, della pazienza, della pace... Ora, che l'anima forte si abitui a perdonare le ingiustizie, a non contare gli affronti, a dimenticare le ingiurie... Tuttavia, che il contegno dello spirito non sia triste ; che sia santo. Che non si senta il mormorio dei gemiti ; che ci sia una vera gioia.
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Quarta Omelia sulla Quaresima, n° 1 et 2
« Ecco ora il giorno della salvezza ! » Certo, non c'è tempo che non sia pieno dei doni divini. In ogni tempo, la grazia di Dio ci apre l'accesso alla sua misericordia. Tuttavia, ecco ora il momento in cui occorre che tutti i cuori siano stimolati con un ardore più grande, nel progresso spirituale, con maggiore fiducia. Infatti il ritorno del giorno in cui siamo stati riscattati ci invita ad ogni opera spirituale. Così celebreremo, il corpo e l'anima purificati, il mistero che prevale su tutti gli altri : il sacramento della Pasqua del Signore.
Tali misteri esigerebbero uno sforzo spirituale continuo, in modo tale che rimanessimo sempre, sotto lo sguardo di Dio, così come dovremmo essere trovati nella festa di Pasqua. Ma questa virtù si trova soltanto in pochi uomini ; per noi, in mezzo alle attività di questa vita, a causa della debolezza della carne, lo zelo si infiacchisce... Per rendere la purezza alle nostre anime, il Signore ha preparato il rimedio di un allenamento di quaranta giorni, nei quali le colpe commesse durante gli altri tempi possano essere riscattate dalle opere buone, e consumate dai santi digiuni. Prendiamoci cura, quindi, di obbedire al comandamento dell'Apostolo : « Purifichiamoci da ogni macchia della carne e dello Spirito » (2 Cor 7, 1).
Tuttavia, il nostro modo di vivere si accordi con la nostra astinenza. L'essenziale del digiuno non è la sola astensione dal cibo ; non c'è nessun profitto nel sottrare il cibo al corpo se il cuore non si distoglie dall'ingiustizia, se la lingua non si astiene dalla calunnia... Questo è il tempo della mitezza, della pazienza, della pace... Ora, che l'anima forte si abitui a perdonare le ingiustizie, a non contare gli affronti, a dimenticare le ingiurie... Tuttavia, che il contegno dello spirito non sia triste ; che sia santo. Che non si senta il mormorio dei gemiti ; che ci sia una vera gioia.
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martedì 16 febbraio 2010
Una volta battezzati, siamo tutti uguali
Affermi che stai comprendendo a poco a poco che cosa vuol dire «anima sacerdotale»... Non ti arrabbiare se ti rispondo che i fatti dimostrano che lo comprendi solo in teoria. Ogni giorno ti capita la stessa cosa: alla sera, al momento dell'esame, tanti desideri e propositi; al mattino e al pomeriggio, nel lavoro, tutte difficoltà e scuse. È così che vivi il «sacerdozio santo, per offrire sacrifici spirituali, graditi a Dio per mezzo di Gesù Cristo»? (Solco, 499)
Nella Chiesa c'è uguaglianza: i battezzati sono tutti uguali, perché tutti figli dello stesso Dio, nostro Padre. In quanto cristiani non c'è differenza alcuna fra il Papa e l'ultimo a essersi incorporato alla Chiesa. Però questa radicale uguaglianza non significa possibilità di cambiare la costituzione della Chiesa, in ciò che Cristo ha stabilito. Per esplicita volontà divina c'è diversità di funzioni, che comporta anche una differente idoneità, e un «carattere» indelebile conferito dal Sacramento dell'Ordine ai ministri consacrati. Al vertice di questo ordinamento c'è il successore di Pietro e, con lui e sotto di lui, tutti i vescovi, con la loro triplice missione di santificare, di governare e di insegnare.Le verità di fede e di morale — permettetemi l'insistenza — non si stabiliscono a maggioranza di voti: esse formano il deposito — depositum fidei — dato da Cristo a tutti i fedeli e affidato, per quanto riguarda l'esposizione e l'insegnamento autorevole, al Magistero della Chiesa.
Sarebbe un errore pensare che, dal momento che gli uomini hanno acquisito maggior consapevolezza dei legami di solidarietà che li uniscono, si debba modificare la costituzione della Chiesa, per farla procedere con i tempi. I tempi non sono degli uomini, neppure degli uomini di Chiesa; i tempi sono di Dio, che è il Signore della storia. E la Chiesa può dare la salvezza alle anime soltanto se rimane fedele a Cristo nella sua costituzione, nei suoi dogmi, nella sua morale. (La Chiesa nostra Madre, 1993, punti: 14-15)
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Nella Chiesa c'è uguaglianza: i battezzati sono tutti uguali, perché tutti figli dello stesso Dio, nostro Padre. In quanto cristiani non c'è differenza alcuna fra il Papa e l'ultimo a essersi incorporato alla Chiesa. Però questa radicale uguaglianza non significa possibilità di cambiare la costituzione della Chiesa, in ciò che Cristo ha stabilito. Per esplicita volontà divina c'è diversità di funzioni, che comporta anche una differente idoneità, e un «carattere» indelebile conferito dal Sacramento dell'Ordine ai ministri consacrati. Al vertice di questo ordinamento c'è il successore di Pietro e, con lui e sotto di lui, tutti i vescovi, con la loro triplice missione di santificare, di governare e di insegnare.Le verità di fede e di morale — permettetemi l'insistenza — non si stabiliscono a maggioranza di voti: esse formano il deposito — depositum fidei — dato da Cristo a tutti i fedeli e affidato, per quanto riguarda l'esposizione e l'insegnamento autorevole, al Magistero della Chiesa.
Sarebbe un errore pensare che, dal momento che gli uomini hanno acquisito maggior consapevolezza dei legami di solidarietà che li uniscono, si debba modificare la costituzione della Chiesa, per farla procedere con i tempi. I tempi non sono degli uomini, neppure degli uomini di Chiesa; i tempi sono di Dio, che è il Signore della storia. E la Chiesa può dare la salvezza alle anime soltanto se rimane fedele a Cristo nella sua costituzione, nei suoi dogmi, nella sua morale. (La Chiesa nostra Madre, 1993, punti: 14-15)
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Beato Giuseppe Allamano
Sacerdote e Fondatore Istituti:Missionari/e della Consolata
Giuseppe Allamano nacque a Castelnuovo d’Asti (oggi Castelnuovo Don Bosco) il 21 gennaio 1851. Castelnuovo è terra di personaggi e santi. Nel 1811 vi nacque S. Giuseppe Cafasso, il formatore del clero torinese, definito da Pp Pio XI "la perla del clero italiano". Sua sorella Maria Anna è la mamma di Giuseppe Allamano. Cinque anni più tardi venne alla luce in frazione Becchi un'altra eccelsa figura: S. Giovanni Bosco. A ridosso della piazza centrale del paese c'è la casa natale di un altro personaggio: il Cardinale Giovanni Cagliero, pioniere delle missioni salesiane in Patagonia. A sette chilometri da Castelnuovo si affaccia, sulla cima di un colle, Piovà Massaia: è il paese natale di Guglielmo Massaia, il grande evangelizzatore dell'Etiopia dell'ottocento. Vicino a Castelnuovo c’è pure Riva di Chieri, dove nacque S. Domenico Savio.
Quarto di cinque figli, Giuseppe Allamano perse il padre quando aveva appena tre anni e la conduzione della famiglia pesò sulle spalle della mamma. Animata da grande carità verso i poveri, donna forte e di grande fede, ebbe sul figlio l'influsso che mamma Margherita esercitò su Don Bosco. Due donne che evidenziano il valore dell'educazione familiare.
Undicenne, Giuseppe Allamano approda a Torino per entrare nell'oratorio di Don Bosco dove vi compie gli studi ginnasiali, sotto la guida del santo educatore, al quale - confessa - rivela tutto. Don Bosco, a sua volta, vede in lui la stoffa di un ottimo salesiano e lo esorta a diventarlo. Ma Giuseppe non si sente chiamato per quella strada. E al termine degli studi lascia l'oratorio insalutato ospite. “Me l'hai fatta grossa! ”, gli dirà più tardi Don Bosco.
Tornato a casa continua a studiare e matura la definitiva decisione: entrare in seminario per essere sacerdote della diocesi torinese. I fratelli pongono qualche resistenza, invitandolo ad attendere. Ma egli risolve definitivamente la questione, dicendo: “Il Signore mi chiama oggi. Non so se mi chiamerà tra due o tre anni! ”. Ed entra in seminario.
Il 20 settembre 1873, a 22 anni, viene ordinato sacerdote diocesano di Torino. Assistente ed in seguito direttore spirituale del Seminario; nel 1880 viene nominato rettore del Santuario della Consolata.
Nel 1882 riapre il Convitto Ecclesiastico e negli anni successivi avvia importanti opere di ristrutturazione del Santuario.
Nel 1898 redige il primo bollettino del Santuario, uno strumento all'avanguardia per la fine dell'800.
Il 29 gennaio 1901 fonda l'Istituto Missioni Consolata che nel 1902 avvierà le sue attività di apostolato con la partenza per il Kenya dei primi quattro missionari: due sacerdoti e due coadiutori. L'anno successivo, per rispondere alle necessità della missione keniota ed in collaborazione con Giuseppe Benedetto Cottolengo, vengono inviate delle suore vincenzine.
Vista la necessità della presenza femminile nell'opera di apostolato, nel 1910, fonda l’istituto Suore Missionarie della Consolata. Per comprendere la profonda spiritualità missionaria di Giuseppe Allamano sono preziosi i suoi scritti e notoriamente certe frasi fra le quali :
“Prima santi poi missionari » - “Come Missionari poi, dovete essere non solo santi, ma santi in modo superlativo. Non bastano tutte le altre doti per fare un Missionario! Ci vuole santità, grande santità. I miracoli si ottengono non tanto con la scienza, quanto piuttosto con la santità”- “Ecco, o miei cari, la santità che io vorrei da voi: non miracoli ma far tutto bene.”
- “I Santi sono santi non perché abbiano fatto dei miracoli, ma perché bene omnia fecerunt”.
- “Il bene fa poco rumore: il molto rumore fa poco bene. Il bene va fatto bene e senza rumore”.
Lui sente però che sull’evangelizzazione bisogna scuotere l’intera Chiesa per cui, nel 1912, con l’adesione di altri capi di istituti missionari, denuncia a S. Pio X (Giuseppe Melchiorre Sarto) l’ignoranza dei fedeli sulla missione, per l’insensibilità diffusa nella gerarchia.
Chiede al Papa di intervenire contro questo stato di cose ed in particolare propone di istituire una giornata missionaria annuale, "con obbligo d’una predicazione intorno al dovere e ai modi di propagare la fede".
Declinano le forze di Pp Pio X, scoppia la guerra nei Balcani...l’audace proposta cade. Ma non per sempre: Pp Pio XI (Ambrogio Damiano Achille Ratti) realizzerà l’idea di Giuseppe Allamano, istituendo, il 14 aprile 1926, la Giornata Missionaria Mondiale.
Lui è già morto, l’idea ha camminato. E altre cammineranno dopo, come i suoi missionari e missionarie (oltre duemila a fine XX secolo, in 25 Paesi di quattro Continenti).
Giuseppe Allamano si spense a Torino il 16 febbraio 1926; la sua salma ora è conservata e venerata nella Casa Madre dei Missionari della Consolata, a Torino.
Il Servo di Dio Giovanni Paolo II l’ha proclamato beato il 7 ottobre 1990, in Piazza San Pietro a Roma.
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Non intendete e non capite ancora ?
San Vincenzo di Lerino (?-circa 450), monaco
Commonitorio, 23, PL 50, 667-668
Forse che nella Chiesa di Cristo nessun progresso sarà possibile per la dottrina?... Certo che ci sarà, e grandissimo! Chi sarebbe tanto avversario agli uomini e ostile a Dio da impedirlo? A condizione però che si tratti di vero progresso nella fede, non di mutamento. Progresso significa che una cosa si accresce rimanendo se stessa; nel mutamento invece, una cosa si modifica trasformandosi in un'altra. Cresca dunque, e progredisca in ogni modo possibile, l'intelligenza, la scienza, la sapienza dei singoli e della collettività, di ogni individuo come di tutta la Chiesa, secondo il progredire dell'età e dei secoli: purché questo avvenga esattamente secondo la loro peculiare natura, cioè nello stesso dogma, nel medesimo senso, secondo una stessa interpretazione.
La religione delle anime deve imitare lo sviluppo dei corpi, i cui elementi, benché col passare degli anni si evolvano e crescano, rimangono però sempre gli stessi. C'è tanto differenza infatti fra il fiore dell'infanzia e la maturità della vecchiaia, e tuttavia, quelli che ora sono vecchi sono gli stessi che furono adolescenti; per cui se mutano l'aspetto e le abitudini di un uomo, si tratta sempre però della stessa natura e della stessa persona. Le membra dei latanti sono piccole, grandi quelle dei giovani, ma sono sempre quelle. Tante ne hanno i bambini, quanti gli adulti; e se qualcosa di nuovo appare in età più matura, già preesisteva nell'embrione...
Le stesse leggi di crescita deve seguire il dogma della religione cristiana. Col passare degli anni si deve consolidare, deve svilupparsi nel tempo, divvenire sempre più alto con l'età. I nostri padri, nel passato, seminarono nel campo della Chiesa il buon grano della fede: sarebbe davvero ingiusto e sconveniente che noi, loro discendenti, cogliessimo la zizzania del subdolo errore in luogo del frumento dell'antica verità (Mt 13,24). Al contrario è giusto e logico che la mietitura non differisca dalla semina e che quindi, quando il grano della dottrina è giunto a maturazione, noi possiamo mietere il frumento del dogma che se, col procedere del tempo, qualcosa si è sviluppato da quei semi originali, ciò sia motivo di gioia e di approfondimento.
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Commonitorio, 23, PL 50, 667-668
Forse che nella Chiesa di Cristo nessun progresso sarà possibile per la dottrina?... Certo che ci sarà, e grandissimo! Chi sarebbe tanto avversario agli uomini e ostile a Dio da impedirlo? A condizione però che si tratti di vero progresso nella fede, non di mutamento. Progresso significa che una cosa si accresce rimanendo se stessa; nel mutamento invece, una cosa si modifica trasformandosi in un'altra. Cresca dunque, e progredisca in ogni modo possibile, l'intelligenza, la scienza, la sapienza dei singoli e della collettività, di ogni individuo come di tutta la Chiesa, secondo il progredire dell'età e dei secoli: purché questo avvenga esattamente secondo la loro peculiare natura, cioè nello stesso dogma, nel medesimo senso, secondo una stessa interpretazione.
La religione delle anime deve imitare lo sviluppo dei corpi, i cui elementi, benché col passare degli anni si evolvano e crescano, rimangono però sempre gli stessi. C'è tanto differenza infatti fra il fiore dell'infanzia e la maturità della vecchiaia, e tuttavia, quelli che ora sono vecchi sono gli stessi che furono adolescenti; per cui se mutano l'aspetto e le abitudini di un uomo, si tratta sempre però della stessa natura e della stessa persona. Le membra dei latanti sono piccole, grandi quelle dei giovani, ma sono sempre quelle. Tante ne hanno i bambini, quanti gli adulti; e se qualcosa di nuovo appare in età più matura, già preesisteva nell'embrione...
Le stesse leggi di crescita deve seguire il dogma della religione cristiana. Col passare degli anni si deve consolidare, deve svilupparsi nel tempo, divvenire sempre più alto con l'età. I nostri padri, nel passato, seminarono nel campo della Chiesa il buon grano della fede: sarebbe davvero ingiusto e sconveniente che noi, loro discendenti, cogliessimo la zizzania del subdolo errore in luogo del frumento dell'antica verità (Mt 13,24). Al contrario è giusto e logico che la mietitura non differisca dalla semina e che quindi, quando il grano della dottrina è giunto a maturazione, noi possiamo mietere il frumento del dogma che se, col procedere del tempo, qualcosa si è sviluppato da quei semi originali, ciò sia motivo di gioia e di approfondimento.
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lunedì 15 febbraio 2010
San Claudio La Colombière, S.J.
Apostolo del Sacro CuoreClaudio, al secolo Claude, La Colombière, terzo figlio del notaio Bertrando La Colombière e di Margherita Coindat, nacque il 2 febbraio 1641 a St. Symphorien d'Ozon nel Delfinato.
Essendosi trasferita la famiglia a Vienne, Claudio ricevé qui la sua prima educazione scolastica, che completò poi a Lione con lo studio della Retorica e della Filosofia.
È in questo periodo che si sente chiamato alla vita religiosa nella Compagnia di Gesù; ma non conosciamo i motivi che lo spinsero a questa decisione. Di contro egli ci ha lasciato in uno dei suoi scritti questa confessione: “Avevo una avversione orribile per la vita che abbracciavo”. Questa affermazione è agevolmente comprensibile da chi si è interessato alla vita di Claudio, la cui natura, sensibile ai rapporti familiari ed amichevoli, era anche grandemente incline alla letteratura e all'arte e attratta da ciò che ha di più degno la vita di società. Ma non era, d'altra parte, uomo che si lasciasse guidare dal sentimento.
All'età di 17 anni entrò nel Noviziato della Compagnia di Gesù, ad Avignone. In questo stesso luogo, nel 1660, passò dal Noviziato al Collegio, per condurre a termine gli studi di Filosofia e simultaneamente pronunciare i primi voti religiosi. Alla fine del corso, fu nominato professore di Grammatica e Letteratura; incarico che mantenne, in quel Collegio, durante cinque anni.
Nel 1666 fu mandato a Parigi, per studiare Teologia nel Collegio di Clermont: in quella stessa epoca gli venne pure affidato un incarico di grande responsabilità. La notevole attitudine che Claudio aveva manifestato per gli studi umanistici, unita alle sue doti di prudenza e finezza, decisero i Superiori a sceglierlo come precettore dei figli di Colbert, Ministro delle Finanze di Luigi XIV.
Terminato lo studio della Teologia e ricevuto il Sacerdozio, all'età di 28 anni, tornò di nuovo a Lione: per qualche tempo in qualità di professore, poi per dedicarsi completamente alla predicazione e direzione della Congregazione Mariana.
La predicazione di La Colombière si distinse sempre per la sua solidità e profondità: non si perdeva nel vago, ma si dirigeva abilmente verso un uditorio concreto, e con una ispirazione evangelica così vigorosa da infondere in tutti serenità e fiducia in Dio. Le edizioni dei suoi sermoni produssero nelle anime, e continuano ancora a produrre, grandi frutti spirituali; infatti, considerato il luogo e la durata del suo ministero, essi sembrano meno invecchiati di quelli di altri oratori di maggior fama.
L'anno 1674 fu decisivo nella vita di Claudio. Fece dunque la "Terza Probazione" nella Maison Saint-Joseph di Lione e, durante il mese di Esercizi che solitamente si praticano, il Signore lo andò preparando per la missione che gli aveva destinato. Gli appunti spirituali di questo tempo ci permettono di seguire passo passo le lotte e i trionfi del suo spirito, straordinariamente sensibile alle attrattive umane, ma generoso con Dio.
Il 2 febbraio 1675 pronunciò la Solenne Professione e fu nominato Rettore del Collegio di Paray-le-Monial. Non mancò chi si sorprese che un uomo così eminente fosse destinato ad una città tanto remota come Paray. La spiegazione sta nel fatto che i Superiori sapevano che qui, nel Monastero della Visitazione, un'umile religiosa, Margherita Maria Alacoque, alla quale il Signore andava rivelando i tesori del suo Cuore, viveva in una angosciosa incertezza; aspettava che lo stesso Signore adempisse la promessa data di inviarle un suo “servo fedele e amico perfetto”, che l'avrebbe aiutata a realizzare la missione alla quale la destinava: manifestare al mondo le ricchezze imperscrutabili del suo amore.
Una volta giunto nella sua nuova destinazione il P. La Colombière, dopo i primi incontri con Margherita Maria, questa gli manifestò tutto il suo spirito e quindi anche le comunicazioni che ella credeva ricevere dal Signore. Il Padre, da parte sua, approvò pienamente e le suggerì di mettere per iscritto tutto ciò che passava nella sua anima, orientandola e sostenendola nell'adempimento della missione ricevuta. Quando poi fu certo, grazie alla luce divina manifestatasi nella preghiera e nel discernimento, che Cristo desiderava il culto del suo Cuore, si votò ad esso senza riserve, come ci testimoniano la sua dedizione e i suoi appunti spirituali. In questi ultimi appare chiaro che, già prima delle confessioni di Margherita Maria Alacoque, Claudio, seguendo le direttive di S. Ignazio negli Esercizi, era giunto alla contemplazione del Cuore di Cristo come simbolo del suo amore.
Dopo un anno e mezzo di permanenza a Paray, nel 1676 il P. La Colombière partì per Londra, essendo stato nominato predicatore della Duchessa di York. Era un incarico delicatissimo, considerati gli avvenimenti che in quel tempo agitavano l'Inghilterra; prima della fine di ottobre dello stesso anno, il Padre già occupava l'appartamento che gli era stato riservato nel palazzo di St. James. Oltre ai sermoni pronunciati nella cappella e alla costante direzione spirituale, sia orale che scritta, Claudio poté dedicarsi a una solida istruzione nella vera fede di non poche persone che avevano abbandonato la Chiesa Romana. E, anche se tra grandi pericoli, ebbe la consolazione di vedere molti ritornarvi, al punto che, dopo un anno, diceva: “Potrei scrivere un libro sulla misericordia di cui Dio mi ha fatto testimone da quando sono qui ”.
Il lavoro così intenso e il clima poco propizio minarono la sua salute; cominciarono così a manifestarsi i sintomi di una violenta affezione polmonare. Tuttavia P. Claudio portò avanti con coraggio il suo sistema di vita.
Improvvisamente, alla fine del 1678, fu arrestato sotto un'accusa calunniosa di complotto papista. Dopo due giorni fu trasferito nell'orribile carcere di King's Bench, dove restò durante tre settimane, sottoposto a gravi privazioni, finché per decreto reale fu espulso dall'Inghilterra.
Tutte queste sofferenze minarono ancor più la sua salute che, con alterne vicende, andò peggiorando al suo rientro in Francia.
Nell'estate del 1681, essendo già molto aggravato, fu rimandato a Paray.
Il 15 febbraio 1682, prima domenica di Quaresima, all'imbrunire, sopravvenne una forte emottisi che pose fine alla sua vita.
Il 16 giugno 1929, il Papa Pio XI beatificò Claudio La Colombière, il cui carisma, secondo S. Margherita Maria Alacoque, sarebbe stato quello di condurre le anime a Dio, seguendo il cammino di amore e di misericordia che Cristo ci rivela nel Vangelo.
È stato proclamato santo il 31 maggio 1992 dal Servo di Dio Giovanni Paolo II, il quale, rivolgendosi ai fedeli che gremivano la Basilica di S. Pietro, ha espresso questo augurio: “Possa la canonizzazione di Claudio La Colombière essere per tutta la Chiesa un appello a vivere la consacrazione a Cristo, consacrazione che è dono di sé per lasciare che la carità di Cristo ci animi, ci perdoni e ci introduca nel suo ardente desiderio di aprire a tutti i nostri fratelli le vie della verità”
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Credere, persino nell'oscurità
San [Padre] Pio di Pietrelcina (1887-1968), cappuccino OP ; GF 174 ; Ep 4,418
Lo Spirito Santo ci dice : Non lasciate il vostro spirito soccombere alla tentazione e alla tristezza, perché la gioia del cuore è vita dell'anima. La tristezza non giova a nulla e causa la morte spirituale.
Succede a volte che le tenebre della prova soverchino il cielo della nostra anima ; ma sono proprio luce ! Grazie ad esse infatti, voi credete persino nell'oscurità ; lo spirito si sente sperso, teme di non vedere più, di non capire più. Eppure è proprio il momento in cui il Signore parla e si rende presente all'anima ; e questa ascolta, intende e ama nel timore di Dio. Per « vedere » Dio, non aspettate il Tabor (Mt 17,1) quando già lo contemplate sul Sinai (Es 24,18).
Andate avanti nella gioia di un cuore sincero e spalancato. E se vi è impossibile mantenere questa gioia, almeno non perdete coraggio e conservate tutta la vostra fiducia in Dio.
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domenica 14 febbraio 2010
Figlia mia, il Signore conta sul tuo aiuto
Figlia mia, che hai formato una famiglia, mi piace ricordarti che voi donne — lo sai bene! — avete molta fortezza che sapete avvolgere di speciale dolcezza, perché non venga notata. E, con questa fortezza, potete fare del marito e dei figli strumenti di Dio, o diavoli. — Tu li farai sempre strumenti di Dio: il Signore conta sul tuo aiuto. (Forgia, 690)
La donna è chiamata ad apportare alla famiglia, alla società civile, alla Chiesa, qualche cosa di caratteristico che le è proprio e che solo lei può dare: la sua delicata tenerezza, la sua instancabile generosità, il suo amore per la concretezza, il suo estro, la sua capacità di intuizione, la sua pietà profonda e semplice, la sua tenacia... La femminilità non è autentica se non sa cogliere la bellezza di questo insostituibile apporto e non ne fa vita della propria vita.Per compiere questa missione la donna deve sviluppare la propria personalità, senza lasciarsi trasportare da un ingenuo spirito di imitazione che finirebbe quasi sempre per collocarla in una situazione di inferiorità e mortificherebbe le sue possibilità più originali. Se si forma bene, con autonomia personale, con autenticità, essa realizzerà efficacemente la sua opera, la missione a cui si sente chiamata, qualunque essa sia: la sua vita, il suo lavoro, saranno veramente costruttivi e fecondi, ricchi di significato, sia che trascorra le proprie giornate dedita al marito e ai figli, sia che, avendo rinunciato al matrimonio per nobili motivi, essa abbia deciso di dedicarsi interamente ad altri compiti. Ciascuna per la propria strada, fedele alla sua vocazione umana e divina, può realizzare, come di fatto avviene, la personalità femminile in tutta la sua pienezza. Non dimentichiamo che la Madonna, Madre di Dio e Madre degli uomini, non solo è un modello, ma anche la prova del valore trascendentale che può assumere una vita apparentemente irrilevante. (Colloqui con Monsignor Escrivá, 87)
Una donna dotata della necessaria preparazione deve poter trovare aperti tutti gli sbocchi alla vita politica, a tutti i livelli. In questo senso, non si possono indicare alcune attività specifiche riservate solo alle donne... In questo terreno l'apporto specifico della donna non consiste tanto nell'attività o nel posto in sé, quanto nel modo di svolgere questa funzione, cioè nelle sfumature che la sua natura di donna saprà dare alle soluzioni dei problemi che si trova ad affrontare, e anche nel saper individuare e impostare in un certo modo questi problemi. (Colloqui con Mons. Escrivá, 90)
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La donna è chiamata ad apportare alla famiglia, alla società civile, alla Chiesa, qualche cosa di caratteristico che le è proprio e che solo lei può dare: la sua delicata tenerezza, la sua instancabile generosità, il suo amore per la concretezza, il suo estro, la sua capacità di intuizione, la sua pietà profonda e semplice, la sua tenacia... La femminilità non è autentica se non sa cogliere la bellezza di questo insostituibile apporto e non ne fa vita della propria vita.Per compiere questa missione la donna deve sviluppare la propria personalità, senza lasciarsi trasportare da un ingenuo spirito di imitazione che finirebbe quasi sempre per collocarla in una situazione di inferiorità e mortificherebbe le sue possibilità più originali. Se si forma bene, con autonomia personale, con autenticità, essa realizzerà efficacemente la sua opera, la missione a cui si sente chiamata, qualunque essa sia: la sua vita, il suo lavoro, saranno veramente costruttivi e fecondi, ricchi di significato, sia che trascorra le proprie giornate dedita al marito e ai figli, sia che, avendo rinunciato al matrimonio per nobili motivi, essa abbia deciso di dedicarsi interamente ad altri compiti. Ciascuna per la propria strada, fedele alla sua vocazione umana e divina, può realizzare, come di fatto avviene, la personalità femminile in tutta la sua pienezza. Non dimentichiamo che la Madonna, Madre di Dio e Madre degli uomini, non solo è un modello, ma anche la prova del valore trascendentale che può assumere una vita apparentemente irrilevante. (Colloqui con Monsignor Escrivá, 87)
Una donna dotata della necessaria preparazione deve poter trovare aperti tutti gli sbocchi alla vita politica, a tutti i livelli. In questo senso, non si possono indicare alcune attività specifiche riservate solo alle donne... In questo terreno l'apporto specifico della donna non consiste tanto nell'attività o nel posto in sé, quanto nel modo di svolgere questa funzione, cioè nelle sfumature che la sua natura di donna saprà dare alle soluzioni dei problemi che si trova ad affrontare, e anche nel saper individuare e impostare in un certo modo questi problemi. (Colloqui con Mons. Escrivá, 90)
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SS. Cirillo et Metodio
Compatroni d’EuropaNel mese di febbraio la liturgia ci propone due grandi evangelizzatori: Cirillo e Metodio. Due fratelli, due intrepidi testimoni di Cristo, due santi detti “Apostoli degli Slavi ” perché hanno dato le loro migliori energie per annunciare il Vangelo di Cristo ai popoli slavi.
Cirillo (greco: Κύριλλος) e Metodio (greco: Μεθόδιος) sono nati a Tessalonica (Salonicco) verso gli anni 820-830.
Il loro padre, un ricco magistrato e funzionario statale, sognava per ambedue una “vocazione” da impiegati statali, con un “posto sicuro” nella burocrazia imperiale. Ma questi la pensavano diversamente. Di temperamento diverso, ben presto anche le loro strade professionali non potevano che divergere.
Metodio, il maggiore, assecondò il desiderio del padre per un po’ di tempo, diventando un eccellente amministratore nel governo di una colonia slava in Macedonia. Poi si fece monaco.
Cirillo invece, il più intellettuale dei due, studiò fino a diventare professore di filosofia nella scuola superiore (una specie di università imperiale) di Costantinopoli. Rifiutò nozze prestigiose e anche incarichi di amministrazione statale. Insegnò filosofia così bene che venne chiamato “il Filosofo”. Dimostrò grandi doti di comunicazione, tanto che gli vennero affidati incarichi diplomatici presso gli Arabi. Ma massima aspirazione di Cirillo non era tanto la filosofia e la speculazione su Dio, ma Dio stesso.
Dopo alcuni episodi torbidi a corte, con relativa congiura e assassinio che portarono ad un autentico colpo di stato, Cirillo si ritirò e raggiunse il fratello nel monastero. E così nell’anno 860 i due fratelli si incontrarono e scoprirono una comune “insoddisfazione esistenziale” che solo l’impegno totale per la causa del Vangelo di Gesù Cristo poteva colmare. Volevano qualcosa di più coinvolgente.
Diventarono sacerdoti e furono inviati dall’imperatore di Bisanzio tra gli slavi del Mar Nero a predicare il Vangelo. Nell’863 vennero inviati nuovamente a predicare il Vangelo tra gli slavi, questa volta della Moravia. Il principe Rotislavo aveva chiesto infatti dei sacerdoti slavofoni, che parlassero cioè la lingua slava. I precedenti predicatori erano o tedeschi o di lingua tedesca, e celebravano la messa in latino. Quelle popolazioni, ancora analfabete, finalmente capivano quello che veniva loro annunziato.
Il successo dei due fratelli fu enorme. La grande svolta, frutto di una brillante intuizione, fu quella dell’introduzione, quindi, dell’uso della lingua slava nella liturgia, al posto del latino che il popolo non capiva. Grande merito di Cirillo, fu quello dell’invenzione del cosiddetto (impropriamente) “alfabeto cirillico”, per codificare la lingua slava, fin’allora solo parlata. Cirillo viene considerato anche il fondatore della letteratura slava. Intrapresero poi la traduzione della Scrittura in questa lingua.
Purtroppo anche le passioni umane con il loro codazzo di gelosie, di invidia e di accuse non sono estranee ai predicatori del Vangelo. La compresenza di alcuni “missionari” di lingua tedesca negli stessi territori diede origine ad un aspro dissidio di natura politico-religiosa. I due fratelli sono accusati di fomentare un certo nazionalismo, a causa della lingua slava usata nella liturgia.
Nell’869 Cirillo e Metodio dovettero andare a Roma per “discolparsi”. Il Pp Adriano II, con decisione saggia e lungimirante, diede sostegno ai due fratelli approvando l’uso della lingua slava nella liturgia.
Cirillo, stanco delle molte fatiche, cadde malato e sopportò il proprio male per molti giorni... Dopo aver indossato le sacre vesti, rimase per tutto il giorno ricolmo di gioia e diceva: “Da questo momento non sono più servo né dell’imperatore né di alcun uomo sulla terra, ma solo di Dio onnipotente. Non esistevo, ma ora esisto ed esisterò in eterno. Amen...”.
E così all’età di 42 anni si addormentò nel Signore, il 14 febbraio dell’869, a Roma.
Papa Adriano II consacrò vescovo Metodio inviandolo di nuovo, come responsabile pastorale della Pannonia, corrispondente all’odierna Austria orientale, Moravia, parte nord della Serbia e l’Ungheria. Il vescovo di Salisburgo, però, non era d’accordo con questa delimitazione territoriale, giudicandola una indebita intrusione sul proprio territorio. Lo fece addirittura arrestare e mettere in prigione (e la sorpresa di Metodio fu quella di avere come compagno di cella un vescovo filo-imperiale e sabotatore, una spia insomma).
Finalmente nell’873 il nuovo papa Giovanni VIII lo fece liberare, lo confermò nella carica di arcivescovo e approvò di nuovo l’uso della lingua slava nella liturgia.
Metodio morì nell’885 a Velehrad, nella Cekia di oggi.
Nel 1880 Pp Leone XIII con l'enciclica “Grande Munus” ricordò a tutta la Chiesa gli straordinari meriti dei SS. Cirillo e Metodio per la loro opera di evangelizzazione degli slavi.
Un secolo dopo, il 31 dicembre 1980, con lettera apostolica “Egregiae Virtutis”, il Servo di Dio Giovanni Paolo II (primo Pp slavo della storia) proclamò i SS. Cirillo e Metodio compatroni d'Europa assieme a S. Benedetto da Norcia.
Beati voi poveri, perché vostro è il Regno di Dio
Paolo VI, papa dal 1963 al 1978
Esortazione apostolica «Gaudete in Domino» (1975)
Questa gioia di dimorare nell'amore di Dio incomincia fin da quaggiù. È quella del Regno di Dio. Ma essa è accordata su di una via scoscesa che richiede una totale fiducia nel Padre e nel Figlio, e una preferenza data al Regno. Il messaggio di Gesù promette innanzi tutto la gioia, questa gioia esigente ; non si apre essa attraverso le beatitudini ? « Beati, voi poveri, perché vostro è il Regno di Dio. Beati voi che ora avete fame, perché sarete saziati. Beati voi che ora piangete, perché riderete ».
Misteriosamente, il Cristo stesso, per sradicare dal cuore dell'uomo il peccato di presunzione e manifestare al Padre un'obbedienza integra e filiale, accetta di morire per mano di empi, di morire su di una croce. Ma ...d'ora innanzi, Gesù è per sempre vivente nella gloria del Padre, ed è per questo che i discepoli furono stabiliti in una gioia inestinguibile nel vedere il Signore, la sera di Pasqua (Lc 24, 41).
Ne deriva che, quaggiù, la gioia del Regno portato a compimento non può scaturire che dalla celebrazione congiunta della morte e della risurrezione del Signore. È il paradosso della condizione cristiana, che illumina singolarmente quello della condizione umana : né la prova né la sofferenza sono eliminate da questo mondo, ma esse acquistano un significato nuovo nella certezza di partecipare alla redenzione operata dal Signore, e di condividere la sua gloria.
Per questo il cristiano, sottoposto alle difficoltà dell'esistenza comune, non è tuttavia ridotto a cercare la sua strada come a tastoni, né a vedere nella morte la fine delle proprie speranze. Come lo annunciava il profeta: « Il popolo che camminava nelle tenebre vide una grande luce; su coloro che abitavano in terra tenebrosa una luce rifulse. Hai moltiplicato la gioia, hai aumentato la letizia » (Is 9, 1-2)
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Esortazione apostolica «Gaudete in Domino» (1975)
Questa gioia di dimorare nell'amore di Dio incomincia fin da quaggiù. È quella del Regno di Dio. Ma essa è accordata su di una via scoscesa che richiede una totale fiducia nel Padre e nel Figlio, e una preferenza data al Regno. Il messaggio di Gesù promette innanzi tutto la gioia, questa gioia esigente ; non si apre essa attraverso le beatitudini ? « Beati, voi poveri, perché vostro è il Regno di Dio. Beati voi che ora avete fame, perché sarete saziati. Beati voi che ora piangete, perché riderete ».
Misteriosamente, il Cristo stesso, per sradicare dal cuore dell'uomo il peccato di presunzione e manifestare al Padre un'obbedienza integra e filiale, accetta di morire per mano di empi, di morire su di una croce. Ma ...d'ora innanzi, Gesù è per sempre vivente nella gloria del Padre, ed è per questo che i discepoli furono stabiliti in una gioia inestinguibile nel vedere il Signore, la sera di Pasqua (Lc 24, 41).
Ne deriva che, quaggiù, la gioia del Regno portato a compimento non può scaturire che dalla celebrazione congiunta della morte e della risurrezione del Signore. È il paradosso della condizione cristiana, che illumina singolarmente quello della condizione umana : né la prova né la sofferenza sono eliminate da questo mondo, ma esse acquistano un significato nuovo nella certezza di partecipare alla redenzione operata dal Signore, e di condividere la sua gloria.
Per questo il cristiano, sottoposto alle difficoltà dell'esistenza comune, non è tuttavia ridotto a cercare la sua strada come a tastoni, né a vedere nella morte la fine delle proprie speranze. Come lo annunciava il profeta: « Il popolo che camminava nelle tenebre vide una grande luce; su coloro che abitavano in terra tenebrosa una luce rifulse. Hai moltiplicato la gioia, hai aumentato la letizia » (Is 9, 1-2)
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sabato 13 febbraio 2010
Beata Eustochio (Lucrezia) Bellini
Vergine dell’Ordine di S. BenedettoNel 1444 a S. Prosdocimo (PD), dove non vigeva ancora la regola della clausura, nacque Lucrezia Bellini, da Giacomo Bellini e da Maddalena Cavalcabò, monaca del monastero di S. Prosdocimo.
All’età di sette anni Lucrezia venne riportata nel monastero e affidata alle monache che gestivano una forma di educandato. La condotta della comunità non era proprio esemplare, ma Lucrezia, agli svaghi mondani, preferiva il ritiro, il lavoro e la preghiera, era molto devota alla Madonna, a S. Girolamo e a S. Luca.
Nel 1460 il vescovo Jacopo Zeno, alla morte della badessa, tentò d’imporre al monastero una maggiore disciplina, ma sia le monache, sia le educande, se ne ritornarono alle proprie case, rimase solo Lucrezia Bellini.
Giunsero allora, in sostituzione, nel monastero, le Benedettine provenienti dal convento di S. Maria della Misericordia, sotto la guida della badessa Giustina da Lazzara. Lucrezia chiese di entrare nel loro Ordine e il 15 gennaio 1461, ebbe il nero abito benedettino, prendendo il nome di Eustochio (Eustochio fu Julia Eustachim, nata a Roma nel 368 d.C. e morta a Betlemme nel 418, discepola prediletta di San Girolamo).
Giovane ed inesperta, priva di affetti, Eustochio seppe rimanere estranea ai mali che la circondavano. Visse, con singolare pazienza e rassegnazione, la sua condizione di figlia illegittima e di monaca indemoniata. Sopportò con serenità le vessazioni del maligno, i maltrattamenti delle monache e le accuse di stregoneria, il tutto accompagnato dall’esercizio di un’ascesi intensa, dalla pratica esemplare delle virtù teologali e cardinali e dalla piena osservanza dei voti religiosi, che la portarono ad annullarsi completamente in Dio e a conquistarsi un posto di riguardo nel cuore dei padovani.
Il 13 febbraio 1469 Eustochio morì, a soli 25 anni, in concetto di santità e venne sepolta nel convento. Subito dopo la sua morte si verificarono numerosi prodigi e segni miracolosi che contribuirono ad aumentarne la fama di santità; uno dei più importanti fu il soave profumo che il suo corpo cominciò ad emanare, profumo che continuò a sentirsi nei pressi del sepolcro per molti anni.
Il 16 novembre 1472, in occasione della ricognizione per la beatificazione ed il trasferimento della salma, il suo sepolcro fu aperto e si scoprì, davanti alle autorità, che il corpo, dopo oltre tre anni di sepoltura senza cassa, era rimasto incorrotto.
Nella circostanza, il corpo venne rivestito con un nuovo abito monacale e deposto, in cassa, in un altro sepolcro da dove, il 14 novembre 1475, fu solennemente trasportato in Chiesa e tumulato in un’arca di marmo vicino all’altare con l’iscrizione “Beatae Eustochio Paduane”.
Nel frattempo, nel luogo della sua prima sepoltura, rimasto aperto, il 6 gennaio 1473 comparve una vena d’acqua limpida ed abbondante che fu ritenuta da tutti miracolosa, sia per il luogo sia perché la natura del terreno non presentava alcuna traccia di umidità, la cui presenza avrebbe invece comportato la corruzione del corpo di Eustochio. Quest’acqua prodigiosa guariva ogni infermità, purché nell’infermo non fossero mancate la fede e la disposizione che si richiedono per ricevere una grazia.
La tradizione popolare racconta che dall’abbondanza o dalla scarsità di quest’acqua si potevano prevedere periodi buoni o meno buoni per i raccolti e per gli avvenimenti storici della città di Padova. L’acqua, sempre secondo la tradizione, cessò di sgorgare nel 1806, qualche tempo prima dello spostamento del corpo della Beata nella chiesa di S. Pietro, sempre in Padova, dove, sopra il marmoreo altare, che contiene il suo corpo, sovrasta la pala dipinta del Guglielmi che rappresenta la beata, mentre calpesta il demonio.
Papa Clemente XIII, già vescovo di Padova, confermò il suo culto nel 1760, prima alla città patavina e poi esteso nel 1767 a tutti gli Stati della Repubblica Veneta.
La sua festa religiosa, ancora oggi officiata in tutta la diocesi di Padova, è al 13 febbraio.
Significato del nome Eustochio : "ricco di spighe" (greco)
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Presi quei sette pani, rese grazie, li spezzò
Baldovino di Ford ( ?-circa 1190), abate cistercense
Il Sacramento dell'altare, II, 1 ; SC 93, 131
Gesù spezzò il pane. Se non avesse spezzato il pane, come le briciole sarebbero potute giungere fino a noi? Egli l'ha spezzato e l'ha distribuito, «l'ha disperso e dato ai poveri» (Sal 111,9 Volg). L'ha spezzato per grazia per spezzare la collera del Padre e la propria collera. Dio l'aveva detto: ci avrebbe spezzati, se il suo Unico, «suo eletto, non fosse stato sulla breccia di fronte a lui, per stornare la sua collera dallo sterminio» (Sal 105,23). È stato davanti a Dio e l'ha placato; grazie alla sua forza indefettibile, è rimasto in piedi, senza essere spezzato.
Invece lui, volontariamente, ha spezzato, ha offerto la sua carne, spezzata dalla sofferenza. Lì, ha «spezzato la saette dell'arco» (Sal 75,4), «ha spezzato la testa al Leviatàn», cioè a tutti i nostri nemici, nella sua collera. In questo modo ha spezzato, in un certo modo, le tavole della prima alleanza, affinché non fossimo più sotto la Legge. Così ha spezzato tutto ciò che ci spezzava, per riparare in noi quanto era stato spezzato e per «rimandare liberi gli oppressi» (Is 58,6). Infatti eravamo «prigionieri della miseria e dei ceppi» (Sal 106,10).
Buon Gesù, oggi ancora, sebbene tu abbia spezzato la tua collera, spezzato il pane per noi, poveri mendicanti, noi abbiamo ancora fame... Spezza dunque ogni giorno questo pane per coloro che hanno fame. Infatti oggi e ogni giorno, raccogliamo alcune briciole, e ogni giorno abbiamo di nuovo bisogno del nostro pane quotidiano. «Dacci ogni giorno il nostro pane quotidiano» (Lc 11,3). Se tu non lo darai, chi lo darà? Nella nostra indigenza e nel nostro bisogno, non c'è nessuno che possa rompere il pane per noi, nessuno che possa nutrirci, nessuno che possa ridarci forza, nessuno se non tu, o nostro Dio. In ogni consolazione che ci mandi, raccogliamo le briciole del pane che spezzi per noi e gustiamo «quanto è buona la tua misericordia» (Sal 108,21 volg)
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Il Sacramento dell'altare, II, 1 ; SC 93, 131
Gesù spezzò il pane. Se non avesse spezzato il pane, come le briciole sarebbero potute giungere fino a noi? Egli l'ha spezzato e l'ha distribuito, «l'ha disperso e dato ai poveri» (Sal 111,9 Volg). L'ha spezzato per grazia per spezzare la collera del Padre e la propria collera. Dio l'aveva detto: ci avrebbe spezzati, se il suo Unico, «suo eletto, non fosse stato sulla breccia di fronte a lui, per stornare la sua collera dallo sterminio» (Sal 105,23). È stato davanti a Dio e l'ha placato; grazie alla sua forza indefettibile, è rimasto in piedi, senza essere spezzato.
Invece lui, volontariamente, ha spezzato, ha offerto la sua carne, spezzata dalla sofferenza. Lì, ha «spezzato la saette dell'arco» (Sal 75,4), «ha spezzato la testa al Leviatàn», cioè a tutti i nostri nemici, nella sua collera. In questo modo ha spezzato, in un certo modo, le tavole della prima alleanza, affinché non fossimo più sotto la Legge. Così ha spezzato tutto ciò che ci spezzava, per riparare in noi quanto era stato spezzato e per «rimandare liberi gli oppressi» (Is 58,6). Infatti eravamo «prigionieri della miseria e dei ceppi» (Sal 106,10).
Buon Gesù, oggi ancora, sebbene tu abbia spezzato la tua collera, spezzato il pane per noi, poveri mendicanti, noi abbiamo ancora fame... Spezza dunque ogni giorno questo pane per coloro che hanno fame. Infatti oggi e ogni giorno, raccogliamo alcune briciole, e ogni giorno abbiamo di nuovo bisogno del nostro pane quotidiano. «Dacci ogni giorno il nostro pane quotidiano» (Lc 11,3). Se tu non lo darai, chi lo darà? Nella nostra indigenza e nel nostro bisogno, non c'è nessuno che possa rompere il pane per noi, nessuno che possa nutrirci, nessuno che possa ridarci forza, nessuno se non tu, o nostro Dio. In ogni consolazione che ci mandi, raccogliamo le briciole del pane che spezzi per noi e gustiamo «quanto è buona la tua misericordia» (Sal 108,21 volg)
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Suor Lucia
Suor Lucia, l’ultima dei 3 pastorelli che videro l’apparizione della Vergine a Fatima, è morta il 13 febbraio all’età di 97 anni, dopo una lunga malattia che nell’ultimo mese le aveva tolto la vista e l’udito. Si è spenta nel convento carmelitano in cui ha vissuto, a Coimbra. Suor Lucia nasce il 22 marzo 1907, con il nome di Lucie Dos Santos, ed ha solo 10 anni quando, insieme ai suoi 2 giovani cugini, vede la Vergine in un campo appena al di fuori della città di Fatima.
La prima apparizione avviene il 13 maggio 1917. Le apparizioni continuano fino al 13 ottobre dello stesso anno, ed i 3 veggenti portano al mondo il messaggio della Madonna, che annuncia la fine della prima guerra mondiale e lo scoppio della seconda, la caduta del comunismo in Russia e l’urgenza primaria per i fedeli di dire il rosario.
Dopo le apparizioni di Fatima, e le seguenti apparizioni personali nel 1923 e nel 1929, Lucia Dos Santos abbraccia la vita religiosa, prima in Spagna e dopo, come carmelitana, nel convento di Coimbra.
Del messaggio della Madonna fa parte il cosiddetto “terzo segreto di Fatima”, ossia la terza parte dell'annuncio. Vari Pontefici, che lo custodiscono, decidono di non rivelarlo, ma nel maggio 2000 Giovanni Paolo II rivela il testo della visione mistica: riguarda un “vescovo vestito di bianco” che soffre nei pressi della Croce, sopra i corpi dei martiri, finchè anche lui non cade, colpito da un’arma da fuoco. Il Pontefice arriva alla conclusione che la visione si riferisce all’attentato alla sua stessa vita, per opera di Ali Agca, nel 1981. Alcuni cattolici continuano ad insistere che il “terzo segreto” non sia stato del tutto svelato, anche se il Vaticano conferma che non vi è nulla di più. Fino a quando non e' stato pubblicato il "terzo segreto", suor Lucia aveva parlato delle altre promesse di Fatima in 4 memorie, pubblicate per decisione del vescovo di Leira (Portogallo) al quale erano state rivelate nel gennaio 1944. Questi, a sua volta, le aveva comunicate per intero a Papa Pio XII, perché la suora aveva detto che il terzo segreto poteva essere rivelato a discrezione del Pontefice. Il primo Pontefice a visitare privatamente suor Lucia è Paolo VI, in occasione della sua visita a Fatima nel 1967. Giovanni Paolo II, si è incontrato con la religiosa in 3 distinte occasioni: nel 1982, quando andò a Fatima in pellegrinaggio per ringraziare la Madonna, che lo aveva salvato dall’attentato, nel 1991 nel 10° anniversario dell’attentato e nel 2000, per le cerimonie di beatificazione.
Giovanni Paolo II credeva fermamente che la Madonna di Fatima gli avesse salvato la vita dall’attentato ad opera di Alì Agca a piazza S. Pietro.
L’attentato avviene in uno degli anniversari delle apparizioni del 1917. In segno di gratitudine, un anno dopo lo sparo, il Papa dona alla Vergine di Fatima il proiettile che gli è stato estratto e che è incastonato nella corona della statua della Madonna. Il Santo Padre dice: “Una mano ha sparato il proiettile ed un’altra lo ha guidato”. GiovanniPaolo II beatifica Francisco e Jacinta Marto, i 2 cugini di suor Lucia che videro le apparizioni, in una cerimonia che si tenne a Fatima il 13 maggio 2000, l’anniversario della prima apparizione. Sia Francisco che Jacinta sono morti in giovane età, rispettivamente nel 1919 e nel 1920.
Suor Lucia partecipa alla cerimonia, in una delle sue rarissime uscite dal convento.
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Il lavoro: un cammino di santità
Ti sta aiutando molto mi dici questo pensiero: dall'epoca dei primi cristiani, quanti commercianti si saranno fatti santi? E vuoi dimostrare che anche adesso è possibile... Il Signore non ti abbandonerà in questo impegno. (Solco, 490)
Per seguire le orme di Cristo, l'apostolo di oggi non viene a riformare nulla, né tanto meno a disinteressarsi della realtà storica che lo circonda... Gli basta agire come i primi cristiani, vivificando l'ambiente in cui si trova. (Solco, 320)
Quel che ho sempre insegnato - da quarant'anni a questa parte - è che ogni lavoro umano onesto, sia intellettuale che manuale, deve essere realizzato dal cristiano con la massima perfezione possibile: vale a dire con perfezione umana (competenza professionale) e con perfezione cristiana (per amore della volontà di Dio e al servizio degli uomini). Infatti, svolto in questo modo, quel lavoro umano, anche quando può sembrare umile e insignificante, contribuisce a ordinare in senso cristiano le realtà temporali - manifestando la loro dimensione divina - e viene assunto e incorporato nell'opera mirabile della Creazione e della Redenzione del mondo. In tal modo il lavoro viene elevato all'ordine della grazia e si santifica: diventa opera di Dio, operatio Dei, opus Dei.Ricordando ai cristiani le parole meravigliose del libro della Genesi - dove si dice che Dio creò l'uomo perché lavorasse -, abbiamo fatto attenzione all'esempio di Cristo, che trascorse quasi tutta la sua esistenza terrena nel lavoro di artigiano, in un villaggio. Noi amiamo questo lavoro umano che Egli adottò come condizione di vita, che coltivò e santificò. Noi vediamo nel lavoro, nella nobile fatica creatrice degli uomini, non solo uno dei valori umani più elevati, lo strumento indispensabile per il progresso della società e il più equo assetto dei rapporti fra gli uomini, ma anche un segno dell'amore di Dio per le sue creature e dell'amore degli uomini fra di loro e per Dio: un mezzo di perfezione, un cammino di santità. (Colloqui con Monsignor Escrivá, 10)
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Per seguire le orme di Cristo, l'apostolo di oggi non viene a riformare nulla, né tanto meno a disinteressarsi della realtà storica che lo circonda... Gli basta agire come i primi cristiani, vivificando l'ambiente in cui si trova. (Solco, 320)
Quel che ho sempre insegnato - da quarant'anni a questa parte - è che ogni lavoro umano onesto, sia intellettuale che manuale, deve essere realizzato dal cristiano con la massima perfezione possibile: vale a dire con perfezione umana (competenza professionale) e con perfezione cristiana (per amore della volontà di Dio e al servizio degli uomini). Infatti, svolto in questo modo, quel lavoro umano, anche quando può sembrare umile e insignificante, contribuisce a ordinare in senso cristiano le realtà temporali - manifestando la loro dimensione divina - e viene assunto e incorporato nell'opera mirabile della Creazione e della Redenzione del mondo. In tal modo il lavoro viene elevato all'ordine della grazia e si santifica: diventa opera di Dio, operatio Dei, opus Dei.Ricordando ai cristiani le parole meravigliose del libro della Genesi - dove si dice che Dio creò l'uomo perché lavorasse -, abbiamo fatto attenzione all'esempio di Cristo, che trascorse quasi tutta la sua esistenza terrena nel lavoro di artigiano, in un villaggio. Noi amiamo questo lavoro umano che Egli adottò come condizione di vita, che coltivò e santificò. Noi vediamo nel lavoro, nella nobile fatica creatrice degli uomini, non solo uno dei valori umani più elevati, lo strumento indispensabile per il progresso della società e il più equo assetto dei rapporti fra gli uomini, ma anche un segno dell'amore di Dio per le sue creature e dell'amore degli uomini fra di loro e per Dio: un mezzo di perfezione, un cammino di santità. (Colloqui con Monsignor Escrivá, 10)
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venerdì 12 febbraio 2010
Le spine e le rose attorno al Cuore Immacolato di Maria

Le immagini del Cuore
Immacolato di Maria, di solito, ci presentano il Cuore della Madonna in due modi diversi: in alcune immagini il Cuore è circondato di spine, in altre è circondato di rose.
Immacolato di Maria, di solito, ci presentano il Cuore della Madonna in due modi diversi: in alcune immagini il Cuore è circondato di spine, in altre è circondato di rose.Queste due corone di spine e di rose sono ambedue necessarie ad esprimere ciò che il Cuore Immacolato di Maria riceve da noi, dai nostri comportamenti di vita, nel quotidiano scorrere dei giorni.
Con semplicità e immediatezza, queste due corone esprimono le sofferenze e le allegrezze, i dolori e le gioie che noi uomini, noi figli, arrechiamo al Cuore Immacolato della nostra divina Madre.Che cosa simboleggiano, infatti, le spine e le rose? Le spine simbo-leggiano i peccati, le of-fese, gli oltraggi che arrechiamo al Cuore Immacolato; le rose simboleggiano gli atti di amore, gli affetti, le delicatezze le tenerezze verso il Cuore della divina Madre. Le spine e le rose, infatti, simboleggiano tutto il rapporto dell'uomo con Maria santissima, il rapporto dell'uomo intero, fatto di pensieri e di affetti, di pa-role e di sentimenti, di azioni e di omissioni.Nulla sfugge al cuore della madre, lo sappiamo. è una legge o dinamica naturale della maternità che tutti abbiamo sperimentato nei rapporti con la nostra madre terrena. Chi non li ricorda? Ma se ciò vale per il cuore delle madri terrene, pur limitate e difet-tose, quanto più non varrà per il Cuore della divina Madre che è un oceano di grazia sublime e un fir-mamento di virtù perfette?
Purissimo e delicatissimo, sensibilissimo e tene-rissimo, il Cuore immacolato di Maria è tutto ma-ternità per noi diventati suoi figli nel Figlio e con il Figlio "Primogenito tra molti fratelli" (Rm 8,29). Nulla può sfuggire al suo Cuore, quindi. Tutto, anzi, raggiunge e tocca il suo Cuore materno: ogni cosa tocca il suo Cuore Immacolato o per pungerlo e la-cerarlo, come fanno le spine, o per accarezzarlo e profumarlo, come fanno le rose.Le spine! Tutto il nostro pensare e parlare, agire e non agire può produrre spine che pungono e lace-rano il Cuore Immacolato di Maria.
Ed è proprio questo il dramma senza fine del Cuore materno di Maria. Pensiamo, infatti, alle spine dei nostri pec-cati di pensiero, di paro-le, di opere e di omissio-ni contro la fede e la ca-rità, contro l'umiltà e la purezza, contro la giusti-zia e la fedeltà, contro tutte le virtù e i Coman-damenti di Dio. Molti-plichiamo, poi, questi peccati per tutti gli uo-mini che vivono sulla terra: riusciamo a imma-ginare quale quantità sterminata di spine su spine essi formano? Chi potrà contarle se non Dio solo?E tutti noi siamo re-sponsabili, chi più chi meno, di queste spine di peccato che pungono e lacerano, che feriscono e fanno sanguinare il Cuo-re materno.
Ed è triste costa-tare che noi con-ficchiamo le spine dei peccati nel suo Cuore forse senza neppure renderci conto, con l'indifferenza amara degli estranei: eppu-re siamo suoi figli!L'apparizione dell'Immacolata a Fatima, con il Cuore circondato di spine, impressionò fortemente i tre piccoli pastorelli veggenti, i quali, subito dopo, iniziarono a praticare ogni genere di sacrifici pro-prio in riparazione delle offese fatte al Cuore Im-macolato di Maria.A differenza delle "sette spade" dell'Addolora-ta, che possono ben raffigurare sia gli eventi dolo-rosissimi della vita di Maria, sia gli oltraggi e lecolpe più gravi degli uomini contro di Lei, le spine rappresentano bene, nella loro piccolezza, tutta quella fitta rete di offese e infedeltà, di irriverenze e trascuratezze, di indelicatezze e negligenze, che sono i nostri numerosissimi peccati veniali e difet-ti, imperfezioni e fragilità non combattute o non evitate.Tutte queste spine dei nostri peccati si conficcano nel Cuore materno dell'Immacolata, e non possono non conficcarsi, perché noi siamo suoi figli, riscat-tati a prezzo del suo divin Figlio, ed Ella è perciò nostra Madre, e quale Madre!
Se riflettessimo almeno un poco sulla tenerezza e premura del Cuore materno di Maria verso ciascuno di noi, se meditassimo su quella sua perfettissima e finissima sensibilità che Le fa avvertire ogni moto anche impercettibile dell'animo, ogni intenzione se-greta della nostra mente, ogni battito più intimo del nostro cuore, come comprenderemmo e saremmo più attenti ad evitare tante spine di peccati con i no-stri disordini nei pensieri e nelle parole, negli affetti e nelle azioni, e come saremmo più solleciti nel cir-condare il Cuore dell'Immacolata di rose, soltanto di rose, di tante rose.Le rose! Si sa che la rosa è simbolo dell'amore.
Ogni rosa, quindi, vuol significare un atto di amore. Tante rose, tanti atti di amore. Il Cuore Immacolato circondato di rose, è un cuore accerchiato e stretto dall'amore; ma è anche un cuore che si manifesta come amore e che vuole donare solo rose d'amore.A che cosa siamo chiamati noi come cristiani e ancor più come figli di Maria Santissima? Certa-mente siamo chiamati a circondare il Cuore dell' Immacolata di rose, di tante rose. Ossia: le rose del-le virtù, degli atti di amore, dei sacrifici piccoli e grandi, delle preghiere, delle giaculatorie di amore, dei gesti di carità e di umiltà, delle offerte anche minime, dei "fioretti" umili e nascosti.Se vogliamo imitare i veri innamorati di Maria SS., che sono i Santi di ogni tempo e luogo, pos-siamo trasformare anche noi ogni nostra giornata di vita cristiana in una corona di rose piccole e grandi attorno al Cuore materno dell'Immacolata.Le rose, inoltre, hanno un particolare che ci in-segna come amare di più, con disinteresse completo. Le rose, infatti, hanno le spine: "Non c'è rosa senza spine", dice il proverbio. Ebbene, alla Madonna noi vogliamo dare le rose senza le spine, perché le spine le prendiamo per noi. In che modo?In effetti, quando noi pecchiamo, che cosa faccia-mo?Facciamo questo: prendiamo le rose per noi – ossia le nostre soddisfazioni e voglie egoistiche – e diamo le spine alla Madonna che con le sue soffe-renze e il sangue del suo Cuore paga i nostri difetti. Quando noi pratichiamo le virtù, invece, allora noi diamo alla Madonna le rose degli atti di amore che la accarezzano e le recano conforto al Cuore, e te-niamo per noi le spine dei rinnegamenti delle nostre voglie, dei nostri egoismi.C'è poi una particolare corona di rose con cui tutti noi potremmo circondare il Cuore materno dell'Immacolata, ed è la corona del S. Rosario. Ogni corona del Rosario, infatti, è proprio una corona di cinquanta rose. Ed è la corona più bella e gradita alla Madonna fra tutte le preghiere e devozioni ma-riane. È la corona più utile e preziosa per noi, per il nostro cuore bisognoso di amore, di amore senza soste, di quell'amore che fa ripetere tante volte, an-che con le labbra, Ave Maria… Santa Maria…L'Immacolata stessa, ricordiamolo, ha chiesto e ha raccomandato a noi ripetutamente la preghiera del Rosario in ogni apparizione ai tre pastorelli di Fatima: "Recitate il S. Rosario… Recitate il S. Rosario…".Perché non impegnarci davvero a circondare ogni giorno il Cuore dell'Immacolata con questa corona di rose benedette, unendo ad esse tutte le al-tre rose che ogni giorno si possono raccogliere fra le vicende dolorose di questa terra di "triboli e spine" (Gn 3,18)?Un esempio portentoso, ai nostri tempi, è stato quello di Padre Pio da Pietrelcina, il cappuccino stimmatizzato del Monte Gargano. Ogni giorno e-gli poteva offrire alla Madonna tante rose quante gocce di sangue versava dalle cinque stimmate, te-nendo per sé le spine dei dolori lancinanti che pro-vava alle cinque ferite; egli poteva offrire ogni giorno alla Madonna le rose delle confessioni e assoluzioni ai numerosissimi penitenti, tenendo per sé le spine delle colpe degli altri da espiare, corre-dimendo le anime; egli poteva offrire alla Madonna le rose di un centinaio di corone del Rosario mi-gliaia di "Ave Maria"! - recitate di giorno e di not-te, instancabile fino alla morte. Quante rose egli offriva al Cuore Immacolato della Madre! Si pote-va certamente dire che ogni giornata di Padre Pio era un "roseto" con rose sempre novelle, a sollievo e conforto del Cuore materno dell' Immacolata, che ricambiava con le grazie più preziose di numerose conversioni.Andiamo avanti anche noi su questa strada, che è la strada dei veri figli di Maria SS. Prendiamo an-che noi l'impegno filiale di togliere le spine dei peccati dal Cuore dell'Immacolata, sostituendole con le rose delle virtù, dei sacrifici, degli atti di amore, delle Ave Maria… Ave Maria… Ave Maria…
di Padre Stefano M. Manelli
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