domenica 22 marzo 2015

Commento al Vangelo del 22-3-2015 V domenica di Quaresima

I pagani vogliono vedere Gesù
Molti pagani, presi dal fascino della verità, si univano come proseliti al popolo ebreo: alcuni osservavano solo pochi precetti della Legge, ed erano chiamati proseliti della porta, quasi rimanessero solo innanzi all’ingresso del regno di Dio; altri, invece, si sottomettevano a tutte le prescrizioni della Legge, compresa la circoncisione, ed erano chiamati proseliti della giustizia. In occasione delle feste di Pasqua, perciò, molti pagani accorrevano a Gerusalemme, per adorare Dio nell’atrio che loro era riservato. Vi concorrevano anche quelli che non erano proseliti per un senso di curiosità, in maggioranza uomini d’affari o commercianti che si trovavano a passare per la Palestina per il disbrigo delle loro faccende.
Il grido di entusiasmo che suscitò nel popolo di Gerusalemme il racconto della risurrezione di Lazzaro, e il movimento verificatosi nell’ingresso trionfale di Gesù nella città, suscitò la curiosità di alcuni pagani proseliti che erano venuti per adorare Dio, e fece loro nascere il desiderio di conoscere da vicino Gesù. Essi lo dissero a Filippo che era di Betsaida di Galilea – nota il Sacro Testo –, forse perché venivano proprio da quei luoghi, e conoscevano o lui o la sua famiglia. Filippo, poi, doveva avere anche la premura o l’impegno di regolare l’afflusso della folla, come può rilevarsi dal fatto che Gesù, quando moltiplicò i pani e i pesci, si rivolse a lui per sapere come si poteva dar da mangiare al popolo che lo seguiva. Filippo, alla domanda dei pagani, non osò rispondere subito, ma si consultò con Andrea che era il più anziano tra gli apostoli, per sapere se Gesù era disposto a riceverli. Si ricordò che il Redentore aveva proibito di predicare ai pagani, e temette di averne un rifiuto o un rimprovero. Andrea dovette incoraggiarlo a parlarne al Signore, e tutti e due infatti gli si avvicinarono e glielo dissero. Il Sacro Testo non fa capire esplicitamente che Gesù avesse ricevuto i pagani, ma dal contesto può dedursi di sì, perché Egli vide in quegli uomini come la rappresentanza dei popoli pagani che un giorno si sarebbero uniti alla Chiesa, e nel suo amore esultò, pensando che la sua Passione e Morte avrebbe fruttato la salvezza degli uomini. Egli inoltre parlò del valore della vita dello spirito in opposizione a quella del corpo, ed esortò tutti a seguirlo senza restrizioni, pienamente, per il raggiungimento dell’eterna gloria. Ora, questi avvertimenti erano proporzionati ai pagani che volevano vederlo, ed Egli dovette rivolgerli loro.

Parole di morte e resurrezione
Li vide, li raccolse, scrutò col suo sguardo divino l’ansia e il desiderio di quei cuori, arse dal desiderio di dar la vita per loro e per quelli dei quali erano rappresentanza, ed esclamò: È venuta l’ora nella quale il Figlio dell’uomo sarà glorificato. La sua Passione era per Lui l’ora della glorificazione, cioè della fecondità dell’opera che Egli era venuto a compiere.
La sua morte non era la fine di tutto, come speravano quelli che congiurarono contro di Lui, ma era il principio dello sviluppo della sua opera, e doveva produrre nel mondo la fioritura meravigliosa delle anime, nate a vita nuova dal suo Sangue prezioso. Le anime, poi, potevano rinascere in Lui e per Lui solo se si rinnegavano e se, lungi dal riporre la felicità nella carne e nella vita presente, come facevano i pagani, la riponevano nell’abnegazione di sé. Perciò soggiunse: In verità, in verità vi dico che se il granello di frumento caduto in terra non muore, resta solo, se invece muore fruttifica abbondantemente. Chi ama la propria vita la perderà, e chi odia la propria vita in questo mondo la salverà per la vita eterna. Chi mi serve mi segua, e dove sono io sarà ancora chi mi serve, e chi servirà me sarà glorificato dal Padre mio.

Una caligine di tristezza opprime Gesù
Alludendo alle pene che dovevano avere i suoi veri seguaci e alla piena abnegazione della vita materiale, Gesù Cristo guardò la ripugnanza che gli uomini avrebbero avuto al patire e, unendosi alla loro debolezza, volle sostenerla col suo esempio. La ripugnanza al patire non doveva essere una ragione per credere impossibile ai pagani la vita cristiana, fatta di rinunce, ma doveva essere un’occasione per abbandonarsi maggiormente alla divina volontà. Ecco, questa ripugnanza la volle sentire Egli stesso, e la manifestò in quel momento, dando libero varco alla tristezza e al timore, e mostrando così di essere veramente uomo, com’era veramente Dio. Egli perciò esclamò: Adesso l’anima mia è turbata, e che cosa dirò io? Padre, liberami da quest’ora?
Un’improvvisa caligine di tristezza gli oppresse il Cuore, permettendolo Lui stesso; la sua umanità si trovò di fronte alla morte che doveva subire, ne sentì ripugnanza, ne desiderò la liberazione, ed Egli pregò come vero uomo per ottenerla; ma poi subito considerò il fine della sua missione in terra che era proprio l’immolazione di se stesso, e supplicò il Padre di glorificarsi nel suo sacrificio, accettato pienamente per unirsi alla sua volontà; perciò disse, con accento d’immenso amore: Ma io sono venuto proprio per quest’ora. Padre glorifica il tuo Nome. Nel manifestare la ripugnanza che aveva per la morte che l’attendeva, si mostrava vero uomo; nell’invocare il Padre perché si fosse glorificato in Lui si mostrava vero Figlio di Dio, Verbo suo eterno, glorificazione sua infinita; e il Padre volle confermare questa sua asserzione con una testimonianza solenne, facendo udire da tutti una voce del cielo che gridò: L’ho glorificato e ancora lo glorificherò.
La voce fu potentissima, e risuonò lontano, avendo eco tra i monti e le valli, tanto che la gente che era distratta e lontana, e non aveva potuto seguire il discorso di Gesù, la scambiò per un tuono. Quelli, però, che gli erano più vicino poterono capirne il significato, in relazione col discorso che Egli faceva, e dissero che quella voce veniva da qualche angelo che gli aveva parlato.
All’impressione varia che il popolo manifestava per quella voce, Gesù soggiunse: Questa voce non è venuta per me, ma per voi; è venuta per manifestarvi che io sono il Figlio di Dio, e per farvi intendere in qual modo io glorifico il Padre nella mia umanità assunta. Lo glorifico, offrendomi alla sua volontà, lo glorifico nella mia vita mortale, ma più lo glorificherò nella mia immolazione e nella mia morte, vincendo il mondo, cacciandone il demonio, e attraendone a me tutti i cuori per donarli a Dio.
Perciò Gesù soggiunse: È venuto il momento nel quale si farà giudizio del mondo,confutandone la falsa sapienza, confondendone lo spirito perverso, e aprendo agli uomini gli orizzonti della vita eterna. Ora il principe di questo mondo, ossia satana, sarà cacciato fuori. Sarà vinto, non potrà più dichiararsi dominatore dell’uomo, caduto per la sua tentazione nell’Eden, e non potrà più impedire alle anime di buona volontà di ascendere a Dio; ecco, quando io sarò innalzato dalla terra con la crocifissione e morirò sulla croce, trarrò tutto a me; con la grazia che meriterò agli uomini, e col fascino soavissimo del mio amore trarrò tutto a me, regnando per la croce su tutte le genti e in tutti i secoli, poiché la mia morte è il titolo del mio dolce dominio d’amore.
Egli ciò diceva – soggiunge l’evangelista –, per indicare di qual morte era per morire.Apparentemente sembrò avverarsi proprio l’opposto nella sua morte: Gesù Cristo sembrò vinto dal mondo, satana apparve trionfante su di Lui e, lungi dall’attrarre tutto a sé, tutto gli sfuggì, persino i suoi apostoli, dei quali uno solo si trovò timidamente presente sul Calvario.
In realtà, però, proprio sul Calvario il mondo fu vinto, satana fu scacciato e i cuori trovarono, nel Crocifisso per amore, il centro e la meta del loro amore. Quella povertà giunta fino alla nudità della croce sconvolse per sempre lo spirito avido e avaro del mondo; quella carne divina, martoriata da tanti tormenti, ne confuse la concupiscenza, quell’amore immolato per purissimo amore di Dio ne sgominò e distrusse l’egoismo e attrasse l’uomo al Signore nel desiderio dell’abnegazione e del sacrificio. Satana vide l’albero novello della vita, e da esso il frutto che vi pendeva, frutto che doveva rendere gli uomini simili a Dio nella conoscenza della sua verità eterna, nell’aborrimento del male, nella carità e nell’amore. Vide nuovamente aperto il varco alla grazia rinnovatrice dei cuori, capì che gli sfuggiva il dominio del mondo e fuggì nell’Inferno.
Gli Ebrei capirono che Gesù alludeva alla sua morte, e ne furono sconcertati proprio quelli che avevano cominciato ad avere in Lui una certa fede, e che speravano che Egli avrebbe ricostituito il regno d’Israele. Per un’interpretazione tutta materiale delle profezie riguardanti il Messia, supponevano che Egli dovesse regnare in eterno, e solo politicamente, sulla terra. Ora, sentendo dire da Gesù che Egli doveva essere innalzato dalla terra, e cioè doveva morire, esclamarono: Noi abbiamo appreso dalla Legge che il Cristo vive in eterno, e come tu dici: È necessario che il Figlio dell’uomo sia innalzato dalla terra? Chi è questo Figlio dell’uomo? Non potevano immaginare un Messia mortale, perché sapevano che doveva essere Dio; sapevano pure che Gesù, chiamandosi Figlio dell’uomo, si proclamava Messia; non osarono in quel momento domandargli se Egli era il Messia, perché stavano ancora sotto l’impressione dei grandi miracoli ai quali avevano assistito, e usarono un’espressione capace di farglielo dire spontaneamente: Chi è questo Figlio dell’uomo?
La loro fede era imperfetta: avevano acclamato Gesù come re d’Israele nel suo ingresso a Gerusalemme, e non volevano smentirsi; intanto le parole di Gesù, alludendo alla sua morte, li sconcertavano; ricadevano nel dubbio, e avrebbero voluto che Egli stesso li avesse tratti d’impaccio, con una dichiarazione più esplicita.
È profondamente psicologico: chi assiste ad un fatto straordinario e se ne impressiona, riconoscendolo come un argomento di verità che conferma la missione di un santo, proclama la propria convinzione ad alta voce, e vorrebbe trarre anche gli altri dalla sua parte. La sua fede è più un entusiasmo che una profonda persuasione, e alle prime tenebre vacilla, anzi si smarrisce. Non osa, però, manifestare apertamente il proprio smarrimento, per non fare la figura di essere stato superficiale nel credere e vorrebbe ad ogni costo trovare un argomento di conferma al suo entusiasmo passato, magari interrogando il santo, e provocando da lui uno sprazzo di luce.
Don Dolindo Ruotolo
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giovedì 19 marzo 2015

Preghiera spontanea a San Giuseppe

San Giuseppe, a te a cui furono affidati lo stesso Cristo Gesù e la Vergine Maria, per questi due carissimi tesori e per l'amore che tu portasti ai loro cuori, noi rivolgiamo la nostra preghiera. 
Entra nelle nostre case, custodisci le nostre famiglie che sono tanto bisognose di doni e grazie, aiuta gli ammalati, sostieni chi non ha lavoro, ti affidiamo i poveri e gli ultimi affinché l'uomo non sia sordo al loro pianto, difendi i bambini da tutti i pericoli, specialmente nelle scuole dove bisogna insegnare amore e rispetto per gli altri senza limitare la libertà di pensiero, aiuta i carcerati affinché possano sopportare il peso della solitudine, proteggi gli anziani, quotidianamente vittime dell'indifferenza perpetrata anche dei familiari. 
Dona a noi la pace e difendici dal nemico infernale ad ogni passo tenta e lusinga, soprattutto i nostri giovani. Aiutaci! Te lo chiediamo per il Cuore Immacolato di Maria, Cuore di Mamma che tu hai tanto amato... Che la tua preghiera possa arrivare per noi fino a Gesù.

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Messaggio Medjugorje a Mirjana - 18.03.15

Cari figli, 
con il cuore pieno vi prego, vi prego figli, purificate il vostro cuore dal peccato e orientateli a Dio e alla vita eterna. 
Vi prego siate svegli e aperti per la verità. 
Non permettete che le cose di questa terra vi allontanino dalla felicità in unione con mio Figlio. 
Io vi guido sulla via della vera sapienza perché solo attraverso la sapienza vera potrete conoscere la vera pace e il vero bene. 
Non perdete tempo cercando dal Padre Celeste i segni, perché il segno più grande ve lo ha già dato: mio Figlio. 
Perciò, figli miei, pregate affinché lo Spirito Santo vi possa condurre alla verità e attraverso la conoscenza della verità diventiate una cosa sola con il Padre Celeste e con mio Figlio. 
Questa è la conoscenza che dà la felicità su questa terra e apre la porta alla vita eterna e all'amore sconfinato.
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domenica 15 marzo 2015

Commento al Vangelo del 15-3-2015 IV domenica di Quaresima

Gesù annuncia a Nicodemo il Suo Regno 
Gesù Cristo, per gettare nell'anima di Nicodemo anche il germe di questa verità, gli ricordò il simbolo e la figura più ardua della redenzione, cioè il serpente di bronzo elevato da Mosè nel deserto per ordine di Dio, quando i figli d’Israele furono, per castigo, aggrediti da velenosi serpenti che li mordevano (cf Nm 21,9). Essi, allora, elevavano gli occhi al serpente elevato su una specie di croce e, contemplando solo la figura di Colui che doveva immolarsi per tutti, erano guariti.
Il Verbo Incarnato sarebbe stato elevato non su di un trono, come pensavano allora i dottori della Legge, ma su di un patibolo, ammantato della veste del colpevole, immagine sanguinosa degli uomini peccatori, come il serpente di bronzo era immagine dei serpenti velenosi che mordevano gli Ebrei. Il mondo tutto, bruciato dalle piaghe del peccato, doveva volgere lo sguardo alla Vittima divina, doveva credere, incorporarsi a Lei, operare per Lei il bene, arricchirsi di meriti, e conseguire la vita eterna. Era questa l’economia della redenzione.
Nicodemo, come dottore della Legge, non ignorava certo l’episodio ricordatogli da Gesù, ma per l’interna luce che Egli gli comunicava nell’anima si sentì come in un mondo nuovo, capì il mistero di quella figura profetica, e ne fu sorpreso, ne godette, come gode chi vede risplendere la verità da poche parole semplici, e tacque pieno di ammirazione. Le parole dei profeti riguardanti l’immolazione del Redentore risuonarono nel suo cuore; guardò Gesù con grande compassione, intuendo che voleva immolarsi, e lo amò intensamente perché sentì, in quelle parole che gli aveva detto, tutto l’amore che lo comprendeva. Gesù, infatti, parlando velatamente del suo sacrificio, manifestò, dal volto, una tenerezza infinita che avvolse Nicodemo come in un calore di misericordia e lo conquise. Egli, però, aveva un concetto severo di Dio, non immaginava tanta misericordia in tanta grandezza, non pensava che l’esigenza della sua giustizia potesse armonizzarsi con la sua pietà; perciò Gesù, rispondendo al suo pensiero, soggiunse che la redenzione era frutto dell’infinito amore di Dio, di un amore che era giunto fino a fargli donare il suo Figlio Unigenito, per dare la vita eterna a quanti avrebbero creduto in lui, riconoscendolo, accettandone la dottrina e praticandone i precetti.
Nicodemo pensò allora ai pagani che opprimevano il popolo ebreo, pensò alle scelleratezze da essi commesse, e al giudizio terribile che meritavano, e dovette domandarsi internamente: Come si concilia questa misericordia universale col giudizio severo promesso agli empi nelle Sacre Scritture? Il suo spirito, abituato a considerare i pagani come una massa dannata, e il popolo ebreo come l’unico erede della promessa, abituato a concepire il Messia come un re terribile e inesorabile che doveva schiacciare e annientare i nemici d’Israele, non sapeva capire come potesse attuarsi la redenzione senza una condanna inesorabile del mondo. Fu un pensiero che gli dovette sorgere in mente come un lampo, e può arguirsi dalla risposta di Gesù:
Dio non ha mandato il suo Figlio nel mondo per condannarlo, ma perché il mondo per mezzo di Lui sia salvato.
Il Giudizio severo ci sarà non contro le altre stirpi o nazioni, ma contro chi non crede in Lui; e non sarà neppure un giudizio fatto con apparati esterni di grandezza o di forza, poiché chi non crede nel Figlio di Dio, non usufruendo della sua misericordia, può dirsi già giudicato, perché rimane nel suo peccato e da se stesso si condanna, non avendo come risorgere ed avere la vita eterna.

Il Giudizio – soggiunge Gesù per stabilire definitivamente l’esclusione assoluta di ogni principio di razza o di nazionalismo dal concetto della redenzione –, non riguarda più la massa umana decaduta, perché la redenzione la rialza; riguarda gli uomini singolarmente che, avendo la luce, preferiscono le tenebre alla luce e operano il male. Gli ignoranti, e quelli che senza loro colpa non hanno la luce e operano naturalmente il bene, troveranno un giudizio di misericordia, i cui limiti li conosce Dio solo, ma quelli che facendo il male odiano la luce, e non vi si accostano, positivamente, per non sentire rimorso e non sentirsi rimproverare, saranno già giudicati, trovandosi fuori del regno di Dio. Chi opera secondo verità, cioè secondo la legge naturale posta da Dio nel cuore umano, si accosta alla luce appena la vede e non ne ha timore, perché cerca il bene, simile a colui che, operando onestamente, non teme, come i ladri, la luce del giorno e, anzi, ha piacere di essere visto nelle opere buone che fa.

Padre Dolindo Ruotolo
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domenica 8 marzo 2015

Commento al Vangelo del 8-3-2015 III domenica di Quaresima

Da Cana di Galilea Gesù, insieme con la Madre, i suoi parenti e i suoi discepoli, scese a Cafarnao che si trovava a un livello più basso, e vi rimase alcuni giorni, per unirsi al pellegrinaggio che si recava in Gerusalemme per la solennità della Pasqua. Egli non aveva ancora stabilito a Cafarnao la sua dimora. Andato a Gerusalemme si recò al tempio per adorare il Padre, e vi notò un gravissimo sconcio, contro il quale insorse con tutto l’impeto del suo zelo e il fulgore della sua divina maestà.
Nell’atrio o cortile detto dei pagani, si era formato un vero mercato di animali atti ai sacrifici cruenti, e di ciò che poteva servire per le offerte sacre. Data l’imminenza della Pasqua, il traffico era grande e, per facilitare il cambio delle monete greche o romane che non potevano essere introdotte nel tempio a causa dei loro simboli pagani, si erano stabiliti nell’atrio sacro anche dei cambiavalute, pronti a cambiare con interesse, ad usura, le monete in sicli ebraici d’argento. La baraonda e il vociare dei trafficanti, unito alle voci degli animali e al sudiciume che vi lasciavano, avevano ridotto il luogo sacro in uno stato obbrobrioso; i sacerdoti e i leviti lasciavano fare, perché ricavavano lauti profitti da quel commercio.
Nel tempo della sua vita nascosta, Gesù aveva notato il sacrilego sconcio ogni volta che era andato a Gerusalemme, ma aveva taciuto, perché non era giunto il tempo di rivelarsi; ora, però, Egli iniziava la sua vita pubblica e, operando da padrone, ripieno com’era d’amore per il Padre, avvampò di santo sdegno e, prese alcune cordicelle, forse di quelle che servivano a tener legati gli animali, ne formò come una sferza e cominciò a cacciare fuori gli animali, e con essi gli uomini che li custodivano o li vendevano. I banchieri, i più freddi e insensibili al divino rimprovero, non si mossero, anzi, dovettero aggrapparsi ai loro banchi per difenderli dall’urto degli animali che fuggivano in ogni direzione, ma Gesù, avvicinatosi ai banchi, li rovesciò con impeto divino, gettando per terra le loro monete. Solo verso i venditori di colombe fu più pacato, perché essi le vendevano ai poveri e le avevano in gabbia, e li esortò a togliere di là quella roba, gridando ad essi e a tutti di non cambiare la casa del Padre suo in una bottega di traffico. Nessuno osò reagire a quell’impeto divino, e ne fu tanta la maestà amorosa che gli apostoli, benché ancora novellini nelle vie di Dio, si ricordarono che nel salmo 68,10 era predetto del Messia che lo zelo della Casa di Dio lo avrebbe consumato, e videro spontaneamente, in quell’atto, il compimento della profezia.
La Vergine Santissima, ottenendo a Cana il miracolo dell’acqua mutata in vino, aveva anticipato l’ora di Gesù, cioè il tempo della sua manifestazione pubblica come Messia e Salvatore del mondo, e il primo atto del ministero di Lui fu quello di cacciare dal tempio i profanatori che lo avevano ridotto ad una bottega.

Non è sacro solo il tempio di Dio, ma tutto ciò che vi ha attinenza
I profanatori non stavano propriamente nel tempio, ma nel cortile più esterno dov’era lecito anche ai pagani di penetrare; era uno dei cortili, non era il santo né tanto meno il Santo dei Santi, e ciononostante, Gesù ne cacciò fuori i profanatori con grande impeto.
È una lezione per i ministri dell’altare, per l’anima e per il mondo medesimo. Non è sacro solo il tempio di Dio, ma tutto ciò che vi ha attinenza, o che ne è complemento: la sacrestia, le sale annesse per le associazioni cattoliche, e quello che serve al culto.
Non si può profanare in nessun modo con traffico o avidità di guadagno, o mancanza di giustizia e di carità, quello che appartiene a Dio.
La sacrestia è vestibolo del tempio, il portico esterno o la piazza ne è come il cortile, la compravendita di ciò che serve al culto è, indirettamente, un atto di culto, e non può ridursi ad un traffico qualunque.
Chi vende deve ricordarsi che vende per onorare Dio, e chi compra deve evitare tutto ciò che sa di avarizia o di mancanza di carità. Il Signore retribuisce al centuplo sia chi vende con generosità, per suo amore, sia chi compra con carità.
È poi degno della sferza di Dio ogni profanazione del luogo sacro propriamente detto; le sacrestie sono luoghi di raccolta preparazione ai Sacri Misteri; non sono luoghi di contrattazioni o, peggio, di alterchi, di mormorazioni e di mancanze di carità; il tempio è luogo di orazione, e non vi si può chiacchierare, trattandovi affari temporali e mondani, quasi fosse il luogo di convegni, di appuntamenti o di conversazioni.
La profanazione della Casa di Dio attira i flagelli nazionali e sociali sui popoli.
Quando scoppiano le guerre o le rivoluzioni devastatrici, è la mano del Signore che caccia i profanatori, e fa sentire loro che non è lecito offendere la divina maestà.

Il rimprovero dei Giudei a Gesù e la sua assoluta padronanza
Il frastuono prodotto dall’uscire precipitoso dei venditori e degli animali dal cortile del tempio fece intervenire intorno a Gesù, di furia, i Giudei, cioè le autorità del santuario, decise a mettere a posto il disturbatore del loro traffico indegno, e di espellere, a loro volta, dal luogo santo, colui che, a loro giudizio, si arrogava un potere che non aveva; ma quando si trovarono innanzi al Signore furono così conquisi dalla sua divina maestà che non osarono rimproverarlo e tanto meno cacciarlo; videro, nel suo atteggiamento, qualcosa di straordinario, e vollero accertarsene, domandandogli un miracolo come conferma.
La loro pretesa poteva essere anche legittima, se avessero fatto quella domanda per accertarsi della missione di Lui; ma essi, in realtà, benché conquisi della sua maestà, crederono di metterlo in imbarazzo, costringendolo a riconoscere di non avere il potere di sostituirsi a loro nella custodia del luogo santo. Lo sdegno, poi, che sentivano per il mancato lucro che veniva ad essi da quell’indegno mercato dovette farli avvampare d’ira, e far loro desiderare fin d’allora di disfarsi di Lui.
Egli, perciò, riaffermando con i fatti la sua divina potestà e padronanza che non doveva dar conto a nessuno nel tutelare l’onore del Padre, rispose enigmaticamente: Distruggete questo tempio, e io in tre giorni lo riedificherò.
La frase sembrò un assurdo, data la mole del tempio e la sontuosità della fabbrica.
L’edificio, cominciato da Erode il Grande nell’anno 18° del suo regno, e quindi molto tempo prima della nascita di Gesù, non era terminato ancora nei suoi particolari, benché ci si lavorasse da 46 anni. Fu terminato solo nel 64 dell’era nostra, poco prima della sua distruzione per opera dei Romani, il 70 dell’era volgare. I Giudei, perciò, dissero a Gesù in tono ironico: Questo tempio fu edificato in quarantasei anni, e tu lo rimetterai in piedi in tre giorni? Gesù, invece, – soggiunge l’evangelista –, parlava del tempio del suo corpo, e quindi alludeva alla sua morte ed alla sua risurrezione. I suoi apostoli lo constatarono quando Egli risorse, si ricordarono che la Scrittura in più luoghi aveva predetto la sua risurrezione (cf Sal 15,10; Is 53,10-12) e crederono alle sue parole.
Nonostante che la promessa di Gesù avesse avuto il carattere di un paradosso, gli Ebrei non osarono reagire violentemente contro di Lui; sentirono, loro malgrado, che era la verità, benché non sapessero spiegarlo. Alcuni suppongono che Gesù, nel dire quelle parole, avesse fatto cenno con la mano al suo corpo, toccandosi il petto ma, pur facendo questo gesto, Egli non avrebbe potuto farsi intendere da quelli che ignoravano i prossimi misteri della sua morte e della sua risurrezione. Con profondissimo pensiero, Egli accennò all’argomento fondamentale della verità di tutta la sua opera, e parlò con piena padronanza, precorrendo i tempi. Se pur avesse fatto un miracolo in quel momento, come ne aveva già fatto molti in Gerusalemme (versetto 23), i Giudei non gli avrebbero creduto; Egli, invece, li tacitò con una risposta enigmatica, detta in tutta la pienezza della sua maestà. Mettendoli così a tacere, non diceva una cosa paradossale, se si riguarda la sua affermazione nella luce divina.
Quel tempio maestoso, infatti, era figura e ombra del suo Corpo divino; all’apparenza sembrava immensamente più grande, ma, in realtà, era infinitamente più piccolo. Per distruggere il tempio materiale ci sarebbero voluti elementi umani, determinati e mossi dalla volontà umana; per uccidere, invece, il suo corpo era necessario un permesso della divina volontà, e occorreva il concorso del suo amore che si donava.
Era un prodigio di misericordia il permesso dell’immolazione della Vittima divina, com’era un prodigio di onnipotenza la sua risurrezione dalla morte.
Il tempio stava dunque al suo Corpo come lo schizzo di una fabbrica sta alla fabbrica stessa; Gesù, quindi, non si servì d’un paragone improprio né disse una parola vana ma la sua fu una parola profondissima.

Un enigma penoso per gli apostoli
Dal contesto si rileva che per gli apostoli l’affermazione di Gesù dovette costituire sempre un enigma penoso e un’oscurità in mezzo alla luce che pur vedevano intensa; è per questo che l’evangelista soggiunge che essi, dopo la risurrezione di Gesù si ricordarono di quelle parole, e crederono alle Scritture e a ciò che aveva detto il Signore. Si spiegarono solo allora un mistero incomprensibile che aveva per essi l’apparenza di un assurdo.
Così avviene nelle grandi manifestazioni della potenza, della sapienza e dell’amore di Dio; accanto alla luce ci sono pure le ombre e le tenebre misteriose; perché non tutto ciò che dice o opera il Signore si riferisce ai nostri piccoli pensieri o al tempo presente.
Quando si vede la luce da un lato, le oscurità non sono tenebre di falsità ma un’oscurità e ombra di un mistero che può chiarificarsi dopo anni di attesa, e che può attendere la sua luce anche nell’eternità.
Nel tempo nel quale Gesù stette a Gerusalemme per la Pasqua – soggiunge l’evangelista –, molti crederono in Lui per i miracoli che Egli faceva, ma la loro fede era superficiale, benché esternamente sembrasse entusiasta, e Gesù non si fidava di loro, perché li conosceva nell’intimo del cuore, e non aveva bisogno che altri rendesse testimonianza di loro.
San Giovanni, con queste parole, vuol far notare che Gesù era Dio, e considerava le sue creature non attraverso le apparenze esterne, ma scrutandone il cuore e conoscendone gl’intimi pensieri.
Innanzi a questo sguardo divino non possiamo presumere di noi né fidarci della nostra giustizia, perché Egli può vedere ciò che noi non vediamo.
A volte ci sentiamo soddisfatti della nostra bontà e ci inorgogliamo, spesso paragonandoci agli altri che crediamo a noi inferiori.
Umiliamoci profondamente e pensiamo che Dio forse non può fidarsi di noi, umiliamoci pensando che innanzi a Lui compaiono le nostre responsabilità anche occulte. Quante angustie nella vita che ci sembrano immeritate sono effetto dei nostri peccati nascosti, quante tribolazioni ci colpiscono per purificarci di miserie che noi non scorgiamo! Quante risoluzioni di bene facciamo che poi miseramente svaniscono!
Tu non puoi fidarti di me, o Signore, ma io confido nella tua misericordia, e sono sicuro della tua bontà.

Apri dunque le braccia e accoglimi, rendi ferma in te la mia volontà e fa’ che io ti sia fedele fino alla morte.

Don Dolindo Ruotolo
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lunedì 2 marzo 2015

Messaggio di Medjugurje a Mirjana del 2/3/2015

Cari figli, voi siete la mia forza. 
Voi, apostoli miei, che, con il vostro amore, l’umiltà ed il silenzio della preghiera, fate in modo che mio Figlio venga conosciuto. 
Voi vivete in me. 
Voi portate me nel vostro cuore. 
Voi sapete di avere una Madre che vi ama e che è venuta a portare amore. 
Vi guardo nel Padre Celeste, guardo i vostri pensieri, i vostri dolori, le vostre sofferenze e le porto a mio Figlio. 
Non abbiate paura! 
Non perdete la speranza, perché mio Figlio ascolta sua Madre. 
Egli ama fin da quando è nato, ed io desidero che tutti i miei figli conoscano questo amore; che ritornino a lui coloro che, a causa del loro dolore e di incomprensioni, l’hanno abbandonato e che lo conoscano tutti coloro che non l’hanno mai conosciuto. 
Per questo voi siete qui, apostoli miei, ed anch'io con voi come Madre. 
Pregate per avere la saldezza della fede, perché amore e misericordia vengono da una fede salda. 
Per mezzo dell’amore e della misericordia aiuterete tutti coloro che non sono coscienti di scegliere le tenebre al posto della luce. 
Pregate per i vostri pastori, perché essi sono la forza della Chiesa che mio Figlio vi ha lasciato. 
Per mezzo di mio Figlio essi sono i pastori delle anime. 
Vi ringrazio!
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Commento al Vangelo del 2-3-2015

Dal Vangelo secondo Luca (6,36-38) 
In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: « Siate misericordiosi, come è misericordioso il Padre vostro. Non giudicate e non sarete giudicati; non condannate e non sarete condannati; perdonate e vi sarà perdonato; date e vi sarà dato; una buona misura, pigiata, scossa e traboccante vi sarà versata nel grembo, perché con la misura con cui misurate, sarà misurato a voi in cambio ». Siate misericordiosi, come è misericordioso il Padre vostro” 

In Cristo ci sono in una sola persona due nature, una secondo la quale è sempre esistito, l’altra in cui ha cominciato ad esistere. Secondo il suo essere eterno, egli conosce da sempre tutto, ma, in quanto nato nel tempo, egli ha imparato molte cose. Perciò, quando ha cominciato la sua esistenza nel tempo, fatto carne, ha iniziato a conoscere le miserie della carne, a conoscerle secondo quella conoscenza che deriva dalla debolezza della carne. 
Sarebbe stato meglio e più saggio per i nostri progenitori non arrivare a possedere questa conoscenza, poiché per possederla hanno dovuto passare per la follia e la disgrazia. Ma Dio loro creatore è venuto a cercare ciò che era perduto, ha avuto pietà della sua opera ed è venuto a trovarli: con la sua misericordia è disceso lui stesso fin dove erano miseramente caduti. 
Ha voluto provare nella sua persona ciò che essi soffrivano a causa dell’aver agito contro di lui, non spinto certo dalla curiosità, come loro, ma da una infinita carità; non per restare nella disgrazia con loro, ma, diventato misericordioso, per liberarli dalla loro miseria. 
Cristo è dunque diventato misericordioso, non con la misericordia che già possedeva nella beatitudine da tutta l’eternità, ma con quella che ha acquistato nella nostra stessa carne, sperimentando la nostra stessa miseria. 
San Bernardo
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Commento al Vangelo del 1-3-2015 II domenica di Quaresima

Dal Vangelo secondo Marco (9,2-10)
Dopo sei giorni, Gesù prese con sé Pietro, Giacomo e Giovanni e li portò sopra un monte alto, in un luogo appartato, loro soli. Si trasfigurò davanti a loro e le sue vesti divennero splendenti, bianchissime: nessun lavandaio sulla terra potrebbe renderle così bianche. E apparve loro Elia con Mosè e discorrevano con Gesù. Prendendo allora la parola, Pietro disse a Gesù: «Maestro, è bello per noi stare qui; facciamo tre tende, una per te, una per Mosè e una per Elia!». Non sapeva infatti che cosa dire, poiché erano stati presi dallo spavento. Poi si formò una nube che li avvolse nell'ombra e uscì una voce dalla nube: «Questi è il Figlio mio prediletto; ascoltatelo!». E subito guardandosi attorno, non videro più nessuno, se non Gesù solo con loro. Mentre scendevano dal monte, ordinò loro di non raccontare a nessuno ciò che avevano visto, se non dopo che il Figlio dell'uomo fosse risuscitato dai morti. Ed essi tennero per sé la cosa, domandandosi però che cosa volesse dire risuscitare dai morti. « Gesù ordinò loro di non raccontare a nessuno ciò che avevano visto, se non dopo che il Figlio dell’uomo fosse risuscitato dai morti » 

Gesù voleva armare i suoi discepoli con forza d’animo e costanza tali che avrebbe permesso loro di prendere senza timore la croce, malgrado la sua rudezza. Voleva anche che non arrossissero del suo supplizio, che non ritenessero una vergogna la pazienza con la quale egli avrebbe dovuto sopportare una Passione così crudele, pur senza perdere in nulla la gloria della sua potenza. Gesù “prese con sé Pietro, Giacomo e Giovanni e li portò sopra un monte alto”, e là manifestò loro lo splendore della sua gloria. Anche se essi avevano capito che la maestà divina dimorava in lui, ignoravano ancora la potenza che c’era in quel corpo che velava la divinità... 
Il Signore manifesta dunque la sua gloria alla presenza di testimoni scelti e fa risplendere quel corpo, che gli è comune con tutti gli uomini, di tanto splendore, che “la sua faccia diventa simile al fulgore del sole e le sue vesti uguagliano il candore della neve”. Questa trasfigurazione, senza dubbio, mirava soprattutto a rimuovere dall’animo dei discepoli lo scandalo della croce, perché l’umiliazione della Passione, volontariamente accettata, non facesse tremare la loro fede... 
Ma questa rivelazione dava anche un fondamento solido alla speranza che doveva sostenere la Chiesa. Tutte le membra della Chiesa, il suo Corpo, avrebbero preso coscienza di quale trasformazione sarebbero stati oggetto un giorno, perché c’è la promessa che anche le membra parteciperanno a quella gloria, brillata nel Capo. Lo stesso Signore, parlando della maestà della sua seconda venuta, aveva detto: “Allora i giusti splenderanno come il sole nel regno del Padre loro” (Mt 13,43). La stessa cosa affermava anche l’apostolo Paolo dicendo: “Io ritengo che le sofferenze del momento presente non sono paragonabili alla gloria futura, che dovrà essere rivelata in noi” (Rm 8,18)... 
In un altro passo dice ancora: “Voi infatti siete morti e la vostra vita è ormai nascosta con Cristo in Dio. Quando si manifesterà Cristo, vostra vita, allora anche voi sarete manifestati con lui nella gloria” (Col 3, 3-4). 
San Leone Magno (?-ca 461), papa e dottore della Chiesa 
Discorso 51 sulla Trasfigurazione, SC 74 bis
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venerdì 27 febbraio 2015

Commento al Vangelo del 27-2-2015

Mt 5,20-26
Io vi dico infatti: se la vostra giustizia non supererà quella degli scribi e dei farisei, non entrerete nel regno dei cieli. Avete inteso che fu detto agli antichi: Non ucciderai; chi avrà ucciso dovrà essere sottoposto al giudizio. Ma io vi dico: chiunque si adira con il proprio fratello dovrà essere sottoposto al giudizio.Chi poi dice al fratello: «Stupido», dovrà essere sottoposto al sinedrio; e chi gli dice: «Pazzo», sarà destinato al fuoco della Geènna. Se dunque tu presenti la tua offerta all'altare e lì ti ricordi che tuo fratello ha qualche cosa contro di te, lascia lì il tuo dono davanti all'altare, va' prima a riconciliarti con il tuo fratello e poi torna a offrire il tuo dono. Mettiti presto d'accordo con il tuo avversario mentre sei in cammino con lui, perché l'avversario non ti consegni al giudice e il giudice alla guardia, e tu venga gettato in prigione. In verità io ti dico: non uscirai di là finché non avrai pagato fino all'ultimo spicciolo!

La concezione della giustizia secondo Matteo non può essere confusa con quella di Paolo. Per Paolo la giustizia è la giustificazione di Dio concessa per grazia all'uomo; per Matteo è il retto agire richiesto da Dio all'uomo.
Gesù ha rimesso in vigore la Legge come legge di Dio e documento dell’alleanza, ripulita da tutte le storture e le aggiunte delle tradizioni umane e delle incrostazioni depositate dai secoli.
La migliore giustizia, che deve superare quella degli scribi e dei farisei, richiesta da Cristo ai suoi discepoli sta anche nel fatto che Gesù ha ricondotto i singoli precetti a un principio dominante: l’esigenza dell’amore di Dio e del
prossimo, da cui dipendono la Legge e i Profeti.
Gesù non propone una legge diversa, come appare chiaro in Mt 5,17: "Non pensate che io sia venuto ad abolire la Legge o i Profeti; non sono venuto per abolire, ma per dare compimento".
Gesù parla con autorità pari a quella di Dio che diede i Dieci Comandamenti. "Ma io vi dico" non contraddice quanto è stato detto, ma lo chiarisce, lo modifica in ciò che suona concessione, e passa dalle semplici azioni ai desideri del cuore, da cui tutto promana.
"Ma io vi dico" non è un’antitesi, ma un completamento: l’uccisione fisica viene da un’uccisione interna dell’altro: dall'ira, dal disprezzo, dalla rottura della fraternità nei suoi confronti. L’ira è l’uccisione dell’altro nel proprio cuore. Il
disprezzo è l’uccisione interiore che prepara e permette quella esteriore.
Tutte le guerre sono precedute da una campagna denigratoria del nemico, considerato indegno di vivere e meritevole della morte: di conseguenza, ucciderlo è un dovere; anzi, è un’opera gradita a Dio, come ci ha detto Gesù:
"Verrà l’ora in cui chiunque vi ucciderà crederà di rendere culto a Dio" (Gv 16,2).
Il comandamento dell’amore del prossimo è superiore anche a quello del culto. La pace con il fratello è condizione indispensabile per la pace e l’incontro con il Padre. Ciò che impedisce il contatto con i fratelli impedisce anche il contatto con Dio.
Non solo chi ha offeso, ma anche chi è stato offeso, deve riconciliarsi col fratello prima di prendere parte a un atto di culto. Non è questione di ragione o di torto; quando c’è qualcosa che divide due membri della stessa comunità,
tale ostacolo deve scomparire per poter comunicare con Dio.
La vita è un cammino di riconciliazione con gli altri. Non importa se si ha torto o ragione: se non si va d’accordo con i fratelli, non si è figli di Dio. La realtà di figli di Dio si manifesta necessariamente nel vivere da fratelli in Cristo.
Se non si passa dalla logica del debito a quella del dono e del perdono, si perde la vita di figli del Padre (cfr Mt 18,21-35).
Padre Lino Pedron
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Messaggio Medjugorje del 25 febbraio 2015

Cari figli! 
In questo tempo di grazia vi invito tutti: pregate di più e parlate di meno. 
Nella preghiera cercate la volontà di Dio e vivetela secondo i comandamenti ai quali Dio vi invita. 
Io sono con voi e prego con voi. 
Grazie per aver risposto alla mia chiamata.
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domenica 22 febbraio 2015

Richieste di preghiere 19-21/2/2015

Cari amici,
   raccomando alle nostre preghiere Oleg, un mio caro amico russo, che da un po' di tempo ha problemi di salute, non capisco bene se solo fisica o anche psichica. Gli succedono fra l'altro delle cose strane, come apparizioni di morti e anche di vivi, che gl'impongono di non raccontare quel che gli dicono. Ultimamente è uscito per istrada, in preda a queste – come devo dire? – visioni, è svenuto e è stato portato in ospedale. Vi confido un mio timore, che sarà forse sciocco o esagerato, ma... non si sa mai: che ci possa entrare qualche forma d'ossessione o persecuzione diabolica. Il mio amico è una persona buona, e anche molto colta (è professore d'università), ma non è molto equilibrato; però non è certo matto, e non credo abbia mai avuto problemi psichiatrici. Io gli dico e insisto che le sue sono allucinazioni, ma lui è convinto che siano fatti reali. Da un po' di tempo quasi non dorme la notte, e per mesi non ha mangiato quasi nulla (un fatto che può forse spiegare le allucinazioni, chissà; ma io non sono un medico, e non ci capisco granché).
   Preghiamo anche per altri due miei amici, Arturo e Roberto: il primo è molto confuso e irrequieto, e tutt'e due han molto bisogno del sostegno del Signore per le importanti scelte che devon fare, per la loro vita.
   Vi chiedo infine la carità di pregare la Madonna anche per me, perché il Signore mi dia la grazia di servirlo sempre, nonostante i miei tanti peccati e gli altri miei limiti, nei fratelli che lui mette sulla mia strada.
   Grazie di cuore, e che il Signore vi rimeriti, su questa terra e in paradiso.  Tommaso

Carissimi vi chiedo preghiere per don Giovanni Trusina (63 anni) un sacerdote della mia diocesi, ma anche mio amico, che è stato colpito da ischemia cerebrale ed è in coma. Preghiamo il Signore affinchè lo guarisca e lo restituisca alla sua parrocchia a continuare il suo ministero sacerdotale. Grazie. Ardea da Trieste.

Carissimi fratelli e sorelle, vi chiedo preghiere per la mia nipotina Laura che oggi compie 10 anni. Il Signore la preservi dal male e soprattutto le conceda la gioia della fede. Una preghiera anche per i suoi genitori Gabriele e Tiziana. Grazie. ardea da Trieste
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Commento al Vangelo del 22/2/2015: I domenica di Quaresima

(Mc1,12-15)


San Marco sintetizza i discorsi di Gesù Cristo in poche parole: È compiuto il tempo e si avvicina il regno di Dio; fate penitenza e credete al Vangelo.
Egli mostrava che, secondo le profezie, era proprio quello il tempo nel quale doveva venire il Messia, e che, quindi, si avvicinava il regno di Dio, cioè la glorificazione di Dio nel cuore degli uomini e sulla terra. Con questo, risuscitava, nei cuori, la fede e la speranza nelle divine promesse, il desiderio di una vita migliore, condizione indispensabile per accogliere la grazia di Dio. Per questo soggiungeva: Fate penitenza, e credete al Vangelo. La penitenza era il rinnovamento interiore, nel rammarico di aver peccato, nel desiderio di riparare le proprie colpe, e nell’imposizione e nell’accettazione, liberamente fatta, di opere penose, in riparazione dei peccati.
La penitenza era il nuovo orientamento dell’anima al Signore, nel riconoscimento della divina Maestà, nell’umiliazione profonda al suo cospetto, nel desiderio di amarlo con tutto il cuore e sopra tutte le cose.
Lo spirito di vera penitenza
Gesù Cristo non predicava una penitenza esteriore, come quella dei farisei, ma voleva che l’anima si pentisse, si umiliasse, riparasse, e si presentasse al cospetto di Dio pura, fiduciosa, umile e confidente, vivendo una vita nuova. La penitenza corporale, del resto, non è tale se non in quanto produce o aiuta a produrre gli atti interni. Un rigore tutto materiale è fachirismo, non è amore; l’anima non punisce il corpo per mostrare in esso una forza di resistenza fisica, ma per contenerlo nei limiti, e aprire libero il varco allo spirito; non lo priva di un cibo per severità, ma perché sia minore il frastuono dei sensi, non lo percuote per sadismo, ma per scuotere attraverso la pena il torpore spirituale, e per unirsi alla Passione di Gesù Cristo; non gli inibisce la comunicazione col mondo per mancanza di gentilezza, ma proprio per non rendersi scortese col suo Signore. La penitenza è purificazione, ordine, disciplina dello spirito che produce nell’anima e nel medesimo tratto esterno una soavità gentilissima, facendo, per così dire, affiorare sul corpo stesso la luminosità interiore.


Era questa la penitenza che Gesù predicava, e perciò non impose ai suoi apostoli alcun rigore di vita, volendo che il loro cuore si formasse a mano a mano e si orientasse a Dio in una vita totalmente nuova. Egli esortava, pertanto, tutti a credere al Vangelo, cioè a prestare attenzione alla sua predicazione, e metterla in pratica, poiché, dalla sua parola, doveva venire l’indirizzo ad una vita nuova, e i suoi insegnamenti dovevano demolire tutto quello che di falso o di arbitrario gli scribi e i farisei avevano preteso aggiungere alla divina Parola.
Padre Dolindo Ruotolo
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domenica 8 febbraio 2015

Commento al Vangelo del 8-2-2015, dom. V t.ord. "B"

In casa di Simon Pietro 
Terminata l’istruzione nella sinagoga, Gesù andò in casa di Simone insieme agli altri tre apostoli; Egli aveva già in considerazione Simone, detto poi Pietro, e andò in casa di lui, quasi fosse la sua propria abitazione. Ora, la suocera di san Pietro era a letto con febbre; doveva essere non una semplice indisposizione momentanea, ma una febbre preoccupante, perché, appena Gesù fu in casa, gli parlarono dell’inferma, supplicandolo che si fosse degnato di guarirla. Gesù si avvicinò al letto, la prese per mano e l’alzò, comandandole, con questo gesto, di guarire. La febbre la lasciò immediatamente, ed ella, interamente risanata, incominciò a servire la comitiva. 
Era un giorno di sabato, e il desinare era stato già preparato il giorno prima; la suocera di san Pietro, quindi, dovette solo ministrare ciò che era stato approntato. Questa circostanza, benché minima, mostra la verità del racconto e, diremmo, il colore locale della terra dove il fatto avveniva. La notizia della guarigione della suocera di san Pietro si sparse subito in città, e una folla immensa si accalcò alla porta della casa per presentare a Gesù gli infermi e gli indemoniati, e implorarne la guarigione. 
Egli, nel suo immenso amore, consolò tutti con parole di vita, curò molti infermi e liberò molti indemoniati, imponendo agli spiriti perversi di tacere. Non curò tutti gli infermi che gli furono presentati, perché per molti non sarebbe stato opportuno, e parecchi, forse, mancavano di fede per avere il miracolo. Il Signore non sempre può esaudirci nelle preghiere che gli rivolgiamo per ottenere grazie temporali, perché a volte esse possono essere di ostacolo a quelle spirituali. Dio non guarda solo il momento presente, ma guarda i nostri tempi futuri e l’eternità, e proporziona le sue misericordie al nostro vero bene. Che cosa ci gioverebbe riacquistare la salute se dovesse, poi, servirci a subire nuove pene temporali e a farci pericolare nell’anima? Anche nei celebri santuari dove si operano guarigioni ammirabili, non tutti vengono esauditi nelle preghiere fatte per il corpo, ma può dirsi che tutti vengono consolati nell’anima, come mostra l’esperienza. 
Sappiamo abbandonarci alla divina volontà, e sappiamo essere sicuri di Dio. Egli è infinita Carità, infinita Bontà, infinita Potenza, e non può volere che il nostro vero bene; tutto quello che ci può sembrare storto non deve turbarci, ma deve farci adorare profondamente la divina maestà. Mettiamoci al caldo dell’infinita bontà di Dio, e riposiamo tra le sue braccia; amiamolo con maggiore amore nelle tribolazioni, baciamo le sue mani soavissime, testimoniamogli una fedeltà piena, piena, incrollabile e teneramente filiale. Gesù Cristo guarì gl’infermi nella casa di san Pietro, dove commosse tutta la moltitudine; Egli continua a guarire l’inferma umanità dalla cattedra pontificia, poiché là Egli vive, dimora e manifesta la sua potenza. Nella casa di san Pietro c’era la suocera con la febbre, e Gesù, prima di operare i miracoli a beneficio di tutti, sanò la buona donna; Egli volle mostrare, così, che nella casa di Pietro può esservi anche la debolezza delle infermità umane e la febbre delle miserie umane ma che Egli cura queste miserie e le permette per mutarle in servizio dei disegni di Dio. Andiamo alla cattedra di san Pietro con piena fede, e rifugiamoci nelle braccia della Chiesa, mirabile ospizio d’amore, dove ogni giorno avvengono innumerevoli miracoli di misericordia e di grazia. Se intendessimo che cos’è la Chiesa, e che cos’è il suo centro vitale, il Papa, non saremmo così stolti da impressionarci delle calunnie che gli empi gettano sulla nostra madre benedetta, e le saremmo fedeli fino al martirio. 
Don Dolindo Ruotolo
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giovedì 5 febbraio 2015

Commento al Vangelo del 4-2-2015

Mc 6,7-13 
Chiamò a sé i Dodici e prese a mandarli a due a due e dava loro potere sugli spiriti impuri. E ordinò loro di non prendere per il viaggio nient'altro che un bastone: né pane, né sacca, né denaro nella cintura; ma di calzare sandali e di non portare due tuniche. E diceva loro: «Dovunque entriate in una casa, rimanetevi finché non sarete partiti di lì. Se in qualche luogo non vi accogliessero e non vi ascoltassero, andatevene e scuotete la polvere sotto i vostri piedi come testimonianza per loro». Ed essi, partiti, proclamarono che la gente si convertisse, scacciavano molti demòni, ungevano con olio molti infermi e li guarivano. 

I Dodici erano stati scelti da Gesù perché "stessero con lui e anche per mandarli a predicare e perché avessero il potere di scacciare i demoni" (Mc 3,14-15). Nei capitoli precedenti li abbiamo visti stare con lui, ascoltare e imparare, ora Marco ci mostra la seconda dimensione del discepolo, quella missionaria. 
Per descrivere la missione degli apostoli, Marco usa le medesime parole con cui ha descritto la missione di Gesù: predicavano la conversione, guarivano i malati e scacciavano i demoni. L'invio dei discepoli avviene "a due a due", sia in riferimento alla duplice testimonianza (Dt 17,6; 19,15; Nm 35,40), sia secondo il consiglio del saggio Qoèlet (4,9-12) adottato poi anche dalla comunità cristiana di Gerusalemme (At 13,2). 
Gli ordini che Gesù dà ai suoi inviati riguardano, anzitutto, la povertà e la rinuncia: senza alcun aiuto umano, i discepoli hanno come appoggio solo la fede in colui che li manda. Queste parole condannano il trionfalismo e la ricchezza e impongono la povertà e la discrezione, L'apostolo non deve usare i mezzi del mondo (denaro, potere e forza) per conquistare l'adesione dei suoi ascoltatori. Il vero apostolo non compera nessuno e non si lascia comperare da nessuno: forse sarà venduto a poco prezzo come il suo Maestro (Mc 14,10-11). La povertà è una condizione indispensabile per la missione: i missionari devono essere "truppe leggere". Questa povertà è fede, libertà e leggerezza. Un discepolo appesantito dai bagagli diventa sedentario, conservatore, incapace di cogliere la novità di Dio, abilissimo nel trovare mille ragioni di comodo. La povertà è fede concreta di chi non confida in sé stesso e nei propri mezzi, ma nell'assistenza e nella provvidenza di chi l'ha mandato. 
L'annuncio del vangelo deve sempre essere in povertà, perché proclama la croce che ha salvato il mondo. Più che ciò che dobbiamo dire, Gesù ci insegna ciò che dobbiamo essere. Ciò che siamo grida più forte di ciò che diciamo. Finché non siamo poveri, ogni cosa che diamo o che diciamo non è dono, ma solo esercizio di potere sugli altri. Già nell'Antico Testamento, povertà, piccolezza e impotenza sono i mezzi che Dio sceglie per vincere (cfr 1Sam 2,1-10; Es 3,11; 4,10; Gdc 7,2). 
Infatti "Dio ha scelto ciò che nel mondo è stolto per confondere i sapienti, Dio ha scelto ciò che nel mondo è debole per confondere i forti. Dio ha scelto ciò che nel mondo è ignobile e disprezzato e ciò che è nulla per ridurre al nulla le cose che sono, perché nessun uomo possa gloriarsi davanti a Dio" (1Cor 1,27-29). Questa lezione l'aveva imparata bene Pietro, quando compì il primo miracolo. Egli disse allo storpio: "Non possiedo né argento né oro, ma quello che ho te lo do: nel nome di Gesù Cristo, il Nazareno, cammina" (At 3,6). Se Pietro e Giovanni avessero avuto argento e oro, avrebbero fatto un'opera buona, forse avrebbero fondato un istituto per portatori di handicap, avrebbero dato dei soldi, ma non avrebbero pensato che dovevano dare Gesù, il salvatore. La salvezza viene dalla croce, svuotamento che rivela Dio. Guai se la nostra potenza o sapienza la vanifica: "Cristo mi ha mandato a predicare il vangelo; non però con un discorso sapiente, perché non venga resa vana la croce di Cristo" (1Cor 1,17). Gesù invia i suoi in povertà, come il Padre aveva mandato lui in povertà. I discepoli, mediante la missione, sono chiamati alla forma più alta di vita cristiana: sono pienamente associati al Figlio, che conoscendo l'amore del Padre, è spinto verso tutti i fratelli. 
I Dodici possono annunciare agli altri la conversione mostrando di essere loro stessi convertiti perché sono e vivono come Gesù. Il vangelo parla anche della possibilità, tutt'altro che teorica, vista la sorte toccata a Gesù, che i discepoli non siano accolti e ascoltati. È una sofferenza che il discepolo deve affrontare senza perdersi d'animo. A lui è stato affidato un compito, non garantito il successo. 
Sulla attività dei Dodici, Marco non dà alcuna indicazione di tempo e di luogo; gli basta segnalare che essi realizzano esattamente ciò che aveva detto e fatto il Maestro: proclamare la conversione e operare esorcismi e guarigioni.
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L' Amore è come un tesoro e va custodito

L'Amore è puro quando è veramente radicato nell'anima e distrugge in essa qualunque cosa che la oscura; e se noi non sentiamo il fuoco di questi effetti divini è perché non utilizziamo i mezzi necessari per poterlo accendere nel nostro cuore. 
L'amore è come un tesoro, deve essere custodito e preservato da tutte le cose vane, viene perfezionato nel sacrificio, si consuma sulla croce. 
Impariamo da Maria il segreto di mettere tutto il cuore nelle cose che facciamo per Dio e per i fratelli, affinché anche le azioni più semplici diventino preziosi agli occhi di Dio.
(Maria M.)
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Ti adoro mio Dio

Ti adoro mio Dio e Ti ringrazio per il Tuo amore. 
Chiedo nella Tua infinita Misericordia, la luce per vedere me stessa come tu mi vedi. 
Amen
(Maria M.)
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Richiesta di preghiere 1/2015

Dominique, che scrive dal Belgio, chiede preghiere per suo padre Roger e per suo zio, entrambi gravemente ammalati. Vorrebbe anche estendere questa richiesta di preghiere a tutti gli ammalati che soffrono. 
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Bonjour, Pourriez vous prier pour mon papa Roger de Belgique ainsi que pour mon oncle tout deux très gravement malade ? Pour qu’ils puissent vivre et guérir. Qu’ils aient aussi la force et le courage de se battre. 
J’aimerais étendre cette prière à tous les malades ainsi qu’à tous ceux qui souffrent sur la Terre. Merci infiniment En union de prières, Dominique.
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martedì 3 febbraio 2015

Richiesta di preghiere 2/2/2015

Carissimi, il mio gruppo del Rinnovamento nello Spirito, Effata, ha indetto dal 27 febbraio al 27 marzo un Seminario di Vita Nuova presso una parrocchia della nostra città. 
Preghiamo affinché lo Spirito Santo assista le persone che dovranno condurre questo Seminario ed apra la mente ed il cuore a quelli che vorranno aderire. Si concluderà poi il 29 marzo con la Nuova Effusione dello Spirito su quanti ne faranno richiesta. 
Grazie. ardea da Trieste
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Messaggio Medjugorje a Mirjana del 2 febbraio 2015

Cari figli, eccomi sono qui in mezzo a voi. Vi guardo, vi sorrido e vi amo come solo una madre può fare. Attraverso lo Spirito Santo che viene per mezzo della mia purezza, vedo i vostri cuori e li offro a mio Figlio. Già da tanto tempo vi chiedo di essere miei apostoli, di pregare per coloro che non hanno conosciuto l’amore di Dio. Chiedo la preghiera fatta con l’amore, la preghiera che fa opere e sacrifici. Non perdete tempo a capire se siete degni di essere miei apostoli, il Padre Celeste giudicherà tutti, ma voi amatelo ed ascoltatelo. So che tutte queste cose vi confondono, anche la mia venuta in mezzo a voi, ma accettatela con gioia e pregate per comprendere che siete degni di operare per il cielo. Il mio amore è su di voi. Pregate affinché il mio amore vinca in ogni cuore, perché questo amore che perdona si dona e non cessa mai. Vi ringrazio.
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