Signore, tu mi chiami ancora e sempre, fra le tante preoccupazioni della mia vita.
Tu mi lasci allontanare da te nella mia amarezza e nel mio dolore.
Insegnami ogni giorno, per mezzo del sacrificio sempre attuale del tuo Figlio, anticipo dell'eterno banchetto nuziale nei cieli, a non trascurare la grazia delle tue ispirazioni.
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giovedì 23 agosto 2012
mercoledì 22 agosto 2012
Sei invidioso perché io sono buono?
Mt 20,1-16
Il regno dei cieli è simile a un padrone di casa che uscì all'alba per prendere a giornata lavoratori per la sua vigna. Si accordò con loro per un denaro al giorno e li mandò nella sua vigna. Uscito poi verso le nove del mattino, ne vide altri che stavano in piazza, disoccupati, e disse loro: «Andate anche voi nella vigna; quello che è giusto ve lo darò». Ed essi andarono. Uscì di nuovo verso mezzogiorno, e verso le tre, e fece altrettanto. Uscito ancora verso le cinque, ne vide altri che se ne stavano lì e disse loro: «Perché ve ne state qui tutto il giorno senza far niente?». Gli risposero: «Perché nessuno ci ha presi a giornata». Ed egli disse loro: «Andate anche voi nella vigna». Quando fu sera, il padrone della vigna disse al suo fattore: «Chiama i lavoratori e da' loro la paga, incominciando dagli ultimi fino ai primi». Venuti quelli delle cinque del pomeriggio, ricevettero ciascuno un denaro. Quando arrivarono i primi, pensarono che avrebbero ricevuto di più. Ma anch'essi ricevettero ciascuno un denaro. Nel ritirarlo, però,mormoravano contro il padrone dicendo: «Questi ultimi hanno lavorato un'ora soltanto e li hai trattati come noi, che abbiamo sopportato il peso della giornata e il caldo». Ma il padrone, rispondendo a uno di loro, disse: «Amico, io non ti faccio torto. Non hai forse concordato con me per un denaro? Prendi il tuo e vattene. Ma io voglio dare anche a quest'ultimo quanto a te: non posso fare delle mie cose quello che voglio? Oppure tu sei invidioso perché io sono buono?». Così gli ultimi saranno primi e i primi, ultimi».
I due detti di Gesù: "Molti dei primi saranno ultimi e gli ultimi i primi" (Mt 19,30) e "così gli ultimi saranno primi e i primi gli ultimi" (Mt 20,16) servono come inclusione della parabola degli operai della vigna. Il messaggio è questo: rinunciare ad essere grandi per diventare piccoli, accettare che l'ultimo riceva quanto il primo.
Il Regno è un dono gratuito, una grazia da accogliere. Spontaneamente siamo tentati anche noi di mormorare contro il Signore della vigna, perché il suo modo di agire mette a soqquadro i nostri criteri di valutazione, di retribuzione equa, di giustizia sociale, di merito.
Ma trasferendo le nostre misure sul piano della salvezza, noi poniamo il problema in modo sbagliato: essere ingaggiati nella vigna del Signore, essere chiamati al Regno è una grazia, un onore, una gioia, una fortuna. E se Dio chiama tutti e a tutte le ore e accorda il medesimo dono straordinario e gratuito che è la salvezza, ciò deve farci straordinariamente felici, anche perché, erroneamente, tutti riteniamo di essere operai della prima ora che reclamano la salvezza come un diritto, mentre in realtà ci viene concessa come dono.
Dio si riserva la libertà dalla scelta per grazia, che abbatte la presunzione umana. A imitazione di Dio, i "primi" sono invitati a guardare agli "ultimi" con bontà e non con cuore cattivo.
L'amore di Dio raggiunge tutti gli uomini e non fa differenze. Il salario è sempre lo stesso e non può essere diviso perché il premio della vita è Gesù Cristo.
Padre Lino Pedron
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Il regno dei cieli è simile a un padrone di casa che uscì all'alba per prendere a giornata lavoratori per la sua vigna. Si accordò con loro per un denaro al giorno e li mandò nella sua vigna. Uscito poi verso le nove del mattino, ne vide altri che stavano in piazza, disoccupati, e disse loro: «Andate anche voi nella vigna; quello che è giusto ve lo darò». Ed essi andarono. Uscì di nuovo verso mezzogiorno, e verso le tre, e fece altrettanto. Uscito ancora verso le cinque, ne vide altri che se ne stavano lì e disse loro: «Perché ve ne state qui tutto il giorno senza far niente?». Gli risposero: «Perché nessuno ci ha presi a giornata». Ed egli disse loro: «Andate anche voi nella vigna». Quando fu sera, il padrone della vigna disse al suo fattore: «Chiama i lavoratori e da' loro la paga, incominciando dagli ultimi fino ai primi». Venuti quelli delle cinque del pomeriggio, ricevettero ciascuno un denaro. Quando arrivarono i primi, pensarono che avrebbero ricevuto di più. Ma anch'essi ricevettero ciascuno un denaro. Nel ritirarlo, però,mormoravano contro il padrone dicendo: «Questi ultimi hanno lavorato un'ora soltanto e li hai trattati come noi, che abbiamo sopportato il peso della giornata e il caldo». Ma il padrone, rispondendo a uno di loro, disse: «Amico, io non ti faccio torto. Non hai forse concordato con me per un denaro? Prendi il tuo e vattene. Ma io voglio dare anche a quest'ultimo quanto a te: non posso fare delle mie cose quello che voglio? Oppure tu sei invidioso perché io sono buono?». Così gli ultimi saranno primi e i primi, ultimi».
I due detti di Gesù: "Molti dei primi saranno ultimi e gli ultimi i primi" (Mt 19,30) e "così gli ultimi saranno primi e i primi gli ultimi" (Mt 20,16) servono come inclusione della parabola degli operai della vigna. Il messaggio è questo: rinunciare ad essere grandi per diventare piccoli, accettare che l'ultimo riceva quanto il primo.
Il Regno è un dono gratuito, una grazia da accogliere. Spontaneamente siamo tentati anche noi di mormorare contro il Signore della vigna, perché il suo modo di agire mette a soqquadro i nostri criteri di valutazione, di retribuzione equa, di giustizia sociale, di merito.
Ma trasferendo le nostre misure sul piano della salvezza, noi poniamo il problema in modo sbagliato: essere ingaggiati nella vigna del Signore, essere chiamati al Regno è una grazia, un onore, una gioia, una fortuna. E se Dio chiama tutti e a tutte le ore e accorda il medesimo dono straordinario e gratuito che è la salvezza, ciò deve farci straordinariamente felici, anche perché, erroneamente, tutti riteniamo di essere operai della prima ora che reclamano la salvezza come un diritto, mentre in realtà ci viene concessa come dono.
Dio si riserva la libertà dalla scelta per grazia, che abbatte la presunzione umana. A imitazione di Dio, i "primi" sono invitati a guardare agli "ultimi" con bontà e non con cuore cattivo.
L'amore di Dio raggiunge tutti gli uomini e non fa differenze. Il salario è sempre lo stesso e non può essere diviso perché il premio della vita è Gesù Cristo.
Padre Lino Pedron
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Padre Lino Pedron
Preghiera per il giorno che sta per cominciare
Signore è l'alba.
Fa' che io vada incontro nella pace
a tutto ciò che mi porterà
questo giorno.
Fa' che io mi consegni totalmente
alla tua santa volontà.
Donami in ogni momento la tua luce e la tua forza.
Qualunque notizia io riceva oggi, insegnami ad accettarla nella quiete, e nella fede salda che nulla può accadere se tu non lo permetti. In ogni mia azione e parola dirigi i miei pensieri e i miei sentimenti. In tutti gli eventi inattesi, non farmi dimenticare che ogni cosa proviene da te!
Insegnami ad agire con apertura e intelligenza verso tutti i miei fratelli e le mie sorelle e verso tutti gli uomini, senza mortificare o contristare nessuno.
Signore, donami la forza di portare la fatica del giorno che si avvicina, e di tutti gli eventi inclusi nel suo corso. Guida la mia volontà, insegnami a pregare, a credere, a perseverare, a soffrire, a perdonare... e ad amare!
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Qualunque notizia io riceva oggi, insegnami ad accettarla nella quiete, e nella fede salda che nulla può accadere se tu non lo permetti. In ogni mia azione e parola dirigi i miei pensieri e i miei sentimenti. In tutti gli eventi inattesi, non farmi dimenticare che ogni cosa proviene da te!
Insegnami ad agire con apertura e intelligenza verso tutti i miei fratelli e le mie sorelle e verso tutti gli uomini, senza mortificare o contristare nessuno.
Signore, donami la forza di portare la fatica del giorno che si avvicina, e di tutti gli eventi inclusi nel suo corso. Guida la mia volontà, insegnami a pregare, a credere, a perseverare, a soffrire, a perdonare... e ad amare!
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Preghiera del mattino del 22/VIII/2012
Signore, fa' che questa mattina io senta la voce della tua bontà amorosa: che non trascuri mai le tue ispirazioni e abbia, invece, sempre fiducia nella tua bontà.
Insegnami a fare la tua volontà e a ricevere da te il frutto della tua vigna, che è il dono del tuo corpo e del tuo sangue, perché tu sei il mio Signore e il mio Dio.
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Insegnami a fare la tua volontà e a ricevere da te il frutto della tua vigna, che è il dono del tuo corpo e del tuo sangue, perché tu sei il mio Signore e il mio Dio.
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martedì 21 agosto 2012
È più facile che un cammello passi per la cruna di un ago, che un ricco entri nel regno di Dio
Mt 19,23-30
Gesù allora disse ai suoi discepoli: «In verità io vi dico: difficilmente un ricco entrerà nel regno dei cieli. Ve lo ripeto: è più facile che un cammello passi per la cruna di un ago, che un ricco entri nel regno di Dio». A queste parole i discepoli rimasero molto stupiti e dicevano: «Allora, chi può essere salvato?». Gesù li guardò e disse: «Questo è impossibile agli uomini, ma a Dio tutto è possibile». Allora Pietro gli rispose: «Ecco, noi abbiamo lasciato tutto e ti abbiamo seguito; che cosa dunque ne avremo?». E Gesù disse loro: «In verità io vi dico: voi che mi avete seguito, quando il Figlio dell'uomo sarà seduto sul trono della sua gloria, alla rigenerazione del mondo, siederete anche voi su dodici troni a giudicare le dodici tribù d'Israele. Chiunque avrà lasciato case, o fratelli, o sorelle, o padre, o madre, o figli, o campi per il mio nome, riceverà cento volte tanto e avrà in eredità la vita eterna. Molti dei primi saranno ultimi e molti degli ultimi saranno primi.
Il tale di cui parla questo brano del vangelo aveva chiesto a Gesù che cosa doveva "fare" per "avere" la vita eterna (v.16); nella sua risposta ai discepoli, Gesù rovescia la prospettiva: bisogna "lasciare" per "avere" (v.29).
Questa impossibilità di farsi piccoli per entrare nel Regno è sottolineata da Gesù (vv.23-24) e ripresa dai discepoli costernati: "Chi si potrà dunque salvare?" (v.25). Gesù insiste: "Questo è impossibile agli uomini, ma a Dio tutto è possibile" (v.26; cfr Gen 18,14; Gb 42,2; Zc 8,6).
Il Regno non è un bene che si guadagna o si possiede; bisogna riceverlo come dono da Dio.
Siamo nel cuore della Rivelazione del Regno e della scelta che richiede (cfr Mt 16,23): o si muore a sé stessi per ricevere tutto da Dio o si rende impossibile in noi la venuta del regno dei cieli.
L'uomo, ricco o povero, non può salvare se stesso, ma deve accogliere la salvezza come dono di Dio.
Pietro pone la domanda circa la ricompensa riservata a coloro che seguono Cristo. Egli non chiede solo per sé, ma per tutti.
La domanda è umanamente comprensibile, ma insensata, perché non tiene conto che la ricompensa divina è sempre grazia.
Il seguire Gesù conduce alla partecipazione della sua gloria in paradiso. Con la domanda di Pietro, Matteo prepara la parabola che segue (Mt 20,1-16). Lutero, commentando questo brano in una predica del 1517, diceva: "Senza la rinuncia alle cose, non si ottiene nulla".
Padre Lino Pedron
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Gesù allora disse ai suoi discepoli: «In verità io vi dico: difficilmente un ricco entrerà nel regno dei cieli. Ve lo ripeto: è più facile che un cammello passi per la cruna di un ago, che un ricco entri nel regno di Dio». A queste parole i discepoli rimasero molto stupiti e dicevano: «Allora, chi può essere salvato?». Gesù li guardò e disse: «Questo è impossibile agli uomini, ma a Dio tutto è possibile». Allora Pietro gli rispose: «Ecco, noi abbiamo lasciato tutto e ti abbiamo seguito; che cosa dunque ne avremo?». E Gesù disse loro: «In verità io vi dico: voi che mi avete seguito, quando il Figlio dell'uomo sarà seduto sul trono della sua gloria, alla rigenerazione del mondo, siederete anche voi su dodici troni a giudicare le dodici tribù d'Israele. Chiunque avrà lasciato case, o fratelli, o sorelle, o padre, o madre, o figli, o campi per il mio nome, riceverà cento volte tanto e avrà in eredità la vita eterna. Molti dei primi saranno ultimi e molti degli ultimi saranno primi.
Il tale di cui parla questo brano del vangelo aveva chiesto a Gesù che cosa doveva "fare" per "avere" la vita eterna (v.16); nella sua risposta ai discepoli, Gesù rovescia la prospettiva: bisogna "lasciare" per "avere" (v.29).
Questa impossibilità di farsi piccoli per entrare nel Regno è sottolineata da Gesù (vv.23-24) e ripresa dai discepoli costernati: "Chi si potrà dunque salvare?" (v.25). Gesù insiste: "Questo è impossibile agli uomini, ma a Dio tutto è possibile" (v.26; cfr Gen 18,14; Gb 42,2; Zc 8,6).
Il Regno non è un bene che si guadagna o si possiede; bisogna riceverlo come dono da Dio.
Siamo nel cuore della Rivelazione del Regno e della scelta che richiede (cfr Mt 16,23): o si muore a sé stessi per ricevere tutto da Dio o si rende impossibile in noi la venuta del regno dei cieli.
L'uomo, ricco o povero, non può salvare se stesso, ma deve accogliere la salvezza come dono di Dio.
Pietro pone la domanda circa la ricompensa riservata a coloro che seguono Cristo. Egli non chiede solo per sé, ma per tutti.
La domanda è umanamente comprensibile, ma insensata, perché non tiene conto che la ricompensa divina è sempre grazia.
Il seguire Gesù conduce alla partecipazione della sua gloria in paradiso. Con la domanda di Pietro, Matteo prepara la parabola che segue (Mt 20,1-16). Lutero, commentando questo brano in una predica del 1517, diceva: "Senza la rinuncia alle cose, non si ottiene nulla".
Padre Lino Pedron
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Padre Lino Pedron
Preghiera del mattino del 21/VIII/2012
Dio onnipotente, infondi in noi un sentimento d'amore così grande, da amarti in ogni cosa e al di sopra di ogni cosa, da credere che, con te, diventa possibile tutto quanto ci esorti a fare, poiché noi diventiamo capaci di tutte le grandi azioni che il tuo amore può portare a compimento in noi.
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lunedì 20 agosto 2012
Preghiera del mattino del 20/VIII/2012
Tu esorti chi ti ama ad essere perfetto come il Padre celeste.
Fa' che il nostro amore per i beni materiali non diventi mai un ostacolo a seguire te, che dai tanto valore alla povertà.
Fa' che, come celebriamo il mistero della tua morte, così imitiamo il tuo amore perfetto, perché il nostro cuore sarà là dove è il nostro tesoro.
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Fa' che il nostro amore per i beni materiali non diventi mai un ostacolo a seguire te, che dai tanto valore alla povertà.
Fa' che, come celebriamo il mistero della tua morte, così imitiamo il tuo amore perfetto, perché il nostro cuore sarà là dove è il nostro tesoro.
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domenica 19 agosto 2012
La mia carne è vero cibo e il mio sangue vera bevanda
Gv 6,51-58
Io sono il pane vivo, disceso dal cielo. Se uno mangia di questo pane vivrà in eterno e il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo». Allora i Giudei si misero a discutere aspramente fra loro: «Come può costui darci la sua carne da mangiare?». Gesù disse loro: «In verità, in verità io vi dico: se non mangiate la carne del Figlio dell'uomo e non bevete il suo sangue, non avete in voi la vita. Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue ha la vita eterna e io lo risusciterò nell'ultimo giorno. Perché la mia carne è vero cibo e il mio sangue vera bevanda. Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue rimane in me e io in lui. Come il Padre, che ha la vita, ha mandato me e io vivo per il Padre, così anche colui che mangia me vivrà per me. Questo è il pane disceso dal cielo; non è come quello che mangiarono i padri e morirono. Chi mangia questo pane vivrà in eterno».
Nel v.51 Gesù aggiunge un nuovo elemento che preannunciala tematica centrale dell'ultima parte del discorso (vv.53-58): il pane della vita è la carne di Gesù per la vita del mondo. Il pane disceso dal cielo è la carne di Gesù, ossia la sua persona sacrificata per la salvezza dell'umanità con la passione e morte gloriosa.
L'amore di Dio per gli uomini raggiunge la sua massima espressione nella morte di Gesù in croce.
Sulla croce egli dona tutto se stesso per mondo. Questo brano finale riprende il tema del mangiare la carne di Gesù per richiamarlo e svilupparlo, e per associargli il tema del bere il suo sangue. Il mangiare la carne di Gesù e il bere il suo sangue hanno come effetto salvifico la vita eterna o il rimanere in comunione intima con la persona divina di Cristo. Dopo le mormorazioni dei giudei, Gesù non attenua il suo linguaggio sulla necessità di mangiare la sua carne, anzi, rincara la dose aggiungendo anche la necessità di bere il suo sangue; e nel brano seguente sostituirà il verbo faghèin con il verbo tròghein, termine molto crudo che indica l'azione del masticare con i denti.
Le parole di Gesù sono di un verismo così accentuato che non possono essere interpretate solo nel senso di interiorizzazione della rivelazione. Questo linguaggio si applica sicuramente all'Eucaristia. Evidentemente la cena eucaristica non prescinde dalla fede; anzi, il mangiare la carne del Signore e il bere il suo sangue è una dimostrazione di fede. Le parole di Gesù sulla condizione per possedere la vita eterna sono esplicite: bisogna mangiare la sua carne e bere il suo sangue. La fede in Gesù si concretizza e si dimostra nel mangiare la sua carne e nel bere il suo sangue. Con la comunione al corpo e al sangue di Cristo è seminato in noi il germe della risurrezione che porterà il suo frutto più maturo nell'ultimo giorno. "La risurrezione non farà che mettere in attività le forze che la comunione al corpo e al sangue del Salvatore ha deposto nell'uomo per la risurrezione finale del suo essere" (Loisy).
L'alimento della carne e del sangue di Cristo nutre veramente e in modo perfetto e definitivo, perché è fonte di risurrezione e di vita eterna. La comunione tra Gesù e il discepolo si concretizza in un'azione di vita. Il Cristo diventa fonte e fine dell'esistenza del cristiano che mangia la sua carne, in modo analogo a quanto avviene in seno alla Trinità. Come il Padre dà la vita al Figlio, così il Figlio dà la vita a colui che si nutre dell'Eucaristia.
Nel v. 58 Gesù chiude il discorso confrontando l'effetto diverso del nutrimento della manna e del mangiare il pane del cielo che è la sua persona. Il contrasto tra il nutrimento perituro e imperfetto della manna - simbolo della legge mosaica - e la persona del Verbo incarnato, rivelazione definitiva e perfetta di Dio, è chiaro.
Padre Lino Pedron
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Io sono il pane vivo, disceso dal cielo. Se uno mangia di questo pane vivrà in eterno e il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo». Allora i Giudei si misero a discutere aspramente fra loro: «Come può costui darci la sua carne da mangiare?». Gesù disse loro: «In verità, in verità io vi dico: se non mangiate la carne del Figlio dell'uomo e non bevete il suo sangue, non avete in voi la vita. Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue ha la vita eterna e io lo risusciterò nell'ultimo giorno. Perché la mia carne è vero cibo e il mio sangue vera bevanda. Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue rimane in me e io in lui. Come il Padre, che ha la vita, ha mandato me e io vivo per il Padre, così anche colui che mangia me vivrà per me. Questo è il pane disceso dal cielo; non è come quello che mangiarono i padri e morirono. Chi mangia questo pane vivrà in eterno».
Nel v.51 Gesù aggiunge un nuovo elemento che preannunciala tematica centrale dell'ultima parte del discorso (vv.53-58): il pane della vita è la carne di Gesù per la vita del mondo. Il pane disceso dal cielo è la carne di Gesù, ossia la sua persona sacrificata per la salvezza dell'umanità con la passione e morte gloriosa.
L'amore di Dio per gli uomini raggiunge la sua massima espressione nella morte di Gesù in croce.
Sulla croce egli dona tutto se stesso per mondo. Questo brano finale riprende il tema del mangiare la carne di Gesù per richiamarlo e svilupparlo, e per associargli il tema del bere il suo sangue. Il mangiare la carne di Gesù e il bere il suo sangue hanno come effetto salvifico la vita eterna o il rimanere in comunione intima con la persona divina di Cristo. Dopo le mormorazioni dei giudei, Gesù non attenua il suo linguaggio sulla necessità di mangiare la sua carne, anzi, rincara la dose aggiungendo anche la necessità di bere il suo sangue; e nel brano seguente sostituirà il verbo faghèin con il verbo tròghein, termine molto crudo che indica l'azione del masticare con i denti.
Le parole di Gesù sono di un verismo così accentuato che non possono essere interpretate solo nel senso di interiorizzazione della rivelazione. Questo linguaggio si applica sicuramente all'Eucaristia. Evidentemente la cena eucaristica non prescinde dalla fede; anzi, il mangiare la carne del Signore e il bere il suo sangue è una dimostrazione di fede. Le parole di Gesù sulla condizione per possedere la vita eterna sono esplicite: bisogna mangiare la sua carne e bere il suo sangue. La fede in Gesù si concretizza e si dimostra nel mangiare la sua carne e nel bere il suo sangue. Con la comunione al corpo e al sangue di Cristo è seminato in noi il germe della risurrezione che porterà il suo frutto più maturo nell'ultimo giorno. "La risurrezione non farà che mettere in attività le forze che la comunione al corpo e al sangue del Salvatore ha deposto nell'uomo per la risurrezione finale del suo essere" (Loisy).
L'alimento della carne e del sangue di Cristo nutre veramente e in modo perfetto e definitivo, perché è fonte di risurrezione e di vita eterna. La comunione tra Gesù e il discepolo si concretizza in un'azione di vita. Il Cristo diventa fonte e fine dell'esistenza del cristiano che mangia la sua carne, in modo analogo a quanto avviene in seno alla Trinità. Come il Padre dà la vita al Figlio, così il Figlio dà la vita a colui che si nutre dell'Eucaristia.
Nel v. 58 Gesù chiude il discorso confrontando l'effetto diverso del nutrimento della manna e del mangiare il pane del cielo che è la sua persona. Il contrasto tra il nutrimento perituro e imperfetto della manna - simbolo della legge mosaica - e la persona del Verbo incarnato, rivelazione definitiva e perfetta di Dio, è chiaro.
Padre Lino Pedron
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Padre Lino Pedron
Preghiera del mattino del 19/VIII/2012
Solo mangiando e bevendo al tuo santo altare, Signore, abbiamo la vita in tutta la sua ricchezza e pienezza.
Pur essendo ancora sulla terra, apprendiamo infatti a gustare la dolcezza e la bontà celesti, la gioia del banchetto nel regno nel quale a nessuno mancherà nulla.
Fa' che crediamo in modo più profondo che, grazie al nutrimento eucaristico, diventeremo membra del corpo di Cristo, della Chiesa colma dello Spirito Santo..
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Pur essendo ancora sulla terra, apprendiamo infatti a gustare la dolcezza e la bontà celesti, la gioia del banchetto nel regno nel quale a nessuno mancherà nulla.
Fa' che crediamo in modo più profondo che, grazie al nutrimento eucaristico, diventeremo membra del corpo di Cristo, della Chiesa colma dello Spirito Santo..
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sabato 18 agosto 2012
Messaggio Medjugorje straordinario dato a Ivan 17/8/2012
Carissimi, ecco quanto Krizan ci ha riferito circa l’apparizione avuta da Ivan, Venerdì 17 Agosto 2012, alla Croce blu alle ore 22:00.
Ecco le parole di Ivan:
«Come ogni giorno dopo l’incontro con la Madonna, stasera desidero avvicinare e descrivere anche a voi ciò che è stato più importante dell’incontro di stasera con la Madonna.
Anche stasera la Madonna è venuta a noi molto gioiosa e felice e all’inizio, come sempre, ha salutato tutti noi col suo materno saluto:
“Sia lodato Gesù, cari figli miei.”
Poi la Madonna ha pregato un tempo con le mani distese qui su tutti noi.
Ha pregato in particolare su voi malati presenti, poi ha benedetto tutti noi con la sua benedizione materna ed ha benedetto tutto ciò che avete portato perché venisse benedetto.
Poi la Madonna ha detto:
“Cari figli, anche oggi in modo particolare vi invito a pregare per i miei sacerdoti, per i miei diletti, a pregare per i Vescovi e per il Santo Padre.
Pregate, cari figli, per i miei pastori, pregate più che mai. La Madre prega insieme con voi ed è con voi.
Perciò perseverate nella preghiera e pregate insieme con me per le mie intenzioni.
Grazie, cari figli, anche oggi per aver risposto alla mia chiamata.”
Poi io ho raccomandato tutti voi, tutti i vostri bisogni, tutte le vostre intenzioni, tutte le vostre famiglie e in modo particolare tutti gli ammalati.
Poi la Madonna ha continuato a pregare un tempo con le mani distese qui su tutti voi, in particolare ha pregato un tempo, Lei sola, per i sacerdoti qui presenti e per i sacerdoti in genere e poi se n’è andata in preghiera, se n’è andata nel segno della luce e della croce col saluto: “Andate in pace, cari figli miei.”
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Ecco le parole di Ivan:
«Come ogni giorno dopo l’incontro con la Madonna, stasera desidero avvicinare e descrivere anche a voi ciò che è stato più importante dell’incontro di stasera con la Madonna.
Anche stasera la Madonna è venuta a noi molto gioiosa e felice e all’inizio, come sempre, ha salutato tutti noi col suo materno saluto:
“Sia lodato Gesù, cari figli miei.”
Poi la Madonna ha pregato un tempo con le mani distese qui su tutti noi.
Ha pregato in particolare su voi malati presenti, poi ha benedetto tutti noi con la sua benedizione materna ed ha benedetto tutto ciò che avete portato perché venisse benedetto.
Poi la Madonna ha detto:
“Cari figli, anche oggi in modo particolare vi invito a pregare per i miei sacerdoti, per i miei diletti, a pregare per i Vescovi e per il Santo Padre.
Pregate, cari figli, per i miei pastori, pregate più che mai. La Madre prega insieme con voi ed è con voi.
Perciò perseverate nella preghiera e pregate insieme con me per le mie intenzioni.
Grazie, cari figli, anche oggi per aver risposto alla mia chiamata.”
Poi io ho raccomandato tutti voi, tutti i vostri bisogni, tutte le vostre intenzioni, tutte le vostre famiglie e in modo particolare tutti gli ammalati.
Poi la Madonna ha continuato a pregare un tempo con le mani distese qui su tutti voi, in particolare ha pregato un tempo, Lei sola, per i sacerdoti qui presenti e per i sacerdoti in genere e poi se n’è andata in preghiera, se n’è andata nel segno della luce e della croce col saluto: “Andate in pace, cari figli miei.”
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Richiesta di preghiere 14/2012
35)Antonia dalla Campania:
salve, sono antonia ****, sono nata il 15 dicembre 1981, vivo a ******, in provincia di salerno,volevo chiedervi una preghiera di guarigione forte, per una persona, che a me sta dando un fastidio tremendo gratuito,che si chiama marianna *****, vi chiedo di pregare per lei e per la sua famiglia, augurandomi che non mi daranno più fastidio.grazie, antonia, se vi servono ulteriori informazioni, sono a vostra disposizione per raccontarvi, un pò tutta la mia storia;mi raccomando occorre a questa persona un aiuto forte e tempestivo,se potete estendete questo messaggio ad altre persone in grado di aiutarla,così finalmente diventerò libera.grazie antonia, buona giornata.
36)Virginie dalla Costa d'Avorio:
Virginie, dalla Costa d'Avorio, chiede preghiere perché le sue aspirazioni lavorative si realizzino.
Seigneur je te confie ma candidature au poste de cadre
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salve, sono antonia ****, sono nata il 15 dicembre 1981, vivo a ******, in provincia di salerno,volevo chiedervi una preghiera di guarigione forte, per una persona, che a me sta dando un fastidio tremendo gratuito,che si chiama marianna *****, vi chiedo di pregare per lei e per la sua famiglia, augurandomi che non mi daranno più fastidio.grazie, antonia, se vi servono ulteriori informazioni, sono a vostra disposizione per raccontarvi, un pò tutta la mia storia;mi raccomando occorre a questa persona un aiuto forte e tempestivo,se potete estendete questo messaggio ad altre persone in grado di aiutarla,così finalmente diventerò libera.grazie antonia, buona giornata.
36)Virginie dalla Costa d'Avorio:
Virginie, dalla Costa d'Avorio, chiede preghiere perché le sue aspirazioni lavorative si realizzino.
Seigneur je te confie ma candidature au poste de cadre
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Non impedite che i bambini vengano a me
Mt 19,13-15
Allora gli furono portati dei bambini perché imponesse loro le mani e pregasse; ma i discepoli li rimproverarono. Gesù però disse: «Lasciateli, non impedite che i bambini vengano a me; a chi è come loro, infatti, appartiene il regno dei cieli». E, dopo avere imposto loro le mani, andò via di là.
Questo brano sull'accoglienza dei bambini illumina ulteriormente il brano precedente sull'indissolubilità del matrimonio. Per entrare nel regno dei cieli bisogna diventare come bambini (Mt 18,3-4), ma i discepoli non l'hanno capito perché respingono i bambini con la stessa incomprensione con cui altri ripudiano la propria sposa.
Solo Gesù può donare l'amore fedele e accogliente, ma per accoglierlo bisogna diventare piccoli, entrando nella logica della fede. Nell'agire di Gesù si nota una dedizione diretta e immediata ai bambini.
E' un aspetto caratteristico della sua attività.
Sullo sfondo della posizione insignificante del bambino questo atteggiamento va visto come offerta di grazia a coloro che non hanno nulla e come una critica ai pregiudizi del mondo degli adulti.
Il bambino viene preso seriamente come interlocutore di Dio. L'essenza dell'essere bambini sta in questo: soltanto l'amore fornisce al bambino il criterio di misura di ciò che gli è vicino e di ciò che gli è estraneo.
"Anche se gli si mostrasse una regina con il suo diadema, egli preferirebbe la sua mamma anche se fosse vestita di stracci" (san Giovanni Crisòstomo). Coloro che sono diventati come bambini preferiscono il loro Signore umiliato e morto in croce a tutte le lusinghe del mondo.
Padre Lino Pedron
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Allora gli furono portati dei bambini perché imponesse loro le mani e pregasse; ma i discepoli li rimproverarono. Gesù però disse: «Lasciateli, non impedite che i bambini vengano a me; a chi è come loro, infatti, appartiene il regno dei cieli». E, dopo avere imposto loro le mani, andò via di là.
Questo brano sull'accoglienza dei bambini illumina ulteriormente il brano precedente sull'indissolubilità del matrimonio. Per entrare nel regno dei cieli bisogna diventare come bambini (Mt 18,3-4), ma i discepoli non l'hanno capito perché respingono i bambini con la stessa incomprensione con cui altri ripudiano la propria sposa.
Solo Gesù può donare l'amore fedele e accogliente, ma per accoglierlo bisogna diventare piccoli, entrando nella logica della fede. Nell'agire di Gesù si nota una dedizione diretta e immediata ai bambini.
E' un aspetto caratteristico della sua attività.
Sullo sfondo della posizione insignificante del bambino questo atteggiamento va visto come offerta di grazia a coloro che non hanno nulla e come una critica ai pregiudizi del mondo degli adulti.
Il bambino viene preso seriamente come interlocutore di Dio. L'essenza dell'essere bambini sta in questo: soltanto l'amore fornisce al bambino il criterio di misura di ciò che gli è vicino e di ciò che gli è estraneo.
"Anche se gli si mostrasse una regina con il suo diadema, egli preferirebbe la sua mamma anche se fosse vestita di stracci" (san Giovanni Crisòstomo). Coloro che sono diventati come bambini preferiscono il loro Signore umiliato e morto in croce a tutte le lusinghe del mondo.
Padre Lino Pedron
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Padre Lino Pedron
Preghiera del mattino del 18/VIII/2012
Signore, insegnami a diventare simile ad un bambino di fronte a te, perdendo ogni mia arroganza e ogni mia durezza, ogni mio rancore e ogni mio complesso.
Aiutami ad avere fiducia, ad essere dolce e sempre riconoscente per la formazione che ricevo dalla santa Madre Chiesa.
Fa' che la mia fanciullezza d'animo si rinnovi sempre e che il mio spirito non invecchi mai.
Possa io essere sempre desideroso di ascoltare la tua parola e di compiere tutti i miei doveri e le mie missioni alla tua presenza, avvolto dal tuo sguardo amoroso.
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Aiutami ad avere fiducia, ad essere dolce e sempre riconoscente per la formazione che ricevo dalla santa Madre Chiesa.
Fa' che la mia fanciullezza d'animo si rinnovi sempre e che il mio spirito non invecchi mai.
Possa io essere sempre desideroso di ascoltare la tua parola e di compiere tutti i miei doveri e le mie missioni alla tua presenza, avvolto dal tuo sguardo amoroso.
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venerdì 17 agosto 2012
Per la durezza del vostro cuore Mosè vi ha permesso di ripudiare le vostre mogli; all’inizio però non fu così
Mt 19,3-12
Allora gli si avvicinarono alcuni farisei per metterlo alla prova e gli chiesero: «È lecito a un uomo ripudiare la propria moglie per qualsiasi motivo?». Egli rispose: «Non avete letto che il Creatore da principio li fece maschio e femmina e disse: Per questo l'uomo lascerà il padre e la madre e si unirà a sua moglie e i due diventeranno una sola carne? Così non sono più due, ma una sola carne. Dunque l'uomo non divida quello che Dio ha congiunto». Gli domandarono: «Perché allora Mosè ha ordinato di darle l'atto di ripudio e di ripudiarla?». Rispose loro: «Per la durezza del vostro cuore Mosè vi ha permesso di ripudiare le vostre mogli; all'inizio però non fu così. Ma io vi dico: chiunque ripudia lapropria moglie, se non in caso di unione illegittima, e ne sposa un'altra, commette adulterio». Gli dissero i suoi discepoli: «Se questa è la situazione dell'uomo rispetto alla donna, non conviene sposarsi». Egli rispose loro: «Non tutti capiscono questa parola, ma solo coloro ai quali è stato concesso. Infatti vi sono eunuchi che sono nati così dal grembo della madre, e ve ne sono altri che sono stati resi tali dagli uomini, e ve ne sono altri ancora che si sono resi tali per il regno dei cieli. Chi può capire, capisca».
Con la domanda dei farisei sul divorzio appare lo scacco dell’amore in seno alla coppia. E’ questa infatti la prima cellula dove "due sono uniti nel nome di Cristo" (Mt 18,20). L’intervento dei farisei mette sotto accusa Gesù e la novità del Regno.
La domanda "E’ lecito a un uomo ripudiare la propria moglie per qualsiasi motivo?" è importante.
Al tempo di Gesù l’interpretazione di Dt 24,1 contrapponeva i seguaci di due scuole rabbiniche, quella di Hillel che ammetteva il divorzio per qualsiasi motivo, e quella di Shammai che richiedeva, come minimo, una cattiva condotta comprovata, anzi, un adulterio da parte della moglie.
La risposta di Gesù supera subito la disputa interpretativa tra i seguaci di Hillel e di Shammai. Alla maniera rabbinica, egli cita i brani di Gen 1,17 e 2,24 situando così la discussione a livello superiore: quello della volontà del Creatore.
La distinzione tra i sessi trova quindi la sua origine nel Creatore: è più un’intenzione creatrice vissuta e rivelata che un semplice fenomeno di natura. Gesù cita Gen 2,24: "L’uomo lascerà suo padre e sua madre e si unirà a sua moglie e i due saranno una carne sola" (v. 5) per sottolineare che è la volontà creatrice di Dio che unisce l’uomo e la donna.
Quando si uniscono, è Dio che li unisce: la congiunzione dell’uomo e della donna è l’effetto della parola di Dio.
La risposta di Gesù è quindi chiara: per volontà esplicita di Dio creatore il matrimonio è indissolubile, non si può divorziare per nessun motivo. Un testo di Malachìa (2,13-16) dichiarava già prima di Cristo che ripudiare la propria moglie è rompere l’alleanza di Dio con il suo popolo (cfr anche Os 1-3; Is 1,21-26; Ger 2,3; 3,1.6-12; Ez 16 e 23; Is 54,6-10; 60-62).
Questa risposta di Gesù pare tuttavia in contraddizione con la legge di Mosè, che permetteva di dare un attestato di divorzio. Gesù, nuovo Mosè, riporta con forza la questione nei suoi giusti termini: all’amore di Dio che fa alle anza con l’uomo e gli dà la capacità di superare la durezza del cuore (v. 8), cioè la mancanza di docilità alla parola di Dio. La legge espressa in Gen 1,27 e 2,24 non è mai stata modificata o abolita.
Di fronte a questo "amore impossibile" i discepoli reagiscono violentemente: "Se questa è la condizione dell’uomo rispetto alla donna, non conviene sposarsi" (v. 10). Essi indietreggiano davanti all’insopportabile esigenza dell’indissolubilità del matrimonio: impossibile da capire dagli uomini chiusi alla rivelazione di Dio, ma possibile per quelli che ricevono da Dio la grazia di capire.
Agli eunuchi per nascita o resi tali dagli uomini, Gesù aggiunge una terza categoria: quelli "che si sono fatti eunuchi per il regno dei cieli" (v. 12). L’eunuco è colui che non può compiere l’atto della generazione. Gli eunuchi per il regno dei cieli sono, anzitutto, coloro che, separati dal coniuge, continuano a vivere nella continenza, saldamente fedeli al vincolo matrimoniale. Anche là dove la legge di Mosè permetteva qualche indulgenza, il regno dei cieli esige e promette la comunione indissolubile d’amore in seno alla coppia e disapprova ogni atto che tende a distruggere l’unità sacra del matrimonio come è stata istituita dal Creatore.
Padre Lino Pedron
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Allora gli si avvicinarono alcuni farisei per metterlo alla prova e gli chiesero: «È lecito a un uomo ripudiare la propria moglie per qualsiasi motivo?». Egli rispose: «Non avete letto che il Creatore da principio li fece maschio e femmina e disse: Per questo l'uomo lascerà il padre e la madre e si unirà a sua moglie e i due diventeranno una sola carne? Così non sono più due, ma una sola carne. Dunque l'uomo non divida quello che Dio ha congiunto». Gli domandarono: «Perché allora Mosè ha ordinato di darle l'atto di ripudio e di ripudiarla?». Rispose loro: «Per la durezza del vostro cuore Mosè vi ha permesso di ripudiare le vostre mogli; all'inizio però non fu così. Ma io vi dico: chiunque ripudia lapropria moglie, se non in caso di unione illegittima, e ne sposa un'altra, commette adulterio». Gli dissero i suoi discepoli: «Se questa è la situazione dell'uomo rispetto alla donna, non conviene sposarsi». Egli rispose loro: «Non tutti capiscono questa parola, ma solo coloro ai quali è stato concesso. Infatti vi sono eunuchi che sono nati così dal grembo della madre, e ve ne sono altri che sono stati resi tali dagli uomini, e ve ne sono altri ancora che si sono resi tali per il regno dei cieli. Chi può capire, capisca».
Con la domanda dei farisei sul divorzio appare lo scacco dell’amore in seno alla coppia. E’ questa infatti la prima cellula dove "due sono uniti nel nome di Cristo" (Mt 18,20). L’intervento dei farisei mette sotto accusa Gesù e la novità del Regno.
La domanda "E’ lecito a un uomo ripudiare la propria moglie per qualsiasi motivo?" è importante.
Al tempo di Gesù l’interpretazione di Dt 24,1 contrapponeva i seguaci di due scuole rabbiniche, quella di Hillel che ammetteva il divorzio per qualsiasi motivo, e quella di Shammai che richiedeva, come minimo, una cattiva condotta comprovata, anzi, un adulterio da parte della moglie.
La risposta di Gesù supera subito la disputa interpretativa tra i seguaci di Hillel e di Shammai. Alla maniera rabbinica, egli cita i brani di Gen 1,17 e 2,24 situando così la discussione a livello superiore: quello della volontà del Creatore.
La distinzione tra i sessi trova quindi la sua origine nel Creatore: è più un’intenzione creatrice vissuta e rivelata che un semplice fenomeno di natura. Gesù cita Gen 2,24: "L’uomo lascerà suo padre e sua madre e si unirà a sua moglie e i due saranno una carne sola" (v. 5) per sottolineare che è la volontà creatrice di Dio che unisce l’uomo e la donna.
Quando si uniscono, è Dio che li unisce: la congiunzione dell’uomo e della donna è l’effetto della parola di Dio.
La risposta di Gesù è quindi chiara: per volontà esplicita di Dio creatore il matrimonio è indissolubile, non si può divorziare per nessun motivo. Un testo di Malachìa (2,13-16) dichiarava già prima di Cristo che ripudiare la propria moglie è rompere l’alleanza di Dio con il suo popolo (cfr anche Os 1-3; Is 1,21-26; Ger 2,3; 3,1.6-12; Ez 16 e 23; Is 54,6-10; 60-62).
Questa risposta di Gesù pare tuttavia in contraddizione con la legge di Mosè, che permetteva di dare un attestato di divorzio. Gesù, nuovo Mosè, riporta con forza la questione nei suoi giusti termini: all’amore di Dio che fa alle anza con l’uomo e gli dà la capacità di superare la durezza del cuore (v. 8), cioè la mancanza di docilità alla parola di Dio. La legge espressa in Gen 1,27 e 2,24 non è mai stata modificata o abolita.
Di fronte a questo "amore impossibile" i discepoli reagiscono violentemente: "Se questa è la condizione dell’uomo rispetto alla donna, non conviene sposarsi" (v. 10). Essi indietreggiano davanti all’insopportabile esigenza dell’indissolubilità del matrimonio: impossibile da capire dagli uomini chiusi alla rivelazione di Dio, ma possibile per quelli che ricevono da Dio la grazia di capire.
Agli eunuchi per nascita o resi tali dagli uomini, Gesù aggiunge una terza categoria: quelli "che si sono fatti eunuchi per il regno dei cieli" (v. 12). L’eunuco è colui che non può compiere l’atto della generazione. Gli eunuchi per il regno dei cieli sono, anzitutto, coloro che, separati dal coniuge, continuano a vivere nella continenza, saldamente fedeli al vincolo matrimoniale. Anche là dove la legge di Mosè permetteva qualche indulgenza, il regno dei cieli esige e promette la comunione indissolubile d’amore in seno alla coppia e disapprova ogni atto che tende a distruggere l’unità sacra del matrimonio come è stata istituita dal Creatore.
Padre Lino Pedron
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Padre Lino Pedron
Preghiera del mattino del 17/VIII/2012
Signore, la nostra preghiera per la santità degli sposi cristiani e per l'influenza durevole del loro amore sui loro figli è tanto più urgente quanto più ci rendiamo conto delle pressioni di cui possono essere vittime per via della mancanza di un sostegno concreto o di un aiuto, o per via di problemi di alloggio.
Insegnaci a riconoscere che tali difficoltà sono sempre opportunità per aiutare il prossimo e per dimenticarci di noi stessi.
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Insegnaci a riconoscere che tali difficoltà sono sempre opportunità per aiutare il prossimo e per dimenticarci di noi stessi.
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giovedì 16 agosto 2012
È un volere senza volere, il tuo
È un volere senza volere, il tuo, se non elimini decisamente l'occasione. —Non cercare di ingannarti dicendomi che sei debole. Sei... codardo, e non è la stessa cosa. (Cammino, 714)
Il mondo, il demonio e la carne sono degli avventurieri che, approfittando della debolezza del selvaggio che c’è in te, vogliono che, in cambio del misero specchietto d'un piacere — che non vale niente —, tu consegni l'oro fino e le perle e i brillanti e i rubini imbevuti del sangue vivo e redentore del tuo Dio, che sono il prezzo e il tesoro della tua eternità. (Cammino, 708)
Un'altra caduta..., e che caduta!... Disperarti? No: umìliati e ricorri, per mezzo di Maria, tua Madre, all'Amore Misericordioso di Gesù. —Un miserere e in alto il cuore! —Si ricomincia di nuovo. (Cammino, 711)
Molto profonda è la tua caduta! —Comincia le fondamenta da laggiù. —Sii umile. —“Cor contritum et humiliatum, Deus, non despicies.” —Dio non disprezzerà un cuore contrito e umiliato. (Cammino, 712)
Tu non vai contro Dio.
—Le tue cadute sono di fragilità.
—D'accordo: ma sono così frequenti queste fragilità —non sai evitarle— che, se non vuoi che ti consideri cattivo, dovrò considerarti cattivo e sciocco! (Cammino, 713)
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Il mondo, il demonio e la carne sono degli avventurieri che, approfittando della debolezza del selvaggio che c’è in te, vogliono che, in cambio del misero specchietto d'un piacere — che non vale niente —, tu consegni l'oro fino e le perle e i brillanti e i rubini imbevuti del sangue vivo e redentore del tuo Dio, che sono il prezzo e il tesoro della tua eternità. (Cammino, 708)
Un'altra caduta..., e che caduta!... Disperarti? No: umìliati e ricorri, per mezzo di Maria, tua Madre, all'Amore Misericordioso di Gesù. —Un miserere e in alto il cuore! —Si ricomincia di nuovo. (Cammino, 711)
Molto profonda è la tua caduta! —Comincia le fondamenta da laggiù. —Sii umile. —“Cor contritum et humiliatum, Deus, non despicies.” —Dio non disprezzerà un cuore contrito e umiliato. (Cammino, 712)
Tu non vai contro Dio.
—Le tue cadute sono di fragilità.
—D'accordo: ma sono così frequenti queste fragilità —non sai evitarle— che, se non vuoi che ti consideri cattivo, dovrò considerarti cattivo e sciocco! (Cammino, 713)
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Preghiera del mattino del 16/VIII/2012
Signore, insegnami ad amarti con tutto il cuore e, poiché desidero osservare i tuoi comandamenti, fa' che sia sempre pronto ad assumere su di me il fardello degli altri e a perdonare coloro che, per una ragione o per un'altra, fanno o dicono qualcosa contro di me.
Possa io sempre ricordarmi di offrire un tale comportamento in espiazione delle offese commesse contro il tuo Sacro Cuore.
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Possa io sempre ricordarmi di offrire un tale comportamento in espiazione delle offese commesse contro il tuo Sacro Cuore.
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mercoledì 15 agosto 2012
La Madre di Dio si è addormentata
Ecco la chiave per aprire la porta ed entrare nel Regno dei cieli: “Qui facit voluntatem patris mei qui in coelis est, ipse intrabit in regnum coelorum” —colui che fa la volontà del Padre mio..., questi entrerà! (Cammino, 754)
Assumpta est Maria in coelum: gaudent Angeli! Maria è stata portata da Dio, in corpo e anima, in cielo: e gli Angeli gioiscono!
Così canta la Chiesa. Con questa acclamazione di esultanza, cominciamo anche noi la contemplazione di questa decina del Santo Rosario.
La Madre di Dio si è addormentata. Attorno al suo letto vi sono i dodici apostoli. Mattia ha sostituito Giuda.
E anche noi, per un privilegio che tutti rispettano, siamo lì accanto.
Ma Gesù vuole avere sua Madre, corpo e anima, nella Gloria. E la Corte celeste spiega tutto il suo splendore per rendere omaggio alla Madonna. Tu e io che, dopo tutto, siamo bambini . prendiamo un lembo dello splendido manto azzurro della Vergine, e così possiamo contemplare quella scena meravigliosa.
La Santissima Trinità riceve e colma di onori Colei che è Figlia, Madre e Sposa di Dio - Ed è così grande la maestà della Madonna, che gli Angeli si domandano: Chi è costei? (Santo Rosario, 4º Mistero Glorioso).
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Assumpta est Maria in coelum: gaudent Angeli! Maria è stata portata da Dio, in corpo e anima, in cielo: e gli Angeli gioiscono!
Così canta la Chiesa. Con questa acclamazione di esultanza, cominciamo anche noi la contemplazione di questa decina del Santo Rosario.
La Madre di Dio si è addormentata. Attorno al suo letto vi sono i dodici apostoli. Mattia ha sostituito Giuda.
E anche noi, per un privilegio che tutti rispettano, siamo lì accanto.
Ma Gesù vuole avere sua Madre, corpo e anima, nella Gloria. E la Corte celeste spiega tutto il suo splendore per rendere omaggio alla Madonna. Tu e io che, dopo tutto, siamo bambini . prendiamo un lembo dello splendido manto azzurro della Vergine, e così possiamo contemplare quella scena meravigliosa.
La Santissima Trinità riceve e colma di onori Colei che è Figlia, Madre e Sposa di Dio - Ed è così grande la maestà della Madonna, che gli Angeli si domandano: Chi è costei? (Santo Rosario, 4º Mistero Glorioso).
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Grandi cose ha fatto per me l’Onnipotente: ha innalzato gli umili
Lc 1,39-56
In quei giorni Maria si alzò e andò in fretta verso la regione montuosa, in una città di Giuda. Entrata nella casa di Zaccaria, salutò Elisabetta. Appena Elisabetta ebbe udito il saluto di Maria, il bambino sussultò nel suo grembo. Elisabetta fu colmata di Spirito Santo ed esclamò a gran voce: «Benedetta tu fra le donne e benedetto il frutto del tuo grembo! A che cosa devo che la madre del mio Signore venga da me? Ecco, appena il tuo saluto è giunto ai miei orecchi, il bambino ha sussultato di gioia nel mio grembo. E beata colei che ha creduto nell'adempimento di ciò che il Signore le ha detto». Il cantico di Maria. Allora Maria disse: «L'anima mia magnifica il Signore e il mio spirito esulta in Dio, mio salvatore, perché ha guardato l'umiltà della sua serva. D'ora in poi tutte le generazioni mi chiameranno beata. Grandi cose ha fatto per me l'Onnipotente e Santo è il suo nome; di generazione in generazione la sua misericordia per quelli che lo temono. Ha spiegato la potenza del suo braccio, ha disperso i superbi nei pensieri del loro cuore; ha rovesciato i potenti dai troni, ha innalzato gli umili; ha ricolmato di beni gli affamati, ha rimandato i ricchi a mani vuote. Ha soccorso Israele, suo servo, ricordandosi della sua misericordia, come aveva detto ai nostri padri, per Abramo e la sua discendenza, per sempre». Maria rimase con lei circa tre mesi, poi tornò a casa sua.
Dopo l'annunciazione dell'angelo, Maria si mette in cammino verso la montagna, con sollecitudine. Per Gesù è il primo viaggio missionario compiuto per mezzo della madre, che anticipa l'azione evangelizzatrice della comunità cristiana.
Prende qui l'avvio il grande andare, che riempie tutto il vangelo di Luca e gli Atti degli apostoli. La parola di Dio va dal cielo alla terra, da Nazaret a Gerusalemme, da Gerusalemme in Giudea e fino ai confini della terra; va senza esitazioni, sempre in fretta.
Nel saluto di Maria, che porta Gesù nel grembo, Elisabetta e Giovanni incontrano il Salvatore. L'arrivo di Maria in casa di Elisabetta suscita grande sorpresa e Elisabetta esprime la propria meraviglia con le parole pronunciate da Davide al sopraggiungere dell'Arca dell'Alleanza: "Come potrà venire da me l'arca del Signore?" (2Sam 6,9). Nella casa di Zaccaria si realizza ciò che avverrà a Gerusalemme dopo la risurrezione del Signore. "Negli ultimi giorni, dice il Signore, io effonderò il mio Spirito sopra ogni persona; i vostri figli e le vostre figlie profeteranno" (At 2,17-21; Gl 3,1-5).
La storia dell'infanzia della Chiesa sarà la ripetizione e la continuazione dell'infanzia di Gesù. Elisabetta, "piena di Spirito Santo" (v.41), conosce il segreto di Maria, e la proclama: "Benedetta tu fra le donne e benedetto il frutto del tuo grembo" (v.42).
Dio ha benedetto Maria con la pienezza di tutte le benedizioni che sono in Cristo (cfr Ef 1,3). Maria viene considerata come l'arca dell'Alleanza del Nuovo Testamento: nel suo grembo porta il Santo, la rivelazione di Dio, la fonte di ogni benedizione, la causa prima della gioia della salvezza, il centro del nuovo culto. Il saluto di Maria provoca l'esultanza di Giovanni Battista.
Il tempo della salvezza è il tempo della gioia.
Il cantico di lode di Elisabetta finisce con le parole che esaltano Maria: "Beata colei che ha creduto nell'adempimento delle parole del Signore" (v.45). Maria è diventata la madre di Gesù perché ha obbedito alla parola di Dio. E quando una donna del popolo, rivolgendosi a Gesù, la proclamerà beata: "Beato il grembo che ti ha portato e il seno da cui hai preso il latte!", Gesù preciserà e completerà l'espressione di lode, dicendo: "Beati piuttosto coloro che ascoltano la parola di Dio e la osservano!" (Lc 11,27-28). Con un atto di fede comincia la storia della salvezza d'Israele; Abramo parte per un paese sconosciuto con la moglie sterile, solo, perché Dio lo chiama e gli promette una discendenza benedetta (Gen 12).
Con un atto di fede comincia la storia della salvezza del mondo; Maria crede alla parola del Signore: vergine, diventa la madre di Dio. La prima beatitudine del vangelo di Luca è l'esaltazione della fede di Maria. La fede è la virtù che ha accompagnato Maria nel suo cammino e l'ha radicata profondamente nel progetto di salvezza di Dio.
Il cantico di Maria è molto vicino a quello che intonerà Gesù quando, esultando nello Spirito Santo, scoprirà che la benevolenza del Padre si rivela ai piccoli (Lc 10,21-22). Maria esalta l'opera di salvezza che Dio sta realizzando tra gli uomini.
Questo inno si sviluppa come un mosaico di citazioni e di allusioni bibliche, che trova un parallelo nel cantico di Anna (1Sam 2,1-10), considerato generalmente come la sua fonte principale sia dal punto di vista della situazione che della tematica e della formulazione. Qualche esegeta suggerisce di leggere questo cantico di Maria sullo sfondo della grande liberazione dell'Esodo e in particolare del celebre Cantico del mare (Es 15,1-18.21). Maria canta la grandezza di Dio. Riconosce che Dio è Dio. La conseguenza della scoperta di Dio grande nell'amore è l'esultanza dello spirito.
La scoperta dell'amore immenso di Dio per noi vince la paura. Chi conosce il vero Dio, gioisce della sua stessa gioia. Il motivo del dono di Dio a Maria non è il suo merito, ma il suo demerito, la sua umiltà (da humus=terra, parola da cui deriva anche "uomo"). Maria è il nulla assoluto, che solo è in grado di ricevere il Tutto. Dio è amore. L'amore è dono. Il dono è tale solo nella misura in cui non è meritato.
Dio quindi è accolto in noi come amore e dono solo nella misura della coscienza del nostro demerito, della nostra lontananza, della nostra piccolezza e umiltà oggettive. Maria è il primo essere umano che riconosce il proprio nulla e la propria distanza infinita da Dio in modo pieno e assoluto. Il merito fondamentale di Maria è la coscienza del proprio demerito: ella riconosce la propria infinita nullità.
Per questo, giustamente, la Chiesa proclama Maria esentata dal peccato originale, che consiste nella menzogna antica che impedisce all'uomo questa umiltà fiduciosa, che dovrebbe essere tipica della creatura (cfr Sal 131). L'umiltà di Maria non è quella virtù che porta ad abbassarsi. La sua non è virtù, ma la verità essenziale di ogni creatura, che lei riconosce e accetta: il proprio nulla, il proprio essere terra-terra. Tutte le generazioni gioiranno con lei della sua stessa gioia di Dio, perché in lei l'abisso di tutta l'umanità è stato colmato di luce e si è rivelato come capacità di concepire Dio, il Dono dei doni. Dio è amore onnipotente. Lo ha mostrato donando totalmente se stesso. Il suo nome (la sua persona) è conosciuto e glorificato tra gli uomini perché Dio stesso santifica il suo nome rivelandosi e donandosi al povero. Maria sintetizza in una sola parola tutti gli attributi di colui che ha già chiamato Signore, Dio, Salvatore, Potente, Santo: il nome di Dio è Misericordia. Dio è amore che non può non amare. E' misericordia che non può non sentire tenerezza verso la miseria delle sue creature. San Clemente di Alessandria afferma che "per la sua misteriosa divinità Dio è Padre. Ma la tenerezza che ha per noi lo fa diventare Madre.
Amando, il Padre diventa femminile" (Dal Quis dives salvetur, 37,2). Maria descrive la storia biblica della salvezza in sette azioni di Dio. La descrizione con i verbi al passato significa quello che Dio ha già fatto nell'Antico Testamento, ma anche quello che ha compiuto nel Nuovo, perché il Cantico, composto dalla comunità cristiana, canta l'operato di Dio alla luce della risurrezione di Cristo già avvenuta. A proposito di questa rivoluzione operata da Dio, che rovescia i potenti dai troni e manda a mani vuote i ricchi, notiamo che anche questa è un'opera grandiosa e commovente della misericordia di Dio: quando il potente cade nella polvere e il sazio prova l'indigenza, essi sono posti nella condizione per essere rialzati e saziati da Dio.
Nell'esperienza del vuoto e nel crollo degli idoli, l'uomo si trova nella condizione migliore per cercare Dio. In Maria è presente Dio fatto uomo. In lui si realizzano le promesse di Dio. E' per la fede in Cristo che si è discendenza di Abramo (Lc 3,8).
Il compimento della promessa fatta da Dio ad Abramo è definitivo: "In te si diranno benedette tutte le famiglie della terra" (Gen 12,3).
Padre Lino Pedron
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In quei giorni Maria si alzò e andò in fretta verso la regione montuosa, in una città di Giuda. Entrata nella casa di Zaccaria, salutò Elisabetta. Appena Elisabetta ebbe udito il saluto di Maria, il bambino sussultò nel suo grembo. Elisabetta fu colmata di Spirito Santo ed esclamò a gran voce: «Benedetta tu fra le donne e benedetto il frutto del tuo grembo! A che cosa devo che la madre del mio Signore venga da me? Ecco, appena il tuo saluto è giunto ai miei orecchi, il bambino ha sussultato di gioia nel mio grembo. E beata colei che ha creduto nell'adempimento di ciò che il Signore le ha detto». Il cantico di Maria. Allora Maria disse: «L'anima mia magnifica il Signore e il mio spirito esulta in Dio, mio salvatore, perché ha guardato l'umiltà della sua serva. D'ora in poi tutte le generazioni mi chiameranno beata. Grandi cose ha fatto per me l'Onnipotente e Santo è il suo nome; di generazione in generazione la sua misericordia per quelli che lo temono. Ha spiegato la potenza del suo braccio, ha disperso i superbi nei pensieri del loro cuore; ha rovesciato i potenti dai troni, ha innalzato gli umili; ha ricolmato di beni gli affamati, ha rimandato i ricchi a mani vuote. Ha soccorso Israele, suo servo, ricordandosi della sua misericordia, come aveva detto ai nostri padri, per Abramo e la sua discendenza, per sempre». Maria rimase con lei circa tre mesi, poi tornò a casa sua.
Dopo l'annunciazione dell'angelo, Maria si mette in cammino verso la montagna, con sollecitudine. Per Gesù è il primo viaggio missionario compiuto per mezzo della madre, che anticipa l'azione evangelizzatrice della comunità cristiana.
Prende qui l'avvio il grande andare, che riempie tutto il vangelo di Luca e gli Atti degli apostoli. La parola di Dio va dal cielo alla terra, da Nazaret a Gerusalemme, da Gerusalemme in Giudea e fino ai confini della terra; va senza esitazioni, sempre in fretta.
Nel saluto di Maria, che porta Gesù nel grembo, Elisabetta e Giovanni incontrano il Salvatore. L'arrivo di Maria in casa di Elisabetta suscita grande sorpresa e Elisabetta esprime la propria meraviglia con le parole pronunciate da Davide al sopraggiungere dell'Arca dell'Alleanza: "Come potrà venire da me l'arca del Signore?" (2Sam 6,9). Nella casa di Zaccaria si realizza ciò che avverrà a Gerusalemme dopo la risurrezione del Signore. "Negli ultimi giorni, dice il Signore, io effonderò il mio Spirito sopra ogni persona; i vostri figli e le vostre figlie profeteranno" (At 2,17-21; Gl 3,1-5).
La storia dell'infanzia della Chiesa sarà la ripetizione e la continuazione dell'infanzia di Gesù. Elisabetta, "piena di Spirito Santo" (v.41), conosce il segreto di Maria, e la proclama: "Benedetta tu fra le donne e benedetto il frutto del tuo grembo" (v.42).
Dio ha benedetto Maria con la pienezza di tutte le benedizioni che sono in Cristo (cfr Ef 1,3). Maria viene considerata come l'arca dell'Alleanza del Nuovo Testamento: nel suo grembo porta il Santo, la rivelazione di Dio, la fonte di ogni benedizione, la causa prima della gioia della salvezza, il centro del nuovo culto. Il saluto di Maria provoca l'esultanza di Giovanni Battista.
Il tempo della salvezza è il tempo della gioia.
Il cantico di lode di Elisabetta finisce con le parole che esaltano Maria: "Beata colei che ha creduto nell'adempimento delle parole del Signore" (v.45). Maria è diventata la madre di Gesù perché ha obbedito alla parola di Dio. E quando una donna del popolo, rivolgendosi a Gesù, la proclamerà beata: "Beato il grembo che ti ha portato e il seno da cui hai preso il latte!", Gesù preciserà e completerà l'espressione di lode, dicendo: "Beati piuttosto coloro che ascoltano la parola di Dio e la osservano!" (Lc 11,27-28). Con un atto di fede comincia la storia della salvezza d'Israele; Abramo parte per un paese sconosciuto con la moglie sterile, solo, perché Dio lo chiama e gli promette una discendenza benedetta (Gen 12).
Con un atto di fede comincia la storia della salvezza del mondo; Maria crede alla parola del Signore: vergine, diventa la madre di Dio. La prima beatitudine del vangelo di Luca è l'esaltazione della fede di Maria. La fede è la virtù che ha accompagnato Maria nel suo cammino e l'ha radicata profondamente nel progetto di salvezza di Dio.
Il cantico di Maria è molto vicino a quello che intonerà Gesù quando, esultando nello Spirito Santo, scoprirà che la benevolenza del Padre si rivela ai piccoli (Lc 10,21-22). Maria esalta l'opera di salvezza che Dio sta realizzando tra gli uomini.
Questo inno si sviluppa come un mosaico di citazioni e di allusioni bibliche, che trova un parallelo nel cantico di Anna (1Sam 2,1-10), considerato generalmente come la sua fonte principale sia dal punto di vista della situazione che della tematica e della formulazione. Qualche esegeta suggerisce di leggere questo cantico di Maria sullo sfondo della grande liberazione dell'Esodo e in particolare del celebre Cantico del mare (Es 15,1-18.21). Maria canta la grandezza di Dio. Riconosce che Dio è Dio. La conseguenza della scoperta di Dio grande nell'amore è l'esultanza dello spirito.
La scoperta dell'amore immenso di Dio per noi vince la paura. Chi conosce il vero Dio, gioisce della sua stessa gioia. Il motivo del dono di Dio a Maria non è il suo merito, ma il suo demerito, la sua umiltà (da humus=terra, parola da cui deriva anche "uomo"). Maria è il nulla assoluto, che solo è in grado di ricevere il Tutto. Dio è amore. L'amore è dono. Il dono è tale solo nella misura in cui non è meritato.
Dio quindi è accolto in noi come amore e dono solo nella misura della coscienza del nostro demerito, della nostra lontananza, della nostra piccolezza e umiltà oggettive. Maria è il primo essere umano che riconosce il proprio nulla e la propria distanza infinita da Dio in modo pieno e assoluto. Il merito fondamentale di Maria è la coscienza del proprio demerito: ella riconosce la propria infinita nullità.
Per questo, giustamente, la Chiesa proclama Maria esentata dal peccato originale, che consiste nella menzogna antica che impedisce all'uomo questa umiltà fiduciosa, che dovrebbe essere tipica della creatura (cfr Sal 131). L'umiltà di Maria non è quella virtù che porta ad abbassarsi. La sua non è virtù, ma la verità essenziale di ogni creatura, che lei riconosce e accetta: il proprio nulla, il proprio essere terra-terra. Tutte le generazioni gioiranno con lei della sua stessa gioia di Dio, perché in lei l'abisso di tutta l'umanità è stato colmato di luce e si è rivelato come capacità di concepire Dio, il Dono dei doni. Dio è amore onnipotente. Lo ha mostrato donando totalmente se stesso. Il suo nome (la sua persona) è conosciuto e glorificato tra gli uomini perché Dio stesso santifica il suo nome rivelandosi e donandosi al povero. Maria sintetizza in una sola parola tutti gli attributi di colui che ha già chiamato Signore, Dio, Salvatore, Potente, Santo: il nome di Dio è Misericordia. Dio è amore che non può non amare. E' misericordia che non può non sentire tenerezza verso la miseria delle sue creature. San Clemente di Alessandria afferma che "per la sua misteriosa divinità Dio è Padre. Ma la tenerezza che ha per noi lo fa diventare Madre.
Amando, il Padre diventa femminile" (Dal Quis dives salvetur, 37,2). Maria descrive la storia biblica della salvezza in sette azioni di Dio. La descrizione con i verbi al passato significa quello che Dio ha già fatto nell'Antico Testamento, ma anche quello che ha compiuto nel Nuovo, perché il Cantico, composto dalla comunità cristiana, canta l'operato di Dio alla luce della risurrezione di Cristo già avvenuta. A proposito di questa rivoluzione operata da Dio, che rovescia i potenti dai troni e manda a mani vuote i ricchi, notiamo che anche questa è un'opera grandiosa e commovente della misericordia di Dio: quando il potente cade nella polvere e il sazio prova l'indigenza, essi sono posti nella condizione per essere rialzati e saziati da Dio.
Nell'esperienza del vuoto e nel crollo degli idoli, l'uomo si trova nella condizione migliore per cercare Dio. In Maria è presente Dio fatto uomo. In lui si realizzano le promesse di Dio. E' per la fede in Cristo che si è discendenza di Abramo (Lc 3,8).
Il compimento della promessa fatta da Dio ad Abramo è definitivo: "In te si diranno benedette tutte le famiglie della terra" (Gen 12,3).
Padre Lino Pedron
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Padre Lino Pedron
Preghiera del mattino del 15/VIII/2012
Stella del mattino, guida del nostro cammino, Vergine Madre elevata nella gloria: ispiraci l'arte di guardare il cielo e di orientare i nostri passi verso Dio.
Il cuore umano ha sete di elevarsi. Sommità della perfezione umana, tu sei stata in tutto "Altissima", Maria: fedele alla terra, in cui sei vissuta; fedele al cielo, solo centro della tua anima.
Colma della grazia di Dio, tu la facevi trasparire in effusione d'amore al servizio degli altri.
Perché Dio è bontà.
Per questo, o madre del Messia, sei salita, rapida e zelante, sulla montagna della Giudea per andare a trovare e assistere in una carità gioiosa la madre del Precursore.
Fa' che la nostra vita davanti al mondo, e quella di tutta la Chiesa, sia un riflesso della tua.
Testimone della vocazione celeste nell'esercizio della bontà terrestre.
Incenso bruciato nel fuoco interiore (silenzioso, discreto, costante) della grazia di Dio.
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Il cuore umano ha sete di elevarsi. Sommità della perfezione umana, tu sei stata in tutto "Altissima", Maria: fedele alla terra, in cui sei vissuta; fedele al cielo, solo centro della tua anima.
Colma della grazia di Dio, tu la facevi trasparire in effusione d'amore al servizio degli altri.
Perché Dio è bontà.
Per questo, o madre del Messia, sei salita, rapida e zelante, sulla montagna della Giudea per andare a trovare e assistere in una carità gioiosa la madre del Precursore.
Fa' che la nostra vita davanti al mondo, e quella di tutta la Chiesa, sia un riflesso della tua.
Testimone della vocazione celeste nell'esercizio della bontà terrestre.
Incenso bruciato nel fuoco interiore (silenzioso, discreto, costante) della grazia di Dio.
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martedì 14 agosto 2012
Sentirò il calore della tua divinità
Quando si lavora per Dio, bisogna avere “complesso di superiorità”, ti ho ricordato. Ma questa, mi domandavi, non è una manifestazione di superbia? — No! È una conseguenza dell'umiltà, di un'umiltà che mi fa dire: Signore, Tu sei colui che è. Io sono la negazione. Tu hai tutte le perfezioni: la potenza, la fortezza, l'amore, la gloria, la sapienza, il dominio, la dignità... Se io mi unisco a Te, come un figlio che si mette nelle forti braccia di suo padre o nel grembo dolce di sua madre, sentirò il calore della tua divinità, sentirò le luci della tua sapienza, sentirò scorrere nel mio sangue la tua fortezza.(Forgia, 342)
Vi ricordo che se siete sinceri, se vi mostrate quali siete, se vi divinizzate sul fondamento dell'umiltà e non della superbia, voi e io ci sentiremo sicuri in ogni ambiente; potremo chiamarci vincitori e parlare soltanto di vittorie: vittorie interiori dell'amore di Dio, che danno la serenità, la felicità dell'anima, la comprensione.
L'umiltà ci spingerà a compiere grandi lavori, ma a condizione di non perdere la consapevolezza della nostra pochezza, la convinzione della nostra perenne indigenza. (Amici di Dio, nn. 106)
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Vi ricordo che se siete sinceri, se vi mostrate quali siete, se vi divinizzate sul fondamento dell'umiltà e non della superbia, voi e io ci sentiremo sicuri in ogni ambiente; potremo chiamarci vincitori e parlare soltanto di vittorie: vittorie interiori dell'amore di Dio, che danno la serenità, la felicità dell'anima, la comprensione.
L'umiltà ci spingerà a compiere grandi lavori, ma a condizione di non perdere la consapevolezza della nostra pochezza, la convinzione della nostra perenne indigenza. (Amici di Dio, nn. 106)
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Guardate di non disprezzare uno solo di questi piccoli
Mt 18,1-5.10.12-14
In quel momento i discepoli si avvicinarono a Gesù dicendo: «Chi dunque è più grande nel regno dei cieli?». Allora chiamò a sé un bambino, lo pose in mezzo a loro 3e disse: «In verità io vi dico: se non vi convertirete e non diventerete come i bambini, non entrerete nel regno dei cieli. Perciò chiunque si farà piccolo come questo bambino, costui è il più grande nel regno dei cieli. E chi accoglierà un solo bambino come questo nel mio nome, accoglie me. Guardate di non disprezzare uno solo di questi piccoli, perché io vi dico che i loro angeli nei cieli vedono sempre la faccia del Padre mio che è nei cieli. Che cosa vi pare? Se un uomo ha cento pecore e una di loro si smarrisce, non lascerà le novantanove sui monti e andrà a cercare quella che si è smarrita. In verità io vi dico: se riesce a trovarla, si rallegrerà per quella più che per le novantanove che non si erano smarrite. Così è volontà del Padre vostro che è nei cieli, che neanche uno di questi piccoli si perda.
Alla domanda dei discepoli: "Chi è il più grande nel regno dei cieli" (v.1), Gesù non risponde direttamente, ma compie anzitutto un gesto simbolico, che è già di per sé una risposta sconvolgente alle loro prospettive arriviste.
Ci troviamo catapultati in una comunità in cui l'ordine delle grandezze è invertito, perché il bambino accolto si rivela essere Gesù in persona: "Chi accoglie anche uno solo di questi bambini in nome mio, accoglie me" (v.5). 10 I rapporti tra di noi si impostano correttamente solo mediante la conversione e un atteggiamento umile verso Dio (v.3).
Quando ci scopriamo poveri e piccoli davanti a Dio, allora capiamo che la domanda posta all'inizio dai discepoli non ha più senso. "Chiunque diventerà piccolo come questo bambino, sarà il più grande nel regno dei cieli" (v.4).
Il punto di arrivo di ogni vera conversione è il diventare come i bambini.
Ciò non significa ritornare nell'infanzia o, peggio, nell'infantilismo, ma mettersi davanti a Dio come bambini di fronte al padre. Questa situazione è considerata dal vangelo un'esigenza indispensabile di umiltà che permette tutte le crescite. Diventare come un bambino e percepire che il Padre ci chiama sempre a crescere, è diventare ciò che dobbiamo essere: dei piccoli, dei poveri, dei beati (v.3) che aspettano tutto dalla sua grazia. Questa "umiltà attiva", che ha in Dio la sua origine e deve stare alla base della comunità cristiana, è un cammino coraggioso verso la croce come quello di Gesù. Consiste nel prendere il posto che è realmente il nostro.
Umiliarsi, diventare piccoli non è un ideale ascetico di timido nascondimento o di rassegnata sottomissione, ma un concreto servizio di Dio e del prossimo. Se Gesù si identifica con il piccolo, chi vorrà ancora essere grande? Piccolo è colui che non conta, colui che serve.
Il primo posto nella comunità cristiana è riservato a lui.
L'autorità deve mettere i piccoli al primo posto nella sua considerazione e nei suoi programmi. E tutti, se vogliono stare nella comunità cristiana, che è il regno di Dio, devono diventare piccoli, mettendosi in atteggiamento di servizio. Dunque, per entrare nella comunità cristiana, per rimanervi e ancor più per affermarsi, non bisogna salire, ma tornare indietro (convertirsi) o discendere, non sentirsi grandi, ma farsi piccoli.
Più la creatura si svuota di sé, più si rende idonea ad essere riempita da Dio. La base di misura dei cristiani non è la grandezza o la potenza, ma l'umiltà (v.4). Essa è un atteggiamento interiore che si manifesta all'esterno ed è il segreto per la buona riuscita dei rapporti comunitari. Colui che è piccolo è un vero discepolo di Cristo ed è un vero membro della comunità, perché non pone ostacoli all'accoglienza e alla costruzione del regno di Dio.
Nel discorso della montagna (5,3) Matteo aveva presentato la Chiesa dei poveri, qui presenta la Chiesa dei piccoli, che è una continuazione e un ampliamento della medesima. Purtroppo, anche nella Chiesa di Dio non sempre si vive fedelmente e integralmente il vangelo. San Giacomo scriveva: "Fratelli miei, non mescolate a favoritismi personali la vostra fede nel Signore nostro Gesù Cristo, Signore della gloria. Supponiamo che entri in una vostra adunanza qualcuno con un anello d'oro al dito, vestito splendidamente, ed entri anche un povero con un vestito logoro. Se voi guardate a colui che è vestito splendidamente e gli dite: "Tu siediti qui comodamente", e al povero dite: "Tu mettiti in piedi lì", oppure: "Siediti qui ai piedi del mio sgabello", non fate in voi stessi preferenze e non siete giudici dai giudizi perversi? Ascoltate, fratelli miei carissimi: Dio non ha forse scelto i poveri nel mondo per farli ricchi con la fede ed eredi del regno che ha promesso a quelli che lo amano? Voi invece avete disprezzato il povero!" (2,1-5).
Un simile atteggiamento provoca il forte richiamo di Gesù: "Guardatevi dal disprezzare uno solo di questi piccoli!" (v.10) e l'intervento immediato del Padre in loro difesa: egli ha disposto uno schieramento di angeli a servizio e a difesa dei suoi bambini, dei suoi "piccoli". Tramite i propri angeli che vedono la faccia di Dio, essi possono far giungere fino a lui i torti e le ingiustizie che ricevono. Chi tocca i suoi "piccoli", tocca Dio. Il valore dei "piccoli" davanti a Dio è sottolineato dal riferimento ai loro angeli che vedono sempre la faccia del Padre che è nei cieli.
Nella tradizione giudaica gli angeli "che stanno davanti a Dio", chiamati "angeli del volto", sono quelli di primo grado, incaricati di compiti speciali in ordine alla protezione degli eletti (cfr 1Enoch 40,1-10). La parabola della pecora smarrita ci insegna ad essere solleciti verso la sorte dei "piccoli", di considerarli importanti e di andare alla loro ricerca quando si perdono. Questa cura pastorale viene fondata teologicamente sullo stile di Dio Padre. Piccolo è colui che non conta, colui che serve. Il primo posto nella comunità è per costoro. L'autorità deve mettere i piccoli al primo posto nella sua considerazione e nei suoi programmi.
E tutti, se vogliono stare nella comunità cristiana, devono mettersi in atteggiamento di servizio.
Scandalizzare i piccoli è impedire loro di credere in Gesù. Il Padre vuole che nessun peccatore si perda. Lo scopo di questa parabola è di spingere la comunità cristiana, che trascura i peccatori ed è tentata di ripiegarsi pigramente su se stessa, a mettersi senza esitazione alla ricerca degli smarriti, dei cristiani che hanno dimenticato il primitivo fervore e la coerenza con gli ideali del vangelo. Chiunque è in pericolo ha la precedenza assoluta su tutto e su tutti a essere soccorso.
Le parole di Gesù sottolineano ripetutamente "anche uno solo di questi piccoli" (vv.6.10.14) per insegnarci non solo a capovolgere i criteri mondani riguardo alla grandezza, ma anche nei confronti della quantità: anche uno solo conta! La parabola della pecora smarrita ci riguarda personalmente perché è la nostra storia.
Qualche volta siamo la pecora smarrita, altre volte siamo mandati a cercare la pecora smarrita che è il prossimo. Possiamo sperare di raggiungere la nostra salvezza soltanto se ci preoccupiamo anche della salvezza degli altri.
Padre Lino Pedron
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In quel momento i discepoli si avvicinarono a Gesù dicendo: «Chi dunque è più grande nel regno dei cieli?». Allora chiamò a sé un bambino, lo pose in mezzo a loro 3e disse: «In verità io vi dico: se non vi convertirete e non diventerete come i bambini, non entrerete nel regno dei cieli. Perciò chiunque si farà piccolo come questo bambino, costui è il più grande nel regno dei cieli. E chi accoglierà un solo bambino come questo nel mio nome, accoglie me. Guardate di non disprezzare uno solo di questi piccoli, perché io vi dico che i loro angeli nei cieli vedono sempre la faccia del Padre mio che è nei cieli. Che cosa vi pare? Se un uomo ha cento pecore e una di loro si smarrisce, non lascerà le novantanove sui monti e andrà a cercare quella che si è smarrita. In verità io vi dico: se riesce a trovarla, si rallegrerà per quella più che per le novantanove che non si erano smarrite. Così è volontà del Padre vostro che è nei cieli, che neanche uno di questi piccoli si perda.
Alla domanda dei discepoli: "Chi è il più grande nel regno dei cieli" (v.1), Gesù non risponde direttamente, ma compie anzitutto un gesto simbolico, che è già di per sé una risposta sconvolgente alle loro prospettive arriviste.
Ci troviamo catapultati in una comunità in cui l'ordine delle grandezze è invertito, perché il bambino accolto si rivela essere Gesù in persona: "Chi accoglie anche uno solo di questi bambini in nome mio, accoglie me" (v.5). 10 I rapporti tra di noi si impostano correttamente solo mediante la conversione e un atteggiamento umile verso Dio (v.3).
Quando ci scopriamo poveri e piccoli davanti a Dio, allora capiamo che la domanda posta all'inizio dai discepoli non ha più senso. "Chiunque diventerà piccolo come questo bambino, sarà il più grande nel regno dei cieli" (v.4).
Il punto di arrivo di ogni vera conversione è il diventare come i bambini.
Ciò non significa ritornare nell'infanzia o, peggio, nell'infantilismo, ma mettersi davanti a Dio come bambini di fronte al padre. Questa situazione è considerata dal vangelo un'esigenza indispensabile di umiltà che permette tutte le crescite. Diventare come un bambino e percepire che il Padre ci chiama sempre a crescere, è diventare ciò che dobbiamo essere: dei piccoli, dei poveri, dei beati (v.3) che aspettano tutto dalla sua grazia. Questa "umiltà attiva", che ha in Dio la sua origine e deve stare alla base della comunità cristiana, è un cammino coraggioso verso la croce come quello di Gesù. Consiste nel prendere il posto che è realmente il nostro.
Umiliarsi, diventare piccoli non è un ideale ascetico di timido nascondimento o di rassegnata sottomissione, ma un concreto servizio di Dio e del prossimo. Se Gesù si identifica con il piccolo, chi vorrà ancora essere grande? Piccolo è colui che non conta, colui che serve.
Il primo posto nella comunità cristiana è riservato a lui.
L'autorità deve mettere i piccoli al primo posto nella sua considerazione e nei suoi programmi. E tutti, se vogliono stare nella comunità cristiana, che è il regno di Dio, devono diventare piccoli, mettendosi in atteggiamento di servizio. Dunque, per entrare nella comunità cristiana, per rimanervi e ancor più per affermarsi, non bisogna salire, ma tornare indietro (convertirsi) o discendere, non sentirsi grandi, ma farsi piccoli.
Più la creatura si svuota di sé, più si rende idonea ad essere riempita da Dio. La base di misura dei cristiani non è la grandezza o la potenza, ma l'umiltà (v.4). Essa è un atteggiamento interiore che si manifesta all'esterno ed è il segreto per la buona riuscita dei rapporti comunitari. Colui che è piccolo è un vero discepolo di Cristo ed è un vero membro della comunità, perché non pone ostacoli all'accoglienza e alla costruzione del regno di Dio.
Nel discorso della montagna (5,3) Matteo aveva presentato la Chiesa dei poveri, qui presenta la Chiesa dei piccoli, che è una continuazione e un ampliamento della medesima. Purtroppo, anche nella Chiesa di Dio non sempre si vive fedelmente e integralmente il vangelo. San Giacomo scriveva: "Fratelli miei, non mescolate a favoritismi personali la vostra fede nel Signore nostro Gesù Cristo, Signore della gloria. Supponiamo che entri in una vostra adunanza qualcuno con un anello d'oro al dito, vestito splendidamente, ed entri anche un povero con un vestito logoro. Se voi guardate a colui che è vestito splendidamente e gli dite: "Tu siediti qui comodamente", e al povero dite: "Tu mettiti in piedi lì", oppure: "Siediti qui ai piedi del mio sgabello", non fate in voi stessi preferenze e non siete giudici dai giudizi perversi? Ascoltate, fratelli miei carissimi: Dio non ha forse scelto i poveri nel mondo per farli ricchi con la fede ed eredi del regno che ha promesso a quelli che lo amano? Voi invece avete disprezzato il povero!" (2,1-5).
Un simile atteggiamento provoca il forte richiamo di Gesù: "Guardatevi dal disprezzare uno solo di questi piccoli!" (v.10) e l'intervento immediato del Padre in loro difesa: egli ha disposto uno schieramento di angeli a servizio e a difesa dei suoi bambini, dei suoi "piccoli". Tramite i propri angeli che vedono la faccia di Dio, essi possono far giungere fino a lui i torti e le ingiustizie che ricevono. Chi tocca i suoi "piccoli", tocca Dio. Il valore dei "piccoli" davanti a Dio è sottolineato dal riferimento ai loro angeli che vedono sempre la faccia del Padre che è nei cieli.
Nella tradizione giudaica gli angeli "che stanno davanti a Dio", chiamati "angeli del volto", sono quelli di primo grado, incaricati di compiti speciali in ordine alla protezione degli eletti (cfr 1Enoch 40,1-10). La parabola della pecora smarrita ci insegna ad essere solleciti verso la sorte dei "piccoli", di considerarli importanti e di andare alla loro ricerca quando si perdono. Questa cura pastorale viene fondata teologicamente sullo stile di Dio Padre. Piccolo è colui che non conta, colui che serve. Il primo posto nella comunità è per costoro. L'autorità deve mettere i piccoli al primo posto nella sua considerazione e nei suoi programmi.
E tutti, se vogliono stare nella comunità cristiana, devono mettersi in atteggiamento di servizio.
Scandalizzare i piccoli è impedire loro di credere in Gesù. Il Padre vuole che nessun peccatore si perda. Lo scopo di questa parabola è di spingere la comunità cristiana, che trascura i peccatori ed è tentata di ripiegarsi pigramente su se stessa, a mettersi senza esitazione alla ricerca degli smarriti, dei cristiani che hanno dimenticato il primitivo fervore e la coerenza con gli ideali del vangelo. Chiunque è in pericolo ha la precedenza assoluta su tutto e su tutti a essere soccorso.
Le parole di Gesù sottolineano ripetutamente "anche uno solo di questi piccoli" (vv.6.10.14) per insegnarci non solo a capovolgere i criteri mondani riguardo alla grandezza, ma anche nei confronti della quantità: anche uno solo conta! La parabola della pecora smarrita ci riguarda personalmente perché è la nostra storia.
Qualche volta siamo la pecora smarrita, altre volte siamo mandati a cercare la pecora smarrita che è il prossimo. Possiamo sperare di raggiungere la nostra salvezza soltanto se ci preoccupiamo anche della salvezza degli altri.
Padre Lino Pedron
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Preghiera del mattino del 14/VIII/2012
Signore, quando infine capirò che cosa ami nei bambini?
Come posso contribuire a mantenere in me e negli altri le qualità che, nei bambini, ti sono care?
Devo resistere alla tendenza di assumere quei modi "mondani", indipendenti, "adulti" che non sono altro che vanità ed egoismo e devo, invece, rivolgermi docilmente verso la Madre Chiesa perché mi sostenga e mi guidi, affinché io continui a nutrirmi dei suoi sacramenti e ad apprendere il suo insegnamento.
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Come posso contribuire a mantenere in me e negli altri le qualità che, nei bambini, ti sono care?
Devo resistere alla tendenza di assumere quei modi "mondani", indipendenti, "adulti" che non sono altro che vanità ed egoismo e devo, invece, rivolgermi docilmente verso la Madre Chiesa perché mi sostenga e mi guidi, affinché io continui a nutrirmi dei suoi sacramenti e ad apprendere il suo insegnamento.
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lunedì 13 agosto 2012
Lo uccideranno, ma risorgerà. I figli sono liberi dal tributo
Mt 17,22-27
Mentre si trovavano insieme in Galilea, Gesù disse loro: «Il Figlio dell'uomo sta per essere consegnato nelle mani degli uomini e lo uccideranno, ma il terzo giorno risorgerà». Ed essi furono molto rattristati. Quando furono giunti a Cafàrnao, quelli che riscuotevano la tassa per il tempio si avvicinarono a Pietro e gli dissero: «Il vostro maestro non paga la tassa?». Rispose: «Sì». Mentre entrava in casa, Gesù lo prevenne dicendo: «Che cosa ti pare, Simone? I re della terra da chi riscuotono le tasse e i tributi? Dai propri figli o dagli estranei?». Rispose: «Dagli estranei». E Gesù replicò: «Quindi i figli sono liberi. Ma, per evitare di scandalizzarli, va' al mare, getta l'amo e prendi il primo pesce che viene su, aprigli la bocca e vi troverai una moneta d'argento. Prendila e consegnala loro per me e per te».
La grande tristezza dei discepoli deriva dalla loro incapacità di comprendere che la risurrezione, già annunciata nella trasfigurazione (Mt 17,1-8), dev'essere preceduta necessariamente dalla sofferenza e dalla morte.
E' ancora e sempre questione di poca fede.
I veri figli di Dio (quelli che riconoscono in Gesù il Figlio prediletto del Padre) sono liberi dalle imposte per il tempio perché Gesù, che è più importante del tempio (Mt 12,6), li libera da esse. Ma Gesù tiene conto del rischio dello scandalo che un tale atteggiamento potrebbe provocare.
Questo brano inoltre sottolinea, attraverso l'unica moneta che paga la tassa per Gesù e per Pietro, il destino comune che lega Pietro al suo Signore.
La nostra realtà di figli di Dio non ci dispensa dalle mediazioni umane; si tratta di scoprire, nel profondo delle schiavitù quotidiane della nostra condizione di uomini, il modo nel quale il Figlio di Dio ci ispira di viverle come figli liberi.
Padre Lino Pedron
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Mentre si trovavano insieme in Galilea, Gesù disse loro: «Il Figlio dell'uomo sta per essere consegnato nelle mani degli uomini e lo uccideranno, ma il terzo giorno risorgerà». Ed essi furono molto rattristati. Quando furono giunti a Cafàrnao, quelli che riscuotevano la tassa per il tempio si avvicinarono a Pietro e gli dissero: «Il vostro maestro non paga la tassa?». Rispose: «Sì». Mentre entrava in casa, Gesù lo prevenne dicendo: «Che cosa ti pare, Simone? I re della terra da chi riscuotono le tasse e i tributi? Dai propri figli o dagli estranei?». Rispose: «Dagli estranei». E Gesù replicò: «Quindi i figli sono liberi. Ma, per evitare di scandalizzarli, va' al mare, getta l'amo e prendi il primo pesce che viene su, aprigli la bocca e vi troverai una moneta d'argento. Prendila e consegnala loro per me e per te».
La grande tristezza dei discepoli deriva dalla loro incapacità di comprendere che la risurrezione, già annunciata nella trasfigurazione (Mt 17,1-8), dev'essere preceduta necessariamente dalla sofferenza e dalla morte.
E' ancora e sempre questione di poca fede.
I veri figli di Dio (quelli che riconoscono in Gesù il Figlio prediletto del Padre) sono liberi dalle imposte per il tempio perché Gesù, che è più importante del tempio (Mt 12,6), li libera da esse. Ma Gesù tiene conto del rischio dello scandalo che un tale atteggiamento potrebbe provocare.
Questo brano inoltre sottolinea, attraverso l'unica moneta che paga la tassa per Gesù e per Pietro, il destino comune che lega Pietro al suo Signore.
La nostra realtà di figli di Dio non ci dispensa dalle mediazioni umane; si tratta di scoprire, nel profondo delle schiavitù quotidiane della nostra condizione di uomini, il modo nel quale il Figlio di Dio ci ispira di viverle come figli liberi.
Padre Lino Pedron
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Padre Lino Pedron
Preghiera del mattino del 13/VIII/2012
Signore Gesù, proteggici dalle ansietà della nostra vita quotidiana, aiutaci ad affidarci alle tue braccia.
I nostri cuori, che sono il nostro tesoro, restino nel tuo amore e nella tua pace.
Aiutaci a rimanere svegli e pronti nella nostra vita di fede e d'amore qui sulla terra, perché possiamo aprirti la porta senza indugio quando busserai.
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I nostri cuori, che sono il nostro tesoro, restino nel tuo amore e nella tua pace.
Aiutaci a rimanere svegli e pronti nella nostra vita di fede e d'amore qui sulla terra, perché possiamo aprirti la porta senza indugio quando busserai.
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domenica 12 agosto 2012
Io sono il pane vivo, disceso dal cielo
Gv 6,41-51
Allora i Giudei si misero a mormorare contro di lui perché aveva detto: «Io sono il pane disceso dal cielo». E dicevano: «Costui non è forse Gesù, il figlio di Giuseppe? Di lui non conosciamo il padre e la madre? Come dunque può dire: «Sono disceso dal cielo»?». Gesù rispose loro: «Non mormorate tra voi. Nessuno può venire a me, se non lo attira il Padre che mi ha mandato; e io lo risusciterò nell'ultimo giorno. Sta scritto nei profeti: E tutti saranno istruiti da Dio. Chiunque ha ascoltato il Padre e ha imparato da lui, viene a me. Non perché qualcuno abbia visto il Padre; solo colui che viene da Dio ha visto il Padre. In verità, in verità io vi dico: chi crede ha la vita eterna. Io sono il pane della vita. I vostri padri hanno mangiato la manna nel deserto e sono morti; questo è il pane che discende dal cielo, perché chi ne mangia non muoia. Io sono il pane vivo, disceso dal cielo. Se uno mangia di questo pane vivrà in eterno e il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo».
Gli interlocutori di Gesù vengono chiamati per la prima volta giudei. In realtà quelli che ascoltano il Maestro sono galilei. Per Giovanni il termine "giudei" indica gli increduli, i rappresentanti tipici del mondo ostile alla rivelazione del Figlio di Dio. I giudei mormoravano come i loro padri che nel deserto mormorarono contro Dio e contro Mosè, ribellandosi al piani di salvezza di Dio (Es 16; Nm 11). La mormorazione è mancanza di fede e esprime lo scandalo dinanzi al mistero dell'incarnazione del Figlio di Dio.
Gesù dichiara di essere disceso dal cielo, ma i farisei conoscono suo padre e sua madre; per questo si meravigliano della sua affermazione ardita. Essi ovviamente non erano al corrente dell'origine vera di Gesù; questa non si conosce con gli occhi della carne, ma con lo sguardo della fede. La ragione ultima della fede si trova nell'attrazione del Padre perché gli uomini aderiscano al Figlio suo.
La citazione dei profeti: "E tutti saranno ammaestrati da Dio" potrebbe ispirarsi a Ger 31,33-34 e a Ez 36,23-27, ma il testo più vicino a quello citato da Giovanni è Is 54,13: "E porrò... tutti i tuoi figli ammaestrati da Dio". Anche qui, come in Gv 6,31, la citazione non sembra trovarsi alla lettera nell'Antico Testamento. Giovanni adatta il testo alle sue prospettive teologiche, tra le quali spicca l'universalismo della salvezza. Egli infatti non parla solo di "tutti i figli di Gerusalemme", ma di " tutti" semplicemente, interpretando la nuova alleanza in prospettiva universalistica.
La fede è dono di Dio e affonda le sua radici nell'azione divina del Padre. Quindi crede in Gesù solo chi " ha ascoltato e imparato dal Padre" (v.45). Gesù, dopo aver detto che il motivo ultimo della fede sta nell'attrazione del Padre, soggiunge: "Chi crede ha la vita eterna" (v.47).
La vita eterna dipende dalla fede. E la fede consiste nell'ascoltare e mangiare Gesù, che è il pane celeste che fa vivere eternamente. Dopo la solenne proclamazione di essere il pane della vita, Gesù fa il confronto tra la manna mangiata dai padri nel deserto e il pane che è la sua persona. La manna non procurò l'immortalità perché tutti nel deserto morirono, compreso Mosè, ma chi mangia Gesù non morirà mai.
L'azione del mangiare indica l'interiorizzazione della parola del Figlio di Dio e l'assimilazione della sua persona con una vita di fede profondissima. Il mangiare il pane vivente che è Gesù, significa far propria la verità del Cristo, anzi la persona del Cristo che è la verità, ossia la rivelazione piena e perfetta del Padre. Nel v.51 Gesù aggiunge un nuovo elemento che preannuncia la tematica centrale dell'ultima sezione del discorso (vv.53-58): il pane della vita è la carne di Gesù per la vita del mondo. Il pane del cielo è la carne di Gesù, ossia la sua persona sacrificata per la salvezza dell'umanità con la passione e morte gloriosa.
L'amore di Dio per gli uomini raggiunge la sua massima espressione nella morte di Gesù in croce: sulla croce egli dona tutto se stesso per il mondo.
Padre Lino Pedron
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Allora i Giudei si misero a mormorare contro di lui perché aveva detto: «Io sono il pane disceso dal cielo». E dicevano: «Costui non è forse Gesù, il figlio di Giuseppe? Di lui non conosciamo il padre e la madre? Come dunque può dire: «Sono disceso dal cielo»?». Gesù rispose loro: «Non mormorate tra voi. Nessuno può venire a me, se non lo attira il Padre che mi ha mandato; e io lo risusciterò nell'ultimo giorno. Sta scritto nei profeti: E tutti saranno istruiti da Dio. Chiunque ha ascoltato il Padre e ha imparato da lui, viene a me. Non perché qualcuno abbia visto il Padre; solo colui che viene da Dio ha visto il Padre. In verità, in verità io vi dico: chi crede ha la vita eterna. Io sono il pane della vita. I vostri padri hanno mangiato la manna nel deserto e sono morti; questo è il pane che discende dal cielo, perché chi ne mangia non muoia. Io sono il pane vivo, disceso dal cielo. Se uno mangia di questo pane vivrà in eterno e il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo».
Gli interlocutori di Gesù vengono chiamati per la prima volta giudei. In realtà quelli che ascoltano il Maestro sono galilei. Per Giovanni il termine "giudei" indica gli increduli, i rappresentanti tipici del mondo ostile alla rivelazione del Figlio di Dio. I giudei mormoravano come i loro padri che nel deserto mormorarono contro Dio e contro Mosè, ribellandosi al piani di salvezza di Dio (Es 16; Nm 11). La mormorazione è mancanza di fede e esprime lo scandalo dinanzi al mistero dell'incarnazione del Figlio di Dio.
Gesù dichiara di essere disceso dal cielo, ma i farisei conoscono suo padre e sua madre; per questo si meravigliano della sua affermazione ardita. Essi ovviamente non erano al corrente dell'origine vera di Gesù; questa non si conosce con gli occhi della carne, ma con lo sguardo della fede. La ragione ultima della fede si trova nell'attrazione del Padre perché gli uomini aderiscano al Figlio suo.
La citazione dei profeti: "E tutti saranno ammaestrati da Dio" potrebbe ispirarsi a Ger 31,33-34 e a Ez 36,23-27, ma il testo più vicino a quello citato da Giovanni è Is 54,13: "E porrò... tutti i tuoi figli ammaestrati da Dio". Anche qui, come in Gv 6,31, la citazione non sembra trovarsi alla lettera nell'Antico Testamento. Giovanni adatta il testo alle sue prospettive teologiche, tra le quali spicca l'universalismo della salvezza. Egli infatti non parla solo di "tutti i figli di Gerusalemme", ma di " tutti" semplicemente, interpretando la nuova alleanza in prospettiva universalistica.
La fede è dono di Dio e affonda le sua radici nell'azione divina del Padre. Quindi crede in Gesù solo chi " ha ascoltato e imparato dal Padre" (v.45). Gesù, dopo aver detto che il motivo ultimo della fede sta nell'attrazione del Padre, soggiunge: "Chi crede ha la vita eterna" (v.47).
La vita eterna dipende dalla fede. E la fede consiste nell'ascoltare e mangiare Gesù, che è il pane celeste che fa vivere eternamente. Dopo la solenne proclamazione di essere il pane della vita, Gesù fa il confronto tra la manna mangiata dai padri nel deserto e il pane che è la sua persona. La manna non procurò l'immortalità perché tutti nel deserto morirono, compreso Mosè, ma chi mangia Gesù non morirà mai.
L'azione del mangiare indica l'interiorizzazione della parola del Figlio di Dio e l'assimilazione della sua persona con una vita di fede profondissima. Il mangiare il pane vivente che è Gesù, significa far propria la verità del Cristo, anzi la persona del Cristo che è la verità, ossia la rivelazione piena e perfetta del Padre. Nel v.51 Gesù aggiunge un nuovo elemento che preannuncia la tematica centrale dell'ultima sezione del discorso (vv.53-58): il pane della vita è la carne di Gesù per la vita del mondo. Il pane del cielo è la carne di Gesù, ossia la sua persona sacrificata per la salvezza dell'umanità con la passione e morte gloriosa.
L'amore di Dio per gli uomini raggiunge la sua massima espressione nella morte di Gesù in croce: sulla croce egli dona tutto se stesso per il mondo.
Padre Lino Pedron
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Vangelo del giorno
Preghiera del mattino del 12/VIII/2012
Signore Gesù, perdonaci se noi, che riceviamo la manna del tuo corpo e del tuo sangue nel deserto di questa vita, qualche volta abbiamo mormorato tra di noi e contestato contro la volontà del tuo Padre.
Aiutaci ad ascoltare umilmente la tua parola e ad apprendere la verità.
Concedici di rispondere nella fede e nell'amore al tuo Pane vivo, qui ed ora, in modo da essere innalzati alla pienezza della vita nell'ultimo giorno.
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Aiutaci ad ascoltare umilmente la tua parola e ad apprendere la verità.
Concedici di rispondere nella fede e nell'amore al tuo Pane vivo, qui ed ora, in modo da essere innalzati alla pienezza della vita nell'ultimo giorno.
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sabato 11 agosto 2012
Preghiera a Santa Chiara
O Chiara, che con la luce della tua vita evangelica rischiarasti l'orizzonte del tuo secolo, illumina anche noi che, oggi più che mai, siamo assetati di verità e di vero amore. Con la testimonianza della tua vita, tu hai da dire anche a noi, dopo sette secoli, una parola di speranza e di fiducia che attinge la sua forza dal Vangelo, verità eterna. Guarda, o Chiara, alle tue figlie che sparse in tutto il mondo vogliono continuare silenziosamente la missione di Maria, Vergine e Madre, nel cenacolo dove sotto il soffio dello Spirito nasceva e si sviluppava la Chiesa.
Guarda a tutta la gioventù che cerca attraverso le vie più disparate di realizzare se stessa e guidala verso quella pienezza di vita che solo Cristo ci può dare.
Guarda, o Chiara, anche chi è verso il tramonto della vita e fagli sentire che nulla è perduto quando ancora rimane il desiderio di ricominciare da capo per fare meglio, per essere più buoni. E fa', o Chiara, che tutti, quando saremo giunti alla soglia dell'Eternità, possiamo come te benedire Dio che ci ha creato per il suo amore!
Amen.
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Guarda a tutta la gioventù che cerca attraverso le vie più disparate di realizzare se stessa e guidala verso quella pienezza di vita che solo Cristo ci può dare.
Guarda, o Chiara, anche chi è verso il tramonto della vita e fagli sentire che nulla è perduto quando ancora rimane il desiderio di ricominciare da capo per fare meglio, per essere più buoni. E fa', o Chiara, che tutti, quando saremo giunti alla soglia dell'Eternità, possiamo come te benedire Dio che ci ha creato per il suo amore!
Amen.
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