sabato 11 agosto 2012

Messaggio Medjugorje straordinario dato a Ivan 10/8/2012

Messaggio di Venerdì 10 Agosto 2012, sul Podbrdo alle ore 22:00. 
Ecco le parole di Ivan: 

 «Vorrei evidenziare ciò che è più importante dell’incontro di stasera con la Madonna. Anche stasera la Madonna è venuta a noi molto gioiosa e felice ed all’inizio ci ha salutato tutti col suo materno saluto: “Sia lodato Gesù, cari figli miei!”. 

Poi la Madonna ha detto: 
 “Cari figli, sono venuta a voi e mi sono presentata come Regina della Pace perché mi manda mio Figlio. 
Desidero, cari figli, aiutarvi. Aiutarvi affinché venga la pace. 
Ma ho detto così tante volte ed ho ripetuto a tutti voi, miei figli: io ho bisogno di voi, cari figli! Io con voi posso realizzare la pace. 
Perciò anche oggi vi invito: pregate per la pace! 
Pregate per la pace nel mondo, pregate per la pace nelle famiglie. Riportate la preghiera nelle vostre famiglie e mettete Dio al primo posto nelle vostre famiglie. 
La Madre prega insieme con voi ed intercede per tutti voi presso suo Figlio. Pregate, pregate e perseverate nella preghiera. 
Grazie per aver anche oggi risposto alla mia chiamata”. 

Poi la Madonna ha pregato un tempo particolarmente qui su tutti voi, ha pregato in modo particolare su di voi, malati presenti. Poi ha benedetto tutti noi con la sua benedizione materna ed ha benedetto tutto quello che avete portato perché venisse benedetto. 
Ho anche raccomandato tutti voi, tutti i vostri bisogni, tutte le vostre intenzioni, tutte le vostre famiglie ed, in particolare, i malati e tutto quello che voi portate nei vostri cuori. 
La Madonna conosce meglio di tutti i nostri cuori e ciò che desideriamo dirle. Poi la Madonna ha continuato a pregare per un tempo su tutti noi ed in questa preghiera se n’è andata, se n’è andata nel segno della luce e della croce col saluto: “Andate in pace, cari figli miei!”. 
Questo è ciò che è più importante dell’incontro di stasera».
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Se avrete fede, nulla vi sarà impossibile

Mt 17,14-20
Appena ritornati presso la folla, si avvicinò a Gesù un uomo che gli si gettò in ginocchio e disse: «Signore, abbi pietà di mio figlio! È epilettico e soffre molto; cade spesso nel fuoco e sovente nell'acqua. L'ho portato dai tuoi discepoli, ma non sono riusciti a guarirlo». E Gesù rispose: «O generazione incredula e perversa! Fino a quando sarò con voi? Fino a quando dovrò sopportarvi? Portatelo qui da me». Gesù lo minacciò e il demonio uscì da lui, e da quel momento il ragazzo fu guarito. Allora i discepoli si avvicinarono a Gesù, in disparte, e gli chiesero: «Perché noi non siamo riusciti a scacciarlo?». Ed egli rispose loro: «Per la vostra poca fede. In verità io vi dico: se avrete fede pari a un granello di senape, direte a questo monte: «Spòstati da qui a là», ed esso si sposterà, e nulla vi sarà impossibile».

Il brano si articola sull’impotenza dei discepoli di guarire il fanciullo a causa della loro poca fede (v. 20), nel mezzo di una generazione senza fede (v. 17) e conclude presentando la potenza della vera fede (v. 20). Per Matteo questo ragazzo è simbolo del popolo d’Israele incredulo (cfr Dt 32,5) che non ha percepito la presenza di Dio in mezzo a sé (v. 17).
I discepoli non possono scacciare il demonio con le loro forze, ma solo con la potenza di Dio. La fede è l’unico mezzo per mettersi in contatto con Dio e usufruire della sua potenza. Matteo richiama la parabola del granello di senapa (13,31-32) la cui crescita va molto al di là delle attese iniziali. Questo testo sembra contenere una contraddizione.
Gesù rimprovera i discepoli per la loro poca fede e poi dice che un granellino di fede sposta le montagne. Alcuni codici non parlano di poca fede (oligopistìa), ma di "nessuna fede" o di "incredulità". Comunque si voglia leggere il testo, si tratta nel primo caso di "nessuna fede" o di "poca fede" esitante, contraddittoria e dubbiosa; nel secondo caso si parla di un granellino di fede autentica
Padre Lino Pedron
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Preghiera del mattino del 11/VIII/2012

Gesù, mio carissimo Salvatore e amico, la sola cosa di cui ho davvero bisogno per realizzare la mia vita, è di amarti con tutto il mio cuore, con tutta la mia anima e con tutta la mia forza. 
Preparandomi a mettere in pratica questo amore nel compiere con fede e gioia i miei doveri di ogni giorno, vorrei cominciare, qui ed ora, con l'adorarti con ogni fibra del mio essere, perché tu solo sei la mia gioia e la mia vera felicità. 
Ti voglio bene, o mia forza.
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venerdì 10 agosto 2012

Se il chicco di grano muore, produce molto frutto

Gv 12,24-26
In verità, in verità io vi dico: se il chicco di grano, caduto in terra, non muore, rimane solo; se invece muore, produce molto frutto. Chi am a la propria vita, la perde e chi odia la propria vita in questo mondo, la conserverà per la vita eterna. Se uno mi vuole servire, mi segua, e dove sono io, là sarà anche il mio servitore. Se uno serve me, il Padre lo onorerà.

Gesù spiega come si realizzerà il disegno paradossale della vita tramite la morte e come egli porterà a compimento la sua missione. La piccola parabola del seme che cade nel terreno e muore è assai espressiva e semplice: il seme è Gesù che, come il chicco di grano, deve morire per diventare sorgente di vita per tutti. Senza la morte non c’è fecondità, vita nuova e abbondanza di frutti.
La vita nuova che Gesù dona è la conseguenza della sua disponibilità e della sua morte. La strada percorsa dal Maestro diviene la stessa che deve percorrere il discepolo, perché è partecipando alla sua morte che si raggiunge la gloria della vita. Solo chi si perde, si realizza.
Il più grande ostacolo alla piena donazione, e conseguentemente alla realizzazione di sé, è il timore di perdersi e di sacrificarsi in questo mondo. Gesù avverte chiaramente ogni discepolo: l’attaccamento a se stesso conduce al compromesso, mentre la completa maturità consiste nell’attività dell’amore, nella donazione che è servizio ad ogni fratello.
Solo chi dona totalmente se stesso per amore, porta frutto e si apre ad un destino pieno di vita eterna. Il detto sul servizio del v. 26 richiede al discepolo identità di vedute e di ideali con Gesù, collaborazione alla sua stessa missione, imitazione fino alla sofferenza e alla morte. Questo orientamento di vita al seguito di Gesù è legato ad una ricompensa assicurata: la certezza di stare uniti con lui, di dimorare nell’amore del Padre (cfr Gv 14,3; 17,24) e di ricevere una "gloria" simile a quella del Figlio. 
Se il mondo disprezzerà i discepoli di Gesù, il Padre stesso li onorerà e li tratterà da figli (cfr Gv 5,44) rivelando loro il suo amore (Gv 17,24-26
Padre Lino Pedron
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Preghiera del mattino del 10/VIII/2012

Dio adorabile, questa mattina ti vediamo risplendere come il sole davanti ai tuoi discepoli, facendoci così pregustare quella che sarà la nostra gloria. 
Quanta bellezza orna la tua bontà e quanta gioia la tua verità! 
Fa' che non dimentichi mai questa visione, in tutta la mia vita, anche quando tu non sei trasfigurato davanti ai miei occhi e concedimi di riconoscerti anche se ti nascondi umilmente nel mondo, come il lievito in azione nel pane. 
Aiutami a vedere con lo sguardo della fede tutto ciò che mi circonda. 
Concedimi anche la grazia di ascoltare la tua parola nel profondo del mio cuore, sapendo che è l'unica fonte certa di verità. 
Mantieni viva la mia fede, anche quando la mia vista corta e il mio debole udito ritardano la mia risposta. 
Gesù, ti voglio bene e credo in te: infiamma il mio tiepido cuore e dissolvi la mia incredulità.
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giovedì 9 agosto 2012

Eccomi qua, per tutto ciò che vuoi

Come farò perché il mio amore per il Signore continui, perché aumenti?, mi domandi con ardore. — Figlio, abbandonando man mano l'uomo vecchio, dando volentieri anche quelle cose, buone in sé stesse, che però impediscono il distacco dal tuo io...; dicendo al Signore, con i fatti e continuamente: “Eccomi qua, per tutto ciò che vuoi”. (Forgia, 117) 

Di nuovo innalzo il mio cuore in rendimento di grazie al mio Dio e mio Signore, perché avrebbe potuto benissimo crearci impeccabili, dandoci un impulso irresistibile verso il bene, ma reputò che i suoi servi l'avrebbero meglio servito se fossero stati liberi di farlo[Sant Agostino, De vera religione, 14, 17]. Quanto sono grandi l'amore, la misericordia di Dio nostro Padre! Di fronte all'evidenza delle sue 'divine pazzie' per i suoi figli, vorrei avere mille bocche, mille cuori, e più ancora, per poter vivere in continua lode a Dio Padre, a Dio Figlio, a Dio Spirito Santo. Pensate che l'Onnipotente, colui che con la sua Provvidenza regge l'Universo, non vuole dei servi forzati; preferisce avere dei figli liberi. 
È alla portata della creatura rispondere di no a Dio, respingere questo principio di felicità nuova e definitiva. Ma se così fa, non è più figlio e diventa schiavo. 
Perdonate l'insistenza. È evidente, e del resto lo possiamo verificare spesso intorno a noi o in noi stessi, che nessuno sfugge a qualche tipo di servitù. Alcuni si inginocchiano davanti al denaro; altri adorano il potere; altri, la relativa tranquillità dello scetticismo; altri fanno della sensualità il loro vitello d'oro. E la stessa cosa accade in campi più nobili. Ci affanniamo in un lavoro, in un'impresa di proporzioni più o meno grandi, nello svolgimento di un'attività scientifica, artistica, letteraria, spirituale. Se c'è impegno, se c'è vera passione, chi si applica vive da schiavo, si dà con gioia al servizio del compito che si è prefisso. (Amici di Dio, 33-34)
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Ecco lo sposo! Andategli incontro!

Mt 25,1-13 
Allora il regno dei cieli sarà simile a dieci vergini che presero le loro lampade e uscirono incontro allo sposo. Cinque di esse erano stolte e cinque sagge; le stolte presero le loro lampade, ma non presero con sé l'olio; le sagge invece, insieme alle loro lampade, presero anche l'olio in piccoli vasi. Poiché lo sposo tardava, si assopirono tutte e si addormentarono. A mezzanotte si alzò un grido: «Ecco lo sposo! Andategli incontro!».Allora tutte quelle vergini si destarono e prepararono le loro lampade. Le stolte dissero alle sagge: «Dateci un po' del vostro olio, perché le nostre lampade si spengono». Le sagge risposero: «No, perché non venga a mancare a noi e a voi; andate piuttosto dai venditori e compratevene». Ora, mentre quelle andavano a comprare l'olio, arrivò lo sposo e le vergini che erano pronte entrarono con lui alle nozze, e la porta fu chiusa.Più tardi arrivarono anche le altre vergini e incominciarono a dire: «Signore, signore, aprici!».Ma egli rispose: «In verità io vi dico: non vi conosco». Vegliate dunque, perché non sapete né il giorno né l'ora. 

Il brano si articola sull'impotenza dei discepoli di guarire il fanciullo a causa della loro poca fede (v.20), nel mezzo di una generazione senza fede (v.17) e conclude presentando la potenza della vera fede (v.20). Per Matteo questo ragazzo è simbolo del popolo d'Israele incredulo (cfr Dt 32,5) che non ha percepito la presenza di Dio in mezzo a sé (v.17). 
I discepoli non possono scacciare il demonio con le loro forze, ma solo con la potenza di Dio. La fede è l'unico mezzo per mettersi in contatto con Dio e usufruire della sua potenza. Matteo richiama la parabola del granello di senapa (13,31-32) la cui crescita va molto al di là delle attese iniziali. Questo testo sembra contenere una contraddizione. 
Gesù rimprovera i discepoli per la loro poca fede e poi dice che un granellino di fede sposta le montagne. Alcuni codici non parlano di poca fede (oligopistìa), ma di "nessuna fede" o di "incredulità". 
Comunque si voglia leggere il testo, si tratta nel primo caso di "nessuna fede" o di "poca fede" esitante, contraddittoria e dubbiosa; nel secondo caso si parla di un granellino di fede autentica. 
Padre Lino Pedron
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Preghiera del mattino del 9/VIII/2012

Questa mattina ti ringrazio, Signore, per il dono della vita, perché ogni giorno nuovo mi permette di ricominciare, di rimediare agli errori commessi, di ripartire alla ricerca del bene che tu vuoi che io faccia. 
Fa' che oggi mi rivolga a te in modo che, alla fine della giornata, possa dire di avere davvero, per grazia tua, sentito la tua voce e risposto alla tua chiamata.
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mercoledì 8 agosto 2012

Donna, grande è la tua fede!

Mt 15,21-28
Partito di là, Gesù si ritirò verso la zona di Tiro e di Sidòne. Ed ecco, una donna cananea, che veniva da quella regione, si mise a gridare: «Pietà di me, Signore, figlio di Davide! Mia figlia è molto tormentata da un demonio». Ma egli non le rivolse neppure una parola. Allora i suoi discepoli gli si avvicinarono e lo implorarono: «Esaudiscila, perché ci viene dietro gridando!». Egli rispose: «Non sono stato mandato se non alle pecore perdute della casa d'Israele». Ma quella si avvicinò e si prostrò dinanzi a lui, dicendo: «Signore, aiutami!». Ed egli rispose: «Non è bene prendere il pane dei figli e gettarlo ai cagnolini ». «È vero, Signore - disse la donna -, eppure i cagnolini mangiano le briciole che cadono dalla tavola dei loro padroni». Allora Gesù le replicò: «Donna, grande è la tua fede! Avvenga per te come desideri». E da quell'istante sua figlia fu guarita.

Dopo l’aspra controversia con i farisei e gli scribi, ai quali aveva rimproverato l’ipocrisia e la lontananza da Dio, Gesù incontra in terra pagana una donna che gli dimostra una grande fede. I discepoli, come al solito (cfr Mt 14,15; 19,13), non amano il prossimo, non vogliono seccature e chiedono a Gesù di mandare via la donna, escludendo così un intervento di soccorso e reagendo sgarbatamente alle sue grida. In questo brano sono messi a confronto Israele e i pagani.
Gesù dimostra di essere il vero Messia d’Israele perché sa di essere inviato, nel suo cammino terreno, solo a questo popolo. 
Con questo episodio Gesù insegna che il vangelo della salvezza è aperto anche ai pagani. 
Ma la salvezza di Dio deve seguire un itinerario storico e geografico prima di raggiungere la totalità dei popoli. Gesù chiede alla donna cananea il riconoscimento della priorità d’Israele alla salvezza, perché questa è la volontà di Dio manifestata attraverso la storia e le scelte dell’Antico Testamento.
Il dialogo didattico tra Gesù e la cananea culmina nella fede. La fede in Gesù deciderà il cammino d’Israele e dei popoli.
Padre Lino Pedron
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Preghiera del mattino del 8/VIII/2012

Mio amato Signore, ti ringrazio di aver vegliato su di me questa notte e di avermi fatto giungere all'inizio di questo nuovo giorno. 
Mi appresto a scoprire con gioia quello che tu hai preparato per me quest'oggi: saranno i fatti di sempre oppure mi aspetterà qualche nuovo compito, forse mi aprirò a nuove vedute. 
Accetto tutto con fiducia e gioia, convinto che tu hai predisposto tutto per il mio bene, per il tuo onore e per la tua gloria.
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martedì 7 agosto 2012

Non ti fidi per niente di te, e ti fidi in tutto di Dio

Non ti eri mai sentito più libero di adesso che la tua libertà è intessuta di amore e di distacco, di sicurezza e di insicurezza: perché non ti fidi per niente di te, e ti fidi in tutto di Dio. (Solco, 787) 

L'amore di Dio è geloso; non lo si soddisfa se ci presentiamo all'appuntamento patteggiando condizioni: Dio attende con impazienza che ci diamo del tutto, senza conservare nel cuore degli angolini bui, ai quali non arrivano il piacere e la gioia della grazia e dei doni soprannaturali. Forse qualcuno può pensare: rispondere affermativamente a un Amore tanto esclusivo, non significa perdere la libertà? 
Ciascuno di noi ha potuto sperimentare che servire Cristo Signore nostro talvolta comporta dolore e fatica. 
Disconoscere questa realtà significherebbe non essersi mai incontrati con Dio. Ma l'anima innamorata sa anche che il dolore, quando sopraggiunge, non è che un'impressione fugace; si scopre ben presto che il peso è leggero e il giogo soave, perché è Lui a portarlo sulle sue spalle, come ha portato la croce, abbracciandola, quando era in gioco la nostra eterna felicità [Cfr Mt 11,30]. Eppure ci sono persone che non vogliono capire, che si ribellano al Creatore — ed è una ribellione impotente, meschina, triste —, che ripetono ciecamente la sterile invettiva raccolta dal Salmo: Spezziamo le sue catene gettiamo via i suoi legami! [Sal 2, 3], Si rifiutano di compiere, in eroico silenzio, con naturalezza. senza sfoggio e senza lamenti, il duro dovere quotidiano. Non riescono a capire che la Volontà di Dio, anche quando si presenta con sfumature di dolore, di esigenze costose, coincide esattamente con la libertà, che risiede soltanto in Dio e nei suoi progetti. 
Sono anime che costruiscono barricate con la libertà. «La mia libertà, la mia libertà!». Hanno la libertà, e non la seguono; la contemplano, ne fanno un idolo di terracotta nella loro mente ristretta. E questa la libertà? Che frutto ricavano da questa ricchezza senza un impegno serio, che orienti tutta la vita? Un simile modo di fare si oppone alla dignità, alla nobiltà della persona umana. Manca la rotta la strada sicura che indirizzi il cammino su questa terra: queste anime — ne avrete conosciute anche voi — si lasceranno rapidamente trascinare dalla vanità puerile, dalla boria egoista, dalla sensualità. (Amici di Dio, 28-29)
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Comandami di venire verso di te sulle acque

Mt 14,22-36
Subito dopo costrinse i discepoli a salire sulla barca e a precederlo sull'altra riva, finché non avesse congedato la folla. Congedata la folla, salì sul monte, in disparte, a pregare. Venuta la sera, egli se ne stava lassù, da solo. La barca intanto distava già molte miglia da terra ed era agitata dalle onde: il vento infatti era contrario. Sul finire della notte egli andò verso di loro camminando sul mare. Vedendolo camminare sul mare, i discepoli furono sconvolti e dissero: «È un fantasma! » e gridarono dalla paura. Ma subito Gesù parlò loro dicendo: «Coraggio, sono io, non abbiate paura!». Pietro allora gli rispose: «Signore, se sei tu, comandami di venire verso di te sulle acque». Ed egli disse: «Vieni!». Pietro scese dalla barca, si mise a camminare sulle acque e andò verso Gesù. Ma, vedendo che il vento era forte, s'impaurì e, cominciando ad affondare, gridò: «Signore, salvami!». E subito Gesù tese la mano, lo afferrò e gli disse: «Uomo di poca fede, perché hai dubitato?».Appena saliti sulla barca, il vento cessò. Quelli che erano sulla barca si prostrarono davanti a lui, dicendo: «Davvero tu sei Figlio di Dio!». Compiuta la traversata, approdarono a Gennèsaret. E la gente del luogo, riconosciuto Gesù, diffuse la notizia in tutta la regione; gli portarono tutti i malati e lo pregavano di poter toccare almeno il lembo del suo mantello. E quanti lo toccarono furono guariti.

Il versetto introduttivo richiama il clima che doveva essersi creato nei discepoli e nella folla dopo il miracolo dei pani. L’intervento energico di Gesù sui discepoli e sulla folla lascia comprendere quale piega avesse preso la situazione. Gli apostoli, trovatisi improvvisamente al centro di una inaudita vicenda, cominciano a ricoprirsi di una facile gloria e di un’euforia difficilmente controllabile L’evangelista Giovanni ricorda che la gente che aveva mangiato i pani volevano rapire Gesù per farlo re (Gv 6,14-15) Davanti a questa situazione Gesù fa imbarcare gli apostoli, manda a casa la gente e sale sulla monte a pregare (v. 23; Gv 6,15). Il monte è il luogo dell’incontro con Dio. Gesù è il Figlio e quindi ha un’esigenza infinita di stare col Padre. Gesù è uomo e nel confronto con il Padre trova costantemente la chiarezza e il coraggio per compiere la sua missione. In questo testo si possono cogliere alcune reminiscenze del cantico di Mosè dopo il passaggio del mare dei giunchi: il mare che fa affondare, le onde che si innalzano, la mano tesa, il timore e il turbamento (Es 15). Queste annotazioni ci inducono a leggere questo brano come una teofania rivolta a "quelli della barca", cioè alla Chiesa del Risorto.
Il Dio salvatore dell’Esodo salva nuovamente il suo popolo. L’episodio è un simbolo della comunità cristiana perseguitata: essa non deve temere, perché il Signore è presente. Una riflessione particolare merita l’episodio di Pietro. La sua possibilità di camminare sulle acque dipende unicamente dalla parola del Signore: "vieni!", e la sua forza sta tutta nella fede in Gesù. 
Con la fede ogni discepolo può ripetere gli stessi miracoli del suo Signore. Ma se la fede viene a mancare, il discepolo torna ad essere facile preda delle forze del male (rappresentate nella Bibbia dalle acque impetuose). 
Il vento rappresenta il momento della prova (Mt 7,25.27) e il mare indica le forze del caos (cfr Gb 7,12; Sal 89,10-11; ecc.) sulle quali Dio esercita il suo potere (Sal 107,25-30) sia nella creazione (Gen 1,7), sia nell’esperienza della liberazione (Es 14,15-31).Gesù si rivela alla comunità dei suoi discepoli in mezzo alle difficoltà di un mare agitato e ne conferma la fede, liberandoli dalla paura e dal dubbio.
L’episodio di Pietro è una specie di catechesi sulla realtà del discepolo invitato ad affidarsi totalmente al suo Signore anche nelle situazioni che mettono in crisi la sua adesione incrollabile di fede. In questo racconto c’è certamente un anticipo del rinnegamento e della conversione di Pietro nella burrascosa notte della settimana di passione (Mt 26,69-75), ma egli è ormai per sempre riabilitato e la sua fede è diventata esemplare come lo è stata la sua diffidenza. Solo alla fine la comunità dei discepoli, educata nella fede in mezzo alle sue prove, fa la professione esplicita di fede in Gesù: "Tu sei veramente il Figlio di Dio". Il tema centrale del brano è, dunque, la fede. La situazione di Pietro dimostra chiaramente che la fede in Gesù non è esclusivamente ragionevolezza o avvedutezza razionale. Credere è osare. Chi osa credere è sorretto da colui nel quale crede. La fede è obbedienza (vv. 28-29). Chi pratica l’obbedienza della fede ottiene di partecipare all’essere, ai poteri di Cristo. Gesù, nonostante la crescente ostilità dei capi, è circondato da innumerevoli persone che nella loro miseria fisica fanno assegnamento su di lui. Il racconto mette in chiaro che il farsi carico della miseria umana costituisce un presupposto indispensabile per una trasmissione del vangelo degna di fede. Il v. 35 precisa che la gente del luogo riconosce Gesù e diffonde la notizia in tutta la regione: il conoscere Gesù muove all’apostolato. L’orlo del mantello era destinato a riportare continuamente alla memoria la fedeltà ai comandamenti (Nm 15,37- 39).
Il profeta Zaccaria aveva annunziato che, nei tempi messianici, dieci uomini (di tutte le lingue del mondo, secondo la traduzione dei LXX) avrebbero afferrato un ebreo per il lembo del mantello, dicendo: "Vogliamo venire con te, perché abbiamo compreso che Dio è con voi" (Zc 8,23 ). 
E’ probabile che Matteo pensi a questo testo: nel momento in cui la patria di Gesù non lo riconosce e si chiude alla comprensione del Regno, i popoli pagani lo riconoscono e gli fanno guarire i loro malati. La missione di Gesù viene ribadita e ricordata ai discepoli Egli è un profeta, ma soprattutto è un terapeuta. L’annuncio del vangelo non è solo la presentazione di una dottrina, ma soprattutto un progetto di salvezza in cui si realizza la fine del peccato, delle malattie, della sofferenza, del dolore.
La lotta al male è il primo impegno che Gesù si assume e comanda ai suoi discepoli. Dimenticarlo, con la scusa degli impegni superiori dello spirito, è tradire la volontà di Dio. Il banco di prova della fede proclamata dalla Chiesa è l’impegno fattivo sul piano umano e storico (cfr Mt 7,21-23; 25,35-46). Gesù, Signore della natura e della storia, libera dal male e dalla morte, paure che attanagliano e bloccano l’uomo. Per superare queste angosce bisogna avere una fede adulta che conduce a una visione fiduciosa della storia che viene portata a compimento da Dio.
Padre Lino Pedron
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Preghiera del mattino del 7/VIII/2012

Dio onnipotente, tu hai sempre protetto e amato il popolo fedele che hai adottato. 
Così, nei tempi antichi, hai vegliato sulla fama del tuo grande profeta Mosè, quando l'invidia aveva portato Aronne e Miriam, cioè la sua stessa famiglia, ad insidiare la sua reputazione. 
Continua anche oggi ad annientare ogni tentativo, da parte di uomini ostili, di intaccare e di macchiare la reputazione del Santo Padre, il Papa, e di indebolire la sua autorità e quella dei vescovi che lo sostengono. 
Concedici questo, per Cristo, nostro Signore.
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lunedì 6 agosto 2012

Questi è il Figlio mio, l’amato

Mc 9,2-10
Sei giorni dopo, Gesù prese con sé Pietro, Giacomo e Giovanni e li condusse su un alto monte, in disparte, loro soli. Fu trasfigurato davanti a loro e le sue vesti divennero splendenti, bianchissime: nessun lavandaio sulla terra potrebbe renderle così bianche. E apparve loro Elia con Mosè e conversavano con Gesù. Prendendo la parola, Pietro disse a Gesù: «Rabbì, è bello per noi essere qui; facciamo tre capanne, una per te, una per Mosè e una per Elia». Non sapeva infatti che cosa dire, perché erano spaventati. Venne una nube che li coprì con la sua ombra e dalla nube uscì una voce: «Questi è il Figlio mio, l'amato: ascoltatelo!». E improvvisamente, guardandosi attorno, non videro più nessuno, se non Gesù solo, con loro. Mentre scendevano dal monte, ordinò loro di non raccontare ad alcuno ciò che avevano visto, se non dopo che il Figlio dell'uomo fosse risorto dai morti. Ed essi tennero fra loro la cosa, chiedendosi che cosa volesse dire risorgere dai morti.


Nella narrazione della trasfigurazione ritroviamo i tre testimoni della risurrezione della figlia di Giairo: Pietro, Giacomo e Giovanni. Li troveremo anche nel Getsémani.
C'è uno stretto legame tra questi tre episodi.
Il primo manifesta il potere di Gesù sulla morte. La trasfigurazione è un'anticipazione della gloria della risurrezione. L'agonia, che è il contrasto totale con i primi due episodi, mostra in qual modo Gesù cammina verso la gloria: accettando di entrare totalmente nelle vedute del Padre (cfr 14,36). Anche qui, come nel battesimo, si fa sentire la voce del Padre che parla dalla nube.
Ma questa volta non si rivolge soltanto a Gesù (cfr 1,11), ma ai tre discepoli. Il titolo di "Figlio mio prediletto" che richiama allo stesso tempo la regalità del Messia (cfr Sal 2,7) e il destino del Servo di Dio (cfr Is 42,1), conferma la verità di ciò che Pietro non ha ancora accettato: che la glorificazione del Messia si realizza attraverso la sofferenza.
In più, alla rivelazione fa seguito un comando: "Ascoltatelo!". La parola del Padre viene ad appoggiare l'insegnamento di Gesù sulla sua passione e risurrezione. In questa prospettiva, la trasfigurazione appare come l'anticipata manifestazione della gloria di Cristo.
Dal racconto della trasfigurazione dobbiamo imparare che solo nella luce della risurrezione si comprende il mistero della croce.
La trasfigurazione, e non la sfigurazione, è il punto di arrivo dell'uomo e dell'universo.
Il nostro volto non è quello disfatto dallo sfacelo della morte, ma quello trasfigurato della risurrezione.
La trasfigurazione corrisponde alla vita nuova che il battesimo ci conferisce attraverso la croce: un'esistenza pasquale, passata dall'egoismo all'amore, dalla tristezza alla gioia, dall'inquietudine alla pace.
Sul nostro volto deve brillare il riflesso del volto del Risorto, che è il volto stesso del Padre.
Padre Lino Pedron
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Preghiera del mattino del 6/VIII/2012

Dio Padre, che mi hai protetto per tutta la notte, ti ringrazio di nuovo per il dono della vita e del tuo amore. 
Continua, ti prego, a nutrirmi della tua grazia, perché trovi il coraggio necessario per seguire il tuo cammino di verità e rispondere prontamente a tutto quello che mi chiedi di dire o di fare; permettimi di offrirti in questo modo l'onore e la gloria che ti sono dovuti. 
Te lo chiedo tramite Gesù Cristo, tuo Figlio, mio Signore.
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domenica 5 agosto 2012

Chi viene a me non avrà fame e chi crede in me non avrà sete, mai!

Gv 6,24-35
Quando dunque la folla vide che Gesù non era più là e nemmeno i suoi discepoli, sal ì sulle barche e si diresse alla volta di Cafàrnao alla ricerca di Gesù. Lo trovarono di là dal mare e gli dissero: «Rabbì, quando sei venuto qua?». Gesù rispose loro: «In verità, in verità io vi dico: voi mi cercate non perché avete visto dei segni, ma perché avete mangiato di quei pani e vi siete saziati. Datevi da fare non per il cibo che non dura, ma per il cibo che rimane per la vita eterna e che il Figlio dell'uomo vi darà. Perché su di lui il Padre, Dio, ha messo il suo sigillo». Gli dissero allora: «Che cosa dobbiamo compiere per fare le opere di Dio?». Gesù rispose loro: «Questa è l'opera di Dio: che crediate in colui che egli ha mandato». Allora gli dissero: «Quale segno tu compi perché vediamo e ti crediamo? Quale opera fai? I nostri padri hanno mangiato la manna nel deserto, come sta scritto: Diede loro da mangiare un pane dal cielo».  Rispose loro Gesù: «In verità, in verità io vi dico: non è Mosè che vi ha dato il pane dal cielo, ma è il Padre mio che vi dà il pane dal cielo, quello vero. Infatti il pane di Dio è colui che discende dal cielo e dà la vita al mondo». Allora gli dissero: «Signore, dacci sempre questo pane». Gesù rispose loro: «Io sono il pane della vita; chi viene a me non avrà fame e chi crede in me non avrà sete, mai!

Questa gente che cerca Gesù sembra piena di fede, ma in realtà essa non crede nel Cristo. La loro non è fede, ma solo curiosità e simpatia superficiale, come risulterà nel seguito del racconto. 
Gesù denuncia il vero motivo del loro interesse per la sua persona e li invita a una ricerca meno egoistica e più spirituale. Egli li rimprovera per la loro superficialità: nella moltiplicazione dei pani non avevano riconosciuto Gesù come Dio. Il Cristo biasima la loro ricerca affannosa per il cibo che perisce, ossia per il pane che sfama il corpo, e li esorta a cercare il cibo che dura per la vita eterna. 
Questo cibo dev'essere qualcosa che assomiglia all'acqua viva che zampilla per la vita eterna (Gv 4,14). Si tratta quindi della rivelazione del Verbo incarnato, assimilata con una vita di fede profondissima che conduce alla vita eterna. 
In questa prima fase del discorso, il cibo che Gesù darà rimane misterioso. In 6,51 l'evangelista specificherà che si tratta della persona del Figlio di Dio, sacrificata per l'umanità con la passione e la morte, e donata in cibo. L'azione del Padre che pone il suo sigillo indelebile sul Figlio è la consacrazione solenne dell'uomo Cristo Gesù fin dal primo istante della sua incarnazione e nel suo battesimo al Giordano. "Che cosa dobbiamo fare per compiere le opere di Dio?" (v.28). 
In questa domanda appare chiaramente la mentalità giudaica legata al valore delle opere. Gesù si oppone a questa mentalità e presenta necessaria per il possesso del regno di Dio una sola opera: la fede nella sua persona. In questo brano sembra riecheggiare la polemica di Paolo contro le opere della legge a favore della fede: con le opere della legge nessun uomo può essere giustificato davanti a Dio (Rm 3,20); infatti si è giustificati non dalle opere, ma dalla fede, indipendentemente dalle opere (Rm 3,27-28; Gal 2,16; 3,5). L'oggetto di questa fede è colui che Dio ha inviato, Gesù. L'unica opera che l'uomo deve compiere è credere nell'inviato di Dio. La fede di cui parla il vangelo è dono di Dio. 
L'uomo ha però la sua responsabilità perché può anche rifiutare questo dono. Quindi la fede è anche opera dell'uomo. I giudei pretendono di fondare la loro fede sull'esperienza di prodigi straordinari. Nella mentalità giudaica i segni sono visti nella linea delle opere e devono essere simili a quelli operati da Mosè quando liberò Israele dalla schiavitù dell'Egitto. I galilei citano uno dei prodigi dell'esodo per indicare a Gesù in quale direzione deva operare i suoi segni per esigere la loro fede. Egli deve compiere un prodigio simile a quello della manna. Il testo più vicino alla citazione è il Sal 78,24: "Fece piovere loro la manna da mangiare e diede loro il pane del cielo". Il cibo divino della rivelazione escatologica piena e perfetta non è dono di Mosè, ma è offerto dal Padre nel dono del suo Figlio. Questo pane dal cielo è chiamato veritiero perché contiene la verità, cioè la rivelazione definitiva della vita divina che si identifica con la persona di Gesù. Questo pane dal cielo è dunque una persona: è Gesù che dà la vita al mondo. 
Tutti gli uomini possono trovare vita e salvezza nel Figlio di Dio. La replica finale dei giudei (v.34) sembra piena di fede. In realtà non credono affatto in Gesù e intendono il pane dal cielo come alimento terreno; non hanno afferrato per nulla il senso della rivelazione del Verbo incarnato nella sua persona divina. Appena il Maestro chiarirà ulteriormente il suo pensiero, proclamandosi come il pane della vita disceso dal cielo (vv.36ss), i giudei manifesteranno la loro incredulità (Gv 6,41-42). 
 Gesù chiarisce il suo pensiero dichiarando esplicitamente di essere il pane di Dio, fonte della vita. Ora non ci sono più equivoci: il pane di Dio, disceso dal cielo per dare la vita all'umanità, è Gesù. La frase: "Io sono il pane della vita" confrontata con "Io sono... la verità e la vita" (Gv 14,6) ci fa comprendere che il pane dal cielo è la parola, la rivelazione di Gesù, ossia la verità. Gesù è la verità della vita eterna, manifesta e comunica la vita di Dio. 
 Il Verbo incarnato è l'unica persona che può spegnere la fame e la sete di vita e di salvezza. Per questo motivo esorta tutti ad andare da lui per appagare il bisogno di felicità (Gv 7,37). "Chi viene a me" e "Chi crede in me" sono espressioni dell'unico atteggiamento di fede. La fede è l'orientamento della vita verso la persona di Gesù.
Padre Lino Pedron
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Preghiera del mattino del 5/VIII/2012

Signore Gesù Cristo, tu hai detto: "Chi crede in me non avrà più fame né sete:". 
Ogni giorno, io mi impegno di nuovo sulla via che porta alla verità e alla vita, piena di senso e di pienezza. 
Tu mi hai offerto la grazia della fede, mi hai permesso di capire che tu sei l'inviato di Dio, la guida che porta alla verità e alla vita. 
E io voglio cominciare questo giorno con la forza della speranza che porta la fede. 
Accompagnami con la tua bontà e la tua fedeltà. 
Fa' che molti uomini riconoscano che solo attraverso di te si accede alla verità della vita, e quindi a Dio.
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sabato 4 agosto 2012

Erode mandò a decapitare Giovanni e i suoi discepoli andarono a informare Gesù

Mt 14,1-12
In quel tempo al tetrarca Erode giunse notizia della fama di Gesù. Egli disse ai suoi cortigiani: «Costui è Giovanni il Battista. È risorto dai morti e per questo ha il potere di fare prodigi!». Erode infatti aveva arrestato Giovanni e lo aveva fatto incatenare e gettare in prigione a causa di Erodìade, moglie di suo fratello Filippo. Giovanni infatti gli diceva: «Non ti è lecito tenerla con te!». Erode, benché volesse farlo morire, ebbe paura della folla perché lo considerava un profeta. Quando fu il compleanno di Erode, la figlia di Erodìade danzò in pubblico e piacque tanto a Erode che egli le promise con giuramento di darle quello che avesse chiesto. Ella, istigata da sua madre, disse: «Dammi qui, su un vassoio, la testa di Giovanni il Battista». Il re si rattristò, ma a motivo del giuramento e dei commensali ordinò che le venisse data e mandò a decapitare Giovanni nella prigione. La sua testa venne portata su un vassoio, fu data alla fanciulla e lei la portò a sua madre. I suoi discepoli si presentarono a prendere il cadavere, lo seppellirono e andarono a informare Gesù.

Il racconto della morte del Battista continua la tematica dell’episodio precedente. Sebbene parli con parole autorevoli e compia gesti potenti (cfr Mt 13,54.58; 14,2), Gesù è il profeta contestato e la sua sorte viene prefigurata da quella del Battista. 
Il motivo dell’arresto e dell’uccisione del Battista è ricordato nei vv. 3-4. Un profeta non può essere catturato se non per il disturbo che arrecano le sue parole o i suoi gesti. 
Elia era perseguitato da Acab e da Gezabele (1Re 19-21) perché aveva loro rimproverato l’uccisione di un innocente cittadino di Samaria e si erano appropriati del suo podere. 
Erode aveva sottratto la moglie a suo fratello e aveva ripudiato la propria. Un doppio delitto davanti al quale Giovanni non ha taciuto. Il "non ti è lecito!" dà un’impostazione concreta alla sua azione missionaria. Se l’annuncio non viene applicato ai fatti, tradotto nelle situazioni concrete, è, troppe volte, un grido inutile. 
Se il Battista e Gesù si fossero accontentati di puntare il dito contro il male e non contro i malfattori, come fanno i filosofi e non solo i filosofi, non sarebbero finiti in prigione e al patibolo.
Padre Lino Pedron
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Riposo significa riprendersi: rigenerare le forze

Riposo significa riprendersi: rigenerare le forze, gli ideali, i progetti... In poche parole: cambiare occupazione, per ritornare poi con nuovo brio al lavoro consueto. (Solco, 514) 


La santità, l'autentico desiderio di raggiungerla, non si concede soste né vacanze. (Solco, 129) 


Utilizzami bene il tempo. —Non ti dimenticare del fico maledetto. Faceva già qualcosa: dare foglie. Come te... —Non dirmi che hai delle scuse. —Non valse al fico —narra l'Evangelista— il fatto che non fosse tempo di fichi quando il Signore andò a cercarne. —E rimase sterile per sempre. (Cammino, 354) 


Lottate contro l'eccessiva comprensione che ciascuno prova verso di se: siate esigenti con voi stessi! 
Talvolta pensiamo troppo alla salute; al riposo, che peraltro non deve mancare, perché è necessario per ritornare al lavoro con rinnovate energie. Ma il riposo — come ho scritto tanto tempo fa — non consiste nel non far nulla: consiste nel distrarci con attività che richiedono meno sforzo. (Amici di Dio, 62)
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Preghiera del mattino del 4/VIII/2012

"Erode ebbe notizia della fama di Gesù. Egli disse ai suoi cortigiani: "Costui è Giovanni il Battista risuscitato dai morti...". 
Tu ci hai raccomandato, Signore, di non temere chi uccide il corpo, ma piuttosto chi può far morire l'anima. 
L'esempio di Giovanni Battista ci mostra che, seguendo ciecamente lo Spirito che aveva designato l'Agnello di Dio, noi non dovremo più aver paura né per il nostro corpo né per la nostra anima. 
Giovanni continua a vivere e a mettere in luce ciò che viene dallo spirito del male. 
Concedici, Signore, secondo l'esempio di Giovanni Battista, di non avere paura, perché troppo spesso la paura ci fa scendere a patti col male.
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venerdì 3 agosto 2012

Consacrazione della famiglia al Sacro Cuore di Gesù

O Gesú, che hai manifestato a S. Margherita Maria il desiderio di regnare con il tuo Cuore sulle fa­miglie cristiane vogliamo oggi proclamare la tua regalità d'amo­re sulla nostra famiglia. 
Noi tutti vogliamo vivere, d'ora innanzi come Tu vuoi: - vogliamo far fiorire nella nostra casa le virtù alle quali hai promesso la pa­ce quaggiù. 
Vogliamo tener lontano da noi tutti quello che è in contrasto con Te. Tu regnerai sul nostro intellet­to, per la semplicità della nostra fede; sui nostri cuori per l'amore continuo che avremo per te e che ravviveremo ricevendo spes­so la S. Comunione. 
Degnati, o Cuore Divino, di re­stare sempre in mezzo a noi, di benedire le nostre attività spiri­tuali e materiali, di santificare le nostre gioie di sollevare le nostre pene. Se mai qualcuno di noi avesse la disgrazia di offenderti ricorda­gli o Gesú, che hai un Cuore buo­no e misericordioso con il pecca­tore che si pente. 
E nei giorni di dolore saremo fiduciosamente sottomessi al tuo divino volere. Ci consoleremo pen­sando che verrà un giorno in cui tutta la famiglia, riunita felice in cielo potrà cantare per sempre le tue glorie e i tuoi benefici. 
Ti presentiamo oggi questa no­stra consacrazione per mezzo del Cuore Immacolato di Maria e del glorioso suo Sposo S. Giuseppe, affinché con il loro aiuto possia­mo metterla in pratica in tutti i giorni della nostra vita.


Dolce Cuore del mio Gesú, fa ch'io t'ami sempre piú. 
Cuore di Gesú, venga il tuo re­gno.
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Non è costui il figlio del falegname? Da dove gli vengono allora tutte queste cose?

Mt 13,54-58
54 Venuto nella sua patria, insegnava nella loro sinagoga e la gente rimaneva stupita e diceva: «Da dove gli vengono questa sapienza e i prodigi? 55Non è costui il figlio del falegname? E sua madre, non si chiama Maria? E i suoi fratelli, Giacomo, Giuseppe, Simone e Giuda? 56E le sue sorelle, non stanno tutte da noi? Da dove gli vengono allora tutte queste cose?». 57Ed era per loro motivo di scandalo. Ma Gesù disse loro: «Un profeta non è disprezzato se non nella sua patria e in casa sua». 58E lì, a causa della loro incredulità, non fece molti prodigi.

Il racconto dell'arrivo e dell'insegnamento di Gesù a Nazaret è seguito da cinque domande incredule dei nazaretani. Essi chiedono da dove ha origine Gesù. La gente resta strabiliata dall'insegnamento di Gesù. Questa reazione non è ancora ostile, ma indica già incomprensione nei suoi riguardi. Forse gli abitanti di Nazaret sono venuti nella sinagoga più per studiare il loro concittadino che per ascoltare con fede la sua parola. Siccome la sapienza si apprende a scuola o dagli scribi, ma ad essi non risulta che Gesù abbia frequentato né questa né quelli, la conseguenza è presto tratta: non può avere alcun diritto di arrogarsi quell'autorità che gli viene riconosciuta per la sua parola e per i suoi gesti potenti.
I nomi dei quattro fratelli di Gesù sono conservati dalla tradizione perché hanno avuto un ruolo nella prima Chiesa di Gerusalemme, soprattutto Giacomo, noto come il "fratello del Signore". La tradizione evangelica, riferita anche da Matteo, conosce il nome della madre di Giacomo e di suo fratello Giuseppe: Maria (Mt 27,56).
Se questa Maria, moglie di Clèofa', è sorella di Maria, madre di Gesù, allora i due primi "fratelli" sono in realtà suoi cugini (cfr Gv 19,25). Lo stesso si può ragionevolmente pensare anche degli altri due "fratelli" e delle "sorelle".
Lo scandalo o crisi di rigetto dei giudei nei confronti di Gesù deriva dalla loro immagine trionfalistica dell'inviato di Dio. Gesù si appella a un'altra immagine, quella del profeta contestato, rifiutato e perseguitato da quelli ai quali è inviato.
Il proverbio popolare del v.57, citato da Gesù, diventa un annuncio del suo destino che si colloca nella storia degli inviati di Dio rifiutati e osteggiati dal popolo (cfr Mt 5,11-12; 21,34-35; 23,29-32).
La conclusione dice espressamente che Gesù non fece molti miracoli nella sua patria a causa dell'incredulità dei suoi abitanti.
Il miracolo infatti è legato all'apertura e alla fiducia dell'uomo.
Solo a chi ha adempiuto la condizione fondamentale di un udire volonteroso e aperto, viene aggiunto tutto il resto. Gesù non compie miracoli per farsi pubblicità e accaparrarsi una folla di seguaci, ma per confermare l'esperienza della fede. Solo all'interno di questa logica è comprensibile la sua attività terapeutica.
La ragione dello scandalo, di questo impedimento a credere "ragionevolmente" in Gesù è data dalla condizione stessa di Gesù: dal fatto di essersi fatto uomo e dell'aver scelto un'esistenza umile e povera.
Padre Lio Pedron
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Preghiera del mattino del 3/VIII/2012

Signore, fa' che non valuti priva di senso nessuna parola, nessuna vicenda, nessuna persona. 
Donami un cuore che sappia meravigliarsi anche davanti alle realtà più usuali, che sono sempre stupende. 
Donami la capacità di scoprirti anche nei momenti più ovvi: e fa' che sappia intuire il tuo amore che mi cerca e mi sollecita. 
Donami il coraggio di risponderti senza esitazioni e senza difese.
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giovedì 2 agosto 2012

Messaggio di Medjugorje a Mirjana del 2/8/2012

Cari figli, sono con voi e non mi arrendo. 
Desidero farvi conoscere mio Figlio. 
Desidero i miei figli con me nella vita eterna. 
Desidero che proviate la gioia della pace e che abbiate la salvezza eterna.
Prego affinché superiate le debolezze umane. 
Prego mio Figlio affinché vi doni cuori puri. 
Cari miei figli, solo cuori puri sanno come portare la croce e sanno come sacrificarsi per tutti quei peccatori che hanno offeso il Padre Celeste e che anche oggi lo offendono ma non l'hanno conosciuto. 
Prego affinché conosciate la luce della vera fede che viene solo dalla preghiera di cuori puri. 
Allora tutti coloro che vi sono vicini proveranno l'amore di mio Figlio. Pregate per coloro che mio Figlio ha scelto perche vi guidino sulla via verso la salvezza. 
Che le vostre labbra siano chiuse ad ogni giudizio. 
Vi ringrazio.
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Il perdono di Assisi

Dal mezzogiorno del primo agosto alla mezzanotte del giorno seguente (2 agosto), si può lucrare una volta sola l’indulgenza plenaria. 


CONDIZIONI RICHIESTE: 
1 - Visita, entro il tempo prescritto, a una Chiesa Cattedrale o parrocchiale o francescana e recita del “Padre Nostro” (per riaffermare la propria dignità di figli di Dio, ricevuta nel Battesimo) e del “Credo” (con cui si rinnova la propria Professione di Fede). 
2 - Confessione Sacramentale per essere in Grazia di Dio (negli otto giorni precedenti o seguenti). 
3 - Partecipazione alla Santa Messa e Comunione Eucaristica. 
4 - Una preghiera secondo le intenzioni del Papa (almeno un Padre Nostro e un’Ave Maria) per riaffermare la propria appartenenza alla Chiesa, il cui fondamento e centro visibile di unità è il Romano Pontefice. 
5 - Disposizione d’animo che escluda ogni affetto al peccato, anche veniale. 


Le condizioni di cui ai numeri 2, 3 e 4 possono essere adempiute anche nei giorni precedenti o seguenti quello in cui si visita la Chiesa; tuttavia è conveniente che la Santa Comunione e la preghiera secondo le intenzioni del Papa siano fatte nello stesso giorno in cui si compie la visita. 


L’INDULGENZA: che cosa è? 
I peccati non solo distruggono o feriscono la comunione con Dio, ma compromettono anche l’equilibrio interiore della persona e il suo ordinato rapporto con le creature. Per un risanamento totale, non occorrono solo il pentimento e la remissione delle colpe, ma anche una riparazione del disordine provocato, che di solito continua a sussistere. In questo impegno di purificazione il penitente non è isolato. Si trova inserito in un mistero di solidarietà, per cui la santità di Cristo e dei Santi giova anche a lui. Dio gli comunica le Grazie da altri meritate con l’immenso valore della loro esistenza, per rendere più rapida ed efficace la sua riparazione. La Chiesa ha sempre esortato i fedeli a offrire preghiere, opere buone e sofferenze come intercessione per i peccatori e suffragio per i defunti. Nei primi secoli i Vescovi riducevano ai penitenti la durata e il rigore della penitenza pubblica per intercessione dei testimoni della Fede sopravvissuti ai supplizi. Progressivamente è cresciuta la consapevolezza che il potere di legare e sciogliere, ricevuto dal Signore, include la facoltà di liberare i penitenti anche dei residui lasciati dai peccati già perdonati, applicando loro i meriti di Cristo e dei Santi, in modo da ottenere la Grazia di una fervente carità. I pastori concedono tale beneficio a chi ha le dovute disposizioni interiori e compie alcuni atti prescritti. Questo loro intervento nel cammino penitenziale è la concessione dell’indulgenza. (C.E.I. - Catechismo degli adulti, n. 710) 


COME SAN FRANCESCO CHIESE ED OTTENNE L’INDULGENZA DEL PERDONO 
Una notte dell’anno del Signore 1216, Frate Francesco era immerso nella preghiera e nella contemplazione nella chiesetta della Porziuncola, quando improvvisamente dilagò nella chiesina una vivissima luce e Frate Francesco vide sopra l’altare il Cristo rivestito di luce e alla sua destra la sua Madre Santissima, circondati da una moltitudine di Angeli. Frate Francesco adorò in silenzio con la faccia a terra il suo Signore! Gli chiesero allora che cosa desiderasse per la salvezza delle anime. 
La risposta di Frate Francesco fu immediata: “Signore, benché io sia misero e peccatore, Ti prego che a tutti quanti, pentiti e confessati, verranno a visitare questa Chiesa, conceda ampio e generoso perdono, con una completa remissione di tutte le colpe”. “Quello che tu chiedi, o Frate Francesco, è grande -gli disse il Signore-, ma di maggiori cose sei degno e di maggiori ne avrai. Accolgo quindi la tua preghiera, ma a patto che tu domandi al mio Vicario in terra, da parte mia, questa indulgenza”. 
E Francesco si presentò subito al Pontefice Onorio III che in quei giorni si trovava a Perugia e con candore gli raccontò la visione avuta. Il Papa lo ascoltò con attenzione e dopo qualche difficoltà dette la sua approvazione. Poi disse: “Per quanti anni vuoi questa indulgenza?”. Frate Francesco scattando rispose: “Padre Santo, non domando anni, ma anime”. E felice si avviò verso la porta, ma il Pontefice lo chiamò: “Come, non vuoi nessun documento?”. E Frate Francesco: “Santo Padre, a me basta la vostra parola! Se questa indulgenza è opera di Dio, Egli penserà a manifestare l’opera sua; io non ho bisogno di alcun documento: questa carta deve essere la Santissima Vergine Maria, Cristo il notaio e gli Angeli i testimoni”. 
E qualche giorno più tardi, insieme ai Vescovi dell’Umbria, al popolo convenuto alla Porziuncola, disse tra le lacrime: “Fratelli miei, voglio mandarvi tutti in Paradiso!”.
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Preghiera del mattino del 2/VIII/2012

Dio onnipotente, anche oggi tu ci affidi il tuo mondo come un campo che è necessario lavorare. 
Anche oggi dovrò accorgermi che il grano cresce mescolato con la zizzania: non solo attorno a me, ma in me stesso non riuscirò spesso a distinguere completamente il bene dal male. 
Concedimi la grazia di avere una lunga pazienza, di rispettare i tempi che non mi appartengono, e le coscienze che non mi è dato di giudicare. 
Ma non permettere che la pazienza si tramuti in me in complicità e in indifferenza.
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mercoledì 1 agosto 2012

Vende tutti i suoi averi e compra quel campo

Mt 13,44-46
ll regno dei cieli è simile a un tesoro nascosto nel campo; un uomo lo trova e lo nasconde; poi va, pieno di gioia, vende tutti i suoi averi e compra quel campo. Il regno dei cieli è simile anche a un mercante che va in cerca di perle preziose; trovata una perla di grande valore, va, vende tutti i suoi averi e la compra.

Le parabole del tesoro e della perla di grande valore ci ricordano che Gesù è il nostro tesoro: per possedere lui bisogna essere disposti a lasciare tutto e tutti. Possiamo rappresentarci questo tesoro come un cassone o un vaso di terracotta pieno di monete d'oro o di argento. Sotterrare tesori nel campo era considerato un deposito sicuro in tempi di guerra o di incertezza. Tesori nascosti potevano essere dimenticati per la morte dei legittimi proprietari che portavano con sé il segreto nella tomba. L'unico modo possibile per il lavoratore del campo per giungere a un possesso giuridicamente non impugnabile è l'acquisto del campo. Così egli vende tutto ciò che possiede per acquistare il campo e quindi il tesoro.
Il regno di Dio è un tesoro già presente, sperimentabile, trasmissibile nella parola e nell'opera di Gesù. Esso viene incontro all'uomo per suscitare la sua gioia. L'uomo vende tutto ciò che ha perché orienta in modo nuovo la sua vita. Ai tesori della terra sostituisce il tesoro del regno dei cieli. Il vertice della parabola sta nella decisione dell'uomo davanti alla scoperta del tesoro: egli vende tutto ciò che ha allo scopo di ottenere il campo e di impossessarsi del tesoro.
 Esemplari in questa decisione immediata e senza ripensamenti sono i discepoli che, incontrando Gesù, sono disposti a lasciare tutto per seguirlo (Mt 4,18-22; 8,21-22; 9,9; 19,16-29). Si può immaginare con quale affanno si sia messo all'opera e di quanto ridicolo si sia coperto agli occhi dei benpensanti quest'uomo che vende tutto, casa e averi, per acquistare un pezzo di terra di poco o nessun valore, com'è ordinariamente in Palestina, brulla e infruttuosa. Alla stessa derisione sono condannati i figli del Regno.
Essi hanno sì acquistato un bene di inestimabile valore, ma esteriormente, agli occhi degli altri, appaiono dei falliti, degli illusi. La loro ricchezza è sconfinata ma nascosta, traspare solo dalla grande gioia che trabocca dai loro cuori. La gioia, segno di ottimismo e di speranza, è il punto culminante del racconto
L'espropriazione dei beni non è stata un sacrificio, ma un guadagno. Anche nella parabola della perla preziosa viene evidenziato il valore straordinario del regno dei cieli in rapporto ad ogni altro bene (cfr Mt 6,33). Anche qui il culmine del racconto sta nella decisione presa dal mercante di vendere tutto quello che possiede per comperarla. E' da notare che nella parabola del tesoro nascosto l'uomo lo trova casualmente, mentre nella parabola della perla preziosa è l'uomo che va in cerca.
Nella vita alcuni hanno incontrato Cristo senza averlo cercato (cfr Mt 4,18- 22; At, 9,1-9), altri lo hanno cercato, come Nicodemo (Gv 3,1-15). In ogni caso il cuore dell'uomo è inquieto finché non trova il suo tesoro e la sua perla preziosa che è Cristo.
 Essere cristiano è la grazia più grande. Di conseguenza la gioia dovrebbe essere il dato esistenziale cristiano, affinché non risulti vero l'amaro sarcasmo di Nietzsche: "Dovrebbero rivolgermi uno sguardo più redento, se vogliono che io creda al loro redentore".
Padre Lino Pedron
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Preghiera del mattino del 1/VIII/2012

Signore, guarda i desideri più nobili, le aspirazioni più alte che ci sono in me. 
Guarda anche la mia debolezza e la mia viltà. 
Avendoti incontrato, non voglio andarmene via triste a causa dei miei beni che sono soltanto miserie se comparate al tesoro del regno. 
Concedimi la forza di strapparmi a me stesso, di vendere tutto per acquistare la perla preziosa, per acquistare il campo come un tempo i nostri padri ad Anatot, che è la prima porzione della terra promessa.
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