domenica 14 marzo 2010

Novena a San Giuseppe - giorno 6 - (15 mar)

San Giuseppe, uomo di preghiera

Al termine delle tue giornate, San Giuseppe, ti ritrovavi in compagnia di Maria per occuparti di Gesù. Il Figlio di Dio aveva bisogno che la sua umanità si formasse come quella degli altri bambini. E secondo la tradizione ebraica spettava al padre l’incarico di spiegare la Bibbia , di trasmettere i comandamenti, secondo la prescrizione del Signore : “Tu insegnerai i miei comandamenti ai tuoi figli” (Dt 6,7)

In compagnia di Maria, tu gli hai raccontato tutto ciò che Dio aveva fatto per il suo popolo; gli hai mostrato come ogni gesto, ogni usanza, aveva un significato sacro. Al padre era affidata l’educazione morale e religiosa dei figli; tu non avresti mancato a questa grande missione, nella quale la tua paternità trovava il suo compimento. Maria, accano a te, ascoltava, completava. Insieme avete così formato l’anima umana del vostro Figlio, facendogli capire le grandi lezioni del Padre Suo dei Cieli.

Come ogni ebreo fedele, più volte al giorno dovevate mettervi in preghiera al mattino, alla sera ed anche durante il giorno. Recitavate ad alta voce le litanie di lode che glorificavano il Signore, il solo vero Dio, che fa tutto vivere sulla terra e da cui proviene ogni saggezza e ogni santità.

Insieme voi avete certamente recitato questa preghiera del Deuteronomio: “Ascolta, Israele, il Signore è nostro Dio, il Signore è Uno. Amerai il Signore tuo Dio con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima, con tutto il tuo spirito.” Tu, San Giuseppe, dicevi lentamente le sante parole, affinchè Maria potesse farle ripetere al vostro Figlio.

Abituato alla Parola di Dio, tu dovevi, poi, pregare liberamente tra le gioie e le pene, e forse soprattutto quando il mistero si faceva troppo grande davanti a te. San Giuseppe, insegnaci a pregare, e concedici di amare quei momenti in cui soli, con i nostri cari o con tutta la comunità cristiana, noi invitiamo Dio a condividere la nostra vita.

Amen

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Beato Giacomo Cusmano

Sacerdote, fondatore Missionari Servi dei Poveri e Suore Serve dei Poveri

Alla base di tutta la vita del Beato Giacomo Cusmano e di tutta la sua Opera c'è una verità di fede: “nel Povero è presente Gesù Cristo”. Aveva, cioè, preso sul serio le parole di Gesù: “Ogni volta che avete fatto queste cose a uno solo di questi fratelli più piccoli, l'avete fatto a me!” (Mt 25,40).

Giacomo Cusmano nasce a Palermo il 15 marzo 1834 come quarto di cinque figli della famiglia benestante e profondamente religiosa di Giacomo Cusmano, ingegnere, e Maddalena Patti. Rimasto orfano di madre a soli tre anni, viene educato dalla sorella maggiore Vincenzina. Fin dalla fanciullezza dimostra una grande sensibilità di fronte alle sofferenze altrui.

Terminati gli studi superiori al Colleggio Massimo dei Gesuiti, si iscrive alla facoltà di medicina e chirurgia, laureandosi a 21 anni. Diventa subito il “medico dei poveri” per la sua generosità e abnegazione.

Ma la voce di Dio, sempre più imperiosa, spinge il giovane dottore a completare ed arricchire la pur nobile professione con la dedizione e consacrazione totale a Dio e, per Lui, ai poveri.
Abbraccia lo stato ecclesiastico e il 22 dicembre 1860 è ordinato sacerdote.

Il 21 febbraio 1867 dà inizio all'“Associazione del boccone del povero”, composta da sacerdoti e laici di ambo i sessi, sotto la presidenza dell'Arcivescovo di Palermo, Mons. Naselli, che benedice l'opera e, dopo il beneplacito pontificio, la istituisce canonicamente nel 1868.

Il 23 maggio 1880, festa della SS. Trinità, veste le prime Suore.
Il 4 ottobre 1884 dà l'abito ai primi Fratelli e il 21 novembre 1887 riunisce in Comunità i Missionari che da tempo si erano uniti a lui lavorando per i Poveri: fonda così ufficialmente le due Congregazioni delle Serve e dei Servi dei Poveri.

Apre ospedali, case per anziani poveri ed abbandonati e per orfani. Lo chiamano il “Padre dei Poveri”.

Muore il 14 marzo 1888 a Palermo, in fama di santità, compianto da tutti, senza distinzione di classi sociali, ideologie o partiti.
L'Opera da lui fondata si estende attualmente. oltre che in Italia, in Romania, in America (Stati Uniti, Messico, Brasile), in Africa (RDC, Cameroun, Uganda), Asia (Filippine ed India).

Domenica 30 ottobre 1983, Giacomo Cusmano, insieme ad altri due Servi di Dio (Domenico Iturrate Zubero e Geremia De Valacchia), viene beatificato dal Servo di Dio Giovanni Paolo II che nel corso dell’omelia lo descrisse in questi termini :

« a) Anzitutto il Beato Giacomo Cusmano, medico e sacerdote. Egli, per sanare le piaghe della povertà e della miseria che affliggevano tanta parte della popolazione a causa di ricorrenti carestie ed epidemie, ma anche di una sperequazione sociale, scelse la via della carità: amore di Dio che si traduceva nell’amore effettivo verso i fratelli e nel dono di sé ai più bisognosi e sofferenti in un servizio spinto sino al sacrificio eroico.

Dopo aver aperto una prima “Casa dei poveri”, diede inizio ad una più vasta opera di promozione sociale, istituendo l’“Associazione del boccone del povero”, che fu come il granello di senapa da cui sarebbe sorta una pianta tanto rigogliosa. Facendosi povero coi poveri, non disdegnò di mendicare per le vie di Palermo, sollecitando la carità di tutti e raccogliendo viveri che poi distribuiva agli innumerevoli poveri che gli si stringevano intorno.

La sua opera, come tutte le opere di Dio, incontrò difficoltà che misero a dura prova la sua volontà, ma con la sua immensa fiducia in Dio e con la sua invitta fortezza di animo superò ogni ostacolo, dando origine all’Istituto delle “Suore Serve dei poveri” e alla “Congregazione dei missionari Servi dei poveri” (Congregatio Missionariorum Servorum Pauperum)

Egli guidò i suoi figli e le sue figlie spirituali all’esercizio della carità nella fedeltà ai consigli evangelici e nella tensione verso la santità. Le sue regole e le sue lettere spirituali sono documenti di una sapienza ascetica in cui si accordano fortezza e soavità. L’idea centrale era questa: “Vivere alla presenza di Dio e in unione con Dio; ricevere tutto dalle mani di Dio; far tutto per puro amore e gloria di Dio”.

Questo magnifico “Servo dei poveri” si spense nell’esercizio di una carità che andava sempre più divampando sino a toccare vertici eroici. Essendo scoppiato un nuovo colera a Palermo, egli si adoperò senza pari per essere vicino, in tutti i momenti, ai suoi poveri. “Signore - egli ripeteva - colpite il pastore e risparmiate il gregge”. Ne uscì gravemente scosso nella salute e, a soli 54 anni, consumava il suo olocausto, consegnando amorevolmente la sua anima a quel Dio, il cui nome è Amore. »

Significato del nome Giacomo: “che segue Dio” (ebraico)

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Mi leverò e andrò da mio padre

San Pietro Crisologo (circa 406-450), vescovo di Ravenna, dottore della Chiesa
Discorsi 2 e 3 : PL 52, 188-189 et 192

Colui che dice queste parole giaceva a terra. Prende coscienza della sua caduta, si accorge della sua rovina, si vede immerso nel peccato e grida : « Mi leverò e andrò da mio padre ». Da dove viene questa speranza, questa franchezza, questa fiducia ? Dal fatto che si tratta proprio di suo padre. « Ho perso, dice dentro di sè, la mia condizione di figlio ; ma lui non ha perso la sua condizione di padre ; Non c'è bisogno di un estraneo per intercedere presso un padre : il suo affetto interviene e supplica nel più profondo del cuore. Le sue viscere paterne lo spingono a generare di nuovo il figlio per mezzo del perdono. Pur colpevole, andrò da mio padre. »

E il padre, visto il figlio, vela subito la sua colpa. Preferisce la parte di padre a quella di giudice. Lui che desidera il ritorno del figlio e non la sua perdita, trasforma subito la sentenza in perdono ... « Gli si gettò al collo e lo baciò ». In questo modo il padre giudica e corregge : dà un bacio in luogo di un castigo. La forza dell'amore non tiene conto del peccato. Perciò il padre, con un bacio, rimette la colpa di suo figlio ; la copre con i suoi abbracci. Il padre non svela il peccato di suo figlio, non sciupa suo figlio, ma cura le sue ferite in modo che non lascino nessuna cicatrice, nessun disonore. « Beato l'uomo a cui è rimessa la colpa, e perdonato il peccato » (Sal 31, 1)

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sabato 13 marzo 2010

Atto di Consacrazione All'Immacolato Cuore di Maria

O Immacolato Cuore di Maria, Regina dei Cieli e della Terra, e tenera Madre degli uomini, in armonia con il Tuo ardente desiderio espresso a Fatima, io consacro al Tuo Cuore Immacolato me stesso, i miei fratelli, il mio paese e l'intera razza umana.
Regna su di noi, Santissima Madre di Dio, e insegnaci a far sì che il Cuore di Tuo Figlio, Nostro Signore Gesù Cristo, regni e trionfi in noi come ha regnato e trionfato in Te.
Regna su di noi, Beatissima Vergine, che noi possiamo essere Tuoi nella prosperità e nelle avversità, in salute e in malattia, in vita e in morte.
O compassionevole Cuore di Maria, Regina dei Cieli, custodisci le nostre menti e i nostri cuori e preservali dall'impurità che Tu a Fatima lamentasti con così grande afflizione. Assistici in tutto, specialmente nella purezza. Aiutaci a invocare per il nostro paese e per il mondo intero la pace di Dio in giustizia e carità.
Quindi, Misericordiosissima Vergine e Madre, io con questo atto prometto di imitare le Tue virtù con la pratica di una vera vita Cristiana senza farmi fermare dalle convenzioni umane.
Io decido di ricevere la Santa Comunione regolarmente e di offrirTi cinque decadi del Rosario ogni giorno, insieme ai miei sacrifici, nello spirito di riparazione e penitenza.

Amen

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La ricetta per il tuo cammino di cristiano

Questa è la ricetta per il tuo cammino di cristiano: orazione, penitenza, lavoro senza riposo, uniti al compimento amoroso del dovere. (Forgia, 65)

E se per caso in questo momento non ti riesce di vedere come rispondere concretamente alle divine richieste che bussano al tuo cuore, ascoltami bene.Penitenza è osservare esattamente l'orario che ti sei prefisso, anche se il corpo oppone resistenza o la mente chiede di evadere in sogni chimerici.
Penitenza è alzarsi all'ora giusta. E anche non rimandare, senza giustificato motivo, quella certa cosa che ti riesce più difficile o più pesante delle altre.
La penitenza è saper compaginare i tuoi doveri verso Dio, verso gli altri e verso te stesso, essendo esigente con te stesso per riuscire a trovare il tempo che occorre per ogni cosa. Sei penitente quando segui amorosamente il tuo piano di orazione, anche se sei stanco, svogliato o freddo. (Amici di Dio, 138)
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Novena a San Giuseppe - giorno 5 - (14 mar)

San Giuseppe, sposo della Madre di Dio.

San Giuseppe, quando si conosce la fede di Maria, il suo amore, il suo coraggio, la sua purezza, si comprende la tua felicità di averla avuta come sposa: ella che era degna del Figlio di Dio.

Come in una famiglia veramente umana, tu sei stato suo sposo e lei è stata tua sposa. Il suo cuore ti apparteneva, vi siete amati come due sposi possono farlo. Amore tenero, ripieno di attenzione, che lascia trasparire attraverso i minimi gesti, un attaccamento veramente umano. Amore forte e vigoroso che unisce solidamente due persone, tra le quali nessuna difficoltà, nessuna violenza, nessuna disgrazia, possono aprire una breccia. Amore puro e libero che trascina con sé la carne nel superamento delle sue tare e delle sue debolezze.

La Vergine Maria ti aveva affidato la sua anima e il suo corpo, Ella è rimasta vergine perché tu l’hai voluto con lei. E il vostro reciproco amore è sbocciato nella verginità come un segno di Dio per gli uomini. Come Adamo ed Eva avevano rifiutato Dio nell’unità del loro amore, così è nella tua unione con Maria che il Cristo Salvatore è venuto tra noi.

San Giuseppe, insegnaci ad amare; non in un egoismo dove ognuno si chiude in sé stesso e s’indurisce contro l’altro, ma in un dono generoso che ci impegna nelle vie della tenerezza, della delicatezza, della dedizione. Lo sappiamo bene, chi pretende di amare e non pensa che a sé stesso, è un bugiardo.

Noi siamo tutti chiamati, come te, alla verginità. Le nostre unioni sono buone secondo la legge del Creatore. Insegnaci la verità nell’amore, affinchè possiamo riconoscere la sua presenza in noi. Siamo stati affidati l’uno all’altro per salvarci insieme; insegnaci, San Giuseppe, il rispetto dell’altro.

Tu che hai aperto la via alla salvezza del mondo nella purezza del tuo amore, rendici capaci di accogliere il Figlio di Dio come hai fatto tu e di essere suoi testimoni nel mondo di oggi.

Amen

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San Leandro di Siviglia

Vescovo

Leandro nacque attorno all’anno 534. Apparteneva ad un'antica famiglia romana di Cartagena; il padre Saveriano, morì in giovane età e fu il primo dei cinque figli, appunto Leandro, a prendersi la responsabilità dell'educazione e della crescita dei quattro fratelli, Isidoro, Fulgenzio, Fiorentina e Teodosia.Tutti tranne Teodosia si dedicarono alla vita religiosa e sono venerati come santi dalla Chiesa cattolica.

I tre fratelli maschi divennero tutti prelati, Leandro e Isidoro divennero vescovi di Siviglia mentre Fulgenzio, famosissimo nel medioevo per la sua grande opera enciclopedica “Etimologie”, divenne vescovo di Écija (a 80 km da Siviglia). La sorella si fece monaca e fondò il convento di Santa Maria de Valle presso Écija.

Questo è il tempo dei Visigoti. Entrati in Spagna dalla Gallia, nel 415, col consenso di Roma, dopo il crollo dell’Impero d’Occidente hanno combattuto a lungo contro resistenze locali, insediamenti di altri popoli nordici, contro spedizioni bizantine, arrivando poi a unificare, sotto il loro dominio, la maggior parte del territorio, Portogallo incluso, al tempo del re Leovigildo (morto nel 586).
Il suo regno è grande, ma diviso tra spagnoli cattolici e visigoti (con altri gruppi) ariani, cioè contrari come Ario alla dottrina della perfetta uguaglianza del Cristo con il Padre in divinità ed eternità. Leovigildo vuole arrivare all’unità religiosa, che per lui significa “tutti ariani”, tutti cioè a dire “Gloria Patri per Filium in Spiritu Sancto”, invece del “Gloria Patri et Filio et Spiritui Sancto” dei cattolici.

Leandro vuole convertire gli ariani, con gli scritti e con la predicazione, e ottiene un successo risonante quando si fa cattolico addirittura Ermenegildo, figlio del re. Ma questa conversione ha poi un sanguinoso risvolto politico-familiare: Ermenegildo capeggia una ribellione contro suo padre che lo sconfigge e lo fa uccidere. Espelle poi dalla Spagna i suoi sostenitori, tra cui Leandro che resterà per qualche tempo a Costantinopoli. Quel soggiorno gli consentirà, tuttavia, di stringere amicizia con il futuro Pp Gregorio Magno, allora inviato pontificio in Oriente, al quale suggerirà di scrivere le famose omelie su Giobbe, “Moralia in Job”.

L’esilio non dura molto. Attento alla pace interna, il re Leovigildo richiama in patria tutti gli espulsi, compreso Leandro, del quale deve avere grande stima, perché lo nomina vescovo di Siviglia e addirittura lo mette come consigliere accanto al proprio figlio Recaredo.
Morto Leovigildo, Recaredo sale al trono: incomincia in Spagna una fase nuova.

Nel 589 Leandro convoca il III Concilio di Toledo, dove si sanziona ufficialmente il passaggio di re Recaredo al cattolicesimo. Il fatto imprime una decisiva accelerazione al processo di unità spirituale in Spagna, favorito anche dalla liturgia detta mozarabica o visigotica, di cui proprio il vescovo Leandro (seguito poi dal fratello Isidoro) è promotore e maestro, componendo anche preghiere cantate per la Messa.
Leandro manterrà inoltre fino alla morte, avvenuta il 13 marzo dell’anno 600 o 601, un’importante corrispondenza, con il Pp Gregorio Magno, della quale parlano i contemporanei, ma che purtroppo è andata quasi tutta perduta.

Oltre a frammenti della corrispondenza con il suddetto Papa, ci sono pervenute “De institutione virginum et contemptu mundi” (BAC 321, 21-76), la regola monastica per la comunità religiosa della sorella Fiorentina e “Homilia de triumpho ecclesiæ ob conversionem Gothorum” (P.L, LXXII).

Significato del nome Leandro : “uomo del popolo” (greco)

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Una breccia aperta

San Gregorio Magno (circa 540-604), Papa, dottore della Chiesa
Moralia, 76

Con quale attitudine il fariseo, che saliva al Tempio per farvi la sua preghiera, e aveva fortificato la cittadella della sua anima, si disponeva a digiunare due volte la settimana e pagare le decime di quanto possedeva. Dicendo « O Dio, ti ringrazio » , è ben chiaro che aveva messo in atto tutte le precauzioni immaginabili per premunirsi. Ma lascia una breccia aperta ed esposta al suo nemico aggiungendo : « Che non sono come questo pubblicano ». Così, con la vanità, ha concesso al suo nemico di poter entrare nella città del suo cuore, che purtuttavia egli aveva chiuso con i chiavistelli dei suoi digiuni e delle sue elemosine.

Tutte le altre precauzioni sono dunque inutili, quando rimane in noi qualche apertura attraverso la quale il nemico possa entrare... Questo fariseo aveva vinto la gola con l'astinenza ; aveva superato l'avarizia con la generosità... Ma quanti sforzi in vista di questa vittoria sono stati annientati da un solo vizio ? dalla breccia di una sola colpa ?

Per questo, bisogna non soltanto pensare a praticare il bene, ma anche vegliare con cura sui nostri pensieri, per tenerli puri nelle nostre opere buone. Perché se sono fonte di vanità o di superbia nel nostro cuore, combattiamo allora soltanto per vana gloria, e non per la gloria del nostro Creatore.

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venerdì 12 marzo 2010

Litanie di San Giuseppe

Signore, pietà.
Cristo, pietà.
Cristo, ascoltaci.
Cristo esaudiscici.


Padre celeste, Dio, abbi pietà di noi.
Figlio, Redentore del mondo, Dio, Spirito Santo, Dio, abbi pietà di noi.
Santa Trinità, unico Dio, abbi pietà di noi.

Santa Maria, prega per noi.
San Giuseppe, prega per noi.
Illustre figlio di Davide, prega per noi.
Splendore dei Patriarchi, prega per noi.
Sposo della Madre di Dio, prega per noi.
Custode purissimo della Vergine, prega per noi.
Tu che hai nutrito il Figlio di Dio, prega per noi.
Tu che hai difeso Cristo Gesù, prega per noi.
Tu che hai guidato la Sacra Famiglia, prega per noi.
Giuseppe giustissimo, prega per noi.
Giuseppe castissimo, prega per noi.
Giuseppe prudentissimo, prega per noi.
Giuseppe fortissimo, prega per noi.
Giuseppe obbedientissimo, prega per noi.
Giuseppe fedelissimo, prega per noi.
Esempio luminoso di pazienza, prega per noi.
Amante della povertà, prega per noi.
Modello dei lavoratori, prega per noi.
Decoro della vita domestica, prega per noi.
Custode dei vergini, prega per noi.
Sostegno delle famiglie, prega per noi.
Conforto dei miseri, prega per noi.
Speranza dei malati, prega per noi.
Patrono dei morenti, prega per noi.
Terrore dei demoni, prega per noi.
Protettore della Santa Chiesa, prega per noi.


Agnello di Dio, che togli i peccati del mondo, perdonaci, o Signore.
Agnello di Dio, che togli i peccati del mondo, esaudiscici, o Signore.
Agnello di Dio, che togli i peccati del mondo, abbi pietà di noi.


V. Lo costituì signore della sua casa.
R. E principe di tutti i suoi beni.


PREGHIAMO
O Dio, che con ineffabile provviden­za ti degnasti di eleggere il beato Giuseppe a sposo della tua Santissima Madre, concedi che, come lo veneria­mo protettore in terra, così meritiamo d'averlo intercessore nei cieli. Tu che vivi e regni nei secoli dei secoli. Amen
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A te, o beato Giuseppe

A te, o beato Giuseppe, stretti dalla tribolazione, ricorriamo, e fiduciosi invochiamo il tuo patrocinio, dopo quello della tua Santissima Sposa.

Per quel sacro vincolo di carità che ti strinse all'Immacolata Vergine Maria, Madre di Dio, e per l'amore paterno che portasti al fanciullo Gesù, riguarda, te ne preghiamo, con occhio benigno la cara eredità che Gesù Cristo acquistò col suo Sangue, e col tuo potere ed aiuto soccorri ai nostri bisogni.


Proteggi, o provvido custode della divina Famiglia, l'eletta prole di Gesù Cristo; allontana da noi, o Padre amantissimo, la peste di errori e di vizi che ammorba il mondo; assistici propizio dal Cielo in questa lotta col potere delle tenebre, o nostro fortissimo protettore, e come un tempo salvasti dalla morte la minacciata vita del bambino Gesù, così ora difendi la Santa Chiesa di Dio dalle ostili insidie e da ogni avversità e copri ciascuno di noi con il tuo patrocinio , affinché con il tuo esempio e mediante il tuo soccorso, possiamo virtuosamente vivere, piamente morire e conseguire l'eterna beatitudine in Cielo.

Amen


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Dio ci sta vicino continuamente

Bisogna convincersi che Dio ci sta vicino continuamente. Viviamo come se il Signore fosse lassù, lontano, dove brillano le stelle, e non pensiamo che è sempre anche al nostro fianco. E lo è come un Padre amoroso —vuol bene a ciascuno di noi più di quanto tutte le madri del mondo possano voler bene ai loro figli— per aiutare, ispirare, benedire... e perdonare. (Cammino, 267)

Cerca riposo nella filiazione divina. Dio è un padre pieno di tenerezza, di infinito amore. Chiamalo Padre molte volte al giorno e digli — da solo a solo, nel tuo cuore — che lo ami, che lo adori, che senti l'orgoglio — che ti riempie di forza — di essere suo figlio. Vivrai così un autentico programma di vita interiore che ha come perno quelle norme di pietà con Dio — poche, ripeto, ma costanti —, che ti permetteranno di acquistare i sentimenti e le maniere di un buon figlio.Devo ancora metterti in guardia contro il pericolo dell'assuefazione — vera tomba della pietà —, che si presenta di frequente mascherata dall'ambizione di realizzare o intraprendere gesta importanti, mentre si trascura per comodità il dovere quotidiano. Quando avverti questa tentazione, mettiti sinceramente alla presenza del Signore: pensa se il tedio di dover lottare sempre sullo stesso punto non dipende dal fatto di non avere cercato Dio; guarda se è venuta meno — per mancanza di generosità, di spirito di sacrificio — la perseveranza fedele nel lavoro. In questa situazione, le norme di pietà, le piccole mortificazioni, l'attività apostolica che non ottiene frutto immediato, ci appaiono tremendamente sterili. Siamo vuoti e forse cominciamo a sognare nuovi progetti, per far tacere la voce del nostro Padre del Cielo, che reclama lealtà totale. E, con l'anima ossessionata dalle cose grandi, lasciamo da parte la realtà più sicura, il cammino che senza dubbio ci conduce direttamente alla santità: segno certo che abbiamo perso la prospettiva soprannaturale, che è venuta meno la convinzione di essere bambini piccini, come pure la persuasione che nostro Padre opererebbe in noi meraviglie, se ricominciassimo con umiltà. (Amici di Dio, 150)
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Novena a San Giuseppe - giorno 4 - (13 mar)

San Giuseppe, padre di Gesù.

San Giuseppe, la gente di Nazareth ha chiamato Gesù figlio tuo. E Maria gli diceva un giorno nel tempio: “Tuo padre ed io ti cercavamo”. Insieme voi sapevate quanto la paternità umana oltrepassasse l’unione fisica degli sposi e sei veramente divenuto il padre umano del Figlio di Dio.

Sei stato padre nell’amore per Maria durante i mesi che precedevano la nascita. Sei stato per lei un appoggio costante, una presenza calorosa, l’immagine amata di un padre. Dio ti ha scelto perché conosceva l’importanza di questa tenerezza per Maria, l’importanza dello spirito con cui sapevi parlarle, trattarla, confortarla nelle sue fatiche o nelle sue difficoltà: tutto ciò contribuiva a formare il carattere umano di Suo Figlio. Tu hai rappresentato per Maria tutto l’appoggio sul quale riposava la sua tenerezza e, senza vanità da parte tua, o San Giuseppe, Gesù veniva formato in lei un po’ a tua immagine.

Tu sei stato il padre di Gesù, per l’educazione che gli hai dato. Sei tu, San Giuseppe, che gli hai insegnato, quando era bambino, tutte quelle cose che si imparano in compagnia del padre. Tu l’hai iniziato alla vita. Sotto la tua influenza il suo spirito si apriva, ammirava con te i gigli dei campi, gli uccelli del cielo, le vigne, i campi di grano. Con te, San Giuseppe, per tutta la terra, l’immensità di queste umanità lo penetrava. Con lui, senza saperlo, tu preparavi allora le pagine più belle del Vangelo.

San Giuseppe, insegnaci ad amare come te i nostri figli, a dar loro, attraverso il nostro amore, la fede, la speranza, la devozione, il rispetto di tutto ciò che è bello; una visione del mondo che li impegni a seguire il Figlio tuo nel cammino così importante della loro vita.

Amen

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San Luigi Orione

Sacerdote e fondatore « Parvum Opus Divinae Providentiae » (Piccola Opera della Divina Provvidenza)

Luigi Giovanni Orione, nacque a Pontecurone nella diocesi di Tortona, il 23 giugno 1872. Il padre era selciatore di strade; la madre, donna di casa, di profonda fede e di alto senso educativo.
Pur avvertendo la vocazione al sacerdozio, per tre anni (1882-1885) aiutò il padre come garzone selciatore.

Il 14 settembre 1885, a 13 anni, venne accolto nel convento francescano di Voghera (Pavia), ma una polmonite ne mise in pericolo la vita e dovette tornare in famiglia nel giugno 1886. Dall'ottobre 1886 all'agosto 1889 fu allievo dell'Oratorio di Valdocco in Torino diretto da S. Giovanni Bosco; l'insegnamento ricevuto e l'esperienza vissuta, con il santo innovatore, non si cancellò più dal suo animo, costituendo una direttiva essenziale per le sue future attività in campo giovanile. A Torino conobbe anche le opere di carità di S. Giuseppe Benedetto Cottolengo, vicine all'Oratorio salesiano.

Inaspettatamente lasciò i salesiani e nel 1889 entrò nel seminario di Tortona per studiare filosofia per due anni. Al termine del corso, proseguì gli studi teologici, alloggiando in una stanzetta sopra il duomo dove prestava servizio per le Messe; riceveva anche un piccolo compenso per le sue necessità. Nel duomo ebbe l'opportunità di avvicinare i ragazzi a cui impartiva lezioni di catechismo, ma la sua angusta stanzetta non bastava, per cui il vescovo, conscio dell'importanza dell'iniziativa, gli concesse l'uso del giardino del vescovado.

Il 3 luglio 1892, il giovane chierico Luigi Orione, inaugurò il primo oratorio intitolato a S. Luigi; l'anno successivo riuscì ad aprire un collegio detto di S. Bernardino, subito frequentato da un centinaio di ragazzi.

Il 13 aprile 1895, venne ordinato sacerdote, celebrando la prima Messa fra i suoi ragazzi, che nel frattempo si erano trasferiti nell'ex convento di S. Chiara. Attorno a lui si riunirono altri sacerdoti e chierici, formando il primo nucleo della futura congregazione; si impegnò con tutte le sue forze in molteplici attività: visite ai poveri ed ammalati, lotta contro la Massoneria, diffusione della buona stampa, frequenti predicazioni, cura dei ragazzi.

Si precipitò a soccorrere le popolazioni colpite dal terremoto del 1908 a Messina e Reggio Calabria. S. Pio X gli diede l'incarico, che durò tre anni, di vicario generale della diocesi di Messina. Stessa operosità dimostrò negli aiuti ai terremotati della Marsica nel 1915, accogliendo altri orfani, a cui diede come a tutti, il vivere, l'istruzione, il lavoro.
Se S. Giovanni Bosco fu l'esempio per l'educazione dei ragazzi e S. Giuseppe Benedetto Cottolengo fu l'esempio per le opere di carità, egli girò varie volte l'Italia per raccogliere vocazioni e aiuti materiali per le sue molteplici opere.

Per curare tante attività, fondò la Congregazione dei Figli della Divina Provvidenza e le Piccole Missionarie della Carità; dal lato spirituale e contemplativo, fondò gli Eremiti della Divina Provvidenza e le Suore Sacramentine, a queste due Istituzioni ammise anche i non vedenti.

Lo zelo missionario di Don Orione, che già si era espresso con l'invio in Brasile nel 1913 dei primi suoi religiosi, si estese poi in Argentina e Uruguay (1921), in Palestina (1921), in Polonia (1923), a Rodi (1925), negli Stati Uniti d'America (1934), in Inghilterra (1935), in Albania (1936). Egli stesso, nel 1921-1922 e nel 1934-1937, compì due viaggi missionari nell'America Latina, in Argentina, Brasile, Uruguay, spingendosi fino al Cile.

Godette della stima personale dei Papi S. Pio X, Benedetto XV, Pio XI, Pio XII e delle Autorità della Santa Sede che gli affidarono molti delicati incarichi per risolvere problemi e sanare ferite sia all'interno della Chiesa che nei rapporti con il mondo civile. Si prodigò con prudenza e carità nelle questioni del modernismo, nella promozione della Conciliazione tra Stato e Chiesa in Italia, nell'accoglienza e riabilitazione dei sacerdoti "lapsi".

Fu predicatore, confessore e organizzatore instancabile di pellegrinaggi, missioni, processioni, presepi viventi e altre manifestazioni popolari della fede. Grande devoto della Madonna, ne promosse la devozione con ogni mezzo. Con il lavoro manuale dei suoi chierici innalzò i Santuari della Madonna della Guardia a Tortona (1931) e della Madonna di Caravaggio a Fumo (1938).

Nell'inverno del 1940, già sofferente di angina pectoris e dopo due attacchi di cuore aggravati da crisi respiratorie, Don Orione si lasciò convincere dai confratelli e dai medici a cercare sollievo in una casa della Piccola Opera a Sanremo, anche se, come diceva, “non è tra le palme che voglio vivere e morire, ma tra i poveri che sono Gesù Cristo”.
Dopo soli tre giorni, circondato dall'affetto e dalle premure dei confratelli, Don Orione morì il 12 marzo 1940, sospirando: “Gesù! Gesù! Vado”.

La sua salma, contesa dalla devozione di tanti devoti, ricevette solenni onoranze a Sanremo, Genova, Milano, terminando l'itinerario a Tortona, ove venne tumulata nella cripta del santuario della Madonna della Guardia; venticinque anni dopo, nel 1965, fu fatta la ricognizione della salma che fu trovata completamente intatta e di nuovo tumulata.

Il fondatore della « Piccola Opera della Divina Provvidenza » è stato beatificato il 26 ottobre 1980 dal Servo di Dio Giovanni Paolo II, in un tripudio di tanti suoi figli ed assistiti provenienti da tante Nazioni; proclamato santo, dallo stesso Papa, il 16 maggio 2004, data di culto in cui lo ricorda ogni anno la Congregazione da lui fondata.

Significato del nome Luigi (derivato da Lodovico) : “combattente valoroso” (franco-tedesco)


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Giunto a voi il regno di Dio

Catechismo della Chiesa Cattolica § 547-550 - Copyright © Libreria Editrice Vaticana

Gesù accompagna le sue parole con numerosi « miracoli, prodigi e segni » (At 2,22), i quali manifestano che in lui il Regno è presente. Attestano che Gesù è il Messia annunziato. I segni compiuti da Gesù testimoniano che il Padre lo ha mandato. Essi sollecitano a credere in lui. A coloro che gli si rivolgono con fede egli concede ciò che domandano. Allora i miracoli rendono più salda la fede in colui che compie le opere del Padre suo: testimoniano che egli è il Figlio di Dio. Ma possono anche essere motivo di scandalo. (Mt 11,6) Non mirano a soddisfare la curiosità e i desideri di qualcosa di magico. Nonostante i suoi miracoli tanto evidenti, Gesù è rifiutato da alcuni; lo si accusa perfino di agire per mezzo dei demoni.

Liberando alcuni uomini dai mali terreni della fame, dell'ingiustizia, della malattia e della morte, Gesù ha posto dei segni messianici; egli non è venuto tuttavia per eliminare tutti i mali di quaggiù, ma per liberare gli uomini dalla più grave delle schiavitù: quella del peccato, che li ostacola nella loro vocazione di figli di Dio e causa tutti i loro asservimenti umani. La venuta del regno di Dio è la sconfitta del regno di Satana: « Se io scaccio i demoni per virtù dello Spirito di Dio, è certo giunto fra voi il regno di Dio » (Mt 12,28). Gli esorcismi di Gesù liberano alcuni uomini dal tormento dei demoni. Anticipano la grande vittoria di Gesù sul « principe di questo mondo » (Gv 12,31). Il regno di Dio sarà definitivamente stabilito per mezzo della croce di Cristo: « Regnavit a ligno, Deus – Dio regnò dalla croce »
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giovedì 11 marzo 2010

Sette suppliche a San Giuseppe

O Dio, vieni a salvarmi
Signore, vieni presto in mio aiuto
Gloria al Padre...

1. Amabilissimo S. Giuseppe, per l'onore che ti concedette l'eterno Padre, innalzandoti a fare le sue veci in terra col suo Figlio Gesù, ed esserne padre putativo, ottienimi Dio la grazia che da desidero.
Gloria al Padre...

2 Amabilissimo S. Giuseppe, per l’amore che ti portò Gesù, riconoscendoti qual tenero padre ed obbedendoti qual rispettoso figlio, implorami da Dio la grazia che ti domando.
Gloria al Padre...

3. Purissimo S. Giuseppe, per la grazia specialissima che ricevesti dallo Spirito Santo, quando ti diede in sposa la stessa sua sposa, Madre nostra carissima, implorami da Dio la grazia tanto desiderata.
Gloria al Padre...

4. Tenerissimo S. Giuseppe, per l'amore purissimo con cui amasti Gesù come tuo Figlio e Dio, e Maria come tua diletta sposa, prega l'altissimo Iddio, che mi conceda la grazia per cui ti supplico
Gloria al Padre...

5. Dolcissimo S. Giuseppe, per il godimento grandissimo che sentiva il tuo cuore conversando con Gesù e Maria e loro servendo, mi conceda il misericordiosissimo Iddio la grazia che tanto bramo.
Gloria al Padre..

6. Fortunatissimo S. Giuseppe, per la bella sorte che avesti di morire fra le braccia di Gesù e di Maria, e di essere confortato nella tua agonia e morte, mi ottenga la potente tua intercessione da Dio la grazia per cui ti prego.
Gloria al Padre...

7. Gloriosissimo S. Giuseppe, per la riverenza che ha per te tutta la Corte celeste, come Padre putativo di Gesù e sposo di Maria, esaudisci le suppliche che con viva fede ti faccio, ottenendomi la grazia che tanto desidero. Così sia.
Gloria al Padre...

– Prega per noi, o beato Giuseppe.
– Perché siamo fatti degni delle promesse di Cristo.

Preghiamo:
Dio onnipotente, che nel tuo disegno di amore hai voluto affidare gli inizi della nostra redenzione alla custodia premurosa di S. Giuseppe, per sua intercessione, concedi alla Chiesa la stessa fedeltà nel condurre a compimento l’opera di salvezza. Per Cristo, nostro Signore. Amen
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Agiamo da figli di Dio?

Un figlio di Dio non ha paura della vita e non ha paura della morte, perché il fondamento della sua vita spirituale è il senso della filiazione divina: Dio è mio Padre, egli pensa, ed è l'Autore di ogni bene, è tutta la Bontà. — Ma tu e io, agiamo davvero da figli di Dio? (Forgia, 987)

La nostra condizione di figli di Dio ci porterà — insisto — ad avere spirito contemplativo in mezzo a tutte le attività umane — luce, sale e lievito, attraverso l'orazione, la mortificazione, la cultura religiosa e professionale — facendo diventare realtà questo programma: quanto più siamo immersi nel mondo, tanto più dobbiamo essere di Dio. (Forgia, 740)

Quando si lavora per Dio, bisogna avere “complesso di superiorità”, ti ho ricordato.Ma questa, mi domandavi, non è una manifestazione di superbia? — No! È una conseguenza dell'umiltà, di un'umiltà che mi fa dire: Signore, Tu sei colui che è. Io sono la negazione. Tu hai tutte le perfezioni: la potenza, la fortezza, l'amore, la gloria, la sapienza, il dominio, la dignità... Se io mi unisco a Te, come un figlio che si mette nelle forti braccia di suo padre o nel grembo dolce di sua madre, sentirò il calore della tua divinità, sentirò le luci della tua sapienza, sentirò scorrere nel mio sangue la tua fortezza. (Forgia, 342)
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Novena a San Giuseppe - giorno 3 - (12 mar)

San Giuseppe, modello di carità

San Giuseppe, tu hai trascorso la tua vita in un clima di amore generoso. Hai amato Maria, che doveva mettere al mondo il Figlio. Poi, con lei, hai avuto una parte speciale nell’atto d’amore più bello della storia del mondo: la venuta del Figlio di Dio tra gli uomini per salvarli.

Dio che è Amore, ha vissuto nella tua casa. Ha condiviso la tua tavola, l’intimità della tua famiglia, le tue gioie, le tue difficoltà, ogni istante della tua vita.

Poiché l’attenzione dei genitori è concentrata sui figli perché li amano, tutta la tua generosità e quella di Maria si volgevano naturalmente verso il Figlio di Dio divenuto vostro figlio. Insieme avete amato il vostro prossimo.

Hai trovato in questo amore una parte attiva nel mistero della salvezza, gesto di amore perfetto per tutti gli uomini della terra.

Tu che hai trovato così bene l’amore nella tua vita, insegnaci ad amare. Facci comprendere che l’amore viene da Dio. Quando siamo affranti dall’incomprensione o dall’odio, aiutaci ad orientare la nostra vita secondo il suo desiderio. Sappiamo che il giorno in cui il nostro cuore sarà veramente aperto alla carità, il volto del mondo sarà cambiato. E la persona accanto a noi non combatterà più, ma amerà.

Aiutaci a vedere quanto la vita cristiana è contenuta interamente nell’amore e che, al di fuori dell’amore di Dio e del prossimo, tutto è senza importanza. Come te, San Giuseppe, noi vogliamo amare Dio sempre più e condividere col nostro prossimo lo stesso amore fedele e generoso.

Amen

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Sant’Eulogio

Sacerdote e martire

Nel 711 Cordova, importante città spagnola dell’Andalusia, viene sottomessa alla dominazione araba. Entro il 785 non rimase nessuna chiesa cristiana nel centro città e gli edifici di culto cristiano furono confinati ai margini dell'abitato. La successione episcopale sembra tuttavia che sia mantenuta con continuità, attestata da una cronaca araba della seconda metà dell'XI secolo. Tuttavia, a Cordova, nel IX secolo, ci furono i primi martiri della persecuzione islamica anticristiana: Adolfo, Giovanni, Leocricia ed Eulogio.

Eulogio non è che il più importante fra la folta schiera dei “Martiri di Cordova”. Numerosissimi cristiani, infatti, testimoniarono la loro fede in Cristo con il supremo sacrificio dell’effusione del loro sangue presso Cordova.

Strappata ai Visigoti dagli Arabi nel 771, la città raggiunse il suo apogeo culturale nel X secolo, prima di essere riconquistata nel 1236 dal celebre sovrano (san) Ferdinando III di Castiglia.

Bisogna constatare, ad onor del vero, che i musulmani non si mostrarono sempre feroci persecutori dei cristiani, ai quali solitamente si limitavano ad imporre di non testimoniare pubblicamente la loro fede cristiana e soprattutto di versare periodicamente un cospicuo tributo: se ciò, da un punto di vista puramente politico, portava a provocare uno spirito d’indipendenza e di autonomia da parte della popolazione indigena, quest’ultima, in quanto cristiana, non poteva certo tollerare una sorta di ibernazione religiosa. Nacquero così sporadiche reazioni alla dominazione dei mori, che venivano facilmente soffocate con altrettanto sporadiche persecuzioni.

Fu proprio in tale contesto che si collocò il martirio di Eulogio, sacerdote, vescovo eletto di Toledo. Non potendo a qualunque costo accettare o tollerare la passività dei cristiani, egli scrisse e predicò apertamente contro il Corano.

Imprigionato una prima volta, venne rilasciato dopo che egli aveva confortato e rianimato i suoi compagni di prigionia con un’efficace “Esortazione ai martiri”.
Nominato vescovo di Toledo, non poté neppure essere consacrato e prendere possesso della sua sede: l’11 marzo 859 venne infatti decapitato, in esaudimento del suo grande desiderio.

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Giunto a voi il regno di Dio

Catechismo della Chiesa Cattolica § 547-550 - Copyright © Libreria Editrice Vaticana

Gesù accompagna le sue parole con numerosi « miracoli, prodigi e segni » (At 2,22), i quali manifestano che in lui il Regno è presente. Attestano che Gesù è il Messia annunziato. I segni compiuti da Gesù testimoniano che il Padre lo ha mandato. Essi sollecitano a credere in lui. A coloro che gli si rivolgono con fede egli concede ciò che domandano. Allora i miracoli rendono più salda la fede in colui che compie le opere del Padre suo: testimoniano che egli è il Figlio di Dio. Ma possono anche essere motivo di scandalo. (Mt 11,6) Non mirano a soddisfare la curiosità e i desideri di qualcosa di magico. Nonostante i suoi miracoli tanto evidenti, Gesù è rifiutato da alcuni; lo si accusa perfino di agire per mezzo dei demoni.


Liberando alcuni uomini dai mali terreni della fame, dell'ingiustizia, della malattia e della morte, Gesù ha posto dei segni messianici; egli non è venuto tuttavia per eliminare tutti i mali di quaggiù, ma per liberare gli uomini dalla più grave delle schiavitù: quella del peccato, che li ostacola nella loro vocazione di figli di Dio e causa tutti i loro asservimenti umani.

La venuta del regno di Dio è la sconfitta del regno di Satana: « Se io scaccio i demoni per virtù dello Spirito di Dio, è certo giunto fra voi il regno di Dio » (Mt 12,28). Gli esorcismi di Gesù liberano alcuni uomini dal tormento dei demoni. Anticipano la grande vittoria di Gesù sul « principe di questo mondo » (Gv 12,31). Il regno di Dio sarà definitivamente stabilito per mezzo della croce di Cristo: « Regnavit a ligno, Deus – Dio regnò dalla croce »
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mercoledì 10 marzo 2010

Riempirai il mondo di carità

Pensa quanto è gradito a Dio nostro Signore l'incenso che è bruciato in suo onore; pensa anche a quanto poco valgono le cose della terra, che appena cominciate sono già finite... Invece, un grande Amore ti aspetta in Cielo: senza tradimenti, senza inganni: tutto l'Amore, tutta la bellezza, tutta la grandezza, tutta la scienza...! E senza stancare: ti sazierà senza saziarti. (Forgia, 955)

Lontano fisicamente e, tuttavia, molto vicino a tutti: molto vicino!..., ripetevi felice.Eri contento, grazie alla comunione di carità, di cui ti avevo parlato, che devi ravvivare senza stancarti. (Forgia, 956)

Mi domandi che cosa potresti fare per quel tuo amico, perché non si senta solo.— Ti ripeterò quello che ti ho sempre detto, perché abbiamo a disposizione un'arma meravigliosa, che risolve tutto: pregare. Prima di tutto, pregare. E, poi, fare per lui quello che vorresti facessero per te, in circostanze analoghe.Senza umiliarlo, bisogna aiutarlo in modo che gli diventi facile ciò che gli risulta difficile. (Forgia, 957)

Mettiti sempre nei panni del tuo prossimo: così guarderai serenamente i problemi o le questioni, non ti inquieterai, sarai comprensivo, scuserai, correggerai quando e come sia necessario, e riempirai il mondo di carità. (Forgia, 958)
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Novena a San Giuseppe - giorno 2 - (11 mar)

San Giuseppe, modello di speranza

Durante la tua vita, San Giuseppe, sei stato l’uomo della speranza. Tutti, intorno a te, condividevano la speranza di veder compiersi un giorno la loro redenzione. Ed ecco che, accanto a te, nella tua casa, unito a te come il figlio al padre, vive il Messia, il Figlio di Dio. Era un segno della bontà e della fedeltà del Signore. E questa fedeltà da parte dell’Onnipotente nel mantenere la sua Parola apriva per te una prospettiva di speranza senza limiti.

Tu, o San Giuseppe, hai sperato la salvezza per Maria e per te, poiché hai accolto Dio Stesso nella tua vita. L’unica tua forza negli avvenimenti imprevedibili che ti si presentavano (le circostanze penose della nascita di Gesù, la fuga in Egitto, il soggiorno in esilio), la tua unica forza era la speranza incrollabile nella bontà, nella potenza, nella fedeltà del Signore.

E’ senza dubbio questo che ci spiega la tranquilla serenità che s’irradiava nella tua casa. Tu sapevi che Dio avrebbe avuto l’ultima parola in tutto ciò che poteva accadere.

San Giuseppe, fa che possiamo imparare da te a sperare. Tu lo sai: la vita non ci risparmia affatto. Di volta in volta cadono le nostre più belle promesse, crollano i nostri desideri più allettanti. Chi sognava ieri una vita feconda e delicata, oggi si vede alle prese con le meschinità quotidiane; chi si riprometteva ieri di costruire un amore forte, vede oggi la difficoltà di amare pienamente; chi sognava ieri il bene da realizzare, le lotte da ingaggiare per il bene, si ritrova oggi davanti ai suoi limiti.

Quanti si scoraggiano! Coscientemente o no, lasciamo talvolta cadere la speranza e ripetiamo: a che pro?

San Giuseppe, insegnaci a sperare malgrado tutto: il male non potrà mai scoraggiare colui che guarda verso Dio. Al di là di tutte le debolezze c’è la fedeltà del Creatore: è su di Lui che desideriamo contare. Fa’ che per noi non ci sia altra maniera di vivere che quella di sperare! E questa speranza ci trasformi, dandoci una grande certezza, il gusto del combattimento e dell’azione.

Amen
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San Giovanni Ogilvie

Sacerdote S.J. e martire

Giovanni, al secolo John, Ogilvie nacque nel 1579 a Drum in Scozia e di lui non si sa nulla con certezza prima del 1593, anno in cui fu inviato quattordicenne sul Continente a studiare, come molte famiglie facoltose della Gran Bretagna, facevano con i loro figli in quell’epoca.

Convertitosi al cattolicesimo, studiò a Douai (F) ; a Lovanio (B); a Ratisbona (D) nel Collegio dei benedettini scozzesi; pressi i Gesuiti ad Olmütz, dove sentì la chiamata di Dio allo stato religioso.
Ottenne, così, di essere ammesso al noviziato gesuita di Brunn in Moravia, in cui entrò il 24 dicembre 1599, aveva vent’anni. Terminati gli studi in teologia, fu ordinato sacerdote a Parigi nel 1610 e destinato a Rouen.

Il suo desiderio, però, sin dai tempi di Lovanio, era quello di ritornare nella sua patria, la Scozia, per lavorare nelle missioni cattoliche; bisogna ricordare che in tutta la Gran Bretagna era in corso la persecuzione anticattolica.
Dopo più di due anni di richieste, fu esaudito e nell’autunno del 1613, dopo 22 anni di assenza, riuscì finalmente ad entrare in Scozia con la falsa identità di “capitano Watson”. Prese ad operare nell’apostolato missionario ad Edimburgo, ospite di Guglielmo Sinclair, avvocato al Parlamento e fervente cattolico.

Celebrava clandestinamente le S. Messe, frequentatissime, predicando fattivamente ai tanti cattolici che meditavano con interesse la sua parola; si spinse travestito, anche nelle carceri a confortare i molti cattolici prigionieri.
Si recò anche a Londra e Glasgow e fu proprio in questa città, che venne arrestato il 4 ottobre 1614, su denuncia di Adam Boyd, fatta all’arcivescovo protestante.

Subì per quattro mesi dolorosissime torture e, restando sempre strettamente incatenato, tanto da poter compiere pochissimi movimenti, finì davanti ai giudici scozzesi per cinque volte, dal 1614 al 1615.
Rimangono due resoconti molto particolareggiati dei processi: uno redatto dallo stesso Giovanni Ogilvie e completato dai compagni di prigionia, l’altro è costituito dalla relazione ufficiale inglese fatta scrivere dall’arcivescovo protestante Spottiswood, subito dopo il supplizio del martire.

Il 10 marzo 1615, il sacerdote venne dichiarato reo di lesa maestà dal tribunale di Glasgow e condannato a morte mediante impiccagione: la sentenza venne eseguita nel pomeriggio dello stesso giorno.
Fu subito sepolto nel cimitero dei condannati e dei suoi resti non se ne seppe più nulla.

Fu beatificato il 22 novembre 1929 da Pp Pio XI e canonizzato il 17 ottobre 1976 dal Servo di Dio Paolo VI che concluse la sua omelia nei seguenti termini :

« Noi siamo spesso portati a considerare nei martiri le sofferenze fisiche, le atroci e crudeli sofferenze alle quali essi sono sottoposti, più che il loro motivo, tanto è l’orrore ch’esse provocano nella nostra mente e nella nostra sensibilità. Ma non sono le sofferenze il titolo supremo specifico della loro grandezza e della loro autorità a nostro riguardo. Ce lo ricorda S. Agostino dicendo che non è la pena, ma la loro causa che fa i martiri veri: “quod martyres veros non faciat poena, sed causa» (S. Augustini Ep. 89: PL 2, 310).
E quale fu la causa del martirio di Giovanni Ogilvie? È facile scoprirla: la fede, dicevamo. Ma la fede è un mondo: quale punto della fede, quale verità della fede fece da centro al combattimento del suo martirio? La voce autorizzata da Cristo ad annunciarla: “voi mi sarete testi” (At 1, 8), testimoni, araldi, martiri. “Andate e insegnate” (Mt 28, 19): “chi ascolta voi, ascolta me” (Lc 10, 16) disse Gesù...
Scoperto questo punto centrale e dolente della testimonianza di Giovanni Ogilvie noi non andremo oltre nel nostro discorso; ci basterà registrare che la santità del nostro eroe è caratterizzata dalla sua testimonianza di devozione al magistero della Chiesa e di fede nella Messa, atto di culto che celebra la Parola di Dio e realmente la rende presente. Ma ora noi vogliamo fare dell’elogio di Ogilvie un’apologia polemica. Vogliamo piuttosto esprimere la sovrana speranza che il suo martirio giovi a confermare la nostra fede nel magistero della Chiesa e nel prodigio sacramentale e sacrificale dell’Eucaristia. La speranza che intorno a queste somme verità testimoniate dal nuovo Santo convergano i passi, convergano i cuori di quelli che allora, al momento del suo martirio, lo condannarono come traditore della lealtà dovuta alla Potestà civile della sua patria, mentre altro non fu che assertore dell’autonomia della Potestà religiosa secondo la sentenza eterna di Cristo Signore: “Date a Cesare ciò ch’è di Cesare, e date a Dio ciò ch’è di Dio” (Mt 22, 21).
Così, che, con serena comprensione dei drammi della storia passata, e con amico presagio d’una più felice storia avvenire, noi possiamo oggi attribuire a gloria del nostro Martire, con quanti altri soffrirono per la medesima causa, il merito d’aver eroicamente contribuito col suo sacrificio a rivendicare alla civiltà la libertà religiosa, quale il recente Concilio ha illustrata nella sua dichiarazione «
Dignitatis Humanae»: nessuno dev’essere costretto, nessuno dev’essere impedito a professare la religione, mentre per tutti esiste il grave obbligo morale di cercare e seguire la verità, quella religiosa specialmente (Dignitatis Humanae, 2, 6, 9; S. Augustini Contra litteras Petiliani: PL 43, 315). Perciò il Santo da noi venerato, lungi dall’essere emblema di discordia civile o spirituale, placherà l’infausta memoria della violenza o dell’abuso d’autorità per causa religiosa, e ci aiuterà tutti a risolvere le vertenze relative al nostro credo rispettivo in propositi di mutuo rispetto, di serena ricerca e di fedele adesione alla Verità per ricomporre quella sospirata unità di fede e di carità, che Cristo ci insegnò essere espressione suprema del suo Vangelo (Cfr. Io. 17).
Ed affinché noi tutti siamo resi degni di giungere a questo epilogo della nostra celebrazione agiografica, ed a questa sorgente di ascetica imitazione, invocheremo umili e fidenti: San Giovanni Ogilvie, prega per noi! »

Significato del nome Giovanni: “il Signore è benefico, dono del Signore” (ebraico)


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Il compimento della Legge : l’amore in atto

San Cipriano (circa 200-258), vescovo di Cartagine e martire
Trattato : la gelosia e l’invidia, 12-15; CSEL 3, 427-430

Portare il nome di Cristo e non camminare sulle orme di Cristo non è forse un tradire il nome di Dio, e abbandonare la via della salvezza ? Lui stesso infatti insegna e afferma che giungerà alla vita chi avrà osservato i comandamenti (Mt 19,17), e che è sapiente chi avrà ascoltato e obbedito alle sue parole (Mt 7,24) ; e ancora che sarà chiamato il più grande maestro nel Regno dei cieli chi avrà insegnato e operato come insegnava ; e che quando ciò che si annunciava con la bocca è confermato dalle azioni, tornerà a vantaggio di chi predica l’aver predicato bene e con profitto.

Che cosa mai il Signore tanto spesso ha inculcato nell’animo dei suoi discepoli, qual cosa maggiormente comandò di custodire e osservare tra le ammonizioni salutari e i precetti celesti, se non che ci amiamo a vicenda con lo stesso amore con cui egli ha amato i discepoli ? Ma come può mantenere la pace e la carità del Signore chi a causa della gelosia non può essere né operatore di pace né amabile ?Perciò anche Paolo apostolo, enumerando i meriti della pace e della carità, dopo aver affermato con forza che non gli avrebbero giovato né la fede, né le elemosine, né la stessa sofferenza del confessore e del martire se non avesse mantenuto integre e inviolate le esigenze della carità, aggiunse : « La carità è paziente, è benigna ; non è invidiosa » (1 Cor 13,4)

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martedì 9 marzo 2010

Novena a San Giuseppe - giorno 1 - (10 mar)


San Giuseppe, modello di fede


San Giuseppe, ti preghiamo oggi come modello di fede. Tu hai accolto la presenza di Dio nella tua vita. Sulla sua parola ti sei impegnato nel mistero più impenetrabile, quello dell’Incarnazione del Figlio di Dio.

La tua vergine sposa concepiva senza intervento umano: nasceva un bimbo che era Dio; tu l’hai adorato e protetto. Tutto ciò era sconvolgente e, senza la fede, sarebbe stato un mistero impossibile.

Ma tu sapevi che quando Dio parla all’uomo, non lo inganna. Ecco perché, senza discutere, senza fare domande, sei andato avanti, felice di camminare nella luce, perché Dio era là.

E’ in questa direzione che hai impegnato la tua vita con quella di Maria, piegandoti così alle intenzioni divine, aprendo nello stesso tempo la via alla realizzazione della salvezza degli uomini.

Ora noi pure desideriamo aderire a questa fede che è stata la tua, affinchè Dio abiti in noi e affinchè siamo fedeli alle sue intenzioni. A volte vacilliamo nella nostra vita cristiana. Crediamo in Dio, in Cristo, nella Chiesa, ma spesso viviamo ai margini della nostra fede.

La fede ha guidato tutta la tua vita; fa che essa diventi per noi la luce che continuamente ci attira, la guida alle nostre azioni quotidiane.

Attraverso la fede, sentiamo sempre la mano di Dio negli avvenimenti, affinchè possiamo partecipare così alla sua opera di giustizia, di pace, di amore.

Amen

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Novena a San Giuseppe dal 10 al 19 marzo 2010

In preparazione alle grandi Feste Cristiane è sempre raccomandata una particolare novena.

Qui viene proposta una Novena a San Giuseppe, che si celebra il 19 marzo. Inizio il 10 marzo.

Naturalmente la Novena si può compiere quando si desidera o se ne ha bisogno per chiedere qualche speciale grazia.

Ogni giorno ha le sue orazioni.

Preghiamo e chiediamo la potente intercessione di san Giuseppe per tutti i mali spirituali e corporali.

Ave Maria!

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Devi convivere, devi comprendere

Devi convivere, devi comprendere, devi essere fratello dei tuoi fratelli gli uomini, devi — come dice il mistico castigliano — mettere amore dove non c'è amore, per raccogliere amore. (Forgia, 457)

Gesù Cristo, che è venuto a salvare tutte le genti e vuole rendere partecipi i cristiani della sua opera di redenzione, ha voluto insegnare ai suoi discepoli — a te e a me — una carità grande, sincera, più nobile e preziosa: dobbiamo amarci reciprocamente come Cristo ama ciascuno di noi. Soltanto così, imitando — per quanto consentito dalla nostra rozzezza personale — il comportamento divino, riusciremo ad aprire il nostro cuore a tutti gli uomini, ad amare in modo più alto, totalmente nuovo. Scrivendo nel secondo secolo, Tertulliano ha riportato che i pagani, commossi nel vedere il comportamento dei cristiani di allora, pieno di attrattive soprannaturali e umane, ripetevano: Guardate come si amano! [Tertulliano, Apologeticus, 39].
Se ti accorgi che tu, adesso o in tante altre occasioni della giornata, non meriti questa lode; che il tuo cuore non corrisponde come dovrebbe alle richieste divine, renditi conto che è giunto il momento di rettificare. L'apostolato principale che noi cristiani dobbiamo svolgere nel mondo, la migliore testimonianza di fede, è contribuire a far sì che all'interno della Chiesa si respiri il clima della carità autentica. Se non ci amiamo davvero se ci sono conflitti, calunnie, discordie, chi si sentirà attratto da coloro che affermano di predicare la Buona Novella del Vangelo? (Amici di Dio, 225-226)
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San Domenico Savio

Allievo di S. Giovanni Bosco

Domenico Savio, soprannominato in piemontese “Minòt”, nacque il 2 aprile 1842 a San Giovanni, frazione di Riva presso Chieri, agli estremi confini della provincia e della diocesi torinese. Fu il secondo di ben dieci fratelli, figli di Carlo, che svolge l’attività di fabbro, e di Brigida Gaiato, sarta. Il piccolo Domenico venne battezzato nella chiesa dell’Assunta in Riva il giorno stesso.

Cresciuto in una famiglia ricca di valori, fin da piccolo impressionò moltissimo per la sua maturità umana e cristiana. Attendeva il sacerdote fuori dalla Chiesa, anche sotto la neve, per servire alla S. Messa. Era sempre allegro.
Aveva preso con serietà la vita, tanto che - ammesso a soli sette anni alla Prima Comunione, che ricevette l'8 aprile 1849, tracciò in un quadernetto il suo progetto di vita:
· “Mi confesserò molto sovente e farò la comunione tutte le volte che il confessore me lo permetterà.
· Voglio santificare i giorni festivi.
· I miei amici saranno Gesù e Maria.
· La morte ma non peccati”.

A 12 anni incontra don Bosco e gli chiede di essere ammesso nell'Oratorio di Torino, perché desiderava ardentemente studiare per diventare sacerdote. Don Bosco, stupito, gli disse: “Mi sembra che ci sia buona stoffa”. “Io sarò la stoffa: lei sia il sarto, allora”, aveva risposto Domenico.

Accolto all’Oratorio gli chiese di aiutarlo a "farsi santo". Mite, sempre sereno e lieto, metteva grande impegno nei doveri di studente e nel servire in ogni modo i compagni, insegnando loro il Catechismo, assistendo i malati, pacificando i litigi...

Ai compagni, appena arrivato all'Oratorio, diceva: “Sappi che noi qui facciamo consistere la santità nello stare molto allegri”. Procuriamo “soltanto di evitare il peccato, come un grande nemico che ci ruba la grazia di Dio e la pace del cuore, di adempiere esattamente i nostri doveri”.

Fedelissimo al suo programma, sostenuto da un'intensa partecipazione ai sacramenti e da una filiale devozione a Maria, gioioso nel sacrificio, fu da Dio colmato di doni e carismi.

L'8 Dicembre 1854, proclamato il dogma dell'Immacolata da Pio IX, Domenico si consacrò a Maria e cominciò ad avanzare rapidamente nella santità. Nel 1856 fondò con alcuni amici dell’Oratorio la "Compagnia dell'Immacolata" per un'azione apostolica di gruppo.

Mamma Margherita disse a don Bosco: “Tu hai molti giovani buoni, ma nessuno supera il bel cuore e la bell'anima di Savio Domenico”. E spiegò: “Lo vedo sempre pregare, restando in chiesa anche dopo gli altri; ogni giorno si toglie dalla ricreazione per far visita al SS. Sacramento... Sta in chiesa come un angelo che dimori in Paradiso”.

Morì a Mondonio il 9 Marzo 1857. Don Bosco ne scrisse la biografia, e piangeva ogni volta che la rileggeva. I suoi resti mortali si venerano nella Basilica di Maria Ausiliatrice.

Papa Pio XI lo definì un “piccolo, anzi grande gigante dello spirito”.

Domenico Savio fu beatificato a Roma il 5 marzo 1950 da Pp Pio XII e canonizzato il 12 giugno 1954 dallo stesso Papa.

È patrono delle mamme in attesa, e per sua intercessione si registrano ogni anno un numero sorprendente di grazie.
Memoria liturgica il 9 marzo: cadendo questo giorno nel periodo di quaresima, le celebrazioni possono essere spostate al 6 maggio.

Significato del nome Domenico : "consacrato al Signore" (latino)


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Rimetti a noi i nostri debiti come noi li rimettiamo ai nostri debitori

San Giovanni Crisostomo (circa 345-407), vescovo d’Antiochia poi di Costantinopoli, dottore della Chiesa
Omelie sul vangelo di Matteo, n° 61

Due cose ci chiede Cristo: condannare i nostri peccati, perdonare quelli degli altri, fare la prima cosa a motivo della seconda, che allora sarà più facile; chi pensa, infatti, ai propri peccati, sarà meno severo riguardo al suo compagno di miseria. E perdonare non soltanto con la bocca, ma “di tutto cuore”, per non rivolgere contro di noi la spada con la quale pensiamo di trafiggere gli altri. Che male può farti il tuo nemico, di paragonabile a quello che fai tu?... Se ti lasci andare allo sdegno e all’ira, sarai ferito non dall’ingiuria che lui ti ha fatta, bensì dal risentimento che ne provi tu.

Non dire dunque: “Egli mi ha oltraggiato, mi ha calunniato, mi ha accollato tante miserie”. Quanto più dici che ti ha fatto del male, tanto più mostri che ti ha fatto del bene, poiché ti ha dato l’occasione di purificarti dai tuoi peccati. Per cui, quanto più ti offende tanto più ti mette nello stato di ottenere da Dio il perdono delle tue colpe. Se infatti lo vogliamo, nessuno potrà nuocerci. Persino i nostri nemici ci rendono così un grande servizio... Considera dunque quanto trai vantaggio da una ingiustizia sopportata umilmente e con mitezza.

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