Da pochi giorni si era inaugurata a Napoli la Metropolitana e grandi cartelloni con su disegnato un teschio segnalavano un "pericolo di morte"; sulla terza rotaia correva una corrente di alta tensione: vietato, dunque, attraversare i binari!
P. Dolindo, interessato sempre a calare nella realtà della vita per orientarla al polo giusto, si affrettò a visitare la stazione di Piazza Cavour e scese giù, ai treni.
Si fermò un attimo ad osservare i cartelli su indicati e... incominciò ad attraversare i binari. Un urlo dalla folla che sostava in attesa: -Padre... è proibito! C'è pericolo di morte!!! Padre, tornate indietro!
Padre Dolindo si fermò e calmo calmo disse: - Pericolo di morte? Io non ci credo.- E fece per procedere oltre. Qualcuno corse a fermarlo.
Tornato indietro, alla folla che si era formata intorno a lui, P. Dolindo col sorriso incominciò a dire: - E perché, quando la Chiesa vi dice: questo non dovete farlo, c'è pericolo per l'anima vostra... perché voi non ci credete? E violate la legge di Dio, e non ascoltate la voce del Signore che vi dice: -Figlio mio, tu muori se fai questo... Figlio mio non farlo! Tu puoi morirne per l'eternità!... Perché allora?
E la folla capì perché P. Dolindo aveva finto di voler andare incontro alla 3^ rotaia...
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venerdì 16 settembre 2011
583 - E se il Signore chiedesse anche a te
Se il Signore chiedesse anche a te: "E tu, chi dici che Io sia?" rispondi con l'impeto dell'amore:
- Tu sei la Verità, la Sapienza, l'Amore per essenza...
- Tu sei l'Eterno, l'Infinito, l'Onnipotente Padre, Figliuolo e Spirito Santo...
- Cosa dice di te il mio intelletto? Ti credo !
- Cosa dice di te la mia volontà? Ti obbedisco!
- Cosa dice di te il mio cuore? Ti amo!
- E nelle oscurità della vita, cosa dico? Ti adoro!
- E nei dolori, cosa dico? Ti ringrazio e ti amo!
- E nelle tenebre, e nelle angustie, cosa dico? Confido in te, mio Dio!
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- Tu sei la Verità, la Sapienza, l'Amore per essenza...
- Tu sei l'Eterno, l'Infinito, l'Onnipotente Padre, Figliuolo e Spirito Santo...
- Cosa dice di te il mio intelletto? Ti credo !
- Cosa dice di te la mia volontà? Ti obbedisco!
- Cosa dice di te il mio cuore? Ti amo!
- E nelle oscurità della vita, cosa dico? Ti adoro!
- E nei dolori, cosa dico? Ti ringrazio e ti amo!
- E nelle tenebre, e nelle angustie, cosa dico? Confido in te, mio Dio!
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per riflettere
582 - Preghiera del mattino
Padre, tu mi chiedi di fuggire l'amore per il guadagno, per il denaro, "radice di tutti i mali", di fuggire come un serpente "la febbre di cavilli e di questioni oziose" e di tendere "alla giustizia, alla pietà, alla fede, alla carità, alla pazienza, alla mitezza", combattendo "la buona battaglia della fede".
Fa' che io non abbia un cuore falso, che il mio amore non si spenga, poiché tu ci chiedi di essere radicali nel dono, qualunque sia la nostra condizione di vita.
Tu mi dici di non rifiutare nulla del tuo Vangelo: "Ascolta, Israele, uno è il Signore, e tu l'amerai con tutte le tue forze".
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Fa' che io non abbia un cuore falso, che il mio amore non si spenga, poiché tu ci chiedi di essere radicali nel dono, qualunque sia la nostra condizione di vita.
Tu mi dici di non rifiutare nulla del tuo Vangelo: "Ascolta, Israele, uno è il Signore, e tu l'amerai con tutte le tue forze".
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581 - C’erano con lui i Dodici e alcune donne che li servivano con i loro beni
In seguito egli se ne andava per città e villaggi, predicando e annunciando la buona notizia del regno di Dio. C'erano con lui i Dodici e alcune donne che erano state guarite da spiriti cattivi e da infermità: Maria, chiamata Maddalena, dalla quale erano usciti sette demòni; Giovanna, moglie di Cuza, amministratore di Erode; Susanna e molte altre, che li servivano con i loro beni.
Gesù è un viandante instancabile. La sua vita si svolge sulla strada. Egli passa attraverso le località grandi e piccole. Il vangelo deve camminare sulle vie del mondo. Nel suo peregrinare lo accompagnano gli apostoli, che sono il primo nucleo del popolo di Dio. Ma anche le donne fanno parte del seguito di Gesù. Queste accompagnatrici, collaboratrici, benefattrici di Gesù svolgono nei confronti del Cristo e del gruppo degli apostoli un'azione assistenziale: mettono a disposizione i loro beni e il loro lavoro.
La caratteristica comune di queste donne che seguono Gesù è l'esperienza della cura che Gesù si è preso di loro. Hanno fatto l'esperienza del dono e del perdono: si sono sentite amate e per questo amano. L'amore si manifesta nel servire l'altro liberandolo dalle sue necessità. Questo amore si manifesta più con i fatti che con le parole. Lo spirito di servizio di queste donne le porterà fino ai piedi della croce e davanti al sepolcro, le farà entrare in esso e diventeranno le prime testimoni del Risorto. Gli apostoli e queste donne sono il piccolo gregge al quale il Padre si è compiaciuto di donare il suo regno (Lc 12,32), cioè Gesù Cristo Signore. Caratteristica di questi primi cristiani: ascoltano Gesù e stanno con lui. Questo ascoltare Gesù e stare con lui è la qualifica più bella e più profonda del discepolo: sottolinea l'aspetto personale d'amore che lo lega al suo Signore. Attraverso l'annuncio della parola e i miracoli che Gesù compie, la gente fa esperienza della bontà, della misericordia e della grazia di Dio nei loro riguardi. Il regno di Dio (v.1) è il nuovo contesto sociale e religioso in cui tutti sono chiamati a vivere liberi dalla paura di Dio, dalle reciproche inimicizie e da ogni forma di male.
Padre Lino Pedron
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Gesù è un viandante instancabile. La sua vita si svolge sulla strada. Egli passa attraverso le località grandi e piccole. Il vangelo deve camminare sulle vie del mondo. Nel suo peregrinare lo accompagnano gli apostoli, che sono il primo nucleo del popolo di Dio. Ma anche le donne fanno parte del seguito di Gesù. Queste accompagnatrici, collaboratrici, benefattrici di Gesù svolgono nei confronti del Cristo e del gruppo degli apostoli un'azione assistenziale: mettono a disposizione i loro beni e il loro lavoro.
La caratteristica comune di queste donne che seguono Gesù è l'esperienza della cura che Gesù si è preso di loro. Hanno fatto l'esperienza del dono e del perdono: si sono sentite amate e per questo amano. L'amore si manifesta nel servire l'altro liberandolo dalle sue necessità. Questo amore si manifesta più con i fatti che con le parole. Lo spirito di servizio di queste donne le porterà fino ai piedi della croce e davanti al sepolcro, le farà entrare in esso e diventeranno le prime testimoni del Risorto. Gli apostoli e queste donne sono il piccolo gregge al quale il Padre si è compiaciuto di donare il suo regno (Lc 12,32), cioè Gesù Cristo Signore. Caratteristica di questi primi cristiani: ascoltano Gesù e stanno con lui. Questo ascoltare Gesù e stare con lui è la qualifica più bella e più profonda del discepolo: sottolinea l'aspetto personale d'amore che lo lega al suo Signore. Attraverso l'annuncio della parola e i miracoli che Gesù compie, la gente fa esperienza della bontà, della misericordia e della grazia di Dio nei loro riguardi. Il regno di Dio (v.1) è il nuovo contesto sociale e religioso in cui tutti sono chiamati a vivere liberi dalla paura di Dio, dalle reciproche inimicizie e da ogni forma di male.
Padre Lino Pedron
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Padre Lino Pedron
giovedì 15 settembre 2011
580 - Maria, Maestra del sacrificio nascosto e silenzioso!
Questo post (come tutti quelli con etichetta "Angolo dello Spirito") riporta testi di san Josemaría Escrivá
La Vergine Addolorata. Nel contemplarla, guarda il suo Cuore: è una Madre con due figli, faccia a faccia: Lui... e te. (Cammino, 506)
Quant'è grande l'umiltà di mia Madre, Maria! —Non la vedrete tra le palme di Gerusalemme, né —tranne la primizia di Cana— al momento dei grandi miracoli.
—Però non fugge il disprezzo del Golgota: lì, “iuxta crucem Iesu” —, accanto alla croce di Gesù, c'è sua Madre.
(Cammino, 507)
Nell'ora dell'abominio della Croce, la Vergine è lì, vicina a suo Figlio, decisa a seguire la stessa sorte. Dobbiamo perdere la paura di comportarci da cristiani responsabili, quando ciò risulta scomodo nell'ambiente in cui ci muoviamo: Lei ci aiuterà. (Solco, 977)
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Maria, Maestra del sacrificio nascosto e silenzioso! —Osservàtela, quasi sempre nascosta, mentre collabora con suo Figlio: sa e tace. (Cammino, 509)La Vergine Addolorata. Nel contemplarla, guarda il suo Cuore: è una Madre con due figli, faccia a faccia: Lui... e te. (Cammino, 506)
Quant'è grande l'umiltà di mia Madre, Maria! —Non la vedrete tra le palme di Gerusalemme, né —tranne la primizia di Cana— al momento dei grandi miracoli.
—Però non fugge il disprezzo del Golgota: lì, “iuxta crucem Iesu” —, accanto alla croce di Gesù, c'è sua Madre.
(Cammino, 507)
Nell'ora dell'abominio della Croce, la Vergine è lì, vicina a suo Figlio, decisa a seguire la stessa sorte. Dobbiamo perdere la paura di comportarci da cristiani responsabili, quando ciò risulta scomodo nell'ambiente in cui ci muoviamo: Lei ci aiuterà. (Solco, 977)
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579 - Beata Vergine Maria Addolorata
La devozione alla Vergine Maria Addolorata, che trae origine dai passi del Vangelo, dove si parla della presenza di Maria Vergine sul Calvario, prese particolare consistenza a partire dalla fine dell’XI secolo e fu anticipatrice della celebrazione liturgica, istituita più tardi.
Il “Liber de passione Christi et dolore et planctu Matris eius” di ignoto (erroneamente attribuito a S. Bernardo), costituisce l’inizio di una letteratura, che porta alla composizione in varie lingue del “Pianto della Vergine”.
Testimonianza di questa devozione è il popolarissimo “Stabat Mater” in latino, attribuito a Jacopone da Todi, il quale compose in lingua volgare anche le famose “Laudi”; da questa devozione ebbe origine la festa dei “Sette Dolori di Maria SS.” Nel secolo XV si ebbero le prime celebrazioni liturgiche sulla “compassione di Maria” ai piedi della Croce, collocate nel tempo di Passione.
A metà del secolo XIII, nel 1233, sorse a Firenze l’Ordine dei frati “Servi di Maria”, fondato dai SS. Sette Fondatori e ispirato dalla Vergine. L’Ordine, che già nel nome si qualificava per la devozione alla Madre di Dio, si distinse nei secoli per l’intensa venerazione e la diffusione del culto dell’Addolorata; il 9 giugno del 1668, la S. Congregazione dei Riti permetteva all’Ordine di celebrare la Messa votiva dei sette Dolori della Beata Vergine, facendo menzione, nel decreto, che i Frati dei Servi portavano l’abito nero in memoria della vedovanza di Maria e dei dolori che essa sostenne nella passione del Figlio.
Successivamente, Pp Innocenzo XII (Antonio Pignatelli, 1691-1700), il 9 agosto 1692, autorizzò la celebrazione dei Sette Dolori della Beata Vergine la terza domenica di settembre.
Ma la celebrazione ebbe ancora delle tappe, man mano che il culto si diffondeva; il 18 agosto 1714 la Sacra Congregazione approvò una celebrazione dei Sette Dolori di Maria, il venerdì precedente la Domenica delle Palme e Pp Pio VII (Barnaba Chiaramonti, 1800-1823), il 18 settembre 1814, estese la festa liturgica della terza domenica di settembre a tutta la Chiesa, con inserimento nel calendario romano.
Infine S. Pio X (1903-1914), fissò la data definitiva del 15 settembre, subitodopo la celebrazione dell’Esaltazione della Santa Croce (14 settembre), con memoria non più dei “Sette Dolori”, ma più opportunamente come “Beata Vergine Maria Addolorata”.
La memoria della Vergine Addolorata (in latino Mater Dolorosa) chiama a rivivere il momento decisivo della storia della salvezza e a venerare la Madre associata alla passione del figlio e vicina a lui innalzato sulla croce. La sua maternità assume sul calvario dimensioni universali presentandosi come la nuova Eva, perché, come la disobbedienza della prima donna portò alla morte, così la sua mirabile obbedienza porti alla vita.
I Sette Dolori di Maria, corrispondono ad altrettanti episodi narrati nel Vangelo:
1. La profezia dell'anziano Simeone, quando Gesù fu portato al Tempio «...E anche a te una spada trafiggerà l'anima » (Lc 2,35).
2. La Sacra Famiglia è costretta a fuggire in Egitto « Giuseppe, destatosi, prese con sé il Bambino e sua madre nella notte e fuggì in Egitto » (Mt 2,14).
3. Il ritrovamento di Gesù dodicenne nel Tempio a Gerusalemme «...Ecco, tuo padre e io, angosciati, ti cercavamo » (Lc 2,48).
4. Maria addolorata, incontra Gesù che porta la croce sulla via del Calvario.
5. La Madonna ai piedi della Croce in piena adesione alla volontà di Dio, partecipa alle sofferenze del Figlio crocifisso e morente.
6. Maria accoglie tra le sue braccia il Figlio morto deposto dalla Croce.
7. Maria affida al sepolcro il corpo di Gesù, in attesa della risurrezione.
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Il “Liber de passione Christi et dolore et planctu Matris eius” di ignoto (erroneamente attribuito a S. Bernardo), costituisce l’inizio di una letteratura, che porta alla composizione in varie lingue del “Pianto della Vergine”.
Testimonianza di questa devozione è il popolarissimo “Stabat Mater” in latino, attribuito a Jacopone da Todi, il quale compose in lingua volgare anche le famose “Laudi”; da questa devozione ebbe origine la festa dei “Sette Dolori di Maria SS.” Nel secolo XV si ebbero le prime celebrazioni liturgiche sulla “compassione di Maria” ai piedi della Croce, collocate nel tempo di Passione.
A metà del secolo XIII, nel 1233, sorse a Firenze l’Ordine dei frati “Servi di Maria”, fondato dai SS. Sette Fondatori e ispirato dalla Vergine. L’Ordine, che già nel nome si qualificava per la devozione alla Madre di Dio, si distinse nei secoli per l’intensa venerazione e la diffusione del culto dell’Addolorata; il 9 giugno del 1668, la S. Congregazione dei Riti permetteva all’Ordine di celebrare la Messa votiva dei sette Dolori della Beata Vergine, facendo menzione, nel decreto, che i Frati dei Servi portavano l’abito nero in memoria della vedovanza di Maria e dei dolori che essa sostenne nella passione del Figlio.
Successivamente, Pp Innocenzo XII (Antonio Pignatelli, 1691-1700), il 9 agosto 1692, autorizzò la celebrazione dei Sette Dolori della Beata Vergine la terza domenica di settembre.
Ma la celebrazione ebbe ancora delle tappe, man mano che il culto si diffondeva; il 18 agosto 1714 la Sacra Congregazione approvò una celebrazione dei Sette Dolori di Maria, il venerdì precedente la Domenica delle Palme e Pp Pio VII (Barnaba Chiaramonti, 1800-1823), il 18 settembre 1814, estese la festa liturgica della terza domenica di settembre a tutta la Chiesa, con inserimento nel calendario romano.
Infine S. Pio X (1903-1914), fissò la data definitiva del 15 settembre, subitodopo la celebrazione dell’Esaltazione della Santa Croce (14 settembre), con memoria non più dei “Sette Dolori”, ma più opportunamente come “Beata Vergine Maria Addolorata”.
La memoria della Vergine Addolorata (in latino Mater Dolorosa) chiama a rivivere il momento decisivo della storia della salvezza e a venerare la Madre associata alla passione del figlio e vicina a lui innalzato sulla croce. La sua maternità assume sul calvario dimensioni universali presentandosi come la nuova Eva, perché, come la disobbedienza della prima donna portò alla morte, così la sua mirabile obbedienza porti alla vita.
I Sette Dolori di Maria, corrispondono ad altrettanti episodi narrati nel Vangelo:
1. La profezia dell'anziano Simeone, quando Gesù fu portato al Tempio «...E anche a te una spada trafiggerà l'anima » (Lc 2,35).
2. La Sacra Famiglia è costretta a fuggire in Egitto « Giuseppe, destatosi, prese con sé il Bambino e sua madre nella notte e fuggì in Egitto » (Mt 2,14).
3. Il ritrovamento di Gesù dodicenne nel Tempio a Gerusalemme «...Ecco, tuo padre e io, angosciati, ti cercavamo » (Lc 2,48).
4. Maria addolorata, incontra Gesù che porta la croce sulla via del Calvario.
5. La Madonna ai piedi della Croce in piena adesione alla volontà di Dio, partecipa alle sofferenze del Figlio crocifisso e morente.
6. Maria accoglie tra le sue braccia il Figlio morto deposto dalla Croce.
7. Maria affida al sepolcro il corpo di Gesù, in attesa della risurrezione.
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578 - Ecco tuo figlio! Ecco tua madre!
Stavano presso la croce di Gesù sua madre, la sorella di sua madre, Maria madre di Clèopa e Maria di Màgdala. Gesù allora, vedendo la madre e accanto a lei il discepolo che egli amava, disse alla madre: «Donna, ecco tuo figlio!». Poi disse al discepolo: «Ecco tua madre!». E da quell'ora il discepolo l'accolse con sé.
[Anche] la scena dei vv. 25-27 è carica di simbolismo. L’elemento storico è interpretato a un livello molto profondo, perché l’evangelista vede in esso un significato ecclesiologico di grande importanza: la proclamazione di Maria, madre della Chiesa. Solo Giovanni ricorda la madre di Gesù e il discepolo amato e ci informa che erano "presso la croce", mentre i sinottici ci dicono che le pie donne stavano lontano. Ma l’elemento caratteristico di questa scena è rappresentato dalle parole di Gesù alla madre e al discepolo amato. Con le parole rivolte a sua madre: "Donna, ecco tuo figlio" (v. 26), Gesù costituisce Maria madre del discepolo che personifica tutti i discepoli del Cristo. Quindi Maria è proclamata madre della Chiesa dal Figlio di Dio. Con le parole rivolte al discepolo, Gesù chiarisce e ribadisce il suo pensiero: "Ecco tua madre" (v. 27). Maria è veramente la madre dei discepoli del Cristo, ossia è madre della Chiesa. La scena si conclude con la frase: "E da quell’ora il discepolo l’accolse nei propri (beni)". Il discepolo amato, rappresentante di tutti i credenti, accoglie la madre del Cristo come sua, quale tesoro preziosissimo.
Padre Lino Pedron
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[Anche] la scena dei vv. 25-27 è carica di simbolismo. L’elemento storico è interpretato a un livello molto profondo, perché l’evangelista vede in esso un significato ecclesiologico di grande importanza: la proclamazione di Maria, madre della Chiesa. Solo Giovanni ricorda la madre di Gesù e il discepolo amato e ci informa che erano "presso la croce", mentre i sinottici ci dicono che le pie donne stavano lontano. Ma l’elemento caratteristico di questa scena è rappresentato dalle parole di Gesù alla madre e al discepolo amato. Con le parole rivolte a sua madre: "Donna, ecco tuo figlio" (v. 26), Gesù costituisce Maria madre del discepolo che personifica tutti i discepoli del Cristo. Quindi Maria è proclamata madre della Chiesa dal Figlio di Dio. Con le parole rivolte al discepolo, Gesù chiarisce e ribadisce il suo pensiero: "Ecco tua madre" (v. 27). Maria è veramente la madre dei discepoli del Cristo, ossia è madre della Chiesa. La scena si conclude con la frase: "E da quell’ora il discepolo l’accolse nei propri (beni)". Il discepolo amato, rappresentante di tutti i credenti, accoglie la madre del Cristo come sua, quale tesoro preziosissimo.
Padre Lino Pedron
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Padre Lino Pedron
mercoledì 14 settembre 2011
577 - La Croce, la Santa Croce!, pesa
Questo post (come tutti quelli con etichetta "Angolo dello Spirito") riporta testi di san Josemaría Escrivá
La Croce, la Santa Croce!, pesa. — Da una parte, i miei peccati. Dall'altra, la triste realtà delle sofferenze della Chiesa nostra Madre; l'apatia di tanti cattolici che hanno “un volere senza volere”; la separazione — per motivi diversi — da persone care; le malattie e le afflizioni, proprie e altrui...
La Croce, la Santa Croce!, pesa: “Fiat, adimpleatur...!”. — Si faccia, si compia, sia lodata ed eternamente glorificata la giustissima e amabilissima Volontà di Dio su tutte le cose! Amen, Amen. (Forgia, 769)
La Croce non è la pena, né il dispiacere, né l'amarezza... È il legno santo su cui Gesù Cristo trionfa... e su cui trionfiamo noi quando riceviamo con gioia e con generosità ciò che Egli ci manda. (Forgia, 788)
Non sei solo. — Né tu né io possiamo trovarci soli. E meno che mai se andiamo da Gesù attraverso Maria, poiché è una Madre che non ci abbandonerà mai. (Forgia, 249)
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Santificare il proprio lavoro non è una chimera, bensì è missione di ogni cristiano...: tua e mia. Lo aveva ben scoperto quel meccanico, che diceva: «Mi fa impazzire di gioia la certezza che io, maneggiando il tornio e cantando, cantando molto di dentro e di fuori , posso farmi santo...: com'è buono il nostro Dio!». (Solco, 517)La Croce, la Santa Croce!, pesa. — Da una parte, i miei peccati. Dall'altra, la triste realtà delle sofferenze della Chiesa nostra Madre; l'apatia di tanti cattolici che hanno “un volere senza volere”; la separazione — per motivi diversi — da persone care; le malattie e le afflizioni, proprie e altrui...
La Croce, la Santa Croce!, pesa: “Fiat, adimpleatur...!”. — Si faccia, si compia, sia lodata ed eternamente glorificata la giustissima e amabilissima Volontà di Dio su tutte le cose! Amen, Amen. (Forgia, 769)
La Croce non è la pena, né il dispiacere, né l'amarezza... È il legno santo su cui Gesù Cristo trionfa... e su cui trionfiamo noi quando riceviamo con gioia e con generosità ciò che Egli ci manda. (Forgia, 788)
Non sei solo. — Né tu né io possiamo trovarci soli. E meno che mai se andiamo da Gesù attraverso Maria, poiché è una Madre che non ci abbandonerà mai. (Forgia, 249)
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576 - Esaltazione Santa Croce
La Chiesa cattolica, molti gruppi protestanti e gli ortodossi celebrano la festa dell'Esaltazione della Santa Croce il 14 settembre: anniversario della consacrazione della Chiesa del Santo Sepolcro in Gerusalemme; in essa si commemora la croce sulla quale fu crocifisso Gesù.
Celebrata la prima volta nel 335, nei secoli successivi questa festività incluse anche la commemorazione del recupero della Vera Croce, fatto dall'imperatore Eraclio nel 628, dalle mani dei Persiani. Della Croce trafugata quattordici anni prima dal re persiano Cosroe Parviz, durante la conquista della Città santa, si persero definitivamente le tracce nel 1187, quando venne tolta al vescovo di Betlem che l'aveva portata nella battaglia di Hattin.
La celebrazione odierna assume un significato ben più alto del leggendario ritrovamento da parte della santa madre dell'imperatore Costantino, Elena. Nell'usanza gallese, a partire dal VII secolo, la festa della Croce si teneva il 3 maggio.
Secondo l'Enciclopedia Cattolica, quando le pratiche gallesi e romane si combinarono, la data di settembre assunse il nome ufficiale di Trionfo della Croce nel 1963, ed era usato per commemorare la conquista della Croce dai Persiani mentre la data in maggio fu mantenuta come ritrovamento della Santa Croce.
In Occidente ci si riferisce spesso al 14 settembre come al Giorno della Santa Croce; la festività in maggio è stata rimossa dal calendario della forma ordinaria del rito romano in seguito alla riforma liturgica del 1970.
Gli ortodossi commemorano ancora entrambi gli eventi il 14 settembre, una delle dodici grandi festività dell'anno liturgico, e il primo Agosto festeggiano laProcessione del venerabile Legno della Croce, il giorno in cui le reliquie della Vera Croce furono trasportate per le strade di Costantinopoli per benedire la città.
La Chiesa cattolica compie la formale adorazione della Croce durante gli uffici del Venerdì Santo, mentre gli ortodossi celebrano un'ulteriore venerazione della Croce la terza domenica della Grande Quaresima. In tutte le chiese greco-ortodosse, durante il Giovedì Santo, una copia della Croce viene portata in processione affinché la gente la possa venerare.
La Festa dell’Esaltazione della Santa Croce è la principale festa dell'Arcidiocesi di Lucca. La festa inizia dai vespri del 13 settembre e comprende la giornata del 14: è celebre soprattutto per la processione notturna a lume di candela detta “La Luminara”.
La Festa dell’Esaltazione della Santa Croce nella Parrocchia di Međugorje si chiama “Križevac” e tradizionalmente si celebra la prima domenica dopo la Festa della Natività di Maria. In onore dell’Anno Santo della Redenzione 1933/34, incitati dall’allora parroco Fra Bernardin Smoljan, i parrocchiani di Međugorje - nonostante la loro povertà - hanno costruito, sulla collina, una Croce monumentale alta 8,5 metri e larga 3,5. Reliquie della vera Croce di Gesù, ricevute da Roma per l’occasione, sono inserite nell’asta della Croce stessa.
« Chi non prende la sua croce e non mi segue, non è degno di me », dice Gesù (Mt 10,38). Ci chiede che gli imitiamo, che lo seguiamo, prendendo ogni giorno la nostra croce. In questo possiamo gloriarci, diceva Francesco, se portiamo “alle nostre spalle ogni giorno la santa croce del nostro Signore Gesù Cristo”, giacché, dice Pietro, « Cristo patì per voi lasciandovi un esempio, perché ne seguiate le orme » (1Pt 2,21).
Sappiamo che non è facile essere cristiano. Lo aveva predetto Gesù stesso: «Voi avrete tribolazioni nel mondo » (Gv 16,33), giacché « se il mondo vi odia, sappiate che prima di voi ha odiato me » (Gv 15,18).
Ma siamo sicuri: «...chi avrà perduto la sua vita per causa mia, la troverà” (Mt 10,39).
Non dobbiamo avere paura delle opposizioni, delle persecuzioni, di niente. Lo ha detto Gesù a ciascuno di noi: «...abbiate fiducia: io ho vinto il mondo! »(Gv 16,33).
Arriveremo alla santità, dice il Concilio, se seguiamo “Cristo povero, umile e caricato con la croce, per meritare la partecipazione alla sua gloria” (LG 41).
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Celebrata la prima volta nel 335, nei secoli successivi questa festività incluse anche la commemorazione del recupero della Vera Croce, fatto dall'imperatore Eraclio nel 628, dalle mani dei Persiani. Della Croce trafugata quattordici anni prima dal re persiano Cosroe Parviz, durante la conquista della Città santa, si persero definitivamente le tracce nel 1187, quando venne tolta al vescovo di Betlem che l'aveva portata nella battaglia di Hattin.
La celebrazione odierna assume un significato ben più alto del leggendario ritrovamento da parte della santa madre dell'imperatore Costantino, Elena. Nell'usanza gallese, a partire dal VII secolo, la festa della Croce si teneva il 3 maggio.
Secondo l'Enciclopedia Cattolica, quando le pratiche gallesi e romane si combinarono, la data di settembre assunse il nome ufficiale di Trionfo della Croce nel 1963, ed era usato per commemorare la conquista della Croce dai Persiani mentre la data in maggio fu mantenuta come ritrovamento della Santa Croce.
In Occidente ci si riferisce spesso al 14 settembre come al Giorno della Santa Croce; la festività in maggio è stata rimossa dal calendario della forma ordinaria del rito romano in seguito alla riforma liturgica del 1970.
Gli ortodossi commemorano ancora entrambi gli eventi il 14 settembre, una delle dodici grandi festività dell'anno liturgico, e il primo Agosto festeggiano laProcessione del venerabile Legno della Croce, il giorno in cui le reliquie della Vera Croce furono trasportate per le strade di Costantinopoli per benedire la città.
La Chiesa cattolica compie la formale adorazione della Croce durante gli uffici del Venerdì Santo, mentre gli ortodossi celebrano un'ulteriore venerazione della Croce la terza domenica della Grande Quaresima. In tutte le chiese greco-ortodosse, durante il Giovedì Santo, una copia della Croce viene portata in processione affinché la gente la possa venerare.
La Festa dell’Esaltazione della Santa Croce è la principale festa dell'Arcidiocesi di Lucca. La festa inizia dai vespri del 13 settembre e comprende la giornata del 14: è celebre soprattutto per la processione notturna a lume di candela detta “La Luminara”.
La Festa dell’Esaltazione della Santa Croce nella Parrocchia di Međugorje si chiama “Križevac” e tradizionalmente si celebra la prima domenica dopo la Festa della Natività di Maria. In onore dell’Anno Santo della Redenzione 1933/34, incitati dall’allora parroco Fra Bernardin Smoljan, i parrocchiani di Međugorje - nonostante la loro povertà - hanno costruito, sulla collina, una Croce monumentale alta 8,5 metri e larga 3,5. Reliquie della vera Croce di Gesù, ricevute da Roma per l’occasione, sono inserite nell’asta della Croce stessa.
« Chi non prende la sua croce e non mi segue, non è degno di me », dice Gesù (Mt 10,38). Ci chiede che gli imitiamo, che lo seguiamo, prendendo ogni giorno la nostra croce. In questo possiamo gloriarci, diceva Francesco, se portiamo “alle nostre spalle ogni giorno la santa croce del nostro Signore Gesù Cristo”, giacché, dice Pietro, « Cristo patì per voi lasciandovi un esempio, perché ne seguiate le orme » (1Pt 2,21).
Sappiamo che non è facile essere cristiano. Lo aveva predetto Gesù stesso: «Voi avrete tribolazioni nel mondo » (Gv 16,33), giacché « se il mondo vi odia, sappiate che prima di voi ha odiato me » (Gv 15,18).
Ma siamo sicuri: «...chi avrà perduto la sua vita per causa mia, la troverà” (Mt 10,39).
Non dobbiamo avere paura delle opposizioni, delle persecuzioni, di niente. Lo ha detto Gesù a ciascuno di noi: «...abbiate fiducia: io ho vinto il mondo! »(Gv 16,33).
Arriveremo alla santità, dice il Concilio, se seguiamo “Cristo povero, umile e caricato con la croce, per meritare la partecipazione alla sua gloria” (LG 41).
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575 - Bisogna che sia innalzato il Figlio dell’uomo
[Gesù disse a Nicodemo:] Nessuno è mai salito al cielo, se non colui che è disceso dal cielo, il Figlio dell'uomo. E come Mosè innalzò il serpente nel deserto, così bisogna che sia innalzato il Figlio dell'uomo, perché chiunque crede in lui abbia la vita eterna. Dio infatti ha tanto amato il mondo da dare il Figlio unigenito, perché chiunque crede in lui non vada perduto, ma abbia la vita eterna. Dio, infatti, non ha mandato il Figlio nel mondo per condannare il mondo, ma perché il mondo sia salvato per mezzo di lui.
Gesù è l'unico rivelatore delle cose del cielo. Egli, pur continuando ad avere la sua dimora nel Padre, si è fatto uomo per comunicare agli uomini la vita di Dio. Questo mistero di abbassamento e di rivelazione sarà compiuto sulla croce, quando Gesù sarà innalzato nella gloria, perché "chiunque crede in lui abbia la vita eterna" (v.15). Allora l'umanità potrà comprendere l'evento scandaloso e sconcertante della salvezza per mezzo della croce e guarire dal suo male, come gli ebrei un tempo nel deserto guarirono dai morsi dei serpenti velenosi guardando il serpente di bronzo che Mosè aveva fatto innalzare come segno di vita (Nm 21, 4-9).
Anche allora tuttavia non era il serpente di bronzo che salvava, ma come scrive il libro della Sapienza, 17, 7: "Chi si volgeva a guardarlo era salvato non da quel che vedeva, ma solo da te, salvatore di tutti". Bisogna sempre oltrepassare le apparenze del segno e guardare con fede alla misericordia e alla potenza di Dio. La salvezza è sottomettersi a Dio e rivolgere lo sguardo al Cristo crocifisso. Questo è il vero atto di fede che ci comunica la vita eterna (cfr Gv 19, 37).
La nuova vita generata in noi dallo Spirito è esposta quotidianamente ai morsi del serpente, il diavolo. Il rimedio contro il peccato e la morte è il Cristo morto sulla croce. La fonte della salvezza e della vita eterna è l'amore del Padre che ci dona il Figlio per distruggere il peccato e la morte.
I vv.16-17 esprimono molto bene il carattere universale della salvezza operata dal Cristo, che trova la sua origine nell'iniziativa misteriosa dell'amore di Dio per gli uomini. Il fatto che il Padre ha mandato a noi il suo Figlio per salvarci è la più alta manifestazione di Dio che è Amore (cfr 1Gv 4,8-16).
La missione di Gesù è quella di portare agli uomini la salvezza: "Dio ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio unigenito, perché chi crede in lui non muoia, ma abbia la vita eterna" (v.16). La scelta fondamentale dell'uomo è questa: accettare o rifiutare l'amore del Padre che si è rivelato in Cristo. Questo amore non giudica e non condanna il mondo, ma lo salva: "Dio non ha mandato il Figlio nel mondo per giudicare il mondo, ma perché il mondo sia salvato per mezzo di lui" (v.17).
Padre Lino Pedron
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Gesù è l'unico rivelatore delle cose del cielo. Egli, pur continuando ad avere la sua dimora nel Padre, si è fatto uomo per comunicare agli uomini la vita di Dio. Questo mistero di abbassamento e di rivelazione sarà compiuto sulla croce, quando Gesù sarà innalzato nella gloria, perché "chiunque crede in lui abbia la vita eterna" (v.15). Allora l'umanità potrà comprendere l'evento scandaloso e sconcertante della salvezza per mezzo della croce e guarire dal suo male, come gli ebrei un tempo nel deserto guarirono dai morsi dei serpenti velenosi guardando il serpente di bronzo che Mosè aveva fatto innalzare come segno di vita (Nm 21, 4-9).
Anche allora tuttavia non era il serpente di bronzo che salvava, ma come scrive il libro della Sapienza, 17, 7: "Chi si volgeva a guardarlo era salvato non da quel che vedeva, ma solo da te, salvatore di tutti". Bisogna sempre oltrepassare le apparenze del segno e guardare con fede alla misericordia e alla potenza di Dio. La salvezza è sottomettersi a Dio e rivolgere lo sguardo al Cristo crocifisso. Questo è il vero atto di fede che ci comunica la vita eterna (cfr Gv 19, 37).
La nuova vita generata in noi dallo Spirito è esposta quotidianamente ai morsi del serpente, il diavolo. Il rimedio contro il peccato e la morte è il Cristo morto sulla croce. La fonte della salvezza e della vita eterna è l'amore del Padre che ci dona il Figlio per distruggere il peccato e la morte.
I vv.16-17 esprimono molto bene il carattere universale della salvezza operata dal Cristo, che trova la sua origine nell'iniziativa misteriosa dell'amore di Dio per gli uomini. Il fatto che il Padre ha mandato a noi il suo Figlio per salvarci è la più alta manifestazione di Dio che è Amore (cfr 1Gv 4,8-16).
La missione di Gesù è quella di portare agli uomini la salvezza: "Dio ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio unigenito, perché chi crede in lui non muoia, ma abbia la vita eterna" (v.16). La scelta fondamentale dell'uomo è questa: accettare o rifiutare l'amore del Padre che si è rivelato in Cristo. Questo amore non giudica e non condanna il mondo, ma lo salva: "Dio non ha mandato il Figlio nel mondo per giudicare il mondo, ma perché il mondo sia salvato per mezzo di lui" (v.17).
Padre Lino Pedron
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martedì 13 settembre 2011
574 - Il Grande Amico, che non tradisce mai
Questo post (come tutti quelli con etichetta "Angolo dello Spirito") riporta testi di san Josemaría Escrivá
La nostra vita è di Dio e dobbiamo consumarla al suo servizio, preoccupandoci generosamente delle anime; dimostrando, con la parola e l'esempio, la profondità delle esigenze della vita cristiana.
Gesù aspetta che noi gli manifestiamo il desiderio di acquisire questa scienza, per dirci:Chi ha sete, venga a me e beva. Gli rispondiamo: insegnaci a dimenticarci di noi stessi, per pensare a Te e a tutte le anime. Così il Signore ci porterà, con la sua grazia, sempre avanti, come quando facevamo i primi esercizi per imparare a scrivere — ricordate le aste che tracciavamo nella nostra infanzia sotto la guida della mano del maestro? — e così assaporeremo la gioia di manifestare la nostra fede, altro dono di Dio, anche per mezzo di un'autentica vita cristiana, nella quale tutti possano riconoscere chiaramente le meraviglie divine.
Egli è Amico; è l'Amico! Vos autem dixi amicos. Ci chiama amici ed è stato Lui a fare il primo passo; ci ha amati per primo. Non impone tuttavia il suo amore: ce lo offre. Ce lo dimostra con il segno più evidente dell'amicizia: Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la vita per i propri amici. Era amico di Lazzaro e pianse per lui, quando lo vide morto: e lo risuscitò. Se ci vede freddi, svogliati, forse con quella rigidità che è propria di una vita interiore che vien meno, il suo pianto sarà per noi vita: Io te lo comando, amico mio, alzati e cammina, vieni fuori da questa vita angusta, che non è vita. (E' Gesù che passa, 93)
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Cerchi la compagnia di amici che, con la loro conversazione e il loro affetto, con la loro frequentazione, ti rendano più sopportabile l'esilio di questo mondo..., sebbene gli amici a volte tradiscano. —Non mi sembra male. Però..., perché non frequenti ogni giorno, con maggiore intensità, la compagnia, la conversazione del Grande Amico, che non tradisce mai? (Cammino, 88)La nostra vita è di Dio e dobbiamo consumarla al suo servizio, preoccupandoci generosamente delle anime; dimostrando, con la parola e l'esempio, la profondità delle esigenze della vita cristiana.
Gesù aspetta che noi gli manifestiamo il desiderio di acquisire questa scienza, per dirci:Chi ha sete, venga a me e beva. Gli rispondiamo: insegnaci a dimenticarci di noi stessi, per pensare a Te e a tutte le anime. Così il Signore ci porterà, con la sua grazia, sempre avanti, come quando facevamo i primi esercizi per imparare a scrivere — ricordate le aste che tracciavamo nella nostra infanzia sotto la guida della mano del maestro? — e così assaporeremo la gioia di manifestare la nostra fede, altro dono di Dio, anche per mezzo di un'autentica vita cristiana, nella quale tutti possano riconoscere chiaramente le meraviglie divine.
Egli è Amico; è l'Amico! Vos autem dixi amicos. Ci chiama amici ed è stato Lui a fare il primo passo; ci ha amati per primo. Non impone tuttavia il suo amore: ce lo offre. Ce lo dimostra con il segno più evidente dell'amicizia: Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la vita per i propri amici. Era amico di Lazzaro e pianse per lui, quando lo vide morto: e lo risuscitò. Se ci vede freddi, svogliati, forse con quella rigidità che è propria di una vita interiore che vien meno, il suo pianto sarà per noi vita: Io te lo comando, amico mio, alzati e cammina, vieni fuori da questa vita angusta, che non è vita. (E' Gesù che passa, 93)
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573 - Ragazzo, dico a te, alzati!
In seguito Gesù si recò in una città chiamata Nàin, e con lui camminavano i suoi discepoli e una grande folla. Quando fu vicino alla porta della città, ecco, veniva portato alla tomba un morto, unico figlio di una madre rimasta vedova; e molta gente della città era con lei. Vedendola, il Signore fu preso da grande compassione per lei e le disse: «Non piangere!». Si avvicinò e toccò la bara, mentre i portatori si fermarono. Poi disse: «Ragazzo, dico a te, àlzati!». Il morto si mise seduto e cominciò a parlare. Ed egli lo restituì a sua madre. Tutti furono presi da timore e glorificavano Dio, dicendo: «Un grande profeta è sorto tra noi», e: «Dio ha visitato il suo popolo». Questa fama di lui si diffuse per tutta quanta la Giudea e in tutta la regione circostante.
Questo fatto raccontato da Luca ci richiama due episodi dell'Antico Testamento: quello di Elia che restituisce la vita al figlio unico della vedova di Sarepta (1Re 17,17-24) e quello di Eliseo che risveglia dalla morte il figlio della Sunammita (2Re 4,32-37). Questo racconto mette in evidenza la potenza di Gesù e la sua misericordia. Egli previene senza richiesta, preghiera o fede chi è totalmente perduto e non è più capace di chiedere, di pregare o di credere.
Apparentemente Gesù è in cammino senza meta. In realtà, arriva inaspettato dove c'è bisogno di lui. La sua misericordia è calamitata dalla nostra miseria. Gesù che vede, si commuove e si accosta alle persone morte o sofferenti è l'immagine del Dio misericordioso, che sente compassione per l'uomo, suo figlio perduto. Solo vedendo questo Dio in Gesù si riesce a passare dalla paura di Dio alla fiducia, dalla morte alla vita, dalla legge al Vangelo.
Dio patisce con noi la stessa pena e condivide con noi la stessa morte, per liberarci dalla pena e dalla morte. La sua parola che ha creato dal nulla tutte le cose, risuscita la vita dalla morte. Vincendo la morte, Gesù ci libera dalla nostra peggiore schiavitù, che è la paura della morte (cfr Eb 2,14-15).
Alla porta della città di Nàin si incontrano due cortei: il corteo di Gesù che dona la vita e il corteo dalla morte. La folla che accompagna questa vedova poteva forse consolarla un po', ma non poteva risolvere il suo problema.
Gesù, invece, sente una compassione che ha la potenza di risolvere i problemi. Egli che aveva detto:" Beati voi che ora piangete, perché riderete" (Lc 6,21), ora porta concretamente la misericordia di Dio a coloro che gemono e piangono. Dio inaugura il suo regno con la misericordia per gli oppressi. La risurrezione di questo ragazzo è la dimostrazione della potenza di Gesù e della sua misericordia. La potenza di Dio è sempre al servizio della sua misericordia, perché è la potenza dell'amore. Dio interviene con amore potente nella vita dei singoli e mostra la sua benevolenza verso il suo popolo. Trova così compimento ciò che Zaccaria aveva profetizzato:" Benedetto il Signore, Dio d'Israele, perché ha visitato e redento il suo popolo, e ha suscitato per noi un salvatore potente nella casa di Davide, suo servo, ... per illuminare (= dare la vita) quelli che stanno nelle tenebre e nell'ombra della morte" (Lc 1, 68-69.79).
Padre Lino Pedron
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Questo fatto raccontato da Luca ci richiama due episodi dell'Antico Testamento: quello di Elia che restituisce la vita al figlio unico della vedova di Sarepta (1Re 17,17-24) e quello di Eliseo che risveglia dalla morte il figlio della Sunammita (2Re 4,32-37). Questo racconto mette in evidenza la potenza di Gesù e la sua misericordia. Egli previene senza richiesta, preghiera o fede chi è totalmente perduto e non è più capace di chiedere, di pregare o di credere.
Apparentemente Gesù è in cammino senza meta. In realtà, arriva inaspettato dove c'è bisogno di lui. La sua misericordia è calamitata dalla nostra miseria. Gesù che vede, si commuove e si accosta alle persone morte o sofferenti è l'immagine del Dio misericordioso, che sente compassione per l'uomo, suo figlio perduto. Solo vedendo questo Dio in Gesù si riesce a passare dalla paura di Dio alla fiducia, dalla morte alla vita, dalla legge al Vangelo.
Dio patisce con noi la stessa pena e condivide con noi la stessa morte, per liberarci dalla pena e dalla morte. La sua parola che ha creato dal nulla tutte le cose, risuscita la vita dalla morte. Vincendo la morte, Gesù ci libera dalla nostra peggiore schiavitù, che è la paura della morte (cfr Eb 2,14-15).
Alla porta della città di Nàin si incontrano due cortei: il corteo di Gesù che dona la vita e il corteo dalla morte. La folla che accompagna questa vedova poteva forse consolarla un po', ma non poteva risolvere il suo problema.
Gesù, invece, sente una compassione che ha la potenza di risolvere i problemi. Egli che aveva detto:" Beati voi che ora piangete, perché riderete" (Lc 6,21), ora porta concretamente la misericordia di Dio a coloro che gemono e piangono. Dio inaugura il suo regno con la misericordia per gli oppressi. La risurrezione di questo ragazzo è la dimostrazione della potenza di Gesù e della sua misericordia. La potenza di Dio è sempre al servizio della sua misericordia, perché è la potenza dell'amore. Dio interviene con amore potente nella vita dei singoli e mostra la sua benevolenza verso il suo popolo. Trova così compimento ciò che Zaccaria aveva profetizzato:" Benedetto il Signore, Dio d'Israele, perché ha visitato e redento il suo popolo, e ha suscitato per noi un salvatore potente nella casa di Davide, suo servo, ... per illuminare (= dare la vita) quelli che stanno nelle tenebre e nell'ombra della morte" (Lc 1, 68-69.79).
Padre Lino Pedron
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lunedì 12 settembre 2011
572 - Preghiera del mattino
Signore, quest'oggi, proteggi nelle tue braccia l'universo che geme nelle doglie del parto. Soffre, dall'uno all'altro polo, per lo scompiglio provocato dal peccato originale, che è causa di rottura nell'armonia da te creata.
Consuma nel fuoco del perdono tutte le dispute e le guerre; concedi ai capi di Stato di essere lievito perché nulla è impossibile, nulla è troppo meraviglioso per te.
Tramite Gesù, nostro mediatore, siano innalzati fino al tuo volto i cuori di coloro che guidano i propri fratelli, affinché noi possiamo vivere nella calma e nella sicurezza, come uomini religiosi e seri.
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Consuma nel fuoco del perdono tutte le dispute e le guerre; concedi ai capi di Stato di essere lievito perché nulla è impossibile, nulla è troppo meraviglioso per te.
Tramite Gesù, nostro mediatore, siano innalzati fino al tuo volto i cuori di coloro che guidano i propri fratelli, affinché noi possiamo vivere nella calma e nella sicurezza, come uomini religiosi e seri.
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571 - Il Santissimo Nome di Maria
La festa del “Santissimo nome di Maria” fu concessa da Roma, nel 1513, ad una diocesi spagnola: Cuenca. Soppressa dal Pontefice S. Pio V (Antonio Michele Ghislieri, 1566-1572), fu ripristinata da Pp Sisto V (Felice Peretti, 1585-1590) e poi estesa nel 1671 al Regno di Napoli e a Milano.
Il 12 settembre 1683, avendo Giovanni Sobieski, con i suoi polacchi, vinto i Turchi che assediavano Vienna e minacciavano la cristianità, il Beato Innocenzo XI (Benedetto Odescalchi, 1676-1689), in rendimento di grazie, estese la festa alla Chiesa Universale e la fissò alla domenica fra l'ottava della Natività.
San Pio X (Giuseppe Sarto, 1903-1914) la riportò al 12 settembre.
A Roma c'è una Chiesa dedicata al “Santissimo Nome di Maria”, costruita nel XVIII secolo, che si trova presso il Foro Traiano, nel rione Trevi : il culto fu instaurato da Giuseppe Bianchi, già nel 1685, nella chiesa di S. Stefano del Cacco a Roma nel rione Pigna, per poi essere confermato dalla fondazione della“Congregazione del Santissimo Nome di Maria”, approvata formalmente nel 1688.
Nel 1694 la congregazione si trasferì alla chiesa di S. Bernardo a Colonna Traiani, una piccola chiesa edificata su una costruzione del XV sec. appartenuta alla compagnia di S. Bernardo di Chiaravalle, nei pressi della Colonna Traiana. In seguito venne acquistato il terreno adiacente in previsione della costruzione, che avvenne tra il 1736 ed il 1751 ad opera dell'architetto francese Antoine Derizet.
L'interno della Chiesa è ellittico. Vi sono sette piccole cappelle, decorate in marmo policromo.
S. Paolo della Croce diceva : “Nei bisogni gettatevi nelle braccia di Maria Santissima, ricorrete a Lei come a una Madre misericordiosa, poi non vi inquietate, non vi perdete d'animo, ma fidatevi di Lei.”
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Il 12 settembre 1683, avendo Giovanni Sobieski, con i suoi polacchi, vinto i Turchi che assediavano Vienna e minacciavano la cristianità, il Beato Innocenzo XI (Benedetto Odescalchi, 1676-1689), in rendimento di grazie, estese la festa alla Chiesa Universale e la fissò alla domenica fra l'ottava della Natività.
San Pio X (Giuseppe Sarto, 1903-1914) la riportò al 12 settembre.
A Roma c'è una Chiesa dedicata al “Santissimo Nome di Maria”, costruita nel XVIII secolo, che si trova presso il Foro Traiano, nel rione Trevi : il culto fu instaurato da Giuseppe Bianchi, già nel 1685, nella chiesa di S. Stefano del Cacco a Roma nel rione Pigna, per poi essere confermato dalla fondazione della“Congregazione del Santissimo Nome di Maria”, approvata formalmente nel 1688.
Nel 1694 la congregazione si trasferì alla chiesa di S. Bernardo a Colonna Traiani, una piccola chiesa edificata su una costruzione del XV sec. appartenuta alla compagnia di S. Bernardo di Chiaravalle, nei pressi della Colonna Traiana. In seguito venne acquistato il terreno adiacente in previsione della costruzione, che avvenne tra il 1736 ed il 1751 ad opera dell'architetto francese Antoine Derizet.
L'interno della Chiesa è ellittico. Vi sono sette piccole cappelle, decorate in marmo policromo.
S. Paolo della Croce diceva : “Nei bisogni gettatevi nelle braccia di Maria Santissima, ricorrete a Lei come a una Madre misericordiosa, poi non vi inquietate, non vi perdete d'animo, ma fidatevi di Lei.”
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570 - Neanche in Israele ho trovato una fede così grande
Quando ebbe terminato di rivolgere tutte le sue parole al popolo che stava in ascolto, Gesù entrò in Cafàrnao. Il servo di un centurione era ammalato e stava per morire. Il centurione l'aveva molto caro. Perciò, avendo udito parlare di Gesù, gli mandò alcuni anziani dei Giudei a pregarlo di venire e di salvare il suo servo. Costoro, giunti da Gesù,lo supplicavano con insistenza: «Egli merita che tu gli conceda quello che chiede -dicevano -, 5perché ama il nostro popolo ed è stato lui a costruirci la sinagoga». Gesù si incamminò con loro. Non era ormai molto distante dalla casa, quando il centurione mandò alcuni amici a dirgli: «Signore, non disturbarti! Io non sono degno che tu entri sotto il mio tetto; per questo io stesso non mi sono ritenuto degno di venire da te; ma di' una parola e il mio servo sarà guarito. Anch'io infatti sono nella condizione di subalterno e ho dei soldati sotto di me e dico a uno: «Va'!», ed egli va; e a un altro: «Vieni!», ed egli viene; e al mio servo: «Fa' questo!», ed egli lo fa». All'udire questo, Gesù lo ammirò e, volgendosi alla folla che lo seguiva, disse: «Io vi dico che neanche in Israele ho trovato una fede così grande!». E gli inviati, quando tornarono a casa, trovarono il servo guarito.
Nei racconti del capitolo settimo del vangelo di Luca, Gesù presenta l'immagine del Padre, annunciata in 6, 27-38: benevolo e misericordioso verso tutti. Gesù è il volto del Padre, la sua immagine perfetta: nella sua persona rivela il mistero profondo di Dio. Il cammino d'Israele, di cui Pietro è il rappresentante, parte dalla fede nella parola di Gesù:" Sulla tua parola calerò le reti" (5,5) e passa attraverso il senso del peccato:" Allontanati da me, Signore, perché sono peccatore" (5,8). Anche il cammino dei pagani, rappresentati dal centurione, parte dalla fede nella parola di Gesù e passa attraverso il senso di indegnità (7,6-7). Dopo la risurrezione del Signore, la Chiesa si aprirà ai pagani proprio in casa di un altro centurione (cfr At 10). L'episodio del centurione deve ravvivare nel lettore la fede. La Parola è efficace solo per chi l'accoglie con fede. "Tutto è possibile per chi crede" (Mc 9,23). Chi crede ha la stessa potenza di Dio, perché lascia agire Dio nella sua vita. Il centurione è il tipo del vero credente, umile, generoso, sollecito del bene del prossimo. Dio non prende eccessivamente in considerazione le opinioni che gli uomini hanno sul suo conto, ma è attento ai loro comportamenti verso i bisognosi: è qui, soprattutto, che egli si trova in sintonia con gli uomini. La fede non passa attraverso le ideologie o le teologie, ma attraverso il buon cuore e le opere di carità. Sono credenti quelli che sentono e agiscono come Dio.
Padre Lino Pedron
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Nei racconti del capitolo settimo del vangelo di Luca, Gesù presenta l'immagine del Padre, annunciata in 6, 27-38: benevolo e misericordioso verso tutti. Gesù è il volto del Padre, la sua immagine perfetta: nella sua persona rivela il mistero profondo di Dio. Il cammino d'Israele, di cui Pietro è il rappresentante, parte dalla fede nella parola di Gesù:" Sulla tua parola calerò le reti" (5,5) e passa attraverso il senso del peccato:" Allontanati da me, Signore, perché sono peccatore" (5,8). Anche il cammino dei pagani, rappresentati dal centurione, parte dalla fede nella parola di Gesù e passa attraverso il senso di indegnità (7,6-7). Dopo la risurrezione del Signore, la Chiesa si aprirà ai pagani proprio in casa di un altro centurione (cfr At 10). L'episodio del centurione deve ravvivare nel lettore la fede. La Parola è efficace solo per chi l'accoglie con fede. "Tutto è possibile per chi crede" (Mc 9,23). Chi crede ha la stessa potenza di Dio, perché lascia agire Dio nella sua vita. Il centurione è il tipo del vero credente, umile, generoso, sollecito del bene del prossimo. Dio non prende eccessivamente in considerazione le opinioni che gli uomini hanno sul suo conto, ma è attento ai loro comportamenti verso i bisognosi: è qui, soprattutto, che egli si trova in sintonia con gli uomini. La fede non passa attraverso le ideologie o le teologie, ma attraverso il buon cuore e le opere di carità. Sono credenti quelli che sentono e agiscono come Dio.
Padre Lino Pedron
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domenica 11 settembre 2011
569 - Richiesta di preghiere 35/2011
112) Virginie (Costa d'Avorio) ci chiede di pregare per Elvira.
aide, assistance et protection pour Elvira .
113) Luigi dalla Lombardia: Cari amici,pregate per me e per la mia fidanzata Giovanna, per il nostro lavoro,per la nostra salute e prosperità economica,grazie.
114) Alessio dalla Puglia: Chiedo preghiere per la conversione di Gianni, perché il suo cuore sia liberato dalle seduzioni e dalle catene di Satana!
115) Giampietro dal Veneto: Carissimi fratelli e sorelle in Cristo Gesu',vi chiedo una preghiera per mio fratello Attilio gli hanno trovato dei noduli nelle gola,ha 2 figlie,e una situazione familiare critica........ Che Dio e la Regina dell'Amore vi benedica.
Pregate anche per me non son capace di trovare lavoro..... son un po' giu'.......ho 2 figli......Vi saluto ,Sia lodato Gesù Cristo e Maria Santissima.
116) Jean François (dalla Francia) ci chiede di continuare a pregare per la salute di sua madre Maria.
cher soeurs, cher Freres des monasteres ou pretres, merci de prier pour ma maman madame **** Marie qui souffre beaucoup d'une maladie rare au niveau de ses yeux et de ses problemes de douleur au ventre, douleur intercostales et comme si cela ne suffisait pas elle a des problemes d hyperparathyroidie et un docteur veut l'operer par prevention et un autre endocrinologue dit qu il faut pas operer du tout. merci a Dieu , la Sainte Vierge de nous eclairer et de guerir ma mere sans operation. en esperant que dieu envoit a ma mere un tres bon endocrinologue qui dira la verité en esperant que l etat de ma mere ne necessite pas d operation. Merci de vos prieres et energie positive.
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aide, assistance et protection pour Elvira .
113) Luigi dalla Lombardia: Cari amici,pregate per me e per la mia fidanzata Giovanna, per il nostro lavoro,per la nostra salute e prosperità economica,grazie.
114) Alessio dalla Puglia: Chiedo preghiere per la conversione di Gianni, perché il suo cuore sia liberato dalle seduzioni e dalle catene di Satana!
115) Giampietro dal Veneto: Carissimi fratelli e sorelle in Cristo Gesu',vi chiedo una preghiera per mio fratello Attilio gli hanno trovato dei noduli nelle gola,ha 2 figlie,e una situazione familiare critica........ Che Dio e la Regina dell'Amore vi benedica.
Pregate anche per me non son capace di trovare lavoro..... son un po' giu'.......ho 2 figli......Vi saluto ,Sia lodato Gesù Cristo e Maria Santissima.
116) Jean François (dalla Francia) ci chiede di continuare a pregare per la salute di sua madre Maria.
cher soeurs, cher Freres des monasteres ou pretres, merci de prier pour ma maman madame **** Marie qui souffre beaucoup d'une maladie rare au niveau de ses yeux et de ses problemes de douleur au ventre, douleur intercostales et comme si cela ne suffisait pas elle a des problemes d hyperparathyroidie et un docteur veut l'operer par prevention et un autre endocrinologue dit qu il faut pas operer du tout. merci a Dieu , la Sainte Vierge de nous eclairer et de guerir ma mere sans operation. en esperant que dieu envoit a ma mere un tres bon endocrinologue qui dira la verité en esperant que l etat de ma mere ne necessite pas d operation. Merci de vos prieres et energie positive.
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568 - La pace di Cristo nel regno di Cristo
Un segreto. —Un segreto a gran voce: queste crisi mondiali sono crisi di santi. —Dio vuole un pugno di uomini “suoi” in ogni attività umana. —Poi... pax Christi in regno Christi —la pace di Cristo nel regno di Cristo. (Cammino, 301)
Sforzati, se è necessario, di perdonare sempre coloro che ti offendono, fin dal primo istante, perché, per quanto grande sia il danno o l'offesa che ti fanno, molto di più ti ha perdonato Iddio. (Cammino, 452)
Caratteristica evidente di un uomo di Dio, di una donna di Dio, è la pace della sua anima: ha “la pace” e dà la pace alle persone che frequenta. (Forgia, 649)
Abìtuati a rispondere alle sassate dei poveri “odiatori” con una sassaiola di Avemarie. (Forgia, 650)
La Madonna - così l'invoca la Chiesa - è la Regina della pace. Per questo quando la tua anima, l'ambiente famigliare o professionale, la convivenza nella società o tra i popoli sono agitati, non cessare di acclamarla con questo titolo: «Regina pacis, ora pro nobis!» - Regina della pace, prega per noi! Hai provato, almeno, quando perdi la serenità?... La sua immediata efficacia ti sorprenderà. (Solco, 874)
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Sforzati, se è necessario, di perdonare sempre coloro che ti offendono, fin dal primo istante, perché, per quanto grande sia il danno o l'offesa che ti fanno, molto di più ti ha perdonato Iddio. (Cammino, 452)
Caratteristica evidente di un uomo di Dio, di una donna di Dio, è la pace della sua anima: ha “la pace” e dà la pace alle persone che frequenta. (Forgia, 649)
Abìtuati a rispondere alle sassate dei poveri “odiatori” con una sassaiola di Avemarie. (Forgia, 650)
La Madonna - così l'invoca la Chiesa - è la Regina della pace. Per questo quando la tua anima, l'ambiente famigliare o professionale, la convivenza nella società o tra i popoli sono agitati, non cessare di acclamarla con questo titolo: «Regina pacis, ora pro nobis!» - Regina della pace, prega per noi! Hai provato, almeno, quando perdi la serenità?... La sua immediata efficacia ti sorprenderà. (Solco, 874)
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567 - Preghiera del mattino
Se perdoni ai giusti che merito hai, tu che sei il Giusto?
Se accogli i buoni, che fatica fai tu che sei il Buono?
Perdona e accogli me misero peccatore, ultimo dei tuoi servi affinché il mondo sappia che non c'è limite alla tua misericordia.
Accogli me indegno che ho abbandonato la tua casa; illuminami con la luce del tuo volto perché possa capire la tua tenerezza e insegnami a perdonare ai fratelli per sentirci insieme abbracciati dallo stesso amore.
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Se accogli i buoni, che fatica fai tu che sei il Buono?
Perdona e accogli me misero peccatore, ultimo dei tuoi servi affinché il mondo sappia che non c'è limite alla tua misericordia.
Accogli me indegno che ho abbandonato la tua casa; illuminami con la luce del tuo volto perché possa capire la tua tenerezza e insegnami a perdonare ai fratelli per sentirci insieme abbracciati dallo stesso amore.
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sabato 10 settembre 2011
566 - L'umiltà vera porta... a chiedere perdono!
Se qualche volta cadi, figlio mio, ricorri subito alla Confessione e alla direzione spirituale: mostra la ferita!, perché te la curino a fondo, perché eliminino tutte le possibilità di infezione, anche se ti fa male come in un'operazione chirurgica. (Forgia, 192)
La sincerità è indispensabile per progredire nell'unione con Dio.
— Se dentro di te, figlio mio, c'è un “rospo”, sputalo! Di' subito, come ti consiglio sempre, ciò che non vorresti che si sapesse. Dopo aver sputato il “rospo” nella Confessione, come si sta bene! (Forgia, 193)
Dio sia benedetto!, ti dicevi subito dopo la Confessione sacramentale. E pensavi: è come se fossi tornato a nascere.
Poi, hai proseguito con serenità: “Domine, quid me vis facere?” — Signore, che cosa vuoi che io faccia?
— E tu stesso ti sei dato la risposta: con la tua grazia, al di sopra di tutto e di tutti, compirò la tua Santissima Volontà: “Serviam!” — ti servirò senza condizioni! (Forgia, 238)
L'umiltà porta ogni anima a non scoraggiarsi davanti ai propri errori.
— L'umiltà vera porta... a chiedere perdono! (Forgia, 189)
Se io fossi lebbroso, mia madre mi abbraccerebbe. Senza paura e senza alcuna esitazione, mi bacerebbe le piaghe.
— E allora, la Vergine Santissima? Quando sentiamo di avere la lebbra, di essere piagati, dobbiamo gridare: Madre! E la protezione di nostra Madre è come un bacio sulle ferite, che ci ottiene la guarigione. (Forgia, 190)
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La sincerità è indispensabile per progredire nell'unione con Dio.
— Se dentro di te, figlio mio, c'è un “rospo”, sputalo! Di' subito, come ti consiglio sempre, ciò che non vorresti che si sapesse. Dopo aver sputato il “rospo” nella Confessione, come si sta bene! (Forgia, 193)
Dio sia benedetto!, ti dicevi subito dopo la Confessione sacramentale. E pensavi: è come se fossi tornato a nascere.
Poi, hai proseguito con serenità: “Domine, quid me vis facere?” — Signore, che cosa vuoi che io faccia?
— E tu stesso ti sei dato la risposta: con la tua grazia, al di sopra di tutto e di tutti, compirò la tua Santissima Volontà: “Serviam!” — ti servirò senza condizioni! (Forgia, 238)
L'umiltà porta ogni anima a non scoraggiarsi davanti ai propri errori.
— L'umiltà vera porta... a chiedere perdono! (Forgia, 189)
Se io fossi lebbroso, mia madre mi abbraccerebbe. Senza paura e senza alcuna esitazione, mi bacerebbe le piaghe.
— E allora, la Vergine Santissima? Quando sentiamo di avere la lebbra, di essere piagati, dobbiamo gridare: Madre! E la protezione di nostra Madre è come un bacio sulle ferite, che ci ottiene la guarigione. (Forgia, 190)
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565 - Preghiera del mattino
Tu sei venuto per me, sei venuto per i peccatori.
Che parola indicibile per trovare la pace! "Per me" che ho commesso tali peccati.
Io te li ho affidati piangendo nella confessione, e, attraverso il tuo sacerdote, tu mi hai perdonato.
Mi basta sapere che tu sei qui "per me", peccatore, perché il mio deserto fiorisca di nuovo.
Tu ci sei, e questo implica che io devo seguirti come Pietro dopo il tradimento e il pentimento.
Nessuna prostrazione nella mia vita fatta di debolezza e, insieme, di amore, di tenerezza verso chi ha versato il suo sangue per la nostra salvezza.
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Che parola indicibile per trovare la pace! "Per me" che ho commesso tali peccati.
Io te li ho affidati piangendo nella confessione, e, attraverso il tuo sacerdote, tu mi hai perdonato.
Mi basta sapere che tu sei qui "per me", peccatore, perché il mio deserto fiorisca di nuovo.
Tu ci sei, e questo implica che io devo seguirti come Pietro dopo il tradimento e il pentimento.
Nessuna prostrazione nella mia vita fatta di debolezza e, insieme, di amore, di tenerezza verso chi ha versato il suo sangue per la nostra salvezza.
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564 - Perché mi invocate: Signore, Signore! e non fate quello che dico?
Non vi è albero buono che produca un frutto cattivo, né vi è d'altronde albero cattivo che produca un frutto buono. Ogni albero infatti si riconosce dal suo frutto: non si raccolgono fichi dagli spini, né si vendemmia uva da un rovo. L'uomo buono dal buon tesoro del suo cuore trae fuori il bene; l'uomo cattivo dal suo cattivo tesoro trae fuori il male: la sua bocca infatti esprime ciò che dal cuore sovrabbonda.
Perché mi invocate: «Signore, Signore!» e non fate quello che dico? Chiunque viene a me e ascolta le mie parole e le mette in pratica, vi mostrerò a chi è simile:è simile a un uomo che, costruendo una casa, ha scavato molto profondo e ha posto le fondamenta sulla roccia. Venuta la piena, il fiume investì quella casa, ma non riuscì a smuoverla perché era costruita bene. Chi invece ascolta e non mette in pratica, è simile a un uomo che ha costruito una casa sulla terra, senza fondamenta. Il fiume la investì e subito crollò; e la distruzione di quella casa fu grande».
Nei versetti precedenti a questo brano (38-42) erano state elencate le caratteristiche dei falsi cristiani: ciechi, pretenziosi, severi verso gli altri e benevoli verso di sé e, soprattutto, illusi di non aver bisogno di perdono. Nei versetti 43-45 di questo brano ci viene presentato il nostro problema più serio: siamo piante cattive che producono frutti cattivi. Per guarire da questo inconveniente esiste un solo rimedio: dobbiamo accettare l'innesto nell'unico albero buono che produce frutti buoni: l'albero della misericordia di Dio, l'albero della croce di Cristo. È inutile sforzarsi di fare frutti buoni fino a quando restiamo alberi cattivi. E restiamo alberi cattivi fino a quando non ci decidiamo ad essere totalmente di Cristo. L'albero della vita produce frutti di grazia e di misericordia, i frutti dello Spirito. "Il frutto dello Spirito è amore, gioia, pace, pazienza, benevolenza, bontà, fedeltà, mitezza, dominio di sé" (Gal 5,22). Questa lista fornitaci dall'apostolo Paolo è sufficiente per capire se siamo cristiani buoni o cattivi. Ma, mente un albero cattivo non può diventare buono, un uomo cattivo può e deve diventare buono. Il vangelo ci chiama a conversione, a passare dalla cattiveria alla bontà. L'essere cristiano si valuta solo dalla bontà del cuore, dalla bontà d'animo. Tutto il resto (preghiera, sacramenti, pratiche religiose, ecc.), o serve per diventare buoni d'animo, o non serve a niente. Questa bontà si manifesta attraverso l'amore concreto per il prossimo, un amore che antepone i fatti alle parole, secondo l'insegnamento della prima lettera di Giovanni: "Figlioli, non amiamo a parole né con la lingua, ma coi fatti e nella verità" (3,18). Cristiano non è chi parla come Cristo, ma chi vive e opera come Cristo. La parabola della casa costruita sulla roccia o sulla sabbia conclude nel modo migliore tutto il discorso. La salvezza non consiste solo nel riconoscere Gesù come "il Signore", ma anche nel fare la sua volontà. La fede che si ferma alla conoscenza e non diventa esperienza che trasforma la vita, è una fede diabolica: "Tu credi che c'è un solo Dio? Fai bene; anche i demoni lo credono e tremano!... La fede senza le opere è morta"(Gc 2,19.26). Dalla parola ascoltata, accolta e custodita gelosamente nel cuore nascono necessariamente le opere buone della fede. Il cristiano dev'essere ben piantato in Cristo, saldamente radicato e fondato nella fede (cfr Ef 3,17; Col 2,7). Deve aver raggiunto salde e profonde convinzioni e, soprattutto un serio impegno di vita, per non crollare davanti alle contrarietà e alle prove. Un cristianesimo fatto solo di belle parole, di bei gesti, di belle celebrazioni liturgiche non resiste alle immancabili persecuzioni e alle avversità della vita.
Padre Lino Pedron
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Perché mi invocate: «Signore, Signore!» e non fate quello che dico? Chiunque viene a me e ascolta le mie parole e le mette in pratica, vi mostrerò a chi è simile:è simile a un uomo che, costruendo una casa, ha scavato molto profondo e ha posto le fondamenta sulla roccia. Venuta la piena, il fiume investì quella casa, ma non riuscì a smuoverla perché era costruita bene. Chi invece ascolta e non mette in pratica, è simile a un uomo che ha costruito una casa sulla terra, senza fondamenta. Il fiume la investì e subito crollò; e la distruzione di quella casa fu grande».
Nei versetti precedenti a questo brano (38-42) erano state elencate le caratteristiche dei falsi cristiani: ciechi, pretenziosi, severi verso gli altri e benevoli verso di sé e, soprattutto, illusi di non aver bisogno di perdono. Nei versetti 43-45 di questo brano ci viene presentato il nostro problema più serio: siamo piante cattive che producono frutti cattivi. Per guarire da questo inconveniente esiste un solo rimedio: dobbiamo accettare l'innesto nell'unico albero buono che produce frutti buoni: l'albero della misericordia di Dio, l'albero della croce di Cristo. È inutile sforzarsi di fare frutti buoni fino a quando restiamo alberi cattivi. E restiamo alberi cattivi fino a quando non ci decidiamo ad essere totalmente di Cristo. L'albero della vita produce frutti di grazia e di misericordia, i frutti dello Spirito. "Il frutto dello Spirito è amore, gioia, pace, pazienza, benevolenza, bontà, fedeltà, mitezza, dominio di sé" (Gal 5,22). Questa lista fornitaci dall'apostolo Paolo è sufficiente per capire se siamo cristiani buoni o cattivi. Ma, mente un albero cattivo non può diventare buono, un uomo cattivo può e deve diventare buono. Il vangelo ci chiama a conversione, a passare dalla cattiveria alla bontà. L'essere cristiano si valuta solo dalla bontà del cuore, dalla bontà d'animo. Tutto il resto (preghiera, sacramenti, pratiche religiose, ecc.), o serve per diventare buoni d'animo, o non serve a niente. Questa bontà si manifesta attraverso l'amore concreto per il prossimo, un amore che antepone i fatti alle parole, secondo l'insegnamento della prima lettera di Giovanni: "Figlioli, non amiamo a parole né con la lingua, ma coi fatti e nella verità" (3,18). Cristiano non è chi parla come Cristo, ma chi vive e opera come Cristo. La parabola della casa costruita sulla roccia o sulla sabbia conclude nel modo migliore tutto il discorso. La salvezza non consiste solo nel riconoscere Gesù come "il Signore", ma anche nel fare la sua volontà. La fede che si ferma alla conoscenza e non diventa esperienza che trasforma la vita, è una fede diabolica: "Tu credi che c'è un solo Dio? Fai bene; anche i demoni lo credono e tremano!... La fede senza le opere è morta"(Gc 2,19.26). Dalla parola ascoltata, accolta e custodita gelosamente nel cuore nascono necessariamente le opere buone della fede. Il cristiano dev'essere ben piantato in Cristo, saldamente radicato e fondato nella fede (cfr Ef 3,17; Col 2,7). Deve aver raggiunto salde e profonde convinzioni e, soprattutto un serio impegno di vita, per non crollare davanti alle contrarietà e alle prove. Un cristianesimo fatto solo di belle parole, di bei gesti, di belle celebrazioni liturgiche non resiste alle immancabili persecuzioni e alle avversità della vita.
Padre Lino Pedron
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venerdì 9 settembre 2011
563 - Preghiera del mattino
Questa mattina, per mezzo del tuo instancabile apostolo Paolo, tu mi ripeti: guai a te se non predicassi il Vangelo!
In seguito al battesimo tu sei sacerdote, profeta e re, e, in seguito alla cresima, tu porti il sigillo indelebile che ti fa testimone di Dio fino alla morte.
Ogni battezzato deve testimoniare con la parola e con la sua vita.
Rifiuterai il mio invito?
La mia parola è spada di fuoco, conforto dei deboli, luce nelle tenebre che si fa strada anche fra le brutture del peccato.
Se tu tieni per te ciò che sai, chi parlerà?
Se nessuno parla, chi mi amerà, chi mi conoscerà?
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In seguito al battesimo tu sei sacerdote, profeta e re, e, in seguito alla cresima, tu porti il sigillo indelebile che ti fa testimone di Dio fino alla morte.
Ogni battezzato deve testimoniare con la parola e con la sua vita.
Rifiuterai il mio invito?
La mia parola è spada di fuoco, conforto dei deboli, luce nelle tenebre che si fa strada anche fra le brutture del peccato.
Se tu tieni per te ciò che sai, chi parlerà?
Se nessuno parla, chi mi amerà, chi mi conoscerà?
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562 - Può forse un cieco guidare un altro cieco?
Disse loro anche una parabola: «Può forse un cieco guidare un altro cieco? Non cadranno tutti e due in un fosso? Un discepolo non è più del maestro; ma ognuno, che sia ben preparato, sarà come il suo maestro. Perché guardi la pagliuzza che è nell'occhio del tuo fratello e non ti accorgi della trave che è nel tuo occhio? Come puoi dire al tuo fratello: «Fratello, lascia che tolga la pagliuzza che è nel tuo occhio», mentre tu stesso non vedi la trave che è nel tuo occhio? Ipocrita! Togli prima la trave dal tuo occhio e allora ci vedrai bene per togliere la pagliuzza dall'occhio del tuo fratello.
Il comandamento: "Siate misericordiosi, come è misericordioso il Padre vostro" (6, 36) è l’unica strada maestra per la salvezza. Chi insegna diversamente è una guida cieca (v. 39), un maestro falso (v. 40); chi critica il male altrui, e non vede il proprio, è un ipocrita (vv. 41-42). Solo la misericordia può salvare l’uomo dal male perché è quell’amore che non tiene conto del male e lo volge in bene. La cecità fondamentale è quella di non ritenersi bisognosi della misericordia di Dio. Cieco è il discepolo che non ha sperimentato la misericordia di Dio donatagli in Cristo. Per questo il suo agire è senza misericordia. Il male che io condanno nel fratello è sempre una piccola cosa rispetto al male che commetto io arrogandomi il diritto di giudicarlo: tanta è la gravità del giudicare! Il vero male non è tanto il male che si compie, quanto la mancanza di misericordia che ne impedisce il riscatto. Il giudizio senza misericordia nei confronti di una colpa grave è sempre più grave della colpa stessa.
Chi critica se stesso invece degli altri, si scopre bisognoso di misericordia quanto e più degli altri. Questa misericordia gli toglie la cecità e lo rende capace di vedere bene per togliere la pagliuzza dall’occhio del fratello.
L’unica correzione possibile è l’occhio buono del perdono e della misericordia. La trave che il discepolo deve levarsi dall’occhio è la presunzione di essere giusto. Solo chi si sente graziato e perdonato può graziare e perdonare. E sempre senza scandalizzarsi del peccato altrui, perché è sempre una pagliuzza rispetto alla trave che è nel nostro occhio.
Padre Lino Pedron
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Il comandamento: "Siate misericordiosi, come è misericordioso il Padre vostro" (6, 36) è l’unica strada maestra per la salvezza. Chi insegna diversamente è una guida cieca (v. 39), un maestro falso (v. 40); chi critica il male altrui, e non vede il proprio, è un ipocrita (vv. 41-42). Solo la misericordia può salvare l’uomo dal male perché è quell’amore che non tiene conto del male e lo volge in bene. La cecità fondamentale è quella di non ritenersi bisognosi della misericordia di Dio. Cieco è il discepolo che non ha sperimentato la misericordia di Dio donatagli in Cristo. Per questo il suo agire è senza misericordia. Il male che io condanno nel fratello è sempre una piccola cosa rispetto al male che commetto io arrogandomi il diritto di giudicarlo: tanta è la gravità del giudicare! Il vero male non è tanto il male che si compie, quanto la mancanza di misericordia che ne impedisce il riscatto. Il giudizio senza misericordia nei confronti di una colpa grave è sempre più grave della colpa stessa.
Chi critica se stesso invece degli altri, si scopre bisognoso di misericordia quanto e più degli altri. Questa misericordia gli toglie la cecità e lo rende capace di vedere bene per togliere la pagliuzza dall’occhio del fratello.
L’unica correzione possibile è l’occhio buono del perdono e della misericordia. La trave che il discepolo deve levarsi dall’occhio è la presunzione di essere giusto. Solo chi si sente graziato e perdonato può graziare e perdonare. E sempre senza scandalizzarsi del peccato altrui, perché è sempre una pagliuzza rispetto alla trave che è nel nostro occhio.
Padre Lino Pedron
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giovedì 8 settembre 2011
561 - Preghiera del mattino
Alla tua nascita, o Purissima, Gioacchino e Anna, figli di Abramo e di Sara, sono stati liberati dal disonore di una vita spirituale apparentemente sterile, divenendo la fonte di una nuova generazione di uomini e di donne.
O Immacolata, Adamo ed Eva vedono levarsi l'alba dell'affrancamento dalla corruzione e dalla morte.
Il tuo popolo, che festeggia questa nascita, liberato dal peso del peccato, grida verso di te: colei che era sterile ha messo al mondo la madre di Dio, nutrice della nostra vita.
La tua nascita, o Madre di Dio, ha annunciato la gioia a tutto l'universo, poiché da te si è levato il Sole di giustizia, Cristo nostro Dio che, togliendo la maledizione e annientando la morte, ci ha donato la vita eterna.
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O Immacolata, Adamo ed Eva vedono levarsi l'alba dell'affrancamento dalla corruzione e dalla morte.
Il tuo popolo, che festeggia questa nascita, liberato dal peso del peccato, grida verso di te: colei che era sterile ha messo al mondo la madre di Dio, nutrice della nostra vita.
La tua nascita, o Madre di Dio, ha annunciato la gioia a tutto l'universo, poiché da te si è levato il Sole di giustizia, Cristo nostro Dio che, togliendo la maledizione e annientando la morte, ci ha donato la vita eterna.
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560 - La Natività di Maria
« La celebrazione odierna – si legge nel brano dei Discorsi di S. Andrea di Creta proclamato nell'odierno Ufficio delle Letture - onora la natività della Madre di Dio. Però il vero significato e il fine di questo evento è, l'incarnazione del Verbo. Infatti Maria nasce, viene allattata e cresciuta per essere la Madre del Re dei secoli, di Dio ».
È questo del resto il motivo per cui di Maria soltanto (oltre che di S. Giovanni Battista e naturalmente di Cristo) non si festeggia unicamente la “nascita al cielo”, come avviene per gli altri santi, ma anche la venuta in questo mondo.
In realtà, il meraviglioso di questa nascita non è in ciò che narrano con dovizia di particolari e con ingenuità gli apocrifi, ma piuttosto nel significativo passo innanzi che Dio fa nell'attuazione del suo eterno disegno d'amore. Per questo la festa odierna è stata celebrata con lodi magnifiche da molti santi Padri, che hanno attinto alla loro conoscenza della Bibbia e alla loro sensibilità e ardore poetico. Leggiamo qualche espressione del secondo Sermone sulla Natività di Maria di S. Pier Damiani: “Dio onnipotente, prima che l'uomo cadesse, previde la sua caduta e decise, prima dei secoli, l'umana redenzione. Decise dunque di incarnarsi in Maria”.
Come quasi tutte le solennità principali di Maria anche la Natività è di origine orientale. Nella Chiesa d'occidente l'ha introdotta il papa orientale san Sergio I alla fine del sec. VII. Originariamente doveva essere la festa della dedicazione dell'attuale basilica di sant'Anna in Gerusalemme.
La Tradizione, infatti, indicava quel luogo come la sede dell'umile dimora di Gioacchino ed Anna, lontani discendenti di Davide, genitori di Maria. Occorre cercare in questo culto della Natività di Maria una profonda verità: la venuta dell'uomo-Dio sulla terra fu lungamente preparata dal Padre nel corso dei secoli.
La personalità divina del Salvatore supera infinitamente tutto ciò che l'umanità poteva generare, però la storia dell'umanità fu come un lento e difficile parto delle condizioni necessarie all'Incarnazione del figlio di Dio.
La devozione cristiana ha voluto perciò venerare le persone e gli avvenimenti che hanno preparato la nascita di Cristo sul piano umano e sul piano della grazia: la sua Madre, la nascita di essa, la sua concezione, i suoi genitori e i suoi antenati (vangelo: Mt 1,1-16.18-23).
Credere nei preparativi dell'incarnazione significa credere nella realtà dell'incarnazione e riconoscere la necessità della collaborazione dell'uomo all'attuazione della salvezza del mondo.
Il Beato Giovanni Paolo II (Karol Józef Wojtyła, 1978-2005) concluse la sua omelia, a Frascati l’8/09/1980, nei seguenti termini :
« O Vergine nascente, speranza e aurora di salvezza al mondo intero, / volgi benigna il tuo sguardo materno a noi tutti, / qui riuniti per celebrare e proclamare le tue glorie!
O Vergine fedele, che sei stata sempre pronta e sollecita ad accogliere, conservare e meditare la Parola di Dio, / fa’ che anche noi, in mezzo alle drammatiche vicende della storia, / sappiamo mantenere sempre intatta la nostra fede cristiana, / tesoro prezioso tramandatoci dai Padri!
O Vergine potente, che col tuo piede schiacci il capo del serpente tentatore, / fa’ che realizziamo, giorno dopo giorno, le nostre promesse battesimali, con le quali abbiamo rinunziato a Satana, alle sue opere ed alle sue seduzioni, / e sappiamo dare al mondo una lieta testimonianza della speranza cristiana.
O Vergine clemente, che hai sempre aperto il tuo cuore materno alle invocazioni dell’umanità, talvolta divisa dal disamore ed anche, purtroppo, dall’odio e dalla guerra, fa’ che sappiamo sempre crescere tutti, secondo l’insegnamento del tuo figlio, nell’unità e nella pace, per essere degni figli dell’unico Padre celeste. Amen! »
S. Leonardo Murialdo, grande devoto della Madonna, diceva : “Maria, Madre nostra, è la più amante, la più affettuosa delle madri. È madre di Dio, quindi ottiene tutto. È madre nostra, quindi non ci nega niente. È madre di misericordia: gettiamoci nelle sue braccia”.
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È questo del resto il motivo per cui di Maria soltanto (oltre che di S. Giovanni Battista e naturalmente di Cristo) non si festeggia unicamente la “nascita al cielo”, come avviene per gli altri santi, ma anche la venuta in questo mondo.
In realtà, il meraviglioso di questa nascita non è in ciò che narrano con dovizia di particolari e con ingenuità gli apocrifi, ma piuttosto nel significativo passo innanzi che Dio fa nell'attuazione del suo eterno disegno d'amore. Per questo la festa odierna è stata celebrata con lodi magnifiche da molti santi Padri, che hanno attinto alla loro conoscenza della Bibbia e alla loro sensibilità e ardore poetico. Leggiamo qualche espressione del secondo Sermone sulla Natività di Maria di S. Pier Damiani: “Dio onnipotente, prima che l'uomo cadesse, previde la sua caduta e decise, prima dei secoli, l'umana redenzione. Decise dunque di incarnarsi in Maria”.
Come quasi tutte le solennità principali di Maria anche la Natività è di origine orientale. Nella Chiesa d'occidente l'ha introdotta il papa orientale san Sergio I alla fine del sec. VII. Originariamente doveva essere la festa della dedicazione dell'attuale basilica di sant'Anna in Gerusalemme.
La Tradizione, infatti, indicava quel luogo come la sede dell'umile dimora di Gioacchino ed Anna, lontani discendenti di Davide, genitori di Maria. Occorre cercare in questo culto della Natività di Maria una profonda verità: la venuta dell'uomo-Dio sulla terra fu lungamente preparata dal Padre nel corso dei secoli.
La personalità divina del Salvatore supera infinitamente tutto ciò che l'umanità poteva generare, però la storia dell'umanità fu come un lento e difficile parto delle condizioni necessarie all'Incarnazione del figlio di Dio.
La devozione cristiana ha voluto perciò venerare le persone e gli avvenimenti che hanno preparato la nascita di Cristo sul piano umano e sul piano della grazia: la sua Madre, la nascita di essa, la sua concezione, i suoi genitori e i suoi antenati (vangelo: Mt 1,1-16.18-23).
Credere nei preparativi dell'incarnazione significa credere nella realtà dell'incarnazione e riconoscere la necessità della collaborazione dell'uomo all'attuazione della salvezza del mondo.
Il Beato Giovanni Paolo II (Karol Józef Wojtyła, 1978-2005) concluse la sua omelia, a Frascati l’8/09/1980, nei seguenti termini :
« O Vergine nascente, speranza e aurora di salvezza al mondo intero, / volgi benigna il tuo sguardo materno a noi tutti, / qui riuniti per celebrare e proclamare le tue glorie!
O Vergine fedele, che sei stata sempre pronta e sollecita ad accogliere, conservare e meditare la Parola di Dio, / fa’ che anche noi, in mezzo alle drammatiche vicende della storia, / sappiamo mantenere sempre intatta la nostra fede cristiana, / tesoro prezioso tramandatoci dai Padri!
O Vergine potente, che col tuo piede schiacci il capo del serpente tentatore, / fa’ che realizziamo, giorno dopo giorno, le nostre promesse battesimali, con le quali abbiamo rinunziato a Satana, alle sue opere ed alle sue seduzioni, / e sappiamo dare al mondo una lieta testimonianza della speranza cristiana.
O Vergine clemente, che hai sempre aperto il tuo cuore materno alle invocazioni dell’umanità, talvolta divisa dal disamore ed anche, purtroppo, dall’odio e dalla guerra, fa’ che sappiamo sempre crescere tutti, secondo l’insegnamento del tuo figlio, nell’unità e nella pace, per essere degni figli dell’unico Padre celeste. Amen! »
S. Leonardo Murialdo, grande devoto della Madonna, diceva : “Maria, Madre nostra, è la più amante, la più affettuosa delle madri. È madre di Dio, quindi ottiene tutto. È madre nostra, quindi non ci nega niente. È madre di misericordia: gettiamoci nelle sue braccia”.
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559 - Il bambino che è generato in lei viene dallo Spirito Santo
Genealogia di Gesù Cristo figlio di Davide, figlio di Abramo. Abramo generò Isacco, Isacco generò Giacobbe, Giacobbe generò Giuda e i suoi fratelli, Giuda generò Fares e Zara da Tamar, Fares generò Esrom, Esrom generò Aram, Aram generò Aminadàb, Aminadàb generò Naassòn, Naassòn generò Salmon, Salmon generò Booz da Racab, ooz generò Obed da Rut, Obed generò Iesse, Iesse generò il re Davide.
Davide generò Salomone da quella che era stata la moglie di Uria, Salomone generò Roboamo, Roboamo generò Abia, Abia generò Asaf, Asaf generò Giòsafat, Giòsafat generò Ioram, Ioram generò Ozia, Ozia generò Ioatàm, Ioatàm generò Acaz, Acaz generò Ezechia, Ezechia generò Manasse, Manasse generò Amos, Amos generò Giosia, Giosia generò Ieconia e i suoi fratelli, al tempo della deportazione in Babilonia.
Dopo la deportazione in Babilonia, Ieconia generò Salatièl, Salatièl generò Zorobabele, Zorobabele generò Abiùd, Abiùd generò Eliachìm, Eliachìm generò Azor, Azor generò Sadoc, Sadoc generò Achim, Achim generò Eliùd, Eliùd generò Eleazar, Eleazar generò Mattan, Mattan generò Giacobbe, Giacobbe generò Giuseppe, lo sposo di Maria, dalla quale è nato Gesù, chiamato Cristo.
Così fu generato Gesù Cristo: sua madre Maria, essendo promessa sposa di Giuseppe, prima che andassero a vivere insieme si trovò incinta per opera dello Spirito Santo. Gisepe suo sposo, poiché era uomo giusto e non voleva accusarla pubblicamente, pensò di ripudiarla in segreto. Mentre però stava considerando queste cose, ecco, gli apparve in sogno un angelo del Signore e gli disse: «Giuseppe, figlio di Davide, non temere di prendere con te Maria, tua sposa. Infatti il bambino che è generato in lei viene
dallo Spirito Santo; ella darà alla luce un figlio e tu lo chiamerai Gesù: egli infatti salverà il suo popolo dai suoi peccati». Tutto questo è avvenuto perché si compisse ciò che era stato detto dal Signore per mezzo del profeta: Ecco, la vergine concepirà e darà alla luce un figlio: a lui sarà dato il nome di Emmanuele, che significa Dio con noi.
Questa genealogia si ispira al primo libro delle Cronache 1, 34; 2, 1-15; 3, 1-18; e al libro di Rut 4, 18-22. Per l'ebreo la storia si esprime in termini di genesi, di generazione.
Nella Bibbia c'è una sola storia, quella di una promessa fatta da Dio ad Abramo, padre dei credenti (cfr Is 51, 1-2), manifestatasi nel re Davide (cfr Is 9, 6; 11, 1-9) e adempiuta in Gesù (cfr Gal 3, 28-29). Il primo versetto di questo brano è il titolo della genealogia, ma può essere contemporaneamente il titolo di tutto il vangelo. L'espressione "libro della genesi" richiama il titolo del primo libro della Bibbia e suggerisce che il vangelo è il racconto della nuova creazione. L'evangelista Giovanni si pone sulla stessa linea mettendo all'inizio del suo vangelo le parole "in principio", riprese direttamente dal libro della Genesi 1,1. Come figlio di Davide, Gesù porta a pieno compimento le promesse che Dio aveva fatto per mezzo dei profeti (2Sam 7, 1 ss; Is 7, 14 ss). Come figlio di Abramo realizza perfettamente la promessa fatta al capostipite del popolo di Dio:"In te si diranno benedette tutte le famiglie della terra... Ti renderò molto, molto fecondo; ti farò diventare nazioni e da te nasceranno dei re" (Gen 17, 6; cfr Gal 3, 8-29).
La genealogia mette in evidenza la continuità tra la storia d'Israele e la missione di Gesù e ci prepara a capire il vangelo, secondo il quale la Chiesa fondata da Gesù (Mt 16, 18) è il vero Israele di Dio e l'erede di tutte le sue promesse.
Al versetto 16 la struttura dell'albero genealogico bruscamente si spezza. Stando al susseguirsi delle generazioni precedenti, avremmo dovuto leggere: Giacobbe generò Giuseppe e Giuseppe generò Gesù. Leggiamo invece:"Giacobbe generò Giuseppe, lo sposo di Maria, dalla quale fu generato (da Dio) Gesù chiamato il Cristo". Questo verbo in forma passiva "fu generato" (in greco eghennethe) esprime l'azione di Dio, che verrà richiamata esplicitamente nel brano seguente: "Quel che è generato in lei viene dallo Spirito Santo" (Mt 1, 20). Nel versetto 17 Matteo attribuisce una grande importanza al numero 14. Questo numero è la somma di valori numerici delle tre lettere dell'alfabeto ebraico che formano il nome di Davide (daleth, waw,daleth = 4+6+4). Questo versetto esprime una tesi teologica: sottolineando la cifra di Davide moltiplicata per tre (la cifra tre è simbolica: esprime la realtà dell'uomo nella sua continuità, nel suo permanere nell'essere), Matteo pone l'accento su Davide e sulla continuità della sua discendenza, argomento che svilupperà nel brano seguente. Nella genealogia di Gesù Cristo, Matteo ci ha dato una visione teologica del susseguirsi della generazioni. Ora prosegue questa sua concezione presentando il ruolo e la missione di Giuseppe dal punto di vista di Dio. Giuseppe è un uomo giusto (v. 9). Il suo problema non è principalmente la situazione nuova che si è creata con la sua promessa sposa Maria, ma il suo rapporto con questo bambino che sta per nascere e la responsabilità che egli sente verso di lui. Giuseppe è detto giusto perché sintetizza nella sua persona l'atteggiamento dei giusti dell’Antico Testamento e in particolare quello di Abramo (cfr Mt 1, 20-21 con Gen 17, 19). La giustizia di Giuseppe non è quella "secondo la legge" che autorizza a ripudiare la propria moglie, ma quella "secondo la fede" che chiede a Giuseppe di accettare in Maria l'opera di Dio e del suo Spirito e gli impedisce di attribuirsi i meriti dell'azione di Dio.
Di sua iniziativa Giuseppe non ritiene di poter prendere con sé una persona che Dio si è riservata. Egli si ritira di fronte a Dio, senza contendere, e rinuncia a diventare lo sposo di Maria e il padre del bambino che sta per nascere; per questo decide di rinviare segretamente Maria alla sua famiglia.
Giuseppe è giusto di una giustizia che scopriremo nel seguito del vangelo, quella che si esprime nell'amore dato senza discriminazioni a chi lo merita e a chi non lo merita (Mt 5, 44-48) ed è riassunto nella "regola d'oro": "Tutto quanto volete che gli uomini facciano a voi, anche voi fatelo a loro" (Mt 7, 12). L'uomo giusto è misericordioso come Dio è misericordioso.
La crisi di Giuseppe ha lo stesso significato dell'obiezione di Maria in Luca 1,29. Maria era turbata perché non sapeva che cosa significasse il saluto dell'angelo. Giuseppe è incerto perché non sa spiegarsi ciò che è avvenuto in Maria. Maria può chiedere la spiegazione all'angelo, ma Giuseppe non sa a chi rivolgersi; per questo decide di mettersi in disparte aspettando che qualcuno venga a liberarlo dalle sue perplessità. Matteo mette in rilievo l'identità messianica di Gesù affermando la sua discendenza da Davide, al quale Dio aveva promesso un discendente che avrebbe regnato in eterno sulla casa di Giacobbe (cfr Lc 1, 33; 2Sam 7, 16).
Quindi, secondo la genealogia, Gesù è il discendente di Davide non in virtù di Maria, ma di Giuseppe (v. 16). È per questo che Matteo presenta Giuseppe come destinatario dell'annuncio con il quale gli viene dato l'ordine di prendere Maria con sé e di dare il nome a Gesù. Giuseppe, riconoscendo legalmente Gesù come figlio, lo rende a tutti gli effetti discendente di Davide. Gesù verrà così riconosciuto come figlio di Davide ( Mt 1, 1; 9, 27; 20, 30-31; 21, 9; 22,42).
Il nome di Gesù significa "Dio salva". La promessa di salvezza contenuta nel nome di Gesù viene presentata in termini spirituali come salvezza dai peccati (v. 21). Anche per Luca la salvezza portata da Gesù consiste nella remissione dei peccati (Lc 1, 17). In queste parole c'è il netto rifiuto di un messianismo terreno: Gesù non è venuto a conquistare il regno d'Israele o a liberare la sua nazione dalla dominazione straniera. La singolarità dell'apparizione dell'angelo consiste nel fatto che essa avviene in sogno. Matteo forse presenta Giuseppe secondo il modello del patriarca Giuseppe, viceré d'Egitto (Gen 37, 5 ss). La cosa importante è che l'apparizione dell'angelo chiarisce con sicurezza che la direttiva viene da Dio.
Nel versetto 22 troviamo la prima citazione dell'Antico Testamento. Questa è preceduta dalla formula introduttiva: "Tutto questo avvenne perché si adempisse ciò che era stato detto dal Signore per mezzo del profeta". Con questa espressione Matteo vuol darci l'idea del compimento delle intenzioni di Dio contenute nella Scrittura. È importante notare che attraverso il profeta ha parlato Dio. Con la citazione di Isaia 7, 14 Matteo presenta la generazione di Gesù come un parto verginale. esù quale Emmanuele, Dio con noi, costituisce un motivo centrale del vangelo di Matteo. Questa citazione diIsaia forma un'inclusione con l'ultima frase del vangelo: "Io sono con voi tutti i giorni fino alla fine del mondo" (Mt 28,20).
Padre Lino Pedron
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Davide generò Salomone da quella che era stata la moglie di Uria, Salomone generò Roboamo, Roboamo generò Abia, Abia generò Asaf, Asaf generò Giòsafat, Giòsafat generò Ioram, Ioram generò Ozia, Ozia generò Ioatàm, Ioatàm generò Acaz, Acaz generò Ezechia, Ezechia generò Manasse, Manasse generò Amos, Amos generò Giosia, Giosia generò Ieconia e i suoi fratelli, al tempo della deportazione in Babilonia.
Dopo la deportazione in Babilonia, Ieconia generò Salatièl, Salatièl generò Zorobabele, Zorobabele generò Abiùd, Abiùd generò Eliachìm, Eliachìm generò Azor, Azor generò Sadoc, Sadoc generò Achim, Achim generò Eliùd, Eliùd generò Eleazar, Eleazar generò Mattan, Mattan generò Giacobbe, Giacobbe generò Giuseppe, lo sposo di Maria, dalla quale è nato Gesù, chiamato Cristo.
Così fu generato Gesù Cristo: sua madre Maria, essendo promessa sposa di Giuseppe, prima che andassero a vivere insieme si trovò incinta per opera dello Spirito Santo. Gisepe suo sposo, poiché era uomo giusto e non voleva accusarla pubblicamente, pensò di ripudiarla in segreto. Mentre però stava considerando queste cose, ecco, gli apparve in sogno un angelo del Signore e gli disse: «Giuseppe, figlio di Davide, non temere di prendere con te Maria, tua sposa. Infatti il bambino che è generato in lei viene
dallo Spirito Santo; ella darà alla luce un figlio e tu lo chiamerai Gesù: egli infatti salverà il suo popolo dai suoi peccati». Tutto questo è avvenuto perché si compisse ciò che era stato detto dal Signore per mezzo del profeta: Ecco, la vergine concepirà e darà alla luce un figlio: a lui sarà dato il nome di Emmanuele, che significa Dio con noi.
Questa genealogia si ispira al primo libro delle Cronache 1, 34; 2, 1-15; 3, 1-18; e al libro di Rut 4, 18-22. Per l'ebreo la storia si esprime in termini di genesi, di generazione.
Nella Bibbia c'è una sola storia, quella di una promessa fatta da Dio ad Abramo, padre dei credenti (cfr Is 51, 1-2), manifestatasi nel re Davide (cfr Is 9, 6; 11, 1-9) e adempiuta in Gesù (cfr Gal 3, 28-29). Il primo versetto di questo brano è il titolo della genealogia, ma può essere contemporaneamente il titolo di tutto il vangelo. L'espressione "libro della genesi" richiama il titolo del primo libro della Bibbia e suggerisce che il vangelo è il racconto della nuova creazione. L'evangelista Giovanni si pone sulla stessa linea mettendo all'inizio del suo vangelo le parole "in principio", riprese direttamente dal libro della Genesi 1,1. Come figlio di Davide, Gesù porta a pieno compimento le promesse che Dio aveva fatto per mezzo dei profeti (2Sam 7, 1 ss; Is 7, 14 ss). Come figlio di Abramo realizza perfettamente la promessa fatta al capostipite del popolo di Dio:"In te si diranno benedette tutte le famiglie della terra... Ti renderò molto, molto fecondo; ti farò diventare nazioni e da te nasceranno dei re" (Gen 17, 6; cfr Gal 3, 8-29).
La genealogia mette in evidenza la continuità tra la storia d'Israele e la missione di Gesù e ci prepara a capire il vangelo, secondo il quale la Chiesa fondata da Gesù (Mt 16, 18) è il vero Israele di Dio e l'erede di tutte le sue promesse.
Al versetto 16 la struttura dell'albero genealogico bruscamente si spezza. Stando al susseguirsi delle generazioni precedenti, avremmo dovuto leggere: Giacobbe generò Giuseppe e Giuseppe generò Gesù. Leggiamo invece:"Giacobbe generò Giuseppe, lo sposo di Maria, dalla quale fu generato (da Dio) Gesù chiamato il Cristo". Questo verbo in forma passiva "fu generato" (in greco eghennethe) esprime l'azione di Dio, che verrà richiamata esplicitamente nel brano seguente: "Quel che è generato in lei viene dallo Spirito Santo" (Mt 1, 20). Nel versetto 17 Matteo attribuisce una grande importanza al numero 14. Questo numero è la somma di valori numerici delle tre lettere dell'alfabeto ebraico che formano il nome di Davide (daleth, waw,daleth = 4+6+4). Questo versetto esprime una tesi teologica: sottolineando la cifra di Davide moltiplicata per tre (la cifra tre è simbolica: esprime la realtà dell'uomo nella sua continuità, nel suo permanere nell'essere), Matteo pone l'accento su Davide e sulla continuità della sua discendenza, argomento che svilupperà nel brano seguente. Nella genealogia di Gesù Cristo, Matteo ci ha dato una visione teologica del susseguirsi della generazioni. Ora prosegue questa sua concezione presentando il ruolo e la missione di Giuseppe dal punto di vista di Dio. Giuseppe è un uomo giusto (v. 9). Il suo problema non è principalmente la situazione nuova che si è creata con la sua promessa sposa Maria, ma il suo rapporto con questo bambino che sta per nascere e la responsabilità che egli sente verso di lui. Giuseppe è detto giusto perché sintetizza nella sua persona l'atteggiamento dei giusti dell’Antico Testamento e in particolare quello di Abramo (cfr Mt 1, 20-21 con Gen 17, 19). La giustizia di Giuseppe non è quella "secondo la legge" che autorizza a ripudiare la propria moglie, ma quella "secondo la fede" che chiede a Giuseppe di accettare in Maria l'opera di Dio e del suo Spirito e gli impedisce di attribuirsi i meriti dell'azione di Dio.
Di sua iniziativa Giuseppe non ritiene di poter prendere con sé una persona che Dio si è riservata. Egli si ritira di fronte a Dio, senza contendere, e rinuncia a diventare lo sposo di Maria e il padre del bambino che sta per nascere; per questo decide di rinviare segretamente Maria alla sua famiglia.
Giuseppe è giusto di una giustizia che scopriremo nel seguito del vangelo, quella che si esprime nell'amore dato senza discriminazioni a chi lo merita e a chi non lo merita (Mt 5, 44-48) ed è riassunto nella "regola d'oro": "Tutto quanto volete che gli uomini facciano a voi, anche voi fatelo a loro" (Mt 7, 12). L'uomo giusto è misericordioso come Dio è misericordioso.
La crisi di Giuseppe ha lo stesso significato dell'obiezione di Maria in Luca 1,29. Maria era turbata perché non sapeva che cosa significasse il saluto dell'angelo. Giuseppe è incerto perché non sa spiegarsi ciò che è avvenuto in Maria. Maria può chiedere la spiegazione all'angelo, ma Giuseppe non sa a chi rivolgersi; per questo decide di mettersi in disparte aspettando che qualcuno venga a liberarlo dalle sue perplessità. Matteo mette in rilievo l'identità messianica di Gesù affermando la sua discendenza da Davide, al quale Dio aveva promesso un discendente che avrebbe regnato in eterno sulla casa di Giacobbe (cfr Lc 1, 33; 2Sam 7, 16).
Quindi, secondo la genealogia, Gesù è il discendente di Davide non in virtù di Maria, ma di Giuseppe (v. 16). È per questo che Matteo presenta Giuseppe come destinatario dell'annuncio con il quale gli viene dato l'ordine di prendere Maria con sé e di dare il nome a Gesù. Giuseppe, riconoscendo legalmente Gesù come figlio, lo rende a tutti gli effetti discendente di Davide. Gesù verrà così riconosciuto come figlio di Davide ( Mt 1, 1; 9, 27; 20, 30-31; 21, 9; 22,42).
Il nome di Gesù significa "Dio salva". La promessa di salvezza contenuta nel nome di Gesù viene presentata in termini spirituali come salvezza dai peccati (v. 21). Anche per Luca la salvezza portata da Gesù consiste nella remissione dei peccati (Lc 1, 17). In queste parole c'è il netto rifiuto di un messianismo terreno: Gesù non è venuto a conquistare il regno d'Israele o a liberare la sua nazione dalla dominazione straniera. La singolarità dell'apparizione dell'angelo consiste nel fatto che essa avviene in sogno. Matteo forse presenta Giuseppe secondo il modello del patriarca Giuseppe, viceré d'Egitto (Gen 37, 5 ss). La cosa importante è che l'apparizione dell'angelo chiarisce con sicurezza che la direttiva viene da Dio.
Nel versetto 22 troviamo la prima citazione dell'Antico Testamento. Questa è preceduta dalla formula introduttiva: "Tutto questo avvenne perché si adempisse ciò che era stato detto dal Signore per mezzo del profeta". Con questa espressione Matteo vuol darci l'idea del compimento delle intenzioni di Dio contenute nella Scrittura. È importante notare che attraverso il profeta ha parlato Dio. Con la citazione di Isaia 7, 14 Matteo presenta la generazione di Gesù come un parto verginale. esù quale Emmanuele, Dio con noi, costituisce un motivo centrale del vangelo di Matteo. Questa citazione diIsaia forma un'inclusione con l'ultima frase del vangelo: "Io sono con voi tutti i giorni fino alla fine del mondo" (Mt 28,20).
Padre Lino Pedron
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mercoledì 7 settembre 2011
558 - Il più grande dono che Dio potesse fare agli uomini
Quando lo ricevi, digli: Signore, spero in Te; ti adoro, ti amo, aumenta la mia fede. Sii il sostegno della mia debolezza, Tu che sei rimasto nell'Eucaristia, inerme, per porre rimedio alla debolezza delle creature. (Forgia, 832)
Non faccio davvero una scoperta se dico che alcuni cristiani hanno un'idea assai povera della Santa Messa, e che altri la vedono solo come un rito esteriore, se non addirittura come una forma di convenzionalismo. È la meschinità del nostro cuore che ci fa accogliere come per abitudine il più grande dono che Dio potesse fare agli uomini. Nella Messa — in questa Messa che stiamo celebrando adesso — interviene in modo particolare, ripeto, la Santissima Trinità. Per corrispondere a tanto amore ci si richiede una totale donazione, del corpo e dell'anima: noi infatti ascoltiamo Dio, gli parliamo, lo vediamo, lo gustiamo. E quando le parole non ci sembrano sufficienti cantiamo, incitando la nostra lingua — Pange,lingua! — a proclamare davanti a tutta l'umanità le meraviglie del Signore.
Vivere la Santa Messa significa rimanere in preghiera continua, con la convinzione che per ciascuno di noi si tratta di un incontro personale con Dio: lo adoriamo, lo lodiamo, gli chiediamo tante cose, lo ringraziamo, facciamo atti di riparazione per i nostri peccati, ci purifichiamo, ci sentiamo una cosa sola, in Cristo, con tutti i cristiani. (E' Gesù che passa, nn. 87-88)
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Non faccio davvero una scoperta se dico che alcuni cristiani hanno un'idea assai povera della Santa Messa, e che altri la vedono solo come un rito esteriore, se non addirittura come una forma di convenzionalismo. È la meschinità del nostro cuore che ci fa accogliere come per abitudine il più grande dono che Dio potesse fare agli uomini. Nella Messa — in questa Messa che stiamo celebrando adesso — interviene in modo particolare, ripeto, la Santissima Trinità. Per corrispondere a tanto amore ci si richiede una totale donazione, del corpo e dell'anima: noi infatti ascoltiamo Dio, gli parliamo, lo vediamo, lo gustiamo. E quando le parole non ci sembrano sufficienti cantiamo, incitando la nostra lingua — Pange,lingua! — a proclamare davanti a tutta l'umanità le meraviglie del Signore.
Vivere la Santa Messa significa rimanere in preghiera continua, con la convinzione che per ciascuno di noi si tratta di un incontro personale con Dio: lo adoriamo, lo lodiamo, gli chiediamo tante cose, lo ringraziamo, facciamo atti di riparazione per i nostri peccati, ci purifichiamo, ci sentiamo una cosa sola, in Cristo, con tutti i cristiani. (E' Gesù che passa, nn. 87-88)
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557 - Preghiera del mattino
In questa vita nascosta in Dio, io sono già seduto alla destra del Padre.
Il mio spirito è già attratto verso le cose di lassù e tu mi hai spogliato dell'uomo vecchio e mi hai rivestito dell'uomo nuovo.
Non ci sei che tu, Cristo, tutto in tutti.
Ti prego, questa mattina: radicami per sempre in quella vita che rifiuta di essere tributaria dello spirito malvagio, degli inganni molteplici della tentazione.
Perché prolungare la mia vita di peccatore, quando la tua voce dolce mi chiama a una vita pura, secondo il Vangelo?
Ogni giorno io voglio benedire e lodare il tuo nome, ora e sempre.
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Il mio spirito è già attratto verso le cose di lassù e tu mi hai spogliato dell'uomo vecchio e mi hai rivestito dell'uomo nuovo.
Non ci sei che tu, Cristo, tutto in tutti.
Ti prego, questa mattina: radicami per sempre in quella vita che rifiuta di essere tributaria dello spirito malvagio, degli inganni molteplici della tentazione.
Perché prolungare la mia vita di peccatore, quando la tua voce dolce mi chiama a una vita pura, secondo il Vangelo?
Ogni giorno io voglio benedire e lodare il tuo nome, ora e sempre.
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