domenica 17 marzo 2013

Chi di voi è senza peccato, getti per primo la pietra contro di lei

Gv 8,1-11 
Gesù si avviò verso il monte degli Ulivi. Ma al mattino si recò di nuovo nel tempio e tutto il popolo andava da lui. Ed egli sedette e si mise a insegnare loro. Allora gli scribi e i farisei gli condussero una donna sorpresa in adulterio, la posero in mezzo e gli dissero: «Maestro, questa donna è stata sorpresa in flagrante adulterio. Ora Mosè, nella Legge, ci ha comandato di lapidare donne come questa. Tu che ne dici?». Dicevano questo per metterlo alla prova e per avere motivo di accusarlo. Ma Gesù si chinò e si mise a scrivere col dito per terra. Tuttavia, poiché insistevano nell'interrogarlo, si alzò e disse loro: «Chi di voi è senza peccato, getti per primo la pietra contro di lei». E, chinatosi di nuovo, scriveva per terra. Quelli, udito ciò, se ne andarono uno per uno, cominciando dai più anziani. Lo lasciarono solo, e la donna era là in mezzo. Allora Gesù si alzò e le disse: «Donna, dove sono? Nessuno ti ha condannata?». Ed ella rispose: «Nessuno, Signore». E Gesù disse: «Neanch'io ti condanno; va' e d'ora in poi non peccare più». 

L'inserzione di questo brano interrompe l'unità dei due atti drammatici, incentrati l'uno sulla messianicità di Gesù (Gv 7) e l'altro sulla sua divinità (Gv 8,12-57). Il Cristo di Gv 8,1-11 appare molto più simile a quello dei sinottici, e in modo particolare al Gesù di Luca, che a quello del vangelo di Giovanni. Gli scribi e i farisei nel loro cuore hanno già condannato la povera donna colta in fallo. La conducono da Gesù solo per tendergli un tranello. La legge giudaica è molto esplicita su questa materia: l'adultera deve morire. 
Ora, se Gesù assolve la peccatrice si mette contro la Legge e quindi si condanna da solo; se si mostra giudice severo si scredita davanti a tutti, rinnegando la sua dottrina su Dio clemente e misericordioso. La domanda degli scribi e dei farisei si rivela molto abile e astuta. Gesù però non abbocca, ma, chinatosi, scriveva sulla terra col dito. 
Secondo alcuni esegeti, Gesù voleva ricordare simbolicamente Geremia 17,13: "Quanti si allontanano da te saranno scritti nella polvere, perché hanno abbandonato la fonte di acqua viva, il Signore". Forse Gesù, con il gesto di scrivere, ha voluto manifestare il suo desiderio di non intervenire o di non mostrare la sua indignazione per la loro ipocrisia. 
"Chi di voi è senza peccato, scagli per primo la pietra contro di lei". Questa risposta degna del Figlio di Dio per la saggezza, la semplicità e la profondità toglie agli avversari ogni argomento per condannare sia l'adultera, sia Gesù. Come può un peccatore infierire contro un altro peccatore? L'espressione "scagli la prima pietra" ricorda Dt 13,10 dove si ordina che i testimoni oculari devono dare inizio all'esecuzione della condanna a morte. 
Dopo una risposta tanto saggia, Gesù si china di nuovo per scrivere sulla terra. Questo gesto vuol porre i giudici dinanzi alle loro responsabilità e invitarli a una decisione sincera e libera. I presenti riconoscono di essere peccatori e se ne vanno. L'accenno ai più anziani vuole insinuare che costoro erano più assennati e capirono per primi la lezione. Forse c'è una constatazione salace: col crescere degli anni si accumulano anche i peccati. 
In questo racconto c'è un'eco della storia di Susanna (Dn 13), nella quale gli anziani che tentarono di sedurre la donna sono presentati come uomini perversi, invecchiati nel male, pieni di peccati e di iniquità. Eclissatisi gli accusatori, sulla scena rimangono solo Gesù e la donna. Ma il Figlio dell'uomo non è venuto per condannare, ma per salvare (cfr Gv 3,17). Dio non vuole la morte del peccatore, ma la sua conversione, perché viva felice (Ez 18,23; 33,11; Sap 11,23.26). L'esortazione a non peccare più era già stata rivolta anche all'infermo guarito presso la piscina di Betzaetà (cfr Gv 5,14): la misericordia e il perdono non minimizzano la gravità del peccato. 
Questo brano contiene un dramma di squisita bellezza, nel quale sono posti a confronto una fragile creatura e l'unico uomo senza peccato. La povera peccatrice appare in tutta la miseria della sua colpa: non solo ha perso pubblicamente l'onore, ma sta per perdere anche la vita. 
La drammaticità della scena è data soprattutto dal confronto tra la miseria della creatura e la santità del Cristo, che si manifesta misericordia infinita. In antitesi con gli scribi e i farisei, spietati nell'applicare la legge di Mosè contro l'adultera, Gesù si manifesta come la misericordia incarnata e pronuncia un giudizio di assoluzione piena: "Neppure io ti condanno". 
Sant'Agostino ha commentato la scena con una frase lapidaria: "Relicti sunt duo, misera et misericordia", "rimasero in due, la misera (donna) e la misericordia (Cristo). Gesù non giudica nessuno (cfr Gv 8,15) perché è venuto a salvare l'umanità peccatrice (cfr Gv 3,17; 12,47). Egli è l'Agnello di Dio che toglie il peccato del mondo (cfr Gv 1,29; 4,42; 1Gv 4,14). 
Padre Lino Pedron
------

Preghiera del mattino del 17/III/2013

Fa', o Signore, che proviamo in questo giorno la gioia della tua misericordia. 
Ristabilisci in noi la nostra vera natura: che nessun peccato, nostro o di un altro, ci scandalizzi tanto da impedirci di vivere nella tua vicinanza o nella vicinanza dei nostri fratelli. 
Concedi che tra le meschinità che soffocano la vita quotidiana possiamo vivere il perdono, in modo che coloro che non ti conoscono si sentano attirati da questa novità, così umana, così generatrice di vita, che non può avere origine che da te solo, che sei così grande.
-----

sabato 16 marzo 2013

Il Cristo viene forse dalla Galilea?

Gv 7,40-53 
All'udire queste parole, alcuni fra la gente dicevano: «Costui è davvero il profeta!». Altri dicevano: «Costui è il Cristo!». Altri invece dicevano: «Il Cristo viene forse dalla Galilea? Non dice la Scrittura: Dalla stirpe di Davide e da Betlemme, il villaggio di Davide, verrà il Cristo?». E tra la gente nacque un dissenso riguardo a lui. Alcuni di loro volevano arrestarlo, ma nessuno mise le mani su di lui.  Le guardie tornarono quindi dai capi dei sacerdoti e dai farisei e questi dissero loro: «Perché non lo avete condotto qui?». Risposero le guardie: «Mai un uomo ha parlato così!». Ma i farisei replicarono loro: «Vi siete lasciati ingannare anche voi? Ha forse creduto in lui qualcuno dei capi o dei farisei? Ma questa gente, che non conosce la Legge, è maledetta!». Allora Nicodèmo, che era andato precedentemente da Gesù, ed era uno di loro, disse: «La nostra Legge giudica forse un uomo prima di averlo ascoltato e di sapere ciò che fa?». Gli risposero: «Sei forse anche tu della Galilea? Studia, e vedrai che dalla Galilea non sorge profeta!». E ciascuno tornò a casa sua. 

La parola "Cristo" indica il "consacrato" di Dio, che avrebbe realizzato le attese definitive del popolo di Dio, portando la pace e la pienezza dei beni della salvezza. 
Non tutti gli ascoltatori di Gesù vedono in lui il Cristo: alcuni ritengono impossibile tale riconoscimento per la sua provenienza dalla Galilea: la Scrittura infatti è molto esplicita a questo riguardo (cfr Gv 7,41-42). Nella scena finale di questo capitolo, i sommi sacerdoti e i farisei argomentano allo stesso modo. 
La sentenza dei capi: "Dalla Galilea non sorge profeta" (v. 52) chiude l'ultimo atto di questo dramma sull'origine del Messia. In Gv 7,30 vi era già stato un tentativo per arrestare Gesù; esso però era andato a vuoto perché non era ancora giunta l'ora della sua passione e risurrezione. Anche in 7,44 il tentativo dei giudei non riesce. La risposta delle guardie mette in risalto il fascino che emanava da Gesù. Nella loro semplicità questi uomini sono presi da stupore e da ammirazione per le parole di Gesù. 
I farisei invece reagiscono con stizza e manifestano apertamente la loro animosità e il loro accecamento. Per essi Gesù è un seduttore che abbindola la gente ignorante (cfr Gv 7,12; Mt 27,63). L'arroganza dei farisei raggiunge il colmo quando considera maledetto il popolo che non conosce la Legge: si trattava di contadini, di analfabeti, di servi. Questo disprezzo dei dotti per gli ignoranti e gli umili è bene documentato negli scritti giudaici. 
Non tutti i capi però condividevano questo atteggiamento ostile dei sommi sacerdoti e dei farisei. Nicodemo dissentì dal giudizio dei suoi colleghi ed ebbe il coraggio di prendere le difese di Gesù appellandosi alla legge mosaica. Nella Legge è prescritto di ascoltare le cause di tutti i fratelli senza avere riguardi personali (Lv 19,15; Dt 1,16-17) e di indagare con diligenza per evitare false testimonianze (Dt 19,15-20). 
I capi del popolo reagiscono alla contestazione di Nicodemo circa la legalità del loro atteggiamento e lasciano trasparire sdegno e irritazione. In merito all'origine del Messia la Scrittura è chiara: il Cristo è un discendente di Davide (2Sam 7,12-16; Is 11,1- 2; Ger 23,5-6; 33,15; Sal 89,5.37) e deve sorgere da Betlemme di Giudea (Mi 5,1). 
Quindi il profeta di Nazaret non poteva essere assolutamente il Messia. Giovanni ora può chiudere questa parte dello scontro tra Gesù e le autorità giudaiche, facendoci capire che la vita di Gesù è ormai volta verso l'epilogo della croce. 
Padre Lino Pedron
-----

Preghiera del mattino del 16/III/2013

Signore, tu mi mandi oggi per fare il bene e difendere coloro che in un modo o nell'altro sono stati lesi. 
Insegnami ad oppormi ad ogni giudizio di cui sarò testimone, sia che abbia come vittime singoli individui oppure gruppi o nazioni. 
Aiutami ad essere solidale con tutti gli uomini, poveri e feriti, e a fare del bene a tutti.
-----

venerdì 15 marzo 2013

Lo spirito di mortificazione

Lo spirito di mortificazione, più che una manifestazione d'Amore, scaturisce come una delle sue conseguenze. Se cedi in queste piccole prove, riconoscilo, viene meno il tuo amore per l'Amore. (Solco, 981) 

Penitenza, per i genitori e, in genere, per chi ha un compito di direzione o educativo, è correggere quando è necessario, secondo il tipo di errore e le condizioni di chi deve essere aiutato, passando sopra ai soggettivismi sciocchi e sentimentali. 
Lo spirito di penitenza induce a non attaccarsi disordinatamente al monumentale abbozzo di progetti futuri, nel quale abbiamo già previsto quali saranno le nostre mosse e le nostre pennellate da maestro. Com'è contento il Signore quando sappiamo rinunciare ai nostri sgorbi e alle nostre macchie pseudomagistrali, e consentiamo a Lui di aggiungere i tratti e i colori che preferisce! (Amici di Dio, 138)
------

Cercavano di arrestare Gesù, ma non era ancora giunta la sua ora.

Gv 7,1-2.10.25-30 
Dopo questi fatti, Gesù se ne andava per la Galilea; infatti non voleva più percorrere la Giudea, perché i Giudei cercavano di ucciderlo. Si avvicinava intanto la festa dei Giudei, quella delle Capanne. Ma quando i suoi fratelli salirono per la festa, vi salì anche lui: non apertamente, ma quasi di nascosto. Intanto alcuni abitanti di Gerusalemme dicevano: «Non è costui quello che cercano di uccidere? Ecco, egli parla liberamente, eppure non gli dicono nulla. I capi hanno forse riconosciuto davvero che egli è il Cristo? Ma costui sappiamo di dov'è; il Cristo invece, quando verrà, nessuno saprà di dove sia». Gesù allora, mentre insegnava nel tempio, esclamò: «Certo, voi mi conoscete e sapete di dove sono. Eppure non sono venuto da me stesso, ma chi mi ha mandato è veritiero, e voi non lo conoscete. Io lo conosco, perché vengo da lui ed egli mi ha mandato». Cercavano allora di arrestarlo, ma nessuno riuscì a mettere le mani su di lui, perché non era ancora giunta la sua ora. 

Con questo capitolo inizia un nuovo atto della vita di Gesù: dalla Galilea si trasferisce nella Giudea, a Gerusalemme o nei dintorni di essa. 
La Festa delle Capanne nel Nuovo Testamento è ricordata solo qui. Si celebrava all'inizio dell'autunno; durava una settimana. In essa si ringraziava il Signore per i raccolti dei campi, e si invocava la pioggia. Durante questa settimana festiva i giudei vivevano nelle capanne, costruite nelle piazzette e sui terrazzi di Gerusalemme, per ricordare il soggiorno degli ebrei nel deserto durante l'esodo. Inoltre si celebravano processioni dalla fontana di Sìloe, dove si attingeva l'acqua, fino al tempio. Infine si dava molta importanza all'illuminazione notturna del tempio. 
Solo dopo la partenza dei suoi parenti, Gesù si reca a Gerusalemme, in forma privata. Egli ha rifiutato la suggestione tentatrice dei parenti di far mostra di sé, di dare spettacolo. 
L'ingresso trionfale del Messia in Gerusalemme è riservato ad altro tempo, quando giungerà la sua ora (cf. Gv 12,12ss). I capi del popolo cercano Gesù per eliminarlo. La gente emette giudizi opposti sul suo conto: alcuni simpatizzano, altri lo considerano un seduttore. Ma la gente ha paura dei capi. Nel seguito del Vangelo, il cieco miracolato sarà uno dei pochi che renderà testimonianza a Gesù davanti ai capi del popolo, senza temere le loro rappresaglie (Gv 9,13ss e 24ss). 
Gli abitanti di Gerusalemme sono al corrente del disegno omicida dei capi, per questo si meravigliano che Gesù parli liberamente in pubblico. Essi conoscono bene la teologia messianica e sanno che l'origine di Gesù dalla Galilea è una prova decisiva per escludere la sua messianicità. Ma l'origine di Gesù è un autentico mistero. Nonostante la sua apparente origine dalla Galilea, la patria terrena di Gesù è la Giudea; inoltre la fonte della sua vita e della sua missione non è un uomo, ma Dio. 
Gesù riprende, a voce alta e con linguaggio ironico, le precedenti espressione degli abitanti di Gerusalemme sulla loro conoscenza della sua identità e della sua origine. Questi giudei sono molto sicuri della loro scienza, ma vivono nella più completa ignoranza della vera natura di Gesù. In questo contesto Gesù insinua la sua origine divina, proclamando di non essere venuto da sé, ma di essere stato inviato dal Verace. 
Colui che ha mandato Gesù è verace, cioè non inganna e si rivela in modo autentico nel suo inviato. Questa persona verace purtroppo non è conosciuta dai giudei; anche se si considerano figli di Dio, essi sono figli del diavolo omicida (cf. Gv 8,39-44) perché compiono le opere del padre loro cercando di uccidere Gesù. 
L'ignoranza di Dio e del suo inviato da parte dei nemici di Gesù è una tragica realtà, riconosciuta anche nei discorsi dell'ultima cena (cf. Gv 16,3; 17,25). I nemici di Gesù non possono catturarlo perché non è ancora giunto il tempo della sua morte e risurrezione. 
Padre Lino Pedron
-----

Preghiera del mattino del 15/III/2013

Signore, fa' che oggi io sappia giudicare tutte le cose con un giudizio equo, secondo il tuo pensiero, che io sappia riconoscere tutti quelli che mi mandi, e non limitare la mia fede al conformismo e ai segni esteriori. 
Concedimi il coraggio di essere tuo testimone per mezzo della parola e del compimento del bene. 
Resta con me, e non permettere che io mi allontani da te.
----

Angelo Custode/18

Che la calma e la gioia regnino nella tua vita. 
La tua preghiera permanente ne sarà facilitata. 
Calma e gioia non sono infatti una forma di preghiera? 
Queste espressioni sovrane della vita si aprono naturalmente all'adorazione, sotto forma di slanci spontanei che scaturiscono a momenti dal cuore. 
Cospargi i tuoi giorni con queste scintille d’oro di calma e di gioia.
----

giovedì 14 marzo 2013

Angelo Custode/17

Gesù veglia su di noi. 
Non aver mai paura; il timore, salvo il timore di Dio, è sconosciuto dal vero discepolo. 
Non dubitare mai del suo amore e della sua potenza. 
Persevera. 
La vittoria è talvolta molto lenta, a tuo avviso, a venire. 
La perseveranza sfocia sempre nella vittoria. 
Ricerca senza sosta il Signore, offrigli costantemente il tuo amore. 
E che la sua gioia dimori in te.
------

Angelo Custode/16

A Pietro e agli apostoli, Gesù ha donato il potere di “legare e sciogliere”. 
A Pietro solo, ha rimesso “le chiavi del Regno dei Cieli” (Mt 16,18). 
Queste chiavi danno a Pietro l’autorità per governare la Chiesa; per legare e sciogliere, gli apostoli devono essere in comunione con Pietro; i vescovi, successori degli apostoli, con il Papa, successore di Pietro. 
In caso di dubbio, porta il tuo sguardo verso il Papa; lui solo detiene il potere delle chiavi.
----

Papa Francesco: E adesso, incominciamo questo cammino


Fratelli e sorelle, buonasera!
Voi sapete che il dovere del Conclave era di dare un Vescovo a Roma. Sembra che i miei fratelli Cardinali siano andati a prenderlo quasi alla fine del mondo … ma siamo qui … Vi ringrazio dell’accoglienza. La comunità diocesana di Roma ha il suo Vescovo: grazie! E prima di tutto, vorrei fare una preghiera per il nostro Vescovo emerito, Benedetto XVI. Preghiamo tutti insieme per lui, perché il Signore lo benedica e la Madonna lo custodisca.

[Recita del Padre Nostro, dell’Ave Maria e del Gloria al Padre]

E adesso, incominciamo questo cammino: Vescovo e popolo. Questo cammino della Chiesa di Roma, che è quella che presiede nella carità tutte le Chiese. Un cammino di fratellanza, di amore, di fiducia tra noi. Preghiamo sempre per noi: l’uno per l’altro. Preghiamo per tutto il mondo, perché ci sia una grande fratellanza. Vi auguro che questo cammino di Chiesa, che oggi incominciamo e nel quale mi aiuterà il mio Cardinale Vicario, qui presente, sia fruttuoso per l’evangelizzazione di questa città tanto bella!
E adesso vorrei dare la Benedizione, ma prima – prima, vi chiedo un favore: prima che il vescovo benedica il popolo, vi chiedo che voi preghiate il Signore perché mi benedica: la preghiera del popolo, chiedendo la Benedizione per il suo Vescovo. Facciamo in silenzio questa preghiera di voi su di me.
Adesso darò la Benedizione a voi e a tutto il mondo, a tutti gli uomini e le donne di buona volontà.

« Sancti Apostoli Petrus et Paulus, de quorum potestate et auctoritate confidimus, ipsi intercedant pro nobis ad Dominum.
Precibus et meritis beatæ Mariae semper Virginis, beati Michaelis Archangeli, beati Ioannis Baptistæ et sanctorum Apostolorum Petri et Pauli et omnium Sanctorum misereatur vestri omnipotens Deus et dimissis omnibus peccatis vestris, perducat vos Iesus Christus ad vitam æternam.
Indulgentiam, absolutionem et remissionem omnium peccatorum vestrorum, spatium verae et fructuosae pænitentiæ, cor semper pænitens et emendationem vitae, gratiam et consultationem sancti Spiritus et finalem perseverantiam in bonis operibus, tribuat vobis omnipotens et misericors Dominus. 
Et benedictio Dei omnipotentis: † Patris et Filii et Spiritus sancti descendat super vos et maneat semper. »

Fratelli e sorelle, vi lascio. Grazie tante dell’accoglienza. Pregate per me e a presto! Ci vediamo presto: domani voglio andare a pregare la Madonna, perché custodisca tutta Roma. Buona notte e buon riposo!
----

Preghiera del mattino del 14/III/2013

Padre nostro che sei nei cieli, ti ringrazio di averci dato tuo figlio, Gesù Cristo. 
Ti ringrazio di aver mandato i profeti che l'hanno annunciato, e gli apostoli che hanno testimoniato di lui. 
Ti prego, Signore, rendi salda la mia fede e concedimi occhi capaci di vedere la tua verità. 
Aiutami a cercare la tua volontà e non la gloria umana. 
Non permettere che io mi allontani da te. 
------

mercoledì 13 marzo 2013

Epistolario di san Pio/16

67) E dove sta Gesù non vi può essere sconfitta e ne il di lui dispiacere. 

68) Ti lascio nel cuore di Gesù ed in lui troviamoci spesso. 

69)Egli sa chi noi siamo e ci stenderà la sua paterna mano nei cattivi passi, acciocche' nessuna cosa ci trattenga per correre a Lui veloci. 

70) O Dio, voi siete il mio Dio, ed io mi confiderò in voi; mi assisterete e sarete il mio rifugio. 
------

Come il Padre risuscita i morti e dà la vita, così anche il Figlio dà la vita a chi egli vuole

Gv 5,17-30 
Ma Gesù disse loro: «Il Padre mio agisce anche ora e anch'io agisco». Per questo i Giudei cercavano ancor più di ucciderlo, perché non soltanto violava il sabato, ma chiamava Dio suo Padre, facendosi uguale a Dio. Gesù riprese a parlare e disse loro: «In verità, in verità io vi dico: il Figlio da se stesso non può fare nulla, se non ciò che vede fare dal Padre; quello che egli fa, anche il Figlio lo fa allo stesso modo. Il Padre infatti ama il Figlio, gli manifesta tutto quello che fa e gli manifesterà opere ancora più grandi di queste, perché voi ne siate meravigliati. Come il Padre risuscita i morti e dà la vita, così anche il Figlio dà la vita a chi egli vuole. Il Padre infatti non giudica nessuno, ma ha dato ogni giudizio al Figlio, perché tutti onorino il Figlio come onorano il Padre. Chi non onora il Figlio, non onora il Padre che lo ha mandato. In verità, in verità io vi dico: chi ascolta la mia parola e crede a colui che mi ha mandato, ha la vita eterna e non va incontro al giudizio, ma è passato dalla morte alla vita. In verità, in verità io vi dico: viene l'ora - ed è questa - in cui i morti udranno la voce del Figlio di Dio e quelli che l'avranno ascoltata, vivranno. Come infatti il Padre ha la vita in se stesso, così ha concesso anche al Figlio di avere la vita in se stesso, e gli ha dato il potere di giudicare, perché è Figlio dell'uomo. Non meravigliatevi di questo: viene l'ora in cui tutti coloro che sono nei sepolcri udranno la sua voce e usciranno, quanti fecero il bene per una risurrezione di vita e quanti fecero il male per una risurrezione di condanna. Da me, io non posso fare nulla. Giudico secondo quello che ascolto e il mio giudizio è giusto, perché non cerco la mia volontà, ma la volontà di colui che mi ha mandato. 

Per la tradizione rabbinica, solo Dio era dispensato dal riposo del sabato. Infatti, poiché l'uomo nasce e muore anche in giorno di sabato, Dio deve sempre dare la vita e giudicare. Egli, in questo giorno, non può rimanere inattivo, senza guidare la storia e il destino degli uomini, altrimenti il mondo avrebbe fine e sfuggirebbe al suo controllo. Questo è il senso della difesa che Gesù pronuncia davanti ai giudei: egli, come Figlio di Dio, ha gli stessi diritti divini del Padre. 
Va notato che il verbo operare è usato al presente e in senso assoluto sia per il Padre che per il Figlio, e indica uguaglianza e unica coordinazione nell'operare. 
Circa la controversia sul sabato, dunque, Giovanni chiarisce che la discussione di Gesù non verte tanto sulla relatività della legge del riposo, ma sulla sua personale autorità, che è superiore all'osservanza del precetto. 
Egli intende far riscoprire il senso profondo e teologico del sabato, riproponendo il valore di Dio e della salvezza. 
Se Gesù opera in giorno di sabato è perché egli, che è Figlio di Dio, è in relazione col Padre e ne segue l'agire. Come il Padre è superiore al sabato e può lavorare anche in questo giorno, anzi può operare sempre, così Gesù, essendo uguale al Padre (v. 18), è padrone del sabato e può affermare: "Il Padre mio opera continuamente e anch'io opero" (v. 17). 
Per Gesù, dare la vita e la libertà interiore all'uomo, non è trasgredire il sabato, ma realizzarlo in pienezza secondo la volontà del Padre. 
Gesù è il Figlio del Padre, l'inviato per la salvezza dell'uomo, colui che compie la stessa attività di Dio, incarnandone la volontà e il progetto. Essere con Gesù è essere con Dio. 
Agire contro Gesù è agire contro Dio. 
Ascoltare la parola di Gesù e credere nel Padre sono due atteggiamenti religiosi che conducono l'uomo alla fede. Credere in Gesù e nel Padre vuol dire accettare il messaggio di Dio, il suo piano di salvezza per l'uomo; è possedere la vita eterna, perché per mezzo della parola del Figlio, l'uomo entra in comunione col Padre e, quindi, nella vita divina. 
La strada da seguire per giungere alla vita eterna è unica: dall'ascolto alla fede, e dalla fede alla vita. 
Tutti gli uomini morti spiritualmente per il peccato sono in grado di udire la voce del Figlio di Dio, ma solo quelli che ascoltano, aprendosi alla dinamica della fede, possono entrare nella vita. 
Oltre il potere di dare la vita, il Figlio dell'uomo ha nelle mani anche il potere del giudizio. Tutti, alla fine dei tempi, udranno la voce del giudice universale, e i morti, uscendo dalle loro tombe, riceveranno il premio o il castigo secondo le opere di bene o di male compiute. 
Coloro che avranno scelto il bene e l'amore, risorgeranno per la vita, coloro che avranno scelto il male e le tenebre, risorgeranno per la condanna. 
In questo giudizio Gesù avrà un solo criterio di valutazione: la volontà del Padre. 
Padre Lino Pedron
----

Preghiera del mattino del 13/III/2013

Signore Gesù Cristo, tu sei il Verbo di Dio Padre in tutta la tua umanità. 
Insegnaci come vedere le tue azioni e vivere in conformità ad esse, come nel corso della tua vita terrena tu hai contemplato l'azione del Padre che è nei cieli, e hai agito parlando umanamente, in conformità con essa. 
Insegnami a compiere la volontà di Dio, facendo il bene intorno a me e servendo il mio prossimo secondo il tuo esempio.
------

martedì 12 marzo 2013

Richiesta di preghiere 2/2013

10) Nicoletta: Preghiamo per mia sorella malata di tumore al seno. Che il Signore le doni la Forza e la fede per superare questo brutto momento. Il Signore vi benedica. 

11) Mamma Enza dal Piemonte: Per Bruno in crisi e per la sua famiglia a rischio di divorzio. 

12) Michele da Barletta-Andria-Trani: per la gioia e la felicità dei nostri giorni.  La nostra Madre Celeste ci aiuti a superare con il ROSARIO preghiera molto amata da Lei. Grazie
----

All'istante quell'uomo guarì

Gv 5,1-16 
Dopo questi fatti, ricorreva una festa dei Giudei e Gesù salì a Gerusalemme. A Gerusalemme, presso la porta delle Pecore, vi è una piscina, chiamata in ebraico Betzatà, con cinque portici, sotto i quali giaceva un grande numero di infermi, ciechi, zoppi e paralitici. Si trovava lì un uomo che da trentotto anni era malato.  Gesù, vedendolo giacere e sapendo che da molto tempo era così, gli disse: «Vuoi guarire?». Gli rispose il malato: «Signore, non ho nessuno che mi immerga nella piscina quando  l'acqua si agita. Mentre infatti sto per andarvi, un altro scende prima di me». Gesù gli disse: «Àlzati, prendi la tua barella e cammina». E all'istante quell'uomo guarì: prese la sua barella e cominciò a camminare. Quel giorno però era un sabato. Dissero dunque i Giudei all'uomo che era stato guarito: «È sabato e non ti è lecito portare la tua barella». Ma egli rispose loro: «Colui che mi ha guarito mi ha detto: «Prendi la tua barella e cammina»».  Gli domandarono allora: «Chi è l'uomo che ti ha detto: «Prendi e cammina»?». Ma colui che era stato guarito non sapeva chi fosse; Gesù infatti si era allontanato perché vi era folla in quel luogo. Poco dopo Gesù lo trovò nel tempio e gli disse: «Ecco: sei guarito! Non peccare più, perché non ti accada qualcosa di peggio». Quell'uomo se ne andò e riferì ai Giudei che era stato Gesù a guarirlo. Per questo i Giudei perseguitavano Gesù, perché faceva tali cose di sabato. 

Gesù per la seconda volta sale a Gerusalemme in occasione di una festa ebraica non precisata. L'ambiente dove si svolge il miracolo è presso la porta delle pecore, un luogo riservato agli agnelli destinati ai sacrifici del tempio. Una piscina con cinque portici, accoglieva costantemente sul suo bordo "un gran numero di infermi, ciechi, zoppi e paralitici" (v. 3). 
La piscina di Betzaetà conserva resti di un culto pagano a divinità guaritrici. In questo luogo ci sono chiari segni di culto al Dio Asclepios-Serapis. L'attesa del moto dell'acqua ad opera di un angelo è forse il residuo di una leggenda popolare. Il movimento dell'acqua poteva essere il travaso da una vasca all'altra, o l'acqua che usciva a intermittenza dalla sorgente. 
L'angelo indicherebbe un incaricato al culto del Dio Asclepios. Anche in questo caso è Gesù che prende l'iniziativa. Egli è presentato come padrone della salute e può guarire dalle malattie anche più gravi. La sua parola è tanto potente da produrre immediatamente la guarigione. 
Cristo è il vero guaritore di tutto l'uomo. In particolare il prodigio mette in luce che Gesù è il Salvatore dei più deboli, dei più abbandonati e trascurati da tutti. Gesù guarendo di sabato imita la condotta del Padre, il quale opera continuamente, anche di sabato (Gv 5,17). 
Secondo Gesù "il sabato è stato fatto per l'uomo e non l'uomo per il sabato! Perciò il Figlio dell'uomo è signore anche del sabato" (Mc 2,27-28). Egli contesta le tradizioni umane che sono in contrasto con la carità. Alcuni esegeti vedono nell'acqua della piscina di Betzaetà un'allusione alla legge mosaica che non può guarire, in contrasto con le parole di Gesù che invece guariscono. Scrive Loisy: "L'acqua di Betzaetà, come il battesimo di Giovanni, raffigura il regime della legge, e il caso del paralitico è destinato a mostrare che questo regime non porta alla salvezza. Vi è una paralisi inveterata che Gesù solo può guarire; egli solo infatti rigenera l'umanità con il dono della vita eterna". 
Altri esegeti scoprono nei cinque portici della piscina una raffigurazione dei cinque libri della legge mosaica, mentre l'infermo che da trentotto anni attende la guarigione sarebbe tipo di quanti cercano invano la salvezza nella legge. 
Scrive Braun: "La cifra di trentotto anni verosimilmente è simbolica. Vi è una buona ragione di accostarla ai trentotto anni durante i quali, secondo Dt 2,15, gli israeliti avevano errato nel deserto, prima di giungere alle frontiere della terra promessa". 
La guarigione dell'uomo infermo da trentotto anni, compiuta da Gesù, non è tanto un'opera di misericordia, quanto il manifestare l'opera di salvezza di Dio stesso, del Padre suo, attraverso la grazia del perdono e della salvezza. 
Padre Lino Pedron
----

Preghiera del mattino del 12/III/2013

Signore, ti ringrazio per il dono dell'acqua battesimale. 
Ti ringrazio perché continui a guarirci dal male che paralizza il cuore e la mente, e ci rendi di nuovo capaci di fare il bene. 
Grazie per lo Spirito Santo che fa di noi dei figli del Padre, a tua somiglianza. 
Fa' che io sia fedele a questi doni e che, oggi, compia la tua volontà e non la mia.
----

lunedì 11 marzo 2013

Agiamo da figli di Dio?

Un figlio di Dio non ha paura della vita e non ha paura della morte, perché il fondamento della sua vita spirituale è il senso della filiazione divina: Dio è mio Padre, egli pensa, ed è l'Autore di ogni bene, è tutta la Bontà. — Ma tu e io, agiamo davvero da figli di Dio? (Forgia, 987) 

La nostra condizione di figli di Dio ci porterà — insisto — ad avere spirito contemplativo in mezzo a tutte le attività umane — luce, sale e lievito, attraverso l'orazione, la mortificazione, la cultura religiosa e professionale — facendo diventare realtà questo programma: quanto più siamo immersi nel mondo, tanto più dobbiamo essere di Dio. (Forgia, 740) 

Quando si lavora per Dio, bisogna avere “complesso di superiorità”, ti ho ricordato. Ma questa, mi domandavi, non è una manifestazione di superbia? — No! È una conseguenza dell'umiltà, di un'umiltà che mi fa dire: Signore, Tu sei colui che è. Io sono la negazione. Tu hai tutte le perfezioni: la potenza, la fortezza, l'amore, la gloria, la sapienza, il dominio, la dignità... Se io mi unisco a Te, come un figlio che si mette nelle forti braccia di suo padre o nel grembo dolce di sua madre, sentirò il calore della tua divinità, sentirò le luci della tua sapienza, sentirò scorrere nel mio sangue la tua fortezza. (Forgia, 342)
----

Va’, tuo figlio vive

Gv 4,43-54 
Trascorsi due giorni, partì di là [dalla Samarìa] per la Galilea. Gesù stesso infatti aveva dichiarato che un profeta non riceve onore nella propria patria. Quando dunque giunse in Galilea, i Galilei lo accolsero, perché avevano visto tutto quello che aveva fatto a Gerusalemme, durante la festa; anch'essi infatti erano andati alla festa. Andò dunque di nuovo a Cana di Galilea, dove aveva cambiato l'acqua in vino. Vi era un funzionario del re, che aveva un figlio malato a Cafàrnao. Costui, udito che Gesù era venuto dalla Giudea in Galilea, si recò da lui e gli chiedeva di scendere a guarire suo figlio, perché stava per morire. Gesù gli disse: «Se non vedete segni e prodigi, voi non credete». Il funzionario del re gli disse: «Signore, scendi prima che il mio bambino muoia». Gesù gli rispose: «Va', tuo figlio vive». Quell'uomo credette alla parola che Gesù gli aveva detto e si mise in cammino. Proprio mentre scendeva, gli vennero incontro i suoi servi a dirgli: «Tuo figlio vive!». Volle sapere da loro a che ora avesse cominciato a star meglio. Gli dissero: «Ieri, un'ora dopo mezzogiorno, la febbre lo ha lasciato». Il padre riconobbe che proprio a quell'ora Gesù gli aveva detto: «Tuo figlio vive», e credette lui con tutta la sua famiglia. Questo fu il secondo segno, che Gesù fece quando tornò dalla Giudea in Galilea. 

Nel racconto del secondo segno di Cana il protagonista è un pagano. 
I giudei, i samaritani e i pagani erano le tre categorie che formavano l'umanità. 
Questi tre gruppi sono valutati in base alla loro fede in Gesù. I giudei non credono nel loro messia: Nicodemo con il suo scetticismo ne è il tipico rappresentante (Gv 3,1-12). 
Gli eretici samaritani invece accettano la testimonianza di una donna e soprattutto quella di Gesù, pur non avendo visto alcun prodigio (Gv 4,1-41). Il pagano crede alla parola di Gesù, ancor prima di vedere il segno (Gv 4,46-50). La seconda visita di Gesù a Cana si riallaccia alla prima, in occasione delle nozze (Gv 2,1ss). I
 due miracoli di Cana costituiscono una grande inclusione di questa prima parte del vangelo di Giovanni.
In essa Giovanni descrive la prima rivelazione di Gesù nelle tre principali regioni della Palestina: la Galilea, la Giudea e la Samaria, e alle tre categorie di persone che le abitavano: gli israeliti ortodossi, gli eretici samaritani e i pagani. Dalla Samaria Gesù ritorna in Galilea perché non era stato accolto a Gerusalemme, nonostante avesse operato numerosi prodigi. Il funzionario regio di Cafàrnao era al servizio di Erode Antipa, il tetrarca della Galilea. Il viaggio da Cafàrnao a Cana è abbastanza disagiato: 26 chilometri in salita. Gesù richiama subito il centurione alla fede vera, fondata sulla sua parola e non sui segni. Come i samaritani, anche questo pagano crede prontamente alla parola di Gesù e diventa, in tal modo, modello di fede per i discepoli. 
Egli è tanto in ansia per la salute del figlio che non si preoccupa dell'ammonimento di Gesù, ma gli ripete con insistenza di scendere a Cafàrnao prima che suo figlio muoia. 
In antitesi con i giudei che non credono alle parole di Gesù, questo pagano crede immediatamente. 
Nell'apprendere che il figlio era guarito nell'ora nella quale Gesù gli aveva parlato, il funzionario credette, e con lui tutta la sua famiglia. Nelle scelte, anche importanti, della nostra vita non dobbiamo cercare dei segni per credere. 
La parola di Gesù può bastarci per le decisioni grandi e anche per le scelte quotidiane. Dio ci ha già detto tutto in Gesù. 
In caso di malattia cerchiamo ansiosamente medici, medicine, ospedali, interventi chirurgici. Gesù, Signore della vita e della morte, ha qualche significato e qualche peso nella nostra lotta contro il male e la morte? 
Padre Lino Pedron
----

Preghiera del mattino del 11/III/2013

Ti adoro, mio Dio, e ti amo con tutto il cuore. 
Ti ringrazio di avermi creato e conservato in vita. 
Aiutami ad agire secondo la tua volontà e per la tua gloria. 
Preservami dal peccato e da ogni male. 
Concedimi la grazia di credere sempre alla tua parola. 
Amen.
---

domenica 10 marzo 2013

Questo tuo fratello era morto ed è tornato in vita

Lc 15,1-3.11-32 
Si avvicinavano a lui tutti i pubblicani e i peccatori per ascoltarlo. I farisei e gli scribi mormoravano dicendo: «Costui accoglie i peccatori e mangia con loro». Ed egli disse loro questa parabola: Disse ancora: «Un uomo aveva due figli. Il più giovane dei due disse al padre: «Padre, dammi la parte di patrimonio che mi spetta». Ed egli divise tra loro le sue sostanze. Pochi giorni dopo, il figlio più giovane, raccolte tutte le sue cose, partì per un paese lontano e là sperperò il suo patrimonio vivendo in modo dissoluto. Quando ebbe speso tutto, sopraggiunse in quel paese una grande carestia ed egli cominciò a trovarsi nel bisogno. Allora andò a mettersi al servizio di uno degli abitanti di quella regione, che lo mandò nei suoi campi a pascolare i porci. Avrebbe voluto saziarsi con le carrube di cui si nutrivano i porci; ma nessuno gli dava nulla. Allora ritornò in sé e disse: «Quanti salariati di mio padre hanno pane in abbondanza e io qui muoio di fame! Mi alzerò, andrò da mio padre e gli dirò: Padre, ho peccato verso il Cielo e davanti a te; non sono più degno di essere chiamato tuo figlio. Trattami come uno dei tuoi salariati». Si alzò e tornò da suo padre. Quando era ancora lontano, suo padre lo vide, ebbe compassione, gli corse incontro, gli si gettò al collo e lo baciò. Il figlio gli disse: «Padre, ho peccato verso il Cielo e davanti a te; non sono più degno di essere chiamato tuo figlio». Ma il padre disse ai servi: «Presto, portate qui il vestito più bello e fateglielo indossare, mettetegli l'anello al dito e i sandali ai piedi. Prendete il vitello grasso, ammazzatelo, mangiamo e facciamo festa, perché questo mio figlio era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato». E cominciarono a far festa. Il figlio maggiore si trovava nei campi. Al ritorno, quando fu vicino a casa, udì la musica e le danze; chiamò uno dei servi e gli domandò che cosa fosse tutto questo. Quello gli rispose: «Tuo fratello è qui e tuo padre ha fatto ammazzare il vitello grasso, perché lo ha riavuto sano e salvo». Egli si indignò, e non voleva entrare. Suo padre allora uscì a supplicarlo. Ma egli rispose a suo padre: «Ecco, io ti servo da tanti anni e non ho mai disobbedito a un tuo comando, e tu non mi hai mai dato un capretto per far festa con i miei amici. Ma ora che è tornato questo tuo figlio, il quale ha divorato le tue sostanze con le prostitute, per lui hai ammazzato il vitello grasso». Gli rispose il padre: «Figlio, tu sei sempre con me e tutto ciò che è mio è tuo; ma bisognava far festa e rallegrarsi, perché questo tuo fratello era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato»». 

Questa parabola rivela il centro del vangelo: Dio come Padre di tenerezza e di misericordia. Egli prova una gioia infinita quando vede tornare a casa il figlio da lontano, e invita tutti a gioire con lui. 
Gesù fin dall'inizio mangia con i peccatori (cfr Lc 5,27-32). Ora invita anche i giusti. 
Attaccato da essi con cattiveria, li contrattacca con la sua bontà, perché vuole convertirli. Ma la loro conversione è più difficile di quella dei peccatori. 
Non vogliono accettare il comportamento di Dio Padre che ama gratuitamente e necessariamente tutti i suoi figli: la sua misericordia non è proporzionata ai meriti, ma alla miseria. 
I peccatori a causa della loro miseria sentono la necessità della misericordia. I giusti, che credono di essere privi di miseria, non accolgono la misericordia. Questo brano è rivolto al giusto perché occupi il suo posto alla mensa del Padre: deve partecipare alla festa che egli fa per il proprio figlio perduto e ritrovato. Questa parabola non parla della conversione del peccatore alla giustizia, ma del giusto alla misericordia. La grazia che Dio ha usato verso di noi, suoi nemici, deve rispecchiarsi nel nostro atteggiamento verso i nemici (cfr Lc 6,27-36) e verso i fratelli peccatori (cfr Lc 6,36-38). Il Padre non esclude dal suo cuore nessun figlio. Si esclude da lui solo chi esclude il fratello. Ma Gesù si preoccupa di ricuperare anche colui che, escludendo il fratello, si esclude dal Padre. Nel mondo ci sono due categorie di persone: i peccatori e quelli che si credono giusti. I peccatori, ritenendosi senza diritti, hanno trovato il vero titolo per accostarsi a Dio. Egli infatti è pietà, tenerezza e grazia: per sua natura egli ama l'uomo non in proporzione dei suoi meriti, ma del suo bisogno. I destinatari della parabola sono gli scribi e i farisei, che si credono giusti. Gesù li invita a convertirsi dalla propria giustizia che condanna i peccatori, alla misericordia del Padre che li giustifica. Mentre il peccatore sente il bisogno della misericordia di Dio, il giusto non la vuole né per sé né per gli altri, anzi, come Giona (4,9), si irrita grandemente con Dio perché usa misericordia. La conversione è scoprire il volto di tenerezza del Padre, che Gesù ci rivela, volgersi dall'io a Dio, passare dalla delusione del proprio peccato, o dalla presunzione della propria giustizia, alla gioia di esser figli del Padre. Radice del peccato è la cattiva opinione sul Padre: e questa opinione è comune ai due figli. 
Il più giovane, per liberarsi del Padre, si allontana da lui con le degradazioni della ribellione, della dimenticanza, dell'alienazione atea e del nihilismo. L'altro, per imbonirselo, diventa servile. 
Ateismo e religione servile, dissolutezza e legalismo, nihilismo e vittimismo scaturiscono da un'unica fonte: la non conoscenza di Dio. Questi due figli, che rappresentano l'intera umanità, hanno un'idea sbagliata sul conto del Padre: lo ritengono un padre-padrone. 
Questa parabola ha come primo intento di portare il fratello maggiore ad accettare che Dio è misericordia. Questa scoperta è una gioia immensa per il peccatore e una sconfitta mortale per il giusto. E' la conversione dalla propria giustizia alla misericordia di Dio. La conversione consiste nel rivolgersi al Padre che è tutto rivolto a noi e nel fare esperienza del suo amore per tutti i suoi figli. Per questo il giusto deve accettare un Dio che ama i peccatori. Per accettare il Padre bisogna convertirsi al fratello. 
Padre Lino Pedron
-------

Sacro Manto in onore di San Giuseppe

Nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo. Amen. 

Gesù, Giuseppe e Maria, vi dono il cuore e l'anima mia. 

3 Gloria alla SS. Trinità. 
(ringraziandola di avere esaltato S. Giuseppe ad una dignità del tutto eccezionale.) 

OFFERTA: 
1. Eccomi, o gran Patriarca, prostrato devotamente innanzi a te. 
Ti presento questo Manto prezioso e nello stesso tempo ti offro il proposito della mia devozione fedele e sincera. 
Tutto quello che potrò fare in tuo onore, durante la mia vita, io intendo eseguirlo, per mostrarti l'amore che ti porto. 
Aiutami, S. Giuseppe! Assistimi ora e in tutta la mia vita, ma soprattutto assistimi nell'ora della mia morte, come tu fosti assistito da Gesù e da Maria, perché ti possa un giorno onorare nella patria celeste per tutta l'eternità. Amen. 
2. O Glorioso Patriarca S. Giuseppe, prostrato innanzi a te, ti presento con devozione i miei omaggi e incomincio a offrirti questa preziosa raccolta di preghiere, a ricordo delle innumerevoli virtù che adornano la tua santa persona. 
In te ebbe compimento il sogno misterioso dell'antico Giuseppe, il quale fu una tua anticipata figura: non solamente, infatti, ti circondò con i suoi fulgidissimi raggi il Sole divino, ma ti rischiarò pure della sua dolce luce la mistica Luna, Maria. 
Glorioso Patriarca, se l'esempio di Giacobbe, che andò di persona a rallegrarsi con il figlio suo prediletto, esaltato sopra il trono dell'Egitto, servì a trascinarvi anche i figli suoi, non varrà l'esempio di Gesù e di Maria, che ti onorarono di tutta la loro stima e di tutta la loro fiducia, a trarre me pure, per intessere in tuo onore questo Manto prezioso? 
O gran Santo, fa' che il Signore rivolga sopra di me uno sguardo di benevolenza. E come l'antico Giuseppe non scacciò i colpevoli fratelli, anzi li accolse pieno di amore, li protesse e li salvò dalla fame e dalla morte, così tu, o Glorioso Patriarca, mediante la tua intercessione, fa' che il Signore non voglia mai abbandonarmi in questa valle di esilio. 
Ottienimi inoltre la grazia di conservarmi sempre nel numero dei tuoi servi devoti, che vivono sereni sotto il Manto del tuo patrocinio. Questo patrocinio io desidero averlo per ogni giorno della mia vita e nel momento dell'ultimo mio respiro. Amen.

ORAZIONE:
1. Salve, o Glorioso S. Giuseppe, depositario dei tesori incomparabili del Cielo e padre putativo di Colui che nutre tutte le creature. Dopo Maria SS., tu sei il Santo più degno del nostro amore e meritevole della nostra venerazione. Fra tutti i Santi, tu solo avesti l'onore di allevare, guidare, nutrire e abbracciare il Messia, che tanti Profeti e Re avevano desiderato di vedere. S. Giuseppe, salva l'anima mia e ottienimi dalla misericordia divina la grazia che umilmente imploro. Ed anche per le Anime benedette del Purgatorio ottieni un grande sollievo nelle loro pene. 

3 Gloria al Padre. 

2. O potente S. Giuseppe, tu fosti dichiarato patrono universale della Chiesa, e io t'invoco fra tutti i Santi, quale fortissimo protettore dei miseri e benedico mille volte il tuo cuore, pronto sempre a soccorrere ogni sorta di bisogni. A te, o caro S. Giuseppe, fanno ricorso la vedova, l'orfano, l'abbandonato, l'afflitto, ogni sorta di sventurati; non c'è dolore, angustia o disgrazia che tu non abbia pietosamente soccorso. Degnati, quindi, di usare a mio favore i mezzi che Dio ha messo nelle tue mani, affinché io possa conseguire la grazia che ti domando. E voi, anime sante del Purgatorio, supplicate S. Giuseppe per me. 

3 Gloria al Padre. 

3. A tante migliaia di persone che ti hanno pregato prima di me hai donato conforto e pace, grazie e favori. L'animo mio, mesto e addolorato, non trova riposo in mezzo alle angustie dalle quali è oppresso. Tu, o caro Santo, conosci tutti i miei bisogni, prima ancora che li esponga con la preghiera. Tu sai quanto mi è necessaria la grazia che ti domando. Mi prostro al tuo cospetto e sospiro, o caro S. Giuseppe, sotto il grave peso che mi opprime. Nessun cuore umano mi è aperto, al quale possa confidare le mie pene; e, se pur dovessi trovare compassione presso qualche anima caritatevole, essa tuttavia non mi potrebbe aiutare. A te pertanto ricorro e spero che non mi vorrai respingere, poiché S. Teresa ha detto e ha lasciato scritto nelle sue memorie: "Qualunque grazia si domanda a S. Giuseppe verrà certamente concessa". Oh! S. Giuseppe, consolatore degli afflitti, abbi pietà del mio dolore e pietà delle anime sante del Purgatorio, che tanto sperano dalle nostre orazioni. 

3 Gloria al Padre. 

4. O eccelso Santo, per la tua perfettissima obbedienza a Dio, abbi pietà di me.
Per la tua santa vita piena di meriti, esaudiscimi.
Per il tuo carissimo Nome, aiutami.
Per il tuo clementissimo cuore, soccorrimi.
Per le tue sante lacrime, confortami.
Per i tuoi sette dolori, abbi compassione di me.
Per le tue sette allegrezze, consola il mio cuore.
Da ogni male dell'anima e del corpo liberami.
Da ogni pericolo e disgrazia scampami.
Soccorrimi con la tua santa protezione e impetrami, nella tua misericordia e potenza, quello che mi è necessario e soprattutto la grazia di cui ho particolare bisogno. Alle anime care del Purgatorio ottieni la pronta liberazione dalle loro pene. 

3 Gloria al Padre. 

5. O Glorioso S. Giuseppe innumerevoli sono le grazie e i favori, che tu ottieni per poveri afflitti. Ammalati d’ogni genere, oppressi, calunniati, traditi, privati d'ogni umano conforto, miseri bisognosi di pane o di appoggio. Implorano la tua regale protezione e vengono esauditi nelle loro domande. Deh! non permettere, o S. Giuseppe carissimo, che io abbia ad essere la sola, fra tante persone beneficate, che resti priva della grazia che ti ho domandato. Mostrati anche verso di me potente e generoso, e io, ringraziandoti, esclamerò: "Viva in eterno il Glorioso Patriarca San Giuseppe, mio grande protettore e particolare liberatore delle anime sante del Purgatorio". 

3 Gloria al Padre. 

6. O eterno Divin Padre, per i meriti di Gesù e di Maria, degnaTi d’accordarmi la grazia che imploro. A nome di Gesù e di Maria, mi prostro riverente alla Tua divina presenza e Ti prego devotamente perché voglia accettare la mia ferma decisione di perseverare nella schiera di coloro che vivono sotto il patrocinio di S. Giuseppe. Benedici quindi il prezioso Manto, che io oggi dedico a lui quale pegno della mia devozione. 

3 Gloria al Padre.


CHIUSURA DEL SACRO MANTO
O Glorioso San Giuseppe, che da Dio sei stato posto a capo e custode della più Santa tra le famiglie, degnati di essermi dal cielo custode dell'anima mia, che domanda di essere ricevuta sotto il Manto del tuo patrocinio. Io, fin da questo momento, ti eleggo a padre, a protettore, a guida, e pongo sotto la tua speciale custodia l'anima mia, il mio corpo, quanto ho e quanto sono, la mia vita e la mia morte. Guardami come tuo figlio; difendimi da tutti i miei nemici visibili ed invisibili; assistimi in tutte le necessità: consolami in tutte le amarezze della vita, ma specialmente nelle agonie della morte. Rivolgi una parola per me a quell’'amabile Redentore, che Bambino portasti sulle tue braccia, a quella Vergine gloriosa, di cui fosti direttissimo sposo. Impetrami quelle benedizioni che tu vedi essere utili al mio vero bene, alla mia eterna salvezza, e io farò di tutto per non rendermi indegno del tuo speciale patrocinio. Amen.
------------------

Preghiera del mattino del 10/III/2013

Signore, forza di coloro che credono in te, e perdono di coloro che te lo chiedono, l'uomo è fragile e non può nulla senza di te; risveglia in noi il santo desiderio di tornare continuamente a te, sorgente piena di gioia. 
Concedici di vivere sempre con un cuore misericordioso nell'amore e nel rispetto del tuo santo nome, perché tu non deludi mai coloro che sperano con fiducia in te.
------

sabato 9 marzo 2013

Epistolario di san Pio/15

61) Contentiamoci di camminare terra terra giacché lo stare in alto mare ci fa girare il capo e ci cagiona convulsioni. 

62) Pratica le piccole virtù proprie delle tua piccolezza, la pazienza, la tolleranza, l'umiltà, la sofferenza delle nostre imperfezioni ed altre molte virtù. 

63) Non ti curare del domani, pensa solo a fare bene, oggi, e quando il domani sarà arrivato, si chiamerà oggi ed allora ci si penserà. 

64) Benedetto sia sempre il celeste Padre, lo supplico ch'egli sia sempre il tuo cuore, la tua vita, la tua anima. 

65) Oh quanto saremmo felici di distruggerci in noi stessi, per ritrovarci tutti in nostro Signore. 

66) Le spighe alte, le più vanitose, sono vuote.
-----

Il pubblicano tornò a casa giustificato, a differenza del fariseo

Lc 18,9-14 
Disse ancora questa parabola per alcuni che avevano l'intima presunzione di essere giusti e disprezzavano gli altri:  «Due uomini salirono al tempio a pregare: uno era fariseo e l'altro pubblicano. Il fariseo, stando in piedi, pregava così tra sé: «O Dio, ti ringrazio perché non sono come gli altri uomini, ladri, ingiusti, adùlteri, e neppure come questo pubblicano. Digiuno due volte alla settimana e pago le decime di tutto quello chepossiedo». Il pubblicano invece, fermatosi a distanza, non osava nemmeno alzare gli occhi al cielo, ma si batteva il petto dicendo: «O Dio, abbi pietà di me peccatore». Io vi dico: questi, a differenza dell'altro, tornò a casa sua giustificato, perché chiunque si esalta sarà umiliato, chi invece si umilia sarà esaltato». 

In questo brano abbiamo due modelli di fede e di preghiera. 
Da una parte il fariseo che sta davanti al proprio io. Egli è sicuro della sua bontà, giustifica se stesso e condanna gli altri. 
Dall'altra il pubblicano che, sentendosi lontano da Dio e non potendo confidare in sé, si accusa e invoca il perdono. 
Il fariseo non sta davanti a Dio, ma a se stesso, non parla con Dio, ma con se stesso. La sua preghiera non è un dialogo, ma un monologo. Essa sembra un ringraziamento a Dio, ma in realtà è una strumentalizzazione di Dio per il proprio autocompiacimento. Egli si appropria dei doni di Dio per lodare se stesso invece del Padre e per disprezzare i fratelli invece di amarli. 
Se la preghiera non è umile, è una separazione diabolica dal Padre e dai fratelli. E' lo stravolgimento massimo: in essa si usa Dio per cercare il proprio io. E' il peccato allo stato puro. Il fariseo accusa gli altri di essere rapaci proprio mentre lui sta cercando di appropriarsi della gloria di Dio. Accusa gli altri di essere ingiusti, ossia di non fare la volontà di Dio, mentre lui trasgredisce il più grande dei comandamenti: l'amore per Dio e per il prossimo. Accusa gli altri di essere adulteri mentre lui si prostituisce all'idolo del proprio io, invece di amare Dio. La religiosità che egli vive è solo esteriore; dentro c'è presunzione, ma anche molta grettezza, cattiveria, arroganza che lo spinge a giudicare con disprezzo il fratello peccatore che ha preso posto in lontananza. 
Matteo scrive che i farisei assomigliano ai sepolcri imbiancati, belli all'esterno, ma pieni di putridume all'interno (23,27). All'esterno il fariseo è un perfetto credente, ma, dentro, i suoi pensieri e i suoi sentimenti sono totalmente diversi da quelli di Dio, che ama tutti indistintamente e in primo luogo i peccatori. 
Il nostro fariseismo esce proprio tutto e bene quando preghiamo. La preghiera è lo specchio della verità: ci fa vedere che abbiamo dentro tutto il male che vediamo negli altri. Non c'è preghiera vera senza umiltà, e non c'è umiltà senza la scoperta del proprio peccato, anche del peggiore: quello di considerarsi giusti. 
La preghiera del pubblicano è quella dell'umile: penetra le nubi (cfr Sir 35,17). E' simile a quella dei lebbrosi e del cieco (cfr Lc 17,13; 18,38); è la preghiera che purifica e illumina. E' una supplica con due poli: la misericordia di Dio e la miseria dell'uomo. 
L'umiltà è l'unica realtà capace di attirare Dio: fa di noi dei vasi vuoti che possono essere riempiti da Dio. La fede che giustifica viene dall'umiltà che invoca la misericordia. La presunzione della propria giustizia non salva nessuno. 
Il giusto non è giustificato finché non riconosce il proprio peccato. Senza umiltà non c'è conoscenza vantaggiosa né di sé né di Dio, e si rimane sotto il dominio del maligno. 
Se il peccato è la superbia e il peccatore è il superbo, l'umiltà che il vangelo richiede ad ogni credente è quella di riconoscere la propria umiliante realtà di fariseo superbo. 
L'autore dell'Imitazione di Cristo sintetizza perfettamente l'insegnamento di questa parabola: "A Dio piace più l'umiltà dopo che abbiamo peccato che la superbia dopo che abbiamo fatto le opere buone". 
Padre Lino Pedron
-----

Preghiera del mattino del 9/III/2013

"O Maria Maddalena, tu hai incontrato nel giardino il tuo amatissimo Gesù, e hai annunciato agli apostoli la notizia della sua risurrezione. 
O tu, apostolo degli apostoli, guidaci fino alle gioie delle feste pasquali", poiché il peccato ti aveva lacerato e l'amore ti ha guarito, tu, colpevole di tante prostituzioni come un tempo Israele, diventi la sposa dell'Agnello immacolato. 
Poiché la sua venuta è più certa di quella dell'aurora, guidaci fino al mattino di Pasqua nel giardino dell'intimità ritrovata, nell'alba odorosa del profumo dell'offerta.
---

venerdì 8 marzo 2013

Angelo Custode/15

Gesù cerca di trasportarti nell'ascesa delle più alte vette che mai un uomo può sperare di raggiungere. 
Una di queste vette è l’amore offerto a chi non meriterebbe, nello spirito del mondo, che avversione e inganno. 
Ma tu, che vuoi essere un suo discepolo, non puoi sottrarti al suo ordine: “Amate i vostri nemici, fate del bene a coloro che vi odiano, benedite quelli che vi maledicono, pregate per quelli che vi calunniano” (Lc 6,27-28). 
Tu non sei progredito molto in questa via strettissima. 
Non perdere coraggio, cerca di obbedire all'ingiunzione del Signore e scoprirai delle gioie sconosciute.
-----