venerdì 8 marzo 2013

Angelo Custode/14

Quando ti metti in ascolto dello Spirito Santo nel profondo del tuo cuore, metti i cinque sensi in veglia. 
La voce di Dio non si percepisce che in un alito leggero, nel silenzio. 
Riserva ogni giorno in te uno spazio per il silenzio e rimani in ascolto... 
Finirai per sentire parole indescrivibili. E in questi momenti privilegiati, io sono intensamente presente al tuo fianco.
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Il Signore nostro Dio è l’unico Signore: lo amerai.

Mc 12,28-34 
Allora si avvicinò a lui uno degli scribi che li aveva uditi discutere e, visto come aveva ben risposto a loro, gli domandò: «Qual è il primo di tutti i comandamenti?». Gesù rispose: «Il primo è: Ascolta, Israele! Il Signore nostro Dio è l'unico Signore; amerai il Signore tuo Dio con tutto il tuo cuore e con tutta la tua anima, con tutta la tua mente e con tutta la tua forza. Il secondo è questo: Amerai il tuo prossimo come te stesso. Non c'è altro comandamento più grande di questi». Lo scriba gli disse: «Hai detto bene, Maestro, e secondo verità, che Egli è unico e non vi è altri all'infuori di lui; amarlo con tutto il cuore, con tutta l'intelligenza e con tutta la forza e amare il prossimo come sé stesso vale più di tutti gli olocausti e i sacrifici». Vedendo che egli aveva risposto saggiamente, Gesù gli disse: «Non sei lontano dal regno di Dio». E nessuno aveva più il coraggio di interrogarlo.

La domanda che lo scriba pone a Gesù non è oziosa. Data la molteplicità delle prescrizioni della legge (se ne contavano 613, ripartite in 365 proibizioni - quanti sono i giorni dell'anno - e 248 comandamenti positivi, quante si credeva fossero le parti del corpo umano), ci si poteva legittimamente interrogare sul loro valore e chiedersi quale fosse il comandamento più grande. 
La risposta di Gesù che pone nell'amore di Dio e del prossimo il centro della legge, non è una novità assoluta: lo insegnavano anche i rabbini di allora. La novità consiste nell'avere unificato il testo del Dt 6,4-5 con il testo del Lv 19,18. Ma per cogliere questo centro sono necessarie due precisazioni. 
La Bibbia insegna che il nostro amore per Dio e per il prossimo suppone un fatto precedente, senza il quale tutto resterebbe incomprensibile: l'amore di Dio per noi. Qui è l'origine e la misura del nostro amore. L'amore dell'uomo nasce dall'amore di Dio e deve misurarsi su di esso. E qui si inserisce la seconda precisazione: chi è il prossimo da amare? La Bibbia risponde: ogni uomo che Dio ama, cioè tutti gli uomini, senza alcuna distinzione, perché Dio si è rivelato in Gesù come amore universale. 
La nostra vita è amare Dio e unirci a lui (Dt 30,20), diventando per grazia ciò che lui è per natura. Il nostro amore per lui è la via per la nostra divinizzazione, perché uno diventa ciò che ama. Chi risponde a questo amore passa dalla morte alla vita, mentre chi non ama Dio e il prossimo rimane nella morte (1Gv 3,14). Dio è amore più forte della morte (Ct 8,6). La sua fedeltà dura in eterno (Sal 117,2). Quando noi moriamo, egli ci ridà la vita. "Riconoscerete che io sono il Signore quando aprirò le vostre tombe e vi risusciterò dai vostri sepolcri" (Ez 37,13). 
Dio ha creato tutto per l'esistenza, perché è un Dio amante della vita (cfr Sap 1,14; 11,26). L'amore per l'uomo non è in alternativa a quello per Dio, ma scaturisce da esso come dalla sua sorgente. Si ama veramente il prossimo solo quando lo si aiuta a diventare se stesso, raggiungendo il fine per cui è stato creato, che è quello di amare Dio sopra ogni cosa e il prossimo come se stesso. 
Alla luce di questa verità, dobbiamo rivedere radicalmente il nostro modo di amare: molto del cosiddetto amore, che schiavizza sé e gli altri, è una contraffazione dell'amore, è egoismo. Quanta purificazione, quanta grazia di Dio occorrono perché l'amore sia vero amore! 
Padre Lino Pedron
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Preghiera del mattino del 8/III/2013

Amore supplice di Dio, amore che chiede alla sua creatura di ritornare, fino a dove arriverai nel tuo abbassamento, nella tua umiliazione? Infinitamente più lontano, infinitamente più in profondità di ciò che accade nei nostri cuori umani, che sono capaci di abbassare l'orgoglio dei più altezzosi sino a portarlo nel fango, per amore di una creatura divenuta unica. 
Ma chi è andato negli inferi, non per visitarli, come Orfeo in cerca della sua Euridice o Dante alla ricerca di Beatrice, ma bevendo al calice del non amore? 
Ma chi ha amato fino a sudare sangue, fino alla grande vertigine dello spirito? 
Chi se non tu, mio Cristo, Verbo doloroso dell'amore ucciso. 
O Cristo, nostra pasqua e passaggio di ogni amore, dalla tristezza perduta della non condivisione alla gioia senza fine delle nozze eterne!
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giovedì 7 marzo 2013

Epistolario di san Pio/14

57) Ogni santa messa ben ascoltata e con devozione produce nella nostra anima effetti meravigliosi, abbondanti grazie spirituali e materiali, che noi stessi non conosciamo. 

58)Dico di sopportare la nostra imperfezione con pazienza e non già di accarezzarla, poiché l'umiltà si nutrisce di questa sofferenza. 

59)Noi siamo miserabili, che il bene poco possiamo praticarlo; Ma Iddio nella sua bontà ci compatisce ed arriva ad accontentarsi anche del poco. 

60) Vogliamo camminare bene? Ebbene applichiamoci a battere la strada che e' più vicina a noi.
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Vivete una vostra particolare Comunione dei Santi

La Comunione dei Santi. —Come potrei spiegartela? —Sai che cosa sono le trasfusioni di sangue per il corpo? Ebbene, così viene a essere la Comunione dei Santi per l'anima. (Cammino, 544) 

Vivete una vostra particolare Comunione dei Santi: e ognuno sentirà, al momento della lotta interiore, come pure al momento dell'impegno professionale, la gioia e la forza di non essere solo. (Cammino, 545) 

Siamo qui riuniti, consummati in unum! [Gv 17, 23], in unità di preghiera e di intenzioni, pronti a cominciare questo tempo di conversazione con il Signore, con il rinnovato desiderio di essere efficaci strumenti nelle sue mani. Davanti a Gesù Sacramentato — come mi piace fare un atto di fede esplicita nella presenza reale del Signore nell'Eucaristia! —, alimentate nei vostri cuori il desiderio di trasmettere, con la vostra orazione, un impulso pieno di fortezza che giunga in ogni luogo della terra, fino all'ultimo angolino del pianeta dove ci sia una persona che spende generosamente la sua vita al servizio di Dio e delle anime. Perché, grazie all'ineffabile realtà della comunione dei santi, siamo solidali — "cooperatori", dice san Giovanni [3 Gv 8] — nel compito di diffondere la verità e la pace del Signore. (Amici di Dio, 154).
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Preghiera del mattino del 7/III/2013

È con il dito di Dio che tu cacci i demoni, è con il suo dito di fuoco che vieni a scolpire nella dura pietra del mio cuore la legge del tuo amore, facendo del mio essere un tabernacolo inaccessibile alle forze del nemico. 
Tu sei santo, Dio, tu sei santo forte, santo immortale, abbi pietà di noi. 
O Dio forte, noi ti presentiamo il mondo e i suoi conflitti, la sua barbarie e le sue atrocità. 
Liberaci da tutti i demoni, quelli che parlano e quelli che restano muti, quelli che chiudono la bocca delle tacite complicità e delle vigliaccherie.
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mercoledì 6 marzo 2013

Credi tu in Gesù Cristo?

Credi che Gesù Cristo è la via per poter giungere in modo definitivo alla salvezza? 
Accetti che il sale non diventi insipido e la luce non sia nascosta? 
Senti tu la necessità di nutrirti della Parola di Dio, trasmessa dalla Chiesa in modo fedele, e del Pane della vita, offerto a sostegno di tutti i discepoli di Gesù? 

Se le tue risposte sono tutte "SI" allora sei sulla via giusta, continua e non ti fermare più. 

Ave Maria e avanti tutta! 

Maria M.
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Ci vuole molto umani e molto divini

Già da molti anni ho visto con chiarezza meridiana un criterio che sarà sempre valido: l'ambiente sociale, col suo allontanamento dalla fede e dalla morale cristiana, ha bisogno di un nuovo modo di vivere e di propagare la verità eterna del Vangelo: nelle stesse viscere della società, del mondo, i figli di Dio devono brillare per le loro virtù come lampade nell'oscurità «quasi lucernae lucentes in caliginoso loco». (Solco, 318) 

Se accettiamo la responsabilità di essere suoi figli, vedremo che Dio ci vuole molto umani. La testa deve arrivare al cielo, ma i piedi devono poggiare saldamente per terra. Il prezzo per vivere da cristiani non è la rinuncia a essere uomini o la rinuncia allo sforzo per acquistare quelle virtù che alcuni posseggono anche senza conoscere Cristo. Il prezzo di ogni cristiano è il Sangue redentore di Gesù nostro Signore che ci vuole — ripeto — molto umani e molto divini, costanti nell'impegno quotidiano di imitare Lui, perfectus Deus, perfectus homo. 
Non saprei dire qual è la principale virtù umana: dipende dal punto di vista. La questione, per di più, è oziosa, perché non si tratta di vivere una o alcune virtù: è necessario lottare per acquistarle e praticarle tutte. Ciascuna si intreccia con le altre: lo sforzo per essere sinceri — ad esempio — ci rende giusti, lieti, prudenti, sereni. 
Inoltre dobbiamo considerare che la capacità di decisione e di responsabilità si fonda sulla libertà personale del singolo e perciò le virtù sono fondamentalmente personali, della persona. Senza dubbio in questa battaglia d'amore nessuno combatte da solo — sono solito dire che nessuno è un verso isolato —: in qualche modo ci aiutiamo o ci danneggiamo. Siamo anelli della stessa catena. Chiedi ora, assieme a me, a Dio nostro Signore, che quella catena ci unisca al suo Cuore, finché arrivi il giorno in cui lo contempleremo faccia a faccia nel cielo, per sempre. (Amici di Dio, 75-76)
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Chi insegnerà e osserverà i precetti, sarà considerato grande nel regno dei cieli

Mt 5,17-19 
Non crediate che io sia venuto ad abolire la Legge o i Profeti; non sono venuto ad abolire, ma a dare pieno compimento. In verità io vi dico: finché non siano passati il cielo e la terra, non passerà un solo iota o un solo trattino della Legge, senza che tutto sia avvenuto. Chi dunque trasgredirà uno solo di questi minimi precetti e insegnerà agli altri a fare altrettanto, sarà considerato minimo nel regno dei cieli. Chi invece li osserverà e li insegnerà, sarà considerato grande nel regno dei cieli. 

Gesù adempie le Scritture realizzando nella sua persona ciò che esse dicevano di lui. 
L'adempimento della Legge da parte di Gesù non è di ordine puramente dottrinale: è l'impegno stesso della sua vita e della sua morte. Egli non è venuto per frustrare le attese dell'Antico Testamento, ma per realizzarle: non vuota la Legge del suo contenuto, ma la riempie fino all'ultimo livello, portandola fino alla sua più alta espressione. 
Gesù non è un avversario di Mosè, ma non è nemmeno un suo discepolo; è al contrario il vero legislatore che Dio ha inviato agli uomini di tutti i tempi, di cui Mosè era solo un precursore. Alla venuta del Messia, Mosè è invitato a scomparire (cfr Mt 17,8). La Legge era incompleta non perché non esprimesse la volontà di Dio, ma perché la esprimeva in un modo imperfetto e inadeguato. 
Anche i minimi dettagli della Legge conservano il loro eterno valore, soprattutto se la Legge è quella rinnovata da Cristo (v. 18). 
Gesù compie la Legge, che manifesta la volontà del Padre, amando i fratelli. L'amore non trascura neanche un minimo dettaglio, anzi manifesta la propria grandezza nelle attenzioni minime. 
Le realtà più solide, il cielo e la terra, potranno cadere ma non cadrà un iota, cioè la particella più piccola della Legge, finché non sia attuata. Non si tratta di salvaguardare l'adempimento del codice fin nelle sue minime prescrizioni, ma di comprenderne il profondo contenuto che sopravvive nel Vangelo: l'amore. 
Con la proclamazione del Vangelo l'Antico Testamento non finisce, ma si attua nel Nuovo. 
Padre Lino Pedron
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Preghiera del mattino del 6/III/2013

Mio Dio, la tua legge è santa e i tuoi comandamenti sono santi, giusti e buoni. 
Tu non hai voluto posare sulle mie spalle un giogo che non potessi portare, tu hai voluto insegnarmi a camminare sulla tua strada, passo dopo passo come si fa con un bambino. Ma ad ogni passo, ad ogni tuo precetto ho incespicato. 
Tu non vuoi la morte del peccatore, ma che egli viva, così ti sei caricato tu stesso del giogo della legge, o amico degli uomini, e hai portato a compimento il disegno d'amore del Padre, che apre una sorgente inesauribile di perdono strappando il velo del tempio della tua carne.
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martedì 5 marzo 2013

Maria è Madre come Dio è Padre

La Maternità verginale di Maria, appare come la più alta rivelazione delle possibilità offerte all'umanità dalla grazia divina, così come la Paternità di Dio è la suprema rivelazione della divinità. 
Che Dio sia Padre, in effetti, come ci rivela il Vangelo, non è appena una espressione dei suoi rapporti con le sue creature, tra quelli che sono i più generosi. È l’espressione del fatto che la generosità che ci ha testimoniato, non è che un riflesso e che una derivazione della generosità senza limite che è il fatto della sua vita trascendente. Di tutta l’eternità, nella sua più intima natura, Dio è Padre. Vale a dire che è l’amore, amore non solo creatore, ma donato, che si dona esso stesso, nel quale il dono di sé stesso è la sua vita. 
Maria è la creatura che realizza in maniera perfetta l’immagine divina, abitando a livello della creatura, perché lei è Madre, come Dio è Padre (...) 
Tanto la Paternità è il proprio Dio, quanto la Maternità appare come propria della creatura. (...) Tuttavia Dio è Padre nel senso di una perfezione trascendente, dove non c’è bisogno del concorso di nessuna madre per generare, né di materia per creare... 
Maria porta, al contrario al massimo il carattere, propria della creatura, della totale dipendenza da Dio. La sua maternità lo esprime, che non solo riceve dal Padre di generare, ma riceve di generare un Figlio preesistente e anch’egli tutto trascendente. Tuttavia il carattere verginale della sua maternità le vale questa insolita perfezione di comunicare a suo Figlio non solo la metà dell'umanità che farà sua, ma quella tutta intera. §§§ Così come Dio è Padre in senso assoluto, Maria è Madre in una pienezza che non è accessibile a nessun’altra donna. Completamente Figlio del solo Padre celeste per la sua divinità, Gesù sarà interamente Figlio della sua sola Madre terrestre, per la sua umanità. 
Louis Bouyer 
Le Trône de la sagesse : Essai sur la signification du culte marialIl 
Trono della saggezza : saggio sul significato del culto mariano 
Paris, 1957, p.146-148(cité dans Étienne Catta, Sedes Sapientiae, dans : Maria – études sur la Vierge Marie – sous la direction d'Hubert du Manoir, s. j. - Tome VI, 1961, p. 836-837)
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Le anime sante devono essere felici

Ti raccontavo che persino alcuni che non hanno ricevuto il battesimo mi hanno detto commossi: “È vero, capisco che le anime sante devono essere felici, perché guardano gli avvenimenti con una visione che è al di sopra delle cose della terra, perché vedono le cose con sguardo d'eternità”. Magari non ti mancasse questa visione! — aggiunsi poi —, perché tu sappia corrispondere al trattamento di predilezione che hai ricevuto dalla Trinità. (Forgia, 1017) 

Ti assicuro che, se noi figli di Dio lo vogliamo, contribuiremo poderosamente a illuminare il lavoro e la vita degli uomini, con lo splendore divino — eterno! — che il Signore ha voluto porre nelle nostre anime. 
 — Però “chi dice di dimorare in Gesù, deve seguire il cammino che Egli ha seguìto”, come insegna San Giovanni: cammino che porta sempre alla gloria, passando — pure sempre — attraverso il sacrificio. (Forgia, 1018) 

Signore mio Gesù: fa' che io senta, che assecondi a tal punto la tua grazia da svuotare il mio cuore..., perché lo possa riempire Tu, il mio Amico, il mio Fratello, il mio Re, il mio Dio, il mio Amore! (Forgia, 913)
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Se non perdonerete di cuore, ciascuno al proprio fratello, il Padre non vi perdonerà

Mt 18,21-35 
Allora Pietro gli si avvicinò e gli disse: «Signore, se il mio fratello commette colpe contro di me, quante volte dovrò perdonargli? Fino a sette volte?». E Gesù gli rispose: «Non ti dico fino a sette volte, ma fino a settanta volte sette. Per questo, il regno dei cieli è simile a un re che volle regolare i conti con i suoi servi. Aveva cominciato a regolare i conti, quando gli fu presentato un tale che gli doveva diecimila talenti. Poiché costui non era in grado di restituire, il padrone ordinò che fosse venduto lui con la moglie, i figli e quanto possedeva, e così saldasse il debito. Allora il servo, prostrato a terra, lo supplicava dicendo: «Abbi pazienza con me e ti restituirò ogni cosa». Il padrone ebbe compassione di quel servo, lo lasciò andare e gli condonò il debito. Appena uscito, quel servo trovò uno dei suoi compagni, che gli doveva cento denari. Lo prese per il collo e lo soffocava, dicendo: «Restituisci quello che devi!». Il suo compagno, prostrato a terra, lo pregava dicendo: «Abbi pazienza con me e ti restituirò». Ma egli non volle, andò e lo fece gettare in prigione, fino a che non avesse pagato il debito. Visto quello che accadeva, i suoi compagni furono molto dispiaciuti e andarono a riferire al loro padrone tutto l'accaduto. Allora il padrone fece chiamare quell'uomo e gli disse: «Servo malvagio, io ti ho condonato tutto quel debito perché tu mi hai pregato. Non dovevi anche tu aver pietà del tuo compagno, così come io ho avuto pietà di te?». Sdegnato, il padrone lo diede in mano agli aguzzini, finché non avesse restituito tutto il dovuto. Così anche il Padre mio celeste farà con voi se non perdonerete di cuore, ciascuno al proprio fratello». 

Pietro ritiene di entrare ampiamente nello spirito di Gesù perdonando sette volte. Anche i rabbini discutevano questa questione; partendo da Amos (2,4), da Giobbe (33,29) e dalla triplice preghiera di Giuseppe (Gen 50,17) pensavano che si potesse arrivare a perdonare fino a tre volte. 
La risposta di Gesù è chiara. 
Rovesciando il canto di Làmech: "Sette volte sarà vendicato Caino, ma Làmech settanta volte sette" (Gen 4,24), Gesù svela le risorse insospettate di misericordia generate dall'avvento del regno dei cieli. Davanti a Dio tutti siamo debitori insolvibili. 
La parabola di oggi ci insegna che il perdono di Dio è il motivo e la misura del perdono fraterno. Dobbiamo perdonare senza misura perché Dio ci ha perdonato senza misura. Il perdono ai fratelli è segno dell'efficacia del perdono di Dio in noi: se non perdoniamo, non abbiamo accolto realmente il perdono di Dio. 
Il servo è condannato perché tiene il perdono per sé e non permette che il suo perdono diventi gioia per gli altri. Bisogna imitare il comportamento di Dio (Mt 5,43-48). 
Il fondamento del mio rapporto con l'altro è l'imitazione del rapporto che Dio ha con me. Gesù ha detto di amarci a vicenda come lui ha amato noi (Gv 13,34); e Paolo dice di graziarci l'un l'altro come il Padre ha graziato noi in Cristo (Ef 4,32). 
La giustizia di Dio non è quella che ristabilisce la parità, secondo la regola: chi sbaglia, paga. E' una giustizia superiore, propria di chi ama, che è sempre in debito verso tutti: all'avversario deve la riconciliazione, al piccolo l'accoglienza, allo smarrito la ricerca, al colpevole la correzione, al debitore il condono. 
Diecimila era la cifra più grossa in lingua greca e il talento la misura più grande. Diecimila talenti è una cifra enorme. Il talento corrisponde a 36 kg di metallo prezioso. Diecimila talenti corrispondono a 360 tonnellate di oro o di argento. Un talento è pari a 6.000 giornate lavorative; 10.000 talenti è pari a 60.000.000 di stipendi quotidiani. Per pagare questo debito il servo dovrebbe lavorare circa 200.000 anni. La cifra esagerata è in realtà una pallida idea di ciò che Dio ci ha dato. 
Cento danari corrispondono allo stipendio di cento giornate lavorative. Una cifra discreta, ma del tutto trascurabile rispetto al debito appena condonato di diecimila talenti. 
Pensare al proprio debito condonato ci rende tolleranti verso gli altri e magnanimi. 
Perdonare è una questione di cuore: è ricordare l'amore che il Padre ha per me e per il fratello. 
Padre Lino Pedron
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Preghiera del mattino del 5/III/2013

"Non privarci della tua misericordia, per il tuo amico Abramo, per il tuo servitore Isacco, e per Israele che hai santificato". 
Per Abramo, cioè per il tuo immenso amore, il tuo amore cieco verso coloro che ami, poiché l'amore non sospetta il male. 
Per Isacco, cioè per la fedeltà dei pochi che hanno gli occhi rivolti al Padre. 
Per Israele, cioè per l'immensa folla promessa ad Abramo e ad Isacco, per il popolo infedele e incapace di farti piacere ma che tu santifichi nonostante ciò, poiché tu resti fedele e non puoi rinnegare te stesso. 
Per Giacobbe, che sei stato obbligato a vincere prima di benedire.
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lunedì 4 marzo 2013

Tu sei sale, anima d'apostolo

Tu sei sale, anima d'apostolo. —“Bonum est sal”— il sale è buono, si legge nel Santo Vangelo; “si autem sal evanuerit” —ma se il sale diventa scipìto... non serve a nulla, né per la terra, né per il concime; lo si getta via come cosa inutile. Tu sei sale, anima d'apostolo. —Ma se diventi scipìto... (Cammino, 921) 

Noi cattolici dobbiamo procedere nella vita come apostoli: con la luce di Dio, con il sale di Dio. Senza paura, con naturalezza, ma con tale vita interiore, con tale unione con Dio, da illuminare, da evitare la corruzione e le ombre, da distribuire il frutto della serenità e l'efficacia della dottrina cristiana. (Forgia, 969) 

In momenti di disorientamento generale, quando invochi il Signore — per le anime che sono sue! —, sembra come se non ti ascoltasse, come se fosse sordo alle tue invocazioni. Arrivi persino a pensare che il tuo lavoro apostolico sia vano. — Non ti preoccupare! Continua a lavorare con la stessa gioia, con la stessa vibrazione, con lo stesso slancio. — Permettimi di insistere: quando si lavora per Dio, nulla è infecondo! (Forgia, 978) 

Figlio mio: tutti i mari del mondo sono nostri, e proprio dove la pesca è più difficile, essa è ancor più necessaria. (Forgia, 979) 

Con la tua dottrina di cristiano, con la tua vita integra e con il tuo lavoro ben fatto, devi dare, nell'esercizio della tua professione, nel compimento dei doveri del tuo ufficio, buon esempio a quelli che ti circondano: parenti, amici, colleghi, vicini, alunni... — Non puoi essere un pasticcione. (Forgia, 980)
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Gesù come Elìa ed Elisèo è mandato non per i soli Giudei.

Lc 4,24-30 
Poi aggiunse: «In verità io vi dico: nessun profeta è bene accetto nella sua patria. Anzi, in verità io vi dico: c'erano molte vedove in Israele al tempo di Elia, quando il cielo fu chiuso per tre anni e sei mesi e ci fu una grande carestia in tutto il paese; ma a nessuna di esse fu mandato Elia, se non a una vedova a Sarepta di Sidòne. C'erano molti lebbrosi in Israele al tempo del profeta Eliseo; ma nessuno di loro fu purificato, se non Naamàn, il Siro». All'udire queste cose, tutti nella sinagoga si riempirono di sdegno. Si alzarono e lo cacciarono fuori della città e lo condussero fin sul ciglio del monte, sul quale era costruita la loro città, per gettarlo giù. Ma egli, passando in mezzo a loro, si mise in cammino. 

Invece di aprirsi nella fede e lasciarsi coinvolgere nel dono di Dio, i suoi compaesani si bloccano e si irritano. 
Il messaggio viene accolto, ma il messaggero viene rifiutato. 
Il rifiuto nasce perché il messaggero pretende di essere ascoltato come inviato da Dio. La patria di Gesù lo rifiuta perché è un cittadino qualunque e non porta prove per sostenere la sua pretesa di essere l'Inviato da Dio. Gli abitanti di Nazaret vogliono un segno che dimostri che Gesù è veramente il Salvatore promesso; pretendono che Dio dimostri la missione del suo profeta in un modo che piaccia a loro: in altre parole, tentano Dio. 
Ma l'agire di Gesù non è influenzato da ciò che gli uomini pretendono: fa soltanto ciò che Dio vuole. Il profeta non agisce di sua iniziativa, ma è a disposizione solamente di Dio che l'ha mandato. 
Nell'Antico Testamento Dio ha disposto che Elia ed Eliseo non portassero il loro aiuto miracoloso ai loro connazionali, ma a dei pagani stranieri. 
A Gesù non è concesso di compiere miracoli nella sua città, ma a Cafarnao. Dio distribuisce la sua salvezza secondo la sua insindacabile volontà, perché la salvezza è grazia e non può essere pretesa per nessun motivo. 
Gesù non dà prova di sé con i miracoli; per questo gli abitanti di Nazaret si sentono in diritto, o addirittura obbligati, a condannarlo a morte come bestemmiatore. 
La punizione della bestemmia si iniziava spingendo all'indietro il colpevole, per mezzo dei primi testimoni, il fino a farlo cadere da un'altura. Tutta l'assemblea della sinagoga di Nazaret giudica Gesù, lo condanna e cerca di eseguire immediatamente la sentenza. Si preannuncia l'insuccesso di Gesù in mezzo al suo popolo. Egli verrà escluso dalla comunità del suo popolo, condannato come bestemmiatore e ucciso. 
Ma l'ora della sua morte non è ancora giunta. Della sua vita e della sua morte dispone Dio. Nazaret viene abbandonata per sempre. Gesù prende la strada verso altre terre. 
I testimoni delle sue grandi opere non saranno i suoi concittadini, ma gli estranei, i pagani. Dio può suscitare figli di Abramo dalle pietre del deserto. Il modo in cui Gesù ha scandalizzato i "suoi" di allora è identico a quello con cui scandalizza i "suoi" di oggi. 
La tentazione di addomesticare Cristo è di tutti e di sempre, ma Gesù non si lascia intrappolare: o lo si accoglie nel modo giusto o se ne va. 
Padre Lino Pedron
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Preghiera del mattino del 4/III/2013

Naaman il Siro è sceso nelle acque fangose del Giordano e tu, Verbo fatto carne, tu non hai temuto di scendere nel fango dei miei peccati. 
Ero straniero come Rut la Moabita e come la vedova di Zarepta, e tu sei venuto proprio da me. 
Non lasciarmi, Signore, come sei partito da Nazareth; io ti grido che non sono degno di accoglierti sotto il mio tetto, ma voglio riconoscere l'inaudito miracolo della tua misericordia e dirti: Resta con noi, Signore, poiché la notte dell'odio e della disperazione già ricopre il mondo. 
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domenica 3 marzo 2013

Angelo Custode/13

Dimentica le ombre del passato; non ricordarti che dei giorni luminosi del tuo itinerario già compiuto. 
Questi giorni sono stati tutti illuminati dall'amore. 
Dimentica i tuoi fallimenti, importano poco agli occhi del Signore. 
Sono dimenticati, perdonati. 
Ciò che importa, è la tua determinazione ad andare avanti, a progredire nella tua somiglianza al Signore. 
Egli ha preso su di sé il peso del tuo passato, dei tuoi peccati; metti la tua fiducia nel suo Cuore, e che sia totale, senza restrizione alcuna.
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Angelo Custode/12

Non frapporre mai ostacoli alle grazie che sgorgano dal Cuore di Dio attraverso canali che conducono a te. 
E l’egoismo il grande ostacolo, e il rimedio a questo si trova nell'imitazione di Gesù: “Rimettetevi al mio insegnamento, poiché sono dolce ed umile di cuore” (Mt 11,29). 
La dolcezza e l’umiltà sono gli antidoti sovrani contro l’egoismo. 
È grazie a questi che i discepoli conquisteranno col Vangelo il mondo alla deriva. 
Ogni discepolo, divenuto dolce ed umile di cuore, è un altro Cristo che prende parte a questa conquista. 
Anche tu, imita Gesù.
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Se non vi convertite, perirete tutti allo stesso modo

Lc 13,1-9 
In quello stesso tempo si presentarono alcuni a riferirgli il fatto di quei Galilei, il cui sangue Pilato aveva fatto scorrere insieme a quello dei loro sacrifici. Prendendo la parola, Gesù disse loro: «Credete che quei Galilei fossero più peccatori di tutti i Galilei, per aver subìto tale sorte? No, io vi dico, ma se non vi convertite, perirete tutti allo stesso modo. O quelle diciotto persone, sulle quali crollò la torre di Sìloe e le uccise, credete che fossero più colpevoli di tutti gli abitanti di Gerusalemme? No, io vi dico, ma se non vi convertite, perirete tutti allo stesso modo». Diceva anche questa parabola: «Un tale aveva piantato un albero di fichi nella sua vigna e venne a cercarvi frutti, ma non ne trovò. Allora disse al vignaiolo: «Ecco, sono tre anni che vengo a cercare frutti su quest'albero, ma non ne trovo. Taglialo dunque! Perché deve sfruttare il terreno?». Ma quello gli rispose: «Padrone, lascialo ancora quest'anno, finché gli avrò zappato attorno e avrò messo il concime. Vedremo se porterà frutti per l'avvenire; se no, lo taglierai»». 

Il brano 13,1-5 ci presenta due fatti di cronaca: una uccisione e un incidente. Nel primo caso sono in gioco la libertà e la cattiveria dell'uomo; nel secondo la violenza del creato. Ma il problema è unico: quello della morte che l'uomo vive come un'indebita violenza. Questi due avvenimenti richiamano in modo esemplare ciò che maggiormente scuote la fede del credente: perché Dio permette i soprusi e le violenze, i disastri e i terremoti? 
La storia con le sue ingiustizie, e la natura con la sua insensatezza sembrano dominate dal maligno (cfr Lc 4,6).Il male, continuamente presente nella nostra esistenza, è il problema più rilevante ed è inspiegabile alla ragione. Esso costituisce un problema anche per la fede: la può spegnere o ingigantire. 
Solo conoscendo i "segni del tempo" possiamo vedere nel male il Signore che viene a salvarci chiamandoci alla conversione. 
Il problema vero della storia non è l'alternanza al potere del male, ma l'alternativa ad esso. Non basta cambiare i protagonisti: bisogna cambiare il gioco. 
Gesù non condanna Pilato, ma non esalta neppure le sue vittime. Egli vuole portarci a un punto di vista superiore: Pilato e le sue vittime sono insieme vittime dello stesso peccato. Infatti hanno tentato lo stesso gioco: i galilei erano i più deboli e hanno perso. Gesù ha rifiutato come mezzi del Regno quelli del nemico: la ricchezza, il potere e l'orgoglio. 
La violenza genera sempre altra violenza. 
L'unica arma per vincere tutti i mali è l'amore. 
Lo stesso peccato, presente in Pilato e nelle sue vittime, è presente anche negli ascoltatori di Cristo. Al posto di Pilato si sarebbero comportati come Pilato, al posto dei guerriglieri galilei si sarebbero comportati come i guerriglieri galilei. 
Ma allora dove sta la verità? 
Essa sta solamente nel conformare i nostri comportamenti a quelli di Cristo che si fa carico del male di tutti. Le calamità naturali non sono una punizione, ma un richiamo alla conversione. Il peccato che ha guastato l'uomo ha sottoposto all'insensatezza anche la natura che aveva in lui il suo fine Si è rotta l'armonia uomo-mondo e ogni evento insensato ci richiama a cercare nella conversione il senso di una vita che il peccato ha esposto al vuoto, al non senso (cfr Rm 8,20). 
Discernere i segni del tempo presente significa leggere ogni fatto come appello a passare dal mondo vecchio al mondo nuovo portato da Cristo. In questo modo il male perde il suo carattere di fatalità e viene dominato dall'uomo che ne sa trarre un bene maggiore: la propria conversione. 
Il brano 13,6-9 ci presenta la parabola del fico sterile: Questa ci aiuta a leggere la nostra storia alla luce di quella di Gesù. 
La parabola è trasparente. Il Padre e il Figlio si prendono cura dell'uomo e si attendono che egli risponda al loro amore. 
Ma come il fico è sterile, così l'uomo non fa frutti di conversione (cfr Lc 3,8). Ma Dio accorda una proroga all'uomo e prodiga la sua cura perché fruttifichi e non sia tagliato. Il "quest'anno" del v. 8 indica tutti gli anni e i secoli delle generazioni che verranno. 
E' l'anno della pazienza e della misericordia di Dio: "Egli usa pazienza verso di voi, non volendo che alcuno perisca, ma che tutti abbiano modo di pentirsi" (2Pt 2,9). 
Ma non dobbiamo fare come gli "empi che trovano pretesto alla loro dissolutezza nella grazia di Dio" (Gd 4). Non ci si deve prendere gioco della ricchezza della bontà di Dio, della sua tolleranza e della sua pazienza, ma riconoscere che la bontà di Dio ci spinge alla conversione (cfr Rm 2,4). 
La parabola pone l'accento sulla bontà di Dio. 
La cattiveria dell'uomo non può impedire a Dio di essere buono. 
Padre Lino Pedron 
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Preghiera del mattino del 3/III/2013

Signore, sappiamo che tu sei poco incline alla collera, che sei ricco di clemenza e paziente con la nostra fragilità, che sai aspettare. 
Noi abbiamo bisogno di vivere, di approfittare di quel "cento per uno" che ci prometti già in questa vita. 
Non vogliamo più perdere tempo. 
Aiutaci dunque a vivere con attenzione, dissipa in noi le ombre del dubbio. 
Fa' che la nostra libertà aderisca, senza calcoli e senza ritardi, a te che sei la vita.
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sabato 2 marzo 2013

Messaggio Medjugorje a Mirjana del 2 marzo 2013

Cari figli, 
vi invito di nuovo maternamente: non siate duri di cuore! 
Non chiudete gli occhi sugli ammonimenti che per amore il Padre Celeste vi manda. 
Voi lo amate al di sopra di tutto? 
Vi pentite che spesso dimenticate che il Padre Celeste per il suo grande amore ha mandato suo Figlio, affinché con la croce ci redimesse? 
Vi pentite che ancora non accogliete il messaggio? 
Figli miei, non opponetevi all'amore di mio Figlio. 
Non opponetevi alla speranza ed alla pace. 
Con la vostra preghiera ed il vostro digiuno, mio Figlio con la sua croce scaccerà la tenebra che desidera circondarvi e impadronirsi di voi. 
Egli vi darà la forza per una nuova vita. 
Vivendola secondo mio Figlio, sarete benedizione e speranza per tutti quei peccatori che vagano nella tenebra del peccato. 
Figli miei, vegliate! Io, come Madre, veglio con voi. 
Prego e veglio particolarmente su coloro che mio Figlio ha chiamato, affinché siano per voi portatori di luce e portatori di speranza: per i vostri pastori. 
Vi ringrazio. 
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Richiesta di preghiere 2/3/2013

Carissimi, 
considerato il grave momento che stiamo attraversando, chiedo preghiere perché i cattolici abbiano uno scatto di orgoglio e sappiano esserlo fino in fondo. 
Non è possibile sentir dire: 
"sono cattolico ma sono favorevole all'aborto", 
"sono cattolico ma sono favorevole al divorzio", 
"sono cattolico e sono favorevole ai matrimoni tra omosessuali e all'adozione di figli da parte di costoro", 
"sono cattolico e sono favorevole al testamento biologico, cioè in pratica all'eutanasia", 
"sono cattolico ma ritengo che la Chiesa debba aggiornarsi", 
come se ciò che ha detto Gesù valesse solo per quel tempo e non anche per oggi! 
Il maligno si è fatto strada pian piano nelle menti e nei cuori di tantissimi uomini, anche credenti, anche - purtroppo - consacrati. 
Da ciò la grande confusione che esiste e il rischio che sia contaminato anche il soglio di Pietro. 
Offriamo le nostre preghiere perché si faccia chiarezza nella mente e nel cuore di ognuno sicché il demonio non faccia più vittime, specie nelle anime semplici che facilmente possono essere tratti in inganno.
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Che mi sostenga sempre l'Amore

Chiedi al Padre, al Figlio e allo Spirito Santo, e a tua Madre, che ti aiutino a conoscerti e a piangere per tutte quelle cose sporche che ti hanno attraversato e che hanno lasciato — ahimè — tante incrostazioni... — E nel contempo, senza allontanarti da questa considerazione, digli: dammi, Gesù, un Amore che sia fuoco di purificazione, nel quale la mia povera carne, il mio povero cuore, la mia povera anima, il mio povero corpo si consumino, ripulendosi di tutte le miserie terrene... Poi, il mio io ormai vuoto, riempilo di Te: che non mi attacchi a nulla qui sulla terra; che mi sostenga sempre l'Amore. (Forgia, 41) 

Il Signore ci ascolta per intervenire, per entrare nella nostra vita, liberarci dal male, colmarci di bene: Eripiam eum et glorificabo eum, ci libererà e ci glorificherà. Ecco la speranza della gloria: ritroviamo qui, come già in altre occasioni, l'inizio di quell'intimo movimento che è la vita spirituale. La speranza di questa glorificazione accresce la nostra fede e stimola la nostra carità. In tal modo le tre virtù teologali, virtù divine che ci fanno simili a Dio nostro Padre, diventano operanti. (...) 
Non si può rimanere inerti. È necessario avanzare verso la meta indicata da san Paolo:Non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me. L'ambizione è grande e nobile: è l'identificazione con Cristo, la santità. D'altronde non c'è altra strada se si desidera essere coerenti con la vita divina che Dio stesso, mediante il battesimo, ha fatto nascere nelle nostre anime. Andare avanti significa progredire in santità; si retrocede, invece, se si rinuncia allo sviluppo della vita cristiana. Il fuoco dell'amore di Dio ha bisogno di essere alimentato, di crescere ogni giorno, di gettare profonde radici nell'anima; e il fuoco si mantiene vivo a condizione di bruciare cose sempre nuove. Se non avvampa, rischia di estinguersi. (E' Gesù che passa, 57-58)
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Questo tuo fratello era morto ed è tornato in vita

Lc 15,1-3.11-32 
Si avvicinavano a lui tutti i pubblicani e i peccatori per ascoltarlo. I farisei e gli scribi mormoravano dicendo: «Costui accoglie i peccatori e mangia con loro». Ed egli disse loro questa parabola: Disse ancora: «Un uomo aveva due figli. Il più giovane dei due disse al padre: «Padre, dammi la parte di patrimonio che mi spetta». Ed egli divise tra loro le sue sostanze. Pochi giorni dopo, il figlio più giovane, raccolte tutte le sue cose, partì per un paese lontano e là sperperò il suo patrimonio vivendo in modo dissoluto. Quando ebbe speso tutto, sopraggiunse in quel paese una grande carestia ed egli cominciò a trovarsi nel bisogno. Allora andò a mettersi al servizio di uno degli abitanti di quella regione, che lo mandò nei suoi campi a pascolare i porci. Avrebbe voluto saziarsi con le carrube di cui si nutrivano i porci; ma nessuno gli dava nulla. Allora ritornò in sé e disse: «Quanti salariati di mio padre hanno pane in abbondanza e io qui muoio di fame! Mi alzerò, andrò da mio padre e gli dirò: Padre, ho peccato verso il Cielo e davanti a te; non sono più degno di essere chiamato tuo figlio. Trattami come uno dei tuoi salariati». Si alzò e tornò da suo padre. Quando era ancora lontano, suo padre lo vide, ebbe compassione, gli corse incontro, gli si gettò al collo e lo baciò. Il figlio gli disse: «Padre, ho peccato verso il Cielo e davanti a te; non sono più degno di essere chiamato tuo figlio». Ma il padre disse ai servi: «Presto, portate qui il vestito più bello e fateglielo indossare, mettetegli l'anello al dito e i sandali ai piedi. Prendete il vitello grasso, ammazzatelo, mangiamo e facciamo festa, perché questo mio figlio era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato». E cominciarono a far festa. Il figlio maggiore si trovava nei campi. Al ritorno, quando fu vicino a casa, udì la musica e le danze; chiamò uno dei servi e gli domandò che cosa fosse tutto questo. Quello gli rispose: «Tuo fratello è qui e tuo padre ha fatto ammazzare il vitello grasso, perché lo ha riavuto sano e salvo». Egli si indignò, e non voleva entrare. Suo padre allora uscì a supplicarlo. Ma egli rispose a suo padre: «Ecco, io ti servo da tanti anni e non ho mai disobbedito a un tuo comando, e tu non mi hai mai dato un capretto per far festa con i miei amici. Ma ora che è tornato questo tuo figlio, il quale ha divorato le tue sostanze con le prostitute, per lui hai ammazzato il vitello grasso». Gli rispose il padre: «Figlio, tu sei sempre con me e tutto ciò che è mio è tuo; ma bisognava far festa e rallegrarsi, perché questo tuo fratello era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato»». 

Questa parabola rivela il centro del vangelo: Dio come Padre di tenerezza e di misericordia. Egli prova una gioia infinita quando vede tornare a casa il figlio da lontano, e invita tutti a gioire con lui. 
Gesù fin dall'inizio mangia con i peccatori (cfr Lc 5,27-32). Ora invita anche i giusti. 
Attaccato da essi con cattiveria, li contrattacca con la sua bontà, perché vuole convertirli. 
Ma la loro conversione è più difficile di quella dei peccatori. Non vogliono accettare il comportamento di Dio Padre che ama gratuitamente e necessariamente tutti i suoi figli: la sua misericordia non è proporzionata ai meriti, ma alla miseria. 
I peccatori a causa della loro miseria sentono la necessità della misericordia. 
I giusti, che credono di essere privi di miseria, non accolgono la misericordia. Questo brano è rivolto al giusto perché occupi il suo posto alla mensa del Padre: deve partecipare alla festa che egli fa per il proprio figlio perduto e ritrovato. 
Questa parabola non parla della conversione del peccatore alla giustizia, ma del giusto alla misericordia. 
La grazia che Dio ha usato verso di noi, suoi nemici, deve rispecchiarsi nel nostro atteggiamento verso i nemici (cfr Lc 6,27-36) e verso i fratelli peccatori (cfr Lc 6,36-38). 
Il Padre non esclude dal suo cuore nessun figlio. Si esclude da lui solo chi esclude il fratello. Ma Gesù si preoccupa di ricuperare anche colui che, escludendo il fratello, si esclude dal Padre. 
Nel mondo ci sono due categorie di persone: i peccatori e quelli che si credono giusti. 
I peccatori, ritenendosi senza diritti, hanno trovato il vero titolo per accostarsi a Dio. Egli infatti è pietà, tenerezza e grazia: per sua natura egli ama l'uomo non in proporzione dei suoi meriti, ma del suo bisogno. I destinatari della parabola sono gli scribi e i farisei, che si credono giusti. Gesù li invita a convertirsi dalla propria giustizia che condanna i peccatori, alla misericordia del Padre che li giustifica. 
Mentre il peccatore sente il bisogno della misericordia di Dio, il giusto non la vuole né per sé né per gli altri, anzi, come Giona (4,9), si irrita grandemente con Dio perché usa misericordia. La conversione è scoprire il volto di tenerezza del Padre, che Gesù ci rivela, volgersi dall'io a Dio, passare dalla delusione del proprio peccato, o dalla presunzione della propria giustizia, alla gioia di esser figli del Padre. 
Radice del peccato è la cattiva opinione sul Padre: e questa opinione è comune ai due figli. Il più giovane, per liberarsi del Padre, si allontana da lui con le degradazioni della ribellione, della dimenticanza, dell'alienazione atea e del nihilismo. 
L'altro, per imbonirselo, diventa servile. Ateismo e religione servile, dissolutezza e legalismo, nihilismo e vittimismo scaturiscono da un'unica fonte: la non conoscenza di Dio. 
Questi due figli, che rappresentano l'intera umanità, hanno un'idea sbagliata sul conto del Padre: lo ritengono un padre-padrone. Questa parabola ha come primo intento di portare il fratello maggiore ad accettare che Dio è misericordia. 
Questa scoperta è una gioia immensa per il peccatore e una sconfitta mortale per il giusto. E' la conversione dalla propria giustizia alla misericordia di Dio. La conversione consiste nel rivolgersi al Padre che è tutto rivolto a noi e nel fare esperienza del suo amore per tutti i suoi figli. 
Per questo il giusto deve accettare un Dio che ama i peccatori. 
Per accettare il Padre bisogna convertirsi al fratello. 
Padre Lino Pedron 
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Preghiera del mattino del 2/III/2013

"Mi leverò e andrò da mio Padre". 
Liberaci dall'orgoglio della vita che ci impedisce di rialzarci dal fango nel quale il peccato ci ha trascinati. 
Salvaci dall'accecamento suicida che non riconosce la misericordia nella ostinazione e nell'indurimento del cuore. 
O Cristo, tu hai aperto le porte del Paradiso; là non vi è più l'angelo che ne vietava l'ingresso e per mezzo della tua voce il Padre chiama di nuovo Adamo, che aveva cacciato. 
Ero piegato, abbattuto dalle mie turpi colpe, ero prostrato e rifiutavo la consolazione, ma ti ho sentito e mi alzerò e andrò da mio Padre.
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venerdì 1 marzo 2013

Epistolario di san Pio/13

53) Di a Gesù: Vuoi maggiore amore da me? Io non ne ho più! Dammene ancora e te l'offrirò! Non dubitare, Gesù accetterà l'offerta. 

54)Viva Gesù. Questa e' la parola interiore, sotto di cui dobbiamo vivere e morire. 

55)Lasciati guidare amorosamente dalla divina provvidenza, sia che vuol farti camminare per terra e per deserti, sia per l'acque delle consolazioni sensibili e spirituali. 

56) I desideri inutili, i quali simili al fuco e al calabrone divoravano il miele dell'alveare.
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Preghiera del mattino del 1/III/2013

Fra tutti i popoli della terra scegliesti una vigna, Israele, alla quale donasti una terra in cui facesti scorrere latte e miele. 
La mia vigna non l'ho custodita, le volpi devastatrici l'hanno invasa. 
Ti ho già respinto abbastanza, Signore, vieni ora a prendere possesso del tuo bene. 
Nelle mie vene scorre il sangue del Figlio che i vignaiuoli assassini uccisero.
Fa' che la linfa del ceppo trasmetta la vita sino all'estremità dei tralci. 
Voglio recare un frutto abbondante che persista, e accetto il torchio della croce affinché la mia vita serva a nutrire la tua gloria.
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