domenica 11 dicembre 2011

In mezzo a voi sta uno che voi non conoscete

Venne un uomo mandato da Dio: il suo nome era Giovanni. Egli venne come testimone per dare testimonianza alla luce, perché tutti credessero per mezzo di lui. Non era lui la luce, ma doveva dare testimonianza alla luce. Questa è la testimonianza di Giovanni, quando i Giudei gli inviarono da Gerusalemme sacerdoti e leviti a interrogarlo: «Tu, chi sei?». Egli confessò e non negò. Confessò: «Io non sono il Cristo». Allora gli chiesero: «Chi sei, dunque? Sei tu Elia?». «Non lo sono», disse. «Sei tu il profeta?». «No», rispose. Gli dissero allora: «Chi sei? Perché possiamo dare una risposta a coloro che ci hanno mandato. Che cosa dici di te stesso?». Rispose: «Io sono voce di uno che grida nel deserto: Rendete diritta la via del Signore, come disse il profeta Isaia». Quelli che erano stati inviati venivano dai farisei. Essi lo interrogarono e gli dissero: «Perché dunque tu battezzi, se non sei il Cristo, né Elia, né il profeta?». Giovanni rispose loro: «Io battezzo nell'acqua. In mezzo a voi sta uno che voi non conoscete, colui che viene dopo di me: a lui io non sono degno di slegare il laccio del sandalo». Questo avvenne in Betània, al di là del Giordano, dove Giovanni stava battezzando.

Gesù, la luce venuta nel mondo, è preceduto da un testimone, Giovanni il Battista, che ha la missione di parlare a favore della luce. Questo uomo mandato da Dio ha un compito ben definito nel piano della salvezza, e lo stesso suo nome "Giovanni" lo rivela: annunciare che "Dio è pieno di amore misericordioso" per tutta l’umanità.
Il ruolo del Battista è unico: "venne come testimone, per dare testimonianza alla luce, affinché tutti credessero per mezzo suo" (v. 7). Giovanni è il testimone di Gesù che riceve la testimonianza che il Padre dà al Figlio nel batte simo e che vede lo Spirito scendere e rimanere su Gesù (Gv 1,32-34). Egli è colui che conduce l’uomo alla fede in Gesù-Luce.
Per comprendere bene la testimonianza di Giovanni Battista, bisogna chiarire cosa significa il termine "giudei".
Nel linguaggio del Vangelo di Giovanni, essi sono i capi religiosi che entrano in polemica con Gesù, sono gli avversari di Gesù e di Giovanni Battista, sono i rappresentanti del mondo che non crede. Essi vanno distinti dagli "israeliti", che sono invece quelli che ascoltano la parola di Gesù (cfr Gv 1,47) e sono i "poveri di Dio", il "resto d’Israele" che attende il Messia.
La delegazione, composta da persone autorevoli, come sacerdoti e leviti, pone al Battista la fondamentale domanda della sua identità: "Tu chi sei?". Giovanni confessa con schiettezza di non essere il Cristo, il Salvatore atteso da Israele.
A questa prima risposta negativa seguono altre domande degli inviati: "Chi sei allora, sei Elia?…Sei tu il profeta?" ( v. 21). Il Battista risponde con prontezza e decisione anche a queste domande. Egli non è Elia o il Profeta, personaggi attesi per il tempo messianico.
Il disorientamento dei suoi interlocutori è grande. Agli inviati, che ancora una volta cercano una spiegazione sulla sua identità, presenta sé stesso con le parole di Isaia: "Voce di uno che grida nel deserto" (v. 23), e prepara la via al Cristo, vera salvezza.
Egli è la voce che invita a ritornare nel deserto per preparare spiritualmente il cammino al Messia. Egli non richiama l’attenzione su di sé, ma su colui che sta per arrivare.
I giudei, però, non sono soddisfatti delle sue risposte e gli domandano ancora: "Perché dunque battezzi, se tu non sei il Cristo, né Elia, né il Profeta?" (v. 24). Ed egli con la sua precisa risposta giustifica il suo operato e la sua missione: "Io battezzo con acqua" (v. 26). Giovanni pratica questo rito perché ogni uomo si disponga ad accogliere la rivelazione del salvatore d’Israele.
La definitiva conferma che egli non è il Messia, Giovanni la dà ai suoi interlocutori dicendo che il Cristo è già presente in mezzo al popolo. Egli non accosta la sua persona a quella del Salvatore per fare un confronto, ma solo per mettere in risalto la grandezza e la dignità del Cristo. La sua vita ha dimensioni di eternità e Giovanni non è degno di rendergli il più umile dei servizi, come quello di slacciare i sandali, che pure era un compito riservato agli schiavi.
La subordinazione del Battista a Gesù è totale. Con la parola e con la vita egli offre al Messia una testimonianza che cerca di suscitare la fede di tutti verso il grande sconosciuto che vive tra gli uomini e che essi non conoscono.
La sua umiltà e la sua fedeltà sono esemplari: egli allontana sempre più l’attenzione e lo sguardo da sé per orientare tutti verso il suo Signore.


Padre Lino Pedron
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sabato 10 dicembre 2011

Seguire da vicino le orme di Cristo

La nostra condizione di figli di Dio ci porterà — insisto — ad avere spirito contemplativo in mezzo a tutte le attività umane — luce, sale e lievito, attraverso l'orazione, la mortificazione, la cultura religiosa e professionale —, facendo diventare realtà questo programma: quanto più siamo immersi nel mondo, tanto più dobbiamo essere di Dio. (Forgia, 740)


Non dobbiamo guardare il mondo con aria delusa. Hanno reso un cattivo servizio alla catechesi, forse involontariamente, quei biografi di santi che hanno voluto trovare ad ogni costo cose straordinarie nella vita dei servi di Dio fin dai loro primi vagiti. (…)
Ora, con l'aiuto di Dio, abbiamo imparato a scoprire lo spatium verae poenitentiae, il tempo di una vera penitenza; in quei momenti facciamo propositi di emendatio vitae, di migliorare la nostra vita. È questa la via per preparare l'anima alla grazia e alle ispirazioni dello Spirito Santo. E con la grazia — ve lo ripeto — viene il gaudium cum pace, la gioia, la pace e la perseveranza nel cammino (E' Gesù che passa, 9)
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Preghiera del mattino 10/XII/2011

Mi chiedo quando gli uomini politici si metteranno d'accordo - perché ci sia finalmente la pace sulla terra.
Mi chiedo quando gli strateghi militari compiranno il disarmo definitivo - perché ci sia finalmente la pace sulla terra.
Mi chiedo quando le giostre di potere in seno alla nostra Chiesa cesseranno di essere necessarie - perché ci sia finalmente la pace sulla terra.
Mi chiedo, oh sì, mi chiedo: quando concluderò infine la pace con me stesso?
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Supplica alla Madonna di Loreto

(a mezzogiorno del 10 dicembre; si recita inoltre, il 25 marzo, il 15 agosto e l '8 settembre)


O Maria Loretana, Vergine gloriosa, noi ci accostiamo fiduciosi a Te: accogli oggi la nostra umile preghiera. L'umanità è sconvolta da gravi mali dai quali vorrebbe liberarsi da sola. Essa ha bisogno di pace, di giustizia, di verità , di amore e si illude di poter trovare queste divine realtà lontano da tuo Figlio. O Madre! Tu portasti il Salvatore divino nel tuo seno purissimo e vivesti con Lui nella santa Casa che noi veneriamo su questo colle loretano, ottienici la grazia di cercare Lui e di imitare i suoi esempi che conducono alla salvezza.
Con fede e amore filiale, ci portiamo spiritualmente alla tua Casa benedetta. Per la presenza della tua Famiglia essa è ¨ la Casa santa” per eccellenza alla quale vogliamo si ispirino tutte le famiglie cristiane: da Gesù ogni figlio impari l'ubbidienza e il lavoro; da Te, o Maria, ogni donna apprenda l'umiltà e lo spirito di sacrificio; da Giuseppe, che visse per Te e per Gesù, ogni uomo impari a credere in Dio e a vivere in famiglia e nella società con fedeltà e rettitudine.
Molte famiglie, o Maria, non sono un santuario dove si ama e si serve Dio; per questo Ti preghiamo affinché Tu ci ottenga che ognuna imiti la tua, riconoscendo ogni giorno e amando sopra ogni cosa il tuo Figlio divino. Come un giorno, dopo anni di preghiera e di lavoro, Egli uscì da questa Casa santa per far sentire la sua Parola che è Luce e Vita, così ancora dalle sante mura che ci parlano di fede e di carità , giunga agli uomini l'eco della sua parola onnipotente che illumina e converte.
Ti preghiamo, o Maria, per il Papa, per la Chiesa universale, per l'Italia e per tutti i popoli della terra, per le istituzioni ecclesiali e civili e per i sofferenti e i peccatori, affinché tutti divengano discepoli di Dio. O Maria, in questo giorno di grazia, uniti ai devoti spiritualmente presenti a venerare la santa Casa ove fosti adombrata dallo Spirito Santo, con viva fede Ti ripetiamo le parole dell'Arcangelo Gabriele: Ave, o piena di grazia, il Signore è con Te!
Noi Ti invochiamo ancora: Ave, o Maria, Madre di Gesù e Madre della Chiesa, Rifugio dei peccatori, Consolatrice degli afflitti, Aiuto dei Cristiani.
Tra le difficoltà e nelle frequenti tentazioni noi siamo in pericolo di perderci, ma guardiamo a Te e Ti ripetiamo: Ave, Porta dei Cielo; ave, Stella del Mare! Salga a Te la nostra supplica, o Maria. Essa Ti dica i nostri desideri, il nostro amore a Gesù e la nostra speranza in Te, o Madre nostra. Ridiscenda la nostra preghiera sulla terra con abbondanza di grazie celesti.
Amen.
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venerdì 9 dicembre 2011

Non ascoltano né Giovanni né il Figlio dell’uomo

A chi posso paragonare questa generazione? È simile a bambini che stanno seduti in piazza e, rivolti ai compagni, gridano: «Vi abbiamo suonato il flauto e non avete ballato,abbiamo cantato un lamento e non vi siete battuti il petto!». È venuto Giovanni, che non mangia e non beve, e dicono: «È indemoniato». È venuto il Figlio dell'uomo, che mangia e beve, e dicono: «Ecco, è un mangione e un beone, un amico di pubblicani e di peccatori». Ma la sapienza è stata riconosciuta giusta per le opere che essa compie».

Di fronte a Giovanni che è "più che un profeta" (Mt 11,9) e a Gesù che è il Messia, "questa generazione" recalcitra come dei monelli che si rifiutano di stare al gioco. L’espressione "questa generazione" designa tutti coloro che sono incapaci di udire, di vedere e di giudicare adeguatamente. Gesù rimprovera agli uomini di "questa generazione" di essere come bambini capricciosi che vogliono essere lasciati in pace, che non vogliono essere sollecitati a fare delle scelte. Rifiutano un atteggiamento e anche il suo contrario, criticano una proposta e anche l’altra: e questo è la prova della loro insincerità e della loro cattiva volontà.
I canti di gioia che invitano alla danza simboleggiano l’opera di Gesù, la sua comunione conviviale con i peccatori.
Le lamentazioni indicano il Battista e la sua vita ascetica. Entrambi hanno incontrato il rifiuto di "questa generazione".
La generazione del rifiuto ha preso la scusa dalla vita austera del Battista per muovergli l’accusa di essere un ossesso. L’accusa rivolta a Gesù si riferisce alla sua comunione conviviale con i pubblicani e i peccatori (Mt 9,11),
che manifestava la sua offerta di grazia per tutti e la sua misericordia. Il rimprovero "mangione e beone" equivale a buono a nulla, fannullone, parassita.
Di fronte a un giudizio così offensivo, duro e umiliante, Gesù ha una giustificazione da presentare: le sue opere.
Matteo parla delle opere della sapienza e dice che la sapienza personificata è Cristo (cfr 1Cor 1,24.30).
"Ma alla sapienza è stata resa giustizia dalle sue opere" (v. 19). La sapienza designa l’azione di Dio nella creazione e nella storia (cfr Sir 24; 42,15-25; Sap 10,1-11) ed esprime la volontà di Dio (Sap 9,13-18) che si lascia conoscere
attraverso lo Spirito del Signore. Questa allusione alla sapienza ricorda Sir 18,1-4 dove il Signore viene proclamato giusto proprio per le sue opere.
I rapporti di Gesù con i peccatori, l’accoglienza riservata loro – espressione della benevola volontà di Dio a cui egli si attiene nell’operare – diventano uno scandalo. Lo scandalo nasce dal fatto che egli col suo comportamento
abbatte i muri che essi avevano accuratamente eretti tra sé e gli altri a salvaguardia dei loro privilegi.
Padre Lino Pedron
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Preghiera del mattino 9/XII/2011

Manco spesso di misericordia verso il prossimo.
Lo misuro secondo criteri di prestazione. 
Lo giudico dalle apparenze.
Lo classifico in certe categorie.
Ti prego, aiutami ad imparare come vedere gli altri con il mio cuore al di là di ogni apparenza per lasciarli diventare uomini.
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giovedì 8 dicembre 2011

Ecco concepirai un figlio e lo darai alla luce

Nel sesto mese, l'angelo Gabriele fu mandato da Dio in una città della Galilea, chiamata Nazareth, a una vergine, promessa sposa di un uomo della casa di Davide, chiamato Giuseppe. La vergine si chiamava Maria. Entrando da lei, disse: «Ti saluto, o piena di grazia, il Signore è con te». A queste parole ella rimase turbata e si domandava che senso avesse un tale saluto. L'angelo le disse: «Non temere, Maria, perché hai trovato grazia presso Dio. Ecco concepirai un figlio, lo darai alla luce e lo chiamerai Gesù. Sarà grande e chiamato Figlio dell'Altissimo; il Signore Dio gli darà il trono di Davide suo padre e regnerà per sempre sulla casa di Giacobbe e il suo regno non avrà fine». Allora Maria disse all'angelo: «Come è possibile? Non conosco uomo». Le rispose l'angelo: «Lo Spirito Santo scenderà su di te, su te stenderà la sua ombra la potenza dell'Altissimo. Colui che nascerà sarà dunque santo e chiamato Figlio di Dio. Vedi: anche Elisabetta, tua parente, nella sua vecchiaia, ha concepito un figlio e questo è il sesto mese per lei, che tutti dicevano sterile: nulla è impossibile a Dio». Allora Maria disse: «Eccomi, sono la serva del Signore, avvenga di me quello che hai detto». E l'angelo partì da lei.

Nell’annunciazione di Giovanni Battista l’angelo Gabriele va al tempio di Gerusalemme. Nell’annunciazione di Gesù l’angelo va a Nazareth, territorio che era ritenuto pagano e trascurato da Dio, quella Galilea dalla quale "non
era sorto alcun profeta" (Gv 7,52). Natanaele si chiede: "Può venire qualcosa di buono da Nazareth?" (Gv 1,46). Dio sceglie ciò che non ha appariscenza, ciò che è umile e disprezzato dagli uomini. La legge dell’incarnazione è questa: "Gesù annientò sé stesso…umiliò sé stesso" (Fil 2,7-8).
Ma a Gerusalemme, nel tempio, nel culto solenne, nel sacerdote che presiede la celebrazione Dio non trova la fede, cioè non trova amore, ubbidienza e accoglienza. A Nazareth invece, nella Galilea dei pagani, lontana dal tempio
e dal culto, trova una fanciulla sconosciuta, la Maria, piena di grazia, di fede e di disponibilità.
Nell’Antico Testamento Dio abita nel tempio, nel Nuovo elegge la sua dimora tra gli uomini (Gv 1, 14). Maria è il nuovo tempio, la nuova città santa, il popolo nuovo in mezzo al quale prende dimora Dio. Il nome di Gesù significa:
Dio salva. "Jahvé, il tuo Dio, è dentro di te, potente salvatore" (Sof 3,17).
Il nome nuovo che Maria riceve: "Piena-di-grazia" è l’investitura per una particolare missione nel piano di Dio, destinata a modificare la sua vita e il corso intero della storia. L’espressione "il Signore è con te" indica la protezione e l’assistenza che Dio le accorda in vista del compito che è destinata ad assolvere.
Il turbamento di cui parla il vangelo (v. 29) indica la presenza di Dio e sottolinea l’origine divina della comunicazione che Maria riceve, ed è segno che le parole dell’angelo sono piene di mistero.
Maria cerca di capirne il significato ponendosi delle domande, ma inutilmente. Alla fine deve chiederne la spiegazione all’angelo. L’angelo dà la spiegazione di ciò che ha affermato nel saluto iniziale. La grazia accordata a Maria è
la nascita miracolosa di un figlio. Dio attuerà il suo disegno intervenendo con la potenza del suo Spirito.
Le perplessità di Maria alle parole dell’angelo riecheggiano quelle di Abramo all’annuncio della nascita di suo figlio (Gen 18,14). La fede in Dio che può operare meraviglie e cose impossibili all’uomo, ha salvato dall’incredulità Abramo; la stessa fede salva Maria (v. 37).
"Servi di Dio" sono coloro che hanno ricevuto una missione particolarmente importante e contemporaneamente danno prova di disponibilità, di remissività e di fede. Sulla bocca di Maria l’espressione "serva del Signore" riassume la sua missione e il coraggio con cui ha accettato l’invito divino che dà un significato nuovo e inatteso alla sua vita.
"Serva del Signore" è il nome che ella stessa si attribuisce dopo quello datole dai genitori: Maria, e quello annunciatole dall’angelo: Piena-di-grazia. Maria è la serva del Signore perché accetta umilmente il disegno di Dio, anche se non riesce a comprenderne tutta la portata e tutte le conseguenze.
L’espressione "avvenga di me", nel testo originale greco, è una forma verbale chiamata ottativo e contiene in sé un desiderio ardente e un entusiasmo vivo di vedere attuato quanto le è stato proposto. Maria ci insegna che la volontà di Dio va accolta con fede ed eseguita con gioia
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mercoledì 7 dicembre 2011

Maria, la Vergina Madre di Dio

La Sapienza di Dio veglia continuamente sul mondo, disponendo tutto con forza e soavità. Nel quadro della Divina Provvidenza, Dio ha fissato un posto per ogni cosa e per ogni persona.Quando Dio Padre stabilì di inviare nel mondo il Suo Unico Figlio e di farlo nascere da donna, scelse e plasmò una vergine che preparò a divenire degnamente sua madre. Un bimbo buono ci fa pensare a una mamma buona. La bontà del figlio è da noi attribuita al merito della madre. Nel mistero dell'Incarnazione, avviene il contrario. Maria di Nazareth è perfetta per ragioni di suo Figlio. Poiché il Figlio di Dio è santo e perfetto, Maria sua Madre nella carne, deve essere perfetta il più possibile. Dio non posò il Suo sguardo su tutte le donne del mondo per cercare la più adatta a divenire la madre del Figlio suo; Maria non fu scelta perché era la più perfetta fra le donne: Dio la fece perfetta, perché l'aveva scelta a divenire la Madre del Suo Figlio.
Poiché Cristo è l'essenza della santità, anche Sua Madre doveva essere senza macchia.
Dio avendola scelta come Madre del Figlio suo, la preservò dal peccato originale e attuale.


(elaborato da Maria M.)
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Un'orazione continua

Padre, mi hai confidato: io mi porto addosso molti sbagli, molti errori. — Lo so bene, ti ho risposto. Ma Dio nostro Signore, che pure lo sa e ci fa conto, ti chiede solo l'umiltà di riconoscerlo, e la lotta per rettificare, per servirlo ogni giorno meglio, con più vita interiore, con un'orazione continua, con la devozione e con l'impiego dei mezzi adeguati per santificare il tuo lavoro. (Forgia, 379)


Vita interiore, in primo luogo. Quanti ancora non lo capiscono! Quando sentono parlare di vita interiore pensano alle navate buie o all'aria viziata di alcune sacrestie. Da più di un quarto di secolo cerco di insegnare che non è nulla di tutto ciò. Io mi riferisco alla vita interiore dei comuni cristiani, quelli che abitualmente si incontrano in piena strada, all'aria aperta: quelli che per la strada, nel lavoro, in famiglia e nei momenti di svago non perdono di vista Gesù per tutta la giornata. Non è forse questa una vita di continua orazione? E non hai forse compreso anche tu la necessità di essere anima di orazione, di avere con Dio un rapporto che ti deifichi?Questa è la fede cristiana, e così l'hanno sempre intesa le anime d'orazione: Diventa Dio — scrive Clemente Alessandrino —l'uomo che vuole tutto ciò che Dio vuole.
L'inizio non è facile; costa sforzo rivolgersi al Signore e ringraziarlo della sua pietà paterna e concreta verso di noi. Poi, a poco a poco — benché non sia cosa del sentimento — l'amore di Dio si fa tangibile come una traccia profonda nell'anima. È Cristo che ci segue amorosamente:Ecco, sto alla porta e busso. (E' Gesù che passa, 8)
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Preghiera del mattino 7/XII/2011

Tu mi inviti a impegnarmi in questo nuovo giorno. 
Lo incomincio pieno di buoni propositi. 
Voglio trattare con pazienza e amore tutti quelli che avranno oggi bisogno della mia presenza. 
Resta al mio fianco e sii il mio sostegno.
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Venite a me, voi tutti che siete stanchi

Venite a me, voi tutti che siete stanchi e oppressi, e io vi darò ristoro. Prendete il mio giogo sopra di voi e imparate da me, che sono mite e umile di cuore, e troverete ristoro per la vostra vita. Il mio giogo infatti è dolce e il mio peso leggero»

Gli affaticati e gli oppressi sono coloro che penavano sotto le pesanti prescrizioni della legge e che si sentivano smarriti davanti alla dottrina difficile e complicata dei rabbini. Gesù invita tutti costoro a cercare nel suo vangelo la vera volontà di Dio: una volontà esigente, ma lineare e semplice, alla portata di tutti. Gesù si definisce mite e umile di cuore. Mite significa l’atteggiamento di Gesù nei confronti degli uomini, un atteggiamento lineare, coraggioso ma non violento; misericordioso, tollerante, pronto al perdono, ma anche severo ed esigente. Umile indica l’atteggiamento ubbidiente e docile alla volontà del Padre: un atteggiamento interiore, libero e voluto.
Il "riposo" che Gesù offre, corrisponde alla promessa biblica di pace e felicità. Al seguito di Gesù, la volontà di Dio non è più un giogo oppressivo e duro, ma genera già ora quella pace gioiosa promessa agli umili e ai miti, garanzia della salvezza definitiva. Gli insegnamenti degli scribi e dei farisei, invece, sono "pesanti fardelli che impongono sulle spalle della gente, ma loro non vogliono muoverli neppure con un dito" (Mt 23,4) e producono allontanamento da Dio e disperazione di potersi salvare.
Al contrario, il "carico" di Gesù è leggero; la religione cristiana non consiste nell’osservanza della legge giudaica ma nell’entrare nel rapporto del Figlio con il Padre assumendo l’atteggiamento dei piccoli. Tutti coloro che sono disillusi da ogni forma di religione che non salva e appesantisce la vita sono invitati a seguire Gesù che porta al mondo la religione vera e definitiva.
Gesù non è un maestro autoritario. Egli non impone agli altri i pesi che prima non ha portato lui. Il giogo è "suo" perché l’ha portato lui per primo ed è "leggero" perché non contiene ordini assurdi e impossibili. Lo ricordava Pietro nell’assemblea degli apostoli e degli anziani a Gerusalemme: "Or dunque, perché continuate a tentare Dio, imponendo sul collo dei discepoli un giogo che né i nostri padri né noi siamo stati in grado di portare? Noi crediamo che per la grazia del Signore Gesù siamo salvati…" (At 15,10-11). E la prima lettera di Giovanni ci assicura: "I suoi comandamenti non sono gravosi" (1Gv 5,3


Padre Lino Pedron
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martedì 6 dicembre 2011

Richiesta di preghiere 41/2011

140) Michele dall'Emilia-Romagna: mi rivolgo a voi con tutto il cuore per una preghiera. Improvvisamente il mio amatissimo padre (Berardino) si è gravemente ammalato e le speranze di vita dal punto di vista medico sono veramente minime.
Ho un dolore enorme e l'unica cosa che mi conforta nei pochi momenti del giorno in cui non prevale l'angoscia è la speranza che il Signore lo lasci ancora qui con me. E' un uomo semplice e buono, migliore di me da tanti punti di vista e con questa sua non comune bellezza interiore mi riempie d'amore.
Ringrazio Gesù per avermi dato un padre così speciale ma non nascondo di averne ancora tanto bisogno. Non temo la morte per lui perchè, ne sono certo, andrà a stare bene ma chiedo a voi di pregare affinchè rimanga ancora con me. La vostra preghiera ricca di fede è di certo più ascoltata della mia. Sono pronto a stare vicino al mio babbo con tutto l'impegno possibile ma l'impossibile può farlo solo Gesù. Vi chiedo di pregare per le mie debolezze, per la mia mancanza di fede, per la mia incapacità di accettare in questo momento questa morte.
Sono un povero disperato non pronto ancora a sentire l'amore di Dio se non attraverso la presenza del mio Babbo. E' ingiusto forse chiedere un così grande dono ma io attraverso voi ci vorrei provare ugualmente. Grazie.


141) Jean François, dalla Francia, ci chiede di pregare ancora per la salute di sua madre, in particolare perché riesca ad ottenere un sostegno economico dallo stato; al momento le vengono negati i benefici di cui ha bisogno per far fronte alla sua disabilità.


142) Roberta dal Piemonte: Salve! Vi chiedo preghiere per trovare un lavoro e il marito giusto visto che sono rimasta sola e per un processo.Grazie di cuore


143) Marlen dal Messico: Chiedo le vostre preghiere per me e la mia famiglia. Abbiamo costanti attacchi spirituali da altri membri della famiglia. Questo è stato per oltre 30 anni e in particolare chiedo forza e protezione spirituale e saggezza. Mi sento scoraggiato, triste, spaventato, confuso e difficile pregare.Anche pregare per la conversione di Jaime Ruiz e la sua famiglia, che è stato colpito da tutto questo. Inoltre, chiediamo la vostra azienda a pregare per la conversione di mio padre e coloro che lo assistono nelle sue attività di male. Grazie Signore Gesù! Grazie!
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Dio non vuole che i piccoli si perdano

Che cosa vi pare? Se un uomo ha cento pecore e una di loro si smarrisce, non lascerà le novantanove sui monti e andrà a cercare quella che si è smarrita? In verità io vi dico: se riesce a trovarla, si rallegrerà per quella più che per le novantanove che non si erano smarrite. Così è volontà del Padre vostro che è nei cieli, che neanche uno di questi piccoli si perda

La parabola della pecora smarrita ci insegna ad essere solleciti verso la sorte dei "piccoli", di considerarli importanti e di andare alla loro ricerca quando si perdono. Questa cura pastorale viene fondata teologicamente sullo stile di Dio Padre.
Piccolo è colui che non conta, colui che serve. Il primo posto nella comunità è per costoro. L’autorità deve mettere i piccoli al primo posto nella sua considerazione e nei suoi programmi. E tutti, se vogliono stare nella comunità cristiana, devono mettersi in atteggiamento di servizio. Scandalizzare i piccoli è impedire loro di credere in Gesù. Il Padre vuole che nessun peccatore si perda.
Lo scopo di questa parabola è di spingere la comunità cristiana, che trascura i peccatori ed è tentata di ripiegarsi pigramente su sé stessa, a mettersi senza esitazione alla ricerca degli smarriti, dei cristiani che hanno dimenticato il primitivo fervore e la coerenza con gli ideali del vangelo. Chiunque è in pericolo ha la precedenza assoluta su tutto e su tutti a essere soccorso.
Le parole di Gesù sottolineano ripetutamente "anche uno solo di questi piccoli" (vv. 6.10.14) per insegnarci non solo a capovolgere i criteri mondani riguardo alla grandezza, ma anche nei confronti della quantità: anche uno solo conta!
La parabola della pecora smarrita ci riguarda personalmente perché è la nostra storia. Qualche volta siamo la pecora smarrita, altre volte siamo mandati a cercare la pecora smarrita che è il prossimo. Possiamo sperare di raggiungere la nostra salvezza soltanto se ci preoccupiamo anche della salvezza degli altri


Padre Lino Pedron
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lunedì 5 dicembre 2011

Oggi abbiamo visto cose prodigiose

Un giorno stava insegnando. Sedevano là anche dei farisei e maestri della Legge, venuti da ogni villaggio della Galilea e della Giudea, e da Gerusalemme. E la potenza del Signore gli faceva operare guarigioni. Ed ecco, alcuni uomini, portando su un letto un uomo che era paralizzato, cercavano di farlo entrare e di metterlo davanti a lui. Non trovando da quale parte farlo entrare a causa della folla, salirono sul tetto e, attraverso le tegole, lo calarono con il lettuccio davanti a Gesù nel mezzo della stanza. Vedendo la loro fede, disse: «Uomo, ti sono perdonati i tuoi peccati». Gli scribi e i farisei cominciarono a discutere, dicendo: «Chi è costui che dice bestemmie? Chi può perdonare i peccati, se non Dio soltanto?». Ma Gesù, conosciuti i loro ragionamenti, rispose: «Perché pensate così nel vostro cuore? Che cosa è più
facile: dire «Ti sono perdonati i tuoi peccati», oppure dire «Àlzati e cammina»? Ora, perché sappiate che il Figlio dell'uomo ha il potere sulla terra di perdonare i peccati, dico a te - disse al paralitico -: àlzati, prendi il tuo lettuccio e torna a casa tua». Subito egli si alzò davanti a loro, prese il lettuccio su cui era disteso e andò a casa sua, glorificando Dio. Tutti furono colti da stupore e davano gloria a Dio; pieni di timore dicevano: «Oggi abbiamo visto cose prodigiose».

L’insegnare e il guarire costituiscono l’attività di Gesù. La fama delle sue guarigioni e della sua dottrina si è diffusa in tutta la Palestina.
In questa occasione Gesù opera in una casa. La folla è così numerosa che è impossibile giungere da lui passando per la porta di casa. Ma la fede dei credenti che portano il malato da Gesù non si lascia scoraggiare da questo inconveniente, anzi, la difficoltà aguzza l’ingegno. La fede vera si fa carico anche delle difficoltà e degli ostacoli, ha perseveranza, coraggio e fantasia, non cerca scuse per desistere, ma sfida le difficoltà. Il malato viene calato all’interno della casa attraverso il tetto scoperchiato.
Coloro che portano il paralitico da Gesù non chiedono niente, ma il gesto da loro compiuto è più eloquente di qualunque supplica. Gesù l’interpreta come una dimostrazione di fiducia in lui, accoglie la loro tacita richiesta e dice al paralitico: "Uomo, i tuoi peccati ti sono rimessi" (v. 20).
La paralisi è simbolo del peccato che immobilizza l’uomo nel suo cammino verso Dio. Questo paralitico rappresenta tutta l’umanità incapace di muoversi verso il proprio fine. Sembra che l’accesso a Gesù sia impedito dagli scribi e dai farisei. E’ forse un’allusione alle difficoltà che incontrano gli esclusi, i peccatori e i pagani per arrivare a Cristo a causa dei farisei di allora e di tutti i tempi.
Gli scribi e i farisei sono i rappresentanti e i custodi della legge. E la legge non perdona il peccato: lo evidenzia. Il perdono è una "bestemmia" per qualunque legge perché è contro la sostanza stessa della legge. Quando la legge viene assolutizzata e assume il valore stesso di Dio, diventa un idolo impersonale, cieco e spietato, presso il quale non esiste tribunale d’appello. L’uomo è liberato dalla maledizione della legge così intesa, solo se accetta il dono di Dio che è gratuito, cioè l’amore e il perdono, offerti come grazia.
Per i farisei è più difficile perdonare i peccati che far camminare un paralitico. Gesù fa le due cose: guarisce il corpo e perdona i peccati.
In Gesù è presente sulla terra la potenza di Dio che sana e perdona i peccati. Il paralitico ora cammina sulla via di casa sua e nello stesso tempo ha ripreso a camminare verso la casa del Padre con il quale è stato riconciliato per mezzo del perdono. Ritornando a Dio, l’uomo ritrova veramente sé stesso.
E’ l’esperienza di risurrezione di tutti coloro che incontrano Gesù. E’ l’esperienza del battezzato che è risorto a vita nuova e può camminare verso Dio, cantando la sua gioia e la sua riconoscenza.


Padre Lino Pedron
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Implora la misericordia divina

Per ciascuno di noi, come per Lazzaro, fu proprio un “veni foras” — vieni fuori, a metterci in movimento. — Come fanno pena quelli che ancora permangono morti, e non conoscono il potere della misericordia di Dio! — Rinnova la tua santa gioia perché, di fronte all'uomo che si decompone senza Cristo, si alza l'uomo che è risorto con Lui. (Forgia, 476)


E' cosa buona considerare le insidie di questi nemici dell'anima: il disordine della sensualità e della leggerezza superficiale; l'insipienza della ragione che si oppone al Signore; la presunzione altèra che rende sterile l'amore a Dio e alle creature. Tali situazioni dello spirito sono ostacoli evidenti, e il loro potere perturbatore è grande. Per questo la liturgia ci porta nell'introito ad implorare la misericordia divina: A te, Signore. elevo l'anima mia. Dio mio, in te, confido: non sia confuso! Non trionfino su di me i miei nemici. Nell'antifona dell'offertorio ripeteremo: Confido in te, che io non sia confuso!
Ora che il tempo della salvezza è vicino, è consolante ascoltare dalle parole di san Paolo chequando si manifestarono la bontà di Dio, nostro Salvatore, e il suo amore per gli uomini, Egli ci ha salvati non in virtù di opere di giustizia da noi compiute, ma per la sua misericordia.
Scorrendo la Sacra Scrittura scoprirete costantemente la presenza della misericordia di Dio: essa riempie la terra e si estende a tutti i suoi figli, super omnem carne: ci circonda, ci previene, si moltiplica, per venirci in aiuto, e costantemente viene riconfermata. Dio, venendoci incontro come Padre amoroso, ci accoglie nella sua misericordia: una misericordia soave,buona come le nuvole apportatrici di pioggia.
Gesù completa e ricapitola tutta la storia della misericordia divina: Beati i misericordiosi, perché troveranno misericordia; e Ancora: Siate misericordiosi, come e misericordioso il vostro Padre Celeste. (E' Gesù che passa, 7)
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domenica 4 dicembre 2011

Preghiera del mattino 4/XII/2011

Signore Gesù, pastore delle nostre anime, la prima volta che sei venuto, sei venuto umilmente a cercarci.
Il tuo ritorno invece sarà nella gloria, quando dissiperai l'oscurità di questo mondo ed eliminerai il peccato.
Concedici di prepararci alla tua venuta, perché tu possa, al tuo ritorno, trovarci nella pace.
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Raddrizzate le vie del Signore

Inizio del vangelo di Gesù Cristo, Figlio di Dio. Come sta scritto nel profeta Isaia: Ecco, dinanzi a te io mando il mio messaggero: egli preparerà la tua via. Voce di uno che grida nel deserto: Preparate la via del Signore,
raddrizzate i suoi sentieri, vi fu Giovanni, che battezzava nel deserto e proclamava un battesimo di conversione per il perdono dei peccati. Accorrevano a lui tutta la regione della Giudea e tutti gli abitanti di Gerusalemme. E si facevano battezzare da lui nel fiume Giordano, confessando i loro peccati. Giovanni era vestito di peli di cammello, con una cintura di pelle attorno ai fianchi, e mangiava cavallette e miele selvatico. E proclamava: «Viene dopo di me colui che è più forte di me: io non sono degno di chinarmi per slegare i lacci dei suoi sandali. Io vi ho battezzato con acqua, ma egli vi battezzerà in Spirito Santo».

Il vangelo di Marco non ci presenta una dottrina o una ideologia, ma una persona concreta, Gesù Cristo, Figlio di Dio, che va accolto come nuovo criterio di vita.
Lo stesso vangelo, come contenuto, è proprio questo Gesù, e le prime parole di Gesù non sono altro che una manifestazione, una presentazione di sé stesso. Gesù esordisce «predicando il vangelo di Dio» (1,14), cioè sé stesso (1,1), e dice: «Il tempo dell’attesa è finito. Io sono qui. Rivolgetevi a me e credetemi» (1,15).
Il Dio che ci rivela il vangelo di Marco è colui che nessuno avrebbe potuto sospettare: l’uomo Gesù, il crocifisso dalla religione e dal potere. Sotto la croce si svela il segreto: «Veramente quest’uomo era Figlio di Dio» (15,39). Tutto il vangelo è un cammino crescente verso la rivelazione finale del Figlio di Dio in Gesù, il crocifisso. Marco vuole portarci alla contemplazione di Dio–Amore crocifisso. Questo è il vangelo, la buona notizia, che distrugge ogni immagine di Dio che l’uomo da sempre si costruisce o distrugge.
Quanto Marco pone come inizio del suo vangelo, Giovanni lo pone come conclusione: «Questi (segni) sono stati scritti perché crediate che Gesù è il Cristo, il Figlio di Dio, e perché, credendo, abbiate la vita nel suo nome» (Gv 20,31). Come si può constatare, lo scopo dei vangeli è sempre e solo questo: dare al mondo la gioiosa notizia che Gesù di Nazaret è Dio che ci salva.
Similmente a Paolo, di cui è discepolo, Marco identifica il vangelo con Cristo: nella proclamazione del vangelo (13,9–11) Cristo è fatto presente.
Il vangelo non è primariamente una narrazione su Gesù, ma una proclamazione del Cristo risorto che il vangelo rende nuovamente presente.
I greci chiamavano vangelo (euanghélion) la proclamazione di una vittoria e il sacrificio che la celebrava, oppure l’intronizzazione di un nuovo re. Il senso religioso di questo termine lo dobbiamo cercare nell’Antico Testamento. Isaia al cap. 52,7, per fare un esempio, ci presenta così il lieto annunzio: «Come sono belli sui monti i piedi del messaggero di lieti annunzi che annunzia la pace, messaggero di bene, che annunzia la salvezza, che dice a Sion: «Regna il tuo Dio!». I contenuti di questa bella notizia sono: pace, bene, salvezza, regno di Dio. Si potrebbe quindi tradurre così questo primo versetto: «Inizio della buona notizia di salvezza che è Gesù, il Cristo, il Figlio di Dio». Tutto il vangelo di Marco sarà lo svolgimento del tema di questo primo versetto: fino a 8,29 per arrivare alla proclamazione di Pietro: «Tu sei il Cristo»; e fino a 15,39 per giungere all’affermazione del centurione: «Veramente quest’uomo era Figlio di Dio!». Due professioni di fede che riprendono e svelano i due titoli che il primo versetto del vangelo attribuisce a Gesù.
Questa parola «principio» echeggia all’inizio della Bibbia quando Dio creò l’universo (Gen 1,1): Dio è la sorgente della vita del mondo e dell’uomo. Il Gesù presentato dal vangelo di Marco è il «principio» di un mondo nuovo, dei cieli nuovi e della terra nuova, dove abita l’uomo nuovo.
Il vangelo è la buona notizia che Dio non è il padre–padrone, giudice onniveggente e spietato. Egli è il Padre che perdona e accoglie sempre, con un amore infinitamente più grande del nostro bisogno e di quanto possiamo immaginare. La nostra miseria è l’unica misura della sua misericordia. Solo la croce rivelerà chi è Dio per noi e chi siamo noi per lui: lui è amore senza limiti e noi siamo suoi figli amati non nonostante il nostro peccato, ma a motivo del nostro peccato. La misericordia è l’amore di Dio che incontra la miseria dell’uomo. Il vangelo, attraverso il racconto della vita di Gesù, ci dona questa nuova esperienza di Dio. Infatti il vangelo è «potenza di Dio per la salvezza di chiunque crede» (Rm 1,16). Il vangelo, la buona notizia, è Gesù stesso. La sua carne, la sua vita di uomo ci rivela chi è Dio. Un Dio totalmente altro rispetto a quello di ogni religione e di ogni ateismo. Ciò che lui fa e dice è una continua smentita di ogni nostra ovvietà e la sua croce è la distanza infinita che Dio ha posto tra sé stesso e l’idolo.
La storia di Gesù è la critica più radicale di ogni religione e di ogni ateismo: spiazza tutti, giusti ed empi, presentando l’umanità di Dio ucciso dai giusti e morto in croce per gli empi, e quindi salvezza per tutti. Tutto il vangelo è Parola che illumina il mistero di Dio crocifisso per l’uomo.
Gesù, il Cristo, il Figlio di Dio: in questi nomi è significata tutta la persona, la storia e la missione del Salvatore. Gesù significa: Iahvè salva.
Cristo o Messia: è colui che ha ricevuto l’unzione dell’olio, il consacrato; è colui che Israele attende come strumento di Dio per la salvezza del popolo.
Gesù è il Cristo, ma non nella linea politica e nazionalistica, ma nella linea della croce e della risurrezione: «Ma egli (Gesù) replicò: "E voi chi dite che io sia?". Pietro gli rispose: "Tu sei il Cristo". E impose loro severamente di non parlare di lui a nessuno. E incominciò a insegnare loro che il Figlio dell’uomo doveva molto soffrire, ed essere riprovato dagli anziani, dai sommi sacerdoti e dagli scribi, poi venire ucciso e, dopo tre giorni, risuscitare» (8,29–31), 4
Figlio di Dio: questo titolo ha chiaramente il senso teologico che gli attribuiva la comunità cristiana post–pasquale del tempo di Marco. E’ un titolo che Marco usa con sobrietà. Viene usato soprattutto in tre testi importanti: al Battesimo (1,11), alla Trasfigurazione (9,7) e nella professione di fede del centurione ai piedi della croce (15,39). Ma quale significato preciso dobbiamo attribuire al titolo «Figlio di Dio»? E’ proprio per rispondere a questa domanda che Marco racconta la vicenda di Gesù. Perché c’è modo e modo di pensare il Figlio di Dio. Sembrerebbe logico, per esempio, pensarlo unicamente nella linea della gloria e della potenza. Marco invece racconta una vicenda che ci costringe a pensarlo nella linea della povertà e della sofferenza: e questa è la tesi centrale del suo vangelo. Se il Figlio di Dio si fosse manifestato nella forma splendida di un imperatore, non sarebbe stata una bella notizia: non sarebbe stata novità, liberazione, speranza. Ma, anche se la storia di Gesù di Nazareth si fosse fermata alla croce, non sarebbe stata una lieta notizia: sarebbe stata una prova ulteriore che l’amore è sconfitto, che la speranza degli umili e dei martiri è vana. La gioiosa notizia sta nel fatto che Gesù di Nazareth, il crocifisso, è risorto (16,6), è il Figlio di Dio, è il Signore. E’ importante mantenere uniti i due aspetti di Gesù: uomo e Dio, crocifisso e risorto, Gesù di Nazareth e Signore. Sta in questa unione la lieta notizia.
Compito della Chiesa non è semplicemente quello di parlare di Dio, ma del Dio che si è rivelato in Gesù di Nazaret, il crocifisso. E’ proprio di fronte a Gesù morente che il primo pagano si converte. Il centurione riconosce in Gesù
il Figlio di Dio non vedendo i suoi prodigi, ma vedendolo morire; quindi non nella potenza, ma nella debolezza; non nella gloria, ma nell’umiliazione della sconfitta. Nella concezione dell’evangelista, il lieto annunzio appare simultaneamente come intervento decisivo di Dio nella storia umana (1,15; 8,35; 10,29), come proclamazione di tale intervento per il mondo (13,10; 14,9) e come presenza dello stesso Signore risorto, vivente e operante, oggi, nella vita di ogni uomo (16,15).
L’agire di Gesù continua ancora oggi nella chiesa (16,15–20). Per questo il vangelo di Marco narra solamente ciò che fu l’inizio, il principio, il punto di partenza. Se oggi possiamo predicare il vangelo è perché intorno agli anni trenta in Palestina è passato Gesù di Nazaret, predicando, guarendo, perdonando, soffrendo, morendo; è perché di Gesù di Nazaret si può dire con verità: «E’ risorto!» (16,6). Gesù è la causa efficiente, l’origine, la fonte. Il vangelo, oggi, è Gesù che continua ad agire nei suoi inviati, nella sua Chiesa che è il Cristo diffuso e comunicato, il prolungamento della sua umanità.
Annunciare il vangelo non vuol dire riferire una notizia come fa l’annunciatore del telegiornale, non vuol dire aggiornare una persona sugli ultimi avvenimenti lieti. Il vangelo non è solo la notizia della salvezza, il bollettino della vittoria; è una forza che produce la salvezza: «Il vangelo è potenza di Dio per la salvezza di chiunque crede» (Rm 1,16). Annunciare il vangelo ad una persona vuol dire metterla sotto la forza dell’azione di Gesù, Dio che salva.
La storia di Gesù di Nazaret è il momento a cui la predicazione deve sempre ricondursi, che la Chiesa deve continuamente meditare, e sul quale l’esistenza cristiana deve perennemente modellarsi.
Il vangelo non è apparso come qualcosa di grandioso e di perfettamente costituito: ebbe un inizio umile e uno sviluppo graduale. Ha percorso la strada del piccolo seme che diventa albero (4,30-32). La lieta notizia di Gesù non
emerge dalla storia e non si spiega solo con essa: è l’irruzione nel mondo della novità di Dio. E’ una notizia attesa e desiderata (Antico Testamento), ma anche inaspettata e sorprendente. Tutti aspettavano il Messia, ma nessuno avrebbe potuto sospettare che il Messia fosse Dio in persona.
Alcuni vorrebbero vedere nel vangelo di Marco un itinerario di fede per i catecumeni (coloro che ricevono l’insegnamento orale, che ascoltano dalla viva voce). Un fatto è certo: Marco prende per mano il lettore e l’accompagna fino alla professione di fede piena in Gesù «Cristo, Figlio di Dio». 
Il vangelo non colloca il Cristo–Figlio di Dio nei cieli, al di fuori della nostra storia. Il Cristo è «Gesù». E’ un uomo tra gli uomini. Cristo si trova ormai nella storia, nelle situazioni concrete, negli uomini. E’ necessario saper leggere e
discernere la presenza dell’azione di Dio all’interno della nostra storia personale e sociale. Dio è qui! Dio è con coi e in noi. In questo modo si afferma l’unità tra Dio e l’uomo, contro ogni separazione, la quale fa sì che Dio sia senza l’uomo (e ciò è la radice di ogni alienazione religiosa) e che l’uomo sia senza Dio (e ciò è la radice di ogni concezione idolatrica dell’uomo). Il vangelo toglie la divisione tra l’uomo e gli altri uomini annunciando l’unità tra Gesù e tutti gli uomini. Toglie la separazione tra gli elementi negativi (la morte) e gli aspetti positivi (la risurrezione) della vita, annunciando l’unità tra di essi: la morte e la risurrezione di Gesù sono due aspetti inseparabili come le facce di una stessa medaglia. Dal vangelo di Marco impariamo a non annunciare mai l’una senza l’altra.
Nel vangelo vengono così superate e risolte tutte le scissioni e le contraddizioni che caratterizzano l’uomo e il suo mondo.
La citazione della Scrittura viene qui attribuita al profeta Isaia. In realtà questa citazione ne riunisce due di cui solo l’ultima proviene dal libro di Isaia (40,3) mentre l’altra si riferisce a Mi 3,1. Giovanni è la voce che grida nel deserto: «Preparate la strada del Signore che è Gesù». Qui si dà chiaramente a Gesù il nome Kyrios, il nome di Iahvè, di Dio, La predicazione e il battesimo di Giovanni sono rivolti a tutti indistintamente; e la gente risponde all’appello e accorre.
Giovanni Battista si inserisce nella grande tradizione profetica di cui Elia è insieme il punto di partenza (Zc 13,4) e la conclusione (Mi 3,23). Il suo abbigliamento ricorda quello del Tisbita: un perizoma di pelle o di peli di cammello (2Re 1,8), e la sua alimentazione è quella dei nomadi del deserto (Gen 43,11). Questi dettagli sul genere di vita del Battista lo presentano come il tipo dei profeti dell’Antico Testamento; il suo messaggio riassume tutta l’attesa messianica. Tutto il profetismo d’Israele, presentato sommariamente come la voce che invita a preparare la strada del Signore, e concentrato nella persona di Giovanni, viene subito messo da parte, superato dall’annuncio di Gesù che esso preparava: all’arrivo della Parola (Gesù) cessa la voce (il profeta). La predicazione di Giovanni si articola in due momenti: il primo è l’invito a riconoscere i propri peccati e a convertirsi (1,4–6); il secondo è la testimonianza resa ad un altro (1,7–8). La strada del Signore si prepara svuotando l’uomo dalle sue sicurezze e dalla sua superbia, spingendolo a riconoscersi peccatore e bisognoso di grazia e di perdono; poi orientandolo verso la salvezza che Dio gli dona purché l’attenda con desiderio e l’accolga con gioia. Non è che Dio perdoni perché ci siamo convertiti; egli perdona da sempre e per questo possiamo convertirci. L’azione di Dio previene sempre l’azione dell’uomo. Il suo perdono precede la nostra conversione, e la rende un evento di salvezza. Perdonare è l’opera di Dio per eccellenza, nella quale egli rivela la sua essenza più intima: la misericordia.
Peccare in ebraico significa «fallire il bersaglio». Peccatore è colui che non raggiunge il suo fine, come una freccia che manca il segno. Siccome il fine dell’uomo è amare Dio come Dio lo ama, il peccato è l’incapacità di amare
che taglia all’uomo le sue relazioni e lo chiude in una solitudine infernale. Il vangelo di Gesù (la buona notizia di Dio che salva) è destinato a chi si riconosce perduto e peccatore; ne è escluso solo chi si ritiene giusto e non vuole riconoscersi peccatore. Giovanni e Gesù non sono semplicemente posti uno accanto all’altro, ma confrontati. Giovanni dichiara che Gesù è più forte di lui e si riconosce indegno di fargli da schiavo (v. 7). Vengono confrontati anche i rispettivi battesimi: Giovanni immerge gli uomini nell’acqua del Giordano, Gesù li immerge nello Spirito di Dio (v. 8). Ogni commento è superfluo.
Il Battista anticipa l’annuncio del Cristo e ne prefigura la vita: una vita povera e coerente fino al martirio.
Perché Marco parla di Giovanni e di Gesù servendosi dei testi e del linguaggio dell’Antico Testamento fino al punto di descrivere il vestito del Battezzatore con le stesse parole con cui la bibbia descrive quello del grande profeta Elia (2Re 1,8)? 
I motivi sono due. Nella fede di Marco, Gesù è il punto di arrivo di una lunga storia. Tutto ciò che si narra nella Bibbia prima di lui tendeva verso di lui. Egli era l’annunziato dei profeti e l’atteso delle genti. Il secondo motivo è eminentemente pratico: far capire che la storia di Gesù era parte integrante, anzi il culmine della storia della salvezza.
Il ricorso alle Scritture fu una delle chiavi più importanti di cui la primitiva comunità cristiana si è servita per schiudere all’intelligenza il mistero di Gesù e di sé stessa.
Il modo cristiano di leggere l’Antico Testamento si differenzia da quello giudaico. La caratteristica di fondo della lettura cristiana sta nel fatto che l’attualizzazione delle Scritture e il compimento delle profezie sono concentrati su una persona e su un avvenimento decisivo: il Cristo. Gesù non è soltanto il maestro che istruisce i discepoli nelle Scritture: egli è colui del quale parlano le Scritture (Gv 5,39). L’Antico Testamento è letto a partire dalla risurrezione
di Gesù, da un fatto veramente accaduto e non semplicemente da un’attesa, da una speranza. E’ per questo che i cristiani sono convinti di poter leggere l’Antico Testamento più a fondo dei giudei e scoprirvi significati che essi non
vedono (2Cor 3,12-18).
Chi è dunque Gesù?
Gesù è il Signore la cui strada dev’essere preparata (v. 3); è più potente e più degno di Giovanni Battista (v. 7); è colui che battezza con lo Spirito Santo (v. 8).
Preparare la strada e raddrizzare i sentieri significa cambiare vita. La realtà è questa: il Signore viene per dare agli uomini il perdono di Dio e per trasformarli con il dono dello Spirito. Senza di lui gli uomini sono nel peccato e incapaci di vera libertà.
Isaia si serve del linguaggio del suo universo arcaico: visita ufficiale, precursori spediti a preparare il vitto e l’alloggio, invito agli abitanti del villaggio ad occuparsi dello stato delle vie d’accesso.
Qui si tratta dello stato delle anime. Giovanni invita tutti a fare pulizia nella coscienza e ad aprire il cuore per accogliere l’amore di Dio.
Gli ebrei attendevano un’effusione dello Spirito per gli ultimi tempi (Gl 3,1), collegata con una purificazione mediante l’acqua (Ez 36,25–26). Gesù ci battezza nello Spirito (= vita) Santo (= di Dio). il desiderio abissale che Dio ha
messo nell’uomo è l’avere desiderio di lui: nel battesimo lo colma pienamente con il dono di sé. Deus sitit sitiri: Dio desidera di essere desiderato da noi. Dio ha sete che noi abbiamo sete di lui.
In questo primo brano del vangelo, Marco ci presenta immediatamente il Battista: in lui prendono voce il desiderio e la domanda di Dio che permeano tutto l’Antico Testamento.
Il Battista, infatti, sintetizza in poche parole tutto l’Antico Testamento nella sua linea essenziale: attesa del giudizio di Dio (v. 2) e liberazione degli uomini dalla condanna. Egli chiude l’Antico Testamento e preannuncia il Nuovo.
E’ l’indice puntato su Gesù. E’ la porta che introduce nella novità assoluta del vangelo.
Ora, il Signore è presente e si lascia trovare. Quindi bisogna rivolgersi a lui. Da qui nasce il vigoroso appello alla conversione (v. 4) che il Battista continuamente ci rivolge e la chiamata a un nuovo esodo. Infatti: «Accorreva a lui tutta la regione della Giudea e tutti gli abitanti di Gerusalemme» (v. 5).
Questo ultimo esodo, inizio del cammino della nuova liberazione, è tutto diverso da quello dall’Egitto e da quello dalla schiavitù di Babilonia. La gente esce ora dalla Giudea e da Gerusalemme, che avevano costituito la meta degli
esodi precedenti, e riattraversa il Giordano, ma in senso inverso: è un esodo verso una nuova patria. La Giudea e Gerusalemme, infatti, sono il luogo da cui uscire per liberarsi dalla schiavitù della legge, che uccide, e accogliere lo
Spirito che dà la vita (2Cor 3,6): bisogna uscire dalla propria giustizia (Fil 3,7ss.) per accogliere il Signore che non è più nel luogo santo e inaccessibile, ma qui fra gli uomini, nell’uomo Gesù, nel quale abita corporalmente tutta la pienezza della divinità» (Col 2,9). L’esodo del verso 5 è l’esodo del vangelo: l’esodo definitivo verso la patria promessa, verso l’Assoluto: «Sarete come Dio». 
Il vangelo è il messaggio della salvezza, l’annuncio della volontà salvifica di Dio: la misericordia è offerta ai peccatori, la speranza è donata ai disperati, il senso della vita e della storia è rivelato ai dubbiosi e agli incerti, il cammino è indicato ai disorientati. E’ la buona novella, il lieto annuncio, un grido di gioia: perché l’uomo prigioniero è liberato e l’uomo perduto è ritrovato.


Padre Lino Pedron
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sabato 3 dicembre 2011

Preghiera del mattino 3/XII/2011

Padre che sei nei cieli, voglio cominciare questo nuovo giorno invocando il tuo nome. 
Dammi oggi gli stessi sentimenti di tuo Figlio, e l'energia del tuo Santo Spirito. 
Donami la grazia della compassione per tutti coloro che non ti conoscono e hanno bisogno della tua guida. 
Mandami come operaio nella tua messe e dammi il coraggio di lavorare senza pigrizia e senza lamento.
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Vedendo le folle, ne sentì compassione

In quel tempo, Gesù percorreva tutte le città e i villaggi, insegnando nelle loro sinagoghe, annunciando il vangelo del Regno e guarendo ogni malattia e ogni infermità. Vedendo le folle, ne sentì compassione, perché erano stanche e sfinite come pecore che non hanno pastore. Allora disse ai suoi discepoli: «La messe è abbondante, ma sono pochi gli operai! Pregate dunque il signore della messe, perché mandi operai nella sua messe!». Chiamati a sé i suoi dodici discepoli, diede loro potere sugli spiriti impuri per scacciarli e guarire ogni malattia e ogni infermità. E li inviò ordinando loro: «Rivolgetevi alle pecore perdute della casa d’Israele. Strada facendo, predicate, dicendo che il regno dei cieli è vicino. Guarite gli infermi, risuscitate i morti, purificate i lebbrosi, scacciate i demòni. Gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date».

Nel v. 35 Matteo introduce il secondo dei suoi cinque discorsi, quello missionario, dandoci una sintesi dell'attività di Gesù per insegnarci che la missione dei discepoli sarà la continuazione di quella del Maestro. Lo slancio della missione di Gesù e dei discepoli nasce dal vedere le folle "stanche e sfinite come pecore senza pastore" e la messe abbondante a cui fa riscontro la scarsità degli operai.
L'attività di Gesù che "andava per tutte le città e i villaggi" per raggiungere tutti e salvare tutti è l'esempio che i discepoli inviati in missione devono tenere sempre davanti agli occhi.
La missione di Gesù viene riassunta nei tre verbi insegnare, predicare e curare. Tale sarà anche l'attività dei missionari che egli sta per mandare "alle pecore perdute della casa d'Israele".
L'immagine del gregge senza pastore è molto conosciuta nell'Antico Testamento (Nm 27,17; Zc 13,7; Ez 34).
Gesù rivolge l'accusa ai pastori d'Israele del suo tempo (Mt 11,28). Egli intende essere il buon pastore del suo popolo (Gv 10), e i suoi discepoli dovranno continuare la sua opera con dedizione e amore gratuito (Mt 10,8; 1Pt 5,1-4). Come Giosuè prese il posto di Mosè "affinché la comunità del Signore non fosse come un gregge senza pastore" (Nm 27,17), così gli apostoli continueranno la missione di Gesù buon pastore.
I discepoli ricevono il duplice comandamento di pregare il padrone della messe e di andare a lavorare nella messe (Mt 9,38; 10,5; cfr Lc 10,2-3). La preghiera è adesione al piano di salvezza di Dio e presa di coscienza della chiamata a collaborare responsabilmente per la sua realizzazione.
Il numero dei dodici ricorda i dodici patriarchi delle tribù d’Israele e quindi ci presenta i dodici discepoli come i capostipiti spirituali del popolo di Dio che Gesù sta per ricostituire. La principale fisionomia dei dodici è quella di essere
i continuatori dell’opera di Gesù, quasi il prolungamento della sua persona.
Il potere conferito ai dodici discepoli è quello di cacciare i demoni e guarire tutte le malattie, quindi di eliminare ogni sofferenza umana. Dobbiamo però ricordare con forza che il comando di predicare il vangelo del regno di Dio precede nell’ordine tutti gli altri e li supera per importanza.
Prima Gesù ha detto che le folle "erano stanche e sfinite come pecore senza pastore" (9,36). Ora dice che sono "pecore perdute" cioè disperse, fuori dall’ovile. E’ volontà del Padre che il vangelo del regno dei cieli sia annunciato prima al popolo d’Israele. La delimitazione dell’ambito in cui vengono mandati i dodici è quella stessa del Cristo, inviato esclusivamente a Israele (Mt 15,21-28). Solo con la sua risurrezione Gesù riceve dal Padre il potere illimitato in cielo e in terra e quindi dà l’avvio definitivo alla missione universale dei suoi discepoli (Mt 28, 18-20).
La predicazione degli apostoli riprende e continua l’annuncio del regno dei cieli fatto da Gesù (Mt 4,17) e da Giovanni Battista (Mt 3,2). Questo annuncio viene fatto con la parola (v. 7), con le azioni di bene (v. 8a) e con la testimonianza della vita (vv. 8a-10).
La testimonianza della vita consiste nella gratuità. Gli inviati di Dio non lavorano per il proprio onore, né per la propria grandezza, né per il proprio arricchimento. Il non ricercare il proprio interesse è certamente la prova più grande della bontà della causa che essi promuovono (1Cor 9,18; At 20,33; 1Tm 3,8; ecc.)


Padre Lino Pedron
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venerdì 2 dicembre 2011

Messaggio di Medjugorje a Mirjana 2/12/2011

«Cari figli, come Madre sono con voi per aiutarvi con il mio amore, preghiera ed esempio a diventare seme di ciò che avverrà, un seme che si svilupperà in un forte albero ed estenderà i suoi rami nel mondo intero. 
Per divenire seme di ciò che avverrà, seme dell’amore, pregate il Padre che vi perdoni le omissioni finora compiute. 
Figli miei, solo un cuore puro, non appesantito dal peccato può aprirsi e solo occhi sinceri possono vedere la via per la quale desidero condurvi. 
Quando comprenderete questo, comprenderete l’amore di Dio ed esso vi verrà donato. 
Allora voi lo donerete agli altri come seme d’amore. 
Vi ringrazio».
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Preghiera del mattino 2/XII/2011

Signore, che sei la fonte della luce e della sapienza, infondi sulle tenebre del mio intelletto il raggio del tuo splendore.
Liberami dal peccato e dall'ignoranza.
Disponi l'inizio, dirigi il progredire: portami sino al compimento. Amen


(Liberamente tradotta dalla "Preghiera prima dello studio" di san Tommaso)
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Gesù guarisce due ciechi che credono in lui

Mentre Gesù si allontanava di là, due ciechi lo seguirono gridando: «Figlio di Davide, abbi pietà di noi!». Entrato in casa, i ciechi gli si avvicinarono e Gesù disse loro: «Credete che io possa fare questo?». Gli risposero: «Sì, o Signore!». Allora toccò loro gli occhi e disse: «Avvenga per voi secondo la vostra fede». E si aprirono loro gli occhi. Quindi Gesù li ammonì dicendo: «Badate che nessuno lo sappia!». Ma essi, appena usciti, ne diffusero la notizia in tutta quella regione.

La guarigione di questi due ciechi è concessa loro a motivo della loro fede. Essi invocano Gesù chiamandolo figlio di Davide. Dal Messia, figlio di Davide, il popolo d’Israele aspettava soprattutto aiuto e salvezza. I due ciechi gli ricordano questo suo compito.
Isaia aveva elencato così i prodigi che avrebbero accompagnato la venuta di Dio salvatore: "Allora si apriranno gli occhi ai ciechi e si schiuderanno gli orecchi ai sordi. Allora lo zoppo salterà come un cervo, griderà di gioia la lingua del muto" (Is 35,5-6).
Qui, come in tanti altri racconti di miracoli, la fede si esprime nella preghiera e il miracolo viene concesso come risposta alla preghiera fatta con fede. 2
Il severo ammonimento dato da Gesù ai due ciechi guariti: "Badate che nessuno lo sappia!" doveva servire per evitare un’errata presentazione dell’identità del Cristo: egli non è solo il figlio di Davide, ma è anche il Figlio di Dio; non è venuto per instaurare il regno di Israele, ma il regno dei cieli


Padre Lino Pedron
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Non possiamo insegnare quello che non mettiamo in pratica

“Coepit facere et docere” — Gesù cominciò a fare e poi a insegnare: tu e io dobbiamo dare la testimonianza dell'esempio, perché non possiamo condurre una doppia vita: non possiamo insegnare quello che non mettiamo in pratica. In altre parole, dobbiamo insegnare quello che, perlomeno, ci sforziamo di mettere in pratica. (Forgia, 694)


Il Signore non si è limitato a dirci che ci amava, ma lo ha dimostrato con le opere. (…) Venne a insegnare, ma innanzitutto a fare; venne a insegnare, ma facendosi modello, facendosi Maestro ed esempio con la sua condotta.
Possiamo ora continuare il nostro esame di coscienza davanti a Gesù Bambino. Siamo decisi a fare in modo che la nostra vita serva di modello e di insegnamento agli uomini, nostri fratelli e nostri uguali? Ognuno di noi è deciso a essere un altro Cristo? Ma non basta dirlo con le labbra. Tu, che come cristiano sei chiamato a essere un altro Cristo — lo domando a ciascuno di voi e lo domando a me stesso — , meriti che si dica anche di te: coepit facere et docere?, e cioè che hai incominciato a fare le cose da figlio di Dio, attento alla volontà del Padre, in modo da spingere tutte le anime a prendere parte alle cose buone e nobili, divine e umane della Redenzione? Vivi la vita di Cristo nella tua vita ordinaria in mezzo al mondo?
Fare le opere di Dio non è una bella frase: significa corrispondere all'invito di spendere la propria vita per Amore. Bisogna morire a se stessi per rinascere a vita nuova. Tale è l'obbedienza di Gesù, usque ad mortem, mortem autem crucis: propter quod et Deus exaltavit illum, e per questo Dio lo esaltò. (E' Gesù che passa, 21)
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giovedì 1 dicembre 2011

Preghiera del mattino 1/XII/2011

Gesù, sei la mia roccia, la mia forza, il mio baluardo, il mio scudo.
Tutto ciò che è in me ti loda poiché tu ci hai fatto passare dalle tenebre alla tua luce mirabile. 
Benedetto sei tu per la tua Chiesa, fondata sulla pietra ferita del tuo corpo che emette sangue ed acqua. 
Sii lodato per questa ferita, per questa debolezza che ci comunica la forza e la vitalità. 
Anche oggi, nel deserto torrido della modernità, tu sei la roccia del tuo popolo. 
Tu accompagni il tuo popolo errante affinché possa gustare la dolcezza del tuo amore e non l'amarezza delle acque. 
Benedetti siano i successori di Pietro, le pietre su cui fondasti la tua Chiesa, affinché estendessero il tuo Corpo ovunque sulla terra.
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Chi fa la volontà del Padre mio, entrerà nel regno dei cieli

Non chiunque mi dice: «Signore, Signore», entrerà nel regno dei cieli, ma colui che fa la volontà del Padre mio che è nei cieli. Perciò chiunque ascolta queste mie parole e le mette in pratica, sarà simile a un uomo saggio, che ha costruito la sua casa sulla roccia. Cadde la pioggia, strariparono i fiumi, soffiarono i venti e si abbatterono su quella casa, ma essa non cadde, perché era fondata sulla roccia. Chiunque ascolta queste mie parole e non le mette in pratica, sarà simile a un uomo stolto, che ha costruito la sua casa sulla sabbia. Cadde la pioggia, strariparono i fiumi, soffiarono i venti e si abbatterono su quella casa, ed essa cadde e la sua rovina fu grande».

Gesù ci insegna che la preghiera deve essere in perfetta sintonia con la pratica della vita cristiana. Se non si compie la volontà del Padre, la preghiera non serve a nulla.
Gesù rimprovera l’autosufficienza di chi si ritiene a posto e dice: "Signore, Signore!" quando, in realtà, Gesù non è affatto il Signore della sua vita. La fiducia nel Signore non deve fare da paravento alla malvagità né la misericordia da pretesto alla dissolutezza (cfr Gd 4; Rm 2,4).
La volontà del Padre è il suo disegno di salvezza. La preghiera richiesta da Gesù deve portare il cristiano a impegnarsi con entusiasmo e fino alla morte nell’opera della salvezza. Dio non sa cosa farsene delle belle parole di
preghiera se non sono seguite dalle opere dell’amore.
Nella parabola dell’uomo saggio e dell’uomo stolto viene riassunto il significato di tutto il discorso della montagna.
Non basta ascoltare le parole di Gesù, bisogna anche metterle in pratica. L’ascolto è il presupposto per il fare. Uno infatti agisce secondo le parole che ha dentro. La differenza tra sapienza e stoltezza sta nel fare le parole del Signore o le proprie, nello scegliere come fondamento del proprio agire la roccia che è Dio o la sabbia del proprio io.
La roccia che dà stabilità al cristiano è Cristo. La parabola ci indica le due condizioni necessarie perché la vita cristiana risulti solida: deve fondarsi si Cristo e passare dalle parole ai fatti. Non c’è vera adesione a Cristo senza l’impegno morale. Il fondamento sicuro della vita cristiana è la pratica degli insegnamenti di Gesù. L’ascolto è necessario, ma quel che più conta è l’esecuzione di ciò che è stato ascoltato.
Alla dogana della morte non passa nulla di quello che abbiamo, ma solo quello che abbiamo dato e quella che siamo. Chi non costruisce sull’amore, viene sepolto dalle macerie di ciò che ha costruito sul proprio egoismo.


Padre Lino Pedron
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