Questo post (come tutti quelli con etichetta "Angolo dello Spirito") riporta testi di san Josemaría Escrivá
Ti sta aiutando molto -mi dici- questo pensiero: dall'epoca dei primi cristiani, quanti commercianti si saranno fatti santi? E vuoi dimostrare che anche adesso è possibile... Il Signore non ti abbandonerà in questo impegno. (Solco, 490)
Quel che ho sempre insegnato - da quarant'anni a questa parte - è che ogni lavoro umano onesto, sia intellettuale che manuale, deve essere realizzato dal cristiano con la massima perfezione possibile: vale a dire con perfezione umana (competenza professionale) e con perfezione cristiana (per amore della volontà di Dio e al servizio degli uomini). Infatti, svolto in questo modo, quel lavoro umano, anche quando può sembrare umile e insignificante, contribuisce a ordinare in senso cristiano le realtà temporali - manifestando la loro dimensione divina - e viene assunto e incorporato nell'opera mirabile della Creazione e della Redenzione del mondo. In tal modo il lavoro viene elevato all'ordine della grazia e si santifica: diventa opera di Dio, operatio Dei, opus Dei.
Ricordando ai cristiani le parole meravigliose del libro della Genesi - dove si dice che Dio creò l'uomo perché lavorasse -, abbiamo fatto attenzione all'esempio di Cristo, che trascorse quasi tutta la sua esistenza terrena nel lavoro di artigiano, in un villaggio. Noi amiamo questo lavoro umano che Egli adottò come condizione di vita, che coltivò e santificò. Noi vediamo nel lavoro, nella nobile fatica creatrice degli uomini, non solo uno dei valori umani più elevati, lo strumento indispensabile per il progresso della società e il più equo assetto dei rapporti fra gli uomini, ma anche un segno dell'amore di Dio per le sue creature e dell'amore degli uomini fra di loro e per Dio: un mezzo di perfezione, un cammino di santità. (Colloqui con Mons. Escrivá, 10).
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sabato 17 settembre 2011
588 - Preghiera del mattino
Padre, gloria a te, che ti prepari a far nascere Cristo nel tempo stabilito.
Gloria a te, Signore unico e beato, Re dei re, Signore dei dominanti, che, solo, sei immortale.
Concedici, quando Gesù verrà, di abitare con lui nella tua luce inaccessibile che si aprirà per noi grazie alla tua misericordia.
Venga infine il giorno in cui tu ci giudicherai e ci deificherai.
Padre, nella tua bontà, concedici il desiderio di restare irreprensibili e saldi per il giorno della sua venuta.
Maranatha!
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Gloria a te, Signore unico e beato, Re dei re, Signore dei dominanti, che, solo, sei immortale.
Concedici, quando Gesù verrà, di abitare con lui nella tua luce inaccessibile che si aprirà per noi grazie alla tua misericordia.
Venga infine il giorno in cui tu ci giudicherai e ci deificherai.
Padre, nella tua bontà, concedici il desiderio di restare irreprensibili e saldi per il giorno della sua venuta.
Maranatha!
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587 - Il seme caduto sul terreno buono sono coloro che custodiscono la Parola e producono frutto con perseveranza
Poiché una grande folla si radunava e accorreva a lui gente da ogni città, Gesù disse con una parabola: «Il seminatore uscì a seminare il suo seme. Mentre seminava, una parte cadde lungo la strada e fu calpestata, e gli uccelli del cielo la mangiarono. Un'altra parte cadde sulla pietra e, appena germogliata, seccò per mancanza di umidità. Un'altra parte cadde in mezzo ai rovi e i rovi, cresciuti insieme con essa, la soffocarono.8Un'altra parte cadde sul terreno buono, germogliò e fruttò cento volte tanto». Detto questo, esclamò: «Chi ha orecchi per ascoltare, ascolti!». I suoi discepoli lo interrogavano sul significato della parabola. Ed egli disse: «A voi è dato conoscere i misteri del regno di Dio, ma agli altri solo con parabole, affinché vedendo non vedano e ascoltando non comprendano. Il significato della parabola è questo: il seme è la parola di Dio. I semi caduti lungo la strada sono coloro che l'hanno ascoltata, ma poi viene il diavolo e porta via la Parola dalloro cuore, perché non avvenga che, credendo, siano salvati. Quelli sulla pietra sono coloro che, quando ascoltano, ricevono la Parola con gioia, ma non hanno radici; credono per un certo tempo, ma nel tempo della prova vengono meno. Quello caduto in mezzo ai rovi sono coloro che, dopo aver ascoltato, strada facendo si lasciano soffocare da preoccupazioni, ricchezze e piaceri della vita e non giungono a maturazione. Quello sul terreno buono sono coloro che, dopo aver ascoltato la Parola con cuore integro e buono, la custodiscono e producono frutto con perseveranza.
Il seminatore presentato da questa parabola non è un contadino incapace, ma un grande ottimista che spera che anche le pietre diventino terra feconda e che dal suolo arido della strada spuntino spighe piene e mature. In altre parole: Gesù annuncia la sua parola a tutti, cattivi e buoni, "perché Dio, nostro salvatore, vuole che tutti gli uomini siano salvati e giungano alla conoscenza della verità" (1Tm 2,4).
Dio non ha preclusioni verso nessun uomo. Anche se desideroso di essere accolto, Gesù non sceglie il terreno secondo criteri di opportunità: si rivolge a tutta la gente che viene a lui da ogni parte. Egli è venuto a salvare i peccatori (5,32), a guarire i malati (5,31). La sua azione è diretta ai nemici più ostinati, ai peccatori più induriti. Non ha guardato ai buoni, ai santi e agli eletti, dimenticando gli altri (come spesso facciamo noi), ma ha rivolto lo sguardo e l'attenzione a tutti.
Le parti di terreno improduttivo, su cui ha gettato ugualmente il seme, lasciano intendere la sua buona volontà, la sua fiducia e il suo impegno. L'azione e la parola di Dio sono destinate a tutti, cattivi e buoni. Il seminatore Gesù è fiducioso e sostenuto da grande coraggio. I cristiani, che sono gli operai dell'evangelizzazione, devono continuare ad avere fiducia. La loro azione, alla fine, sarà premiata. Dio non si stanca di attendere la conversione dell'uomo: allo stesso modo ha agito il Cristo e devono agire i suoi inviati. Dopo tanti insuccessi si può arrivare a dei risultati superiori ad ogni attesa.
La legge dell'evangelizzazione, come emerge da questo testo, è deludente e insieme consolante. Il successo passa attraverso l'insuccesso. L'evangelizzazione avanza lentamente; solo i missionari coraggiosi, capaci di saper credere e attendere, vedranno i risultati delle loro fatiche. La parabola del seminatore è la parabola dell'ottimismo di Gesù nell'efficacia dell'annuncio della Parola: dev'essere il fondamento dell'ottimismo e della speranza del cristiano nell'annuncio gioioso di Gesù, parola di salvezza. "A voi è dato di conoscere i misteri del regno di Dio" (v.10). Conoscere i misteri del regno di Dio significa viverli. Nel Nuovo Testamento la parola mistero non indica una verità segreta, ma il disegno di salvezza, nascosto da secoli e svelato in Gesù Cristo. In questo contesto di Luca, "conoscere i misteri del regno di Dio" equivale a raggiungere la salvezza in Gesù.
"Gli altri"(v.10) o "quelli di fuori"(Mc 4,11) sono gli avversari di Gesù e degli apostoli. I due gruppi abituali del vangelo sono: da una parte i discepoli (gli apostoli e coloro che ascoltano) e dall'altra gli scribi, i farisei e il loro seguito. Questi ultimi si sono manifestati ostili al discorso semplice, in parabole, adottato da Cristo. Le motivazioni di questa scelta di Gesù, di parlare in parabole, sono di carattere pratico, pastorale: "Con molte parabole di questo genere annunziava loro la parola, seconda quello che potevano intendere" (Mc 4,33).
Perché la parola di Dio porti frutto nell'uomo e raggiunga il suo scopo deve entrare e mettere radice in lui. Deve stabilire con l'uomo un rapporto di vita, cioè deve comunicargli la vita nuova, la vita di Dio. La fede è la parola di Dio ascoltata. Il credente è l'uomo che accoglie Dio nella sua vita.
Siccome la parola di Dio è semente buona, il problema reale è l'uomo. "I semi caduti lungo la strada"(v.11) sono coloro che vivono nella superficialità, nella banalità, nell'ovvietà, nel buon senso, che è tutt'altro che neutro nei confronti di Dio. "Quelli sulla pietra"(v.13) sono gli egoisti, che non aprono il cuore né a Dio né al prossimo.
"Il seme caduto in mezzo alle spine"(v.14) sono coloro che ospitano gli alleati del demonio nel proprio cuore. Il primo alleato sono le preoccupazioni, l'affanno, l'ansia, l'inquietudine, anche per cose buone. L'affanno e la paura sono la spia della mancanza di fede. Il secondo alleato è la ricchezza. Nel vangelo di Luca la povertà è il volto concreto della fede e della carità, perché porta a fidarsi di Dio e a condividere con i fratelli. La fiducia nel dio mammona (che significa: ciò che si possiede) sostituisce la fiducia in Dio (cfr Lc, 11,41; 12,33-34; 14,33; 16,13; At 2,44; 4,32.34; ecc.). Il terzo alleato sono i piaceri della vita (cfr Lc 12,45; 14,15 ss; ecc.) di cui è impossibile fare l'elenco completo. Questi sono i punti deboli dell'uomo che diventano facilmente alleati del diavolo nel soffocare la parola di Dio. Se la parola di Dio vuole portare frutto dev'essere annunciata, ascoltata, accolta nel cuore e creduta. Dev'essere accolta e mantenuta saldamente, nonostante le tentazioni. "Il seme caduto sulla terra buona sono coloro che... producono frutto con la loro perseveranza" (v.15), cioè con costanza e fermezza. La parola di Dio trasforma l'uomo, ma non senza la collaborazione dell'uomo. Sant'Agostino ha scritto: "Chi ti ha creato senza di te, non ti salverà senza di te".
Padre Lino Pedron
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Il seminatore presentato da questa parabola non è un contadino incapace, ma un grande ottimista che spera che anche le pietre diventino terra feconda e che dal suolo arido della strada spuntino spighe piene e mature. In altre parole: Gesù annuncia la sua parola a tutti, cattivi e buoni, "perché Dio, nostro salvatore, vuole che tutti gli uomini siano salvati e giungano alla conoscenza della verità" (1Tm 2,4).
Dio non ha preclusioni verso nessun uomo. Anche se desideroso di essere accolto, Gesù non sceglie il terreno secondo criteri di opportunità: si rivolge a tutta la gente che viene a lui da ogni parte. Egli è venuto a salvare i peccatori (5,32), a guarire i malati (5,31). La sua azione è diretta ai nemici più ostinati, ai peccatori più induriti. Non ha guardato ai buoni, ai santi e agli eletti, dimenticando gli altri (come spesso facciamo noi), ma ha rivolto lo sguardo e l'attenzione a tutti.
Le parti di terreno improduttivo, su cui ha gettato ugualmente il seme, lasciano intendere la sua buona volontà, la sua fiducia e il suo impegno. L'azione e la parola di Dio sono destinate a tutti, cattivi e buoni. Il seminatore Gesù è fiducioso e sostenuto da grande coraggio. I cristiani, che sono gli operai dell'evangelizzazione, devono continuare ad avere fiducia. La loro azione, alla fine, sarà premiata. Dio non si stanca di attendere la conversione dell'uomo: allo stesso modo ha agito il Cristo e devono agire i suoi inviati. Dopo tanti insuccessi si può arrivare a dei risultati superiori ad ogni attesa.
La legge dell'evangelizzazione, come emerge da questo testo, è deludente e insieme consolante. Il successo passa attraverso l'insuccesso. L'evangelizzazione avanza lentamente; solo i missionari coraggiosi, capaci di saper credere e attendere, vedranno i risultati delle loro fatiche. La parabola del seminatore è la parabola dell'ottimismo di Gesù nell'efficacia dell'annuncio della Parola: dev'essere il fondamento dell'ottimismo e della speranza del cristiano nell'annuncio gioioso di Gesù, parola di salvezza. "A voi è dato di conoscere i misteri del regno di Dio" (v.10). Conoscere i misteri del regno di Dio significa viverli. Nel Nuovo Testamento la parola mistero non indica una verità segreta, ma il disegno di salvezza, nascosto da secoli e svelato in Gesù Cristo. In questo contesto di Luca, "conoscere i misteri del regno di Dio" equivale a raggiungere la salvezza in Gesù.
"Gli altri"(v.10) o "quelli di fuori"(Mc 4,11) sono gli avversari di Gesù e degli apostoli. I due gruppi abituali del vangelo sono: da una parte i discepoli (gli apostoli e coloro che ascoltano) e dall'altra gli scribi, i farisei e il loro seguito. Questi ultimi si sono manifestati ostili al discorso semplice, in parabole, adottato da Cristo. Le motivazioni di questa scelta di Gesù, di parlare in parabole, sono di carattere pratico, pastorale: "Con molte parabole di questo genere annunziava loro la parola, seconda quello che potevano intendere" (Mc 4,33).
Perché la parola di Dio porti frutto nell'uomo e raggiunga il suo scopo deve entrare e mettere radice in lui. Deve stabilire con l'uomo un rapporto di vita, cioè deve comunicargli la vita nuova, la vita di Dio. La fede è la parola di Dio ascoltata. Il credente è l'uomo che accoglie Dio nella sua vita.
Siccome la parola di Dio è semente buona, il problema reale è l'uomo. "I semi caduti lungo la strada"(v.11) sono coloro che vivono nella superficialità, nella banalità, nell'ovvietà, nel buon senso, che è tutt'altro che neutro nei confronti di Dio. "Quelli sulla pietra"(v.13) sono gli egoisti, che non aprono il cuore né a Dio né al prossimo.
"Il seme caduto in mezzo alle spine"(v.14) sono coloro che ospitano gli alleati del demonio nel proprio cuore. Il primo alleato sono le preoccupazioni, l'affanno, l'ansia, l'inquietudine, anche per cose buone. L'affanno e la paura sono la spia della mancanza di fede. Il secondo alleato è la ricchezza. Nel vangelo di Luca la povertà è il volto concreto della fede e della carità, perché porta a fidarsi di Dio e a condividere con i fratelli. La fiducia nel dio mammona (che significa: ciò che si possiede) sostituisce la fiducia in Dio (cfr Lc, 11,41; 12,33-34; 14,33; 16,13; At 2,44; 4,32.34; ecc.). Il terzo alleato sono i piaceri della vita (cfr Lc 12,45; 14,15 ss; ecc.) di cui è impossibile fare l'elenco completo. Questi sono i punti deboli dell'uomo che diventano facilmente alleati del diavolo nel soffocare la parola di Dio. Se la parola di Dio vuole portare frutto dev'essere annunciata, ascoltata, accolta nel cuore e creduta. Dev'essere accolta e mantenuta saldamente, nonostante le tentazioni. "Il seme caduto sulla terra buona sono coloro che... producono frutto con la loro perseveranza" (v.15), cioè con costanza e fermezza. La parola di Dio trasforma l'uomo, ma non senza la collaborazione dell'uomo. Sant'Agostino ha scritto: "Chi ti ha creato senza di te, non ti salverà senza di te".
Padre Lino Pedron
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Padre Lino Pedron
venerdì 16 settembre 2011
586 - Cercarlo, trovarlo, frequentarlo, amarlo
Questo post (come tutti quelli con etichetta "Angolo dello Spirito") riporta testi di san Josemaría Escrivá
La vita interiore si irrobustisce con la lotta nelle pratiche quotidiane di pietà, che devi compiere — anzi: che devi vivere! — amorosamente, perché il nostro cammino di figli di Dio è cammino d'Amore. (Forgia, 83)
Nello sforzo di identificarci con Cristo, mi piace distinguere quattro gradini: cercarlo, trovarlo, frequentarlo, amarlo. Forse vi rendete conto di trovarvi solo nella prima tappa. Cercatelo con fame, cercatelo in voi stessi con tutte le vostre forze. Se agite con tale impegno, oso garantirvi che lo avete già trovato, e che avete incominciato a frequentarlo e ad amarlo, ad avere la vostra conversazione nei cieli.
Cerca di attenerti a un piano di vita, con costanza: alcuni minuti di orazione mentale, assistere alla santa Messa — ogni giorno se ti è possibile — e ricevere la Comunione, ricorrere con regolarità al santo Sacramento del perdono — anche se la tua coscienza non ti accusa di peccato mortale —, la visita a Gesù nel Tabernacolo, la recita del santo Rosario con la contemplazione dei misteri, e tante altre pratiche stupende che già conosci o puoi imparare.
Non dimenticare che quello che conta non è fare molte cose; limitati a compiere, con generosità, quelle cose che puoi fare ogni giorno, sia che ne abbia o no la voglia. Quelle pratiche ti condurranno, quasi senza che te ne avveda, all'orazione contemplativa. Germoglieranno sempre di più dalla tua anima gli atti di amore, le giaculatorie, gli atti di ringraziamento e di riparazione, le comunioni spirituali. E tutto ciò mentre assolvi i tuoi obblighi: mentre prendi il telefono o sali su un mezzo di trasporto, mentre chiudi o apri una porta, quando passi davanti a una chiesa, quando inizi un nuovo compito, o mentre lo svolgi o quando lo concludi; farai tutto alla presenza di Dio tuo Padre. (Amici di Dio, 300 e 149)
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La vita interiore si irrobustisce con la lotta nelle pratiche quotidiane di pietà, che devi compiere — anzi: che devi vivere! — amorosamente, perché il nostro cammino di figli di Dio è cammino d'Amore. (Forgia, 83)
Nello sforzo di identificarci con Cristo, mi piace distinguere quattro gradini: cercarlo, trovarlo, frequentarlo, amarlo. Forse vi rendete conto di trovarvi solo nella prima tappa. Cercatelo con fame, cercatelo in voi stessi con tutte le vostre forze. Se agite con tale impegno, oso garantirvi che lo avete già trovato, e che avete incominciato a frequentarlo e ad amarlo, ad avere la vostra conversazione nei cieli.
Cerca di attenerti a un piano di vita, con costanza: alcuni minuti di orazione mentale, assistere alla santa Messa — ogni giorno se ti è possibile — e ricevere la Comunione, ricorrere con regolarità al santo Sacramento del perdono — anche se la tua coscienza non ti accusa di peccato mortale —, la visita a Gesù nel Tabernacolo, la recita del santo Rosario con la contemplazione dei misteri, e tante altre pratiche stupende che già conosci o puoi imparare.
Non dimenticare che quello che conta non è fare molte cose; limitati a compiere, con generosità, quelle cose che puoi fare ogni giorno, sia che ne abbia o no la voglia. Quelle pratiche ti condurranno, quasi senza che te ne avveda, all'orazione contemplativa. Germoglieranno sempre di più dalla tua anima gli atti di amore, le giaculatorie, gli atti di ringraziamento e di riparazione, le comunioni spirituali. E tutto ciò mentre assolvi i tuoi obblighi: mentre prendi il telefono o sali su un mezzo di trasporto, mentre chiudi o apri una porta, quando passi davanti a una chiesa, quando inizi un nuovo compito, o mentre lo svolgi o quando lo concludi; farai tutto alla presenza di Dio tuo Padre. (Amici di Dio, 300 e 149)
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585 - Fidarci di te
Dio mio,
alle volte devo fare
un pezzo di strada con qualcuno,
ascoltare, incoraggiare,
aprirgli gli occhi
sul tuo mondo meraviglioso.
Egli, talvolta,
non ne percepisce neppure il fascino,
per qualcosa che tristemente ha perduto
o sogna qualcosa di impossibile.
Signore,
aiutaci a fidarci di te,
della tua provvidenza.
Guardandoci, fa' che ci sentiamo privilegiati,
appagati e pieni di gratitudine.
Nel tuo amore c'è tutto ciò
di cui abbiamo bisogno.
Elke Fischer
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alle volte devo fare
un pezzo di strada con qualcuno,
ascoltare, incoraggiare,
aprirgli gli occhi
sul tuo mondo meraviglioso.
Egli, talvolta,
non ne percepisce neppure il fascino,
per qualcosa che tristemente ha perduto
o sogna qualcosa di impossibile.
Signore,
aiutaci a fidarci di te,
della tua provvidenza.
Guardandoci, fa' che ci sentiamo privilegiati,
appagati e pieni di gratitudine.
Nel tuo amore c'è tutto ciò
di cui abbiamo bisogno.
Elke Fischer
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584 - P. Dolindo e la 3^ rotaia...
Da pochi giorni si era inaugurata a Napoli la Metropolitana e grandi cartelloni con su disegnato un teschio segnalavano un "pericolo di morte"; sulla terza rotaia correva una corrente di alta tensione: vietato, dunque, attraversare i binari!
P. Dolindo, interessato sempre a calare nella realtà della vita per orientarla al polo giusto, si affrettò a visitare la stazione di Piazza Cavour e scese giù, ai treni.
Si fermò un attimo ad osservare i cartelli su indicati e... incominciò ad attraversare i binari. Un urlo dalla folla che sostava in attesa: -Padre... è proibito! C'è pericolo di morte!!! Padre, tornate indietro!
Padre Dolindo si fermò e calmo calmo disse: - Pericolo di morte? Io non ci credo.- E fece per procedere oltre. Qualcuno corse a fermarlo.
Tornato indietro, alla folla che si era formata intorno a lui, P. Dolindo col sorriso incominciò a dire: - E perché, quando la Chiesa vi dice: questo non dovete farlo, c'è pericolo per l'anima vostra... perché voi non ci credete? E violate la legge di Dio, e non ascoltate la voce del Signore che vi dice: -Figlio mio, tu muori se fai questo... Figlio mio non farlo! Tu puoi morirne per l'eternità!... Perché allora?
E la folla capì perché P. Dolindo aveva finto di voler andare incontro alla 3^ rotaia...
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P. Dolindo, interessato sempre a calare nella realtà della vita per orientarla al polo giusto, si affrettò a visitare la stazione di Piazza Cavour e scese giù, ai treni.
Si fermò un attimo ad osservare i cartelli su indicati e... incominciò ad attraversare i binari. Un urlo dalla folla che sostava in attesa: -Padre... è proibito! C'è pericolo di morte!!! Padre, tornate indietro!
Padre Dolindo si fermò e calmo calmo disse: - Pericolo di morte? Io non ci credo.- E fece per procedere oltre. Qualcuno corse a fermarlo.
Tornato indietro, alla folla che si era formata intorno a lui, P. Dolindo col sorriso incominciò a dire: - E perché, quando la Chiesa vi dice: questo non dovete farlo, c'è pericolo per l'anima vostra... perché voi non ci credete? E violate la legge di Dio, e non ascoltate la voce del Signore che vi dice: -Figlio mio, tu muori se fai questo... Figlio mio non farlo! Tu puoi morirne per l'eternità!... Perché allora?
E la folla capì perché P. Dolindo aveva finto di voler andare incontro alla 3^ rotaia...
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Don Dolindo Ruotolo,
per riflettere
583 - E se il Signore chiedesse anche a te
Se il Signore chiedesse anche a te: "E tu, chi dici che Io sia?" rispondi con l'impeto dell'amore:
- Tu sei la Verità, la Sapienza, l'Amore per essenza...
- Tu sei l'Eterno, l'Infinito, l'Onnipotente Padre, Figliuolo e Spirito Santo...
- Cosa dice di te il mio intelletto? Ti credo !
- Cosa dice di te la mia volontà? Ti obbedisco!
- Cosa dice di te il mio cuore? Ti amo!
- E nelle oscurità della vita, cosa dico? Ti adoro!
- E nei dolori, cosa dico? Ti ringrazio e ti amo!
- E nelle tenebre, e nelle angustie, cosa dico? Confido in te, mio Dio!
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- Tu sei la Verità, la Sapienza, l'Amore per essenza...
- Tu sei l'Eterno, l'Infinito, l'Onnipotente Padre, Figliuolo e Spirito Santo...
- Cosa dice di te il mio intelletto? Ti credo !
- Cosa dice di te la mia volontà? Ti obbedisco!
- Cosa dice di te il mio cuore? Ti amo!
- E nelle oscurità della vita, cosa dico? Ti adoro!
- E nei dolori, cosa dico? Ti ringrazio e ti amo!
- E nelle tenebre, e nelle angustie, cosa dico? Confido in te, mio Dio!
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582 - Preghiera del mattino
Padre, tu mi chiedi di fuggire l'amore per il guadagno, per il denaro, "radice di tutti i mali", di fuggire come un serpente "la febbre di cavilli e di questioni oziose" e di tendere "alla giustizia, alla pietà, alla fede, alla carità, alla pazienza, alla mitezza", combattendo "la buona battaglia della fede".
Fa' che io non abbia un cuore falso, che il mio amore non si spenga, poiché tu ci chiedi di essere radicali nel dono, qualunque sia la nostra condizione di vita.
Tu mi dici di non rifiutare nulla del tuo Vangelo: "Ascolta, Israele, uno è il Signore, e tu l'amerai con tutte le tue forze".
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Fa' che io non abbia un cuore falso, che il mio amore non si spenga, poiché tu ci chiedi di essere radicali nel dono, qualunque sia la nostra condizione di vita.
Tu mi dici di non rifiutare nulla del tuo Vangelo: "Ascolta, Israele, uno è il Signore, e tu l'amerai con tutte le tue forze".
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581 - C’erano con lui i Dodici e alcune donne che li servivano con i loro beni
In seguito egli se ne andava per città e villaggi, predicando e annunciando la buona notizia del regno di Dio. C'erano con lui i Dodici e alcune donne che erano state guarite da spiriti cattivi e da infermità: Maria, chiamata Maddalena, dalla quale erano usciti sette demòni; Giovanna, moglie di Cuza, amministratore di Erode; Susanna e molte altre, che li servivano con i loro beni.
Gesù è un viandante instancabile. La sua vita si svolge sulla strada. Egli passa attraverso le località grandi e piccole. Il vangelo deve camminare sulle vie del mondo. Nel suo peregrinare lo accompagnano gli apostoli, che sono il primo nucleo del popolo di Dio. Ma anche le donne fanno parte del seguito di Gesù. Queste accompagnatrici, collaboratrici, benefattrici di Gesù svolgono nei confronti del Cristo e del gruppo degli apostoli un'azione assistenziale: mettono a disposizione i loro beni e il loro lavoro.
La caratteristica comune di queste donne che seguono Gesù è l'esperienza della cura che Gesù si è preso di loro. Hanno fatto l'esperienza del dono e del perdono: si sono sentite amate e per questo amano. L'amore si manifesta nel servire l'altro liberandolo dalle sue necessità. Questo amore si manifesta più con i fatti che con le parole. Lo spirito di servizio di queste donne le porterà fino ai piedi della croce e davanti al sepolcro, le farà entrare in esso e diventeranno le prime testimoni del Risorto. Gli apostoli e queste donne sono il piccolo gregge al quale il Padre si è compiaciuto di donare il suo regno (Lc 12,32), cioè Gesù Cristo Signore. Caratteristica di questi primi cristiani: ascoltano Gesù e stanno con lui. Questo ascoltare Gesù e stare con lui è la qualifica più bella e più profonda del discepolo: sottolinea l'aspetto personale d'amore che lo lega al suo Signore. Attraverso l'annuncio della parola e i miracoli che Gesù compie, la gente fa esperienza della bontà, della misericordia e della grazia di Dio nei loro riguardi. Il regno di Dio (v.1) è il nuovo contesto sociale e religioso in cui tutti sono chiamati a vivere liberi dalla paura di Dio, dalle reciproche inimicizie e da ogni forma di male.
Padre Lino Pedron
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Gesù è un viandante instancabile. La sua vita si svolge sulla strada. Egli passa attraverso le località grandi e piccole. Il vangelo deve camminare sulle vie del mondo. Nel suo peregrinare lo accompagnano gli apostoli, che sono il primo nucleo del popolo di Dio. Ma anche le donne fanno parte del seguito di Gesù. Queste accompagnatrici, collaboratrici, benefattrici di Gesù svolgono nei confronti del Cristo e del gruppo degli apostoli un'azione assistenziale: mettono a disposizione i loro beni e il loro lavoro.
La caratteristica comune di queste donne che seguono Gesù è l'esperienza della cura che Gesù si è preso di loro. Hanno fatto l'esperienza del dono e del perdono: si sono sentite amate e per questo amano. L'amore si manifesta nel servire l'altro liberandolo dalle sue necessità. Questo amore si manifesta più con i fatti che con le parole. Lo spirito di servizio di queste donne le porterà fino ai piedi della croce e davanti al sepolcro, le farà entrare in esso e diventeranno le prime testimoni del Risorto. Gli apostoli e queste donne sono il piccolo gregge al quale il Padre si è compiaciuto di donare il suo regno (Lc 12,32), cioè Gesù Cristo Signore. Caratteristica di questi primi cristiani: ascoltano Gesù e stanno con lui. Questo ascoltare Gesù e stare con lui è la qualifica più bella e più profonda del discepolo: sottolinea l'aspetto personale d'amore che lo lega al suo Signore. Attraverso l'annuncio della parola e i miracoli che Gesù compie, la gente fa esperienza della bontà, della misericordia e della grazia di Dio nei loro riguardi. Il regno di Dio (v.1) è il nuovo contesto sociale e religioso in cui tutti sono chiamati a vivere liberi dalla paura di Dio, dalle reciproche inimicizie e da ogni forma di male.
Padre Lino Pedron
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Padre Lino Pedron
giovedì 15 settembre 2011
580 - Maria, Maestra del sacrificio nascosto e silenzioso!
Questo post (come tutti quelli con etichetta "Angolo dello Spirito") riporta testi di san Josemaría Escrivá
La Vergine Addolorata. Nel contemplarla, guarda il suo Cuore: è una Madre con due figli, faccia a faccia: Lui... e te. (Cammino, 506)
Quant'è grande l'umiltà di mia Madre, Maria! —Non la vedrete tra le palme di Gerusalemme, né —tranne la primizia di Cana— al momento dei grandi miracoli.
—Però non fugge il disprezzo del Golgota: lì, “iuxta crucem Iesu” —, accanto alla croce di Gesù, c'è sua Madre.
(Cammino, 507)
Nell'ora dell'abominio della Croce, la Vergine è lì, vicina a suo Figlio, decisa a seguire la stessa sorte. Dobbiamo perdere la paura di comportarci da cristiani responsabili, quando ciò risulta scomodo nell'ambiente in cui ci muoviamo: Lei ci aiuterà. (Solco, 977)
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Maria, Maestra del sacrificio nascosto e silenzioso! —Osservàtela, quasi sempre nascosta, mentre collabora con suo Figlio: sa e tace. (Cammino, 509)La Vergine Addolorata. Nel contemplarla, guarda il suo Cuore: è una Madre con due figli, faccia a faccia: Lui... e te. (Cammino, 506)
Quant'è grande l'umiltà di mia Madre, Maria! —Non la vedrete tra le palme di Gerusalemme, né —tranne la primizia di Cana— al momento dei grandi miracoli.
—Però non fugge il disprezzo del Golgota: lì, “iuxta crucem Iesu” —, accanto alla croce di Gesù, c'è sua Madre.
(Cammino, 507)
Nell'ora dell'abominio della Croce, la Vergine è lì, vicina a suo Figlio, decisa a seguire la stessa sorte. Dobbiamo perdere la paura di comportarci da cristiani responsabili, quando ciò risulta scomodo nell'ambiente in cui ci muoviamo: Lei ci aiuterà. (Solco, 977)
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579 - Beata Vergine Maria Addolorata
La devozione alla Vergine Maria Addolorata, che trae origine dai passi del Vangelo, dove si parla della presenza di Maria Vergine sul Calvario, prese particolare consistenza a partire dalla fine dell’XI secolo e fu anticipatrice della celebrazione liturgica, istituita più tardi.
Il “Liber de passione Christi et dolore et planctu Matris eius” di ignoto (erroneamente attribuito a S. Bernardo), costituisce l’inizio di una letteratura, che porta alla composizione in varie lingue del “Pianto della Vergine”.
Testimonianza di questa devozione è il popolarissimo “Stabat Mater” in latino, attribuito a Jacopone da Todi, il quale compose in lingua volgare anche le famose “Laudi”; da questa devozione ebbe origine la festa dei “Sette Dolori di Maria SS.” Nel secolo XV si ebbero le prime celebrazioni liturgiche sulla “compassione di Maria” ai piedi della Croce, collocate nel tempo di Passione.
A metà del secolo XIII, nel 1233, sorse a Firenze l’Ordine dei frati “Servi di Maria”, fondato dai SS. Sette Fondatori e ispirato dalla Vergine. L’Ordine, che già nel nome si qualificava per la devozione alla Madre di Dio, si distinse nei secoli per l’intensa venerazione e la diffusione del culto dell’Addolorata; il 9 giugno del 1668, la S. Congregazione dei Riti permetteva all’Ordine di celebrare la Messa votiva dei sette Dolori della Beata Vergine, facendo menzione, nel decreto, che i Frati dei Servi portavano l’abito nero in memoria della vedovanza di Maria e dei dolori che essa sostenne nella passione del Figlio.
Successivamente, Pp Innocenzo XII (Antonio Pignatelli, 1691-1700), il 9 agosto 1692, autorizzò la celebrazione dei Sette Dolori della Beata Vergine la terza domenica di settembre.
Ma la celebrazione ebbe ancora delle tappe, man mano che il culto si diffondeva; il 18 agosto 1714 la Sacra Congregazione approvò una celebrazione dei Sette Dolori di Maria, il venerdì precedente la Domenica delle Palme e Pp Pio VII (Barnaba Chiaramonti, 1800-1823), il 18 settembre 1814, estese la festa liturgica della terza domenica di settembre a tutta la Chiesa, con inserimento nel calendario romano.
Infine S. Pio X (1903-1914), fissò la data definitiva del 15 settembre, subitodopo la celebrazione dell’Esaltazione della Santa Croce (14 settembre), con memoria non più dei “Sette Dolori”, ma più opportunamente come “Beata Vergine Maria Addolorata”.
La memoria della Vergine Addolorata (in latino Mater Dolorosa) chiama a rivivere il momento decisivo della storia della salvezza e a venerare la Madre associata alla passione del figlio e vicina a lui innalzato sulla croce. La sua maternità assume sul calvario dimensioni universali presentandosi come la nuova Eva, perché, come la disobbedienza della prima donna portò alla morte, così la sua mirabile obbedienza porti alla vita.
I Sette Dolori di Maria, corrispondono ad altrettanti episodi narrati nel Vangelo:
1. La profezia dell'anziano Simeone, quando Gesù fu portato al Tempio «...E anche a te una spada trafiggerà l'anima » (Lc 2,35).
2. La Sacra Famiglia è costretta a fuggire in Egitto « Giuseppe, destatosi, prese con sé il Bambino e sua madre nella notte e fuggì in Egitto » (Mt 2,14).
3. Il ritrovamento di Gesù dodicenne nel Tempio a Gerusalemme «...Ecco, tuo padre e io, angosciati, ti cercavamo » (Lc 2,48).
4. Maria addolorata, incontra Gesù che porta la croce sulla via del Calvario.
5. La Madonna ai piedi della Croce in piena adesione alla volontà di Dio, partecipa alle sofferenze del Figlio crocifisso e morente.
6. Maria accoglie tra le sue braccia il Figlio morto deposto dalla Croce.
7. Maria affida al sepolcro il corpo di Gesù, in attesa della risurrezione.
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Il “Liber de passione Christi et dolore et planctu Matris eius” di ignoto (erroneamente attribuito a S. Bernardo), costituisce l’inizio di una letteratura, che porta alla composizione in varie lingue del “Pianto della Vergine”.
Testimonianza di questa devozione è il popolarissimo “Stabat Mater” in latino, attribuito a Jacopone da Todi, il quale compose in lingua volgare anche le famose “Laudi”; da questa devozione ebbe origine la festa dei “Sette Dolori di Maria SS.” Nel secolo XV si ebbero le prime celebrazioni liturgiche sulla “compassione di Maria” ai piedi della Croce, collocate nel tempo di Passione.
A metà del secolo XIII, nel 1233, sorse a Firenze l’Ordine dei frati “Servi di Maria”, fondato dai SS. Sette Fondatori e ispirato dalla Vergine. L’Ordine, che già nel nome si qualificava per la devozione alla Madre di Dio, si distinse nei secoli per l’intensa venerazione e la diffusione del culto dell’Addolorata; il 9 giugno del 1668, la S. Congregazione dei Riti permetteva all’Ordine di celebrare la Messa votiva dei sette Dolori della Beata Vergine, facendo menzione, nel decreto, che i Frati dei Servi portavano l’abito nero in memoria della vedovanza di Maria e dei dolori che essa sostenne nella passione del Figlio.
Successivamente, Pp Innocenzo XII (Antonio Pignatelli, 1691-1700), il 9 agosto 1692, autorizzò la celebrazione dei Sette Dolori della Beata Vergine la terza domenica di settembre.
Ma la celebrazione ebbe ancora delle tappe, man mano che il culto si diffondeva; il 18 agosto 1714 la Sacra Congregazione approvò una celebrazione dei Sette Dolori di Maria, il venerdì precedente la Domenica delle Palme e Pp Pio VII (Barnaba Chiaramonti, 1800-1823), il 18 settembre 1814, estese la festa liturgica della terza domenica di settembre a tutta la Chiesa, con inserimento nel calendario romano.
Infine S. Pio X (1903-1914), fissò la data definitiva del 15 settembre, subitodopo la celebrazione dell’Esaltazione della Santa Croce (14 settembre), con memoria non più dei “Sette Dolori”, ma più opportunamente come “Beata Vergine Maria Addolorata”.
La memoria della Vergine Addolorata (in latino Mater Dolorosa) chiama a rivivere il momento decisivo della storia della salvezza e a venerare la Madre associata alla passione del figlio e vicina a lui innalzato sulla croce. La sua maternità assume sul calvario dimensioni universali presentandosi come la nuova Eva, perché, come la disobbedienza della prima donna portò alla morte, così la sua mirabile obbedienza porti alla vita.
I Sette Dolori di Maria, corrispondono ad altrettanti episodi narrati nel Vangelo:
1. La profezia dell'anziano Simeone, quando Gesù fu portato al Tempio «...E anche a te una spada trafiggerà l'anima » (Lc 2,35).
2. La Sacra Famiglia è costretta a fuggire in Egitto « Giuseppe, destatosi, prese con sé il Bambino e sua madre nella notte e fuggì in Egitto » (Mt 2,14).
3. Il ritrovamento di Gesù dodicenne nel Tempio a Gerusalemme «...Ecco, tuo padre e io, angosciati, ti cercavamo » (Lc 2,48).
4. Maria addolorata, incontra Gesù che porta la croce sulla via del Calvario.
5. La Madonna ai piedi della Croce in piena adesione alla volontà di Dio, partecipa alle sofferenze del Figlio crocifisso e morente.
6. Maria accoglie tra le sue braccia il Figlio morto deposto dalla Croce.
7. Maria affida al sepolcro il corpo di Gesù, in attesa della risurrezione.
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578 - Ecco tuo figlio! Ecco tua madre!
Stavano presso la croce di Gesù sua madre, la sorella di sua madre, Maria madre di Clèopa e Maria di Màgdala. Gesù allora, vedendo la madre e accanto a lei il discepolo che egli amava, disse alla madre: «Donna, ecco tuo figlio!». Poi disse al discepolo: «Ecco tua madre!». E da quell'ora il discepolo l'accolse con sé.
[Anche] la scena dei vv. 25-27 è carica di simbolismo. L’elemento storico è interpretato a un livello molto profondo, perché l’evangelista vede in esso un significato ecclesiologico di grande importanza: la proclamazione di Maria, madre della Chiesa. Solo Giovanni ricorda la madre di Gesù e il discepolo amato e ci informa che erano "presso la croce", mentre i sinottici ci dicono che le pie donne stavano lontano. Ma l’elemento caratteristico di questa scena è rappresentato dalle parole di Gesù alla madre e al discepolo amato. Con le parole rivolte a sua madre: "Donna, ecco tuo figlio" (v. 26), Gesù costituisce Maria madre del discepolo che personifica tutti i discepoli del Cristo. Quindi Maria è proclamata madre della Chiesa dal Figlio di Dio. Con le parole rivolte al discepolo, Gesù chiarisce e ribadisce il suo pensiero: "Ecco tua madre" (v. 27). Maria è veramente la madre dei discepoli del Cristo, ossia è madre della Chiesa. La scena si conclude con la frase: "E da quell’ora il discepolo l’accolse nei propri (beni)". Il discepolo amato, rappresentante di tutti i credenti, accoglie la madre del Cristo come sua, quale tesoro preziosissimo.
Padre Lino Pedron
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[Anche] la scena dei vv. 25-27 è carica di simbolismo. L’elemento storico è interpretato a un livello molto profondo, perché l’evangelista vede in esso un significato ecclesiologico di grande importanza: la proclamazione di Maria, madre della Chiesa. Solo Giovanni ricorda la madre di Gesù e il discepolo amato e ci informa che erano "presso la croce", mentre i sinottici ci dicono che le pie donne stavano lontano. Ma l’elemento caratteristico di questa scena è rappresentato dalle parole di Gesù alla madre e al discepolo amato. Con le parole rivolte a sua madre: "Donna, ecco tuo figlio" (v. 26), Gesù costituisce Maria madre del discepolo che personifica tutti i discepoli del Cristo. Quindi Maria è proclamata madre della Chiesa dal Figlio di Dio. Con le parole rivolte al discepolo, Gesù chiarisce e ribadisce il suo pensiero: "Ecco tua madre" (v. 27). Maria è veramente la madre dei discepoli del Cristo, ossia è madre della Chiesa. La scena si conclude con la frase: "E da quell’ora il discepolo l’accolse nei propri (beni)". Il discepolo amato, rappresentante di tutti i credenti, accoglie la madre del Cristo come sua, quale tesoro preziosissimo.
Padre Lino Pedron
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mercoledì 14 settembre 2011
577 - La Croce, la Santa Croce!, pesa
Questo post (come tutti quelli con etichetta "Angolo dello Spirito") riporta testi di san Josemaría Escrivá
La Croce, la Santa Croce!, pesa. — Da una parte, i miei peccati. Dall'altra, la triste realtà delle sofferenze della Chiesa nostra Madre; l'apatia di tanti cattolici che hanno “un volere senza volere”; la separazione — per motivi diversi — da persone care; le malattie e le afflizioni, proprie e altrui...
La Croce, la Santa Croce!, pesa: “Fiat, adimpleatur...!”. — Si faccia, si compia, sia lodata ed eternamente glorificata la giustissima e amabilissima Volontà di Dio su tutte le cose! Amen, Amen. (Forgia, 769)
La Croce non è la pena, né il dispiacere, né l'amarezza... È il legno santo su cui Gesù Cristo trionfa... e su cui trionfiamo noi quando riceviamo con gioia e con generosità ciò che Egli ci manda. (Forgia, 788)
Non sei solo. — Né tu né io possiamo trovarci soli. E meno che mai se andiamo da Gesù attraverso Maria, poiché è una Madre che non ci abbandonerà mai. (Forgia, 249)
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Santificare il proprio lavoro non è una chimera, bensì è missione di ogni cristiano...: tua e mia. Lo aveva ben scoperto quel meccanico, che diceva: «Mi fa impazzire di gioia la certezza che io, maneggiando il tornio e cantando, cantando molto di dentro e di fuori , posso farmi santo...: com'è buono il nostro Dio!». (Solco, 517)La Croce, la Santa Croce!, pesa. — Da una parte, i miei peccati. Dall'altra, la triste realtà delle sofferenze della Chiesa nostra Madre; l'apatia di tanti cattolici che hanno “un volere senza volere”; la separazione — per motivi diversi — da persone care; le malattie e le afflizioni, proprie e altrui...
La Croce, la Santa Croce!, pesa: “Fiat, adimpleatur...!”. — Si faccia, si compia, sia lodata ed eternamente glorificata la giustissima e amabilissima Volontà di Dio su tutte le cose! Amen, Amen. (Forgia, 769)
La Croce non è la pena, né il dispiacere, né l'amarezza... È il legno santo su cui Gesù Cristo trionfa... e su cui trionfiamo noi quando riceviamo con gioia e con generosità ciò che Egli ci manda. (Forgia, 788)
Non sei solo. — Né tu né io possiamo trovarci soli. E meno che mai se andiamo da Gesù attraverso Maria, poiché è una Madre che non ci abbandonerà mai. (Forgia, 249)
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576 - Esaltazione Santa Croce
La Chiesa cattolica, molti gruppi protestanti e gli ortodossi celebrano la festa dell'Esaltazione della Santa Croce il 14 settembre: anniversario della consacrazione della Chiesa del Santo Sepolcro in Gerusalemme; in essa si commemora la croce sulla quale fu crocifisso Gesù.
Celebrata la prima volta nel 335, nei secoli successivi questa festività incluse anche la commemorazione del recupero della Vera Croce, fatto dall'imperatore Eraclio nel 628, dalle mani dei Persiani. Della Croce trafugata quattordici anni prima dal re persiano Cosroe Parviz, durante la conquista della Città santa, si persero definitivamente le tracce nel 1187, quando venne tolta al vescovo di Betlem che l'aveva portata nella battaglia di Hattin.
La celebrazione odierna assume un significato ben più alto del leggendario ritrovamento da parte della santa madre dell'imperatore Costantino, Elena. Nell'usanza gallese, a partire dal VII secolo, la festa della Croce si teneva il 3 maggio.
Secondo l'Enciclopedia Cattolica, quando le pratiche gallesi e romane si combinarono, la data di settembre assunse il nome ufficiale di Trionfo della Croce nel 1963, ed era usato per commemorare la conquista della Croce dai Persiani mentre la data in maggio fu mantenuta come ritrovamento della Santa Croce.
In Occidente ci si riferisce spesso al 14 settembre come al Giorno della Santa Croce; la festività in maggio è stata rimossa dal calendario della forma ordinaria del rito romano in seguito alla riforma liturgica del 1970.
Gli ortodossi commemorano ancora entrambi gli eventi il 14 settembre, una delle dodici grandi festività dell'anno liturgico, e il primo Agosto festeggiano laProcessione del venerabile Legno della Croce, il giorno in cui le reliquie della Vera Croce furono trasportate per le strade di Costantinopoli per benedire la città.
La Chiesa cattolica compie la formale adorazione della Croce durante gli uffici del Venerdì Santo, mentre gli ortodossi celebrano un'ulteriore venerazione della Croce la terza domenica della Grande Quaresima. In tutte le chiese greco-ortodosse, durante il Giovedì Santo, una copia della Croce viene portata in processione affinché la gente la possa venerare.
La Festa dell’Esaltazione della Santa Croce è la principale festa dell'Arcidiocesi di Lucca. La festa inizia dai vespri del 13 settembre e comprende la giornata del 14: è celebre soprattutto per la processione notturna a lume di candela detta “La Luminara”.
La Festa dell’Esaltazione della Santa Croce nella Parrocchia di Međugorje si chiama “Križevac” e tradizionalmente si celebra la prima domenica dopo la Festa della Natività di Maria. In onore dell’Anno Santo della Redenzione 1933/34, incitati dall’allora parroco Fra Bernardin Smoljan, i parrocchiani di Međugorje - nonostante la loro povertà - hanno costruito, sulla collina, una Croce monumentale alta 8,5 metri e larga 3,5. Reliquie della vera Croce di Gesù, ricevute da Roma per l’occasione, sono inserite nell’asta della Croce stessa.
« Chi non prende la sua croce e non mi segue, non è degno di me », dice Gesù (Mt 10,38). Ci chiede che gli imitiamo, che lo seguiamo, prendendo ogni giorno la nostra croce. In questo possiamo gloriarci, diceva Francesco, se portiamo “alle nostre spalle ogni giorno la santa croce del nostro Signore Gesù Cristo”, giacché, dice Pietro, « Cristo patì per voi lasciandovi un esempio, perché ne seguiate le orme » (1Pt 2,21).
Sappiamo che non è facile essere cristiano. Lo aveva predetto Gesù stesso: «Voi avrete tribolazioni nel mondo » (Gv 16,33), giacché « se il mondo vi odia, sappiate che prima di voi ha odiato me » (Gv 15,18).
Ma siamo sicuri: «...chi avrà perduto la sua vita per causa mia, la troverà” (Mt 10,39).
Non dobbiamo avere paura delle opposizioni, delle persecuzioni, di niente. Lo ha detto Gesù a ciascuno di noi: «...abbiate fiducia: io ho vinto il mondo! »(Gv 16,33).
Arriveremo alla santità, dice il Concilio, se seguiamo “Cristo povero, umile e caricato con la croce, per meritare la partecipazione alla sua gloria” (LG 41).
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Celebrata la prima volta nel 335, nei secoli successivi questa festività incluse anche la commemorazione del recupero della Vera Croce, fatto dall'imperatore Eraclio nel 628, dalle mani dei Persiani. Della Croce trafugata quattordici anni prima dal re persiano Cosroe Parviz, durante la conquista della Città santa, si persero definitivamente le tracce nel 1187, quando venne tolta al vescovo di Betlem che l'aveva portata nella battaglia di Hattin.
La celebrazione odierna assume un significato ben più alto del leggendario ritrovamento da parte della santa madre dell'imperatore Costantino, Elena. Nell'usanza gallese, a partire dal VII secolo, la festa della Croce si teneva il 3 maggio.
Secondo l'Enciclopedia Cattolica, quando le pratiche gallesi e romane si combinarono, la data di settembre assunse il nome ufficiale di Trionfo della Croce nel 1963, ed era usato per commemorare la conquista della Croce dai Persiani mentre la data in maggio fu mantenuta come ritrovamento della Santa Croce.
In Occidente ci si riferisce spesso al 14 settembre come al Giorno della Santa Croce; la festività in maggio è stata rimossa dal calendario della forma ordinaria del rito romano in seguito alla riforma liturgica del 1970.
Gli ortodossi commemorano ancora entrambi gli eventi il 14 settembre, una delle dodici grandi festività dell'anno liturgico, e il primo Agosto festeggiano laProcessione del venerabile Legno della Croce, il giorno in cui le reliquie della Vera Croce furono trasportate per le strade di Costantinopoli per benedire la città.
La Chiesa cattolica compie la formale adorazione della Croce durante gli uffici del Venerdì Santo, mentre gli ortodossi celebrano un'ulteriore venerazione della Croce la terza domenica della Grande Quaresima. In tutte le chiese greco-ortodosse, durante il Giovedì Santo, una copia della Croce viene portata in processione affinché la gente la possa venerare.
La Festa dell’Esaltazione della Santa Croce è la principale festa dell'Arcidiocesi di Lucca. La festa inizia dai vespri del 13 settembre e comprende la giornata del 14: è celebre soprattutto per la processione notturna a lume di candela detta “La Luminara”.
La Festa dell’Esaltazione della Santa Croce nella Parrocchia di Međugorje si chiama “Križevac” e tradizionalmente si celebra la prima domenica dopo la Festa della Natività di Maria. In onore dell’Anno Santo della Redenzione 1933/34, incitati dall’allora parroco Fra Bernardin Smoljan, i parrocchiani di Međugorje - nonostante la loro povertà - hanno costruito, sulla collina, una Croce monumentale alta 8,5 metri e larga 3,5. Reliquie della vera Croce di Gesù, ricevute da Roma per l’occasione, sono inserite nell’asta della Croce stessa.
« Chi non prende la sua croce e non mi segue, non è degno di me », dice Gesù (Mt 10,38). Ci chiede che gli imitiamo, che lo seguiamo, prendendo ogni giorno la nostra croce. In questo possiamo gloriarci, diceva Francesco, se portiamo “alle nostre spalle ogni giorno la santa croce del nostro Signore Gesù Cristo”, giacché, dice Pietro, « Cristo patì per voi lasciandovi un esempio, perché ne seguiate le orme » (1Pt 2,21).
Sappiamo che non è facile essere cristiano. Lo aveva predetto Gesù stesso: «Voi avrete tribolazioni nel mondo » (Gv 16,33), giacché « se il mondo vi odia, sappiate che prima di voi ha odiato me » (Gv 15,18).
Ma siamo sicuri: «...chi avrà perduto la sua vita per causa mia, la troverà” (Mt 10,39).
Non dobbiamo avere paura delle opposizioni, delle persecuzioni, di niente. Lo ha detto Gesù a ciascuno di noi: «...abbiate fiducia: io ho vinto il mondo! »(Gv 16,33).
Arriveremo alla santità, dice il Concilio, se seguiamo “Cristo povero, umile e caricato con la croce, per meritare la partecipazione alla sua gloria” (LG 41).
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575 - Bisogna che sia innalzato il Figlio dell’uomo
[Gesù disse a Nicodemo:] Nessuno è mai salito al cielo, se non colui che è disceso dal cielo, il Figlio dell'uomo. E come Mosè innalzò il serpente nel deserto, così bisogna che sia innalzato il Figlio dell'uomo, perché chiunque crede in lui abbia la vita eterna. Dio infatti ha tanto amato il mondo da dare il Figlio unigenito, perché chiunque crede in lui non vada perduto, ma abbia la vita eterna. Dio, infatti, non ha mandato il Figlio nel mondo per condannare il mondo, ma perché il mondo sia salvato per mezzo di lui.
Gesù è l'unico rivelatore delle cose del cielo. Egli, pur continuando ad avere la sua dimora nel Padre, si è fatto uomo per comunicare agli uomini la vita di Dio. Questo mistero di abbassamento e di rivelazione sarà compiuto sulla croce, quando Gesù sarà innalzato nella gloria, perché "chiunque crede in lui abbia la vita eterna" (v.15). Allora l'umanità potrà comprendere l'evento scandaloso e sconcertante della salvezza per mezzo della croce e guarire dal suo male, come gli ebrei un tempo nel deserto guarirono dai morsi dei serpenti velenosi guardando il serpente di bronzo che Mosè aveva fatto innalzare come segno di vita (Nm 21, 4-9).
Anche allora tuttavia non era il serpente di bronzo che salvava, ma come scrive il libro della Sapienza, 17, 7: "Chi si volgeva a guardarlo era salvato non da quel che vedeva, ma solo da te, salvatore di tutti". Bisogna sempre oltrepassare le apparenze del segno e guardare con fede alla misericordia e alla potenza di Dio. La salvezza è sottomettersi a Dio e rivolgere lo sguardo al Cristo crocifisso. Questo è il vero atto di fede che ci comunica la vita eterna (cfr Gv 19, 37).
La nuova vita generata in noi dallo Spirito è esposta quotidianamente ai morsi del serpente, il diavolo. Il rimedio contro il peccato e la morte è il Cristo morto sulla croce. La fonte della salvezza e della vita eterna è l'amore del Padre che ci dona il Figlio per distruggere il peccato e la morte.
I vv.16-17 esprimono molto bene il carattere universale della salvezza operata dal Cristo, che trova la sua origine nell'iniziativa misteriosa dell'amore di Dio per gli uomini. Il fatto che il Padre ha mandato a noi il suo Figlio per salvarci è la più alta manifestazione di Dio che è Amore (cfr 1Gv 4,8-16).
La missione di Gesù è quella di portare agli uomini la salvezza: "Dio ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio unigenito, perché chi crede in lui non muoia, ma abbia la vita eterna" (v.16). La scelta fondamentale dell'uomo è questa: accettare o rifiutare l'amore del Padre che si è rivelato in Cristo. Questo amore non giudica e non condanna il mondo, ma lo salva: "Dio non ha mandato il Figlio nel mondo per giudicare il mondo, ma perché il mondo sia salvato per mezzo di lui" (v.17).
Padre Lino Pedron
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Gesù è l'unico rivelatore delle cose del cielo. Egli, pur continuando ad avere la sua dimora nel Padre, si è fatto uomo per comunicare agli uomini la vita di Dio. Questo mistero di abbassamento e di rivelazione sarà compiuto sulla croce, quando Gesù sarà innalzato nella gloria, perché "chiunque crede in lui abbia la vita eterna" (v.15). Allora l'umanità potrà comprendere l'evento scandaloso e sconcertante della salvezza per mezzo della croce e guarire dal suo male, come gli ebrei un tempo nel deserto guarirono dai morsi dei serpenti velenosi guardando il serpente di bronzo che Mosè aveva fatto innalzare come segno di vita (Nm 21, 4-9).
Anche allora tuttavia non era il serpente di bronzo che salvava, ma come scrive il libro della Sapienza, 17, 7: "Chi si volgeva a guardarlo era salvato non da quel che vedeva, ma solo da te, salvatore di tutti". Bisogna sempre oltrepassare le apparenze del segno e guardare con fede alla misericordia e alla potenza di Dio. La salvezza è sottomettersi a Dio e rivolgere lo sguardo al Cristo crocifisso. Questo è il vero atto di fede che ci comunica la vita eterna (cfr Gv 19, 37).
La nuova vita generata in noi dallo Spirito è esposta quotidianamente ai morsi del serpente, il diavolo. Il rimedio contro il peccato e la morte è il Cristo morto sulla croce. La fonte della salvezza e della vita eterna è l'amore del Padre che ci dona il Figlio per distruggere il peccato e la morte.
I vv.16-17 esprimono molto bene il carattere universale della salvezza operata dal Cristo, che trova la sua origine nell'iniziativa misteriosa dell'amore di Dio per gli uomini. Il fatto che il Padre ha mandato a noi il suo Figlio per salvarci è la più alta manifestazione di Dio che è Amore (cfr 1Gv 4,8-16).
La missione di Gesù è quella di portare agli uomini la salvezza: "Dio ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio unigenito, perché chi crede in lui non muoia, ma abbia la vita eterna" (v.16). La scelta fondamentale dell'uomo è questa: accettare o rifiutare l'amore del Padre che si è rivelato in Cristo. Questo amore non giudica e non condanna il mondo, ma lo salva: "Dio non ha mandato il Figlio nel mondo per giudicare il mondo, ma perché il mondo sia salvato per mezzo di lui" (v.17).
Padre Lino Pedron
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martedì 13 settembre 2011
574 - Il Grande Amico, che non tradisce mai
Questo post (come tutti quelli con etichetta "Angolo dello Spirito") riporta testi di san Josemaría Escrivá
La nostra vita è di Dio e dobbiamo consumarla al suo servizio, preoccupandoci generosamente delle anime; dimostrando, con la parola e l'esempio, la profondità delle esigenze della vita cristiana.
Gesù aspetta che noi gli manifestiamo il desiderio di acquisire questa scienza, per dirci:Chi ha sete, venga a me e beva. Gli rispondiamo: insegnaci a dimenticarci di noi stessi, per pensare a Te e a tutte le anime. Così il Signore ci porterà, con la sua grazia, sempre avanti, come quando facevamo i primi esercizi per imparare a scrivere — ricordate le aste che tracciavamo nella nostra infanzia sotto la guida della mano del maestro? — e così assaporeremo la gioia di manifestare la nostra fede, altro dono di Dio, anche per mezzo di un'autentica vita cristiana, nella quale tutti possano riconoscere chiaramente le meraviglie divine.
Egli è Amico; è l'Amico! Vos autem dixi amicos. Ci chiama amici ed è stato Lui a fare il primo passo; ci ha amati per primo. Non impone tuttavia il suo amore: ce lo offre. Ce lo dimostra con il segno più evidente dell'amicizia: Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la vita per i propri amici. Era amico di Lazzaro e pianse per lui, quando lo vide morto: e lo risuscitò. Se ci vede freddi, svogliati, forse con quella rigidità che è propria di una vita interiore che vien meno, il suo pianto sarà per noi vita: Io te lo comando, amico mio, alzati e cammina, vieni fuori da questa vita angusta, che non è vita. (E' Gesù che passa, 93)
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Cerchi la compagnia di amici che, con la loro conversazione e il loro affetto, con la loro frequentazione, ti rendano più sopportabile l'esilio di questo mondo..., sebbene gli amici a volte tradiscano. —Non mi sembra male. Però..., perché non frequenti ogni giorno, con maggiore intensità, la compagnia, la conversazione del Grande Amico, che non tradisce mai? (Cammino, 88)La nostra vita è di Dio e dobbiamo consumarla al suo servizio, preoccupandoci generosamente delle anime; dimostrando, con la parola e l'esempio, la profondità delle esigenze della vita cristiana.
Gesù aspetta che noi gli manifestiamo il desiderio di acquisire questa scienza, per dirci:Chi ha sete, venga a me e beva. Gli rispondiamo: insegnaci a dimenticarci di noi stessi, per pensare a Te e a tutte le anime. Così il Signore ci porterà, con la sua grazia, sempre avanti, come quando facevamo i primi esercizi per imparare a scrivere — ricordate le aste che tracciavamo nella nostra infanzia sotto la guida della mano del maestro? — e così assaporeremo la gioia di manifestare la nostra fede, altro dono di Dio, anche per mezzo di un'autentica vita cristiana, nella quale tutti possano riconoscere chiaramente le meraviglie divine.
Egli è Amico; è l'Amico! Vos autem dixi amicos. Ci chiama amici ed è stato Lui a fare il primo passo; ci ha amati per primo. Non impone tuttavia il suo amore: ce lo offre. Ce lo dimostra con il segno più evidente dell'amicizia: Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la vita per i propri amici. Era amico di Lazzaro e pianse per lui, quando lo vide morto: e lo risuscitò. Se ci vede freddi, svogliati, forse con quella rigidità che è propria di una vita interiore che vien meno, il suo pianto sarà per noi vita: Io te lo comando, amico mio, alzati e cammina, vieni fuori da questa vita angusta, che non è vita. (E' Gesù che passa, 93)
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573 - Ragazzo, dico a te, alzati!
In seguito Gesù si recò in una città chiamata Nàin, e con lui camminavano i suoi discepoli e una grande folla. Quando fu vicino alla porta della città, ecco, veniva portato alla tomba un morto, unico figlio di una madre rimasta vedova; e molta gente della città era con lei. Vedendola, il Signore fu preso da grande compassione per lei e le disse: «Non piangere!». Si avvicinò e toccò la bara, mentre i portatori si fermarono. Poi disse: «Ragazzo, dico a te, àlzati!». Il morto si mise seduto e cominciò a parlare. Ed egli lo restituì a sua madre. Tutti furono presi da timore e glorificavano Dio, dicendo: «Un grande profeta è sorto tra noi», e: «Dio ha visitato il suo popolo». Questa fama di lui si diffuse per tutta quanta la Giudea e in tutta la regione circostante.
Questo fatto raccontato da Luca ci richiama due episodi dell'Antico Testamento: quello di Elia che restituisce la vita al figlio unico della vedova di Sarepta (1Re 17,17-24) e quello di Eliseo che risveglia dalla morte il figlio della Sunammita (2Re 4,32-37). Questo racconto mette in evidenza la potenza di Gesù e la sua misericordia. Egli previene senza richiesta, preghiera o fede chi è totalmente perduto e non è più capace di chiedere, di pregare o di credere.
Apparentemente Gesù è in cammino senza meta. In realtà, arriva inaspettato dove c'è bisogno di lui. La sua misericordia è calamitata dalla nostra miseria. Gesù che vede, si commuove e si accosta alle persone morte o sofferenti è l'immagine del Dio misericordioso, che sente compassione per l'uomo, suo figlio perduto. Solo vedendo questo Dio in Gesù si riesce a passare dalla paura di Dio alla fiducia, dalla morte alla vita, dalla legge al Vangelo.
Dio patisce con noi la stessa pena e condivide con noi la stessa morte, per liberarci dalla pena e dalla morte. La sua parola che ha creato dal nulla tutte le cose, risuscita la vita dalla morte. Vincendo la morte, Gesù ci libera dalla nostra peggiore schiavitù, che è la paura della morte (cfr Eb 2,14-15).
Alla porta della città di Nàin si incontrano due cortei: il corteo di Gesù che dona la vita e il corteo dalla morte. La folla che accompagna questa vedova poteva forse consolarla un po', ma non poteva risolvere il suo problema.
Gesù, invece, sente una compassione che ha la potenza di risolvere i problemi. Egli che aveva detto:" Beati voi che ora piangete, perché riderete" (Lc 6,21), ora porta concretamente la misericordia di Dio a coloro che gemono e piangono. Dio inaugura il suo regno con la misericordia per gli oppressi. La risurrezione di questo ragazzo è la dimostrazione della potenza di Gesù e della sua misericordia. La potenza di Dio è sempre al servizio della sua misericordia, perché è la potenza dell'amore. Dio interviene con amore potente nella vita dei singoli e mostra la sua benevolenza verso il suo popolo. Trova così compimento ciò che Zaccaria aveva profetizzato:" Benedetto il Signore, Dio d'Israele, perché ha visitato e redento il suo popolo, e ha suscitato per noi un salvatore potente nella casa di Davide, suo servo, ... per illuminare (= dare la vita) quelli che stanno nelle tenebre e nell'ombra della morte" (Lc 1, 68-69.79).
Padre Lino Pedron
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Questo fatto raccontato da Luca ci richiama due episodi dell'Antico Testamento: quello di Elia che restituisce la vita al figlio unico della vedova di Sarepta (1Re 17,17-24) e quello di Eliseo che risveglia dalla morte il figlio della Sunammita (2Re 4,32-37). Questo racconto mette in evidenza la potenza di Gesù e la sua misericordia. Egli previene senza richiesta, preghiera o fede chi è totalmente perduto e non è più capace di chiedere, di pregare o di credere.
Apparentemente Gesù è in cammino senza meta. In realtà, arriva inaspettato dove c'è bisogno di lui. La sua misericordia è calamitata dalla nostra miseria. Gesù che vede, si commuove e si accosta alle persone morte o sofferenti è l'immagine del Dio misericordioso, che sente compassione per l'uomo, suo figlio perduto. Solo vedendo questo Dio in Gesù si riesce a passare dalla paura di Dio alla fiducia, dalla morte alla vita, dalla legge al Vangelo.
Dio patisce con noi la stessa pena e condivide con noi la stessa morte, per liberarci dalla pena e dalla morte. La sua parola che ha creato dal nulla tutte le cose, risuscita la vita dalla morte. Vincendo la morte, Gesù ci libera dalla nostra peggiore schiavitù, che è la paura della morte (cfr Eb 2,14-15).
Alla porta della città di Nàin si incontrano due cortei: il corteo di Gesù che dona la vita e il corteo dalla morte. La folla che accompagna questa vedova poteva forse consolarla un po', ma non poteva risolvere il suo problema.
Gesù, invece, sente una compassione che ha la potenza di risolvere i problemi. Egli che aveva detto:" Beati voi che ora piangete, perché riderete" (Lc 6,21), ora porta concretamente la misericordia di Dio a coloro che gemono e piangono. Dio inaugura il suo regno con la misericordia per gli oppressi. La risurrezione di questo ragazzo è la dimostrazione della potenza di Gesù e della sua misericordia. La potenza di Dio è sempre al servizio della sua misericordia, perché è la potenza dell'amore. Dio interviene con amore potente nella vita dei singoli e mostra la sua benevolenza verso il suo popolo. Trova così compimento ciò che Zaccaria aveva profetizzato:" Benedetto il Signore, Dio d'Israele, perché ha visitato e redento il suo popolo, e ha suscitato per noi un salvatore potente nella casa di Davide, suo servo, ... per illuminare (= dare la vita) quelli che stanno nelle tenebre e nell'ombra della morte" (Lc 1, 68-69.79).
Padre Lino Pedron
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lunedì 12 settembre 2011
572 - Preghiera del mattino
Signore, quest'oggi, proteggi nelle tue braccia l'universo che geme nelle doglie del parto. Soffre, dall'uno all'altro polo, per lo scompiglio provocato dal peccato originale, che è causa di rottura nell'armonia da te creata.
Consuma nel fuoco del perdono tutte le dispute e le guerre; concedi ai capi di Stato di essere lievito perché nulla è impossibile, nulla è troppo meraviglioso per te.
Tramite Gesù, nostro mediatore, siano innalzati fino al tuo volto i cuori di coloro che guidano i propri fratelli, affinché noi possiamo vivere nella calma e nella sicurezza, come uomini religiosi e seri.
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Consuma nel fuoco del perdono tutte le dispute e le guerre; concedi ai capi di Stato di essere lievito perché nulla è impossibile, nulla è troppo meraviglioso per te.
Tramite Gesù, nostro mediatore, siano innalzati fino al tuo volto i cuori di coloro che guidano i propri fratelli, affinché noi possiamo vivere nella calma e nella sicurezza, come uomini religiosi e seri.
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571 - Il Santissimo Nome di Maria
La festa del “Santissimo nome di Maria” fu concessa da Roma, nel 1513, ad una diocesi spagnola: Cuenca. Soppressa dal Pontefice S. Pio V (Antonio Michele Ghislieri, 1566-1572), fu ripristinata da Pp Sisto V (Felice Peretti, 1585-1590) e poi estesa nel 1671 al Regno di Napoli e a Milano.
Il 12 settembre 1683, avendo Giovanni Sobieski, con i suoi polacchi, vinto i Turchi che assediavano Vienna e minacciavano la cristianità, il Beato Innocenzo XI (Benedetto Odescalchi, 1676-1689), in rendimento di grazie, estese la festa alla Chiesa Universale e la fissò alla domenica fra l'ottava della Natività.
San Pio X (Giuseppe Sarto, 1903-1914) la riportò al 12 settembre.
A Roma c'è una Chiesa dedicata al “Santissimo Nome di Maria”, costruita nel XVIII secolo, che si trova presso il Foro Traiano, nel rione Trevi : il culto fu instaurato da Giuseppe Bianchi, già nel 1685, nella chiesa di S. Stefano del Cacco a Roma nel rione Pigna, per poi essere confermato dalla fondazione della“Congregazione del Santissimo Nome di Maria”, approvata formalmente nel 1688.
Nel 1694 la congregazione si trasferì alla chiesa di S. Bernardo a Colonna Traiani, una piccola chiesa edificata su una costruzione del XV sec. appartenuta alla compagnia di S. Bernardo di Chiaravalle, nei pressi della Colonna Traiana. In seguito venne acquistato il terreno adiacente in previsione della costruzione, che avvenne tra il 1736 ed il 1751 ad opera dell'architetto francese Antoine Derizet.
L'interno della Chiesa è ellittico. Vi sono sette piccole cappelle, decorate in marmo policromo.
S. Paolo della Croce diceva : “Nei bisogni gettatevi nelle braccia di Maria Santissima, ricorrete a Lei come a una Madre misericordiosa, poi non vi inquietate, non vi perdete d'animo, ma fidatevi di Lei.”
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Il 12 settembre 1683, avendo Giovanni Sobieski, con i suoi polacchi, vinto i Turchi che assediavano Vienna e minacciavano la cristianità, il Beato Innocenzo XI (Benedetto Odescalchi, 1676-1689), in rendimento di grazie, estese la festa alla Chiesa Universale e la fissò alla domenica fra l'ottava della Natività.
San Pio X (Giuseppe Sarto, 1903-1914) la riportò al 12 settembre.
A Roma c'è una Chiesa dedicata al “Santissimo Nome di Maria”, costruita nel XVIII secolo, che si trova presso il Foro Traiano, nel rione Trevi : il culto fu instaurato da Giuseppe Bianchi, già nel 1685, nella chiesa di S. Stefano del Cacco a Roma nel rione Pigna, per poi essere confermato dalla fondazione della“Congregazione del Santissimo Nome di Maria”, approvata formalmente nel 1688.
Nel 1694 la congregazione si trasferì alla chiesa di S. Bernardo a Colonna Traiani, una piccola chiesa edificata su una costruzione del XV sec. appartenuta alla compagnia di S. Bernardo di Chiaravalle, nei pressi della Colonna Traiana. In seguito venne acquistato il terreno adiacente in previsione della costruzione, che avvenne tra il 1736 ed il 1751 ad opera dell'architetto francese Antoine Derizet.
L'interno della Chiesa è ellittico. Vi sono sette piccole cappelle, decorate in marmo policromo.
S. Paolo della Croce diceva : “Nei bisogni gettatevi nelle braccia di Maria Santissima, ricorrete a Lei come a una Madre misericordiosa, poi non vi inquietate, non vi perdete d'animo, ma fidatevi di Lei.”
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570 - Neanche in Israele ho trovato una fede così grande
Quando ebbe terminato di rivolgere tutte le sue parole al popolo che stava in ascolto, Gesù entrò in Cafàrnao. Il servo di un centurione era ammalato e stava per morire. Il centurione l'aveva molto caro. Perciò, avendo udito parlare di Gesù, gli mandò alcuni anziani dei Giudei a pregarlo di venire e di salvare il suo servo. Costoro, giunti da Gesù,lo supplicavano con insistenza: «Egli merita che tu gli conceda quello che chiede -dicevano -, 5perché ama il nostro popolo ed è stato lui a costruirci la sinagoga». Gesù si incamminò con loro. Non era ormai molto distante dalla casa, quando il centurione mandò alcuni amici a dirgli: «Signore, non disturbarti! Io non sono degno che tu entri sotto il mio tetto; per questo io stesso non mi sono ritenuto degno di venire da te; ma di' una parola e il mio servo sarà guarito. Anch'io infatti sono nella condizione di subalterno e ho dei soldati sotto di me e dico a uno: «Va'!», ed egli va; e a un altro: «Vieni!», ed egli viene; e al mio servo: «Fa' questo!», ed egli lo fa». All'udire questo, Gesù lo ammirò e, volgendosi alla folla che lo seguiva, disse: «Io vi dico che neanche in Israele ho trovato una fede così grande!». E gli inviati, quando tornarono a casa, trovarono il servo guarito.
Nei racconti del capitolo settimo del vangelo di Luca, Gesù presenta l'immagine del Padre, annunciata in 6, 27-38: benevolo e misericordioso verso tutti. Gesù è il volto del Padre, la sua immagine perfetta: nella sua persona rivela il mistero profondo di Dio. Il cammino d'Israele, di cui Pietro è il rappresentante, parte dalla fede nella parola di Gesù:" Sulla tua parola calerò le reti" (5,5) e passa attraverso il senso del peccato:" Allontanati da me, Signore, perché sono peccatore" (5,8). Anche il cammino dei pagani, rappresentati dal centurione, parte dalla fede nella parola di Gesù e passa attraverso il senso di indegnità (7,6-7). Dopo la risurrezione del Signore, la Chiesa si aprirà ai pagani proprio in casa di un altro centurione (cfr At 10). L'episodio del centurione deve ravvivare nel lettore la fede. La Parola è efficace solo per chi l'accoglie con fede. "Tutto è possibile per chi crede" (Mc 9,23). Chi crede ha la stessa potenza di Dio, perché lascia agire Dio nella sua vita. Il centurione è il tipo del vero credente, umile, generoso, sollecito del bene del prossimo. Dio non prende eccessivamente in considerazione le opinioni che gli uomini hanno sul suo conto, ma è attento ai loro comportamenti verso i bisognosi: è qui, soprattutto, che egli si trova in sintonia con gli uomini. La fede non passa attraverso le ideologie o le teologie, ma attraverso il buon cuore e le opere di carità. Sono credenti quelli che sentono e agiscono come Dio.
Padre Lino Pedron
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Nei racconti del capitolo settimo del vangelo di Luca, Gesù presenta l'immagine del Padre, annunciata in 6, 27-38: benevolo e misericordioso verso tutti. Gesù è il volto del Padre, la sua immagine perfetta: nella sua persona rivela il mistero profondo di Dio. Il cammino d'Israele, di cui Pietro è il rappresentante, parte dalla fede nella parola di Gesù:" Sulla tua parola calerò le reti" (5,5) e passa attraverso il senso del peccato:" Allontanati da me, Signore, perché sono peccatore" (5,8). Anche il cammino dei pagani, rappresentati dal centurione, parte dalla fede nella parola di Gesù e passa attraverso il senso di indegnità (7,6-7). Dopo la risurrezione del Signore, la Chiesa si aprirà ai pagani proprio in casa di un altro centurione (cfr At 10). L'episodio del centurione deve ravvivare nel lettore la fede. La Parola è efficace solo per chi l'accoglie con fede. "Tutto è possibile per chi crede" (Mc 9,23). Chi crede ha la stessa potenza di Dio, perché lascia agire Dio nella sua vita. Il centurione è il tipo del vero credente, umile, generoso, sollecito del bene del prossimo. Dio non prende eccessivamente in considerazione le opinioni che gli uomini hanno sul suo conto, ma è attento ai loro comportamenti verso i bisognosi: è qui, soprattutto, che egli si trova in sintonia con gli uomini. La fede non passa attraverso le ideologie o le teologie, ma attraverso il buon cuore e le opere di carità. Sono credenti quelli che sentono e agiscono come Dio.
Padre Lino Pedron
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domenica 11 settembre 2011
569 - Richiesta di preghiere 35/2011
112) Virginie (Costa d'Avorio) ci chiede di pregare per Elvira.
aide, assistance et protection pour Elvira .
113) Luigi dalla Lombardia: Cari amici,pregate per me e per la mia fidanzata Giovanna, per il nostro lavoro,per la nostra salute e prosperità economica,grazie.
114) Alessio dalla Puglia: Chiedo preghiere per la conversione di Gianni, perché il suo cuore sia liberato dalle seduzioni e dalle catene di Satana!
115) Giampietro dal Veneto: Carissimi fratelli e sorelle in Cristo Gesu',vi chiedo una preghiera per mio fratello Attilio gli hanno trovato dei noduli nelle gola,ha 2 figlie,e una situazione familiare critica........ Che Dio e la Regina dell'Amore vi benedica.
Pregate anche per me non son capace di trovare lavoro..... son un po' giu'.......ho 2 figli......Vi saluto ,Sia lodato Gesù Cristo e Maria Santissima.
116) Jean François (dalla Francia) ci chiede di continuare a pregare per la salute di sua madre Maria.
cher soeurs, cher Freres des monasteres ou pretres, merci de prier pour ma maman madame **** Marie qui souffre beaucoup d'une maladie rare au niveau de ses yeux et de ses problemes de douleur au ventre, douleur intercostales et comme si cela ne suffisait pas elle a des problemes d hyperparathyroidie et un docteur veut l'operer par prevention et un autre endocrinologue dit qu il faut pas operer du tout. merci a Dieu , la Sainte Vierge de nous eclairer et de guerir ma mere sans operation. en esperant que dieu envoit a ma mere un tres bon endocrinologue qui dira la verité en esperant que l etat de ma mere ne necessite pas d operation. Merci de vos prieres et energie positive.
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aide, assistance et protection pour Elvira .
113) Luigi dalla Lombardia: Cari amici,pregate per me e per la mia fidanzata Giovanna, per il nostro lavoro,per la nostra salute e prosperità economica,grazie.
114) Alessio dalla Puglia: Chiedo preghiere per la conversione di Gianni, perché il suo cuore sia liberato dalle seduzioni e dalle catene di Satana!
115) Giampietro dal Veneto: Carissimi fratelli e sorelle in Cristo Gesu',vi chiedo una preghiera per mio fratello Attilio gli hanno trovato dei noduli nelle gola,ha 2 figlie,e una situazione familiare critica........ Che Dio e la Regina dell'Amore vi benedica.
Pregate anche per me non son capace di trovare lavoro..... son un po' giu'.......ho 2 figli......Vi saluto ,Sia lodato Gesù Cristo e Maria Santissima.
116) Jean François (dalla Francia) ci chiede di continuare a pregare per la salute di sua madre Maria.
cher soeurs, cher Freres des monasteres ou pretres, merci de prier pour ma maman madame **** Marie qui souffre beaucoup d'une maladie rare au niveau de ses yeux et de ses problemes de douleur au ventre, douleur intercostales et comme si cela ne suffisait pas elle a des problemes d hyperparathyroidie et un docteur veut l'operer par prevention et un autre endocrinologue dit qu il faut pas operer du tout. merci a Dieu , la Sainte Vierge de nous eclairer et de guerir ma mere sans operation. en esperant que dieu envoit a ma mere un tres bon endocrinologue qui dira la verité en esperant que l etat de ma mere ne necessite pas d operation. Merci de vos prieres et energie positive.
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568 - La pace di Cristo nel regno di Cristo
Un segreto. —Un segreto a gran voce: queste crisi mondiali sono crisi di santi. —Dio vuole un pugno di uomini “suoi” in ogni attività umana. —Poi... pax Christi in regno Christi —la pace di Cristo nel regno di Cristo. (Cammino, 301)
Sforzati, se è necessario, di perdonare sempre coloro che ti offendono, fin dal primo istante, perché, per quanto grande sia il danno o l'offesa che ti fanno, molto di più ti ha perdonato Iddio. (Cammino, 452)
Caratteristica evidente di un uomo di Dio, di una donna di Dio, è la pace della sua anima: ha “la pace” e dà la pace alle persone che frequenta. (Forgia, 649)
Abìtuati a rispondere alle sassate dei poveri “odiatori” con una sassaiola di Avemarie. (Forgia, 650)
La Madonna - così l'invoca la Chiesa - è la Regina della pace. Per questo quando la tua anima, l'ambiente famigliare o professionale, la convivenza nella società o tra i popoli sono agitati, non cessare di acclamarla con questo titolo: «Regina pacis, ora pro nobis!» - Regina della pace, prega per noi! Hai provato, almeno, quando perdi la serenità?... La sua immediata efficacia ti sorprenderà. (Solco, 874)
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Sforzati, se è necessario, di perdonare sempre coloro che ti offendono, fin dal primo istante, perché, per quanto grande sia il danno o l'offesa che ti fanno, molto di più ti ha perdonato Iddio. (Cammino, 452)
Caratteristica evidente di un uomo di Dio, di una donna di Dio, è la pace della sua anima: ha “la pace” e dà la pace alle persone che frequenta. (Forgia, 649)
Abìtuati a rispondere alle sassate dei poveri “odiatori” con una sassaiola di Avemarie. (Forgia, 650)
La Madonna - così l'invoca la Chiesa - è la Regina della pace. Per questo quando la tua anima, l'ambiente famigliare o professionale, la convivenza nella società o tra i popoli sono agitati, non cessare di acclamarla con questo titolo: «Regina pacis, ora pro nobis!» - Regina della pace, prega per noi! Hai provato, almeno, quando perdi la serenità?... La sua immediata efficacia ti sorprenderà. (Solco, 874)
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567 - Preghiera del mattino
Se perdoni ai giusti che merito hai, tu che sei il Giusto?
Se accogli i buoni, che fatica fai tu che sei il Buono?
Perdona e accogli me misero peccatore, ultimo dei tuoi servi affinché il mondo sappia che non c'è limite alla tua misericordia.
Accogli me indegno che ho abbandonato la tua casa; illuminami con la luce del tuo volto perché possa capire la tua tenerezza e insegnami a perdonare ai fratelli per sentirci insieme abbracciati dallo stesso amore.
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Se accogli i buoni, che fatica fai tu che sei il Buono?
Perdona e accogli me misero peccatore, ultimo dei tuoi servi affinché il mondo sappia che non c'è limite alla tua misericordia.
Accogli me indegno che ho abbandonato la tua casa; illuminami con la luce del tuo volto perché possa capire la tua tenerezza e insegnami a perdonare ai fratelli per sentirci insieme abbracciati dallo stesso amore.
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sabato 10 settembre 2011
566 - L'umiltà vera porta... a chiedere perdono!
Se qualche volta cadi, figlio mio, ricorri subito alla Confessione e alla direzione spirituale: mostra la ferita!, perché te la curino a fondo, perché eliminino tutte le possibilità di infezione, anche se ti fa male come in un'operazione chirurgica. (Forgia, 192)
La sincerità è indispensabile per progredire nell'unione con Dio.
— Se dentro di te, figlio mio, c'è un “rospo”, sputalo! Di' subito, come ti consiglio sempre, ciò che non vorresti che si sapesse. Dopo aver sputato il “rospo” nella Confessione, come si sta bene! (Forgia, 193)
Dio sia benedetto!, ti dicevi subito dopo la Confessione sacramentale. E pensavi: è come se fossi tornato a nascere.
Poi, hai proseguito con serenità: “Domine, quid me vis facere?” — Signore, che cosa vuoi che io faccia?
— E tu stesso ti sei dato la risposta: con la tua grazia, al di sopra di tutto e di tutti, compirò la tua Santissima Volontà: “Serviam!” — ti servirò senza condizioni! (Forgia, 238)
L'umiltà porta ogni anima a non scoraggiarsi davanti ai propri errori.
— L'umiltà vera porta... a chiedere perdono! (Forgia, 189)
Se io fossi lebbroso, mia madre mi abbraccerebbe. Senza paura e senza alcuna esitazione, mi bacerebbe le piaghe.
— E allora, la Vergine Santissima? Quando sentiamo di avere la lebbra, di essere piagati, dobbiamo gridare: Madre! E la protezione di nostra Madre è come un bacio sulle ferite, che ci ottiene la guarigione. (Forgia, 190)
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La sincerità è indispensabile per progredire nell'unione con Dio.
— Se dentro di te, figlio mio, c'è un “rospo”, sputalo! Di' subito, come ti consiglio sempre, ciò che non vorresti che si sapesse. Dopo aver sputato il “rospo” nella Confessione, come si sta bene! (Forgia, 193)
Dio sia benedetto!, ti dicevi subito dopo la Confessione sacramentale. E pensavi: è come se fossi tornato a nascere.
Poi, hai proseguito con serenità: “Domine, quid me vis facere?” — Signore, che cosa vuoi che io faccia?
— E tu stesso ti sei dato la risposta: con la tua grazia, al di sopra di tutto e di tutti, compirò la tua Santissima Volontà: “Serviam!” — ti servirò senza condizioni! (Forgia, 238)
L'umiltà porta ogni anima a non scoraggiarsi davanti ai propri errori.
— L'umiltà vera porta... a chiedere perdono! (Forgia, 189)
Se io fossi lebbroso, mia madre mi abbraccerebbe. Senza paura e senza alcuna esitazione, mi bacerebbe le piaghe.
— E allora, la Vergine Santissima? Quando sentiamo di avere la lebbra, di essere piagati, dobbiamo gridare: Madre! E la protezione di nostra Madre è come un bacio sulle ferite, che ci ottiene la guarigione. (Forgia, 190)
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565 - Preghiera del mattino
Tu sei venuto per me, sei venuto per i peccatori.
Che parola indicibile per trovare la pace! "Per me" che ho commesso tali peccati.
Io te li ho affidati piangendo nella confessione, e, attraverso il tuo sacerdote, tu mi hai perdonato.
Mi basta sapere che tu sei qui "per me", peccatore, perché il mio deserto fiorisca di nuovo.
Tu ci sei, e questo implica che io devo seguirti come Pietro dopo il tradimento e il pentimento.
Nessuna prostrazione nella mia vita fatta di debolezza e, insieme, di amore, di tenerezza verso chi ha versato il suo sangue per la nostra salvezza.
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Che parola indicibile per trovare la pace! "Per me" che ho commesso tali peccati.
Io te li ho affidati piangendo nella confessione, e, attraverso il tuo sacerdote, tu mi hai perdonato.
Mi basta sapere che tu sei qui "per me", peccatore, perché il mio deserto fiorisca di nuovo.
Tu ci sei, e questo implica che io devo seguirti come Pietro dopo il tradimento e il pentimento.
Nessuna prostrazione nella mia vita fatta di debolezza e, insieme, di amore, di tenerezza verso chi ha versato il suo sangue per la nostra salvezza.
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564 - Perché mi invocate: Signore, Signore! e non fate quello che dico?
Non vi è albero buono che produca un frutto cattivo, né vi è d'altronde albero cattivo che produca un frutto buono. Ogni albero infatti si riconosce dal suo frutto: non si raccolgono fichi dagli spini, né si vendemmia uva da un rovo. L'uomo buono dal buon tesoro del suo cuore trae fuori il bene; l'uomo cattivo dal suo cattivo tesoro trae fuori il male: la sua bocca infatti esprime ciò che dal cuore sovrabbonda.
Perché mi invocate: «Signore, Signore!» e non fate quello che dico? Chiunque viene a me e ascolta le mie parole e le mette in pratica, vi mostrerò a chi è simile:è simile a un uomo che, costruendo una casa, ha scavato molto profondo e ha posto le fondamenta sulla roccia. Venuta la piena, il fiume investì quella casa, ma non riuscì a smuoverla perché era costruita bene. Chi invece ascolta e non mette in pratica, è simile a un uomo che ha costruito una casa sulla terra, senza fondamenta. Il fiume la investì e subito crollò; e la distruzione di quella casa fu grande».
Nei versetti precedenti a questo brano (38-42) erano state elencate le caratteristiche dei falsi cristiani: ciechi, pretenziosi, severi verso gli altri e benevoli verso di sé e, soprattutto, illusi di non aver bisogno di perdono. Nei versetti 43-45 di questo brano ci viene presentato il nostro problema più serio: siamo piante cattive che producono frutti cattivi. Per guarire da questo inconveniente esiste un solo rimedio: dobbiamo accettare l'innesto nell'unico albero buono che produce frutti buoni: l'albero della misericordia di Dio, l'albero della croce di Cristo. È inutile sforzarsi di fare frutti buoni fino a quando restiamo alberi cattivi. E restiamo alberi cattivi fino a quando non ci decidiamo ad essere totalmente di Cristo. L'albero della vita produce frutti di grazia e di misericordia, i frutti dello Spirito. "Il frutto dello Spirito è amore, gioia, pace, pazienza, benevolenza, bontà, fedeltà, mitezza, dominio di sé" (Gal 5,22). Questa lista fornitaci dall'apostolo Paolo è sufficiente per capire se siamo cristiani buoni o cattivi. Ma, mente un albero cattivo non può diventare buono, un uomo cattivo può e deve diventare buono. Il vangelo ci chiama a conversione, a passare dalla cattiveria alla bontà. L'essere cristiano si valuta solo dalla bontà del cuore, dalla bontà d'animo. Tutto il resto (preghiera, sacramenti, pratiche religiose, ecc.), o serve per diventare buoni d'animo, o non serve a niente. Questa bontà si manifesta attraverso l'amore concreto per il prossimo, un amore che antepone i fatti alle parole, secondo l'insegnamento della prima lettera di Giovanni: "Figlioli, non amiamo a parole né con la lingua, ma coi fatti e nella verità" (3,18). Cristiano non è chi parla come Cristo, ma chi vive e opera come Cristo. La parabola della casa costruita sulla roccia o sulla sabbia conclude nel modo migliore tutto il discorso. La salvezza non consiste solo nel riconoscere Gesù come "il Signore", ma anche nel fare la sua volontà. La fede che si ferma alla conoscenza e non diventa esperienza che trasforma la vita, è una fede diabolica: "Tu credi che c'è un solo Dio? Fai bene; anche i demoni lo credono e tremano!... La fede senza le opere è morta"(Gc 2,19.26). Dalla parola ascoltata, accolta e custodita gelosamente nel cuore nascono necessariamente le opere buone della fede. Il cristiano dev'essere ben piantato in Cristo, saldamente radicato e fondato nella fede (cfr Ef 3,17; Col 2,7). Deve aver raggiunto salde e profonde convinzioni e, soprattutto un serio impegno di vita, per non crollare davanti alle contrarietà e alle prove. Un cristianesimo fatto solo di belle parole, di bei gesti, di belle celebrazioni liturgiche non resiste alle immancabili persecuzioni e alle avversità della vita.
Padre Lino Pedron
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Perché mi invocate: «Signore, Signore!» e non fate quello che dico? Chiunque viene a me e ascolta le mie parole e le mette in pratica, vi mostrerò a chi è simile:è simile a un uomo che, costruendo una casa, ha scavato molto profondo e ha posto le fondamenta sulla roccia. Venuta la piena, il fiume investì quella casa, ma non riuscì a smuoverla perché era costruita bene. Chi invece ascolta e non mette in pratica, è simile a un uomo che ha costruito una casa sulla terra, senza fondamenta. Il fiume la investì e subito crollò; e la distruzione di quella casa fu grande».
Nei versetti precedenti a questo brano (38-42) erano state elencate le caratteristiche dei falsi cristiani: ciechi, pretenziosi, severi verso gli altri e benevoli verso di sé e, soprattutto, illusi di non aver bisogno di perdono. Nei versetti 43-45 di questo brano ci viene presentato il nostro problema più serio: siamo piante cattive che producono frutti cattivi. Per guarire da questo inconveniente esiste un solo rimedio: dobbiamo accettare l'innesto nell'unico albero buono che produce frutti buoni: l'albero della misericordia di Dio, l'albero della croce di Cristo. È inutile sforzarsi di fare frutti buoni fino a quando restiamo alberi cattivi. E restiamo alberi cattivi fino a quando non ci decidiamo ad essere totalmente di Cristo. L'albero della vita produce frutti di grazia e di misericordia, i frutti dello Spirito. "Il frutto dello Spirito è amore, gioia, pace, pazienza, benevolenza, bontà, fedeltà, mitezza, dominio di sé" (Gal 5,22). Questa lista fornitaci dall'apostolo Paolo è sufficiente per capire se siamo cristiani buoni o cattivi. Ma, mente un albero cattivo non può diventare buono, un uomo cattivo può e deve diventare buono. Il vangelo ci chiama a conversione, a passare dalla cattiveria alla bontà. L'essere cristiano si valuta solo dalla bontà del cuore, dalla bontà d'animo. Tutto il resto (preghiera, sacramenti, pratiche religiose, ecc.), o serve per diventare buoni d'animo, o non serve a niente. Questa bontà si manifesta attraverso l'amore concreto per il prossimo, un amore che antepone i fatti alle parole, secondo l'insegnamento della prima lettera di Giovanni: "Figlioli, non amiamo a parole né con la lingua, ma coi fatti e nella verità" (3,18). Cristiano non è chi parla come Cristo, ma chi vive e opera come Cristo. La parabola della casa costruita sulla roccia o sulla sabbia conclude nel modo migliore tutto il discorso. La salvezza non consiste solo nel riconoscere Gesù come "il Signore", ma anche nel fare la sua volontà. La fede che si ferma alla conoscenza e non diventa esperienza che trasforma la vita, è una fede diabolica: "Tu credi che c'è un solo Dio? Fai bene; anche i demoni lo credono e tremano!... La fede senza le opere è morta"(Gc 2,19.26). Dalla parola ascoltata, accolta e custodita gelosamente nel cuore nascono necessariamente le opere buone della fede. Il cristiano dev'essere ben piantato in Cristo, saldamente radicato e fondato nella fede (cfr Ef 3,17; Col 2,7). Deve aver raggiunto salde e profonde convinzioni e, soprattutto un serio impegno di vita, per non crollare davanti alle contrarietà e alle prove. Un cristianesimo fatto solo di belle parole, di bei gesti, di belle celebrazioni liturgiche non resiste alle immancabili persecuzioni e alle avversità della vita.
Padre Lino Pedron
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venerdì 9 settembre 2011
563 - Preghiera del mattino
Questa mattina, per mezzo del tuo instancabile apostolo Paolo, tu mi ripeti: guai a te se non predicassi il Vangelo!
In seguito al battesimo tu sei sacerdote, profeta e re, e, in seguito alla cresima, tu porti il sigillo indelebile che ti fa testimone di Dio fino alla morte.
Ogni battezzato deve testimoniare con la parola e con la sua vita.
Rifiuterai il mio invito?
La mia parola è spada di fuoco, conforto dei deboli, luce nelle tenebre che si fa strada anche fra le brutture del peccato.
Se tu tieni per te ciò che sai, chi parlerà?
Se nessuno parla, chi mi amerà, chi mi conoscerà?
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In seguito al battesimo tu sei sacerdote, profeta e re, e, in seguito alla cresima, tu porti il sigillo indelebile che ti fa testimone di Dio fino alla morte.
Ogni battezzato deve testimoniare con la parola e con la sua vita.
Rifiuterai il mio invito?
La mia parola è spada di fuoco, conforto dei deboli, luce nelle tenebre che si fa strada anche fra le brutture del peccato.
Se tu tieni per te ciò che sai, chi parlerà?
Se nessuno parla, chi mi amerà, chi mi conoscerà?
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562 - Può forse un cieco guidare un altro cieco?
Disse loro anche una parabola: «Può forse un cieco guidare un altro cieco? Non cadranno tutti e due in un fosso? Un discepolo non è più del maestro; ma ognuno, che sia ben preparato, sarà come il suo maestro. Perché guardi la pagliuzza che è nell'occhio del tuo fratello e non ti accorgi della trave che è nel tuo occhio? Come puoi dire al tuo fratello: «Fratello, lascia che tolga la pagliuzza che è nel tuo occhio», mentre tu stesso non vedi la trave che è nel tuo occhio? Ipocrita! Togli prima la trave dal tuo occhio e allora ci vedrai bene per togliere la pagliuzza dall'occhio del tuo fratello.
Il comandamento: "Siate misericordiosi, come è misericordioso il Padre vostro" (6, 36) è l’unica strada maestra per la salvezza. Chi insegna diversamente è una guida cieca (v. 39), un maestro falso (v. 40); chi critica il male altrui, e non vede il proprio, è un ipocrita (vv. 41-42). Solo la misericordia può salvare l’uomo dal male perché è quell’amore che non tiene conto del male e lo volge in bene. La cecità fondamentale è quella di non ritenersi bisognosi della misericordia di Dio. Cieco è il discepolo che non ha sperimentato la misericordia di Dio donatagli in Cristo. Per questo il suo agire è senza misericordia. Il male che io condanno nel fratello è sempre una piccola cosa rispetto al male che commetto io arrogandomi il diritto di giudicarlo: tanta è la gravità del giudicare! Il vero male non è tanto il male che si compie, quanto la mancanza di misericordia che ne impedisce il riscatto. Il giudizio senza misericordia nei confronti di una colpa grave è sempre più grave della colpa stessa.
Chi critica se stesso invece degli altri, si scopre bisognoso di misericordia quanto e più degli altri. Questa misericordia gli toglie la cecità e lo rende capace di vedere bene per togliere la pagliuzza dall’occhio del fratello.
L’unica correzione possibile è l’occhio buono del perdono e della misericordia. La trave che il discepolo deve levarsi dall’occhio è la presunzione di essere giusto. Solo chi si sente graziato e perdonato può graziare e perdonare. E sempre senza scandalizzarsi del peccato altrui, perché è sempre una pagliuzza rispetto alla trave che è nel nostro occhio.
Padre Lino Pedron
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Il comandamento: "Siate misericordiosi, come è misericordioso il Padre vostro" (6, 36) è l’unica strada maestra per la salvezza. Chi insegna diversamente è una guida cieca (v. 39), un maestro falso (v. 40); chi critica il male altrui, e non vede il proprio, è un ipocrita (vv. 41-42). Solo la misericordia può salvare l’uomo dal male perché è quell’amore che non tiene conto del male e lo volge in bene. La cecità fondamentale è quella di non ritenersi bisognosi della misericordia di Dio. Cieco è il discepolo che non ha sperimentato la misericordia di Dio donatagli in Cristo. Per questo il suo agire è senza misericordia. Il male che io condanno nel fratello è sempre una piccola cosa rispetto al male che commetto io arrogandomi il diritto di giudicarlo: tanta è la gravità del giudicare! Il vero male non è tanto il male che si compie, quanto la mancanza di misericordia che ne impedisce il riscatto. Il giudizio senza misericordia nei confronti di una colpa grave è sempre più grave della colpa stessa.
Chi critica se stesso invece degli altri, si scopre bisognoso di misericordia quanto e più degli altri. Questa misericordia gli toglie la cecità e lo rende capace di vedere bene per togliere la pagliuzza dall’occhio del fratello.
L’unica correzione possibile è l’occhio buono del perdono e della misericordia. La trave che il discepolo deve levarsi dall’occhio è la presunzione di essere giusto. Solo chi si sente graziato e perdonato può graziare e perdonare. E sempre senza scandalizzarsi del peccato altrui, perché è sempre una pagliuzza rispetto alla trave che è nel nostro occhio.
Padre Lino Pedron
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