Non dubitarlo: il cuore è stato creato per amare. Mettiamo, dunque, nostro Signore Gesù Cristo in tutti i nostri amori. Altrimenti, il cuore vuoto si vendica, e si riempie delle bassezze più spregevoli. (Solco, 800)
Come rivolgersi a Lui, come parlargli, come comportarsi? La vita cristiana non è fatta di rigide norme, perché lo Spirito Santo non guida le anime in massa, ma in ciascuna infonde quei propositi, quegli affetti e quelle ispirazioni che l'aiuteranno a comprendere e a compiere la volontà del Padre.
Penso tuttavia che, molte volte, oggetto fondamentale del nostro dialogo con Cristo può essere la considerazione che il Signore è per noi Re, Medico, Maestro, Amico.(...)
È Medico e cura il nostro egoismo quando lasciamo che la sua grazia penetri fino in fondo alla nostra anima. Gesù ci ha avvertiti che la malattia peggiore è l'ipocrisia, l'orgoglio che porta a dissimulare i propri peccati. Con il Medico è necessaria una sincerità assoluta, bisogna spiegare interamente la verità e dire: Domine, si vis, potes me mandare!, Signore, se vuoi — e Tu vuoi sempre — puoi guarirmi. Tu conosci la mia fragilità; avverto questi sintomi, soffro queste debolezze.
E gli mostriamo con semplicità le ferite, e il pus, se c'è pus. Signore, Tu che hai curato tante anime, fa' che, mentre ti porto nel mio cuore o ti contemplo nel Tabernacolo, ti riconosca come Medico divino. (E' Gesù che passa, nn. 92-93)
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giovedì 8 aprile 2010
Beato Augusto Czartoryski
Sacerdote S.D.B.Augusto Czartoryski nacque a Parigi il 2 agosto 1858, in esilio, dal principe polacco Ladislao e dalla principessa Maria Amparo, figlia della regina di Spagna. Da circa trent'anni la sua nobile stirpe, legata agli interessi dinastici della Polonia, era emigrata in Francia. Dall'esilio il principe Ladislao cercava di restaurare l'unità della patria smembrata nel 1795.
A sei anni Augusto perse la madre. Prese il suo posto Margherita d'Orléans, figlia del conte di Parigi, pretendente al trono di Francia. Fin da piccolo, Augusto si mostrò un ragazzo buono e riflessivo. Sebbene legatissimo alla sua amata Polonia, non fu mai attratto dalla vita di corte. L'azione della grazia nella sua anima lo portò al distacco dai beni terreni ed a una seria vita spirituale.
Tra i 10 e i 17 anni studiò a Parigi e a Cracovia, ma la sua cagionevole salute lo costrinse a interrompere gli studi e a spostarsi di frequente nel Sud dell'Europa in cerca di un clima migliore. In quegli anni la Provvidenza gli mise accanto il precettore Giuseppe Kalinowski, che lo guidò con prudenza non solo negli studi, ma soprattutto nella vita spirituale. In seguito Kalinowski divenne carmelitano; oggi la Chiesa lo venera come santo.
Il precettore descrive il suo allievo come un ragazzo dall'umore stabile, di grande bontà d'animo, di perfetta cortesia, sincero, intelligente e molto religioso, ma in semplicità di cuore.
Nel maggio del 1883 don Bosco si trova in Francia. Viene invitato a Palazzo Lambert dalla principessa Margherita d'Orléans. Augusto gli serve la Messa, e il santo gli dice: “È da molto che desidero fare la sua conoscenza!” Il principe rimane folgorato dall'incontro e, in seguito, si reca varie volte a Torino ad incontrare don Bosco. Gli chiede con insistenza di entrare a far parte dei Salesiani, ma il Fondatore non è convinto. Augusto , allora, parla col Papa Leone XIII il quale invita don Bosco ad accettare il principe.
Nel luglio del 1887, dopo aver rinunciato ai beni e alla possibilità del trono, entra in noviziato contro il parere della famiglia: ha 29 anni. Si sforza di adeguarsi agli orari e allo stile di vita, diventa il più umile dei novizi. Don Bosco, quasi morente, gli benedice l'abito talare.
Inizia gli studi di filosofia ma presto ricade nel male: la tubercolosi. Nella casa di Valsalice, a Torino, incontra Andrea Beltrami (venerabile dal 1966). I due sviluppano una profondissima amicizia spirituale, mentre Andrea accudisce Augusto nella sua malattia. Intanto don Michele Rua (beatificato il 29 ottobre 1972) gli fa studiare la teologia e lo ammette agli Ordini sacri.
Quando viene ordinato sacerdote a San Remo, il 2 aprile 1892, la sua famiglia è volontariamente assente: aveva tentato in tutti i modi di farlo uscire dalla Congregazione.
Augusto incarnò pienamente la spiritualità salesiana, in particolar modo l'aspetto del sacrificio e l'offerta della propria vita e della propria sofferenza per il bene dei giovani e della Congregazione: pure don Bosco soffrì molto, anche se non lo dava a vedere.
Don Augusto morì ad Alassio l'8 Aprile 1893, sabato nell'ottava di Pasqua: “Che bella Pasqua!” aveva detto: aveva 35 anni. La sua salma è venerata a Przemysl (Polonia).
Il processo di beatificazione ebbe inizio il 14 febbraio 1921; fu dichiarato venerabile il 1° dicembre 1978.
Il Servo di Dio Giovanni Paolo II, il papa polacco, ebbe la gioia di beatificarlo il 25 aprile 2004 elogiandolo, nel corso dell’omelia, nei seguenti termini:
« “Quanto sono amabili le tue dimore, Signore degli eserciti! L’anima mia languisce e brama gli atri del Signore… Per me un giorno nei tuoi atri è più che mille altrove” (Sal 84/83/, 2.11). Queste parole del Salmo ha scritto come motto di vita sull’immaginetta della prima Messa il beato Augusto Czartoryski. In esse è contenuto il rapimento di un uomo che, seguendo la voce della chiamata, scopre la bellezza del ministero sacerdotale. Risuona in esse l’eco delle diverse scelte che deve fare chiunque scorge la volontà di Dio e desidera compierla. Augusto Czartoryski, giovane principe, ha elaborato un efficace metodo di discernimento dei disegni divini. Presentava a Dio nella preghiera tutte le domande e le perplessità di fondo e poi nello spirito di obbedienza seguiva i consigli delle sue guide spirituali. Così ha compreso la sua vocazione di intraprendere la vita povera per servire i più piccoli. Lo stesso metodo gli ha permesso, nel corso di tutta la vita, di compiere scelte tali, che oggi possiamo dire che egli ha realizzato i disegni della Provvidenza Divina in modo eroico.
Voglio lasciare l’esempio della sua santità soprattutto ai giovani, che oggi cercano il modo di decifrare la volontà di Dio nei riguardi della loro vita e desiderano ogni giorno procedere fedelmente secondo la parola divina. Miei cari giovani amici, imparate dal beato Augusto a chiedere ardentemente nella preghiera la luce dello Spirito Santo e guide sagge, affinché possiate conoscere il piano divino nella vostra vita e siate capaci di camminare sempre sulla via della santità. »
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Pace a voi
Paolo VI, papa dal 1963 al 1978 Allocuzione del 9/4/1975
Fermiamo la nostra attenzione sull'improvviso saluto, tre volte ripetuto nel medesimo contesto evangelico, di Gesù risorto, apparso ai suoi discepoli, raccolti e chiusi nel Cenacolo per paura dei Giudei ; il saluto che doveva essere allora consueto, ma che nelle circostanze in cui è pronunciato acquista una pienezza stupefacente ; lo ricordate, è questo : « Pace a voi ! » Un saluto che era risuonato nel canto angelico del Natale (Lc 2, 14) : « Pace in terra » ; un saluto biblico, già preannunciato come promessa effettiva del regno messianico (Gv 14, 27), ma ora comunicato come una realtà che è inaugurata da quel primo nucleo di Chiesa nascente : la pace, la pace di Cristo vittorioso della morte e delle sue cause vicine e lontane, dei suoi effetti tremendi ed ignoti.
Gesù risorto annuncia, anzi infonde la pace agli animi smarriti dei suoi discepoli. È la pace del Signore nel suo primo significato, quello personale, quello interiore, quello che S. Paolo iscrive nella lista dei frutti dello Spirito, dopo la carità e il gaudio, quasi confuso con essi (Ga 5, 22). Che cosa v'è di meglio per un uomo cosciente ed onesto ? La pace della coscienza non è il migliore conforto che noi possiamo trovare in noi stessi ? ...
La pace della coscienza è la prima autentica felicità. Essa aiuta ad essere forti nelle avversità ; essa conserva la nobiltà e la libertà della persona umana nelle condizioni peggiori, in cui essa si può trovare ; la pace della coscienza per di più rimane la fune di salvataggio, cioè la speranza, ... quando la disperazione dovrebbe avere il sopravvento nel giudizio di sé. ...
È il primo dono fatto da Cristo risorto ai suoi, cioè il sacramento del perdono, un perdono che risuscita.
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mercoledì 7 aprile 2010
La tristezza è la scoria dell'egoismo
Che nessuno legga tristezza né dolore sul tuo viso, mentre propaghi per il mondo l'aroma del tuo sacrificio: i figli di Dio devono essere sempre seminatori di pace e di gioia. (Solco, 59)
Se siamo figli di Dio, come possiamo esser tristi? La tristezza è la scoria dell'egoismo; se cerchiamo di vivere per il Signore, non ci mancherà la gioia, anche se scopriamo in noi errori e miserie. La gioia penetra a tal punto nella vita d'orazione, che non si può fare a meno di mettersi a cantare: perché amiamo, e cantare è cosa da innamorati.Se viviamo in questo modo, realizzeremo nel mondo un compito di pace; sapremo rendere amabile agli altri il servizio al Signore, perché Dio ama chi dona con gioia [2 Cor 9, 7].
Il cristiano è uno dei tanti nella società; ma dal suo cuore traboccherà la gioia di chi si propone di realizzare, con l'aiuto costante della grazia, la Volontà del Padre. E nel fare ciò non si sente vittima, né in situazione di inferiorità, né coartato. Cammina a testa alta, perché è uomo e perché è figlio di Dio.La nostra fede dà pieno rilievo a tutte queste virtù che nessuno dovrebbe trascurare di coltivare.
Nessuno può superare il cristiano in umanità. Perciò chi segue Cristo è capace — non per merito proprio, ma per grazia di Dio — di comunicare a quanti lo circondano ciò che sovente intuiscono, ma non arrivano a comprendere: che la vera felicità, l'autentico servizio al prossimo, passano necessariamente attraverso il Cuore del nostro Redentore, perfectus Deus, perfectus homo. (Amici di Dio, nn. 92-93)
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Se siamo figli di Dio, come possiamo esser tristi? La tristezza è la scoria dell'egoismo; se cerchiamo di vivere per il Signore, non ci mancherà la gioia, anche se scopriamo in noi errori e miserie. La gioia penetra a tal punto nella vita d'orazione, che non si può fare a meno di mettersi a cantare: perché amiamo, e cantare è cosa da innamorati.Se viviamo in questo modo, realizzeremo nel mondo un compito di pace; sapremo rendere amabile agli altri il servizio al Signore, perché Dio ama chi dona con gioia [2 Cor 9, 7].
Il cristiano è uno dei tanti nella società; ma dal suo cuore traboccherà la gioia di chi si propone di realizzare, con l'aiuto costante della grazia, la Volontà del Padre. E nel fare ciò non si sente vittima, né in situazione di inferiorità, né coartato. Cammina a testa alta, perché è uomo e perché è figlio di Dio.La nostra fede dà pieno rilievo a tutte queste virtù che nessuno dovrebbe trascurare di coltivare.
Nessuno può superare il cristiano in umanità. Perciò chi segue Cristo è capace — non per merito proprio, ma per grazia di Dio — di comunicare a quanti lo circondano ciò che sovente intuiscono, ma non arrivano a comprendere: che la vera felicità, l'autentico servizio al prossimo, passano necessariamente attraverso il Cuore del nostro Redentore, perfectus Deus, perfectus homo. (Amici di Dio, nn. 92-93)
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San Giovanni Battista de la Salle
Sacerdote, fondatore : “Fratelli delle scuole cristiane”Giovanni Battista (al secolo Jean-Baptiste) de la Salle nacque a Reims (F), il 30 aprile 1651, in una nobile famiglia di giuristi: primogenito dei dieci figli di Louis de La Salle e di Nicole de Moët de Brouillet. Il padre voleva che seguisse la carriera del giurista, ma Giovanni sentì la vocazione religiosa.
Studiò alla Sorbona e al seminario di S. Sulpizio, la cui spiritualità lo segnò profondamente. Il 7 gennaio 1667, a 16 anni, fu nominato canonico della cattedrale di Reims. Studiò, quindi, teologia a Parigi e venne ordinato sacerdote a 27 anni: il 9 aprile 1678. Due anni dopo, nel 1680 conseguì il dottorato in teologia.
Il vescovo gli affidò la fondazione di scuole parrocchiali per bambini poveri nella sua città e, perciò, Giovanni Battista, a partire dal 1679, fondò una scuola gratuita per i poveri. Nel 1683 lasciò il suo incarico di canonico e fondò una comunità religiosa dedicata all'insegnamento.
Il 25 maggio 1684 fondò la Congregazione delle Scuole Cristiane e cominciò ad aprire scuole professionali, scuole domenicali e istituti per i ragazzi di strada. Si accorse allora che quello che mancava di più ai ragazzi erano dei maestri validi. Cercò quindi dei giovani maestri ai quali propose una forma di vita consacrata a Dio, pur rimanendo laici. Per loro redasse una sorta di regola gettando, così, le basi per il futuro istituto dei “Fratelli delle scuole cristiane”, votato all'istruzione e all'educazione dei bambini del ceto popolare.
Per la formazione sia spirituale che pedagogica dei fratelli, creò nel 1692, a Vaugirard, il primo noviziato e nel 1698 terminò la messa a punto delle regole della Congregazione.
Nel 1685 fondò a Reims un seminario che costituisce una vera scuola normale per istitutori. È una cosa assolutamente nuova, se si esclude la formazione data ai propri religiosi da parte dei Gesuiti per l'insegnamento ai ceti più agiati (in verità i Gesuiti fornivano istruzione anche ai ceti più poveri).
Nel 1688, trasferitosi a Parigi, vi apre le prime scuole. Nel 1694 venne eletto superiore della nuova congregazione dandole una regola più elaborata. Continuò la sua opera pedagogica e spirituale scrivendo opere catechistiche e pedagogiche, tra cui “Règles de la bienséance et de la civilité chrétienne” (1703), galateo per tutti e libro di lettura per gli alunni, ove la vita quotidiana vi è passata in rassegna per indicare atteggiamenti e comportamenti “cristiani” e socialmente dignitosi e corretti.
Chiamato a Rouen nel 1705 dall’arcivescovo di quella diocesi, Jacques-Nicolas de Colbert, aprì un pensionato a Manoir de Saint-Yon.
Morì, poco dopo essersi dimesso dalle sue funzioni, il 7 aprile 1719, nella casa madre della congregazione che aveva stabilito a Rouen. Fu sepolto a Saint-Sever ma nel 1734 il suo corpo fu riportato a Saint-Yon nella cappella del suo pensionato, poi nel 1835 in quella della Scuola normale di Rouen.
Il processo di beatificazione cominciò nel 1835 e, l’8 maggio 1840, fu dichiarato venerabile.
Giovanni Battista de la Salle fu proclamato beato il 19 febbraio 1888 e santo il 24 maggio 1900, da Pp Leone XIII (Gioacchino Pecci).
A Reims fu fatta costruire, nel 1898, una chiesa dedicata a lui. Nel 1937 le sue reliquie furono trasferite a Roma dove il 15 maggio 1950 Pp Pio XII (Eugenio Pacelli) dichiarò San Giovanni Battista de la Salle : “patrono celeste presso Dio di tutti gli insegnanti”.
Principali innovazioni pedagogiche di San Giovanni Battista de la Salle :
v le lezioni non erano individuali ma fatte in una classe;
v si apprendeva a leggere in francese e non in latino (in questa maniera diede priorità alla madrelingua, rispetto alla lingua latina, nell'apprendimento della lettura, contrariamente alla prassi del tempo);
v fondò le Scuole normali, che lui chiamò “seminari per i maestri di campagna”, affinché fosse garantita la prima e fondamentale necessità della scuola: la preparazione morale e culturale degli insegnanti;
v i “Fratelli delle scuole cristiane” da lui fondati sono la prima congregazione religiosa maschile costituita esclusivamente di laici;
v diede rilevanza al metodo simultaneo nell'insegnamento primario;
v volle che l'insegnamento primario fosse gratuito nelle scuole che aveva fondato;
v fu il primo ad organizzare le scuole serali e domenicali per i giovani lavoratori;
v fu l'ideatore di quello che divenne il moderno insegnamento di indirizzo tecnico, commerciale e professionale.
Oggi in 86 paesi militano più di 70.000 collaboratori che insegnano a circa 1 milione di alunni.
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Non ci ardeva forse il cuore nel petto ?
Cardinal John Henry Newman (1801-1890), sacerdote, fondatore di una comunità religiosa, teologo PPS 6, 10
Fratelli, rendiamoci conto di quali furono le apparizioni di Cristo ai suoi discepoli dopo la sua risurrezione. Sono tanto più importanti in quanto ci mostrano che una simile comunione con Cristo rimane ancora possibile ; è un contatto dello stesso genere che ci è dato nel nostro presente con Cristo. In quel periodo di quaranta giorni che seguirono la risurrezione, Gesù ha inaugurato una nuova relazione con la Chiesa, che è la sua relazione attuale con noi, il tipo di presenza che ha voluto manifestare come certa.
Dopo la sua risurrezione, come era presente Cristo nella sua Chiesa ? Andava e veniva liberamente ; niente si opponeva alla sua venuta, neppure le porte chiuse. Tuttavia, benché fosse presente, i suoi discepoli non capivano con evidenza che lui era con loro. I discepoli di Emmaus ebbero coscienza della sua presenza soltanto dopo, ricordandosi quale influenza egli aveva esercito su di loro : « Non ci ardeva forse il cuore nel petto ? »
Notiamo bene quale fu il momento in cui i loro occhi si aprirono : nello spezzare il pane. Tale è infatti l'attualizzazione del vangelo : quando si riceve la grazia di afferrare la presenza di Cristo, lo si riconosce soltanto dopo. Ormai è soltanto mediante la fede che si può afferrare la sua presenza. Invece della sua presenza sensibile, egli lascia il memoriale della sua redenzione. Si rende presente nel sacramento. Quando si è manifestato ? Quando, per così dire, fa passare i suoi da una visione senza vera conoscenza ad una conoscenza autentica nell'invisibile della fede.
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martedì 6 aprile 2010
Curare le piccole cose
Curare le piccole cose comporta una mortificazione costante, cammino per rendere più gradevole la vita agli altri. (Solco, 991)
Pensando a quelli di voi che, mentre gli anni passano, ancora sognano — sogni vani, puerili, come quelli di Tartarino di Tarascona — di dar la caccia ai leoni nei corridoi di casa, dove al massimo si può trovare un topolino o poco altro; pensando a costoro, ripeto, vi ricordo che la grandezza consiste nel sostenere in modo divino il compimento fedele dei doveri abituali di ogni giorno, le lotte quotidiane che riempiono di gioia il Signore e che soltanto Lui e ciascuno di noi conosciamo.
Convincetevi che, d'ordinario, non ci sarà posto per gesta abbaglianti, fra l'altro perché non ne avrete l'occasione. Invece, non vi mancano le occasioni per dimostrare nelle cose piccole, normali, il vostro amore a Cristo.(...)
Pertanto, tu e io metteremo a frutto anche le occasioni più banali che ci si presentano, per santificarle, per santificarci e per santificare coloro che condividono i nostri stessi impegni quotidiani, sentendo nella nostra vita il peso dolce e attraente della corredenzione. (Amici di Dio, nn. 8-9)
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Pensando a quelli di voi che, mentre gli anni passano, ancora sognano — sogni vani, puerili, come quelli di Tartarino di Tarascona — di dar la caccia ai leoni nei corridoi di casa, dove al massimo si può trovare un topolino o poco altro; pensando a costoro, ripeto, vi ricordo che la grandezza consiste nel sostenere in modo divino il compimento fedele dei doveri abituali di ogni giorno, le lotte quotidiane che riempiono di gioia il Signore e che soltanto Lui e ciascuno di noi conosciamo.
Convincetevi che, d'ordinario, non ci sarà posto per gesta abbaglianti, fra l'altro perché non ne avrete l'occasione. Invece, non vi mancano le occasioni per dimostrare nelle cose piccole, normali, il vostro amore a Cristo.(...)
Pertanto, tu e io metteremo a frutto anche le occasioni più banali che ci si presentano, per santificarle, per santificarci e per santificare coloro che condividono i nostri stessi impegni quotidiani, sentendo nella nostra vita il peso dolce e attraente della corredenzione. (Amici di Dio, nn. 8-9)
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Beato Michele Rua
1° successore di Don BoscoLa data di culto per la Chiesa Universale è il 6 aprile, mentre la Famiglia Salesiana lo ricorda il 29 ottobre, giorno della sua beatificazione.
Michele Rua nasce a Torino il 9 giugno 1837, nel popolare quartiere di Borgo Dora, ultimo di nove figli.
Rimane presto orfano di padre, Giovanni Battista, che muore il 2 agosto 1845, e vive con la madre che ha un alloggio nell'azienda dove lavora (arsenale regio). Nell'autunno dello stesso anno incontra don Bosco e partecipa fin da subito all'oratorio diventando un entusiasta amico del futuro santo. Spinto sempre da don Bosco prende la strada del sacerdozio e il 3 ottobre 1853 riceve l'abito clericale ai Becchi di Castelnuovo Don Bosco in una cappella fatta costruire dal sacerdote astigiano.
Il 26 gennaio 1854 don Bosco radunò nella sua camera quattro giovani compagni, dando vita, forse inconsapevolmente, alla congregazione salesiana. Alla riunione erano presenti Giovanni Cagliero e Michele Rua che fu incaricato di stenderne il “verbale”.
Il 25 marzo, nella stanza di don Bosco, Michele fece la sua “professione” semplice: era il primo salesiano. A Valdocco sorgevano laboratori di calzoleria, di sartoria, di legatoria. Molti ragazzi vedevano cambiare la propria esistenza: alcuni poterono studiare, altri vi si radunavano la sera dopo il lavoro, altri ancora solo la domenica. Michele divenne il principale collaboratore del santo, nonostante la giovane età; ne conquistò la totale fiducia, aiutandolo anche nel trascrivere le bozze dei suoi libri, sovente di notte, rubando le ore al sonno. Di giorno si recava all'oratorio S. Luigi, dalle parti di Porta Nuova, in una zona piena di immigrati. I più emarginati erano i ragazzi che, dalle valli, scendevano in città in cerca di lavoro come spazzacamini. Michele, facendo catechismo e insegnando le elementari nozioni scolastiche, conobbe infinite storie di miseria.
Nel febbraio 1858 don Bosco scrisse le Regole della congregazione e il “fidato segretario” passò molte notti a copiare la sua pessima grafia. Insieme, le portarono a Roma, all'approvazione di Papa Pio IX, che, di proprio pugno, le corresse.
Nel 1859 Pio IX ufficializzò la congregazione salesiana: don Bosco è Superiore Generale e Michele diventa di fatto il “braccio destro" del santo. Un giorno disse: “traevo maggior profitto nell'osservare don Bosco, anche nelle sue azioni più umili, che a leggere e meditare un trattato di ascetismo”.
Il 28 luglio 1860 Michele Rua venne finalmente ordinato sacerdote. Sull'altare della prima messa c'erano i fiori bianchi donati dagli spazzacamini dell'oratorio S. Luigi. Tre anni dopo fu mandato ad aprire la prima casa salesiana fuori Torino: un piccolo seminario a Mirabello Monferrato. Vi stette due anni e tornò in città mentre a Valdocco si costruiva la basilica di Maria Ausiliatrice. Don Rua divenne il riferimento di molteplici attività, rispondendo persino alle lettere indirizzate a don Bosco. Lavorava senza soste e nel luglio 1868 sfiorò persino la morte a causa di una peritonite. Dato per moribondo dai medici, guarì; qualcuno disse per intercessione di Don Bosco. Tra i ragazzi dell'oratorio, oltre settecento, nascevano diverse vocazioni religiose.
Nel 1868 si conclusero i lavori del santuario; nel 1872 si consacrarono le prime Figlie di Maria Ausiliatrice; nel 1875 partirono i primi missionari per l'Argentina guidati da don Cagliero. Nacquero i cooperatori e il bollettino salesiano. Valdocco aveva raggiunto proporzioni enormi, mentre a Roma Pp Leone XIII chiedeva alla congregazione la costruzione della basilica del Sacro Cuore. Don Bosco era spesso in viaggio per la Francia e la Spagna e don Rua gli era accanto. Nel 1884 la salute del fondatore ormai declinava e fu il papa stesso a suggerirgli di pensare ad un successore. Don Rua il 7 novembre fu nominato, dal pontefice, vicario con diritto di successione.
Nel gennaio del 1888, nella notte tra il 30 e il 31, alla presenza di molti sacerdoti, accompagnò la mano del santo, nel dare l'ultima benedizione. Rimase poi inginocchiato, davanti alla salma, per oltre due ore.
Don Michele Rua fu un missionario instancabile, fedele interprete del sistema educativo preventivo. Percorrendo migliaia di chilometri visitò le case della congregazione sparse per il mondo, coordinandole come una sola grande famiglia. Diceva che i suoi viaggi gli avevano fatto vedere la “povertà ovunque”. La prima grande industrializzazione fece abbandonare ai contadini le proprie terre, per un misero salario guadagnato in fabbrica dopo interminabili giornate di lavoro. I salesiani toglievano dalla strada molti bambini aprendo oratori e scuole che, pur nella loro semplicità, diventavano in poco tempo centri di accoglienza e istruzione. Fu un grande innovatore in campo educativo: oltre alle scuole, in cui introdusse corsi professionali, organizzò ostelli e circoli sociali.
Dopo aver avuto la gioia di vedere don Bosco dichiarato “venerabile” (1907) e di aver finito di costruire la chiesa di Maria Liberatrice a Roma (1908), don Michele Rua si ammalò e fu costretto a restare al letto. Il suo aiutante Filippo Rinaldi (beatificato il 29 aprile 1990 dal Servo di Dio Giovanni Paolo II), lo assistette fino all'ultimo.
Morì nella notte tra il 5 e il 6 aprile 1910, mormorando una giaculatoria insegnatagli da don Bosco quando era un ragazzino: “Cara Madre, Vergine Maria, fate ch'io salvi l'anima mia”.
Aveva ricevuto da don Bosco 700 religiosi in 64 case disseminate in 6 paesi; lasciò, al suo successore, 4000 religiosi in 341 case sparse in 30 nazioni, tra cui Brasile, Messico, Ecuador, Cina, India, Egitto, Sudafrica.
Il “secondo padre della famiglia salesiana” fu sepolto a fianco del maestro; la sua tomba è ora venerata nella cripta della Basilica di Maria Ausiliatrice.
Michele Rua è stato proclamato beato il 29 ottobre 1972 dal Servo di Dio Paolo VI.
Significato del nome Michele : “chi [è grande, potente] come Dio?” (ebraico)
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Ti chiama per nome
San Gregorio Magno (circa 540-604), papa, dottore della Chiesa Omelie sui vangeli, 25 ; PL 76, 1188-1196
« Se l'hai portato via tu ... » Come se Maria avesse già detto il motivo delle sue lacrime, parla di « lui », senza nemmeno aver pronunciato il suo nome. Tale è il segno dell'amore : sempre fissi in colui che si ama, si crede che tutti gli altri ne siano ugualmente occupati... Maria non immagina che si possa ignorare l'oggetto del suo immenso dolore.
Gesù le disse : « Maria ! » Dopo averla chiamata con l'appellativo generico di donna, senza essere riconosciuto, la chiama per nome ; come se volesse dire : « Riconosci colui dal quale sei riconosciuta ». Dio diceva lo stesso a Mosè, l'uomo perfetto : « Ti ho conosciuto per nome » (Es 33, 12). « Uomo » è il nome comune a tutti, invece, « Mosè » è il nome proprio, e il Signore gli dice chiaramente che lo conosce con il suo nome, e sembra dichiarargli : « Io ti conosco non come si conosce una persona qualunque, ma in modo del tutto speciale ».
Maria dunque, chiamata per nome, riconosce il suo creatore e subito grida : « Rabbunì », cioè Maestro : era lui che lei cercava all'esterno, ed era ancora lui che la guidava interiormente nella ricerca... « Maria di Màgdala andò subito ad annunziare ai discepoli : 'Ho visto il Signore' e anche ciò che le aveva detto ». In questo momento il peccato degli uomini abbandona il cuore da cui era entrato. Poiché nel Paradiso, è stata una donna a tendere all'uomo il frutto della morte ; al sepolcro, è nuovamente una donna, ad annunciare la vita agli uomini e a riportare le parole di colui che dà la vita.
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lunedì 5 aprile 2010
Cristo vive
Cristo risorto, glorioso, si è spogliato di tutto ciò che è terreno, affinché noi uomini suoi fratelli pensiamo di che cosa dobbiamo spogliarci. (Forgia, 526).
Cristo vive. Questa è la grande verità che riempie di contenuto la nostra fede. Gesù, che morì sulla Croce, è risorto, ha trionfato sulla morte, sul potere delle tenebre, sul dolore, sull'angoscia. Non abbiate paura: con questa esortazione un angelo salutò le donne che andavano al sepolcro. Non abbiate paura!
Voi cercate Gesù Nazareno, il crocifisso: è risorto, non è qui.
Haec est dies quam fecit Dominus, exultemus et laetemur in ea;
questo è il giorno che fece il Signore, esultiamo.
Il tempo pasquale è tempo di gioia, di una gioia che non è limitata a quest'epoca dell'anno liturgico, ma è presente in ogni momento nell'animo del cristiano.
Poiché Cristo vive: Cristo non è un uomo del passato, che visse un tempo e poi se ne andò lasciandoci un ricordo e un esempio meravigliosi. No: Cristo vive. Gesù è l'Emmanuele, Dio con noi.
La sua Risurrezione ci rivela che Dio non abbandona mai i suoi. Si dimentica forse una donna del suo bambino, così da non commuoversi per il figlio delle sue viscere? Anche se queste donne si dimenticassero, io invece non ti dimenticherò mai.
Questa era la promessa e l'ha mantenuta. Dio si delizia ancora di stare tra degli uomini. (È Gesù che passa, 102)
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Cristo vive. Questa è la grande verità che riempie di contenuto la nostra fede. Gesù, che morì sulla Croce, è risorto, ha trionfato sulla morte, sul potere delle tenebre, sul dolore, sull'angoscia. Non abbiate paura: con questa esortazione un angelo salutò le donne che andavano al sepolcro. Non abbiate paura!
Voi cercate Gesù Nazareno, il crocifisso: è risorto, non è qui.
Haec est dies quam fecit Dominus, exultemus et laetemur in ea;
questo è il giorno che fece il Signore, esultiamo.
Il tempo pasquale è tempo di gioia, di una gioia che non è limitata a quest'epoca dell'anno liturgico, ma è presente in ogni momento nell'animo del cristiano.
Poiché Cristo vive: Cristo non è un uomo del passato, che visse un tempo e poi se ne andò lasciandoci un ricordo e un esempio meravigliosi. No: Cristo vive. Gesù è l'Emmanuele, Dio con noi.
La sua Risurrezione ci rivela che Dio non abbandona mai i suoi. Si dimentica forse una donna del suo bambino, così da non commuoversi per il figlio delle sue viscere? Anche se queste donne si dimenticassero, io invece non ti dimenticherò mai.
Questa era la promessa e l'ha mantenuta. Dio si delizia ancora di stare tra degli uomini. (È Gesù che passa, 102)
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San Vincenzo Ferrer
Sacerdote O.P. (domenicano)Vincenzo (Vicente nella lingua madre) Ferrer nacque a Valencia il 23 gennaio 1350. Di nobile famiglia, studiò filosofia e a 17 anni entrò tra i domenicani. Il 5 febbraio 1367 riceve l'abito dei frati predicatori nel Convento eretto da re Giacomo a poca distanza dalla casa dei Ferrer.
Proseguì gli studi presso la casa di formazione del suo ordine a Barcellona, poi a Lerida. Studia e insegna logica; più tardi, nel 1373, mentre studia le Sacre Scritture e l'ebraico, insegna scienze naturali. Completa i suoi studi a Tolosa e ordinato sacerdote nel 1378.
Due mesi dopo il suo ritorno definitivo da Avignone a Roma, Pp Gregorio XI (Pierre Roger de Beaufort) muore nel marzo 1378. E nell’Urbe tumultuante che gridava:“Vogliamo un papa romano, o almeno italiano”, i cardinali, in maggioranza francesi, eleggono il napoletano Bartolomeo Prignano alias Urbano VI. Ma questi si scontra subito con i suoi elettori, e la crisi porta a un contro-conclave nel quale, gli stessi cardinali, fanno Papa un altro: Roberto di Ginevra, ossia Clemente VII, che tornerà ad Avignone. Così comincia lo scisma d’Occidente, che durerà 39 anni. La Chiesa è spaccata e i regni d’Europa stanno chi con Urbano VI e chi con Clemente VII.
Vincenzo, nel 1379, conobbe il legato pontificio presso la corte di Pietro IV d’Aragona, il cardinale Pedro de Luna che lo spinse a sostenere il Pp avignonese, Clemente VII.
Pedro de Luna, eletto Papa nel 1394 dai cardinali avignonesi col nome di Benedetto XIII, scelse Vincenzo Ferrer come suo confessore personale e consigliere e lo nominò Penitenziere apostolico. Vincenzo accettò l’incarico ma, per umiltà, rifiutò la nomina a cardinale offertagli dal papa.
Nel settembre del 1398, durante l’assedio di Carlo VI di Francia (che non aveva riconosciuto l’elezione di Benedetto XIII) ad Avignone, Vincenzo Ferrer cadde malato; secondo una leggenda appartenente alla tradizione devozionale, sarebbe stato guarito miracolosamente da Gesù e dai ss. Francesco e Domenico che lo inviarono nel mondo a predicare, invitando i peccatori a convertirsi. Ottenuto il permesso di lasciare la corte pontificia e ricevuto il titolo di legato a latere, trascorse i successivi vent’anni della sua vita come predicatore in giro per l’Europa occidentale, ma soprattutto in Spagna, ottenendo, grazie alla sua abilità oratoria, al tono apocalittico dei suoi sermoni e alla fama di taumaturgo, numerose conversioni soprattutto di musulmani e ebrei.
Si impegnò soprattutto per comporre lo scisma d’occidente, dapprima tentando una mediazione tra Gregorio XII (Angelo Correr) e Benedetto XIII, poi cercando di convincere Benedetto a rinunciare alla tiara e, di fronte al suo rifiuto, cercando di sottrargli l’obbedienza della Spagna.
L'occasione gli si presentò nel 1412 quando, morto senza eredi Martino I d’Aragona, fu tra i giudici incaricati di stabilire la successione al trono; il trono, infatti, venne assegnato al candidato sostenuto da Vincenzo: Ferdinando I di Aragona (detto il “Giusto”). Questi, nel Concilio di Costanza, si batté per la fine dello scisma e riconobbe l’elezione al soglio pontificio di Martino V (Ottone Colonna), mettendo fine ad ogni pretesa di Benedetto XIII.
Il 5 aprile 1419, durante uno dei suoi viaggi, Vincenzo si spense a Vannes (F). Il suo corpo oggi riposa nella cattedrale di Vannes, nella cappella del SS. Sacramento.
Nel suo processo di canonizzazione furono autenticati 873 miracoli. Uno, tra i più popolari prodigi a lui attribuiti, è salvezza di un muratore che stava cadendo da un andito. Questo prodigio fu reso ancora più strepitoso in quanto Vincenzo, in attesa del permesso del suo Superiore per eseguire il miracolo, mantenne il giovane sospeso a mezz'aria.
Vincenzo Ferrer fu canonizzato da Pp Callisto III (Alonso de Borgia) il 29 giugno 1455 nella chiesa domenicana di Santa Maria sopra Minerva a Roma; il suo culto fu confermato da Pp Pio II (Enea Silvio Piccolomini) che, con la bolla del 1458, fissò per la sua festa la data del 5 aprile.
S.Vincenzo Ferrer ha lasciato diversi scritti e opere di cui:
“De moderno schismate” : trattato teologico-canonico, che mira a dimostrare la legittimità di Clemente VII;
“De vita spirituali” : trattato di spiritualità, probabilmente il più diffuso al termine del Medioevo;
“Sermones” : discorsi suddivisi secondo i tempi liturgici e del calendario.
Significato del nome Vincenzo: “che vince, destinato a vincere” (latino)
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Ed ecco Gesù venne loro incontro
Alla vittima pasquale, s'innalzi oggi il sacrificio di lode.
L'agnello ha redento il suo gregge,
l'Innocente ha riconciliato noi peccatori col Padre.
Morte e Vita si sono affrontate in un prodigioso duello.
Il Signore della vita era morto; ma ora, vivo, trionfa.
«Raccontaci, Maria: che hai visto sulla via?».
«La tomba del Cristo vivente, la gloria del Cristo risorto,
e gli angeli suoi testimoni, il sudario e le sue vesti.
Cristo, mia speranza, è risorto; e vi precede in Galilea».
Sì, ne siamo certi: Cristo è davvero risorto.
Tu, Re vittorioso, portaci la tua salvezza.
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domenica 4 aprile 2010
Il giorno del trionfo del Signore
Il giorno del trionfo del Signore, della sua Risurrezione, è definitivo.
Dove sono i soldati che le autorità avevano messo di guardia?
Dove sono i sigilli che erano stati posti sulla pietra del sepolcro?
Dove sono coloro che condannarono il Maestro?
Dove sono quelli che crocifissero Gesù?...
Di fronte alla sua vittoria, avviene la grande fuga di quei poveri miserabili.
Riémpiti di speranza: Gesù Cristo vince sempre. (Forgia, 660)
La sera del sabato Maria Maddalena, Maria madre di Giacomo, e Salòme comprarono gli aromi per imbalsamare il corpo morto di Gesù.Il giorno dopo, di buon mattino, arrivano al sepolcro quando il sole è già sorto (Mc 16, 1-2).
Entrando, rimangono costernate perché non trovano il corpo del Signore. Un giovane, in bianche vesti, dice loro: Non temete, so che cercate Gesù Nazareno: non est hic, surrexit enim sicut dixit, non è qui, perché è risorto come aveva predetto (Mt 28, 5).
E' risorto! Gesù è risorto: non è più nel sepolcro. La Vita ha sconfitto la morte.
E' apparso alla sua Santissima Madre. E' apparso a Maria di Magdala, pazza d'amore. E a Pietro e agli altri apostoli. E a te e a me, che siamo suoi discepoli e più pazzi della Maddalena: quante cose gli abbiamo detto!Non vogliamo mai più morire a causa del peccato. Che la nostra risurrezione spirituale sia eterna.
- E prima di terminare la decina, tu hai baciato e piaghe dei suoi piedi , e io più audace perché più bambino ho posato le mie labbra sul suo costato aperto. (Il santo rosario, Primo mistero glorioso: La Resurrezione del Signore)
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Dove sono i soldati che le autorità avevano messo di guardia?
Dove sono i sigilli che erano stati posti sulla pietra del sepolcro?
Dove sono coloro che condannarono il Maestro?
Dove sono quelli che crocifissero Gesù?...
Di fronte alla sua vittoria, avviene la grande fuga di quei poveri miserabili.
Riémpiti di speranza: Gesù Cristo vince sempre. (Forgia, 660)
La sera del sabato Maria Maddalena, Maria madre di Giacomo, e Salòme comprarono gli aromi per imbalsamare il corpo morto di Gesù.Il giorno dopo, di buon mattino, arrivano al sepolcro quando il sole è già sorto (Mc 16, 1-2).
Entrando, rimangono costernate perché non trovano il corpo del Signore. Un giovane, in bianche vesti, dice loro: Non temete, so che cercate Gesù Nazareno: non est hic, surrexit enim sicut dixit, non è qui, perché è risorto come aveva predetto (Mt 28, 5).
E' risorto! Gesù è risorto: non è più nel sepolcro. La Vita ha sconfitto la morte.
E' apparso alla sua Santissima Madre. E' apparso a Maria di Magdala, pazza d'amore. E a Pietro e agli altri apostoli. E a te e a me, che siamo suoi discepoli e più pazzi della Maddalena: quante cose gli abbiamo detto!Non vogliamo mai più morire a causa del peccato. Che la nostra risurrezione spirituale sia eterna.
- E prima di terminare la decina, tu hai baciato e piaghe dei suoi piedi , e io più audace perché più bambino ho posato le mie labbra sul suo costato aperto. (Il santo rosario, Primo mistero glorioso: La Resurrezione del Signore)
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Sant’ Isidoro di Siviglia
Vescovo, Dottore della ChiesaLa santità era di casa nella nobile famiglia, di Saveriano e Turtura, che diede i natali, a Cartagena, verso il 560, a Isidoro (in latino Isidorus Hispalensis): tre fratelli furono vescovi e santi, Leandro, Fulgenzio e lo stesso Isidoro; e una sorella, Fiorentina, fu religiosa e santa. Leandro, il fratello maggiore, fu tutore e maestro di Isidoro, rimasto orfano in tenera età.
Isidoro fu dapprima uno studente svogliato e poco propenso a stare chino sui libri di scuola. Un giorno si accostò a un pozzo per dissetarsi e notò dei profondi solchi scavati dalla fragile corda sulla dura pietra del bordo. Comprese allora che anche la costanza e la volontà dell'uomo possono aver ragione dei più duri scogli della vita. Tornò con rinnovato amore ai suoi libri e progredì tanto avanti nello studio da meritare la reputazione di uomo più sapiente del suo tempo.
Chierico a Siviglia, Isidoro successe al fratello Leandro nel governo episcopale della importante diocesi. Come il fratello, sarebbe stato il vescovo più popolare e autorevole della sua epoca, presiedendo pure l'importante quarto concilio di Toledo (nel 633). Ebbe un ruolo di primo piano nelle vicende politico-religiose della Spagna dominata dai Visigoti, contribuendo alla loro conversione dall'arianesimo al credo niceno, e come promotore e massimo rappresentante di un risveglio della cultura e delle lettere in quei tempi.
Formatosi alla lettura di S. Agostino e S. Gregorio Magno, pur senza avere la vigoria di un Boezio o il senso organizzativo di un Cassiodoro, con essi Isidoro condivide la gloria di essere stato il maestro dell'Europa medievale e il primo organizzatore della cultura cristiana. I suoi interessi culturali abbracciarono tutto il campo dello scibile del tempo; scrisse molto su vari argomenti : le arti liberali, il diritto, la medicina, le scienze naturali, la storia, la teologia dogmatica e morale.
Scrisse una storia universale i “Chronica Maiora” e “Historia de regibus Gothorum, Wandalorum, et Suevorum” (Storia dei Goti Vandali e Svevi ). Si occupò di grammatica con una raccolta di sinonimi “Synonymorum” in due libri e con il trattato “Differentiae”.
Il suo capolavoro, che influenzò in larga misura la cultura del Medioevo, è “Etymologiae” in venti libri: enciclopedia di tutto lo scibile del tempo, composta prendendo come spunto le etimologie dei vari termini. La mole dell'opera è imponente e i temi sono i più svariati: arti liberali, religione, medicina, diritto, lingue e popoli, l'uomo e gli animali, la geografia, l'architettura, l'agricoltura, la geologia, la guerra, le armi, l'abbigliamento e i mezzi di trasporto. Tutti questi temi hanno in comune il modo in cui vengono introdotti nell'opera ovvero attraverso una piccola introduzione e l'etimologia della parola. Spesso le etimologie sono errate, ma non per questo diminuisce il valore dell'opera. Alla base della composizione di quest'opera c'è il vero fulcro del pensiero di Isidoro.
Per Isidoro, infatti, l'etimologia è il vero cuore funzionante dell'opera, in quanto solo attraverso la conoscenza di quest'ultima si può accedere all'effettiva conoscenza di fatti, oggetti e fenomeni. Coesiste, quindi, uno stretto legame tra la “res” e il “nomen”, che fa sì che non si possa conoscere l'una senza conoscere l'altro. Isidoro morì a Siviglia il 4 aprile 636.
Sapienza, mai disgiunta da profonda umiltà e carità, gli hanno meritato il titolo di “doctor egregius” e l'aureola di santo.
Significato del nome Isidoro: “dono di Iside” (greco)
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Perché cercate tra i morti colui che è vivo ?
Beato Guerrico d'Igny (circa 1080-1157), abate cistercense
Discorso 1 sulla resurrezione del Signore ; PL 185, 143-144 ; SC 202
Per me, fratelli, « il vivere è Cristo e il morire un guadagno » (Fil 1, 21). Parto dunque per la Galilea, per il monte che Gesù ci ha indicato (Mt 28, 10.16). Lo vedrò e lo adorerò affinché io non muoia più, perché chiunque vede il Figlio dell'Uomo e crede in lui ha la vita eterna ; « anche se muore, vivrà » (Gv 11, 25).
Oggi, fratelli, quale testimonianza sull'amore di Cristo, vi rende la gioia del vostro cuore ? Se vi è successo un solo giorno, di amare Gesù, sia vivo, sia morto, sia tornato alla vita, oggi in cui i messaggeri proclamano la sua risurrezione nella Chiesa, il vostro cuore esulta e esclama : « Mi hanno portato questa novella : Gesù, mio Dio, è vivo ! Sentite queste parole, il mio cuore che si era assopito dalla tristezza, che languiva nella tiepidezza e lo scoraggiamento, ha ritrovato la vita. » Oggi, la dolce musica di questo lieto annuncio rianima i peccatori che giacevano nella morte. Altrimenti, non si potrebbe far altro che disperare e seppellire nell'oblio coloro che Gesù, tornando dagli inferi, avrebbe lasciati nell'abisso.
A questo riconoscerai che il tuo spirito ha ritrovato pienamente la vita in Cristo – se dice : « Se Gesù è vivo, questo mi basta ! Se lui vive, io vivo, poiché la mia vita dipende di lui. Egli è la mia vita, è il mio tutto. Cosa dunque potrebbe mancarmi, se Gesù è vivo ? Ancora meglio : Che tutto il resto mi manchi, non mi importa, purché Gesù sia vivo ! »
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Discorso 1 sulla resurrezione del Signore ; PL 185, 143-144 ; SC 202
Per me, fratelli, « il vivere è Cristo e il morire un guadagno » (Fil 1, 21). Parto dunque per la Galilea, per il monte che Gesù ci ha indicato (Mt 28, 10.16). Lo vedrò e lo adorerò affinché io non muoia più, perché chiunque vede il Figlio dell'Uomo e crede in lui ha la vita eterna ; « anche se muore, vivrà » (Gv 11, 25).
Oggi, fratelli, quale testimonianza sull'amore di Cristo, vi rende la gioia del vostro cuore ? Se vi è successo un solo giorno, di amare Gesù, sia vivo, sia morto, sia tornato alla vita, oggi in cui i messaggeri proclamano la sua risurrezione nella Chiesa, il vostro cuore esulta e esclama : « Mi hanno portato questa novella : Gesù, mio Dio, è vivo ! Sentite queste parole, il mio cuore che si era assopito dalla tristezza, che languiva nella tiepidezza e lo scoraggiamento, ha ritrovato la vita. » Oggi, la dolce musica di questo lieto annuncio rianima i peccatori che giacevano nella morte. Altrimenti, non si potrebbe far altro che disperare e seppellire nell'oblio coloro che Gesù, tornando dagli inferi, avrebbe lasciati nell'abisso.
A questo riconoscerai che il tuo spirito ha ritrovato pienamente la vita in Cristo – se dice : « Se Gesù è vivo, questo mi basta ! Se lui vive, io vivo, poiché la mia vita dipende di lui. Egli è la mia vita, è il mio tutto. Cosa dunque potrebbe mancarmi, se Gesù è vivo ? Ancora meglio : Che tutto il resto mi manchi, non mi importa, purché Gesù sia vivo ! »
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sabato 3 aprile 2010
Cadavere di Cristo
Nicodemo e Giuseppe d'Arimatea — discepoli nascosti di Cristo — intercedono per Lui dalle alte cariche che occupano. Nell'ora della solitudine, del totale abbandono e del disprezzo ... proprio allora danno la faccia audacter (Mc 15, 43)...: coraggio eroico! Io salirò con loro fino al piedi della Croce, mi stringerò al Corpo freddo, al cadavere di Cristo, con il fuoco del mio amore ... lo schioderò con i miei atti di riparazione e con le mie mortificazioni.... lo avvolgerò nel lenzuolo nuovo della mia vita limpida, e lo seppellirò nel mio cuore di roccia viva, dal quale nessuno me lo potrà strappare, e lì, Signore, puoi riposare! Quand'anche tutto il mondo ti abbandoni e ti disprezzi..., serviam! ti servirò, Signore! (Via Crucis, Stazione XIV, n.1)
Avrete osservato che certe madri, mosse da legittimo orgoglio, si affrettano a mettersi accanto ai loro figli quando sono festeggiati, quando ricevono un pubblico riconoscimento. Altre, invece, anche in questi momenti restano in secondo piano, amando in silenzio. Maria era così, e Gesù lo sapeva.
Adesso, invece, nello scandalo del sacrificio della Croce, Maria è presente, ad ascoltare con tristezza coloro che passavano di là e lo insultavano scuotendo il capo e dicendo: «Tu che distruggi il tempio e lo ricostruisci in tre giorni, salva te stesso! Se tu sei Figlio di Dio, scendi dalla Croce!» [Mt 27, 39-40]. La Madonna ascolta le parole di suo Figlio, e si unisce al suo dolore: Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato? [Mt 27, 46].
Che cosa poteva fare? Fondersi con l'Amore redentore di suo Figlio, offrire al Padre il dolore immenso — come una spada tagliente — che trapassava il suo purissimo cuore.Ancora una volta, Gesù si sente consolato dalla presenza discreta e amorosa di sua Madre. Maria non grida, non si agita affannosamente. Stabat: sta in piedi, accanto al Figlio. È allora che Gesù fissa su di Lei lo sguardo, per poi rivolgerlo a Giovanni, ed esclamare: «Donna, ecco il tuo figlio!». Poi disse al discepolo: «Ecco la tua madre!» [Gv 19, 26-27].
In Giovanni, Cristo affida a sua Madre tutti gli uomini, e specialmente i suoi discepoli: coloro che avrebbero creduto in Lui.Felix culpa [Preconio nella Veglia pasquale], canta la Chiesa: colpa felice, perché ci ha fatto ottenere un così grande Redentore. Colpa felice, possiamo anche aggiungere, che ci ha meritato di ricevere per Madre la Madonna. Ormai non abbiamo più nulla da temere, niente ci deve preoccupare: perché la Madonna, incoronata Regina del cielo e della terra, è l'onnipotenza supplicante davanti a Dio. Gesù non può negare nulla a Maria, e neppure a noi, figli della sua stessa Madre. (Amici di Dio, nn. 287-288)
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Avrete osservato che certe madri, mosse da legittimo orgoglio, si affrettano a mettersi accanto ai loro figli quando sono festeggiati, quando ricevono un pubblico riconoscimento. Altre, invece, anche in questi momenti restano in secondo piano, amando in silenzio. Maria era così, e Gesù lo sapeva.
Adesso, invece, nello scandalo del sacrificio della Croce, Maria è presente, ad ascoltare con tristezza coloro che passavano di là e lo insultavano scuotendo il capo e dicendo: «Tu che distruggi il tempio e lo ricostruisci in tre giorni, salva te stesso! Se tu sei Figlio di Dio, scendi dalla Croce!» [Mt 27, 39-40]. La Madonna ascolta le parole di suo Figlio, e si unisce al suo dolore: Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato? [Mt 27, 46].
Che cosa poteva fare? Fondersi con l'Amore redentore di suo Figlio, offrire al Padre il dolore immenso — come una spada tagliente — che trapassava il suo purissimo cuore.Ancora una volta, Gesù si sente consolato dalla presenza discreta e amorosa di sua Madre. Maria non grida, non si agita affannosamente. Stabat: sta in piedi, accanto al Figlio. È allora che Gesù fissa su di Lei lo sguardo, per poi rivolgerlo a Giovanni, ed esclamare: «Donna, ecco il tuo figlio!». Poi disse al discepolo: «Ecco la tua madre!» [Gv 19, 26-27].
In Giovanni, Cristo affida a sua Madre tutti gli uomini, e specialmente i suoi discepoli: coloro che avrebbero creduto in Lui.Felix culpa [Preconio nella Veglia pasquale], canta la Chiesa: colpa felice, perché ci ha fatto ottenere un così grande Redentore. Colpa felice, possiamo anche aggiungere, che ci ha meritato di ricevere per Madre la Madonna. Ormai non abbiamo più nulla da temere, niente ci deve preoccupare: perché la Madonna, incoronata Regina del cielo e della terra, è l'onnipotenza supplicante davanti a Dio. Gesù non può negare nulla a Maria, e neppure a noi, figli della sua stessa Madre. (Amici di Dio, nn. 287-288)
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San Luigi Scrosoppi
Sacerdote, Fondatore : “Suore della Provvidenza”Luigi Scrosoppi nasce il 4 agosto 1804 a Udine e cresce in un ambiente familiare ricco di fede e carità cristiana.
A dodici anni intraprende la via del sacerdozio, frequentando il seminario diocesano di Udine e il 31 marzo 1827 è ordinato sacerdote; al suo fianco ci sono i fratelli Carlo e Giovanni Battista, entrambi sacerdoti.
L'ambiente poverissimo del Friuli dell'800, stremato da carestie, guerre ed epidemie, è per Luigi come un appello a prendersi cura dei deboli: si dedica, con altri sacerdoti ed un gruppo di giovani maestre, all'accoglienza e all'educazione delle "derelitte", le ragazze più sole ed abbandonate di Udine e dintorni. Per loro mette a disposizione i suoi beni, le sue energie, il suo affetto; non risparmia niente di sé e quando le necessità sono più impellenti va a chiedere l'elemosina: egli ha fiducia nell'aiuto della gente e soprattutto confida nel Signore. La sua vita è infatti una manifestazione palpabile di grande fiducia nella Provvidenza divina. Così scrive, a proposito dell'opera di carità in cui è coinvolto: “La Provvidenza di Dio, che dispone gli animi e piega i cuori a favorire le opere sue, fu l'unica fonte dell'esistenza di questo Istituto...quella amorosa Provvidenza, che non lascia confondere chi confida in lei”. Non trascura occasione per infondere questa fiducia e serenità nelle ragazze accolte e nelle giovani donne dedite alla loro educazione. Esse vengono chiamate "maestre" perché sono abili nei lavori di cucito e di ricamo, ma sono anche capaci di insegnare a "scrivere, leggere e far di conto", come si usava dire. Sono donne di età e di origini diverse, ed in ognuna di loro va maturando la decisione di mettere la propria vita nelle mani del Signore e di consacrarsi a lui, servendolo nella famiglia delle "derelitte".
La sera del 1 febbraio 1837 nove donne, come segno della decisione definitiva, depongono i loro "ori" e scelgono di vivere nella povertà e nella donazione totale di sé. È in questa semplicità che nasce la congregazione delle “Suore della Provvidenza”, la famiglia religiosa fondata da Padre Luigi. Alle prime maestre si uniscono altre. Ci sono le ricche e le povere, le colte e le analfabete, le nobili e quelle di origini umili: nella casa della Provvidenza c'è posto per tutte e tutte diventano sorelle.
Nel frattempo, Luigi va maturando il bisogno di una consacrazione più totale al Signore. È affascinato dall'ideale di povertà e di fraternità universale di Francesco d'Assisi, ma gli eventi della vita e della storia lo condurranno sulle orme di S. Filippo Neri, il cantore della gioia e della libertà, il santo della preghiera, dell'umiltà e della carità.
La vocazione "oratoriana" di Luigi si realizza nel 1846 e nella maturità dei suoi 42 anni, diventa figlio di S. Filippo: da lui impara la mansuetudine e la dolcezza che lo aiuteranno ad essere più idoneo al compito di fondatore e padre della Congregazione delle “Suore della Provvidenza”.
Lentamente si delineano in Padre Luigi i tratti fondamentali di una vita spirituale centrata su Gesù Cristo, amato e imitato nell'umiltà e povertà della sua incarnazione a Betlemme, nella semplicità della vita laboriosa di Nazareth, nella completa immolazione della croce sul Calvario, nel silenzio dell'Eucaristia. Tutte le opere da lui avviate durante la sua vita riflettono la sua scelta preferenziale verso i più poveri, verso gli ultimi, gli abbandonati. “Dodici case - aveva profetizzato - aprirò prima della mia morte”, e fu così.
Ormai anziano, con la sua abituale apertura di spirito, capisce che è venuto il momento di cedere il timone e lo cede alle suore con serenità e speranza. Mantiene tuttavia con tutte un rapporto epistolare che contribuisce a rinsaldare i legami di affetto e di carità e, nella sua sollecitudine paterna, mai si stanca di raccomandare la fraternità e la fiducia.
Alla fine del 1883 è costretto a sospendere ogni attività, le forze cominciano a diminuire ed è tormentato da una febbre costantemente alta. La malattia progredisce inesorabilmente. Raccomanda alle suore di non temere nulla “perché è Dio che ha fatto nascere e crescere la famiglia religiosa, e sarà ancora lui che la farà progredire”.
Quando sente giungere la fine, vuole salutare tutti. Quindi rivolge le ultime parole alle Suore: “Dopo la mia morte, la vostra Congregazione avrà molte tribolazioni, ma dopo rinascerà a vita nuova. Carità! Carità! Ecco lo spirito della vostra famiglia religiosa: salvare le anime e salvarle con la Carità”.
Nella notte di giovedì 3 aprile 1884, avviene il suo incontro definitivo con Gesù.
La fama della sua santità si propagò subito tra il popolo. Non soltanto i credenti salutarono la morte di un santo, ma persino gli anticlericali. Gli stessi cinque quotidiani non cattolici di Udine, liberali, anticlericali e massonici, riconobbero l’eccezionalità della sua figura di prete. Una testimonianza tra tutte, tratta dal giornale "Il Friuli", notoriamente mangiapreti: “Pare impossibile – scrisse -, ma questa volta il filantropo è un prete… è don Luigi Scrosoppi, un bravo ministro di dio (con la "d" minuscola, sic), che si prestò sempre con zelo per il bene del suo prossimo e si adoperò per l’istituzione di parecchi istituti di beneficenza”.
E da subito cominciarono le grazie, le guarigioni fisiche e morali, attribuite alla sua intercessione. Il processo ordinario per il riconoscimento della sua santità si svolse dal 1932 al ’36. Le sue virtù eroiche furono riconosciute ufficialmente dal Servo di Dio Paolo VI il 12 giugno 1978.
Il Servo di Dio Giovanni Paolo II lo proclamò solennemente beato in piazza San Pietro il 4 ottobre 1981. L’ultimo miracolo, ufficialmente riconosciuto dalla Chiesa per l’ultima tappa della canonizzazione, fu compiuto a favore di Peter Chungu Shitima, nello Zambia. Studente dell’Oratorio di san Filippo in Sudafrica, si ammalò di polineurite periferica agli arti inferiori e della sindrome cachettica, insomma ammalato di AIDS in fase terminale. Fu mandato a casa in Zambia dagli stessi medici, perché morisse in famiglia. La comunità dell’Oratorio, i parrocchiani e la stessa famiglia cominciarono a chiedere la guarigione di Chungu per l’intercessione di padre Luigi, di cui Chungu era molto devoto. Una notte Chungu sognò padre Luigi che lo rassicurò sulla sua guarigione. Il giorno dopo cominciò ad alzarsi e a star bene, come prima della malattia. Ora si trova di nuovo in Sudafrica, in seminario.
Il Servo di Dio Giovanni Paolo II riconobbe ufficialmente la santità di padre Luigi nel Concistoro pubblico del 23 marzo 2001. La solenne canonizzazione fu fissata dal Papa il 10 giugno 2001, in P.za S. Pietro alla presenza di migliaia di fedeli provenienti dal suo Friuli e da tutte le parti d’Italia e del mondo, ove ancor oggi e sempre con lo stesso zelo per i poveri operano le sue amatissime suore.
Significato del nome Luigi : “combattente valoroso” (franco-tedesco)
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La notte che ci libera dal sonno della morte
Sant'Agostino (354-430), vescovo d'Ippona (Africa del Nord) e dottore della Chiesa Discorsi per la Notte Santa, 2 ; PLS 2, 549-552
Fratelli, vegliamo, perché fino a questa notte, Cristo è rimasto nella tomba. In questa notte, è sopravvenuta la risurrezione della sua carne. Sulla croce, essa è stata esposta agli scherni ; oggi, è adorata dai cieli e dalla terra. Questa notte fa parte fin d'ora della nostra domenica. Occorreva che Cristo risuscitasse di notte, perché la sua risurrezione ha illuminato le nostre tenebre... Come la nostra fede, rinsaldata dalla risurrezione di Cristo, caccia ogni sonno, così questa notte, illuminata dalle nostre veglie, si riempie di luce. Essa ci fa sperare, insieme con la Chiesa sparsa su tutta la terra, di non essere sorpresi nella notte (Mt 13, 33).
Su tanti popoli, radunati in nome di Cristo da questa festa ovunque solennissima, il sole è tramontato – eppure fa pur sempre giorno. Le luci del cielo hanno lasciato il posto alle luci della terra ...
Colui che ci ha dato la gloria del suo nome (Sal 28, 2), ha anche illuminato questa notte. Colui al quale diciamo : « Rischiara le mie tenebre » (Sal 18, 29), diffonde la sua luce nei nostri cuori. Come i nostri occhi abbagliati contemplano queste fiaccole splendenti, così il nostro spirito illuminato ci fa vedere quanto sia luminosa questa notte – questa santa notte in cui il Signore ha inaugurato nella propria carne la vita che non conosce né sonno, né morte !
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venerdì 2 aprile 2010
Tutto è compiuto
Ammira la fortezza della Madonna: ai piedi della Croce, con il più grande dei dolori umani —non c'è dolore come il suo dolore— piena di fortezza. —Chiedile questo vigore, per saper stare anche tu presso la Croce (Cammino, 508).
In alto, sulla Croce, e' scritta la causa della condanna: Gesù Nazareno Re del giudei (Gv 19, 19). E tutti i passanti lo ingiuriano e si burlano di Lui.— Se è il re di Israele, scenda ora dalla Croce (Mt 27, 42).
Uno dei due malfattori interviene in difesa:— Costui non ha fatto alcun male... (Lc 23, 41).
Quindi rivolge a Gesù un'umile richiesta, piena di fede:— Gesù, ricordati di me quando entrerai nel tuo regno (Lc 23, 42).— In verità ti dico, Oggi sarai con me nel paradiso (Lc 23, 42).
Accanto alla Croce vi è sua Madre, Maria, con altre sante donne. Gesù la guarda, poi guarda il discepolo amato, e dice alla Madre:— Donna, ecco tuo figlio.Poi dice al discepolo:— Ecco tua madre (Gv 19, 26-27).
Si spengono gli astri del cielo, e la terra resta sommersa nelle tenebre. Sono quasi le tre, quando Gesù esclama:— Elí, Elí, lemà sabactàni?, che significa: Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato? (Mt 27, 46).
Poi, sapendo che ogni cosa era sul punto di concludersi, per dare compimento alla Scrittura dice:— Ho sete (Gv 19, 28).
I soldati imbevono di aceto una spugna e, dopo averla messa su una canna di issòpo, gliela avvicinano alla bocca. Gesù assapora l'aceto, ed esclama:Tutto è compiuto (Gv 19, 30). il velo del tempio si squarcia nel mezzo e la terra trema quando il Signore grida a gran voce:— Padre, nelle tue mani consegno il mio spirito (Lc 23, 46). E spira.
Ama il sacrificio, che è fonte di vita interiore. Ama la Croce, che è altare del sacrificio. Ama il dolore, fino a bere, come Cristo, la feccia del calice. (Via Crucis, XII stazione)
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In alto, sulla Croce, e' scritta la causa della condanna: Gesù Nazareno Re del giudei (Gv 19, 19). E tutti i passanti lo ingiuriano e si burlano di Lui.— Se è il re di Israele, scenda ora dalla Croce (Mt 27, 42).
Uno dei due malfattori interviene in difesa:— Costui non ha fatto alcun male... (Lc 23, 41).
Quindi rivolge a Gesù un'umile richiesta, piena di fede:— Gesù, ricordati di me quando entrerai nel tuo regno (Lc 23, 42).— In verità ti dico, Oggi sarai con me nel paradiso (Lc 23, 42).
Accanto alla Croce vi è sua Madre, Maria, con altre sante donne. Gesù la guarda, poi guarda il discepolo amato, e dice alla Madre:— Donna, ecco tuo figlio.Poi dice al discepolo:— Ecco tua madre (Gv 19, 26-27).
Si spengono gli astri del cielo, e la terra resta sommersa nelle tenebre. Sono quasi le tre, quando Gesù esclama:— Elí, Elí, lemà sabactàni?, che significa: Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato? (Mt 27, 46).
Poi, sapendo che ogni cosa era sul punto di concludersi, per dare compimento alla Scrittura dice:— Ho sete (Gv 19, 28).
I soldati imbevono di aceto una spugna e, dopo averla messa su una canna di issòpo, gliela avvicinano alla bocca. Gesù assapora l'aceto, ed esclama:Tutto è compiuto (Gv 19, 30). il velo del tempio si squarcia nel mezzo e la terra trema quando il Signore grida a gran voce:— Padre, nelle tue mani consegno il mio spirito (Lc 23, 46). E spira.
Ama il sacrificio, che è fonte di vita interiore. Ama la Croce, che è altare del sacrificio. Ama il dolore, fino a bere, come Cristo, la feccia del calice. (Via Crucis, XII stazione)
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In memoria di Giovanni Paolo II nell'anniversario della scomparsa
OMELIA DEL SANTO PADRE BENEDETTO XVIBasilica Vaticana Lunedì, 29 marzo 2010
Venerati Fratelli nell’episcopato e nel sacerdozio,cari fratelli e sorelle!Siamo riuniti intorno all’altare, presso la tomba dell’Apostolo Pietro, per offrire il Sacrificio eucaristico in suffragio dell’anima eletta del Venerabile Giovanni Paolo II, nel quinto anniversario della sua dipartita. Lo facciamo con qualche giorno di anticipo, perché il 2 aprile sarà quest’anno il Venerdì Santo. Siamo, comunque, all’interno della Settimana Santa, contesto quanto mai propizio al raccoglimento e alla preghiera, nel quale la Liturgia ci fa rivivere più intensamente le ultime giornate della vita terrena di Gesù.
Desidero esprimere la mia riconoscenza a tutti voi che prendete parte a questa Santa Messa. Saluto cordialmente i Cardinali – in modo speciale l’Arcivescovo Stanislao Dziwisz – i Vescovi, i sacerdoti, i religiosi e le religiose; come pure i pellegrini giunti appositamente dalla Polonia, i tanti giovani e i numerosi fedeli che non hanno voluto mancare a questa Celebrazione.
Nella prima lettura biblica che è stata proclamata, il profeta Isaia presenta la figura di un “Servo di Dio”, che è allo stesso tempo il suo eletto, nel quale egli si compiace. Il Servo agirà con fermezza incrollabile, con un’energia che non viene meno fino a che egli non abbia realizzato il compito che gli è stato assegnato. Eppure, non avrà a sua disposizione quei mezzi umani che sembrano indispensabili all’attuazione di un piano così grandioso. Egli si presenterà con la forza della convinzione, e sarà lo Spirito che Dio ha posto in lui a dargli la capacità di agire con mitezza e con forza, assicurandogli il successo finale. Ciò che il profeta ispirato dice del Servo, lo possiamo applicare all’amato Giovanni Paolo II: il Signore lo ha chiamato al suo servizio e, nell’affidargli compiti di sempre maggiore responsabilità, lo ha anche accompagnato con la sua grazia e con la sua continua assistenza.
Durante il suo lungo Pontificato, egli si è prodigato nel proclamare il diritto con fermezza, senza debolezze o tentennamenti, soprattutto quando doveva misurarsi con resistenze, ostilità e rifiuti.
Sapeva di essere stato preso per mano dal Signore, e questo gli ha consentito di esercitare un ministero molto fecondo, per il quale, ancora una volta, rendiamo fervide grazie a Dio.
Il Vangelo poc’anzi proclamato ci conduce a Betania, dove, come annota l’Evangelista, Lazzaro, Marta e Maria offrirono una cena al Maestro (Gv 12,1). Questo banchetto in casa dei tre amici di Gesù è caratterizzato dai presentimenti della morte imminente: i sei giorni prima di Pasqua, il suggerimento del traditore Giuda, la risposta di Gesù che richiama uno degli atti pietosi della sepoltura anticipato da Maria, l’accenno che non sempre lo avrebbero avuto con loro, il proposito di eliminare Lazzaro in cui si riflette la volontà di uccidere Gesù. In questo racconto evangelico, c’è un gesto sul quale vorrei attirare l’attenzione: Maria di Betania “prese trecento grammi di profumo di puro nardo, assai prezioso, ne cosparse i piedi di Gesù, poi li asciugò con i suoi capelli” (12,3).
Il gesto di Maria è l’espressione di fede e di amore grandi verso il Signore: per lei non è sufficiente lavare i piedi del Maestro con l’acqua, ma li cosparge con una grande quantità di profumo prezioso, che – come contesterà Giuda – si sarebbe potuto vendere per trecento denari; non unge, poi, il capo, come era usanza, ma i piedi: Maria offre a Gesù quanto ha di più prezioso e con un gesto di devozione profonda.
L’amore non calcola, non misura, non bada a spese, non pone barriere, ma sa donare con gioia, cerca solo il bene dell’altro, vince la meschinità, la grettezza, i risentimenti, le chiusure che l’uomo porta a volte nel suo cuore.
Maria si pone ai piedi di Gesù in umile atteggiamento di servizio, come farà lo stesso Maestro nell’Ultima Cena, quando – ci dice il quarto Vangelo – “si alzò da tavola, depose le vesti, prese un asciugamano e se lo cinse attorno alla vita. Poi versò dell’acqua nel catino e cominciò a lavare i piedi dei discepoli” (Gv 13,4-5), perché – disse – “anche voi facciate come io ho fatto a voi” (v. 15): la regola della comunità di Gesù è quella dell’amore che sa servire fino al dono della vita. E il profumo si spande: “tutta la casa – annota l’Evangelista – si riempì dell’aroma di quel profumo” (Gv 12,3).
Il significato del gesto di Maria, che è risposta all’Amore infinito di Dio, si diffonde tra tutti i convitati; ogni gesto di carità e di devozione autentica a Cristo non rimane un fatto personale, non riguarda solo il rapporto tra l’individuo e il Signore, ma riguarda l’intero corpo della Chiesa, è contagioso: infonde amore, gioia, luce.“Venne fra i suoi, e i suoi non lo hanno accolto” (Gv 1,11): all’atto di Maria si contrappongono l’atteggiamento e le parole di Giuda, che, sotto il pretesto dell’aiuto da recare ai poveri, nasconde l’egoismo e la falsità dell’uomo chiuso in se stesso, incatenato dall’avidità del possesso, che non si lascia avvolgere dal buon profumo dell’amore divino.
Giuda calcola là dove non si può calcolare, entra con animo meschino dove lo spazio è quello dell’amore, del dono, della dedizione totale. E Gesù, che fino a quel momento era rimasto in silenzio, interviene a favore del gesto di Maria: “Lasciala fare, perché ella lo conservi per il giorno della mia sepoltura” (Gv 12,7). Gesù comprende che Maria ha intuito l’amore di Dio ed indica che ormai la sua ”ora” si avvicina, l’“ora” in cui l’Amore troverà la sua espressione suprema sul legno della Croce: il Figlio di Dio dona se stesso perché l’uomo abbia la vita, scende negli abissi della morte per portare l’uomo alle altezze di Dio, non ha paura di umiliarsi “facendosi obbediente fino alla morte e a una morte di croce” (Fil 2,8).
Sant’Agostino, nel Sermone in cui commenta tale brano evangelico, rivolge a ciascuno di noi, con parole incalzanti, l’invito ad entrare in questo circuito d’amore, imitando il gesto di Maria e ponendosi concretamente alla sequela di Gesù. Scrive Agostino: “Ogni anima che voglia essere fedele, si unisce a Maria per ungere con prezioso profumo i piedi del Signore… Ungi i piedi di Gesù: segui le orme del Signore conducendo una vita degna. Asciugagli i piedi con i capelli: se hai del superfluo dallo ai poveri, e avrai asciugato i piedi del Signore” (In Ioh. evang., 50, 6).
Cari fratelli e sorelle! Tutta la vita del Venerabile Giovanni Paolo II si è svolta nel segno di questa carità, della capacità di donarsi in modo generoso, senza riserve, senza misura, senza calcolo. Ciò che lo muoveva era l’amore verso Cristo, a cui aveva consacrato la vita, un amore sovrabbondante e incondizionato.
E proprio perché si è avvicinato sempre più a Dio nell’amore, egli ha potuto farsi compagno di viaggio per l’uomo di oggi, spargendo nel mondo il profumo dell’Amore di Dio.
Chi ha avuto la gioia di conoscerlo e frequentarlo, ha potuto toccare con mano quanto viva fosse in lui la certezza “di contemplare la bontà del Signore nella terra dei viventi”, come abbiamo ascoltato nel Salmo responsoriale (26/27,13); certezza che lo ha accompagnato nel corso della sua esistenza e che, in modo particolare, si è manifestata durante l’ultimo periodo del suo pellegrinaggio su questa terra: la progressiva debolezza fisica, infatti, non ha mai intaccato la sua fede rocciosa, la sua luminosa speranza, la sua fervente carità.
Si è lasciato consumare per Cristo, per la Chiesa, per il mondo intero: la sua è stata una sofferenza vissuta fino all’ultimo per amore e con amore.
Nell’Omelia per il XXV anniversario del suo Pontificato, egli confidò di avere sentito forte nel suo cuore, al momento dell’elezione, la domanda di Gesù a Pietro: “Mi ami tu? Mi ami più di costoro…? (Gv 21,15-16); e aggiunse: “Ogni giorno si svolge all’interno del mio cuore lo stesso dialogo tra Gesù e Pietro. Nello spirito, fisso lo sguardo benevolo di Cristo risorto. Egli, pur consapevole della mia umana fragilità, mi incoraggia a rispondere con fiducia come Pietro: “Signore, tu sai tutto; tu sai che ti amo” (Gv 21,17). E poi mi invita ad assumere le responsabilità che Lui stesso mi ha affidato” (16 ottobre 2003). Sono parole cariche di fede e di amore, l’amore di Dio, che tutto vince!
[Infine voglio salutare i polacchi qui presenti. Vi radunate numerosi intorno alla tomba del Venerabile Servo di Dio con un sentimento speciale, come figlie e figli della stessa terra, cresciuti nella stessa cultura e tradizione spirituale. La vita e l’opera di Giovanni Paolo II, grande polacco, può essere per voi motivo di orgoglio. Bisogna però che ricordiate, che questa è anche una grande chiamata ad essere fedeli testimoni della fede, della speranza e dell’amore, che egli ci ha ininterrottamente insegnato. Per l’intercessione di Giovanni Paolo II, vi sorregga sempre la benedizione del Signore.]
Mentre proseguiamo la Celebrazione eucaristica, accingendoci a vivere i giorni gloriosi della Passione, Morte e Risurrezione del Signore, affidiamoci con fiducia – sull’esempio del Venerabile Giovanni Paolo II – all’intercessione della Beata Vergine Maria, Madre della Chiesa, affinché ci sostenga nell’impegno di essere, in ogni circostanza, apostoli infaticabili del suo Figlio divino e del suo Amore misericordioso. Amen!
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San Francesco da Paola
Eremita, Fondatore : “Ordine dei Minimi”Francesco nacque a Paola (CS) il 27 marzo 1416 da una coppia di genitori già avanti negli anni; il padre Giacomo Alessio detto “Martolilla” e la madre Vienna di Fuscaldo, durante i quindici anni di matrimonio già trascorsi, avevano atteso invano la nascita di un figlio, per questo pregavano S. Francesco di Assisi, di intercedere per loro e inaspettatamente alla fine il figlio arrivò.
Riconoscenti, i genitori lo chiamarono Francesco; il santo di Assisi intervenne ancora nella vita di quel bimbo: dopo appena un mese si scoprì che era affetto da un ascesso all’occhio sinistro che si estese fino alla cornea, i medici disperavano di salvare l’occhio. La madre fece un voto a S. Francesco, di tenere il figlio in un convento di Frati Minori per un intero anno, vestendolo dell’abito proprio dei Francescani, il voto dell’abito è usanza ancora esistente nell’Italia Meridionale. Dopo qualche giorno l’ascesso scomparve completamente.
Fu allevato senza agi, ma non mancò mai del necessario; imparò a leggere e scrivere verso i 13 anni, quando i genitori, volendo esaudire il voto fatto a S. Francesco, lo portarono al convento dei Francescani di San Marco Argentano. In quell’anno l’adolescente rivelò subito doti eccezionali. Trascorso l’anno del voto, Francesco volle tornare a Paola fra il dispiacere dei frati e d’accordo con i genitori intrapresero insieme un pellegrinaggio ad Assisi alla tomba di S. Francesco, era convinto che quel viaggio gli avrebbe permesso d’individuare la strada da seguire nel futuro.
Fecero tappe a Loreto, Montecassino, Monteluco e Roma. Nella tappa di Monteluco, Francesco poté conoscere, in quell’eremo fondato nel 528 da S. Isacco, un monaco siriano fuggito in Occidente, gli eremiti che occupavano le celle sparse per la montagna; fu molto colpito dal loro stile di vita, al punto che tornato a Paola, si ritirò a vita eremitica in un campo che apparteneva al padre, a quasi un chilometro dal paese, era il 1429. Si riparò prima in una capanna di frasche e poi in una grotta, che egli stesso allargò scavando il tufo con una zappa; in questo luogo visse altri cinque anni in penitenza e contemplazione.
La fama del giovane eremita si sparse nella zona e tanti cominciarono a raggiungerlo per chiedere consigli e conforto; lo spazio era poco per questo via vai, per cui Francesco si spostò di nuovo più a valle costruendo una cella su un terreno del padre; dopo poco tempo alcuni giovani, dopo più visite, gli chiesero di poter vivere come lui nella preghiera e solitudine. Così nel 1436, con una cappella e tre celle, si costituì il primo nucleo del futuro “Ordine dei Minimi”; la piccola Comunità si chiamò “Eremiti di frate Francesco”.
Prima di accoglierli, Francesco chiese il permesso al suo vescovo di Cosenza mons. Bernardino Caracciolo, il quale avendo conosciuto il carisma del giovane eremita acconsentì; per qualche anno il gruppo visse alimentandosi con un cibo di tipo quaresimale, pane, legumi, erbe e qualche pesce, offerti come elemosine dai fedeli. Non erano ancora una vera comunità ma pregavano insieme nella cappella a determinate ore. Fu in seguito necessario allargare gli edifici e nel 1452 Francesco cominciò a costruire la seconda chiesa e un piccolo convento intorno ad un chiostro, tuttora conservati nel complesso del Santuario. Durante i lavori di costruzione Francesco operò altri prodigi, un grosso masso che stava rotolando sugli edifici venne fermato con un gesto del santo e ancora oggi esiste sotto la strada del Santuario; entrò nella fornace per la calce a ripararne il tetto, passando fra le fiamme e rimanendo illeso; inoltre fece sgorgare una fonte con un tocco del bastone, per dissetare gli operai, oggi è chiamata “l’acqua della cucchiarella”, perché i pellegrini usano attingerne con un cucchiaio.
Secondo la tradizione, uno Spirito celeste, forse l’arcangelo Michele, gli apparve mentre pregava, tenendo fra le mani uno scudo luminoso su cui si leggeva la parola “Charitas” e porgendoglielo disse: “Questo sarà lo stemma del tuo Ordine”.
La fama di questo monaco dalla grossa corporatura, con barba e capelli lunghi che non tagliava mai, si diffondeva in tutto il Sud, per cui fu costretto a muoversi da Paola per fondare altri conventi in varie località della Calabria: Paterno Calabro, Spezzano della Sila, Corigliano Calabro.
Gli fu chiesto di avviare una comunità anche a Milazzo in Sicilia. Pertanto con due confratelli si accinse ad attraversare lo stretto di Messina; qui chiese ad un pescatore se per amor di Dio l’avesse traghettato all’altra sponda, ma questi rifiutò visto che non potevano pagarlo. Senza scomporsi Francesco legò un bordo del mantello al bastone, vi salì sopra con i due frati e attraversò lo Stretto con quella barca a vela improvvisata. Il miracolo, fra i più clamorosi di quelli operati da Francesco, fu in seguito confermato da testimoni oculari, compreso il pescatore Pietro Colosa di Catona che si rammaricava e non si dava pace per il suo rifiuto.
Risanava gli infermi, aiutava i bisognosi, “risuscitò” il suo nipote Nicola, giovane figlio della sorella Brigida, anche suo padre Giacomo Alessio, rimasto vedovo, entrò a far parte degli eremiti, diventando discepolo di suo figlio fino alla morte.
Le qualità di taumaturgo si diffusero anche all’estero, raggiungendo il re di Francia Luigi XI, gravemente malato: ma Francesco non amava la vita di corte e dovette intervenire il papa per persuaderlo a trasferirsi. Nella sua tappa a Napoli, dove poi nel 1846 venne costruita la grande, scenografica, reale Basilica di S. Francesco da Paola, nella celebre Piazza del Plebiscito, fu ricevuto con tutti gli onori de re Ferrante I, incuriosito di conoscere quel frate. Il sovrano assisté, non visto, ad una levitazione da terra di Francesco, assorto in preghiera nella sua stanza; poi cercò di conquistare l’amicizia offrendogli un piatto di monete d’oro, da utilizzare per la costruzione di un convento a Napoli.
Si narra che Francesco presone una la spezzò e ne uscì del sangue e rivolto al re disse: “Sire questo è il sangue dei tuoi sudditi che opprimi e che grida vendetta al cospetto di Dio”, predicendogli anche la fine della monarchia aragonese, che avvenne puntualmente nei primi anni del 1500.
Nel maggio 1482 arrivò al castello di Plessis-du-Parc, dov’era ammalato il re Luigi XI, nel suo passaggio in terra francese liberò Bormes e Frejus da un’epidemia.
A Corte fu accolto con grande rispetto, col re ebbe numerosi colloqui, per lo più miranti a far accettare al sovrano l’ineluttabilità della condizione umana, uguale per tutti, e per quante insistenze facesse il re di fare qualcosa per guarirlo, Francesco rimase coerentemente sulla sua posizione, giungendo alla fine a convincerlo ad accettare la morte imminente, che avvenne nello stesso anno 1482, dopo aver risolto le divergenze in corso con la Chiesa.
Alla scomparsa di Luigi XI, Francesco avrebbe desiderato tornare in Calabria ma dovette rinunciare per diventare direttore spirituale di corte; intanto l’ordine, da lui fondato, si diffondeva, passando dalla regola eremitica a quella conventuale; nacquero anche il ramo femminile e quello terziario laico.
Francesco da Paola morì il 2 aprile 1507 a Plessis-les-Tours, vicino Tours (F) dove fu sepolto: era un venerdì santo ed aveva 91 anni.
Papa Leone X (Giovanni de’ Medici) nel 1513 lo proclamò beato e nel 1519 lo canonizzò.
Significato del nome Francesco: “uomo libero” (antico tedesco)
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Il trono della croce
San Germano di Costantinopoli (? - 733), vescovo In Domini corporis supulturam ; PG 98, 251-260
« Il popolo che camminava nelle tenebre vide una grande luce ; su coloro che abitavano in terra tenebrosa, una luce rifulse » (Is 9, 1), la luce della redenzione. Visto il Tiranno ferito a morte, questo popolo torna dalle tenebre alla luce ; passa dalla morte alla vita.
Il legno della croce porta colui che ha fatto l'universo. Subendo la morte per la mia vita, colui che porta l'universo è appeso al legno come un morto ; colui che dona la vita ai morti rende l'ultimo respiro sul legno. Non si vergogna della croce, la che, come un trofeo, attesta la sua vittoria totale. Siede da giusto giudice sul trono della croce. La corona di spine che porta sulla fronte conferma la sua vittoria. « Abbiate fiducia ; io, portando il peccato del mondo, ho vinto il mondo e il principe di questo mondo. » (Gv 16, 33 ; 1, 29).
Che la tua croce sia un trionfo, le pietre stesse lo gridano, queste pietre del calvario dove, secondo un'antica tradizione dei padri, fu sepolto Adamo, nostro primo padre. « Adamo, dove sei ? » (Gn 3, 9) grida di nuovo Cristo sulla croce. « Sono venuto a cercarti e, per poterti trovare, ho steso le mani sulla croce. Con le mani stese, mi rivolgo al Padre per rendere grazie per averti trovato, poi rivolgo le mani anche verso di te per abbracciarti. Non sono venuto per giudicare il tuo peccato, bensì per salvarti per il mio amore per gli uomini (Gv 3, 17) ; non sono venuto per maledirti per la tua disubbidienza, bensì per benedirti con la mia ubbidienza. Ti coprirò con le mie penne, sotto le mie ali troverai rifugio, la mia fedeltà ti coprirà dello scudo della croce e non temerai i terrori della notte (Sal 90, 1-5) perché conoscerai il giorno che non tramonta (Sap 7, 10). Cercherò la tua vita nascosta nelle tenebre e nell'ombra della morte (Lc 1, 79). Non mi darò riposo finché, umiliato e sceso fino agli inferi per cercarti, non ti abbia ricondotto in cielo.
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giovedì 1 aprile 2010
Il mistero del Giovedì Santo
Dobbiamo far nostre, per assimilazione, queste parole di Gesù: “Desiderio desideravi hoc Pascha manducare vobiscum” — ho desiderato ardentemente di mangiare questa Pasqua con voi. In nessun altro modo potremo esprimere meglio il nostro massimo interesse e amore per il Santo Sacrificio, se non rispettando accuratamente anche la più piccola delle cerimonie prescritte dalla sapienza della Chiesa. E, oltre all'Amore, deve sollecitarci la “necessità” di somigliare a Gesù Cristo, non solo interiormente, ma anche esternamente, nel muoverci — negli ampi spazi dell'altare cristiano — con il ritmo e l'armonia della santità obbediente, che si identifica con la Volontà della Sposa di Cristo, e cioè con la Volontà di Cristo stesso. (Forgia, 833)
Prima della festa di Pasqua, Gesù, sapendo che era giunta la sua ora di passare da questo mondo al Padre, dopo aver amato i suoi che erano nel mondo, li amò sino alla fine.Questo versetto di san Giovanni annunzia al lettore del suo Vangelo che qualcosa di grande avverrà in questo giorno. È un esordio teneramente affettuoso, parallelo a quello che san Luca riporta nel suo racconto: Ho desiderato ardentemente di mangiare questa Pasqua con voi, prima della mia passione.
Cominciamo fin da ora a chiedere allo Spirito Santo di prepararci a comprendere ogni gesto e ogni parola di Gesù: perché vogliamo vivere di vita soprannaturale, perché il Signore ci ha manifestato la sua volontà di darsi a noi come alimento dell'anima, e perché riconosciamo che Lui solo ha parole di vita eterna.La fede ci fa proclamare con Simon Pietro: Noi abbiamo creduto e conosciuto che tu sei il Cristo, il Figlio di Dio.
Ed è proprio questa fede, unita alla nostra devozione, che in momenti così importanti ci spinge a imitare l'audacia di Giovanni: accostarci a Gesù e adagiare il capo sul petto del Maestro, di colui che amava ardentemente i suoi e — lo abbiamo appena udito — li avrebbe amati sino alla fine.Tutti i modi di dire si rivelano insufficienti per spiegare, sia pure lontanamente, il mistero del Giovedì Santo. Ma non è difficile immaginare almeno in parte i sentimenti del cuore di Gesù Cristo quella sera, l'ultima che trascorreva con i suoi, prima del sacrificio del Calvario (È Gesù che passa, 83)
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Prima della festa di Pasqua, Gesù, sapendo che era giunta la sua ora di passare da questo mondo al Padre, dopo aver amato i suoi che erano nel mondo, li amò sino alla fine.Questo versetto di san Giovanni annunzia al lettore del suo Vangelo che qualcosa di grande avverrà in questo giorno. È un esordio teneramente affettuoso, parallelo a quello che san Luca riporta nel suo racconto: Ho desiderato ardentemente di mangiare questa Pasqua con voi, prima della mia passione.
Cominciamo fin da ora a chiedere allo Spirito Santo di prepararci a comprendere ogni gesto e ogni parola di Gesù: perché vogliamo vivere di vita soprannaturale, perché il Signore ci ha manifestato la sua volontà di darsi a noi come alimento dell'anima, e perché riconosciamo che Lui solo ha parole di vita eterna.La fede ci fa proclamare con Simon Pietro: Noi abbiamo creduto e conosciuto che tu sei il Cristo, il Figlio di Dio.
Ed è proprio questa fede, unita alla nostra devozione, che in momenti così importanti ci spinge a imitare l'audacia di Giovanni: accostarci a Gesù e adagiare il capo sul petto del Maestro, di colui che amava ardentemente i suoi e — lo abbiamo appena udito — li avrebbe amati sino alla fine.Tutti i modi di dire si rivelano insufficienti per spiegare, sia pure lontanamente, il mistero del Giovedì Santo. Ma non è difficile immaginare almeno in parte i sentimenti del cuore di Gesù Cristo quella sera, l'ultima che trascorreva con i suoi, prima del sacrificio del Calvario (È Gesù che passa, 83)
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Beato Lodovico Pavoni
Sacerdote, fondatore : “Figli di Maria Immacolata”Lodovico Pavoni nacque a Brescia l'11 settembre 1784, primo di cinque figli del nobile Alessandro e della nobile Lelia Poncarali. Ricevette il battesimo nella Parrocchia di S. Lorenzo il 13 dello stesso mese coi nomi di Lodovico Tommaso Maria Giuseppe, ed ebbe a padrino il nobile Signor Carlo Bocca.
Visse in un'epoca caratterizzata da profondi rivolgimenti politici e sociali: la Rivoluzione francese (1789), quella giacobina (1797), il dominio napoleonico con le sue diverse denominazioni e infine, dal 1814, quello austriaco.
Egli si rivela subito un ragazzo vivace e geniale, dotato di buona intelligenza, aperto a molti interessi (pittura, caccia, equitazione, meccanica...), sensibile ai problemi sociali.
Ordinato sacerdote da Mons. Dolfin, l'11 febbraio 1807 nella Chiesa di S. Pietro in Oliveto a Bergamo, si dedica subito ad un´intensa attività catechetica, fondando presto un suo Oratorio per l´educazione cristiana dei ragazzi più poveri, precorrendo i moderni centri educativi diurni e l´associazionismo giovanile.
Nel 1812 il vescovo Gabrio Nava lo nomina suo Segretario, pur concedendogli di continuare la direzione dell´Oratorio, divenuto assai fiorente.
Nel 1818 lo nomina Canonico del Duomo e lo autorizza a dedicarsi interamente alla fondazione di un “privato Istituto di beneficenza” con annesso “Collegio d´arti”, che dal 1821 si chiamerà “Pio Istituto S. Barnaba”, per adolescenti e giovani poveri o abbandonati, ai quali in seguito si aggiunge una sezione di sordomuti.
Fra le arti, la più importante fu la tipografia, voluta dal Pavoni come «Scuola Tipografica», che si può considerare la prima Scuola grafica d'Italia e che ben presto divenne una vera Casa Editrice.
Con il passare degli anni si moltiplicarono i mestieri insegnati al San Barnaba: nel 1831, il Pavoni elenca otto officine esistenti: Tipografia e Calcografia, Legatoria di libri, Cartoleria, Argentieri, Fabbriferrai, Falegnami, Tornitori, Calzolai.
Nei trent´anni che seguono, Lodovico Pavoni :
v sviluppa un suo “metodo educativo”, che lo pone all´avanguardia dei pedagogisti più illuminati dell´800 (ragionevolezza, amore, prevenzione, centralità della fede, importanza del lavoro: elementi che verranno ripresi e sviluppati da don Bosco);
v organizza un modello di istruzione e di avviamento al lavoro che prelude alle attuali scuole professionali;
v dà inizio ad una fiorente attività tipografica ed editoriale, precorrendo l´apostolato contemporaneo dei mass media;
v introduce nel mondo del lavoro riforme di assoluta novità, anticipando di mezzo secolo la dottrina sociale della “Rerum Novarum”, di Pp Leone XIII, (dignità del lavoro, salario familiare, assistenza nelle malattie, licenziamento solo per giusta causa e con preavviso, partecipazione del lavoratore agli utili di azienda);
v fonda, infine, la Congregazione dei “Figli di Maria Immacolata” (Pavoniani), che appare così audace e nuova (i “frati-operai”) da lasciare a lungo perplesse autorità civili e religiose (sacerdoti e religiosi laici collaborano “alla pari” come educatori della fede, come maestri d´arte e di umanità).
Lodovico Pavoni muore il 1° aprile 1849 a Saiano, presso Brescia, vittima eroica del suo prodigarsi per portare in salvo i suoi ragazzi dal pericolo dei combattimenti per l´insurrezione dei Bresciani contro gli Austriaci (le Dieci Giornate di Brescia).
La Chiesa riconoscerà l´eroicità delle sue virtù e lo proporrà come modello di vita cristiana il 5 giugno 1947; il Servo di Dio Giovanni Paolo II lo beatificherà il 14 aprile 2002.
Significato del nome Lodovico: “combattente valoroso” (franco-tedesco)
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Prese il calice...e disse loro 'Questo è il mio sangue... versato per molti, in remissione dei peccati
Santa Caterina da Siena (1347-1380), terziaria domenicana, dottore della Chiesa Il Dialogo, 134
O Amore inestimabile ! Rivelandomi i tuoi segreti, mi hai dato il rimedio dolce e amaro che mi guarisce dalla mia infermità, e mi distoglie dalla mia ignoranza e dalla mia negligenza. Esso ravviva il mio zelo e mi riempie di un desiderio ardente di ricorrere a te. Mi hai mostrato la tua bontà, e gli oltraggi che ricevi da tutti gli uomini, anche dai tuoi ministri. Tu, bontà infinita, mi fai spargere lacrime su me stessa, che sono una povera peccatrice, e su questi morti che vivono così miseramente... Ti chiedo dunque con insistenza : fa' misericordia al mondo e alla tua santa Chiesa !
O povera me, quanto dolorosa è la mia anima, a causa del male che ho fatto. Non tardare più, Signore, a fare misericordia al mondo, acconsenti a compiere il desiderio dei tuoi servi ... Vogliono il sangue in cui hai lavato l'iniquità e cancellato la macchia del peccato di Adamo. Questo sangue è nostro, poiché in esso ci hai immersi ; non vuoi e non puoi rifiutarlo a chi te lo chiede in verità. Per cui dona il frutto di questo sangue alle tue creature... Per mezzo di questo sangue ti supplichiamo di far misericordia al mondo.
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