domenica 10 luglio 2011

363 - Commento al Vangelo di domenica 10/7/2011, XV t.ord.

Quel giorno Gesù uscì di casa e si sedette in riva al mare. Si cominciò a raccogliere attorno a lui tanta folla che dovette salire su una barca e là porsi a sedere, mentre tutta la folla rimaneva sulla spiaggia. Egli parlò loro di molte cose in parabole. E disse: “Ecco, il seminatore uscì a seminare. E mentre seminava una parte del seme cadde sulla strada e vennero gli uccelli e la divorarono. Un’altra parte cadde in luogo sassoso, dove non c’era molta terra; subito germogliò, perché il terreno non era profondo. Ma, spuntato il sole, restò bruciata e non avendo radici si seccò. Un’altra parte cadde sulle spine e le spine crebbero e la soffocarono. Un’altra parte cadde sulla terra buona e diede frutto, dove il cento, dove il sessanta, dove il trenta. Chi ha orecchi intenda”.
Gli si avvicinarono allora i discepoli e gli dissero: “Perché parli loro in parabole?”. Egli rispose: “Perché a voi è dato di conoscere i misteri del regno dei cieli, ma a loro non è dato. Così a chi ha sarà dato e sarà nell’abbondanza; e a chi non ha sarà tolto anche quello che ha. Per questo parlo loro in parabole: perché pur vedendo non vedono, e pur udendo non odono e non comprendono. E così si adempie per loro la profezia di Isaia che dice: “Voi udrete, ma non comprenderete, guarderete, ma non vedrete. Perché il cuore di questo popolo si è indurito, son diventati duri di orecchi, e hanno chiuso gli occhi, per non vedere con gli occhi, non sentire con gli orecchi e non intendere con il cuore e convertirsi, e io li risani.
Ma beati i vostri occhi perché vedono e i vostri orecchi perché sentono. In verità vi dico: molti profeti e giusti hanno desiderato vedere ciò che voi vedete, e non lo videro, e ascoltare ciò che voi ascoltate, e non l’udirono!
Voi dunque intendete la parabola del seminatore: tutte le volte che uno ascolta la parola del regno e non la comprende, viene il maligno e ruba ciò che è stato seminato nel suo cuore: questo è il seme seminato lungo la strada. Quello che è stato seminato nel terreno sassoso è l’uomo che ascolta la parola e subito l’accoglie con gioia, ma non ha radice in sé ed è incostante, sicché appena giunge una tribolazione o persecuzione a causa della parola, egli ne resta scandalizzato. Quello seminato tra le spine è colui che ascolta la parola, ma la preoccupazione del mondo e l’inganno della ricchezza soffocano la parola ed essa non dà frutto. Quello seminato nella terra buona è colui che ascolta la parola e la comprende; questi dà frutto e produce ora il cento, ora il sessanta, ora il trenta”.

I teologi e i predicatori espongono sapientemente verità molto profonde, ma a volte usano un linguaggio complicato, ostico, involuto. Danno quasi l’impressione di non preoccuparsi che la gente capisca, che si mostri interessata, si appassioni o si stia annoiando. Gesù aveva un approccio pedagogico diverso: anche quando affrontava temi impegnativi, impiegava sempre un linguaggio semplice, ricorreva a paragoni e a immagini, raccontava storie ambientate nella vita dei pastori, dei pescatori, dei commercianti, degli esattori d’imposte e, soprattutto, dei contadini in mezzo ai quali era nato e cresciuto. La parabola – dicevano i rabbini – è come lo stoppino di una candela: costa pochi spiccioli, eppure, per quanto fioca sia la sua luce, può far scoprire un tesoro. Oggi Gesù introduce il tema teologico più difficile, l’enigma al quale le menti più acute e gli spiriti più nobili dell’umanità hanno tentato invano di dare una risposta: “Perché il male?”, “Perché il regno di Dio incontra tante difficoltà per affermarsi?”. Lo affronta con il suo solito metodo: la parabola.
Il brano è chiaramente diviso in tre parti. La prima (vv. 1-9) è costituita dalla parabola; la seconda (vv. 10-17) contiene alcuni detti di Gesù di non facile interpretazione, infatti sembrano insinuare che egli non voglia che i suoi ascoltatori si convertano; la terza (vv. 18-23) è un’applicazione della parabola alla vita della comunità.
Prima di commentare ciascuna delle tre parti, facciamo una premessa. I biblisti sono concordi nel riconoscere che la spiegazione della parabola, benché sia posta sulla bocca di Gesù e rifletta perfettamente il suo pensiero, non sia stata pronunciata direttamente da lui. Da chi allora?
I primi cristiani, quando facevano catechesi nelle loro comunità, non erano preoccupati di trasmettere alla lettera ciò che Gesù aveva detto; si sforzavano, piuttosto, di rendere comprensibile ed efficace il suo messaggio, applicandolo alle situazioni concrete della loro vita. Erano convinti che gli evangelizzatori non dovevano comportarsi da semplici ripetitori; per essere fedeli alla parola del Maestro, dovevano attualizzare il suo messaggio. Chi infatti ripete in modo esatto le parole di una persona non sempre riferisce in modo autentico il suo pensiero.
I primi cristiani, dunque, alcune volte hanno modificato un po’ l’una o l’altra parabola, oppure hanno aggiunto una spiegazione per adattarla alla situazione delle loro comunità.
È ciò che è accaduto con la parabola che ci viene proposta oggi. Gesù l’ha raccontata per dare un insegnamento ai suoi ascoltatori e i primi cristiani l’hanno riletta e applicata ai problemi concreti della loro vita, problemi che non erano propriamente gli stessi di quelli dei discepoli che avevano ascoltato Gesù. Così è nata la catechesi “attualizzata” che si trova nei vv. 18-23.
Iniziamo chiarendo il senso e il messaggio che aveva la parabola sulla bocca di Gesù, poi, dopo aver interpretato i difficili versetti centrali, spiegheremo la lettura che di essa hanno fatto le comunità di Matteo.


Uno strano modo di seminare (vv. 1-9)
Nella parabola c’è un particolare che subito richiama l’attenzione: lo spreco della semente che viene sparsa in grande quantità in un terreno sterile. Stupisce il comportamento dell’agricoltore che pare agire in modo poco accorto. Tre quarti esatti del racconto sono dedicati al grano che va a finire sulla strada, in luoghi sassosi o tra le spine ed è divorato dagli uccelli, rimane bruciato o viene soffocato.
L’insistenza sullo spreco, sull’insuccesso, sulle prospettive deludenti è un elemento importante: riflette la realtà del mondo in cui il male appare molto più forte, più efficiente del bene. Si noti il suo progressivo, incalzante strapotere: il seme non spunta, quello che spunta non cresce, quello che cresce è soffocato.
Da chi dipende? Perché questo accade? Se Dio è buono perché il suo regno non si sviluppa incontrastato? Questi sono gli interrogativi cui Gesù voleva dare una risposta.
Per comprendere la parabola occorre tenere presente che in quel tempo la semina non era fatta dopo che il campo era stato preparato, ma prima. Il contadino, non cominciava ad arare, zappare, sradicare i rovi, togliere i sassi, ma, prima seminava e dopo passava con l’aratro. Si capisce allora come parte del seme potesse cadere fra le pietre, in mezzo alle erbacce, fra le spine o sopra quei piccoli sentieri che si formano nei campi quando vengono attraversati durante il lavoro della mietitura oppure nel periodo in cui i campi rimangono incolti.
Chi osserva l’agricoltore della parabola è portato a pensare che stia lavorando invano, che sprechi il seme e le energie. È difficile credere che, in un campo ridotto in quello stato, possa germogliare qualcosa. Invece, dopo la semina, ecco passare l’aratro: i sentieri scompaiono, le spine e l’erba vengono tolte, le pietre spostate e il campo che sembrava improduttivo, dopo poco tempo, si copre prima di steli di grano, poi di bionde spighe. Un autentico miracolo!
Gesù racconta questa parabola in un momento difficile della sua vita: a Nazaret è stato scacciato, a Cafarnao lo hanno preso per pazzo, i farisei lo vogliono uccidere, i discepoli lo abbandonano. Sembra proprio che tutta la sua predicazione sia caduta invano; le condizioni sono troppo sfavorevoli, la sua parola pare destinata a morire (cf. Mt 11-12).
Con questa parabola voleva lanciare un messaggio ai discepoli scoraggiati che lo interrogavano sull’utilità del lavoro apostolico che stava svolgendo: malgrado tutte le contraddizioni e gli ostacoli, la sua parola avrebbe dato frutti abbondanti perché ha in sé una forza di vita irresistibile.
Contrariamente a tutte le attese, la venuta del messia non è stata clamorosa, non ha avuto grande risonanza. Il suo passaggio in questo mondo è sembrato tra i più insignificanti: non ha cambiato nulla nella vita sociale e politica del suo popolo. Più famoso di lui è stato il Battista. Gesù è scomparso nella terra come un piccolo seme, debole, quasi invisibile, eppure, dopo poco tempo, questo seme ha iniziato a germogliare. Il vangelo ha fatto lievitare l’umanità e noi, oggi, possiamo verificare che il messaggio della parabola del seminatore si sta realizzando.
Tutti noi qualche volta ci siamo chiesti se vale la pena annunciare la parola di Dio in un mondo e in una società corrotti come quelli in cui viviamo, se ha ancora senso oggi parlare di beatitudini evangeliche e fare catechesi a persone che non ascoltano, che hanno il cuore indurito, pensano solo al denaro, ai divertimenti, a ciò che è caduco, fugace, effimero. Gli evangelizzatori, i catechisti non staranno forse seminando invano?
Quando sorgono questi pensieri è il momento di professare la propria fede nella forza divina contenuta nella parola del vangelo.


Perché Gesù parla in parabole? (vv. 10-17).
A metà della sua vita pubblica Gesù fa un bilancio e constata che ben poche persone hanno accettato il suo messaggio. C’è da meravigliarsi di questo fatto? No, risponde. Anche i profeti dell’AT non venivano ascoltati. Al tempo di Isaia, per esempio, la gente si tappava le orecchie per non ascoltare la parola di Dio e induriva il cuore per non convertirsi (vv. 14-15).
Ecco la ragione per cui egli ricorre alle parabole: fa un nuovo tentativo per sbloccare la situazione. Pensa che, con questo linguaggio semplice e concreto, sarà più facile far breccia nei cuori dei suoi ascoltatori. La parabola obbliga a riflettere, a cercare il significato recondito, fa pensare, fa cadere in se stessi e può quindi ottenere la conversione.
Questi versetti sono un invito ad aprire al più presto gli occhi, le orecchie e il cuore altrimenti le parabole rimangono racconti enigmatici e non producono alcun frutto.


I quattro tipi di terreno (vv. 18-23).
L’applicazione della similitudine alla vita delle comunità ha lo scopo di aiutare i discepoli a identificare le difficoltà che la parola di Dio incontra in ognuno. La scarsità dei risultati non dipende né dal seme né dal seminatore, ma dal tipo di terreno.
C’è anzitutto un cuore duro, reso tale – come accade col suolo di una strada – dalle molte persone che l’hanno calpestato. Rappresenta il cuore impenetrabile alla parola di Cristo perché ha assimilato il modo di ragionare di questo mondo, si è adattato alla morale corrente, ha fatto propri i valori proposti dagli uomini. Questo è il maligno, il demone devastante che si insinua nei pensieri e nei sentimenti, colmandoli di meschinità, di frivolezze, di proposte di vita insensata, di ragionamenti dissennati.
Poi c’è un cuore incostante che si entusiasma facilmente, ma, dopo pochi giorni, torna quello di prima. È come un sasso coperto da un leggero strato di terra: se vi si pianta un seme, questi germoglia, ma immediatamente secca.
C’è anche un cuore inquieto che si agita per i problemi di questo mondo, che rincorre il successo e la ricchezza, che alimenta sogni meschini. Queste preoccupazioni sono come spine: soffocano il seme della parola.
Infine c’è un cuore buono nel quale il vangelo produce frutti abbondanti.
Non si tratta di quattro categorie di persone, ma di quattro disposizioni interiori che si ritrovano, in proporzioni diverse, in ogni uomo. Inutile che l’evangelizzatore, per lanciare il prezioso seme della parola, attenda di trovare il terreno ideale, quello perfettamente fecondo. Terra buona, spine, sassi e suolo arido saranno sempre insieme. Per qualcuno questo sarà un motivo di scoraggiamento, ma per i veri apostoli, per i catechisti autentici diverrà uno stimolo a una semina più abbondante. Molti sforzi saranno vani, ma un giorno, puntualmente, la spiga farà la sua comparsa, in ogni uomo.


Fernando Armellini (biblista)
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